X.

"Carissimo Commendatore—(Madame Dupont teneva molto ai titoli)—Non c'è niente da fare." E gli scriveva che c'era il fidanzato, che la ragazza era di buona famiglia, figlia, nipote o parente, nientemeno, del famoso cavalier Cantasirena, e che andava tutte le sere all'opera alManzonicon una cantante ungherese, certa Edita Schönfeld, che si faceva passare per contessa. E ripeteva, ancora, prima di finire: "niente da fare, onesta a tutta prova."

—Per onesta,poco mal—borbottò il Kloss fra sè,—perfitanzato, poco mal…. ma Cantasirena!…Molto mal!

Tedesco, finanziere, affarista, Francesco Kloss vedeva i giornalisti e il giornalismo come il fumo negli occhi.

Ma Nora gli aveva fatto colpo.

—La g'ha cuel bel farin te me n'inpipp!…

Procurò di conoscere la Schönfeld per avere altre informazioni, e queste furono assai meno scoraggianti. Nora non era sorvegliata: Matteo Cantasirena non se ne curava: non era innamorata del suo fidanzato. Essa era una ragazza positiva e ambiziosa: il suo sogno sarebbe stato di spendere, di sfoggiare, di far la gran signora!

Francesco Kloss, arricciandosi i baffi, pensava che il sogno era bello, ma costava caro.

—El vecc! el vecc!… Mioponamico Casalbara!—esclamò con un ghignetto.—Il Casalbara, al solito, avrebbe filato il perfetto amore…. avrebbe creduto di essere corrisposto…. e una volta che il Casalbara fosse diventato ilcerente responsabile, pensassimiper aferla in te le man!"

Quella sera all'Eden, mentre il duca batteva graziosamente le punta delle dita inguantate ad una canzonettista dell'Orpheum, il Kloss lo fermò a mezzo del suo entusiasmo, e gli parlò dellasplentitapopola che aveva visto uscire dal negozio Ricordi: ne parlò più tardi a cena, ne parlò il giorno dopo, e quando lo vide un po' riscaldato, lo condusse alManzonie gli fece vedere labella popolanel palchetto della Schönfeld.

—"Maravigliosa",—esclamò il Casalbara, dandosi un colpetto di mano ai ricciolini biondi, alzandosi in piedi per farsi vedere, e fissando Nora col canocchiale.

—Una fera primizia da imperator!

Nora, dopo aver guardato il Kloss (omai sapeva chi era), fermò lo sguardo sul Casalbara, tutto ingommato, tutto attillato, tutto legato nell'abito nero e nelgiletbianco a cuore. L'occhio profondo di Nora si fissò lungamente sul biondo senatore, ed ebbe una carezza così calda, così penetrante che gli fece sentire un dolorino acuto sotto il ginocchio, fasciato di lana.

—Maravigliosa,—ripetè il Casalbara con due o tre altri colpetti della mano ai ricciolini gialli; poi odorò il mazzo di violette che aveva all'occhiello, si grattò leggermente il ginocchio colla punta delle dita e tornò a fissarla coll'occhialetto.

—Vi guarda,—gli disse Kloss.

—Saprà che sono il duca di Casalbara.—E cominciò a filare con Nora e Nora con lui, mentre Francesco Kloss stava attento a tutti e due ripulendosi le unghie nere collo stecchino da denti, che, dopo pranzo, portava sempre con sè, per quell'uso, nel taschino del panciotto.

Finita l'opera, aspettarono la Schönfeld e Nora sotto l'atrio del teatro.

Passandogli vicina, così alta, così bella, così bionda, Nora non guardò il Casalbara, ma arrossì abbassando un po' il capo.

—Una fera primizia da imperator!—ripetè il Kloss, dandogli un altro colpo nel gomito.

Il giorno dopo cominciarono a passare sotto le finestre, il Casalbara ancora più roseo, più biondo, colle scarpettine dal tacco alto che scricchiolavano.

Nora era alla finestra. La sera tornarono alManzoni: Nora era in teatro, e all'uscita arrossì ancora di più, ma questa volta, prima di abbassare il capo, guardò il duca alla sfuggita.

Il Casalbara era rimasto palpitante, tremolante: il suo cuore tornava a battere forte come i primi anni, a Torino, quando il martire giovinetto, biondo ed esile, passeggiava melanconicamente sotto i portici di Po.

Quella ragazza così fiorente e bianca e rosea nel candor verginale, quella bellissima fanciulla bionda che lo guardava arrossendo, timidamente, e che timidamente arrossendo, pareva innamorarsi, gli recava tra mezzo i brividi occulti della passione, gli incanti più dolci e più soavi…. come un vago risveglio, un rifiorir gentile, come l'aura tepida, olezzante che annunzia il ritorno di una nuova primavera.

Il Casalbara perdeva il giudizio e il riserbo. E quel primo giorno che si trovò colla Nora in casa della Schönfeld, quando sopravvenne Pietro Laner a guastare la festa, egli ebbe un impeto di furietta gelosa; la gelosia astiosa, rabbiosa, tormentosa dei vecchi contro un amante giovane.

—Se non fate presto—brontolò il Kloss, vedendolo imbronciato, coi baffi irti, i ricciolini scomposti, e la pelle diventata grinzosa e livida sotto la pomata,—se non fate presto, quel montanaro dalle spallequatreve la portafia!

—È il mio martirio!… la mia tortura!—esclamò il Casalbara, dolorando e colla voce stridula.—"Ma santo Iddio, come si fa quando per disgrazia è una ragazza onesta!… È la prima volta che…. mi capita!… Proprio quella lì!… Col mio nome…. nella mia condizione…. non posso farla duchessa!…

—"Io lemettessiin ordine unapalazzettamagnifica. Io lecomperassiunavittoria. Ioavessila più bella donna di tutta Italia!"—E aggiunse con malizia che le giovanette inesperte s'innamorano facilmente dell'eleganza, della dolcezza, deipei parolett, deipei regalitt, degli uomini maturi, stagionati, ma bisogna approfittarne finchè sono….in tell'error.

—Ma…. il padre…. suo zio, quello che è?…

—Poco mal:lapatronaè laracazza! Contenta lei, tutti contenti. Ioparlassicon lei,diretto, domani, subito.

Il giorno dopo, ritornarono dalla Schönfeld, e, naturalmente, si trovarono con Nora: essa portava le violette regalatele dal Casalbara il giorno innanzi.

Il Kloss cominciò a ridere, a scherzare colla Schönfeld, un donnone rumoroso e traballante, dal petto enorme. La Schönfeld era piena di debiti, e contava un poco sul Kloss e molto sul Casalbara per poterli pagare; contava moltissimo anche sulle raccomandazioni del cavalier Cantasirena, per essere scritturata da un impresario dell'America.

Il Kloss continuò per un pezzo a perseguitare la Schönfeld, a correrle dietro per le stanze, a volerla abbracciare; e intanto Nora e il Casalbara, tutti e due vicini, tutti e due quieti dietro le tende della finestra, continuavano a parlarsi….

—Lanciata la vostrabrafa dichiarazion?—gli domandò il Kloss, appena furono soli in via Manzoni.

—Capisco che ci tiene, capisco che è innamorata…. ma santo Iddio, non posso dirle: vi amo, siate la mia amante, e non voglio nemmeno dirle: vi amo, siate mia moglie.

—Oh questo no!—esclamò l'altro vivamente.—Non faretede sti racazzat!—Questo non lo voleva nemmeno il Kloss. Amante del vecchio Casalbara l'avrebbe tenuta nelle mani colle buone o colle cattive, duchessa di Casalbaraafrebbefinito a far lastupitacon qualche ufficialetto dicafalleria!

E gli fece capire che bisognava agire e parlare nello stesso tempo. Dopo, quando fosse diventata la sua amante, non poteva più pretendere di diventare sua moglie.

Agire e parlare nello stesso tempo!… Il Casalbara era un po' perplesso e inquieto per molte ragioni. E anche per i rimorsi della coscienza. Non dormiva più, faceva cattive digestioni: poi finì col consolarsi pensando che anche Nora doveva ben immaginare che lui non avrebbe potuto mai sposarla, nemmeno per sogno!… Eppure essa portava sempre i suoi fiori…. e gli stringeva le mani in un certo modo…. lo guardava, lo guardava….

Un giorno, con fermezza e con lealtà, in un momento che il Kloss non poteva sentire, dichiarò alla signorina Nora che lui non avrebbe preso mai moglie…. e Nora lo guardò sorridendo, arrossendo dal piacere, e gli fece confermare quella promessa con un giuramento. La signorina aveva dunque capito che non avrebbe potuto essere altro che l'amica…. più cara, del duca di Casalbara, e che questi, non prendendo moglie, non le avrebbe mai dato una rivale.

Bisognava risolversi. La bellezza di Nora era montata anche a lui dal cuore al cervello.

Il Kloss, quantunque testa dura, aveva l'immaginazione fervida per certi intrighi. Fu lui a ideare e a preparare il colpo: la trappola per Nora.

Il Casalbara aveva parlato alle signore di un suoPleyelfamoso: per farlo vedere, per farlo provare, il Casalbara le avrebbe invitate a colazione col Kloss…. ma poi, all'ultimo momento avrebbe mandato un contro invito, a tutti, tranne a Nora. Era stato fissato che le signore, per dar meno nell'occhio, dovevano recarsi sole all'appuntamento…. una alla volta.

Il Kloss capiva che il tranello era ingenuo, ma d'altra parte, era persuaso che anche Nora aveva una voglia matta di lasciarsi prendere nella rete; e il Casalbara…. il Casalbara, ormai, non capiva più niente!

Il colpo riuscì com'era stato ideato.

—L'Edita? Non c'è l'Edita?…—domandò Nora appena entrata nel quartierino particolare del Casalbara, e fermandosi di colpo sull'uscio del salotto, tutta rossa per la corsa, per il timore che l'avessero veduta, per la confusione di trovarsi lì. Pareva esitante, dubbiosa…. pareva volesse scappar via.

—La sua Edita verrà subito, a momenti!…—balbettò il Casalbara anche lui un po' confusetto e colla vocetta tremula. Fece un po' di violenza per tirar Nora fino in mezzo al salotto prendendola per la mano e baciandogliela sul guanto nero, nuovo, inchinandosi colla più squisita galanteria.

Nora, mentre aveva sotto gli occhi i ricciolini biondastri del Casalbara attraversati dalla riga larga, rossiccia, che dal mezzo della fronte scendeva giù giù, fino alla nuca lunga, pelata, si sentì urtare da un odore troppo acuto di essenze e di pomate.

Ritirò la mano istintivamente….

—Ma il servitore?—domandò,—il servitore che era qui…. adesso?

Il Casalbara sorrise, guardandola. Il vecchio servitore, muto, rigido, era sparito silenziosamente come un'ombra, dopo aver abbassata la grossa portiera digobelin, e chiuso l'uscio imbottito, foderato di panno.

—Siamo soli…. stella—e il Casalbara sibilò la esse tanto era riscaldato,—stella divina!… Mi lasci dire questa parola, non si può trovarne un'altra per lei!… È la prima volta che il caso…. la fortuna…. siamo un momentino soli.

—Ma, l'Edita…. perchè si fa aspettare?

—Verrà subito…. anche troppo presto,—e il Casalbara sospirò.—Ha paura a restar sola…. un momentino…. con me?—E tornò a prenderle, a stringerle la manina piccola; ma l'altra si liberò vivamente, si schermì, corse via dal Casalbara, per guardarsi attorno, per veder tutto, con una viva curiosità, un'ammirazione stupefatta e sorridente, proprio da bambina.

—Dio, com'è bello qui!… Com'è tutto bello!—E saltellante, corse di qua, di là, ad ammirare i fiori splendidi, magnifici di cui il Casalbara, apposta per lei, aveva riempito il salotto. Ammirò i gingilli, i bronzi, i quadri, persino i tappeti, i mobili, e sedutasi in una grande poltrona, si godeva ridendo, a ballarci su.—Com'è bello!… E come si sta bene!… Tutto bello!

—E tutto suo!… Me compreso!—E il Casalbara, vestito di un colorino violetto, il viola che sta bene ai biondi, dalla giacca stretta ai solini della camicia un po' scollata, pareva offrirsi anche lui, come un bel fiore.

Nora sorrise a quell'offerta, ma in un modo che non voleva mica dir di no. Poi si alzò di nuovo all'improvviso e guardò nell'altra camera dove la luce era più raccolta, più discreta; dove le tende, le tappezzerie erano chiare chiare, e dove sopra una consolle bianca dorata, luccicavano nel buio un gran vassoio d'argento colmo di tartine e il cristallo dei bicchieri.

—E di là?… Cosa c'è?…—domandò Nora che si avvicinava, in punta di piedi, per guardare appunto nell'altra stanza.

Il Casalbara la fermò, prendendole questa volta tutte due le mani, e facendo più forza.

—Prima…. prima ci leveremo i bei guantini…. il bel cappellino….

—Perchè?—domandò Nora vivamente.

—Perchè? Vuol fardejeunercoi guantini e il cappellino?…"

—Ma l'Edita?… Non è ancora venuta?…

—Se non è venuta, verrà.—E il Casalbara le slacciò i bottoncini, le accarezzò le braccia nel levarle i guanti, baciandole la mano ogni volta, l'aiutò a togliersi il cappellino, e mentre tutti e due scioglievano il nastro, il Casalbara colle dita grinzose sfiorò il mento della fanciulla. D'un tratto apparì la massa dei capelli biondi, scompigliata, luminosa.

—Dio che splendore!—mormorò il duca;—pare sia entrato il sole qui dentro!—Ma in quel punto ebbe come un piccolo sobbalzo: la trafittura del ginocchio reumatizzato era stata così acuta, che credette quasi di cadere.

Il Casalbara diventò serio a un tratto, impensierito…. ammirò ancora la gran massa viva dei capelli, ma l'iperbole era stentata.

—E l'Edita?… Perchè aspetta tanto a venire?… E il signor Kloss?… anche il signor Kloss non si vede?

—Verrà…. Verranno subito…. il mio orologio corre…. un pochino!—Poi, volendo dissimulare l'oppressione, la stizza per quel dolore sempre più acuto che sentiva al ginocchio, fece un po' il geloso.

—Le preme tanto…. del Kloss?

—Dio! Dio! Così brutto, così goffo, con quelle gambette storte e le unghie nere!—esclamò Nora ridendo, saltellando, tornando tutta allegra.

—Certo…. non può dirsi un Adone!—esclamò l'altro, soddisfatto, pavoneggiandosi nella persona alta e ancora elegante.—Venga qui…. folletto, follettino!… Non può stare un po' fermo il follettino?…—E il Casalbara che voleva star comodo, per il suo ginocchio, prese Nora per una mano, poi la spinse un po' col braccio, leggermente, attorno alla vita, la fece sedere sul canapè e anche lui le si sedette accanto, vicinissimo.—Si direbbe proprio che ha paura…. a restar sola…. un momentino, con me…. che si secca….

—Oh…. seccarmi…. seccarmi no!—esclamò la fanciulla diventata seria, diventata timida. E dopo aver guardato il Casalbara arrossendo, abbassò il capo.

—Dunque…. paura di me?…—insistè il duca lusingato nella sua fatuità, nella sua leggerezza. E quantunque fosse sempre costretto a tenere la gamba distesa e quieta, strinse la bella fanciulla all'improvviso e un po' troppo forte, col braccio che le teneva dietro la vita.

Nora si alzò di colpo, liberandosi nervosamente e allontanandosi.

—Ma l'Edita?… Non viene?…—Adesso l'inquietudine appariva più forte, più viva.—Se non viene l'Edita, vado via!

—Signorina Nora, crede alla mia parola?… Crede alla parola di un gentiluomo?—domandò il Casalbara dignitosamente, ma senza alzarsi in piedi per via della gamba.

—Oh sì!—rispose Nora guardandolo con un'espressione ingenuamente incantevole, tanto era piena di fiducia e di ammirazione.—Sì! Sì! A lei sì!…

Il duca tornò a farsela seder vicino.

—È il primo momento che mi trovo solo…. che posso esprimerle tutto quel sentimento di…. di ammirazione…. di affezione che sento per lei…. E lei…. mi dica almeno una parolina sola di…. di incoraggiamento perchè anch'io….—e il Casalbara era sincero—non so più se sono un povero pazzo o…. o l'uomo più fortunato di questa terra!… Mi dica se la sua…. bontà per me posso attribuirla a un sentimento non di…. amore…. ma dibe…. bee….—e il Casalbara sospirò quelbeenevolenzacon una vocina così sottile e tremula che pareva il belato di una pecora.

—Perchè non viene l'Edita?…

Nora, questa volta, nel ripetere la domanda era distratta, pareva come presa da un orgasmo, da una perplessità inquieta, nervosa. Aveva un fremito forte nella voce alterata, e guardò il duca arrossendo, abbassando il capo più timida, fatta vergognosa, ma pure con un'espressione di tenerezza, di abbandono che traspariva anche da quell'angoscia, da quel turbamento da cui pareva presa.

—Dunque?—insistè il Casalbara, che osservava tutto e credeva di capire.—Dunque?…—E le strinse ancora la vita, ma con più garbo.

La fanciulla tornò a guardarlo, ad abbassare il capo; ma questa volta non si mosse, non scappò via.

—Dunque?… Sarò discreto…. discretissimo per oggi. Le assicuro, le do la mia parola d'onore…. non vorrò sapere…. di più…. Non le domanderò nient'altro.

Nora aveva la testina bassa, chinata sul piccolo ventaglietto giapponese che apriva e richiudeva con un tremito nervoso delle dita.

—Proprio?—domandò essa colla voce appena intelligibile, fra il respiro forte, anelante, senza osar di muoversi, senza osar di guardarlo.—Proprio?

—Lo giuro!—tornò a ripetere il Casalbara con forza, con sincerità e internamente con un senso di sollievo. Dalle prime trafitture dei reumatismi aveva temuto, aveva capito che quel giorno avrebbe avuti tutti i suoi sessantacinque anni…. non uno di meno.

—Mi dica questo soltanto, signorina Eleonora…. Mi dica se si è accorta che io…. se si è accorta del sentimento vivissimo, inestinguibile che io provo…. che ho provato per lei fino dal primo giorno, dalla prima sera che l'ho veduta…. che mi è apparsa sfolgorante, come una regina, alManzoni. Se n'è accorta?… Se n'è accorta?—Le si tirava così vicino che Nora ne sentiva la gravezza dell'alito, mista a un odor di menta.

—Se n'è accorta?… Mi dica per oggi soltanto questo…. e per oggi basta. Lo giuro, parola d'onore: e io non manco mai alla mia parola. Se n'è accorta?

Nora abbassò il capo di più; strinse, aprì il ventaglio più nervosamente, ne lacerò la carta colle unghiette e bisbigliò un—Sì—appena appena, come un soffio spirante.

—Grazie!—rispose l'altro con un sospiro: e non osò nemmeno toccarla. Fece capire alla fanciulla che aveva data la sua parola e che la sua parola era sacra. Ma in quel punto, a un tratto gli parve di vedere la faccia del Kloss, di udirne la sghignazzata alta, rumorosa. Doveva abbracciarla almeno? Baciarla?… Ma e poi?… Quella testina capricciosa si era montata—non domandava più nemmeno dell'Edita…. E poi?… Se lo assolveva dalla parola data?…—E il Casalbara non vedeva nemmeno quella maraviglia di capelli, di bellezza, di giovinezza…. vedeva soltanto il grugno da satiro del Kloss e ne udiva la sghignazzata beffarda.

Pure, bisognava fare qualche cosa. La ragazza era sempre lì vicina…. coi capelli gli sfiorava le spalle, il mento. Si decise, si alzò, e si allontanò di colpo, dissimulando l'impaccio che gli dava il dolor del ginocchio.

—Lei, è una bambina cara, cara, cara…. lei non capisce ancora niente, niente…. ma quando capirà…. allora saprà misurare l'immenso sacrificio che io le faccio in questo giorno, saprà valutare quanto costa la parola di un gentiluomo, e mi compenserà colla sua stima e… con un po' di bene…. Me lo promette?

Ma la fanciulla, invece di ammirarlo, sorrideva coi grandi occhi lucenti, tentatori. Era in mezzo al canapè, sdraiata, colla testa appoggiata alle due mani congiunte dietro, contro la spalliera, e i piedini irrequieti che uscivano incrociati sotto il vestito blù. Si vedeva anche un po' di calzetta nera, dove la gamba era più sottile.

Bisognava fare qualche cosa… o farle fare qualche cosa!

Il Casalbara aprì, cercò un dolce in una bomboniera di cristallo.

In quell'attimo, non vista da lui, il volto di Nora diventò serissimo guardando l'orologio grande del caminetto; ma quando il Casalbara le si avvicinò col piccolo dolce fra le dita, essa sorrideva come prima.

—Questo sarà il premio…. per un'altra grazia che mi deve concedere la mia regina.

Nora sporse le labbra appena, senza muoversi di più. Il Casalbara le mise in bocca il confettino delicatamente. Nora lo sorbì con delizia, sempre guardando il duca, sempre sorridendo cogli occhi vivi e umidi.

L'altro le indicò il pianoforte:

—Per me solo, tutto per me solo: l'Idealedel Tosti!

—Come vuole—rispose Nora sempre sorridente, e gli porse le due mani perchè la tirasse su.

Il Casalbara gliele prese fino al braccio.—Uno…. due…. tre!—e appena Nora, fu su, in piedi, la strinse con un braccio attorno alla vita, e la condusse, mentre l'altra si faceva un po' trascinare, verso il pianoforte.

—Tutto per me…. solo per me.

E quando la fanciulla seduta al pianoforte, cantando e accompagnandosi, cominciò colla voce calda di contralto: "Caro ideal…. torna a sorridermi ancora…." il Casalbara in estasi, gongolante, cominciò a cantare anche lui, colla vocetta tremula da pecora:

—"Ca-a-a-ro ideal…. Caa-a-ro ideal…."—mentre col palmo della mano si faceva un po' di massaggio al ginocchio reumatizzato.

Era bella, Nora! Che splendore di ragazza! La voce era penetrata persino nelle ossa al Casalbara. Standole di dietro, mentre essa era seduta sullo sgabello, e si chinava accompagnandosi, egli le vedeva il collo morbido, fin giù, dove comincia la curva delle spalle. E la gran massa dei capelli biondi, e la nuca candida col nimbo dorato dei riccioletti nascenti, e il seno rigoglioso e forte che si alzava, col vibrare della nota appassionata; e quell'odore di giovane, e quell'odore acuto di bionda, tutto lo accendeva…. anche il ricordo, l'immagine, la gelosia astiosa, tormentosa, contro quel mascalzone, quel montanaro dalle spalle quadre che la voleva sposare per forza. La vocetta del Casalbara, nel cantare il "Ca-a-ro idea-al" tremava sempre di più, stonava maledettamente. Ci fu un punto in cui lo prese come una vertigine improvvisa e non sentì più nemmeno i reumi.

—Sarà quel che sarà,—pensò, risoluto ormai al gran colpo. Ma tremava tutto nell'orgasmo di quell'eccitamento improvviso, che gli era montato alla testa come un bicchier di Sciampagna.—Sarà quel che sarà, e chiuse il pianoforte.

—Perchè?—domandò Nora meravigliata, alzandosi.—Cosa succede?

—Andiamo…. di là. Non vuol mangiare una tartina, con un ditino diXerez?

—Ma l'Edita?… Il Kloss?… Dunque non vengono?—esclamò Nora, guardandolo, fissandolo.

—Sì…. non so…. sono anch'io…. stupito…. L'avranno magari anche fatto apposta….

Nora diventò triste, abbassò il capo. Ormai si era compromessa…. l'avevano compromessa.

—Venga di là…. un ditino di Xerez…. e c'è anche un piccolo ricordo…. per lei.

Nora, muta, triste aveva abbassato il capo, presa da una grande confusione, da un grande avvilimento. Il Casalbara, sempre tenendola abbracciata alla vita la condusse nella stanza più raccolta, più discreta. Era tutta chiusa dalle tende, e fra le tende, i cortinaggi, le trine, a poco a poco, in fondo, dov'era quasi buio, appariva l'alcova.

—Qui…. cerchi qui….—le disse il Casalbara avvicinandosi al piccolo tavolino, dinanzi a un gran sofà basso, tutto circondato da cuscini ammonticchiati.—Sieda qui con me e cerchi in questo cassetto; poi prenderà una gocciola di Xerez, poi scapperà via!

Nora si lasciò condurre quasi macchinalmente. Il duca la fece sedere con lui, e mentre allungava la gamba, che gli tornava a dolere, aprì il cassettino e la forzò a mettere la mano dentro, sopra un astuccio di velluto.

Nora lo lasciava fare e non parlava.

—Cos'è?… Vediamo cos'è?…

Dall'astuccio il Casalbara levò un filo di perle con un piccolo fermaglio di brillanti.

—Oh le perle!… Le perle!… Dobbiamo provare se le perle stanno bene alla mia regina?… alla miabee—e tornò a belare, colla vocetta da pecora, "miabee-ellaregina!"

Le passò il vezzo attorno al collo, accarezzandole il mento colla mano.

Nora abbassò il capo: ma il duca nel chiudere il fermaglio, coll'orgasmo delle dita tremanti, le chiuse insieme, le strappò qualche capello. Nora fece una piccola mossa.—"Ahi!…"

—Oh! cara, cara, cara…. Ho fatto male alla regina mia cara, cara, cara!—e la baciò lì, fra i riccioli della nuca, vicino al fermaglio di brillanti.

—Cara, cara, cara….—e tornò a baciarla.

Nora, sempre a capo chino non si muoveva. Perchè non si moveva? Il Casalbara tenendola stretta, abbracciandola più forte, le alzò il capo per guardarla. Essa piangeva, piangeva silenziosamente, lacrime grosse, goccioloni, che le eran caduti sulle mani, sul vestito.

—Oh, bimba mia! Povera bimba mia!—esclamò il Casalbara esaltato, commosso.—Cosa c'è da piangere?… Perchè?… Ma perchè?—E con un trasporto sincero di tenerezza, e col trasporto smanioso della passione, la baciò sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, mentre continuava a domandarle:—Perchè? ma perchè, santo Iddio?… Perchè?

Nora, vivamente, gli allontanò la faccia colla mano, graffiandolo, e scoppiò in singhiozzi.

—Perchè? Perchè? Perchè non volete essere la mia regina?

Allora Nora si sfogò, balbettando, singhiozzando, ora nascondendosi il viso per la vergogna, ora torcendosi le mani per il dolore, per la disperazione.

Aveva capito tutto; la colazione coll'Edita, col Kloss, era stata un pretesto: una cosa combinata. Lui agiva così perchè non la stimava: sì, non la stimava; e aveva ragione di non stimarla: sì, con lui era stata troppo leggera, senza testa, aveva dimenticato tutto. Ma egli si era mostrato così buono, così nobile, così rispettoso…. Doveva capire che lei era una testa esaltata, malata; doveva compatirla, ma non trattarla così! E presa da un impeto di furore, si tolse convulsamente il vezzo di perle, strappandosi ancora qualche capello, e lo ricacciò nel cassetto.

—Doveva capirmi e compatirmi; non insultarmi così! No! No! No! Così no! Così no!

Il Casalbara, sempre più sbalordito, quasi quasi piangeva anche lui….

Nora parlò della sua famiglia. Oh! nella sua famiglia essa era odiata da tutti; parlò della vita agitata, angosciata ch'era costretta a condurre; dell'abbandono e insieme della tirannia che doveva sopportare. Era stata lì lì per ricordare anche quel matrimonio che le si voleva imporre, ma ne ricacciò il pensiero, e soffocò il rimorso improvviso suscitatole dalla faccia pallida, straziata di Pietro Laner. Aggiunse soltanto ch'era sempre stata infelice, e che aveva sperato in un'amicizia, in un affetto sincero, leale. Aveva sperato, sognato, di essere creduta sincera…. di essere creduta una ragazza onesta; sì, onesta! anche se gli voleva bene, perchè infine lei era libera, padrona del suo cuore e di sè stessa, e non doveva render conto di niente a nessuno, a nessuno!… Aveva sognato, sperato di essere creduta quello che era: una ragazza pronta anche a rovinarsi per una passione, ma disinteressata!

Il Casalbara gemeva, sospirava, implorava pietà.

—Le domando perdono in ginocchio! Le domando perdono in ginocchio!—continuava a ripetere, a balbettare; e una volta fuori di sè, aveva anche fatto per inginocchiarsi davvero, ma poi, aveva ritirato subito la gamba.—Non sono stato capito: non sono stato capace di spiegarmi. Dicendovi se volevate essere la mia regina, volevo dire che io sarei stato pronto per voi a qualunque sacrificio; "bee-ato"—e il Casalbara tornava a belare—"bee-ato" felice di qualunque sacrificio! La mia regina non ha che a impormi la sua volontà; tutto, tutto per lei…. e io non le domando altro che di lasciarsi adorare…. adorare in ginocchio….

Ma in questo punto il Casalbara tese l'orecchio, perchè gli sembrò udir chiamare dall'altra stanza, e Nora si spaventò subito, prima ancora che avesse potuto avere il tempo di accorgersene, di sentire, di capir niente.

—Dio! Lo zio Matteo!

—Che! Che!—esclamò il Casalbara sorridendo, sicuro; e chiuso l'uscio anche di quella camera e abbassata la portiera entrò nel salotto. Vide in fondo, dall'altra parte, il servitore pallido, sconvolto….

—Che c'è?

—Il padre…. il padre di quella signorina!…

—Imbecille! Perchè non lo hai cacciato fuori?

—Ho fatto di tutto!… Strepita!… urla!… Fa il diavolo a quattro! La gente può sentire….—Il vecchio si curvò, tese l'orecchio.—Sente, signor duca?

Dal di fuori, in fondo all'anticamera, si sentivano colpi che rimbombavano sull'uscio chiuso, e una voce che gridava:

—Domando del signor duca di Casalbara! Voglio vedere il signor duca diCasalbara!

Il Casalbara prese in fretta il cappellino e i guanti di Nora e si avvicinò all'uscio della camera da letto, dicendo piano alla ragazza:

—Prenda il cappellino, i guanti. Vada a nascondersi nell'alcova. Dietro c'è un piccolo gabinetto di toelette, vi si chiuda dentro. Poi, voltandosi al servitore gli accennò di far entrare quell'altro.

Mentre il servitore andava ad aprire, il duca si aggiustò i riccioli sulla fronte, i baffi, la cravatta, tranquillamente.

Il direttore entrò, piombò nel salotto, gli occhi fuori della testa, il cappello in una mano, il bastone col pomo d'argento nell'altra, il pancione ansante e tuonò:

—Sono Matteo Cantasirena!

Rispose calmo il Casalbara:

—Mi dica in che cosa posso servirla. Non ho mai avuto il bene di conoscerla.

—Suo fratello Eriprando, il martire di Josephstadt, quello avrebbe riconosciuto Matteo Cantasirena!

—Questa è una ragione di più per dirmi in che cosa posso servirla.

Matteo Cantasirena indicò il domestico, poi, appena quello fu uscito, andò quasi addosso al Casalbara, squadrandolo dalla testa ai piedi con un'occhiata terribile:

—Lei conosce mia figlia?… Eleonora?

—Cioè, io ho avuto l'onore di conoscere dalla contessa Edita Schönfeld, una signorina di questo nome: Ma…. non era sua figlia, mi pare; era soltanto sua nipote.

—Signor duca! Sappia che le mie nipoti diventano mie figlie quando hanno bisogno di un padre!…

—Io ho conosciuto appena la signorina Eleonora, e…. non capisco. Che cosa vuol dire?

Matteo Cantasirena si rizzò ancora più terribile: anche il lungo barbone si agitava, fremeva.

—A Matteo Cantasirena non si risponde in questo modo.

—In casa mia rispondo come più mi pare e piace: se non le accomoda è padrone di andarsene.

—Andarmene? Io?…

Il Casalbara sentiva che tutto quello sdegno, quella collera non erano sinceri. Perchè veniva lì a fargli quella scenata?… Per quale interesse? Per che scopo?Quantovoleva? In ogni modo Nora era libera di sè, padrona di sè: nè lui, nè lei, non avevano da render conto a nessuno delle loro azioni.

Per tutto ciò, quando Cantasirena tuonò per la seconda volta:Andarmene?… Io?…—il Casalbara gli rispose con maggior alterezza:

—Sissignore; e sul momento.

—….Prima vendicherò il mio sangue! L'ammazzerò!—E Matteo levò in alto i pugni formidabili e pareva volesse scagliarsi sul Casalbara fermo, sdegnoso, quando a un tratto, improvvisamente, con un grido, Nora si precipitò nel salotto: e si buttò fra le braccia dello zio Matteo supplicandolo, piangendo, accusando sè stessa, difendendo il Casalbara.

—Signorina….—balbettò il duca maravigliato, sorpreso.

Ormai Cantasirena non smaniava più. La vista di Nora lo aveva come annichilito, fulminato. Col fazzoletto bianco si asciugò le lacrime, il sudor della fronte, la vergogna, l'onta.

—Disgraziata!—balbettò, e non potè dir altro.

Anche il Casalbara era rimasto colpito stranamente. Non sapeva più cosa dire, cosa pensare; era rimasto confuso, colla testa bassa. Matteo Cantasirena che minacciava lo faceva ridere; Cantasirena che piangeva lo rendeva perplesso.

—Signorina….—balbettò,—io….

—Ma disgraziata!—esclamò ancora Cantasirena fra le lacrime,—se hai dimenticato l'onore di questo povero vecchio…. come hai potuto dimenticare Pietro Laner? Quell'uomo ti ammazzerà.

Sulla fronte di Nora apparve la piccola ruga sottile e bianca. Perchè parlavano allora di Pietro Laner? Pure riuscì a vincersi e rispose con calma:

—Non lo amo…. non l'ho mai amato.

—Signorina Nora….—tornò a balbettare il Casalbara avvicinandosi…. Ma non sapeva…. e non avrebbe potuto dir altro. Tutto era andato a finire in un modo così strano, così diverso da ogni previsione! Cosa poteva dire? Cosa poteva promettere?…

Matteo Cantasirena vinse la commozione e prendendo Nora per un braccio e scotendola forte:

—Il cappellino, i guanti,—le disse brutalmente. Poi, mentre Nora calma, tranquilla, andava a prendere la sua roba, tornò a rivolgersi al duca, ma questa volta con una freddezza dignitosa.

—Io le accordo tre giorni di tempo, per interrogare il suo cuore e la sua coscienza. Pietro Laner, che appartiene ad una delle famiglie più ragguardevoli del Trentino, uno dei più indefessi cooperatori del movimento irredentista, al presente ignora tutto quanto è successo: se si tratterà di salvare l'onore di… colei, ignorerà tutto, sempre. In caso diverso, se una macchia dovrà offuscare il nome di una Cantasirena, della fidanzata di Pietro Laner, allo spirare del terzo giorno,—e Matteo guardò l'orologio,—sono le undici—allo scoccare delle undici precise del terzo giorno, io e Pietro Laner le manderemo i nostri rappresentanti. Ai miei ho già provveduto prima di venir qui. Uno sarà il mio compagno d'armi, il generale Clemente Della Torre, l'altro il deputato Argenti.

Nora, intanto, si era messo il cappellino, i guanti, ed era pronta per uscire.

—Venite!—mormorò fremente di collera lo zio Matteo.—Datemi il braccio!—e aggiunse a mezza voce:—Svergognata!

Il Casalbara fece un altro passo, come per avvicinarsi: poi si fermò.

—Signorina Eleonora, io…—e non disse più niente. Che poteva offrire? Che poteva promettere?

Ma Nora prima di dare il braccio allo zio Matteo ebbe un istante di perplessità, di timidezza, poi risoluta, stese la mano al Casalbara e gliela strinse forte.

La fanciulla voleva dire in quel momento, con quella stretta di mano, che era fiera di avergli sacrificato tutto, il suo onore, il suo avvenire, la sua pace, forse la sua vita.

—Signorina Nora,—balbettò il Casalbara,—anch'io….—ma non aggiunse altro. Passò innanzi e sollevò la portiera…. Poi, quando Nora e lo zio Matteo furono usciti, la lasciò ricadere, e restò lì, confuso, sbigottito….

Il Casalbara andò subito in cerca del suo amico Kloss, alla banca Kloss e C.º, per confidarsi e per consigliarsi con lui.

Francesco Kloss ascoltò il duca attentamente, attorcigliandosi i baffi.Poi, d'un tratto, saltò su dalla seggiola, sghignazzando.

—Staterata! Robb de Statera!

LaStaderaera un vecchio teatro di Milano, dove si rappresentavano i drammi più impressionanti, a gran colpi di scena.

—Robb de Statera!Tutti d'accordo; ela racazza, pussè anca mò!

Francesco Kloss, subito, alle prime parole, aveva aperti gli occhi, e Nora, diventata troppo pericolosa, aveva perdute tutte le attrattive. Anche icapelli pionti marafigliosi, erano rimasti offuscati dal barbone minaccioso di Matteo Cantasirena. No, no, no!… Alla larga! Non era unaracazza, era un trabocchetto! Quella scena di seduzione, di collera e di lacrime, col sopraggiungere improvviso del padre nobile, gli ridestava più forti i primi sospetti e i primi timori. Quando non si fosse trattato altro che di denari, il Casalbara avrebbe pagato e basta; ma la furbona tirava il gran colpo; voleva farsi sposare, e quella volpe vecchia del Cantasirena teneva dalla sua! No! No! No! In tutti i pasticci che ne potevano nascere, anche lui correva il rischio di aver noie, seccature, di aver contro i giornali, di esser portato in piazza!

—A quellaracazzanon pensiamoci più:ghe n'è pussée te cent mila aMilan, ti pei tosanett!

Ma il Casalbara, povero vecchio, era preso. Quelle parole del Kloss lo ferivano nel cuore e nella vanità.

—Bene! Bene!—esclamò interrompendolo, infastidito.—Adesso non è il momento di parlare della signorina Eleonora! La signorina Eleonora non c'entra affatto nel consiglio che io sono venuto a domandarvi! Io sono stato provocato dal padre. La mia quistione l'ho col padre.

—Chepatre!—borbottò il Kloss con un'alzata di spalle.

—Collo zio!

—Che zio!

—Ebbene con…. quello che è! Con Matteo Cantasirena.

—Sto scîor,—osservò il Kloss col suo ghignetto,—è unpirpone colossal!—e si fregò le mani allegramente. Secondo il Kloss, coi birboni, in generale, era unpellissimo trattar, perchè colla prudenza e coitenarisi poteva accomodare ogni cosa.

L'altro si mostrava sempre più perplesso e meditabondo.

—Intanto…. in questi tre giorni, che cosa devo fare?

—Mistassi cito: mi stassi queto.

—E se mi manda a sfidare anche il…. quel Laner? Appartiene ad una ragguardevole famiglia del Trentino!

—Raccuardevole strazzon!—rispose il Kloss con un'alzata di spalle.

Per lui, il Casalbara non aveva nessun obbligo perchè, scientemente, non aveva offeso nessuno; ma messo al punto di doversi battere o di dover sposare la signorina Cantasirena, piuttostopattersi tieci folte!

—Naturalmente!—Di ciò era convinto anche il duca.—Ma se Cantasirena fa nascere uno scandalo?

—Con Matteo Cantasirena,cuistion te tanee: me ne incaricassi mi.Colla racazza, cuistion te tanee: mi incaricassi la signora Schönfeld.

Il Kloss non voleva più trovarsi con Nora. Aveva paura di essere travolto da un momento di vertigine, e finire poscia in quelle medesime reti, che lo zio e la nipote avevano teso, d'accordo, percuel vecc… straortinarî!

Il Casalbara era preso. Se ne andò scrollando il capo. Avrebbe pensato, avrebbe meditato; si sarebbero trovati insieme più tardi per parlarne ancora; ma intanto provava un senso di sollievo ad essere solo, a non udire più la sghignazzata plebea, oscena, che offendeva l'immagine purissima della fanciulla bionda; la fanciulla che arrossiva tremante, cogli occhi pieni di lacrime, quando lui la baciava appena sui capelli, e che si ribellava fiera e sdegnosa, offesa nella sua delicatezza e nel suo amore, quando le regalava un vezzo di perle.

E forse…. non la vedrebbe più!… Le scenate del Cantasirena, le violenze di quel montanaro odioso, sarebbero tante e tante che quella povera creatura così sola finirebbe col cedere, col sacrificarsi.

E sospirava pensando a Nora e immaginando che anche Nora avrebbe forse sospirato e pianto pensando a lui.

Quel tedesco era un barbaro, un brutale!… Non conosceva le donne; non era mai stato amato!… Nora, era troppo semplice, troppo ingenua, e si era mostrata troppo disinteressata, per non essere sincera.

Non vederla più! Non averla più lì, sola sola, nel suo salotto; così vivace e così bella quando era allegra; così cara, ingenua e appassionata quando abbassava il capo vergognosa, quando i suoi occhi diventavano mesti, timorosi, pieni di lacrime.

Non vederla più! Chissà in che stato l'avrebbe ridotta quel tanghero villano!… Le avrebbe fatto fare anche la serva….

La serva, alla sua regina!

Non aveva in mente altro che Nora: non poteva vincersi; non poteva stordirsi. Vedeva il bel corpo palpitante, quando vibravano le note calde del contralto; era tormentato da quell'odore di giovane, da quell'odore di bionda. Perchè era stato così goffo?… Così discreto?… Non era lì, sola con lui?… E così sola con lui non ci sarebbe tornata più! Si sarebbe trovata sola, tutta sola, con quel trentino che le stava dietro, che la voleva, che non avrebbe avuto tanti rispetti, nè tanti riguardi…. nè….—una voce astiosa, in fondo al cuore, soggiungeva…. nè tanti reumi!

—Portarsela via?… Andar a passare l'inverno a Nizza, a Mentone?… Anche più lontano: in Ispagna, a Madera, dove nessuno lo avrebbe conosciuto!… Essere adorato, accarezzato, da quella creatura splendida!… Quanto rumore avrebbe sollevato Eleonora nel bel mondo, e lui quanta invidia!

In fondo, anche il Kloss doveva crepare d'invidia. E il Casalbara sorrideva trionfante nella propria fatuità; ma poi tornava serio: e se dopo averla compromessa…. avesse dovuto finire a sposarla?… Avrebbe potuto abbandonare Milano…. andarsi a nascondere a Casalbara…. o nel suo palazzo a Bergamo…. accontentare il ragionier Vigliani…. fare un po' di economia…. e invece di essere solo con un servo, avrebbe avuto un angelo che gli avrebbe prodigate carezze e cure….

—E il nome?… Il nome dei Casalbara?

Così, fra le irritanti cupidige della passione senile, fra la gelosia dolorosa, gli stimoli della vanità, i timori, i pregiudizi aristocratici, e un sentimento nobile di dignità, e un impulso sincero del cuore, il povero duca passava ore agitatissime. Quella sera, per non doversi trovare col Kloss, che, certo, avrebbe sparlato di Nora, andò a far visite; e poi a letto presto. Si sentiva stanco, pieno di acciacchi.

Dormì pochissimo, sempre tormentato da Nora, dai soliti pensieri, dalle solite incertezze; e la mattina si alzò mezzo malato. Aveva palpitazioni terribili. Oh! non poteva scherzare col suo mal di cuore! Il medico gli aveva prescritto la tranquillità, il buon umore…. Anche per la salute doveva prendere una risoluzione e subito.

—Partire con lei o partir solo, ma mettersi in calma: colla salute non si scherza!

Mentre stava preparandosi la solita polverina digestiva e rinfrescante, gli giunse una lettera di Nora.

"Mi preme parlarle. Andrò dall'Edita, oggi, prima di mezzogiorno, appena potrò fuggire da questa gente. ELEONORA."

Il Casalbara versò la polverina nell'ostia bagnata, distesa sul palmo della mano. Ne fece un batufoletto, l'ingoiò, bevette un sorso d'acqua, e pensò con un sospiro di tenerezza e di compiacimento:—Povera ragazza!… È proprio innamorata!

Guardandosi nello specchio, mentre finiva la sua toeletta ed era ancora fresco di colori, di pomate, ed olezzante di profumi, egli capiva benissimo che il duca di Casalbara poteva, doveva scaldar la testa di una ragazzina poetica, un po' romantica, dal gusto molto fine e delicato, più assai di un rozzo contadinaccio!… E intanto che ammorbidiva colcold creamla pelle floscia, grinzosa delle sue mani, intanto che tagliava, limava, brillantava le unghie piatte e giallognole, egli vedeva riflettersi in tutti gli specchi il viso e la figura di Nora; di Nora bionda e buona come un angelo, viva e ridente come un folletto, di Nora, che si era appena destata con lui, appena alzata con lui….

—Che regina!… E che bel sole!… Che primavera!…

—Mah!…—Il Casalbara sospirava. Il nome, la patria, imponevano penosi sacrifici. Non fosse stato il duca di Casalbara, oh, come avrebbe mandato al diavolo tutti i pregiudizi…. e tutti i Kloss!… Se la sarebbe sposata allegramente e sarebbero andati tutti e due, soli a godersela, a vivere in pace, lontano…. in un bel paese, al caldo!

Intanto "quella stella" gli aveva scritto! L'avrebbe riveduta, sarebbero stati ancora insieme, forse soli!… Ma a questo punto anche la prudenza astuta del vecchio faceva capolino:—E il primo passo—pensava—lo ha fatto lei! La prima mossa è partita da lei! Con questa lettera, nasca quel che sa nascere, io mi salvo e sono a posto! Lei mi scrive, io sono un gentiluomo e devo rispondere. Lei mi chiama, io sono un gentiluomo e devo correre.

—Povera figliuola!… Se lui non fosse stato il Casalbara e Nora non avesse avuto quella specie di padre o di zio, nessuno avrebbe avuto da ridire anche se l'avesse sposata. Era una ragazza come tante altre! Anzi meglio di tante altre, perchè Nora era una ragazza onestissima…. e questo tutti lo ammettevano; persino il Kloss!… Oh! ma il signor Kloss, quel rospo, quel teutono, non era in buona fede!

—Vorrei vederlo al mio posto….—pensava il duca tutto ringalluzzito e gongolante.—Se soltanto Eleonora gli avesse permesso di toccarle la punta di un ditino! E i tre giorni?… Il duello con Matteo Cantasirena?

Il Casalbara continuò a sorridere.

—Se dovrò battermi col vecchio, lo risparmierò. Al caso, mi lascierò anche ferire…. leggermente.

Si sentiva bene. Era cessato il mal di cuore: era una bella giornata; erano scomparsi anche i reumi, e mentre Andrea, il vecchio servitore, ammesso ai segreti de' suoi amori e de' suoi cosmetici, gli cingeva attorno alla vita la fascia a maglia, con gli ossicini di balena, il Casalbara, tutto rapito coi pensieri dietro alla bella fanciulla, canticchiava "il caro ideal."

"Io ti seguii com'iride di paceLungo le vie del Cielo…."

—Stringi, Andrea!

Andrea tirò forte, tutta la cinghia: il pero epatico sparì di colpo, ma anche "l'Ideale" restò interrotto. Il Casalbara, diventato violetto, soffocava…. Era stata l'impressione del primo momento; poi ricominciò a respirare e ripigliò il canto, sebbene colla voce più tremula e più sottile:

"Torna, caro ideal, torna un istanteA sorridermi ancora…."

Quando il Casalbara andò dalla Schönfeld, anche questa era appena alzata: fu ricevuto nella camera da letto, dove la cantante stava pettinandosi. E lì, subito, cameriera e padrona, cominciarono a gridare, a strapazzarlo.

—Cos'ha fatto a quella povera signorina!—strillò la cameriera.

—Vous êtes un mauvais sujet!—esclamò a sua volta la Schönfeld mezzo in collera, mezzo ridendo.

Era seduta dinanzi allo specchio, e nel voltarsi sullo sgabello, per dargli la mano, mostrò dall'accappatoio lasciato aperto, il seno enorme, e le spalle grosse, rigonfie.

—Vous êtes un mauvais sujet!

—Se non ho potuto invitarvi a colazione, v'inviterò a pranzo.—E ilCasalbara l'adocchiava galantemente, ma soltanto per farle piacere.

—Che colazione!…

—Jamais! Jamais! Vous êtes un mauvais sujet!

—Perchè santo Iddio? Perchè?—E il Casalbara continuava a fare l'ingenuo, il modesto.

—Lei può vantarsi d'averla stregata, quella povera ragazza.

—Vous l'avez ensorcelée!

—Niente affatto, parola d'onore!

Ma la cameriera continuava a minacciarlo col pettine, e la padrona colle occhiatacce.

—Vous êtes un malin!—esclamò in fine la Schönfeld, alzandosi di colpo.—Andate ad aspettarmi nel salotto. Vi devo parlare.

—Perchè mandarmi via?—E il Casalbara continuava ad adocchiare il contessone tremolante sotto l'accappatoio.—Perchè non posso star qui?

—C'est joli ça!Perchè mi devo vestire.

—Allora non mi muovo!—E il duca sedette sopra una poltroncina bassa, vicino allo specchio, mentre padrona e cameriera gridavano più forte, prendendolo una da una parte, l'altra dall'altra, per tirarlo su, per spingerlo fuori.

Il buon vecchio resisteva; non voleva.

—Lasciatemi qui!… Terrò aperto un occhio solo!

—Vergognoso!… Se lo sapesse la povera signorina Nora!—strillava la cameriera.

—Non deve saper niente! Non le diremo niente!

—Caaro da Dio!—strillava anche la padrona,—credete che io mi accontenterei di dividere?Pas du tout, mon cher! Allons! Allons!

E siccome l'altro, spinto fin sull'uscio, voleva ancora fermarsi, la Schönfeld, coll'accappatoio tutto aperto, svolazzante, prese il piumino della cipria e passandolo sul naso e sulla faccia del Casalbara, lo fece scappare nel salotto. Ma lo raggiunse quasi subito; appena ebbe infilata una vestaglia rossa, mentre stava ancora allacciandola e abbottonandola:

—Bel mobile! come dite voialtri in Italia.Une demoiselledi buonissima famiglia!Presque un enfant!Voi l'avete innamorata!Vous l'avez grisée!—E la Schönfeld, tenendosi in piedi, col Casalbara, vicino alla finestra, gli cominciò a parlare molto seriamente, molto gravemente.

Non pareva più il solito donnone rumoroso e incoraggiante; pareva una brava signora piena di cuore e di saggezza; addolorata per lo stato in cui si trovava la sua cara amica Eleonora, addolorata, impressionata e spaventata per la grande responsabilità che pesava sul duca di Casalbara, e per tutto ciò che poteva andare a succedere…. di molto brutto!

—Pardon…. responsabilità….—cominciò quell'altro; ma la Schönfeld non lo lasciò continuare. Parlava soltanto lei, con gran foga, con molti gesti, corrugando la fronte minacciosa come una profetessa di sciagure.

Il suo caro amico,monsieur le duc, si era terribilmente compromesso!Même pour le monde, dans le grand monde, qu'est-ce qu'on en dirait?Sarebbero tutti furenti contro di lui!

—Ma….pardon!—ripigliò il Casalbara, quando alla fine potè parlare.—Perchè devono essere furenti contro di me? Non si tratta altro che di un sentimento di…. simpatia…. reciproca e innocentissima!

—Caaro da Dio, quell'innocente!—esclamò la Schönfeld scrollando il capo con gran forza.—Ne plaisantons pas, je vous en prie, mon cher.I fatti, non li potete negare: e io vi parlo francamente, da buona amica. Voi, nel caso vostro, avete una sola scusa: l'amore,l'aveuglement de la passion. La pauvre petite a perdu la tête et vous aussi! Vous vous êtes grisés ensemble!anche voi non misurando, non pensando alle conseguenze e perciò tacitamente predisposto a sopportarne poi tutto il peso!

—Io?—esclamò il Casalbara, scosso, inquietissimo.

—Certainement, mon cher!E se voi non aveste per vostra scusa l'amore e la passione, allora voi sareste unvilain, un gros scélérat. Bel merito farle perdere la testa…. e rovinarla!—Presque un enfant!Bella bravura! Alla vostra età! Colle vostre arti sopraffine, colla vostra pratica di granviveur!Sfido io che ci doveva cascare lapauvre petite!Il duca di Casalbara! Una bella persona; l'eleganza più raffinata;toujours sur quatre épingles!E poi un eroe; e anche questo serve a montar la testa aune blonde enfant pleine de poésie!Bella bravura! Bel vanto, ingannarla, sedurla e poi piantarla, come dite voi altrien Italie.

—Parola d'onore,—protestò il Casalbara vivamente.—Io non l'ho sedotta, non l'ho ingannata…. e perciò non posso averla…. piantata.

—Piantata ancora…. no! E voglio sperare, non succederà mai; e più per il vostro onore, che per l'onore della mia amica Eleonora. Ma per il resto….caaro da Dio, cosa volete di più?Lorsque vous avez contremandé votre invitation,io lo confesso, avevo creduto…. tutto il contrario. È un uomo di testa, è un vero gentiluomo, pensavo fra me e me; ha capito che l'amoretto va troppo per le lunghe e ha pensato di troncarlo di colpo. Invece, grazie tante!C'était toute une machine pour attraper la pauvre petite. Caaro da Dio! Ne plaisantons pas!Per qualunque altra persona tutto ciò potrebbe costituire anche una bricconata in danno di madamigella Nora, ma per il duca di Casalbara non può essere altro cheune bêtise….e chi rompe paga!On n'est plus Bajard lorsqu'on a des taches!

—Bêtise…. Bêtise!grazie del complimento!—borbottò il Casalbara stizzito.—Io non ho mai commessobêtisese ho sempre pensato molto prima di… agire!

La Schönfeld sospirò; levò gli occhi al cielo.—Mon Dieu! Mon Dieu!—Poi gli prese una mano, l'affondò premendola sul petto abbondantissimo ma cedevole, e cominciò a guardarlo, a fissarlo, finchè gli occhi si inumidirono, si gonfiarono di lacrime.

La contessa era commossa.

Avrebbe dovuto capir subito che la sua amica Eleonora prendeva quella corte troppo sul serio; avrebbe dovuto aprirle gli occhi e chiudere la porta amonsieur le duc,senza tanti complimenti. Ormai era troppo tardi e la Schönfeld tornò a sospirare:—Pauvre petite!era in uno stato da far pietà!… E più la tormentavano, e più si esaltava e più si ostinava in quella passione!

—Lei…. l'ha veduta?—domandò il Casalbara colla voce fievole.

—Ieri sera, tardi: piangeva, si disperava, voleva fuggire, correre a casa vostra! Voleva che io venissi a cercarvi, a chiamarvi! Era in uno stato da far pietà; ed era ancora più bella, ancora piùravissante. Io ho potuto vederla di nascosto, perchè l'hanno a morte contro di me. L'ho veduta in camera sua…. Nel suo lettino,la pauvre petite! Oh, je vous assure, mon ami, qu'elle était ravissante! Seulement de la voir, avec cette toison de cheveux blonds tous decoiffés, et toute rose par les sanglots et par la fièvre de son amour, je vous assure que tout le monde aurait compris votre bêtise et la fureur de Peter Laner. Parce qu'il l'aime, le malheureux garçon! Il l'aime avec toute l'ardeur d'un jeune italien.

—Il Laner?

—Oh, il signor Laner le perdonerebbe certamente, se lapauvre petiteavesse due dita di testa e il coraggio di abbandonarvi.

—Era lì?… Era in casa quel…. Laner?—domandò il Casalbara subito insospettito e irritato.

—Certainement; mais pas avec la petite.Era col cavalier Cantasirena. Eleonora non avea voluto vederlo, quantunque, anche per ciò, il cavaliere le avesse fatto una scenata terribile.

—Ma infine, chi è questo cavalier Cantasirena?—strillò il Casalbara colla vocetta aspra.—È suo padre? È suo zio? È il suo tutore? Cos'è?

—Son oncle, je crois, par son père:—e soggiunse pianino, parlandogli all'orecchio:—et je crois son père…. par sa mère!Che sia poi il suo tutore, questo è sicurissimo.

—Che confusioni…. che pasticci!

—Oh, del resto è una famiglia distintissima. I Cantasirena sono nobili.

—Nobili? Nobili triestini?—domandò il Casalbara, che pur sorridendo ironicamente, prestava molta attenzione a queste notizie.

—Il cavalier Matteo è nato, credo, a Trieste, oppure a Venezia; ma anticamente la sua famiglia doveva essere della Dalmazia o della Rumenia.

—Già…. già….—osservò il Casalbara, interessandosi seriamente alla nobiltà della signorina Eleonora.—Ci sono infatti i Cantacuzeno…. i Cantasemir….

—Et alors, très bien!…Anche i Cantasirena! Il cavalier Matteo ha sempre avuta una grande importanza nel mondo politico. I suoi amici sono tutti ministri, deputati, generali. Anche lui è stato colonnello sotto il vostro Garibaldi. Capirete, anche per la sua condizione, sente l'onore della famiglia in un modo straordinario. In questi giorni è esaltato! Pare diventato matto! Strepita vuole ammazzarvi, e che se non vi ammazzerà vi farà un processo.

—Oh, poi…. staremo a vedere!—esclamò il Casalbara, stizzito e offeso per quella parola plebea.—Non c'è niente da far processo.

—La pauvre petite est très jeune, vous savez;è minorenne.

—Che importa, se è minorenne? So quello che mi dico,—e anche ilCasalbara alzava la voce.—Non c'è niente da far processi!

—Ne plaisantons pas, mon cher!Dovete sapere che Eleonora stessaeffrayée,—sono riuscita a stento a levarla mezzo mortatoute pleine des meurtrissuresdalle mani dimonsieurCantasirena—Eleonora stessa ha confessato tutto "tutto quanto!"

—Confessato?… Che cosa?

—Fino all'ultimo! Ed è inutile che vi mettiate a fare con me il gentiluomo misterioso!… La mia cara amica Eleonora, mi ha confessato tutto quanto! Voi…—La signora Schönfeld s'interruppe, si raddrizzò tragica, solenne; poi ripigliò colla voce più bassa, ma col gesto, coll'accento severo, inesorabile del giudice:—Voi avete abusato dell'innocenza, della inesperienza, del cuore, della passione….—Poi, d'un tratto, cambiando tono:—Caaro da Dio!—esclamò con tutto lo scoppio della sua natura rumorosa:—Vous êtes un monstre d'iniquité!

—Ha confessato?… Lei?…—Il Casalbara era rimasto stupefatto.

—Sì.

—A chi?

—A suo padre, cioè a suo zio! E poi anche a me.

—Anche a voi?

—Sì!Vous êtes un monstre d'iniquité!—Ma per quanto sdegnata, per quanto in collera, per quanto furente, dagli occhi, da tutta la faccia della Schönfeld, sprizzava la malizia, la furberia, l'ammirazione. E il Casalbara che negava, assicurava, protestava che non era vero, pure non sapeva dire di no con abbastanza forza, con abbastanza energia: intimamente si sentiva lusingato da quelmonstre d'iniquité!

—Mi ha detto anche,—soggiunse la contessa ammiccando l'occhio, e come a conferma del "tutto quanto"—di avervi scritto…. che vi sareste trovati qui, da me.

—Sì…. è vero,—confermò il Casalbara.

La Schönfeld tornò a gemere, a sospirare. "La pauvre petite, mi ha tanto pregato, tanto supplicato! Non ho avuto cuore di resistere: le lacrime mi fanno male…. E poi…. già è inutile…. Eleonora può far di me tutto ciò che vuole!Je l'aime! Je suis éprise d'elle…. Quelle beauté mon Dieu! Il faudrait l'avoir vue hier au soir dans son petit lit, toute blanche, toute rose, toute blonde…."

In quel punto la portina si aprì pian piano…. i due si voltarono. Eleonora entrò nel salotto…. Ma appena veduto il Casalbara, per la commozione, per la confusione stessa della gioia e della verecondia, si buttò con tutto l'impeto fra le braccia della Schönfeld, nascondendo la faccia, timida, pudibonda, contro la faccia dell'amica. Non voleva cheluivedesse come l'aveva fatta diventar rossa!…

Anche il Casalbara si trovò impacciato; e lì per lì, riuscì appena a balbettare qualche parola, salutandola.

—Mon cher amour! Mon petit bijou; tu te portes bien, n'est-ce pas?—E la Schönfeld, dopo averla baciata, ribaciata con gran trasporto, la condusse ancor più vicino alla finestra, per vederla bene.—Oh, les beaux yeux qui ont pleuré tant de larmes!—e tornò a baciarla anche sugli occhi—Mon ange adoré!…

Era proprio stata l'apparizione di un angelo!… Com'era entrata? Aveva suonato il campanello?… Sì?… Non avevano sentito niente!… Ma erano tanto infervorati nei loro discorsi!… Poi, il contessone fu magnifico nella sua franchezza, nella sua lealtà. "Perchèménagerdelle scuse, dei pretesti? Lo aveva promesso a Eleonora: voleva lasciarli soli. Era cosa troppo naturale! Capiva anche lei, dopo tutto quello che era successo avevano bisogno di parlarsi, di consigliarsi, di intendersi. Ma con altrettanta franchezza dichiarò amonsieur le ducche da quel giorno, e finchè la sua posizionevisá visdella signorina Eleonora, non fosse diventata chiara e regolare, la porta della contessa Schönfeld sarebbe stata sempre chiusa per lui." Ciò detto se ne andò, col passo maestoso e collo strascico della vestaglia rossa che spazzava la polvere. Se ne andò…. ma solo nella stanza attigua, dove la sentivano camminare, vestirsi, frugacchiare, parlare ad alta voce colla cameriera.

Nora si tirò in fondo, proprio in un canto, dentro il vano della finestra, e chiamò lì con un invito degli occhi e con un cenno del capo anche il Casalbara: lo fissò colle pupille lucenti, e gli parlò, vicino vicino, a voce sommessa, perchè la Schönfeld, caso mai ascoltasse dietro l'uscio, non potesse sentir niente.

…. Finalmente!… Era lui!… lo rivedeva…. Era lì…. Gli poteva parlare! Oh, quanto aveva sofferto!… Com'era stata cattiva quella gente! Adesso voleva una sola promessa, un giuramento da lui…. Doveva partire quel giorno stesso!… Andar via, molto lontano, senza dir dove…. lo avrebbe detto soltanto a lei! Lo zio era fuori di sè!… Voleva ammazzarlo!

Il Casalbara, guardandola, sorrise intenerito, ma sicuro di sè; e Nora, in un impeto, coll'abbandono naturale in chi ama e ritrova l'amor suo, dopo aver tanto temuto per lui, dopo aver tanto sofferto, gli gettò le braccia attorno al collo, e così, tenendo la testina reclinata sul petto del Casalbara, in un atteggiamento dolcissimo di riposo e di pace, parlando e sorridendo mentre dagli occhi socchiusi scorrevano tacite, scorrevano calde le lacrime; parlando, bisbigliando appena colla voce bassa, sommessa, leggera come un lamento e come una carezza, continuava a pregarlo, a supplicarlo di partire, subito subito, senza dir dove, a nessuno, proprio a nessuno…. soltanto a lei…. a lei sola, a lei sì…. a lei tutto!

Oh, finalmente respirava! Tornava a vivere!… Non gli dava più delleinè delvoi, gli dava deltu. Lo chiamava Giovanni, arrossendo ancora nel vincere la propria timidezza. Ma voleva chiamarlo Giovanni, semplicemente, perchè aveva diritto, come aveva diritto a quell'ora d'incanto, di beatitudine. Oh! l'aveva guadagnata!… L'aveva meritata!… E si stringeva più appassionatamente al collo di lui; si abbandonava tutta sul suo petto, amorosa, desiderosa, e col piedino inquieto, fremente, premeva il piede del Casalbara, che avendolo rattrappito nella scarpetta attillatissima che gli faceva male, cercava di sfuggire, di sottrarsi adagio, delicatamente a quella pressione.

—Rispondimi…. rispondimi…. Dimmi di sì!… Prometti, giura….Andrai via?

—Stella…. Stella cara! Come potrei prometterti una…. viltà?

—E allora?…—esclamò la fanciulla alzando il capo, fissandolo spaurita, ma sempre tenendosi colle braccia strette al suo collo.

—Vedremo, cara…. penseremo insieme!… Ma tu non tremare così…. non aver paura per me…. Rassicurati…. credimi…. non hai nulla a temere.

Anche il Casalbara parlava assai sommessamente, colla voce rotta, velata. Quella fanciulla così buona, che non vedeva altri che lui, che non pensava che a lui, alla sua vita, alla sua sicurezza, lo commoveva profondamente.

—Va via! Va via! Sono troppo inquieta! Sono troppo spaventata per te!—e gli disse ancora:—Va via,—con un'espressione, una supplicazione così tenera e dolce come lo sfiorare di un bacio. Poi tornò ad appoggiare la testina, a riposarsi affranta dal dolore e dall'amore sul petto del Casalbara.

Il duca la guardò, si chinò, la guardò più vicino…. e la baciò sulla guancia accesa, bagnata di lacrime. La baciò lentamente, leggerissimamente, trattenendo il respiro, come se baciasse una cosa santa. E non c'era la passione, non c'era la sensualità in quel bacio, ma tutta la gratitudine più viva che gli traboccava dall'anima: un senso di rispetto, di adorazione umile, religiosa.

—Ti hanno spaventata, povera bambina mia?

La fanciulla rispose con un fremito, ma non si mosse. Rimase lì, quieta, con gli occhi socchiusi come a godere l'estasi di quell'istante.

—Ti hanno fatta soffrire…. bambina mia cara?

—Sono cattivi…. tanto tanto cattivi….

—Chi lo è stato di più?… quel…. Laner?

—No!—esclamò la fanciulla con un'altra voce, rizzandosi a un tratto e allontanandosi.—Lo zio Matteo!

Il Casalbara si avvicinò lui, di nuovo. Nora, che era subito riuscita a vincere quel sentimento strano, improvviso, istintivo di dispetto, di rivolta, tornava a guardarlo buona, timida, amorosa…. Il Casalbara, con un braccio cingendole la vita, la portò di nuovo nel cantuccio della finestra, dietro le tende, accarezzandole delicatamente la testina bionda, appoggiandola, premendola delicatamente sul proprio petto.


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