Fu appunto in quei giorni, quando Pierino era più che mai infervorato nel desiderio della ribellione, che gli capitò a Crodarossa uno dei primi numeri dell'Emporio Letterario: dono settimanale agli abbonati delRinnovatore, speditogli da Milano da un suo amico, già suo compagno di scuola, che faceva il commesso dai Bocconi per passatempo, e di professione il poeta e scrittore di commedie per il "Teatro Milanese".
L'Emporio Letterarioaveva pubblicato appunto in quel numero una sua poesia: "Il nostro fiumicel…." ispirata alGuadodello Stecchetti.
Fu una rivelazione per Pietro Laner. Ecco la sua carriera: fare il poeta, il letterato, il giornalista!
In due o tre anni poteva essere "arrivato", avere il ritratto pubblicato nell'Emporio Letterarioe farlo capitare a Crodarossa.—Poeta!… Giornalista!—Propugnare l'italianità di Trento e di Trieste, e a Roma Giordano Bruno, per fare crepar di rabbia don Giuseppe. E poi vivere a Milano, la prima città d'Italia, dove tutti i letterati fanno furori e tutti i giornalisti quattrini! E poi avere la propria indipendenza. Oggi lavorare dieci ore e domani andar a spasso tutto il giorno. E la libertà? Poter gridareViva l'Italiaa!a squarciagola, magari in piazza del Duomo!… E poi, finalmente, andare al veglione.
Si mise subito all'opera. Pensò, ripensò; cambiò più volte il posto dove mettere il tavolino:—sotto alla finestra, il troppo sole gli confondeva le idee; dove c'era troppo scuro, non gli volevano venire. Finalmente, cambiando ogni giorno la qualità delle penne e il colore della carta, scrivendo poco, cancellando molto, condusse a termine tre sonetti—L'invito—L'incanto—L'inganno—e l'articolo critico sulle poesie del Berchet e del Mameli, e spedì il tutto sotto fascia raccomandato, unitamente a una lettera autobiografica di otto pagine nella quale si presentava, si raccomandava, si sfogava col Direttore dell'Emporio Letterario.
Matteo Cantasirena aveva scritto nell'articolo programma che l'Emporioera fatto sopratutto pei giovani e doveva essere scritto dai giovani.
E Pietro Laner gli dichiarava nella sua lettera:
Primo: "che era giovane.
Secondo: "che era Trentino.
Terzo: "che domandava il suo giudizio su quei tre sonetti e su quell'articolo, che aveva buttati giù, per un esperimento, in poche ore.
Quarto: "che il suo sogno era di venire a Milano e che sarebbe orgoglioso e fiero se potesse entrare come collaboratore in uno dei suoi giornali.
Quinto: "che pur di veder pubblicati i tre sonetti e l'articolo, li mandava gratis; e che se prima di accettarlo come collaboratore fisso, il signor Direttore voleva sottoporlo a un periodo di prova, era disposto anche a venire a Milano a proprie spese. Sapeva benissimo che tutte le carriere costano, nei primordi, fatiche e quattrini. Ma per la fatica era giovane, e si sentiva forte; per il resto aveva un capitale suo di ventimila lire; e poteva anche sacrificarne cinque o seicento, pur di far carriera nel giornalismo."
E qui cominciava a raccontare, in lungo ed in largo, tutta la storia della sua famiglia, della sua gioventù sacrificata, delle sue aspirazioni, del suo amore per l'Italia, del suo odio per il papato, del bene che gli volevano le zie, e dei dispiaceri avuti con don Giuseppe.
La risposta si fece attendere; arrivò quando il Laner non l'aspettava già più e in un momento in cui il giovanotto non ci pensava nemmeno. Ma appena la vide, la indovinò, ancora fra le mani del postino, tutto il sangue gli salì al cervello con un gorgoglìo tumultuante.
—Non c'era dubbio. Veniva da Milano. E c'era stampato in un angolo della busta:Emporio Letterario!
Il bigliettino era brevissimo, ma ogni periodo fu come una scossa elettrica per il buon Laner.
"Caro Pietro:
"Amo i giovani, perchè non ho più fede altro che nei giovani.
"All'affarismo che monta, al realismo che dilaga, unico baluardo i giovani che hanno il disinteresse dell'idea e il culto dell'ideale.
"Voi avete ingegno e avete cuore: i vostri versi e il vostro articolo ne sono il documento. Bravissimo!
"Ho un grande progetto e una grande proposta.
"Venite subito a Milano. Scrivere non è prudente e non è utile. È la parola, fecondatrice del pensiero, nel dibattito delle grandi idee.
"Come stanno le nostre Alpi?—L'eco italico risponde vindice alla nordica bestemmia, col verso magnanimo e magnifico del mio povero Prati?—Salutatemele. E al Caffaro e a Bezzecca, alle Sante Termopili della terza Roma, l'evviva, l'excelsior del vecchio colonnello garibaldino!
Vostro per la vita
"P.S. Portatemi dei sigari di Virginia.—Sceltissimi.—Intendiamoci: per commissione."
Pietro Laner, tre giorni dopo ricevuta la lettera di Matteo Cantasirena, pigliava di botto una di quelle risoluzioni così coraggiose, così ardite, alle quali non arrivano, certe volte, altro che i timidi. Disse in casa che andava a Roveredo e scappò a Milano. E da Roveredo scrisse alle zie che "ormai il dado era tratto: che aveva passato il Rubicone. Era un pezzo che ci pensava, che aveva deciso, ma non aveva mai voluto parlarne per non amareggiarle; e non aveva voluto vederle, consolarle prima di partire per non perdere quella forza, quella calma d'animo, della quale aveva tanto bisogno. Del resto, non era che la prova di un paio di mesi. Dopo, sarebbe tornato in ogni modo a Crodarossa. O per fermarsi per sempre, per seppellirsi lontano dal mondo se la prova gli andava fallita; o per rivederle, per salutarle, se gli era andata bene, e ricevere allora quella benedizione che adesso pregava, supplicava, gli volessero mandare anche da lontano, col loro perdono."
La signora Angelica e la signora Rosina capitarono dinanzi a don Giuseppe esterrefatte; senza nemmeno aver la forza di piangere. Piansero dopo, un po' tutti i giorni; quando don Giuseppe le ebbe un po' confortate e rassicurate.—Tutto per il meglio: Ricordiamoci sempre di questa massima salutare: tutto per il meglio!—Poi il prete continuava, più lentamente, più a bassa voce, con mistero, quasi avesse paura che l'aria portasse in giro le sue parole:—Quando Pierino avrà imparato a proprie spese a mettere giudizio, ritornerà a Crodarossa più quieto, più umile, e sarà meno pericoloso per sè e per gli altri. Con certi discorsi, con certe imprudenze, non si scherza! Poteva farci capitare addosso dei guai seri. Tutto per il meglio, e ringraziare Quel di lassù!
Matteo Cantasirena, in quei giorni, era tutto occupato e tutto infervorato nella gran lotta per le elezioni amministrative e non si ricordava più di niente: nè di Pietro Laner, nè delle lettere, nè del "grande progetto" che aveva da comunicargli.
Quando Pietro Laner gli capitò dinanzi col viso sparuto, annerito dal carbone dellaterza classe, col lungo ciuffo della parruccaccia arruffata, lo prese lì per lì, invece del giovane trentino, per uno dei soliti "tirolesi".
—Passate dal Bizzarelli!—grugnì dispettosamente, continuando a scrivere più in fretta.
—Sono Pietro Laner!—balbettò l'altro porgendo, per farsi conoscere e per raccomandarsi, il grosso pacco dei Virginia, che gli era costato al passaggio del confine, mille ansie e mille pene.
—Ho detto di passare dal Bizzarelli!—gridò ancora più inferocito Cantasirena, alzando la grossa testa, dal barbone imponente.—Non ho tempo da perdere. Ho le elezioni da fare. Prima gl'interessi di Milano e dopo i miei privati. Ho sempre fatto così!
Al povero ragazzo tremavano le gambe.
—Mi ha scritto lei di venire subito a Milano. Sono Pietro Laner, di Crodarossa…. e questi sono i sigari di Virginia, proprio scelti uno a uno.
I sigari furono un lampo per Matteo Cantasirena: il lampo che rischiarò le ventimila lire. Si allungò, si sdraiò sulla poltrona, e sorridendo, accarezzandosi la barba, arricciolandone la punta colla mano bianca, un po' tremula, continuò a guardare il giovanotto, fissando gli occhietti piccoli, scrutatori.
—Pietro Laner!—replicò, facendo risonare il nome e l'accento.—Il Bardo Trentino!—e continuando a sorridere, con un lampo di malizietta benevola, cordiale, gli stese, gli offrì la mano, ma senza troppo allungare il braccio che teneva appoggiato sul seggiolone.
—Ho letto i vostri articoli e i vostri versi.
—E così? Le sono piaciuti?… Mi dica proprio la verità! Senza far complimenti!—esclamò il Laner che voleva mostrarsi indifferente, ma che aveva le labbra pallide per la commozione.
L'altro non rispose; diventò serio, grave, abbassando le palpebre, soffiando, stirandosi sulla poltrona. Poi riaprì gli occhi e tornò a guardare il giovanotto con un cenno incoraggiante.
Pietro Laner arrossì di gioia: quell'altro aveva voluto scherzare: gli articoli e i sonetti gli erano piaciuti davvero.
—Dirò a voi,—ripigliò poi Cantasirena con un lungo sospiro che si riferiva ai dolci ricordi, alle care amicizie del tempo andato,—dirò a voi quello che dicevo sempre al povero Praga, al Camerana, al Betteloni, al Boito, quando venivano a pranzo a casa mia, con quel testardo del Rovani, e mi obbligavano per forza, mi chiudevano in camera per farmi sentire i loro versi. Voi non eravate ancora nato, caro Laner!… Bei tempi!…—Ricordatevi, predicavo loro, a tutti quei matti, che la poesia è la musica,—musica italiana, s'intende!—del pensiero: verso e pensiero, pensiero e rima, tutto deve essere armonioso, tutto deve esser limpido, come le "chiare, fresche e dolci acque" di messer Francesco!—E predicherò a voi, nel momento presente: Se volete aver salute, guardatevi dal "simbolismo".
—Io?—esclamò Pietro Laner, sprezzante, sdegnoso,—non so nemmeno che cosa sia!—E fiero, reso ardimentoso da questo fatto per il quale si sentiva più innanzi nella stima e più legato al Direttore, gli tornò a presentare il pacco di sigari, cominciando a narrare la lunga iliade di patimenti e di timori, sofferta per quel pacco, alla stazione di Ala.
Ma intanto che il giovanotto continuava a raccontare le sue storie, il Direttore, distratto, pensava ad altre cose. Gli fece mettere i sigari sul caminetto, senza nemmeno ringraziarlo; poi raccogliendo sulla scrivania i fogli dell'articolo che aveva scritto, chiamò forte:Taddeum!
Si udì il rumore sordo della gamba di legno sull'impiantito; il tintinnare delle medaglie che penzolavano sul petto di Taddeo, insieme alla pipa, e subito il vecchio soldato si presentò sull'uscio diritto, in posizione, salutando colla mano al berretto da Garibaldino.
—Comandi, Colonnello?…
Le medaglie, la gamba di legno, il berretto, il colonnello fecero un effetto magico, di maraviglia, di rispetto, di commozione sull'animo del giovane trentino, ancora oppresso dalla soggezione di don Giuseppe e ancora fresco dalle ansie del confine, per via dei sigari di contrabbando. Gli parve a un tratto di sentir echeggiare nello studiolo ammuffito le note calde e libere, proibite a Crodarossa, dell'inno di Garibaldi: "I martiri nostri son tutti risorti!" e improvvisamente, con un trasporto sincero di amore e di entusiasmo, gridò forte: Viva l'Italia, per Dio!
—Evviva!—rispose il solo Taddeo, che tornò poi a domandare, sempre in posizione:
—Comandi, Colonnello?
Matteo Cantasirena gli consegnò l'articolo da portare in stamperia, poi quando Taddeo fu sull'uscio lo fermò con un cenno, e rivolgendosi al Laner gli domandò se aveva già fatto colazione.
—No….
—Allora la farete con me. Va bene?
—Grazie,—rispose Pietro arrossendo dal piacere.
—Tornate a prendermi qui all'ufficio; a mezzogiorno. Oggi poi pranzerete a casa mia. Voglio presentarvi alle mie figliuole, che hanno letto i vostri versi.
—Grazie….—disse ancora Pierino, arrossendo questa volta per il piacere, per i versi, e per le figliuole che li avevano letti.
—Dove siete alloggiato?
—In nessun posto, ancora. Appena arrivato, sono venuto qui direttamente.
—Per oggi potete scendere alRomao all'Europa.
E dato ordine a Taddeo, sempre fermo sull'uscio, di prendere un brum e di condurre il signor Laner all'hôtel, si rizzò di colpo, si buttò addosso allo scrittoio e ricominciò a scrivere in fretta, in furia, facendo scricchiolar forte la penna.
Pietro Laner voleva ringraziarlo, voleva stringergli la mano, salutarlo, ma l'altro, intento a scrivere, non lo guardò nemmeno.
—Il signor Direttore è stato il suo colonnello?—domandò il Laner ancora tutto pieno di ammirazione, a Taddeo, appena furono sulle scale.
—Nossignore,—rispose l'altro.—Il mio colonnello era il signorChiassi, che è morto a Bezzecca.
—E anche lei è stato ferito a Bezzecca?
—Sissignore.
—Allora gli avranno data la pensione?
—Quella della medaglia: novanta lire all'anno.
—Ma….—Pietro esitava,—per…. la gamba?
—Niente. Me l'hanno tagliata due anni dopo: quando mi si è riaperta la ferita. Ho mandato le carte al Ministero, ma non sono mai arrivate!
Pietro Laner si sentì raffreddare tutti gli entusiasmi. Era in Italia o era ancora…. di là?—Ma poi, il ricordo dell'invito a colazione e a pranzo, avuto dal Direttore dell'Emporio Letterario, e il pensiero delle figliuole, che avevano letti i suoi versi, tornarono subito a farlo diventare di buon umore.
Il Direttore lo condusse a colazione alCova, nel gran salone. Matteo Cantasirena si avanzava pettoruto, maestoso, battendosi dei colpettini leggeri sulla schiena, col bastone dal pomo d'argento. E Pierino dietro, si sforzava per stargli alle falde del soprabitone, per far vedere ch'era in compagnia del Direttore. Confuso, intimidito da quel lusso, da quell'andirivieni, da quel mormorìo composto, garbato, così nuovo e imponente per il contadinotto di Crodarossa, non sapeva più camminare, non sapeva più muoversi, urtava nella gente, nei camerieri. E quando vide il signor Direttore sedersi a un tavolino, dove tutti si erano alzati per fargli posto, complimentandolo e festeggiandolo, Pierino rimase in piedi, a bocca aperta, rigirando fra le mani il cappello a cencio alla tirolese, sorridendo e facendo saluti a tutti quei signori, che non lo guardavano nemmeno.
—Fatevi portare una sedia e sedetevi,—gli disse poi Cantasirena, quando sembrò ricordarsi del suo invitato e di presentarlo.—Il signor Pietro Laner; un giovane trentino, scrittore di gran talento.
Ma anche la presentazione, anche il gran talento, non fecero effetto. Lì, tutta quella gente, era di gran talento. Un'occhiatina di traverso, e poi il nuovo venuto rimase sepolto nell'oblìo.
Erano infervorati nelle elezioni. Si arrabbiavano, si invelenivano, ridevano, gridavano gli uni contro gli altri, senza intendersi; tutto per le elezioni. Soltanto quando parlava Matteo Cantasirena si chetavano, tacevano: lo ascoltavano con interesse, con piacere, sorridendo. Matteo Cantasirena parlava poco a colazione, perchè mangiava molto; ma quel poco era prezioso. Erano notizie, informazioni particolari, comunicate sommessamente, confidenzialmente. Erano risposte pronte, salate; arguzie felici, dette sempre in tono grave, colla faccia seria e che sollevavano un coro di risate e di approvazioni. Oppure, finalmente, era un'aspra invettiva lanciata contro laCostituzionalee gliinamovibiliche rovinavano il partito e il paese. Fra la comitiva, che rimaneva impressionata, c'era allora un momento di silenzio profondo. Matteo Cantasirena sospirava: come un oracolo socchiudeva gli occhi e poi tornava a mangiare.
Pietro Laner, un po' impacciato col suo "osso buco alla gramolata" che rivoltava sul piatto senza lasciarsi tagliare, schizzando la salsa sulla tovaglia, rideva anche lui, quando ridevano gli altri. Ma il suo riso era una smorfia stentata, che invece di metterlo di buon umore gli faceva sentire più grande e più profondo il suo isolamento, il suo avvilimento; e lì, in quel bel caffè, in mezzo alla folla, sentì di esser solo, sentì di non esser "più niente" e dinanzi a quell'"osso buco alla gramolata" che non voleva lasciarsi tagliare, lo assalì profonda, amara, la nostalgia delle sue montagne.
Pure, avrebbe voluto vincersi, avrebbe voluto parlare, dir qualche cosa. E stava attento, ansioso, se gli veniva il destro di poter entrare in qualche discorso. La colazione era alla fine, l'"osso buco" era sparito, quando Pierino vide il Direttore cercare attentamente un buon sigaro nella scatoletta del cameriere. Allora forzò la voce, che gli era diventata fioca nella strozza, e ricordò iVirginiasceltissimi, che gli aveva portati da Trento.
—Sicuro,—esclamò Cantasirena,—il bravo Laner mi ha portato deiVirginiaaustriaci che devono essere eccellenti.
Gli amici del Direttore si voltarono per guardare il bravo Laner deiVirginia, che diventava interessante.
Oh, finalmente!—pensò Pierino, e col suo frasario mezzo veneto, cominciò a raccontare tutte le angosce del dover nascondere il pacco alla dogana.
—Ma dovevate pagare il dazio,—esclamò seccato il Direttore, che sdraiato, sonnecchiando, guardava il fumo dell'Avana, che bruciava lentamente alla candela.—Dovevate pagare il dazio; era più semplice!
Gli altri tutti del tavolino, tornarono a voltar le spalle al Laner.
—Già…. sicuramente….—rispose Pietro, e non aprì più bocca. Quella colazione era durata due ore, ed era stata un supplizio di due ore. Ma per fortuna, appena fuori del caffè, Cantasirena, che se n'era andato col suo trentino prima di tutti, per via del giornale, fu subito un'altra cosa. Diventò più affabile, più espansivo. Prese a braccetto l'egregio Laner, e fermandosi ogni tratto per dar maggior peso al discorso, cominciò a fargli delle confidenze, a dirgli cose che non aveva mai voluto dire a nessuno al mondo.
—Capite, giovane amico, queste elezioni le ho tutte io sulle spalle; e quando saremo in novembre, o in gennaio, ed avremo poi le elezioni politiche…. Non ne parliamo! Il Governo è inabile; laCostituzionaleè un museo di antichità mal conservate; il paese comincia ad aprire gli occhi…. e io comincio a sentirmi stanco. L'ho detto anche l'altro giorno, a Monza.
Pierino si sentiva consolare da quel braccio che stringeva il suo, da quella voce affascinante, da quell'intimità affettuosa, amichevole:—Ah!… tornava a non esser più solo, tornava ad essere ancora qualche cosa!
A un tratto Matteo Cantasirena, che dopo aver parlato di Monza era rimasto come preoccupato e compreso dalla solenne gravità del colloquio avuto, si fermò su due piedi e fissando il Laner proprio in faccia, tanto da farlo arrossire, gli disse a bruciapelo:—Volete dunque che lavoriamo insieme?
—Magari!—Pietro cercò una parola più bella, più forte, più viva, ma non ne trovò altre e dovette ripetere:—Magari!… Magari!…
—Allora prendete voi la direzione dell'Emporio Letterario. E poi, chissà…. mi siete simpatico: un giorno sarò forse disposto a cedervi anche la proprietà del giornale. Come stanno le zie? Vi siete lasciati in pace?
A questa domanda inaspettata tutta l'animazione e la gioia di Pierino svanirono d'un tratto; e a voce più sommessa, con qualche reticenza, raccontò al Direttore in che modo era partito da Crodarossa e come aveva lasciato le zie.
—Ho detto che andavo a Trento e da Trento ho scritto che venivo a Milano. Riceveranno soltanto stasera la mia lettera. Ma ad ogni modo, adesso sono qui e non mi muovo, per tutto l'oro del mondo.
Matteo Cantasirena dopo averlo ascoltato crollando il capo, gli parlò da padre.
—Scrivete subito subito, anche da Milano, a quelle brave signore. E ricordatevi: sopratutto bisogna essere sempre in pace e d'accordo colle zie! Oh i vecchi—sospirò—sono la benedizione dei giovani! E seguitò a parlare degli ideali, della poesia, della famiglia, degli affetti domestici, i soli veri, i soli legittimi e duraturi…. Pierino intanto abbassava il capo, perchè il Direttore non gli vedesse gli occhi pieni di lacrime.
Ma allora, per scuotere la malinconia, Cantasirena cambiò tono di voce, e tornò a parlar d'affari.
L'Emporio Letterarioaveva avuto un'espansione incredibile, inaspettata. Gli aveva presa la mano, assorbiva troppo della sua attività; e d'altra parte, c'era il giornale politico: la responsabilità sua verso il partito—e indirettamente verso il Governo—che esigeva e voleva tutte le sue cure.
—Io sono solo alRinnovatore: devo rivedere tutto io; non posso fidarmi di nessuno. Buona gente, bravi ragazzi; ma senza iniziativa, senza colpo d'occhio—e aggiunse ridendo argutamente, in un modo che poteva parere un complimento per l'egregio Laner—e senza grammatica!… E poi non ho tempo da perdere: ho da pensare alla dote delle mie figliuole. Vedrete la prima, Eleonora (e cantò quasi le sillabe: E-le-oo-nò-ra!). Vedrete che splendore!…
Giunti sulla porta del giornale, il Direttore si fermò ancora a parlare, a parlare; poi diede all'amico Pietro l'indirizzo di casa sua avvertendolo che si metteva in tavola alle sette "preciso" e che per quel giorno venisse pure senza l'abito nero, perchè le sue figliuole erano state avvertite, e non si trattava che di un piccolo pranzo di famiglia: come a Crodarossa, ma senza don Giuseppe!—Poi, nel congedarsi sulla porta, coll'ultimo saluto della mano, gli ripetè ancora, colla malizietta bonaria del critico verso un autore che gli è simpatico:—E sopratutto…. guardiamoci dalsimbolismo!
…. E dopo?… Dal suo arrivo a Milano? Dalla sua visita alDirettore?… Da quel pranzettino così squisito e così intimamentecordiale?… Con Eleonora che gli aveva cantato laCarmene conEvelina che gli aveva recitato l'invito, L'incanto, L'inganno?…Dopo, dopo come gli era successo di fare il capitombolo?
Pietro Laner, riandando confusamente, come in sogno, tutto il suo passato, era arrivato al numero 27 dipiazza Cavour, la casa della Schönfeld. Egli, certo, non avrebbe saputo rispondere a tutte queste domande. In quel momento non vedeva più che Nora, la sua Nori! Si era placata anche la fame. Le zie in collera, la faccia padrona, il Direttore che a furia di parole, di parole gli aveva fatte sparire le ventimila lire per far risorgere l'Emporio colle grandi illustrazioni delFigaro, per tirare innanzi ilRinnovatorefino alle elezioni politiche del novembre, nelle quali avrebbe preso un nuovo, uno straordinario impulso da Roma, tutto svaniva, lontano lontano, come i lampi d'un temporale che si dilegua.
Non vedeva più che Nora, la sua Nori; Nora che lo amava e che lo avrebbe salvato.
—La signora Schönfeld, dove sta?—domandò Pietro Laner alla portinaia del numero 27.
—Scala grande, terzo piano, l'uscio a sinistra.
Il giovanotto salì lentamente, cacciando fuori il capo, per guardare nel vano il giro ampio della ringhiera e ripetendo fra sè: terzo piano, scala grande, l'uscio a sinistra. Quando fu su, l'uscio lo trovò subito. C'era nel mezzo, in alto, un biglietto di visita:—Edita Schönfeld—e sul nome una corona di contessa. Pietro Laner vide subito anche il bottone lucente del campanello, ma non lo toccò. Prima si spolverò le scarpe col fazzoletto, si abbottonò il paltò, si aggiustò la cravatta, tirò fuori i guanti, si levò gli occhiali per ripulirli, poi tornò a rimirare il bottone del campanello…. ma invece di toccarlo, sospirò.
—Se l'andare lui dalla Schönfeld a cercar di Nora, non fosse stato assolutamente "come si deve?" Se poi Nora si fosse arrabbiata?—E rimaneva irresoluto dinanzi all'uscio, quando l'uscio, a un tratto, si spalancò: era la cameriera, una bella ragazza, che aveva aperto ad un garzone di caffettiere, il quale passò via portando sulle spalle un gran cesto vuoto.
—Cerca della signora Schönfeld?—domandò la bella ragazza a PietroLaner.
—Vorrei sapere…. avrei da dire una parola, per parte di suo zio, alla signorina Nora. È venuta oggi? è qui la signorina Nora?
—Sissignore; cioè credo: adesso andrò a vedere.—E la cameriera aprì l'uscio del salotto, ch'era in faccia a quello dell'anticamera, e lo richiuse in fretta, appena entrata.
Fu un attimo, ma in quell'attimo Pietro aveva veduto come in un'apparizione, la Schönfeld e la Nora che sedevano sdraiate, quasi abbracciate sul canapè. Aveva veduto il salotto pieno di fiori, i tavolini pieni di dolci, di bottiglie: aveva veduto due signori che scherzavano galantemente, e in quell'attimo aveva pur sentita anche la voce di quello dei due più vicino a Nora, e che le offriva un bicchierino di rosolio: una vocetta alta e tremula…:—Non mi dica di no, signorina Eleonora!… Non mi dica di no!…—poi l'uscio si era richiuso: tutto era sparito.
Ci fu subito nel salottino un gran silenzio, che durò qualche minuto. Di là, certo, confabulavano a voce bassa. Poi tornò la cameriera, ma da un'altra parte. La bella ragazza non aveva più la faccia sorridente: era sossopra, aveva il broncio; dovevano averla strapazzata.
—Venga di qua,—disse sgarbatamente al giovanotto facendolo entrare in una camera piena di vestiti, di sottane sulle seggiole, sul divano; e in mezzo, sotto il baldacchino, un gran lettone di mogano, colla coperta di lana azzurra, damascata.
—Viene subito!—e la cameriera, piantò il giovanotto e se ne andò sbattendo le portine coi vetri a smeriglio.
—Per Dio!—mormorò Pietro Laner, sbuffando, battendo i piedi furioso.—A noi due! Adesso a noi due, signorina Eleonora!
Nora non si fece aspettare: piombò in camera rossa, furente.
—Cosa c'è? Cosa vuoi? Cos'è successo?—domandò colla voce bassa, rotta dalla collera.
Pietro Laner le afferrò un braccio e se la tirò vicino, addosso, per fissarla bene in faccia.
—Chi sono quei due? Chi sono quei due? Chi sono quei due?
La gelosia, la collera, la passione, il dolore, rendevano terribile quel povero diavolo, solitamente così innocuo, così timido.
La fanciulla, di primo colpo, ne rimase un po' impressionata; ma poi riprese subito tutta la sua franchezza, tutta la sua audacia.
—Sono amici di Edita; e non seccarmi; e non venire in casa degli altri a far scene, che non voglio rendermi ridicola! Non sei in montagna qui, non sei in mezzo ai bifolchi, in mezzo a' tuoi villani!… Sei a Milano, fra persone come si deve!—Poi, liberatosi il braccio ch'era diventato bianco, violetto ai polsi, fra le mani del Laner, gli disse di andar via subito: di andarla ad aspettare ai Giardini dinanzi al Museo.
La collera dell'amata, indizio sicuro della sua innocenza, quell'appuntamento ai Giardini che provava l'amore e l'arrendevolezza di Nora, calmarono subito il giovane. E col tono sommesso di chi vuol scusarsi, le raccontò che c'era stata una gran lite fra lui e il Direttore e che si erano guastati per sempre.
—Ero venuto anche per questo; per dirti che in casa tua non ci metto più i piedi.
—Lo zio è di primo impeto,—rispose la ragazza un'alzata di spalle;—ma poi gli passa presto.
—Ma non passa a me, se non mi paga! Se non mi rende quello che mi deve!… Non è per me che voglio la roba mia, quanto per te!… E poi le zie non ti conoscono. Non possono sapere che tu sei…. tutt'altra cosa.
Come faccio a dir loro "non ho più le ventimila lire e ho preso moglie?" Preso moglie?… E chi hai preso?—La nipote di quella canaglia che mi ha truffato!
Gli occhi di Nora si fecero torvi. In mezzo alla fronte rosea da bambina, alla fronte tersa e lucente, si scavò una piccola ruga sinistra, bianca, sottile come una cicatrice.
Pietro capì subito: si era lasciato trasportare e l'aveva offesa. La ragazza, lei, poteva dire tutto il male possibile dello zio Matteo; ma gli altri, Pietro Laner, no. Questi, come per scusarsi, raccontò allora, ma più pacato, contenendosi, anche la scena di quella mattina.—Di volo: zaff!—e le ultime dieci lire erano sparite. Non aveva più niente; non aveva…. ancora fatto colazione.
—Va bene, va bene;—rispose Nora sempre seccata, sempre imbronciata.—Aspettami ai Giardini, vicino al Museo. Omai bisogna spiegarsi.—E borbottò ancora nell'andarsene stizzosamente:—Tant'è, oggi o domani, bisogna spiegarsi!
—Spiegarsi?—pensava Pietro, girando attorno al gran fontanone asciutto dinanzi al Museo, e voltandosi ogni tratto sperando di veder la Nora entrare dai cancelli che apparivano tra i rami degli abeti, in fondo al prato verdissimo.
—Avrà voluto dire: bisogna spiegarsi collo zio Matteo.—Ma Pietro non era tranquillo. Si sentiva fiacco. Si sentiva addosso una irritabilità dolorosa. Anche quel sole pallido, bigio, tristo era snervante.
—Ma chi erano quei due? Amici di Edita! Oh, quella Schönfeld!… come l'avrebbe mandata al diavolo!
Tornò a voltarsi: essa non veniva ancora. I lunghi rami degli abeti e delle magnolie e il prato verde formavano come un quadretto attorno ai cancelli di ferro; ma il quadretto era vuoto: Nora non si vedeva.
Era stanco, sfinito, eppure avrebbe adoperata la poca forza che gli rimaneva per strozzar qualcuno. Come erano uggiosi quei giardini! Tutto vi era falso, artificiale; quella fontana senz'acqua, quei fiori troppo rossi, quegli alberi e quei prati troppo verdi; persino quei bambini infagottati, che parevano pupattole!—Si voltò ancora….
—Ah, finalmente!…
In mezzo al quadretto dai rami frondosi, in fondo al prato verdissimo, c'era la bella figuretta blù, colla cravatta lilla e il berrettino di lontra.—Era lei!—Tutto il giardino sembrò ravvivarsi.
Pietro andò ad aspettarla nel piccolo viale dopo il Museo, ma quandoNora lo raggiunse, sempre diritta, col suo passo ritmico e sicuro,Pietro non si ricordò di levarsi il cappello, sconvenienza che davatanto ai nervi a Nora.
I due giovani camminarono l'uno a fianco dell'altra, silenziosamente. Il Laner voleva mostrarsi offeso, e Nora pensava come doveva incominciare.
—Chi erano quei due?—domandò Pietro pel primo, colla voce cupa e affondando il muso nel bavero alzato del paltò.
—Amici di Edita.
—Va bene; ma chi sono?
—Uno, il banchiere Kloss; l'altro…. il duca di Casalbara.
Al Laner, subito, montò il sangue alla testa. Il Casalbara, quel decrepito damerino, gli era indifferente, ma il Kloss?… Il Kloss era un vizioso, un dissoluto! Un vecchiaccio sudicio, osceno! Era una vergogna, un'onta per una ragazza, soltanto l'averlo vicino. E smaniava geloso, furibondo, perchè il Kloss, certamente doveva aver messo gli occhi addosso a Nora. Perchè certo era per lei, per Nora, che andava dalla Schönfeld!
Il Kloss! E non aveva avuto tempo, in quell'attimo, di riconoscerlo nel salotto!… Meglio così. Se l'avesse visto con Nora…. Il Kloss vicino a Nora!… Per Dio! Avrebbe commesso uno sproposito!
Nora, impassibile, camminava sempre diritta, affondando le mani nelle tasche della giacchettina aperta, colla sua aria di sicurezza e di sfida. Soltanto, con indifferente naturalezza, guardava di qua e di là, per vedere se la gente, quei pochi che passeggiavano e quegli altri seduti sulle panchine, notavano, osservavano le smanie di quel pazzo.
Pietro si sforzava di parlare a bassa voce: ma tutti dovevano indovinare quel furore, dalla faccia stravolta, dal gestire concitato.
—Almeno…. faccia il piacere…. si ricordi…. siamo in mezzo alla gente!—E Nora, con la voce armoniosa dal timbro infantile, non gli disse altro. Il giovane la guardò, colpito da tanta freddezza, e le disse con più calma, col tono risoluto di chi s'impone e ha diritto d'imporsi:
—Ti proibisco, intendi bene, ti proibisco d'ora in poi, di mettere i piedi in casa della Schönfeld. E se io vengo a sapere che il Kloss si è trovato ancora con te o che ti ha ancora parlato,—anche una volta sola,—quel giorno, ricordatelo bene, tu vai per la tua strada, ed io per la mia.
—Pur troppo,—rispose la fanciulla con un sospiro ostentato,—pur troppo!… È quello che bisogna fare.
La sua voce non ebbe un tremito, il suo volto rimase fresco e roseo.
—Come? Spiégati!… "Quello che bisogna fare?…" Perchè subito ti arrabbi con me?…Sei in collera?—domandò il giovanotto andandole così vicino, per vederla negli occhi, da sfiorarle, da toccarle il braccio col suo braccio. E poi soggiunse con passione:—Parlo così per tuo bene: perchè ti voglio bene e quel Kloss è capace di tutto!
Nora non rispose: continuò a camminare, sempre diritta, dimenandosi elegantemente colla bella persona.
—Nora!… Nora!…—esclamò il povero ragazzo, con un'espressione appassionata, disperata, in cui c'era tutta l'anima sua, tutta la vita sua.
L'altra si fermò di colpo. Poi cominciò a parlare concitata, agitatissima. Che quelli che passavano, o stavano seduti sulle panchine, la guardassero pure: non le importava più niente. Le importava di spiegarsi, di dir tutto, di finirla una buona volta!
—Guarda come son conciata!—e sollevando un po' la veste, mostrò la scarpettina elegante, aggiustata con una pezzetta sul fianco.—Ho le scarpe rotte: e queste sono le migliori. Guarda,—e gli mostrò gli occhielli logori e la fodera rappezzata della giacchetta,—e non ne ho un'altra. E nella mia camera manco di tutto; e anch'io stamattina non ho fatto colazione: un po' di caffè col latte. E tutti i giorni il tormento dei debiti; la paura di qualche scenata. E credi che io voglia adattarmi a far sempre questa vita impossibile, da cani?… Ah no! Piuttosto vado in America a cantar nei caffè!
—Certo,—esclamò il Laner, trionfante. Non gli aveva fatto impressione la tirata dell'America: era una delle solite frasi, tanto per dire. Ma era contento della collera di Nora, del suo sdegno che credeva tutto rivolto ormai contro lo zio Matteo, e la vita "da cani" che lo zio Matteo le faceva condurre.
—Certo! Hai ragione! Mille ragioni: bisogna finirla!
La ragazza capì subito lo sbaglio.
Come?… Crederesti che io voglia finire da una parte, per ricominciarla dall'altra?… Piantare lo zio Matteo, aver dei dispiaceri, sembrare un'ingrata, perchè? Per andare con un altro a fare la stessa vita? Anzi peggio, perchè potrebbe capitare anche la miseria dei bambini da allevare, da curare, da mantenere, per crepar d'inedia tutti insieme!—No, caro mio, no!—Io sono una ragazza onesta e preferisco dirtelo prima; finchè c'è tempo, per tutti e due. Io non mi sento nata per i sacrifici, per gli eroismi, per stentare la vita tutti i giorni; ma almeno, sono sincera, e ho il coraggio di dirlo prima, francamente. Ti sembrerò cattiva, senza cuore, leggera, quello che vuoi. Ma preferisco dirlo oggi, finchè tutti e due siamo liberi e possiamo rimanere buoni amici, piuttosto che commettere, dopo, uno sproposito, fare un colpo di testa, piantarci allora, un bel giorno, quando fossi tua moglie, e non ci potessi più resistere.
—Dio! Dio! Dio! Ma era vero?—Pietro Laner la guardò.
Nora, accesa, rossa in viso, aveva le narici e le labbra frementi, il petto ansante e in mezzo alla fronte la piccola ruga sinistra, bianca e sottile come una cicatrice.
—Dio! Dio! Dio! Ma era vero? Era Nora, la Nori che parlava così? Tutto era finito? E nel suo cuore, nella sua mente, quella parola "finito! finito!" pareva ripetersi, diffondersi; pareva prorompere, ripercuotersi nel vuoto:—Finito! Finito! Tutto era finito!… Dio! Dio! Dio!—Non aveva più forza, non aveva più voce. Soltanto quella parola, e l'idea tetra, accasciante, spaventosa.—Finito! Tutto era finito!…—Una solitudine immensa, desolata. Più ancora del dolore, della disperazione, era un senso cupo, profondo di sgomento. Morire! Morire! Oh la consolazione di poter morire, di sprofondarsi lì, sotto terra; di non vedere, non sentire, non soffrire più niente!
Il povero ragazzo, curvo, colla faccia dentro il bavero alzato del paltò, tremava tutto convulsamente; quando voleva parlare le parole rimanevano rotte dal batter dei denti. La guardò ancora, ancora…. colla vista oscurata dagli occhiali pieni di lacrime.
—Ma pure era lei…. Era Nora…. Nori, che camminava diritta, colla persona alta, bella, che pareva come illuminata dallo splendore dei capelli biondi. Era Nora, col passo ritmico e sicuro, risonante nell'ombra quieta del viale, sotto i tigli, Nora, Nori che camminava diritta, sempre diritta per la sua via, come il destino.
Pietro Laner, così misero, così infelice, si sentì vicino, accanto a Nora, ancor più oscuro, più umile; e timidamente, ma con tutto il fervore di quella grande angoscia, la pregò, la supplicò. Era la sua divinità che pregava; era la sua Madonna sfolgorante; e le domandava la grazia della vita.
—Ritorna buona!… Ritorna buona!… Ritorna la Nori, la mia Nori—e aggiunse per smuovere la sua ragione, dopo aver tentato di toccarle il cuore.—Lavorerò giorno e notte. E poi devo avere le ventimila lire.
—Ci vuol altro che le ventimila lire!—rispose Nora sorridendo sdegnosa, con un'alzata di spalle.—Lavorare?… Tu poi, che non hai il talento del mestiere, le risorse che può avere lo zio Matteo. Ci vuol altro!
A questo punto fu tutta una sollevazione, una ribellione nell'animo diPietro. Egli sentì l'offesa ancora più forte del dolore.
—Ah no! Questo no! Non ho il talento di essere una canaglia come tuo zio! Di essere un truffatore, un ladro, come tuo zio! E nemmeno di essere "onesto" a modo tuo. Di quella onestà che tu vanti. Di quella onestà che è una vergogna, una menzogna, un'infamia. Ah, l'ho capito il tuo giuoco "onesto!" ho tutto indovinato.—Innamorato sì, lo sono stato, ma imbecille no; imbecille mai!… Il tuo gioco e la tua onestà, è visibile, è chiara, è sconcia! Ti eri messa d'accordo con tuo zio per ingannarmi, e poi adesso mi pianti per i milioni del Kloss! Eccola la verità! Ecco la tua onestà!… Per essere falsa, come tu sei stata falsa con me, per trattar così bassamente dopo avermi tanto ingannato, devi essere diventata, o stai per diventare, l'amante del Kloss! Sì! L'amante del….
—Signor Laner!—intimò Nora con voce sommessa, ma così vibrata, da fermarlo sull'attimo.—Signor Laner!—Era livida, contraffatta: lo fissò cogli occhi torvi, saettanti la collera, il disprezzo, l'odio: lo vide diventar pallido, esitare…. Lo fissò ancora, poi con un'alzata di spalle, con un ultimo atto di disprezzo,—buon giorno!—borbottò seccamente, beffardamente e se ne andò piantandolo solo.
Pietro rimase immobile, muto. Lungo il viale di tigli sentì dileguarsi il fruscìo delle vesti, il rumor dei passi ritmici, sicuri. Si guardò attorno come per cercarla…. Era solo. Non si mosse, non fece un passo: rimase così, immobile e muto, senza una parola, senza una lacrima.
Matteo Cantasirena declamava, lamentando le lunghe assenze di Nora.
—Oh, si figuri!—esclamava la Gioconda.—Comincia troppo presto a predicare! Non sono ancora le due; fino alle cinque, verso l'ora di pranzo, la signorina Nora non si lascia più vedere!
Ma il Cantasirena continuava lo stesso. Costretto a restare in casa perchè gli era morto ilRinnovatore, e per paura dei "tirolesi", si sfogava a predicare l'ordine, la morale e gli ideali. Colla veste da camera color marrone, strascinando i lunghi cordoni rossi, passava dal salotto alla cucina, e dalla cucina allo studio, sempre colla voce in aria, declamando. Con Evelina, che continuava a scrivere il suo Dizionario, si sfogava contro l'ingratitudine dei "patriotti viventi" e ripeteva, forse per la ventesima volta: "Quell'asino del marchese Duranti, in sospeso!… Ha sempre amoreggiato coll'Austria!…—Ma procura di mettere un po' d'ordine su questa tavola. I piatti colle bozze di stampa, il gatto colle mie note!" "Ft!… Marche!…" e Numa spariva sotto il canapè, dopo aver ricevuto una staffilata forte, sulla groppa, colla nappa e il cordone della veste da camera.
In cucina, il Direttore guardava nelle pentole, nelle casseruole; e con un braccio attorno alla vita della Gioconda, e stringendo colla sua affettuosità paterna il bel servone contro il petto, assaggiavano insieme, sulla stessa forchetta, un pezzetto di stufato, o sorbivano il consommé un po' per uno, nel mestolino. E negli intervalli egli continuava a predicare contro "E-le-oo-nò-ra".
—Questo andare in giro tutto il santissimo giorno, senza che io sappia dov'è, dove va, cosa fa, non è bello, non è decoroso, non è morale! La gente fa presto a sparlare, e l'onore di una ragazza è subito compromesso. Se quel tanghero del signor Laner non sa imporsi, non sa mettere un po' d'ordine, ci penserò io. Vita nuova!
E diceva alla Gioconda che Eleonora non lo faceva presagir bene, perchè mancava di idealità.—Senza ideale,—e intanto continuava a stringere la serva,—l'arte diventa una fotografia, la famiglia, un albergo.
Poi, frugacchiando nello studio, gli tornava a ronzare nel cervello quella certa idea che sarebbe stata davvero colossale.—La Navigazione Cisalpina!—Perchè no?… Perchè no? Trovare un bel nome, che faccia effetto, da mettere alla testa del Comitato. Trovare un argomento, una ragione forte, incalzante per aver l'appoggio e anche i denari dal governo….—una grande campagna elettorale per esempio, fatta nel nome della "Navigazione Cisalpina" e con tutto l'esercito degli interessati….
Ma il Comitato, il bel nome, il governo, la "Navigazione" gli facevano risovvenire del più importante: delle cinquecento lire che gli doveva mandare il Brunetti; e allora andava sull'uscio dello studio e si metteva a gridare:
—MaTaddeum! Quella tartaruga diTaddeumè tornato sì o no?
Era la seconda volta che lo aveva mandato dal signor Brunetti. La prima, con una lettera in cui gli diceva che gli mandasse, intanto, anche solo quattrocento lire; poi un bigliettino:—Che si mettesse in quattro, che si facesse in pezzi, ma almeno trecento, gli occorrevano sul momento."
La Gioconda rispondeva che Taddeo non si era visto: il Direttore pestava i piedi, sbatteva gli usci, e tornava a domandare di Eleonora e tornava a predicare sulla condotta impossibile di quella ragazza senza testa e senza cuore. E sempre ripeteva con forza: "senza cuore per nessuno!"
Finì col sedersi vicino a Evelina, dopo aver cacciatoNumafuori del salotto, buttandogli dietro un vecchio ombrellino rotto.—Ft! Marche!… Quella bestiaccia infingarda e golosa non la poteva soffrire!
—Il marchese Duranti lo farò io!… E comincerò da suo padre, che ha firmato il famoso manifesto a Francesco Giuseppe!—Poi, siccome aveva volontà di sottoporre Evelina ad uno de' suoi soliti interrogatorii, di quando non aveva altro da fare, prese via la penna dalle dita umide della ragazza e abbassò il coperchio a molla del calamaio.
—Lascia un po' stare tutta quella gente! Una massa d'ingrati! Non val la pena di metterli in luce. Piuttosto bisognerà dire alla signora Eleonora, che invece di star fuori tutto il giorno, aiuti a mettere un po' d'ordine in questo salotto: faccia qualche cosa anche lei, che lavoriamo tutti!—Poi le domandò piano, rabbonito:
—Credi che Eleonora si trovi col Laner?
Evelina si tolse ilpince-nezper riposare gli occhi, e fissò lo zioMatteo, sorridendo.
—Trovarsi col Laner?—Il Laner è in gran ribasso.
—Oh!… Questo mi fa piacere!—Cantasirena si tirò colla seggiola ancor più dappresso ad Evelina.—Ce n'è un altro?
—Forse.
—Chi? Chi?…
La ragazza lanciò un'occhiata verso l'uscio della cucina: la Gioconda poteva sentire.
Matteo si alzò maestosamente, e allacciandosi i cordoni della vestaglia, col bel fiocco in mezzo al pancione, andò fin sull'uscio della cucina.
—Gioconda! Non è tornato Taddeum?
—Nossignore.
—Quel Brunetti è un inconcludente. Un vero pasticcione. "Senza fallo! Senza fallo!" e manca sempre ai propri impegni. Gente screditata! Non trovano la miseria di cinquecento lire!
Finito di brontolare, chiuse l'uscio della cucina, chiuse pure quello del salotto, e tornò a sedersi accanto all'Evelina, battendole colla mano sulle ginocchia puntute e sottili come quelle di un ragazzetto.
—Chi è? Chi è?…
—Ce ne son due.
—Due?
—Ma non so qual è dei due quello che faccia davvero, o che sia il preferito.
—E…. chi sono? Chi sono?
—Il duca di Casalbara e il banchiere Kloss.
I due nomi fecero una grande impressione: lo zio Matteo li ripetè quasi macchinalmente, scandendo le sillabe.
—Il duca, il senatore Giovanni di Casalbara? Il banchiere, il commendatore Francesco Kloss?…—Si alzò, accarezzò, prendendole fra le sue mani, le guance in sudore di Evelina, e la baciò sui capelli fini e radi, con tutto un mugolìo di tenerezza.
—Fanciulla mia cara! Raccontami tutto; tutto quanto, tutto quello che sai!
Evelina non aveva molto da raccontare, perchè poco ne sapeva, e anche a quel poco, era arrivata per induzione. La Nora era sospettosa, e stava in guardia. Temeva forse che le volesse fare la spia con Pietro Laner!
Matteo Cantasirena la interruppe:—Dunque? Dunque? Cos'hai potuto sapere?
Evelina raccontò che le erano venuti i primi sospetti, per il gran cambiamento di Nora verso Pietro Laner: le era diventato uggioso, antipatico….
—Ha ragione. Mi sono ingannato anch'io sul conto di quello spiantato!
—Sono stata attenta, e ho notato i due che passavano, ripassavano…. e quell'altra, che correva alla finestra e poi si vestiva in fretta, scappava giù, in istrada…. e i due dietro, a braccetto.
—A braccetto?… Insieme?
—Insieme.
—Lettere?… Hai visto lettere?
—No.
—Ma si trovano? Si parlano?
—Credo…. dalla Schönfeld.
—Dalla Schönfeld?… Siamo a cavallo.
Certo, Matteo Cantasirena aveva subito pensato che quei due non avevano messi gli occhi addosso alla "sua figliuola" con le più sante intenzioni, ma non dubitava punto, ad onta delle precedenti invettive, della testolina quadra, e dello spirito accorto di Nora. E intanto c'era questo di guadagnato: il matrimonio con quel pezzente, taccagno, del Laner andava in fumo.
Per guidare, e al caso far nascere gli eventi, c'era lui, lo zio Matteo, che sarebbe stato ad occhi aperti. "Era una vera passione, irresistibile?" E allora colle figliuole, col sangue di Matteo Cantasirena non si scherza!—Era una sempliceflirtation?—Il Dizionario dei "Patriotti viventi" sarebbe stato messo a disposizione del Casalbara e del Kloss… tedesco questi, ma non monta: patriotta della finanza, della fratellanza fra i due popoli e poi, come banchiere, patriotta…. internazionale!
—Ma che!—esclamò ad un tratto il Direttore, alzandosi e parlando forte, benchè parlasse soltanto a sè stesso.—Ecco il nome, il bel nome che può produrre un effetto magico!
In quel punto tornò Taddeo colla risposta del Brunetti. "Fino alle cinque era impossibile, e anche alle cinque non era sicuro."
Il Direttore corse nello studio e scrisse in fretta un terzo bigliettino.
"Finalmente, impegnando la vostra parola d'onore per il più scrupoloso silenzio, posso mettervi a parte del segreto. Vi piacerebbe il nome del senatore Giovanni di Casalbara? Oppure quello del commendatore, del banchiere Francesco Kloss?—Non dite una parola. Pensate che la più piccola imprudenza, può mandar tutto a monte. Vostro
"P.S. Consegnate, sul momento, almeno duecento cinquanta lire. Non dovevate promettere "senza fallo." In tal caso io avrei già provveduto diversamente. Ora è troppo tardi. Col Casalbara e col Kloss devo trovarmi oggi stesso alle quattro e mezzo. Salute."
—A gran carriera, dal signor Brunetti!—disse a Taddeo consegnandogli la lettera:—prendi un brum: ti darò da pagarlo al ritorno.
"Il duca Giovanni di Casalbara, senatore del regno!" E già, Cantasirena, vedeva quel nome, quei titoli in alto, sul grande manifesto del Comitato; e già mentalmente, cominciava l'articolo: "Il duca Giovanni di Casalbara, uno dei nomi più fulgidi e intemerati di quel patriottico patriziato lombardo che alleato col popolo ha iniziato le rivoluzioni, ha fatto l'Italia!" E al Governo e al Prefetto avrebbe potuto far notare che la villa di Casalbara era a cavallo tra Primarole e Castellanzo, i due collegi del Bonforti rompiscatole radicale, e del Ghirlanda, rompiscatole socialista….
—E se invece era Francesco Kloss?… Bel nome anche quello del Kloss!—Il commendatore Francesco Kloss…. "Una delle personalità più spiccate, più reputate di quella onnipotente finanza tedesca, che contribuì quanto la politica di Bismark alla solidità granitica dell'Europa Centrale…."
Ma il Kloss gli accomodava molto meno del duca di Casalbara, anzi, ripensandoci, non gli accomodava affatto.
Il Kloss era un tedesco: una zucca dura e una volpe fina. Era un uomo capace di spendere centomila lire per cavarsi un capriccio…. che però ne valesse almeno duecentomila. Invece, il duca di Casalbara, era di tutt'altra pasta; era pasta assai più maneggevole. Vecchio, della vecchia razza, avrebbe sposato anche la figlia del portinaio, quando si fosse trattato di compiere un dovere.
Quel Kloss! Quelfilonedi Kloss, gli veniva a rompere le tasche.Cosa voleva fare? Cosa ci entrava lui? Maledetti i tedeschi!L'invasione tedesca era più terribile adesso che prima del 59!
—Li abbiamo cacciati dalla porta con tanti sacrifici e ci sono entrati dalla finestra, sempre per fare i loro interessi in casa nostra!—Maledetti i tedeschi!
Intanto udì un fruscìo e il battere dei piedini nell'anticamera. Spiò dall'uscio: era Nora.
Aspettò un momento, tornò ad allacciarsi i cordoni della veste, e poi entrò nella saletta, tranquillamente.
Evelina era andata alla finestra per prendere un po' d'aria e per vedere se "quell'altra" era tornata sola. Nora veniva allora direttamente dai Giardini, dopo la scena con Pietro Laner: era ancora sossopra, imbronciata, nervosa. Non voleva parlar con nessuno. Si cacciò, rannicchiandosi, in un cantuccio del canapè.
Era il rimorso? Era un sentimento di compassione, di pietà?… Passato il primo impeto dell'ira aveva sempre dinanzi agli occhi quella faccia livida, contraffatta, straziata dal dolore. Che cosa avrebbe fatto?… Piantato da lei? Senza più un soldo? Spogliato di tutto?… Oh, lo zio Matteo aveva agito molto male con Pietro Laner!
—Sei stata dalla Schönfeld?—le domandò dopo un momento Cantasirena.
—Sì.—E la fanciulla seccata, imbronciata, non volendo più parlar con nessuno, si ritirò, si rannicchiò ancora di più nel suo cantuccio.
—Hai visto Pietro Laner?
Nora rispose con un'alzata di spalle, e perchè capissero di lasciarla in pace, prese dispettosamente un libro ch'era lì vicino e finse di leggere.
—Hai visto Pietro Laner?—tornò a domandare lo zio Matteo.
—No….—Sì.
—No, sì,—esclamò Cantasirena ridendo.—Ce n'è per tutti i gusti!
Evelina se ne andò passo passo: voleva lasciar solo lo zio con "quell'altra".
Mentre Evelina usciva, entrava Numa chetamente. Vedendo Cantasirena il gatto si fermò, non si arrischiò di venire avanti. Rimase sotto la seggiola attento, cogli occhi fissi che luccicavano.
—Io ti dirò una cosa sola,—disse Matteo Cantasirena, mettendo in ordine lentamente le carte, i libri sparsi sulla tavola.—Nelle cose serie della vita ricordati che hai uno zio, che diventa un padre….. un padre amoroso. Quando hai bisogno di aiuto, di difesa, di consiglio, eccomi qui, pronto, a braccia aperte. Tra i miei molti errori,—e sospirò—ho avuto in abbondanza tutti quelli del cuore: è per questo che non ho fatto fortuna; nel qual caso, sarei forse amato di più. Ricordati: quando si ha una famiglia non si è mai soli nel mondo. L'ideale della famiglia, dopo quello della patria, è il più alto, il più puro. E quando non c'è ideale…. non c'è idealità. È inutile dedicarsi all'arte, nemmeno all'arte gentile, appassionata del canto!
Matteo continuò a sospirare e a metter ordine nella roba del salotto.Numasi era arrischiato di venir fuori, dall'ombra. Accosciato, diritto, in mezzo alla stanza, guardava il padrone e aspettava sempre il momento di fare un salto, movendo, strisciando la coda per terra, come una biscia.
A un tratto si fermò un brum, sotto la finestra.
—Taddeo!Taddeumche ritorna!
Se quell'imbroglione del Brunetti gli aveva mancato ancora di parola, era la volta che si disgustava davvero!…
Tutti erano un po' in ansia: Evelina tornò nel salotto; la Gioconda corse ad aprire.
—E così? Ha risposto?—domandò il Direttore, aspettando Taddeo sull'uscio.
—Sissignore!—Anche il vecchio soldato era allegro: pareva si avanzasse ballando sulla gamba di legno, al suono delle medaglie.
—Qua, vediamo!—Il Direttore gli strappò la busta di mano. C'erano le duecentocinquanta lire.
—Oh, alleluia!—esclamò la Gioconda avvicinandosi colle mani sui fianchi, e aspettando la sua parte.
—Mi darai le venti lire per il dentista!—esclamò subito anche Evelina. Essa, quando c'eran denari, ne domandava sempre, per il dentista, il dottore, la farmacia Zambelletti.
—Uno alla volta! Uno alla volta! Mi raccomando! Il Direttore consegnò subito cinquanta lire alla Gioconda.—Va bene? Va bene così?
La serva, senza rispondere, se ne andò via, contando i biglietti.
—Ecco le lire venti per il dentista.
—E tu?—domandò a Taddeo, vedendolo immobile, che lo guardava e sorrideva.—Ah, per il brum!
—Per il brum…. e se potesse…. sono ancora in arretrato….
—Tutti, figliuolo mio, siamo in arretrato, cominciando dal Governo!Per oggi ti darò venticinque lire, e paga la carrozza.
—Grazie, colonnello!—esclamò Taddeo, e presi i denari se ne andò in fretta accompagnato dal tuc-tuc della gamba di legno, che batteva sull'impiantito. Anche Evelina, avute le venti lire, era sparita.
Nel salotto erano rimasti soli Matteo Cantasirena e Nora. Questa si alzò lentamente e gli andò vicino, sempre seria, sempre imbronciata.
—Anche tu?… Che cosa ti occorre?—le domandò lo zio sorridendo con affabilità paterna.
Numa, fatto sicuro da quel ritorno di quiete, di pace, saltò sul canapè e andò ad acchiocciolarsi nel cantuccio lasciato caldo da Nora.
—Tu non hai bisogno del dentista!… Per i guanti?… Per qualche nastrino?
—No; per Pietro Laner,—rispose Nora seccamente.—Manda subito un po' di quel danaro al signor Laner. Taddeo lo troverà ai Giardini o a casa sua; se no, vada a cercarlo. Non ha da mangiare.
—Che?… Se stamattina mi ha date dieci lire?
—Non ha da mangiare. Erano le ultime.
—Le ultime? davvero?…—esclamò Matteo colpito sinceramente.—Quando uno confessa di aver dieci lire, vuol dire che ne ha, almeno, cinquanta! Quel Laner è sempre stato un uomo inverosimile, fantastico!
Tornò a chiamare Taddeo e gli diede cinquanta lire in una busta, perPietro Laner.
—Sarà ai Giardini o a casa sua. Prendi un brum e gira finchè lo hai trovato.
—Va bene? Va bene così?…—tornò a domandare a Nora, quando furono soli di nuovo. Poi contò i denari che gli eran rimasti.
—Appena cento lire!—Sospirò, soffiò.—Sempre così! Non so mai misurare il cuore secondo le forze!
Il duca Giovanni di Casalbara e il commendator Francesco Kloss erano intimi fra di loro, per via delle comuni intraprese donnesche. Si erano conosciuti in casa di Madame Dupont, una vecchia parigina—forse—tutta riccioletti che tingevano come il carbone, e molto servizievole. Ma soltanto per le persone serie, ragguardevoli. Diceva ridendo, che molte volte avrebbe potuto mettersi a fare anche lei il discorso della Corona. "Signori Senatori: Signori Deputati…."
Il Casalbara e il Kloss si erano conosciuti lì; poi si erano apprezzati, scoprendosi per i due amanti della stessa donnina che costava un occhio al Casalbara e la rinnovazione di qualche cambialetta, quando c'era anche la firma solvibile della sarta o della modista, al banchiere Kloss. Da quel giorno, furono in lega. Sempre insieme, indivisibili, simpatici l'uno all'altro per i loro vizi, deridendosi reciprocamente per quel poco che ciascuno aveva di buono.
Il Kloss disprezzava il Casalbara per il fondo dolce, un po' sentimentale del suo carattere e l'orgoglioso rispetto e la venerazione quasi religiosa per il proprio nome. Il Casalbara compativa il Kloss per le sue idee moderne, per la sua grande, maravigliosa attività, per la sua febbre di lavoro, di guadagno. Erano tutti e due troppo diversi per intendersi: diversi di nascita, di temperamento e di fortuna.
La fortuna del Kloss era stato suo padre, che aveva saputo fallire a tempo e bene, mentre il suo socio si era impiccato fra i cortinaggi della camera da letto. La fortuna del Casalbara era stato il fratello Eriprando, morto a Josephstadt.
Il Casalbara era ancora giovanissimo, quando una notte, suo fratello fu arrestato, condotto a Mantova e di là seppellito nella fortezza austriaca.
I due fratelli erano orfani, e Giovanni rimaneva solo. Fu condotto a Torino da una zia, la marchesa di Castelletto-Rugarole, e a Torino, fra le signore della Corte e del bel mondo, fra emigrati, patriotti, uomini politici e giornalisti, si cominciò quasi a dimenticare il martire che languiva lontano, fra gli stenti e le sevizie del carcere, per compiangere il bel giovinettino biondo e sottile che passeggiava sotto i portici di Po, sempre vestito a lutto, sempre raccolto in una mestizia grave.
E quando giunse la notizia che il duca Eriprando era morto laggiù di patimenti e di crepacuore, si fece una grande dimostrazione sotto le finestre di Giovanni, il quale dovette uscire a ringraziare la folla plaudente. Da quel giorno, il solo, il vero martire fu lui, e dal proprio martirio ebbe, in quel periodo di baldorie nazionali, tutte le soddisfazioni, tutti i vantaggi, anche quello di un forte compenso per i beni del fratello stati incamerati dall'Austria, e la concessione di una lotteria che, affidata a mani esperte, gli fruttò un milioncino netto, senza che lui nemmeno se ne fosse accorto.
Ma se gli altri avevano dimenticato il fratello per lui, Giovanni, però, se ne ricordava sempre. Quella memoria era la sua religione, il suo culto, la grandezza più fulgida della sua razza, che discendeva dalle Crociate. Ed egli sentiva tutta l'alterezza di essere l'ultimo rampollo di quella casa, e tutta la grave responsabilità che gl'incombeva per essere il fratello di suo fratello. Soltanto la sua mente ristretta, i suoi gusti, il suo genere di vita non gli concedevano e non lo mettevano nemmeno in grado di poter compiere nulla di straordinario, di elevato. Ed egli si accontentava di andare a poco a poco in malora, pur di mantenere il lusso, il fasto della sua casa, come l'aureola, il tabernacolo degno di quella tradizione antichissima e di quella gloria recente. Il duca di Casalbara ravvolgeva la propria persona di un riserbo dignitoso che non gli permetteva di portare in pubblico i suoi vizietti: il martire superstite del martire di Josephstadt, non poteva farsi vedere colle clienti di Madame Dupont: le salutava in teatro con un sorrisetto e le mandava innanzi nel gabinettino delrestaurant, dove egli entrava poi, grave e serio, per diventare subito, appena chiuso l'uscio, tenerissimo, tutto sorrisetti, languori, moine.
Era perciò che le trattative di quei convegni venivano iniziate e condotte a termine dal Kloss. Finchè c'era da mostrarsi, era sempre il Kloss che andava avanti: quando c'era da pagare andava avanti il Casalbara. Non che al Kloss spiacesse di spendere per taccagneria; soltanto per il suo amor proprio di banchiere ci teneva a far sempre un buon affare, anche quando si trattava di godere e di divertirsi.
Quell'omiciattolo dalle gambette storte, saltellante e sghignazzante, che ficcava gli occhietti vivi addosso a tutte le donne, arricciolandosi beffardamente i baffi duri colle dita pelose, nella magrezza robusta de' suoi sessant'anni, era impetuoso e violento come un frenetico. E mentre il Casalbara finiva coll'innamorarsi sentimentalmente di tutte quelle ragazze e finiva col pagarle care per la compiacenza di credersi corrisposto, l'altro s'imponeva minacciando, le intimoriva, le maltrattava, riusciva a destare dei brividi di ribrezzo dove non c'era più da vincere alcun pudore…. e non pagava.
La sua parola aveva valore, ma soltanto cogli uomini. In affari era inappuntabile: colle donne diventava una canaglia senza scrupoli. Per lui, le donne in generale, che non scontano, non hanno facoltà giuridiche, non erano, al pari dei cavalli e dei cani, altro che animali graziosi e docili allevati per il piacere dell'uomo.
Prometteva per arrivare a' suoi fini e poi, senza scrupoli, sghignazzando, mancava di parola. Ingannava, commetteva bricconate, e se ne gloriava, nel suo linguaggio mezzo meneghino e mezzo teutono. E anche negli affari e alla sua banca, colle belle donnette, "coi pei tonnett" ne faceva di tutti i colori.
Un giorno, un suo impiegato dei più vecchi, un vedovo, solo con una figliuola, per una triste necessità, non sa più render conto d'una certa somma. Il Kloss lo scaccia e lo denunzierà al procuratore del re. La figlia sorprende il disgraziato col revolver in mano. In quella pazzia del dolore, corre dal Kloss: lo supplica, lo scongiura, si butta in ginocchio…. Il Kloss ha una sola parola, tronca, rauca; una promessa che diventa una minaccia:
—Sì, subito, o il padre in galera!—E fu un impeto bestiale, un assassinio, lì sul piccolo canapè dello studio, turandole la bocca, soffocandola colla manaccia sudicia d'inchiostro, perchè l'usciere nel corridoio non dovesse udire i gemiti, i singulti, la voce tremante, spirante, che implorava pietà.
La sera, nella cameretta del terzo piano, la fanciulla pallida, disfatta, seduta al povero desco, non toccava cibo, ma colle labbra riarse e i tremiti della febbre, cercava ancora di confortare, di consolare il babbo.
—Il signor…. Kloss aveva promesso….
In quel punto arriva un signore con due guardie. La denuncia era stata fatta un'ora dopo la promessa del perdono.
Quando il poveruomo uscì dalla porta, fra le guardie, trovò sulle pietre del marciapiede una massa di vesti e di carni in una pozza di sangue: sua figlia si era buttata dalla finestra.
Era stato Francesco Kloss a scoprire la Nora.
Un giorno, sull'imbrunire, egli passava dalla via di Santa Margherita coll'involtino dalla carta rosa, di prosciutto di San Daniele e di mortadella, ch'era stato a prendersi apposta per il pranzetto, quando addocchiò quello "splentore di pionta" che entrava nel negozio di musica del Ricordi.
"Oilà!Mi, stupito, alt!"—e si fermò a guardare attraverso i cristalli delle vetrine.
Nora, infatti, uscì poco dopo, col rotolo di musica sotto il braccio, le mani nella tasca della giacchettina blù, lanciando un'occhiata fredda ma scrutatrice sul Kloss, che—essa se n'era accorta—fingeva di guardare nella mostra per aspettarla.
Nora non lo conosceva, ma quel brutto omino, col vestito nero trasandato, infarinato di forfora, non dinotava certo di essere un gran che: e Nora continuò col passo rapido e sicuro per la sua strada, senza più badargli, nè pensare a lui.
Ma il Kloss era rimasto colpito, come gli accadeva di rado: col suo involtino di prosciutto di San Daniele che ballonzolava, tenuto col mignolo pel nastrino, continuò a seguirla passo passo…. fino a casa.
La sera stessa egli ne parlò a Madame Dupont in grande segretezza, dandole il nome della via, il numero della porta e i connotati:
—"Pussè crante che mì: i spal te matrona: un vitin te popola, capellipiontie unginger straortinarî! E…. cito col vecc."
Il Kloss, che non nascondeva i suoi sessant'anni, dava del vecchio alCasalbara che voleva nascondere i suoi sessantacinque.
—A so temp ghe tirò mi tutt' coss!
Due giorni dopo Madame Dupont gli mandava la risposta in un bigliettino che lo fece starnutire tanto era impregnato di muschio.