—Mia moglie?…
Era un sogno, una pazzia; e il pazzo, il povero pazzo era lui, lui solo!
La guardava, la guardava, la guardava…. continuava a guardarla!…
Nora ammirava, con Sua Eccellenza, il trionfo di rose e d'orchidee nel mezzo della tavola. Poi, sorridendo, rimproverò il ministro di non aver più i suoi fiori all'occhiello…. i fiori ch'essa aveva colti per lui, con lui, nel giardino.
Sua Eccellenza, che ormai aveva cominciato a prender fuoco, si schermiva, si difendeva brillantemente…. La duchessa prese due rose dal trionfo…. una l'offri al ministro, l'altra la tenne per sè, la ripose in seno, chinandosi, guardandosi mentre l'occultava sotto ai merletti, coll'agile sfiorar delle dita.
Guardava anche Sua Eccellenza, lì, dov'era nascosta la rosa e disse piano alla duchessa qualche parola che la fece arrossire nel sorridere.
Pietro Laner, sussultando, lasciò cader la forchetta, voltò la testa, ma s'incontrò negli occhi del Casalbara. Il duca lo guardava serio, attento…. eppure da quegli occhi stanchi, gravi, spirava come un senso di mestizia, di pietà.
In quel punto si udì un gran vociare, un tramestìo di sedie, poi il formidabile: Sst!—Silenzio!—di Gesualdo Arcangeli.
Cominciavano i brindisi; si alzava Matteo Cantasirena.
—Vecchio rivoluzionario impenitente….—e il Cantasirena si rivolse sorridendo verso Sua Eccellenza—metterò un po' di rivoluzione anche nella…. prammatica e il primo brindisi anzichè all'ospite illustre che ci ha onorati di una sua visita…. lo rivolgerò all'ospite—parimenti illustre—che ci ha accolti con tanta spontanea cortesia.
Il duca ebbe un brivido.—Oh, com'era amaro il pane che doveva guadagnarsi a quel modo!
—E non a te solo Giovanni mio,—tonò con nuovo impeto la voce di Matteo.—A te e ad Eriprando di Casalbara è rivolto il caldo saluto del mio cuore. La patria memore, riconoscente, scriverà sulla stessa pagina, nel libro d'oro della sua gloria e dei grandi sacrifici, il nome dell'eroe prigioniero di Josephstadt, e il nome dell'audace, del coraggioso presidente dellaNavigazione Cisalpina!
Tutti sorsero in piedi, fra lo sbatacchiare delle sedie, applaudendo, gridando evviva.
Il duca Giovanni, alzò il bicchiere colla mano tremante…. ringraziò con un sorriso che gli errava amaro, straziato fra i baffi irti, ringraziò inchinandosi col capo Sua Eccellenza, ringraziò a destra a sinistra della tavola, poi si lasciò ricadere, come accasciato sulla sedia.
—Fa troppo caldo qui…. si soffoca….—mormorò al suo vicino, per scusare quell'abbattimento.
Il Casalbara lanciò un'occhiata torva alla moglie e un'altra occhiata torva, con un lampo di ira e d'odio a Cantasirena….
—Sempre…. sempre mio fratello!… Buffoni!… Canaglie!… Lasciassero in pace…. rispettassero almeno la memoria di mio fratello!…
In quel calore, in quel frastuono, in quel vociare allegro, cordiale, espansivo dell'ora dei brindisi, in quello splendor della mensa, aveva fissa dinanzi agli occhi, come una apparizione, come una ammonizione biblica, la figura austera, ascetica del martire, rinchiuso nella segreta fredda e buia.
Il vicino lo toccò nel gomito: Sua Eccellenza si alzava in piedi, rivolgendosi al duca, col bicchiere in mano.
Il Casalbara si scosse, si rizzò sulla sedia, rigido, attento.
Sua Eccellenza si raccolse un istante, poi cominciò:
—Oggi, a Primarole, l'animo nostro si è dischiuso alle più forti, alle più audaci, alle più ineffabili gioie del lavoro: stasera un graditissimo, eletto invito, ne raccoglie qui dove la mente di Eriprando di Casalbara….—Il duca trasalì. Anche lui! Ancora quel nome! Sempre suo fratello!—ma rispose con un saluto, al saluto del ministro, che continuò—qui ne raccoglie dove la mente di Eriprando di Casalbara intuì la redenzione d'Italia, e il suo cuore palpitò di speranza e tutto l'essere suo nobilissimo, ritemprandosi, idealizzandosi nell'austera poesia del sacrificio, parve prepararsi al supremo olocausto della vita. Degno custode della grandezza antica, degno custode e continuatore della gloria fraterna, Giovanni di Casalbara onora il tempio delle memorie coi suffragi dell'intelligenza, del sapere, dell'operosità…. e qui, degna ricompensa, lo allieta la grazia, la bellezza della sua fida ed eletta compagna! A lei, alla donna, ispiratrice eterna del genio e dell'amore, ispiratrice eterna del sacrificio e delle energie, a lei, al fiore più smagliante, al più fulgido astro dell'itala cortesia, permettetemi che io levi, salutando, augurando, il mio limpido e colmo bicchiere: limpido come l'amor di patria, colmo come il nostro cuore è colmo di gratitudine, è traboccante…. spumeggiante di ammirazione!
—Viva! Viva! Alla duchessa!
—Alla salute della duchessa!—gridarono entusiasticamente tutti i convitati, soffocando persino la voce di Gesualdo Arcangeli che urlava come un indemoniato:
—Alla bionda regina di tutte le bellezze—per Dio!
E nella foga, nell'impeto, toccando il bicchiere con quello di PioCalca, gli rovesciò addosso tutto lo sciampagna.
Il Casalbara guardava qua e là smarrito, come trasognato: era stanco, affranto dalla fatica, oppresso da quel calore, stordito da quel frastuono. Il poco vino bevuto gli aveva fatto male: era un'impressione cupa, profonda di abbattimento, di scoramento…. era un'ossessione terribile.
Suo fratello!… Sempre suo fratello!… Suo fratello che usciva dalla segreta cupa e buia, suo fratello che si precipitava in mezzo a quel baccanale, in mezzo a quei trafficanti del suo nome, del suo martirio, della sua patria!… Suo fratello che cercava lui solo, che vedeva lui solo, che gli si fermava dinanzi, che lo schiaffeggiava!
…. Silenzio! Silenzio!… Sst!
E il silenzio si fece profondo: toccava a lui a parlare, toccava a lui a rispondere.
Il duca girò attorno l'occhio smarrito. Tutte quelle facce rosse, accese, lo fissavano mute, ansiose, aspettando: toccava a lui a parlare, toccava a lui a rispondere.
Si rivolse al ministro….—Cosa doveva dire?… cosa doveva dire?…Le parole gli sfuggivano, gli sfuggivan tutte, tutte, tutte!—Dio! Dio!Dio!… E bisognava rispondere, bisognava parlare!
—Eccellenza…. Amici….—borbottò.
Dio, Dio, che vuoto nella sua testa e che silenzio in quella sala!… Cercò la parola, la parola che gli mancava, che gli sfuggiva sempre…. la cercò in quei visi…. Sua moglie lo incitò a parlare con un moto impercettibile di dispetto e di collera…. Cantasirena con un atto di maraviglia,—glielo aveva detto, bastava ringraziare,—e suo fratello là, in fondo, che gli gridava:—Parla, parla, parla, fantoccio, buffone, guadagna il tuo pane!
—Eccellenza…. Amici…. Io vi ringrazio…. confuso da tanta bontà…. Io vi ringrazio commosso…. da…. da….—sentì un ronzìo nelle orecchie, tutte quelle facce gli giravano davanti…. gli si annebbiò la vista….—Da tanta bontà….—balbettò ancora, poi si lasciò cadere sulla seggiola e scoppiò in lacrime.
Rispose uno scroscio lungo di applausi, un'acclamazione prorompente, interminabile.
Tutti erano commossi, entusiasmati, esaltati. Matteo Cantasirena, soffiando, col pancione pieno, mugolando, versava lacrime e sciampagna:
—È il battesimo!… La purificazione!… Le tue lacrime, Giovanni mio, sono la purificazione della patria!—e brandendo il bicchiere come fosse una spada, una bandiera, alzandosi maestoso, solenne, imponente, "Viva l'Italia!" tuonò.
Ci fu un secondo scrosciar d'applausi, e tutte le voci, tutte le grida si confusero in un solo clamore tumultuoso, rimbombante, echeggiante fuor della sala, nel silenzio della notte, nei viali deserti:—Viva l'Italia!
Taddeo, che prendeva il fresco in giardino, si avvicinò alla finestra, guardò nella sala e gridò lui pure commosso:—Viva l'Italia!—ma nessuno l'udi.
Lo strepito, il baccano, durarono un bel pezzo. Quando il duca, per consiglio del dottor Foresti, fu accompagnato nelle sue stanze, quando Sua Eccellenza dovette andarsene in fretta e in furia col Prefetto, con Matteo Cantasirena, coi due segretari, perchè il treno partiva, gli altri commensali passarono dall'entusiasmo per Sua Eccellenza e per l'Italia, a quello più allegro, per l'amabile, per la splendida, per la divina padrona di casa!
Pietro Laner era il solo che mancava.—Dov'era andato?…
Tutti vollero toccare il bicchiere colla duchessa Eleonora, ed essa aveva per tutti una grazia che pareva un invito, un sorriso che pareva una promessa.
—Verrò un giorno a visitare il vostro studio io sola…. coll'Evelina!—diceva piano all'Arcangeli; e a Pio Calca domandava il ritratto, stringendogli la mano furtivamente.
Con monsignor Meneguzzi faceva un po' la gelosa: era gelosa delle altre signore che lo volevano tutto—tutto per loro!—E gli aveva preso l'anello da Monsignore, colla grossa amatista, lo ammirava, se l'era messo in dito, fingeva d'esserselo dimenticato e continuava a tenerselo.
Ma Pietro Laner?… Dov'era andato?
Nora soffocava; e venivano ancora a versarle dello sciampagna; tutti volevano toccare il suo bicchiere. Si sentiva in fiamme, irrequieta, palpitante, vibrante….
Ma Pietro Laner, dov'era andato?… Era partito forse?… No, no!…
—Salgo un momento!…—disse a un tratto Eleonora rivolta a Pio Calca, a monsignor Meneguzzi, a Gesualdo Arcangeli, al Fontanella, al Palazzoli, a tutta quella folla d'uomini che le si stringeva d'attorno, avida, bramosa, riscaldata dalle sue spalle nude, dalla sua bocca ridente, dalle sue trecce bionde, quasi disfatte pel loro peso e che le ricadevano sulle spalle con una mollezza tentatrice.—Salgo un momento!… Vado a vedere mio marito!… Poi torno!… torno presto!…—e sparì.
Vuotarono dell'altro sciampagna aspettandola…. ma la duchessa tardava, tardava a comparire, a ritornare….
Cos'era successo?
Giravano qua e là, dentro e fuori, aspettandola ansiosi…. e giravano soli, sperando d'incontrarla sola.
Gesualdo Arcangeli stringeva i pugni; voleva spiegarsi, voleva sfogarsi.
—Vi amo, duchessa e…. vi amo!—per Dio!
Monsignor Meneguzzi, diventato serio, sgridava e s'imponeva a Pio Calca per farlo tacere e per mandarlo a letto.
Pio Calca, brillo davvero, tutto rosso, tutto lustro, tutto molle, voleva la duchessa, chiamava la duchessa, colla voce stridula, rotta, straziata dalle risa convulse che finivano in pianto.
—Che ambizione!… Che deputazione!… Che doveri del partito!…Lei!… Lei!… Ma dov'è andata quella… quella donna!…
—Vergogna! Vergogna!—bisbigliava il monsignore con forza, sul viso di Pio Calca, per farlo tacere.—Vergogna!—La moglie altrui!… Dirò tutto alla mamma!
—E anch'io dirò—a mia mader—dov'è l'anello…. il sacro anello…. del prelato!…—e cogli occhi inumiditi e lustri, coll'aria svenevole, e ingarbugliando, strascicando le parole, continuava a ripetere, serio, ostinato:
—E sia pure la moglie altrui!… Io voglio…. la moglie altrui!
Ma nel mentre tutti gli altri aspettavano la duchessa e la cercavano nelle sale, o sul terrazzo, o in giardino, Evelina si era spinta più lontano, non per cercarla, ma per accertarsi che c'era. E senza farsi scorgere s'innoltrò lungo il viale cupo, finchè intravide di lontano nel piccolo boschetto, l'abito bianco di Nora…. E anche Pietro era là….
Allora, chetamente, essa ritornò in giardino, salì sul terrazzo e a quanti le domandavano della duchessa Eleonora rispondeva d'averla lasciata di sopra col dottor Foresti, presso il duca un po' indisposto.
E girando le sale, fece intanto le sue piccole provviste di sigarette per sè, e anche di sigari per suo marito. Si riempì la borsetta di dolci…. Poi vedendo sulla scrivania di Nora una boccettina diLavender saltscol turacciolo d'argento, la prese per sè: soffriva tanto l'emicrania!…
Portò tutta quella roba in camera sua, poi ridiscese a insaccarne dell'altra.
A Nora, il caldo, le grida, lo sciampagna avevano dato alla testa: le era balenata l'idea, come un lampo, che Pietro doveva essere in giardino ad aspettarla, e uscì di colpo.
Lo cercò…. lo vide infatti, lo raggiunse di corsa, e infilò il braccio sotto il suo, tirandoselo dietro.
—Vieni! Vieni! Vieni!
L'altro non capiva niente; la seguiva, si lasciava condurre, attonito, sbalordito.
—Vieni! Vieni! Vieni con me! Vieni con me!
E quando furono innanzi un buon tratto, nascosti, celati nel bosco, essa si fermò, lo guardò…. lo guardò…. Improvvisamente si tolse la rosa appassita nel calore, nell'odore del suo seno palpitante…. gliela schiacciò sulla bocca…. poi gli buttò le braccia al collo stringendolo, baciandolo, nervosamente, furiosamente.
—I tuoi baci!… Ancora i tuoi baci!… Tutti i tuoi baci!… Fammi rivivere! Rivivere!… Rivivere!
Pietro Laner era rimasto spaventato. Invece di rispondere a quei baci cercava di calmarla, di quietarla.
—Signora duchessa!—Ma…. non si faccia sentire!… Non parli così forte, per amor del cielo!
Essa si scostò di colpo, lo guardò seria, accigliata:
—Giurami che non partirai!
—Ma….
—Giurami che non partirai!… Devi restar qui: devi restar con me, sempre con me!
—Ma….
—Giurami che non partirai: lo voglio!—E fu lei a scuotere il Laner per le braccia. Le sue unghie gli penetravano nelle carni.—Hai capito che lo voglio?—Giura.
—No…. Non partirò….—balbettò l'altro che pareva tramortito.
—Come sei buono! Oh, sei sempre stato buono! Sei buono sempre, sempre…. tu sei buono sempre,—e Nora presa da un nuovo impeto di tenerezza tornò ad abbracciarlo, a baciarlo, a farsi baciare.—Anche i tuoi baci sono buoni,—ituoibacisì, sono buoni! Ho la smania, la febbre dei tuoi baci! Dammene tanti, tanti, tanti…. tutti…. Sono golosa de' tuoi baci….
Ma Pietro, sempre più inquieto, la baciava soltanto per calmarla, spingendo gli sguardi attraverso gli alberi, nel buio profondo di quella notte dal cielo nero senza stelle.
—La bocca tua…. ancora la tua bocca….
Pietro sentiva che Nora perdeva le forze….—Era esaltata? Impazziva?—Temeva che da un momento all'altro si buttasse per terra…. gridasse…. Tremante, spaventato, continuava a cercare, a tentare di quietarla, di calmarla….
—Ma duchessa?… Ma signora duchessa!…
—Nora! Nora! Hai capito?…—gli gridò Nora più forte, sulla faccia.
—Parli piano! Più sotto voce, per amor del cielo!
—Nora! Nora! Chiamami Nora, perchè…. perchè…. non voglio essere che Nora, voglio tornare la…. la Nora…. la Nori!… Sì! Sì!—e accesa in viso, cogli occhi stralunati, ridendo con un riso strano, convulso, e puntandosi l'indice alla fronte, ripeteva colla voce rauca:—Perchè io…. perchè io sono Nora! La tua Nori…. la Nori dei tuoi baci, dei nostri baci…. Dammene ancora…. ancora…. ancora….—Poi scoppiò in un'altra risata strana, squillante.
—Per Dio!—esclamò il Laner, scotendola forte, battendo i piedi per imporsi, per richiamarla in sè.—Cosa fai! Pensa a ciò che fai!… È pieno di gente….
—Ti amo, Pietro!… Ti amo, Pietro!
—Dio! Dio!—gemeva il Laner fuori di sè, e per farla tacere le chiudeva la bocca colla mano, ma Nora gliela baciava con tanti piccoli baci furiosi, bramosi, rapidamente, continuamente.
D'un tratto, si fermò, si curvò, tese l'orecchio….
—Senti,—mormorò sotto voce.—Senti, senti, senti….—e tenendosi con un braccio al collo del Laner, coll'altro proteso, indicò la villa.
—Qualcuno?!—domandò Pietro dando un balzo.
—Senti…. Senti….
Era il pianoforte, era Pio Calca, sorvegliato da monsignor Meneguzzi il quale, a sua volta, teneva sempre nascosta la mano senza l'anello, era Pio Calca che suonava il duetto delFaust:
"…. Dammi ancor… dammi ancor… contemplar il tuo viso…"
Nora si abbandonò, si lasciò cadere sopra un tronco di colonna rovesciata, presso l'Ercole immenso, biancheggiante nel buio come un fantasma, e scoppiò in lacrime e continuò a piangere, a piangere…. commovendosi a quella musica lontana, triste e così soave, così piena di mistero, di amore, di dolore.
—Siediti qui…. siediti vicino a me….
L'altro le sedette accanto. La vedeva più tranquilla, cominciava ad essere più sicuro, senza paura.
—Perdonami, Pietro,—gli bisbigliò continuando ad accarezzarlo, a coprirlo di baci e di lacrime, più calma, ma ancor più appassionata.—Perdonami, Pietro, io sono stata cattiva con te. Ma ero cattiva perchè ero gelosa. Ti odiavo…. perchè ti amavo. Non sono felice, sai. No, l'ho in me la mia infelicità…. è un ardore…. un ribrezzo…. una noia…. una collera…. una febbre!… Sono malata! Mi sento malata!… tanto malata!… Amami molto, Pietro!… Molto, molto, molto!—Fammi guarire…. guarire!—E ritornava ad esaltarsi, ritornava a fremere, a perdere le forze, a balbettare, battendo, ribattendo voluttuosamente, convulsamente la erre—guarrire…. guarrire…. guarrire….—Dammi i tuoi baci, ancora i tuoi baci, i nostri baci, tutti, tutti, tutti….
E Pietro che aveva trovato la sua Nora, Pietro che finalmente aveva la sua Nora, la baciava sulla bocca, sui capelli, sugli occhi, sulle spalle, come un pazzo. Anche Pietro, adesso, pregava, supplicava, implorava, delirava, anche Pietro adesso voleva tutti i suoi baci, tutti i baci, voleva vivere, rivivere, morire con lei!
E quei due, nella notte cupa, profonda, ai piedi dell'Ercole biancheggiante come un fantasma,—non sapevano più altro, non sentivano più altro che i baci, i loro baci e il loro amore.
Non sentivano nemmeno la banda di Primarole che dopo aver accompagnato Sua Eccellenza alla stazione, era ritornata alla villa, per fare una serenata al duca di Casalbara e intonava maestosamente sotto le suo finestre:
Fratelli d'ItaliaL'Italia s'è desta….
La mattina dopo, Pietro Laner, cercando di rimanere nascosto il più possibile perchè nessuno della villa lo potesse scorgere, passeggiava lungo il viale degli ippocastani.
Nora gli aveva detto:
—Aspettami in fondo al giardino, vicino al piccolo cancello, verso le dieci: usciremo insieme. Faremo una dellenostrepasseggiate.—Ti ricordi?
Pietro aspettava Nora, ma era inquieto. Le dieci erano suonate da un pezzo e Nora non compariva.
Quanto era accaduto la sera innanzi, adesso lo turbava, lo angustiava.
—Il ritorno all'amore, l'abbandono di Nora,—pensava in cuor suo,—non è stato naturale. Certo era in preda ad uno stordimento, ad una esaltazione strana….
Poi, crescendo la sua inquietudine, il suo orgasmo, perchè il tempo passava, passava, e l'altra non compariva, ebbe un impeto di collera, di sdegno, contro sè stesso; non voleva più fingere, cercare le parole per nascondere, per attenuare ipocritamente la verità.
—Nora era ubriaca, ubriaca di grida, di chiasso, di caldo…. e di sciampagna!—Ubriaca! Volle dirla tutta, volle ripeterla, chiara, la brutta parola: era ubriaca!
Ma ciò non acquietava i suoi timori, non scemava i suoi rimorsi.
Travolta nel baccano, stordita da tanta gente, costretta a parlare con tutti, a ricambiare tutti i saluti, gli evviva, i brindisi, d'un tratto le era pigliato il capogiro, ed egli aveva approfittato, abusato, di quel momento, dell'abbandono di Nora, della sua confessione!
Le dieci erano suonate da un pezzo e Nora non compariva….
—Era malata?
E se Nora, risvegliandosi…. ricordandosi…. scomparsa l'esaltazione, la demenza, provasse orrore di ciò ch'era successo?
E non veniva!… Perchè non correva a rassicurarlo, a consolarlo?
Se fosse ammalata? Se fosse sdegnata? Se avesse vergogna di sè stessa, se lo odiasse?
E Pietro non vedeva più il bel viso irradiato dall'amore, ma contraffatto dall'ira. Non più la Nori, ma la Casalbara, la duchessa, così in alto, in tutta la pompa, il fulgore di una bellezza maestosa, regale…, tutta cosparsa, circonfusa di gemme…. Ed egli se ne era impossessato, aveva abusato di lei come un miserabile, come un ladro….
—Sì! era stato lui il demente!… Era stato lui l'ubriaco!
E Nora non veniva! Non si vedeva ancora! Oh, se lo avesse amato davvero, se lo amasse, sarebbe corsa! Sarebbe lì!…
In quel punto, voltandosi quasi furtivamente, spaurito, verso la villa, vide la bella figura bianca, sotto un ombrellino rosso che scendeva lentamente dal terrazzo: Era lei!…
E appena Pietro la vide, ancora da lontano, svanirono, come per incanto, tutte le inquietudini, tutti i timori, i dubbi pazzi, fantastici! Vedendola appena, ancora da lontano, vedendola avvicinarsi diritta, tutta bianca sotto l'ombrellino rosso, col passo ritmico e sicuro, mollemente, elegantemente ondulando, svanivano le cupe immagini e lo invadeva tutto, e gli saliva dal cuore al cervello, gli saliva giubilante, festante, l'amore!
Lentamente, cercando sempre di nascondersi perchè nessuno della villa lo potesse scorgere, le andò incontro.
Essa gli accennò graziosamente del capo, e gli sorrise: quando gli fu dinanzi, ferma, sempre diritta, gli sorrise nello stendergli la piccola mano, senza guanto, profumata e fresca come un fiore, come molti fiori: e la manina non tremava, stringeva forte…. Nora non arrossiva: continuava a sorridere fissandolo, fissandolo bene negli occhi, arditamente.
Fu Pietro Laner, invece, che arrossì, sotto quello sguardo lucente, fisso, evocatore…. e abbassò il capo.
Quando tornò a guardarla, essa lo fissava ancora: non gli disse niente: gli mandò un bacio, stringendo e allungando le labbra.
Pietro lo sentì, con un brivido di piacere.
—Oh, Nori….—e disse tutto non dicendo altro che questo:—Oh, Nori.
—Ti ho fatto aspettare, non è vero?—gli domandò la duchessa colla bella voce limpida e scolpita.—Ti ho fatto aspettare! Ma se tu sapessi quell'uomo! Dio, com'è noioso! noioso! noioso! Sono passata un momento, a vedere come stava. Sai che ieri sera si è sentito malissimo? Tutta notte le palpitazioni di cuore! Quando poi è ammalato e ha paura, diventa ancora più noioso…. e più insistente. Voleva alzarsi per scendere con me in giardino! Figurati! Ho fatto due occhi al dottor Foresti! Lo terrà in letto fino all'ora di pranzo!—Stamattina! Pensa!… Aveva scelto bene la mattina per seccarmi!
E Nora sorrise ancora, ma adesso cogli occhi sfavillanti, colle nari dilatate, colla bocca rossa e umida, sulla quale pareva fremere il desiderio, dalla quale pareva prorompere la gioventù, la salute, l'amore.
—Appena ho potuto—esclamò con un'alzata di spalle—ho piantato quel noioso col dottor Foresti e con Evelina!
Pietro, a quel nome "Evelina" buttato lì così, distrattamente, si turbò: quel ridere di Nora gli sembrò sguaiato.
Intanto erano giunti presso il cancello: ma lo trovarono chiuso.
Nora, subito, si arrabbiò e pestò i piedini con furia:
—È un gran stupido quel giardiniere! Stupido! Stupido!
Passò dal viale in mezzo al giardino, guardò verso la villa, se c'era qualcuno—Nessuno!—Allora, circondando la bocca colle piccole mani cave, trasparenti al sole e scintillanti di gemme, cominciò a gridare forte:
—Oouh! Oouh!….
Il giardiniere sbucò da una siepe: vide la duchessa: capì, si battè col pugno sul capo e cominciò a correre verso il cancello, cercandosi la chiave nelle saccocce.
Nora tornò nel viale, e passando dinanzi alla selvetta e intravedendo l'Ercole tra il folto dei rami, lo indicò a Pietro, stringendogli, pungendogli il braccio con un pizzico acuto delle unghie:
—Di'?… Quel signore?… Parlerà?…
Ma subito corrugò le ciglia, diventò rossa di collera, cambiò faccia, voltandosi a strapazzare il giardiniere che sopraggiungeva in quel punto ansante, trafelato e apriva il cancello.
—Ve l'ho detto cento volte! Voglio sempre trovar aperto la mattina!Pare impossibile! Tutti poltroni!
Il Laner supplicava Nora cogli occhi perchè si frenasse, perchè smettesse di gridare: ma Nora non gli badava.
—Bere! Mangiare! E basta!—Non si pensa ad altro.
Pietro, uscito dal cancello, andò innanzi, solo, di qualche passo.
—Anche quell'uomo lì—disse Nora raggiuntolo—è un protetto del signorMatteo!
Nora gli passò dinanzi e Pietro le tenne dietro: attraversarono i campi, per raggiungere un'altra stradetta solitaria, ombrosa, chiusa fra due rive strette di ontani.
Le erbe alte, la fioritura gialla, aurata, le macchie cupe, nereggianti dei gelsi, l'azzurro carico del cielo, l'orizzonte vasto, piano, uguale, infinito, e l'accension della luce in quella giornata limpida, sotto il sole scottante, davano alla pianura lombarda, così monotona e triste, i colori intensi, le tinte fantastiche, strane, evanescenti dei paesaggi orientali.
Nora, invece di parlar d'amore, cominciò a parlare d'affari; ma quietamente, senza più arrabbiarsi.
—Sai?… Io posso dire che non mi appartengo più: sono agli ordini del signor Matteo e dellaCisalpina.—E per il signor Matteo sono stata costretta fino ad oggi a godermi quell'uomo, quel vecchio uggioso, odioso, pesante… a fingere ancora….—Ma adesso non ne posso più e basta! L'ho dichiarato anche al dottor Foresti.—Ci pensi anche lui: basta!
Tacquero; Pietro, riconoscente, si voltò a guardarla. Ma Nora non gli badava: non pensava a Pietro: era tutta intenta, assorta nel pensiero dello zio Matteo, degli affari.
—Il signor Cantasirena ci ha trovato, ci ha anticipato dei danari: e per questo si è imposto.—Sai che il Kloss, almeno pare, torna da capo a far la guerra allaCisalpina?
—No—non so niente.
Pietro Laner, non faceva mai altro nel "Consiglio" che votare come voleva il direttore: il suo posto di "segretario particolare" si riduceva a copiare delle lettere e a far il correttore di bozze alleRisorse Italiche…. l'unico posto, oltre a quello di Mariano Perego, che avrebbe dovuto essere retribuito.
—Sai,—continuava Nora con certe risatine caustiche e ciniche, in cui si rivelava ancora la figliuola dello zio Matteo in guerra coiTirolesie la maestra di canto e di pianoforte, la maestra della Schönfeld alla caccia di lezioni…. e di mariti…..—Sai, gli affari della Cisalpina, adesso che hanno fatto venire un'Eccellenza, andranno a rotta di collo!—Non si dice che i ministri del regno d'Italia sieno tutti iettatori?… È vero?—Tu che ci credi in queste cose, devi saperlo!—Ma ci vuol altro che un'Eccellenza "per sbaragliare il boemo!"
Pietro seguiva Nora ascoltandola silenzioso, tagliando coi colpi del suo bastoncino le erbe più alte, facendo scoccare dal gambo le margherite e i garofani selvatici.
Oh, anche adesso aveva ritrovata,sentiva, la Nora d'un tempo…. ma non la sua Nori buona…. la Nora scettica, aspra, cattiva!
Essa si animava soltanto quando parlava del Kloss! La sua voce allora diventava più calda; essa mostrava quasi del timore e insieme dell'ammirazione per il Kloss.
—Quello sì, è scaltro, furbo, abile! Sa frenarsi, fingere, piegarsi a tempo quando potrebbe essere battuto…. e intanto premunirsi per parare i colpi avvenire…. e prepararsi allarevanche!—Il Kloss!… Il Kloss è un uomo di talento!… Un uomo forte!… È un vero milionario!—Quello sì!—e Nora sospirò.
Che voleva dire quel sospiro, quel rimpianto?
Pietro si sentiva stringere il cuore, sentiva svanire la sua gioia. Seguiva Nora, sempre silenzioso, a testa bassa, tagliando, spezzando d'un colpo, col bastoncino, le erbe, i fiori e i ramoscelli più alti.
Quando ebbero raggiunto la piccola stradetta fra le due rive spesse di ontani, Nora si fermò un momento per respirare, all'ombra: poi ripresero il cammino…. l'uno a fianco dell'altro.
Anche Nora, adesso, taceva; era diventata pensierosa. Riandava il suo passato! Come era stata ingannata! Come si era ingannata!… E come aveva agito male con Pietro, col povero Pietro, in quel suo orgasmo, in quel suo impeto, in quella sua smania di ricchezza, di grandezza, di fasto!… Povero Pietro!—E Nora pensava a quell'altra passeggiata…. all'ultima passeggiata che avevano fatto insieme a Milano…. ai giardini…. dietro il Museo…. e rivedeva il viso pallido, straziato dall'angoscia…. sentiva quella voce rotta dall'amore, dal dolore e dalle lacrime.
—Povero Pietro!
Si voltò, guardò in fondo alla piccola stradetta, guardò innanzi…. non c'era nessuno.
—Povero Pietro!—gli si appoggiò al braccio amorosamente, si alzò in punta di piedi e lo baciò.
Pietro, sussultando, strinse Nora, tutta Nora, fra le braccia con un impeto di passione.
Essa, spaurita, si staccò da lui, divincolandosi.
Si voltò ancora a guardare in fondo della stradetta.—Non c'era nessuno! Allora tornò ad infilare la manina piccola, dalle unghiette che punzecchiavano sempre, sotto il braccio di Pietro, e di nuovo si appoggiò a lui con tutto l'abbandono.
—Hai scritto a Milano che resti qui?
—Non è possibile, cara: mi aspettano al giornale.
—Al giornale ne prenderanno un altro: fa un po' il piacere!—e fermandosi, fissando il Laner duramente gli disse:
—Voglio così! Ricordati!
Poi si placò, tornò a camminare:
—Fa un po' il piacere! Ti ha sfruttato abbastanza quel signor Cantasirena. Finisce col farti fare il correttore del suo giornale dopo aver cominciato col rubarti….—sì, sì, è tempo di dir le cose come sono….—col rubarti ventimila lire!
—No. Me le ha restituite.
—Lui?… Io!…—Nora si fermò, non aggiunse altro.
Ma Pietro capì, in quell'attimo, che le sue ventimila lire erano state pagate dal Casalbara…. dal duca…. dal marito!
Nora, vedendo Pietro così accigliato, torvo, credeva non sapesse come cavarsela, come scrivere al direttore che non tornava a Milano.
—Non far tanti complimenti, che non li merita. Telegrafa al giornale che resti a Casalbara perchè ci resta tua moglie.
—Appunto,—rispose Pietro, sempre a testa bassa:—anche per….—e fece uno sforzo per poter dire "mia moglie"… anche per mia moglie…. devo partire.
—Questo poi no!—E subito apparì e disparve, fu un attimo, la piccola ruga in mezzo alla fronte. Ma Nora tornò subito a placarsi ed esclamò con un'alzata di spalle:
—Tutte ragioni e parole inutili! Io non ti lascio partire; non voglio! Al resto pensaci tu!—E cambiò discorso ridendo, cantando, deliziandosi in quella dolce frescura, sotto l'ombra quieta e solitaria, fermandosi qua e là per raccogliere i piccoli fiorellini fra l'erba umida, rigogliosa della riva, inginocchiandosi sulla sponda, sorretta, tenuta da Pietro, per bere nel cavo della mano, come da una conchiglia rosea, l'acqua chiara, limpida, gorgogliante del rigagnolo. Poi, ad un tratto, esclamò con un piccolo grido di gioia:
—Eccola! Eccola!—La madonnina!… Sapevo che c'era!
E corse via dal Laner: corse a sedersi sotto una piccola cappelletta, diroccata, che al di là della riva, un po' innanzi nel prato, rimaneva nascosta dalla siepe alta. Quella cappelletta era chiamata dai contadini la Madonna del Sole.
—Non la vedevo più!… Credevo di essermi sbagliata!—e si chiamò il Laner vicino, mentre gli faceva posto, restringendosi, allungandosi nelle sottane rumorose e fragranti di mussolina bianca e di seta.
—Vieni qui!
Nora si era seduta sul piccolo inginocchiatoio di pietra voltando le spalle all'altare.
—Vieni qui!—E stese le mani, prendendo le mani di Pietro, intrecciando le dita, facendo forza per attirarlo a sè, dimenandosi mollemente:
—Vieni qui!
Pietro, fissando l'immagine stinta, scrostata dell'altare, esitava….Era rispetto?… Era timore?
—Vieni qui!… uomo superstizioso!…—E Nora sorrise, poi diventò più tenera e i suoi occhi si fecero di una vivezza languida, esclamando:—Uomo mio…. mio…. mio! Vieni qui! Essa lo attirò con più forza: Pietro le cadde dinanzi in ginocchio.
"Ti amo…" balbettò, guardandola, ammirandola, adorandola.
—Mio! Mio! Mio!—e Nora lo baciò nei capelli. Poi gli alzò il capo: voleva vederlo; gli parlò sulla bocca, sugli occhi, stringendolo, accarezzandolo sempre.
—Sai, quando ho cominciato a volerti bene? L'ultimo giorno, quando siamo andati in collera, dopo che mi hai fatto quella scena tremenda aiGiardini. Dio! quante me n'hai dette! Come ho sentito che mi avresti ammazzata!… E come ho sentito tutto il tuo amore! Non ti avevo mai veduto piangere; tutta notte non ho veduto che le tue lacrime, la tua faccia pallida, addolorata, furibonda! Tutta notte non ho veduto che te, non ho pensato che a te!… E ti ho desiderato…. lì…. con me. Era la prima volta; ho cominciato allora. Tu mi vuoi bene, oggi, come quel giorno?… Io di più, molto di più, di più, di più, di più!… Ma ho cominciato allora! Ed oggi sono tua, pensa, tutta tua,—tutto ciò che vuoi!—E soltanto tua!…—Capisci cosa voglio dire?—Ho cominciato quel giorno, quella notte, e poi sempre, sempre…. e durante tutto il tempo, prima di maritarmi, che noia certe volte, e che dispetto! Che rabbia! E quando ti sei ammalato?… Dio, come ti volevo bene! E dopo, quando sei guarito ed hai sposato Evelina, come ti ho odiato! Ma lei, sempre più di te! È stato allora, per avere la mia rivincita, per vendicarmi, che ho finto, persino con me stessa, d'innamorarmi di mio marito. Pensa!… Ero matta! Era un farmi venir voglia di te…. ancora di più! Poi quando ti ho rivisto la prima sera, appena ritornata a Milano, in via Santa Margherita, ho subito capito che non eri felice…. e ne fui tanto, tanto contenta! Poi ho voluto avere Evelina…. per tenerla lontana da te…. e per esser io vicina a te…. ma tutto ciò senza pensarci, senza un calcolo prestabilito….per forza!… come sapevo cheper forzadoveva finir così…. E mentre ti facevo tutti quegli sgarbi, ero sincera…. Era vero che ti odiavo! Ti odiavo, ti odiavo, perchè capivo che….per forza…. sarebbe finita così…. così. Dammi un bacio!
Quando ritornarono alla villa, fecero tutta la strada assai lentamente:Nora sempre al braccio di Pietro, gaia, giuliva, saltellante….
Pietro, invece, agitato, inquieto.
E quando di nuovo, furono dinanzi al piccolo cancello, Nora, staccandosi da Pietro per entrare, stringendo, allungando le labbra, gli mandò ancora un ultimo bacio.
—Mio, ricordati!—mormorò. E passò innanzi.
—Entrerò dall'altra parte, perchè non ci vedano insieme,—le disse ilLaner.
—Che importa?… Devono abituarsi!—esclamò Nora, e appena dentro, si appoggiò di nuovo al braccio del Laner, avanzandosi diritta, sicura, mollemente ondulando in quell'ombra calda, odorosa del viale.
Pietro era inquietissimo.
—È un capriccio!—bisbigliava.
—Che importa?… Devono abituarsi!
—Lei! Evelina!…—esclamò Pietro ad un tratto, vedendo sua moglie sbucare nel viale e correre in fretta verso di loro.—Evelina!—E di colpo, si allontanò da Nora.
La duchessa continuò a camminare tranquillamente, sempre ondulando, e facendo roteare l'ombrellino rosso, che teneva aperto, appoggiato sulla spalla.
Evelina non badò punto a suo marito: si fermò, parlò in fretta conNora:
—È arrivato un dispaccio per te, d'urgenza. Tu non c'eri, e lo portavano al duca: ma io non ho voluto. Ti ho aspettato apposta per consegnartelo subito.
—Hai fatto benissimo.
E Nora, lentamente aprì il dispaccio, e lesse a mezza voce:
"Attenzione posta: impedire Giovanni lettura giornale Italia, assolutamente!—Matteo."
Nora, non capiva: fissò Pietro Laner, interrogandolo cogli occhi stupiti.
Ma Pietro ne capiva ancor meno; non era stato attento alla lettura del dispaccio: aveva un solo pensiero, un solo spavento:
—Se mia moglie mi guarda in faccia, tutto è perduto!
Ma Evelina non gli badava.
—È chiarissimo!—esclamò.—Nell'Italiaci sarà qualche articolo contro laCisalpinache il duca non deve vedere.
—Certo!…—esclamò Nora a sua volta.—È così.
Allora la signora Laner si rivolse a suo marito:
—La posta arriva a momenti: corri a ritirare tutti i giornali: fa presto.
Pietro Laner sparì come un lampo.
—Dio, vi ringrazio! Dio, vi ringrazio!—balbettava correndo.
Era affannato da una paura strana, sciocca, irragionevole, quasi fantastica. Aveva paura delle imprudenze di Nora, di tutto ciò che Evelina avrebbe fatto per vendicarsi, della collera terribile del duca. Ma quando, coll'immaginazione, si trovò faccia a faccia dinanzi al duca, allora si fermò, si calmò, scemarono le ansie e i rimorsi.
—Oh, infine!… Dente per dente, signor duca! Nora era la mia fidanzata! Era la mia sposa! È stato lei a volermela portar via!… A noi due se vuole: e quando vuole!
Pietro sorrise fieramente: con un colpo della mano si aggiustò il cappello a cencio, poi non pensò più altro che a Nora e alla gioia d'averla, ed entrò nell'ufficio della posta, zufolando.
Nell'Italia, come la signora Laner aveva preveduto, c'era appunto un fierissimo articolo contro tutta laCisalpina, i suoi amministratori, i suoi fautori: contro il Ministro dei Lavori pubblici "che si era recato a Primarole come Arrigo IV a Canossa, umile ecolla testa nel sacco, a placare, a propiziarsi i pontefici massimi dell'estrema sinistra: contro gli onorevoli Bonforti e Ghirlanda, che messi puerilmente in apprensione da certe inabili manovre elettorali, venivano a patti e firmavano compromessi PERSINO con un signor Matteo Cantasirena!" Ma l'attacco più fiero, più sanguinoso era diretto, quantunque l'Italianon lo nominasse, contro il duca di Casalbara:
"Una vecchia insegna ritinta: una delle più goffe cariatidi del patriottismo d'occasione, di parata, di mestiere! Un martire sfruttatore del martirio altrui! Un eroe darestaurant, da camere ammobiliate, che a furia di alterigia e di prosopopea era riuscito a conservare durante una lunga vita, tutta spesa fra i bagordi e le ba….gorde, una popolarità presa a nolo durante le baldorie del cinquantanove e del sessanta, e che adesso ancora gli riusciva di sfruttare, al tanto per cento, nelle carnevalate dellaCisalpina."
—È il Kloss!—mormorò Evelina, appena ebbe finito di leggere l'articolo.
—È il Kloss! È il Kloss!—rispose Nora furente, rossa di collera.
Tutt'e due avevano scoperto il boemo nell'ispiratore dell'articolo, dalla violenza brutale dell'attacco e più ancora da quella parolacarnevalata.
Ma l'Italianon fu altro che un preludio, una prima squilla: ogni giorno capitava un dispaccio: sopprimete ilMattino: sopprimete ilRadicale: sopprimete laGazzetta Lombarda: sopprimete ilModeratore: sopprimete laDurlindana.
Matteo Cantasirena aveva paura che il Casalbara, leggendo qualcuno di quegli articoli, infuriandosi, perdesse la testa…. e mandasse le sue dimissioni da presidente dellaCisalpina, e perciò telegrafava, continuava a telegrafare: gli avrebbe soppressa anche l'aria.
E tutto questo da fare, tutta questa nuova e penosa sorveglianza, era affidata alla signora Laner.
Nora non voleva saperne: prima si era sdegnata contro quegli articoli, poi aveva detestato ancor di più suo marito che andava perdendo persino il prestigio, l'aureola del grand'uomo, che l'aveva ingannata anche in questo, e se ne vendicava col Laner.
Oh, Pietro! Pietro! Com'era stata ingiusta, pazza, quando lo aveva abbandonato!
Era sempre con Pietro, tutto il giorno: o fuori con lui a passeggiare…. fino alla Madonna del Sole…. o anche più in là.
Evelina, perciò, doveva pensar lei, a sopprimere i giornali, a rispondere alle lettere, ai telegrammi. Doveva pensar lei alla casa e al duca; Nora le aveva affidate tutte le chiavi, e perchè le avesse sempre pronte con sè, le aveva regalato anche la sua magnifica borsetta, quella colla cerniera e la catenella d'oro…. e le aveva regalato anche la cintura d'argento russo da tenerla appesa…. e anche della tela, molta tela in pezza, la magnifica tela di casa Casalbara, che Evelina aveva già fatto portare a Milano dal cavallante.
Ma anche Evelina non sapeva più come fare, cosa fare: il duca, per quanto malandato di salute e di spirito, cominciava ad arrabbiarsi per le continue assenze di Nora, a meravigliarsi di non ricevere più i suoi giornali, e diventava sempre più diffidente, più sospettoso, più inquieto.
Giunse finalmente in aiuto il dottore Foresti: era stato a Milano, avea avuto un lungo colloquio con Matteo Cantasirena, e siccome si trattava adesso di dover sopprimere al duca anche le visite, non lasciandogli veder nessuno, non lasciandolo parlar con nessuno per un paio di settimane, il dottore aveva pensato di approfittarne per intraprendere una cura seria, un regime severo, di assoluta quiete, di assoluto riposo che riteneva necessario perchè il signor duca potesse rimettersi benino.
E non c'era tempo da perdere!
Subito, appena arrivato, il dottore Foresti, scambiate quattro parole colla signora Laner, entrò con lei dal malato.
Invece di trovarlo in letto, lo trovarono in piedi.
—Oggi mi sento benino, caro dottore!…—e gli stese la mano sorridendo.
Ma il dottore lo guardò in un modo così serio che gli troncò a mezzo quel sorriso.
—Glielo dirò io…. come sta!—esclamò gravemente. Lo fece sedere, distendere sulla poltrona, gli sbottonò la giacchetta da camera; gli ascoltò il cuore a lungo, mentre lo faceva respirare; gli picchiò colle nocche di qui…. di lì…. tornò ad ascoltarlo, a fargli emettere un sospiro lungo…. lungo…. più lungo.
L'occhio del duca, in tutte quelle operazioni, era fisso sulla faccia impassibile del dottore: e gli domandava ansioso, colla voce debole:
—E così, dottore?… Dunque?… Dunque?…
Il dottore continuava a non rispondere, ad ascoltare, a picchiare.Evelina chiudeva le gelosie, abbassava i trasparenti della finestra.
—Dunque, dottore?… Sto peggio?
Finita quella visita, il duca si sentiva peggio realmente…. peggio degli altri giorni; si sentiva freddo.
—Ho un po' di febbre, dottore?
Il dottore gli abbottonò la sottoveste: gli annodò la cravatta; Evelina portò un cuscino morbido di piuma che gli accomodò dietro le spalle, e una coperta nella quale gli avvolse le gambe.
—Dunque sto male?—balbettò il Casalbara atterrito, senza fiato.—Risponda…. mi dica la verità.
—Come gli altri giorni. Ma bisogna star meglio, bisogna star bene, completamente.
L'occhiata che il duca rivolse al dottore fu lunga, ansiosa, angosciosa.
—Come sto?
Il dottore si sedette vicino al duca, mentre Evelina gli aggiustava un altro guancialino sotto il capo, e gli metteva le mani, diventate fredde, sotto la coperta.
—Caro signor duca, bisogna pensare seriamente alla sua salute. No, no!—e gli sorrise affabilmente.—Non c'è da spaventarsi. Non c'è niente di assolutamente grave: ma il male non bisogna lasciarlo invecchiare: tanto più avuto riguardo allo stato cardiaco, alle palpitazioni intermittenti. Tutto l'organismo è scosso, infiacchito. La perturbazione è generale. Oggi, ripeto, siamo ben lontani da qualunque pericolo, ma è tempo di cominciare seriamente a curarsi…. per guarire davvero, e star bene davvero. Il più leggero strapazzo, un po' di freddo, un colpo d'aria, un colpo di sole, qualunque fatica, qualunque occupazione, scrivere, leggere, parlare, determinano subito l'accesso nevralgico, i disordini gastrici, le palpitazioni. Anche il senso acutissimo di fotofobia, del quale ella si è lagnato con me, parecchie volte, è determinato da una leggera alterazione del globo oculare…. che non dev'essere trascurata.
E il dottor Foresti continuò ancora per un pezzo, poi si avvicinò sorridendo al duca, gli prese la mano, e tenendola stretta fra le sue, gli disse, incoraggiandolo con molta effusione, quasi con tenerezza:
—Da bravo: per un paio di settimane lei farà a mio modo: resterà tranquillo in camera sua, alzandosi tardi, andando a dormir presto. Le proibisco di occuparsi di affari, di ricevere visite inutili, di stancarsi in nessun modo, e per il momento,—il dottor Foresti sorrise con malizia,—per il momento ritorneremo scapoli…. schivando le occasioni…. anzi diremo meglio le tentazioni!
Il dottore tornò a sorridere: sorrise anche Evelina: ma il duca bisbigliò con tristezza:
—Sono sempre solo…. Non vede?… Ormai…. sono sempre solo!—E sospirò.
Il dottor Foresti gli scrisse un paio di ricette, e gli proibì assolutamente, severamente, di leggere e di scrivere.
—Ripiglieremo il chinino e il salicilato jodico…. e ogni ventiquattro ore, finchè il senso di fotofobia non sia totalmente scomparso, faremo qualche istillazione di un collirio di atropina. E se assolutamente le occorresse di scrivere, potrà dettare alla signora duchessa…. o alla nostra buona signora Laner.—Evelina chinava il capo arrossendo soavemente a quelle parole "la nostra buona signora e cara signora Laner"—che le potrà anche leggere qualche libro…. qualche giornale…. ma non molto, perchè la mente, lo spirito, come il corpo, non devono essere turbati, affaticati.—E il dottor Foresti concluse:—Per un paio di settimane faccia così, a mio modo: si metta nelle mani mie e della signora Evelina, e per l'inverno, al quale andiamo incontro, io le assicuro, senz'essere Mefistofele, ch'ella sarà ritornato sano, robusto e….. giovane, come Faust!
Il Casalbara, inquieto, intimorito, si abbandonò come un fanciullo che non sa vivere e come un vecchio che non sa morire, si abbandonò interamente nelle mani del dottor Foresti, che adesso veniva a Casalbara quasi ogni giorno, e della signora Laner che riceveva tutte le lettere, tutti i giornali, che vedeva tutto, che sapeva tutto, che si rendeva necessaria al duca Giovanni, com'era diventata necessaria a Nora…. e che continuava a metter via e a mandar roba a Milano.
—Almeno lei,—diceva il Casalbara alla signora Laner,—almeno lei non mi abbandoni!… Lei è buona!… A lei non fanno ribrezzo i poveri vecchi…. i poveri ammalati!…
Ed Evelina come sapeva consolarlo, colla sua voce velata, lenta, dolcissima!
—Tutti, sa, le vogliono bene!…Tutti!E la duchessa Eleonora ha un vero culto per lei, un culto di gratitudine, di devozione, di ammirazione…. di amore. Ma in questi giorni, poveretta, deve occuparsi di tutto…. e poi….—sorrideva anch'essa, ma con malizia più graziosa ed affettuosa,—anche il dottor Foresti ha un po' di colpa in questo abbandono….
Il duca scrollava il capo: sua moglie non veniva più nemmeno a vederlo…. Più, nemmeno il bacio del buon giorno, della buona notte….
La quiete, il riposo assoluto, la cura del dottor Foresti gli fecero bene davvero, e se gli occhi gli bruciavano ancora, e non poteva soffrire la luce, specialmente dopo le istillazioni del collirio di atropina, la sua mente diventava più lucida…. e non vedendo quasi più la moglie, tornava a sentire la nostalgia della sua bellezza, della sua giovinezza, della sua voce, del suo profumo!…
—Vederla!… Almeno vederla!… Almeno fosse rimasta lì con lui, qualche mezz'ora, per lasciarsi vedere…. soltanto vedere.
Ma Nora lo sfuggiva ogni giorno più: gli era diventato insopportabile, odioso; persino odioso. Le ingiurie dell'Italia, essa le aveva impresse nella mente, le bisbigliava fra sè, contro di lui.
—Era tutta una falsità quell'uomo: il suo eroismo, come la sua ricchezza: era un vecchio spiantato e un vecchio ridicolo! Come l'aveva ingannata!…
Pietro! Oh, Pietro! Pietro! Dio come lo amava!…
Perdevano la testa tutti e due: Nora non aveva più alcun ritegno.
—Suo marito? Che le importava di suo marito? Sapesse tutto: scoprisse tutto, peggio per lui! Non l'aveva ingannata, tradita, rovinata? Suo marito adesso era il solo colpevole anche in faccia ai diritti del suo cuore. Non era stata lei ad abbandonare il Laner; era stato il "vecchio" che l'aveva sedotta, che l'aveva portata via al suo Pietro!
La brava gente, i contadini, cominciavano a mormorare…. e a ridere. La selvetta dell'Ercole, la Madonna del Sole, l'albergo dellaCorona bianca, a Castellanzo, dove la duchessa e il Laner si recavano spesso a colazione, eccitavano la fantasia di tutti i novellieri rustici e sboccati del paese.
E Pietro?… Pietro amava.
Era imprudente, pazzo, colpevole: amava.
Il passato, come l'avvenire non esistevano per lui: viveva soltanto per il presente. Nora, i suoi baci, il suo amore, la sua bellezza….
E dopo? Al dopo non pensava: amava troppo per poterci pensare!
E in quella sua felicità immensa e orgogliosa dell'amore e del possesso, si sentiva buono, si sentiva forte, si sentiva generoso: era lui che doveva perdonare a tutta quella gente…. e perdonava.
Ma sfuggiva Evelina. Perchè? Non per il rimorso,—anche lei aveva troppo a farsi perdonare—ma perchè essa lo turbava, non si lasciava capire.
Era buona, sincera, o falsa?
Perchè taceva? Perchè tollerava? Perchè non era più gelosa, invidiosa?Perchè aveva tante premure per il duca? Perchè era tanto servile conNora? Perchè restava lì, perchè sopportava tutto, perchè si facevamantenere?…
Pietro, lui, alcune volte, aveva pure il coraggio di cercare, di fissare l'occhio di sua moglie, ma quell'occhio gli sfuggiva! Perchè?… Perchè sua moglie restava lì…. a farsi mantenere da Eleonora?… E lui pure, perchè restava lì, a farsi mantenere dal duca?…
Pietro aveva paura di Nora quando il suo viso si alterava e appariva contraffatto…. aveva paura di quella piccola ruga fonda e cattiva. Ecco il perchè.
Matteo Cantasirena continuava intanto a tempestare Evelina e il dottor Foresti di lettere e di telegrammi; la preoccupazione più grave, più angosciosa del Segretario Generale era sempre la stessa: era che il Presidente scoprisse la "gazzarra indecente" che dilagava contro di lui, contro laCisalpina. Ove appena il duca, il senatore Giovanni di Casalbara, avesse letto uno di quegli articoli, avesse intravisto in qual "baratro di imbrogli e di immondezze" veniva trascinato il suo nome, avrebbe certo trovato la forza di sconfessarli tutti, di rinnegarli tutti, di dimettersi senz'altro e la ribellione del duca avrebbe segnato il principio della fine.
Un giorno, finalmente, Matteo capitò egli stesso a Casalbara, accigliato, imbronciato, ma parlò soltanto con Nora, chiuso in camera con lei, in gran segreto.
—È venuto il giorno che non doveva venir mai se il mondo non fosse tutto una genìa volgare…. plebea d'ingrati, di traditori! Quel melenso del Vergani! Quell'asino del Bizzarelli!… Persino quell'eterno spiantato rompiscatole del Brunetti!… Tutta gente creata da me! messa al mondo da me! sfamata da me! Tutta gente che io stesso ho voluto nel Comitato! E adesso mi si rivoltan contro! Egoisti!… Pezzenti!… Traditori!
Nora fissava lo zio Matteo, attonita.
—Ma io?… Cosa c'entro io?…
—Quando scadevano le cambiali del Kloss, come le hai pagate?… Coi denari miei, procurati da me. Io, io ti ho dato in varie riprese centosettantamila lire! Venticinquemila stipendio di tuo marito: siamo in regola—quarantamila seconda ipoteca sul palazzo di Milano e sui fondi di Casalbara—siamo in regola. Il rimanente, centocinque mila lire, bisogna che tu me le procuri fra una settimana, più presto che puoi: per l'assemblea degli azionisti. È imminente!
—Io?… Come?—esclamò Nora colpita.
—Colla guerra che ci fa il Kloss, quel boemo nefando, non è più possibile far ballar delle cifre dinanzi agli azionisti. Urge provvedere, riparare, rifondere Bisogna tener in piedi la baracca oppure è un precipizio generale.
—E io devo trovare centocinquemila lire? Ma dove? Ma come? Devo trovarle in una settimana?
—Più presto, più presto che puoi!—replicò aspro Matteo.
Ma come fo? Come fo?… Come posso fare?—balbettava Nora tremante, convulsa.—Come posso fare?…
Matteo Cantasirena si strinse nello spalle, soffiò: poi di colpo pestò un piede per terra furiosamente.
—Per Dio!… Pensaci! Io ci ho pensato per la mia parte! Il Fontanella ha pensato per la sua. E anche tu devi pagare i tuoi debiti! E presto! Io devo ritornare sul momento a Primarole, smascherare, oppormi, sbaragliare quegli ingrati, quelle canaglie, quei sicari dellaCisalpina, sicari prezzolati, raggirati, ipnotizzati dal Kloss, da quel boemo…. purulento! Tu cerca, vendi, trova: è l'ora di metter giudizio, di finirla colle….menestrellate, e di pagare i debiti!
Nora afferrò lo zio Matteo per un braccio, fissandolo.
L'altro rispose un po' scosso da quello sguardo:
—Lo sapevi…. ti avevo detto che era stato il giro di uno dei capitali fluttuanti…. dellaCisalpina.
Nora continuò a stringergli il braccio e a fissarlo; poi gli bisbigliò sul viso, sordamente, cogli occhi torti, la bocca torta, le ciglia aggrottate:
—Per farmi fare a tuo modo mi hai assicurato che bastava pagare gli interessi….
—Lo credevo…. lo speravo!
—Per indurmi a fare a tuo modo,—continuava l'altra diventando livida, ancor più contraffatta, più minacciosa,—per trascinarmi nelle tue mene, per poter sfruttare mio marito, il suo nome, il suo titolo, il suo onore, perchè io ti servissi ciecamente, stupidamente, anima e corpo, mi hai sempre ingannata! Hai mentito con me. Sei stato falso, ipocrita, bugiardo, e credi ora di venir qui ad importi, a spaventarmi, quasi ad aggredirmi in casa mia? Ti ho mai cercato io?… Sei stato tu a venirmi fra i piedi, a offrirmi i tuoi servizi, i tuoi denari, le tue fanfaronate!… Ad avvilirmi, a violentarmi nella mia anima, nel mio cuore, nelle mie rivolte!—E Nora, spinto lontano lo zio Matteo, camminò su e giù per la stanza furibonda, fremente di collera, poi a un tratto sembrò calmarsi:—Ti devo centocinquemila lire? Sta bene: quando le avrò, te le darò; cosa c'entro io collaCisalpina?
Matteo levò le braccia al cielo…. barcollò…. poi si buttò sopra un canapè dimenandosi, torcendosi, gemendo:
—La mia figliuola!… Anche la mia figliuola!… Il mio unico affetto…. superstite!… La rovina è completa…; povero il mio Fara-Bon…. hai fatto bene a morire…. Crolla laCisalpina!Crolla la famiglia! Crolla la patria! Anche il fallimento…. l'ultimo fallimento!… Il fallimento del cuore!…—E scoppiò in lacrime continuando a dimenarsi, a rivoltarsi, mugolando sopra i cuscini del canapè.
Nora non lo guardò nemmeno; gli rispose brutalmente:
—Se non potevi…. non dovevi darmelo quel denaro.
—Ma, spensierata figliuola, tu ti sei pure compromessa in questa…. operazione! E come mi sono compromesso io e quel buon Fontanella!… Tu pure…. hai firmato…. ha firmato tuo marito….
Nora impallidì nuovamente, nuovamente aggrottò le ciglia e si avvicinò allo zio Matteo, domandandogli con un fremito crescente nella voce:
—Che cosa mi hai fatto firmare? Che cosa mi hai fatto fare?… Che cosa hai pensato, inventato…. per rovinarmi?
Cantasirena rimaneva accasciato, affranto:
—Non avvilirmi tu pure!… Non imperversare contro di me! Pensa al mio passato, splendido, glorioso, alla mia vita di sacrifici, di lavoro…. a quello che ho fatto per tutti, anche per te, e risparmiami l'ultimo colpo…. non abbeverare di fiele l'agonia delle mie più belle speranze! Se ho errato…. eccolo il solo, il grande, l'eterno colpevole!…—e si picchiò sul cuore. Poi soggiunse sommessamente, quasi umilmente, continuando a modulare la voce fra i sospiri e i gemiti:—Non ti ricordi, figliuola mia, quella nostra…. combinazione…. di Camposelice?
Nora si ricordava quel nome, si ricordava che lo zio Matteo aveva fatto firmare delle carte a lei e a suo marito, ma non si ricordava altro.
—Che cosa mi hai fatto firmare?… Che cosa?
Cantasirena cercò di calmarla,
—Forse…. basterebbe poter avere le centocinquemila lire…. solo per pochi giorni. Se laCisalpinariesce a vincere il panico, un panico artificiale, se riesce a superare la crisi, allora, non dubitare, Eleonora mia, con un nuovo spostamento di capitali, si potrà riattivarne la…. circolazione! Ma in questi giorni terribili con quel branco famelico di cani, aizzati dal Kloss, col Vergani, col Bizzarelli, con quell'ingrato del Brunetti…. morto di fame in sempiterno, siamo giunti…. alredde rationem….—E Matteo sospirò, tornò a singhiozzare:—Siamo sotto la minaccia del fallimento, della bancarotta, dei processi! Dei processi…. con tutte le loro odiose conseguenze!
—Che cosa mi hai fatto fare? Che cos'è l'imbroglio di Camposelice?
Era questo che premeva a Nora di sapere, questo soltanto.
Matteo Cantasirena allora le spiegò diffusamente, con ogni particolare quellasempliceetransitoriaoperazionedi spostamento.
Per l'urgente necessità di avere il Casalbara alla presidenza, per rimediare ad altri pasticci sociali…. e personali, Matteo Cantasirena, che credeva davvero laCisalpinauna maravigliosa fabbrica di milioni e immaginava quasi in buona fede di esserne il proprietario, aveva indotto il Fontanella ad intestare "per il momento" alla duchessa di Casalbara i vastissimi latifondi di Camposelice nel Cremonese, e appena le terre figurarono quale proprietà dei Casalbara, Cantasirena si procurò, su quei beni, a nome della duchessa, un prestito d'oltre trecentomila lire e divise la somma con Nora e col Fontanella, attendendo il momento di rimettere a suo posto il capitale…. fluttuante coi primi lucri dellaCisalpina. Ma adesso la minacciata sospensione dei lavori, la probabile liquidazione della Società, la presentazione dei bilanci indetta per l'assemblea, erano la rivelazione di ogni cosa, la rovina, il disonore, lo scandalo…. il processo.
—Sicuro, un processo,—concluse Matteo mestamente,—un processo con tutta la sua volgare teatralità! Al giorno d'oggi, figliuola mia, in che mai si può sperare? Smarrito ogni grande, ogni alto ideale, non c'è più rispetto, non c'è più gratitudine per nessuno!
A questo punto ebbe un nuovo impeto di sdegno e balzando in piedi, pestando i piedi esclamò:—No per Dio! Non valeva la pena di far l'Italia, quando chi l'ha fatta deve fallire!
Nora non gli badava più: aveva capito questo: che si era compromessa, che le centocinquemila lire occorrevano assolutamente, subito, o anch'essa sarebbe stata travolta negli scandali, nei disastri dellaCisalpina, e questa volta rovinata interamente, irreparabilmente, rumorosamente.
Bisognava trovare le centocinquemila lire: a questo pensava Nora, a nient'altro.
—Come trovarle?… Dove trovarle?… E subito!… E subito!
Era presso alla finestra: Pietro nel giardino, si aggirava inquieto: aveva visto il direttore imbronciato e temeva che avesse tutto scoperto, temeva che il loro amore e le loro imprudenze fossero la causa di quella collera, l'argomento di quel colloquio che non finiva mai.
—Come trovarle?… Dove trovarle?
E la vista del Laner accresceva l'orgasmo, la smania di Nora, la sua smania di correre subito a Milano, di trovarle subito, e tornare a Casalbara ancora con Pietro…. più felice dopo quei due o tre giorni di ansietà, di angosce, nei quali non lo voleva vicino, perchè le sarebbe stato d'impaccio…. Oppure, appena trovate le centocinquemila lire, telegrafare a Pietro, farlo venire a Milano, rimanere con lui, loro due soli, tutta una settimana, giorno e notte!—Ma adesso, no, non bisognava dirgli nulla!—E per non vederlo, per dimenticarlo, si allontanò dalla finestra.—Dopo, dopo, di nuovo, tutta per lui: ma adesso non bisognava pensarci: adesso bisognava trovare i danari.
—Come?… Come trovarli? Come farò?
E rimase a lungo immobile, diritta, sola in mezzo alla stanza.
Lo zio Matteo se n'era andato chetamente.
Rimase assorta, intenta, a pensare, a pensare…. colle ciglia aggrottate, colla riga bianca in mezzo alla fronte, sempre più profonda, sinistra.
—Come trovarli? Come farò?
A un tratto ebbe un lampo di gioia negli occhi, nel viso: era la decisione.
—Sì! Il signor Galli!—-mormorò.
E lei stessa corse a telegrafargli alla stazione:
"Arrivo stasera Milano. Venga subito.