III.

III.

Anche quella sera, come nelle antecedenti, i coniugi Ughes sedettero di fianco alla porta del loro salottino da pranzo, verso il giardino, per vedere come si compiesse il tramonto. Ma il primo, il principal atto del grandioso spettacolo era finito. Scomparso il sole, non rimaneva altro segno del suo passaggio che una tinta rosea, diffusa nello spazio sovrastante alle cime dei monti, digradata in modo da cangiarsi dolcemente in un delicatissimo colore di viola nel sommo del cielo. Vagavano lente lassù alcune nuvolette grigie, come spente da poco. Spiccavano opachi sull’ultimo barlume le vette degli alberi, i comignoli delle casette poste al di là del muretto di cinta. In un folto di nocciuoli, a sinistra, s’udiva ancora il pispigliar delle passere che s’appollaiavano; a destra, nella massa d’ombra del vecchio castello, brillava già un lume.

Dinanzi ai due sposi, muti ed immobili, passò un punto lucente, una goccia d’oro sospesa nello spazio; la seguirono cogli occhi: tutto il frutteto appariva picchiettato così, centinaia di lucciole baluginavano sull’erba, baluginavano fra i rami, agitate per modo da procurare quasi un senso di leggiera vertigine. E tutto quel che si desta con l’appressar della notte, e vola o salta, corre o striscia, animava le tenebre crescenti d’un brulichìo, d’un misterioso andirivieniinvisibile. Quante voci confuse! Quanti fremiti vicini, lontani, sparsi intorno per l’immensa campagna! E l’ombra e la pace movevano l’anima tanto soavemente!

Ad un tratto si sentì uno scalpiccio e un chiasso di voci maschili dalla parte del cortile.

— I nostri assidui! — mormorò Liana.

— Sì — disse Ughes, — e stasera anticipano d’una buona mezz’ora. Se almeno se ne andassero prima!

Si alzarono e rientrarono nel salottino da una parte, mentre dall’altra comparivano il parroco don Saverio Prato, lungo, smilzo, con un volto ossuto ed abbronzato, fiancheggiato da un gran paio d’orecchie; il notaio Costanzo Arignani, piccolo, grassoccio, col viso rubicondo e il naso bernoccoluto. Sulla soglia Stefano Bechio, lo speziale, strisciava maledettamente i piedi e faceva inchini a tutto andare.

Il medico li invitò a prender posto intorno alla tavola; la serva mise nel mezzo, accanto alla lucerna, un vassoio con bottiglia e bicchieri.

— Basta, Bechio — susurrò il parroco, vedendo che colui non la finiva con le sue scempiaggini. — Da bravo, venite qui anche voi.

Lo speziale balzò fuor dell’ombra in cui era rimasto, e chiese a Ughes, con certa buffonesca ed affettata umiltà, il permesso di sedere. Andò quindi con gli occhi bassi, stropicciandosi le mani, ad accoccolarsi in un angolo.

Era di bassa statura, come il notaio, con un testone che gli traboccava dalle spalle, reso anche più voluminoso dai capelli neri, untuosi, malamente legati, a guisa di coda, con un pezzo di spago. Indossava una specie di pastrano grigio, sudicio e logoro, con un colletto di velluto ulivigno; portava calzoni vecchi e rattoppati, e calze di lana che gli sbrendolavano giù sui talloni.

— Quando poi avrete finito di fare iltorototella— glidisse il notaio, — pregheremo sor Luigi di favorirci qualche particolare sul fatto di stamattina. Volete star cheto!

— Cheto com’olio.

Ughes raccontò subito, molto succintamente, la visita fatta a Robelletta.

— Capito — disse il notaio, dopo un momento di riflessione: — la signora contessa ha avuto qualche cosa meno d’un deliquio e qualche cosa più d’una mancanza.

— Vale a dire uno svenimento! — esclamò lo speziale.

— Però — osservò il parroco — guardate un po’ come si fa presto a spaventare la gente! Si parlava già d’un insulto, che so io? d’un colpo apopletico.

Bechio dette in una sghignazzata.

— Lei era in pensiero per il desinare, eh, reverendo?

— Che desinare? — domandò don Prato, rosso come un gambero. — Non capisco proprio...

— Non capisce? Figuriamoci se può aver dimenticato che tutti gli anni l’illustrissima empie una volta la pancia ai preti ed ai nobili qui del contorno!

— Ebbene sì, sicuro che mi ricordo, sicuro che ci penso; che male c’è? Quella è sempre una bella giornata. Certo non è più come una volta; non c’è più quell’allegria... il conte della Torre non viene più in campagna, il barone di San Lorenzo e il cavaliere di Robella son morti alla guerra, il signore di Bonavalle è sempre mezzo malazzato, il cappellano della Madonna se n’è andato in gennaio... Eh poveri noi!

— Dev’essere stato un affar serio, eh, sor Luigi? — disse il notaio, tornando al discorso di prima. — Con una persona di quel grado, la responsabilità del curante è ben grave. Certo l’arte medica ha tanti mezzi per aiutare la natura; ma sempre convien superare le difficoltà che presentano i diversi temperamenti. Ci sono di quelli che rinvengono subito annusando del pane appena sfornato; altriinvece bisogna trovar modo di farli starnutire; per altri ancora bisogna ricorrere agli urli nelle orecchie, alla torsione delle dita, al tiramento dei capelli, all’applicazione di ventose, a frizioni, legature, suffumigi...

— Meglio pigliare un randello e accopparli addirittura — interruppe Bechio; e avvicinata la sedia alla tavola, riempì un bicchiere e lo tracannò in un fiato.

— Basta — soggiunse Arignani, — sor Luigi, lei ha potuto veder da vicino una gran bella dama.

— Bontà passa beltà — sentenziò Bechio.

— Bene; allora dirò una bella e buonissima dama.

— Ottima — corresse don Prato, — ottima; in tutto e per tutto degna, degnissima consorte del signor conte Annibale.

— Sarà per questo — esclamò lo speziale — che vivono separati!

— Due, tre mesi al più — disse aspramente il notaio. — A Torino stanno nello stesso palazzo.

— Già, ma in campagna...

— In campagna no, perchè Robelletta è in pianura, e al signor conte piace di più la collina.

— Hm! Hm!

— Cosa volete sapere voi?

— Io ho le mie opinioni.

— Le vostre opinioni? Le conosciamo le vostre opinioni. Se le rane avessero i denti...

— Eh, un giorno o l’altro mostreremo anche quelli.

— Bechio, Bechio, Bechio! Ringraziate che nessuno vuol farvi del male, perchè stareste fresco. Credete a me, non fate troppo il galletto; vi vedo e non vi vedo, caro voi; una bella sera capitano qui i gastigamatti, vi legano come un salame e vi portano in gattabuia.

— O in galera — mormorò don Prato, — a bastonare i pesci.

Continuarono a bere, a disputare, a bisticciarsi per un’altra buona ora, come fossero all’osteria od al piccolo caffè del paese, senza por mente all’inopportunità del discorso, senza notare che Ughes e Liana, noiati e distratti, non aprivan mai bocca. Alla fine Bechio si rizzò, andò a raccattare il suo cappellaccio bisunto, lo gettò e lo ghermì in aria, e inchiodatoselo in capo con una manata, disse al medico:

— Stamattina mi hanno portato una vipera. Venga a vederla, le taglieremo la testa e continuerà a guardarci, a far la cattiva, a cercare di mordere. Conduca anche madama, le darò un bicchierino di una certa anisetta, che... ohè!

E fatta una giravolta con quelle sue scarpaccie rotte e scalcagnate, se ne andò zufolando, senza aspettare gli altri, che vuotavano ancora i bicchieri.

Nel pomeriggio del giorno appresso, mentre Ughes e Liana stavano per andare un poco a diporto, capitò inaspettato il contino. Era venuto un passo dopo l’altro fino a Murello, pensando che il medico non sarebbe stato malcontento di sapere che non s’era sbagliato nelle sue previsioni, poichè la contessa si poteva dire veramente rimessa. Voleva anche pregarlo di dare, così di tempo in tempo, una capata a Robelletta, per ripetere le sue prescrizioni ed i suoi consigli.

Mostrando poi d’accorgersi che stavano per muoversi, non volle sedere, non volle accettar nulla, e uscì con loro.

Vedendoli prendere la stradicciuola, che, traversando il giardino, passando accanto al castello e dietro la parrocchia, raggiunge fuor del villaggio la strada di Racconigi, si dichiarò felicissimo di poter godere, almeno per un piccolo tratto, la loro compagnia. — Dunque essi andavano a spasso così tutti i giorni? — Sì, tutti i giorni, or nella mattinata, or nel dopo pranzo, or per l’una, or per l’altra via; talvoltasi spingevano anche assai lontano, per visitare qualche villaggio, qualche borgata, qualche santuario.

Massimo sospirò; amava molto quei dintorni anche lui, ma non aveva mai potuto girarli a piacimento. Ora che sarebbe stato in facoltà di farlo, non trovava più la volontà. Se il cavaliere Mazel si fosse indotto ad accompagnarlo, chi sa... Ma, santo Dio, colui aveva in orrore il sole, l’aria, la terra, ogni cosa!

— Senta — disse Ughes, blandamente — conosco assai bene le strade, le scorciatoie, i sentieri; quando lei vorrà giovarsi della mia esperienza, non avrà che da dirlo.

Il contino significò il suo gradimento con un sorriso ed atto cortese del capo; poi, essendo ormai giunti al trivio della Crocetta, si congedò.

La Madonna degli Orti è un piccolo santuario, una graziosa cappella ad un quarto di miglio da Murello, col quale comunica per una strada diritta ed ombrosa, che è la passeggiata del paese. In quella strada — allora assai stretta e tortuosa — pochi giorni dopo, Ughes e Liana rividero Massimo. Era a cavallo e veniva verso l’abitato, mentre essi se ne allontanavano. Salutò, fermò il baio, diede buone notizie di sua madre, e passando presto d’una cosa in un’altra, disse che un’ora prima s’era sentito grandemente tentato d’approfittare dell’offerta che gli aveva fatto il dottore, ma aveva rinunziato temendo di disturbare.

— Ebbene — disse Ughes — domani faccio conto di condur mia moglie a veder la Varaita. Ci metteremo in cammino verso le quattro... L’avverto, per il caso in cui lei si trovasse ancora disposta a fare del moto.

Il contino fu puntuale; alle tre e tre quarti egli era in casa Ughes e trovava i coniugi pronti per uscire.

— Traverseremo il paese — disse il medico, — andremo diritti diritti alla Folia, ne seguiremo il corso fin dove sbocca nella Varaita, e torneremo a casa per qualche altra via.

Quel giorno era un caldo leggermente afoso, e si stava assai meglio all’ombra che al sole. E l’ombra non mancava sulle rive della Folia: dopo un querceto, una fila di salci, poi una piantata di pioppi, poi una macchia d’ontani; talvolta il terreno si avvallava, il piccolo torrente cristallino e veloce scorreva in un fondo fresco ed erboso, celandosi di tratto in tratto sotto la robusta e folta vegetazione. Ughes andava innanzi, un po’ pensoso e raccolto in sè stesso, come al solito. Liana si mostrava francamente lieta; provava una di quelle effusioni di letizia e di benessere proprie alle persone giovani e sane, quando libere, nell’aria libera, possono esercitare il corpo e contentare la mente. Ella non faceva altro che coglier fiori ed erbe odorose, come fossero nati a bella posta per lei; e Massimo ora la seguiva da vicino, ora le stava accanto. Aveva voluto da prima contribuire all’accrescimento del mazzo ch’ella veniva componendo, poi s’era accorto che il chinarsi, il far da sè, aumentava in lei la vivacità del diletto.

Perciò le indicava semplicemente quanto di vago riusciva a scoprire, lasciandole la facoltà di prendere o di lasciare. Liana gli dava intanto, inconsapevolmente, grande agio a riguardarla, a vagheggiarla.

Ell’era tanto elegante nella sua veste chiara, semplicissima, che, cinta sotto il seno d’un largo nastro verdazzurro, rivelava intera la leggiadria delle forme, la sveltezza e il vigor delle membra, quella giusta e gentile pienezza che fa bello il corpo!

— Siamo al bosco — disse ad un tratto Ughes, fermandosi.

— E la Varaita? — domandò Liana.

Il medico stese il braccio, indicò il torrente che tremolava laggiù fra tronco e tronco.

Entrarono nella grande ombra verde, più qua e più là penetrata dai raggi, impregnata d’esalazioni vegetali, lievementeodoranti; il sentiero, appena segnato fra l’erba alta e le felci, correva serpeggiando alla riva, la seguiva per un tratto, se ne staccava bruscamente e scompariva nel folto. Affrettando il passo, furono in pochi minuti alla foce, e quivi sostarono.

La Varaita scendeva di contro, da un gomito vicino, in un ampio letto di pura rena e di ghiaia; accoglieva placidamente in sè la Folia, e girava lenta ed in tonfano; ripigliava poi tosto il suo corso, qua increspata e tutta d’argento, là dorata perchè baciata dal sole, poi lumeggiata di larghi riflessi celesti, poi verde o bruna per l’ombra battente dagli alberi; e correva a perdersi all’orizzonte, nei vapori azzurrini d’altre curve lontane.

A quando a quando un merlo trasvolava velocissimo dall’una all’altra sponda; un uccelletto turchino passò come una freccia, rasentando l’acqua; altri uccelli con l’ali nere ed arcate, arrivarono in brigata, accennando di volersi posare sur un lembo di greto, e invece s’inalzarono rapidi con acuto stridìo. E dai pioppi bianchicci, dalle scure quercie fronzute, uscivano voci gutturali e sommesse, un monotono tubare di tortore e di colombi, superato da gorgheggi, da trilli, dallo schiamazzo sgangherato delle gazze e delle ghiandaie.

La giovane signora e i suoi due compagni, per ricreare più comodamente lo sguardo con l’ampia amenità della veduta, sedettero sull’erba.

— Dunque — disse Liana, rompendo la prima il silenzio: — questa è la Folia, quella la Varaita; e come si chiama il bosco ove noi siamo? Mi par che debba avere un nome dolce, dolce e gaio...

— Il Bosco dei morti — rispose Ughes.

— Oh! E perchè?

— Ho sentito dire che scavando poco sotto il fior di terra, si trovan dell’ossa.

— Pare — aggiunse Massimo, — che ci sia stata una battaglia nel secolo passato... o Dio sa quando!

— Una battaglia qui? — esclamò Liana. — In un luogo così appartato, quieto, ridente?

— Tu non sai — disse Ughes, grave — che quando gli uomini sono per scannarsi diventano ciechi.

— Altro che ciechi! — esclamò Massimo — bisogna vederli. Eppure è sempre stato e sarà sempre così.

— Chi sa! — replicò il medico. — L’avvenire è nelle mani di Dio.

— Come? Lei crede che verrà un giorno in cui non ci ammazzeremo più reciprocamente?

— Perchè no? Pensi un poco. Possibile che l’umanità sia condannata a dibattersi in eterno dentro un pelago di miserie, di lagrime e di sangue?

— Pensare? Presto detto; pensare è un affar serio per me, che non ci sono avvezzo. Può darsi benissimo che Dio abbia fatto dono d’un cervello anche a me; ma sono sempre stato soldato e non ho mai potuto usarlo come mi veniva bene.

Liana sorrise; ma Ughes, che aveva chinato il capo, lo rialzò subito.

— Sì — diss’egli, — può venire un’età nella quale ci durerà fatica a creder vere molte cose che noi vediamo coi propri occhi. Non la pretendo a profeta, ma se considero la trasformazione di certe idee nel passato, non mi par più tanto difficile presagire il futuro. Procedo per induzione. Noi le conosciamo le idee dei nostri vecchi antichi sulla schiavitù, la tortura, l’inquisizione; sul rispetto alla roba, alla vita, alla libertà, all’onore, alla coscienza altrui. Non sono più quelle d’una grandissima parte di noi. Vuol dire che il mondo ha già cambiato un pochino. Cambierà ancora. Varierà fors’anche la morale. L’uomo penserà meno a guadagnarsi il Paradiso ed a scansare l’Inferno, ma acquisteràuna cognizione più determinata dei suoi doveri quaggiù. Capirà, per esempio, che non bisogna molestare, nè tormentare il prossimo; che l’egoismo e la durezza son cose abominevoli; l’abnegazione e la carità cose sante, necessarie sulla terra come l’aria che si respira; che esiste realmente una fraternità umana; che le lotte tra individui, tra classi, tra popoli sono delitti, grandi, grandissimi delitti.

— Eh! — fece il contino — noi questi prodigi non li vedremo più.

— Certo; e non li vedranno neanche i figli dei nostri figli. Siamo ancor molto indietro, molto barbari, molto selvaggi; adoriamo la forza, adoriamo la violenza...

— Eppure, quando s’entra in guerra, che allegria!...

— Basta; io sono medico e lei è militare, per conseguenza...

— Oh! — interruppe Massimo — sento anch’io un orrore sincero, spontaneo per le crudeltà, le prepotenze, i soprusi... — Tacque, trasse il temperino e prese a scortecciare nervosamente un tronco ch’era lì presso, mormorando tra’ denti: — Questo almeno non soffre.

— Mah! — fece Ughes, — Che ne sa lei?

— Se soffre l’albero, soffrirà anche l’erba! — esclamò Liana, osservando che suo marito ne aveva strappata una buona manciata.

— E i fiori, naturalmente! — ribattè Ughes, indicando il mazzo ch’ella aveva in grembo.

Si alzarono di consenso e presero attraverso il bosco, l’un dietro l’altro, aprendosi il passo con le mani e con le braccia in un guazzabuglio intralciato di frasche e di cespugli. Uscirono finalmente nei campi e s’avviarono verso casa, voltando le spalle all’infocato chiarore dell’occidente. Passarono d’una in un’altra viottola, discorrendo intorno a cose di poco momento, barattando osservazioni sul tempo,sull’aria, sulla poesia della campagna in quell’ora; finchè giunsero a un crocicchio, ove il contino si fermò.

— Se restasse da me — diss’egli — continuerei così, magari fino al paese. Ma alle sette precise devo trovarmi a Robelletta... Ora io li ringrazio senza fine della loro amabilità...

— Che! — fece Ughes — tocca a noi ringraziare. E se mai... adesso lei sa a che ora si esce.

— Lo so, lo so! E si figuri se ci verrò volentieri. Lei è mille volte gentile.....

Quella sera Ughes e sua moglie parlarono assai di Massimo. Tutti e due eran d’accordo nel non trovare in lui neppur l’ombra di boria o d’alterigia, ma una cortese e piacevole franchezza.

— Però — diceva il medico, pacatamente — non bisognerà far troppo a fidanza con lui. Egli è tale in campagna, può essere che in città diventi un altr’uomo; e che incontrandoci a Torino, non si degni, per esempio, neanche più di ricambiare il saluto. Son cose che succedono.

— Ma che non crederò, finchè non le avrò vedute — mormorava Liana, tentennando il capo.

— E poi c’è altro. Egli sa che mi chiamo Ughes, ma non si è data certo la briga di prendere informazioni. Mi immagino che farebbe presto a lasciarci, quando venisse a conoscere il mio passato, a ricordare che il nome mio è stato appeso alle forche qual nome di ribelle! Suo padre è ben veduto in Corte, ottiene ciò che vuole; passa per più realista del Re.

— Ma chi sa che il figlio non senta dal canto suo d’aver diritto di seguir altre opinioni che gli sembrano migliori?

— Sì, anche questo è possibile. Basta, diamo tempo al tempo.

— Ecco, e non precipitiamo i giudizi!

Massimo ricomparve due giorni dopo, e si fece assiduo.

Il naturale del giovane gentiluomo era affettuoso e malinconico, il temperamento sanguigno ed infiammabile. Il medico aveva un carattere semplice, mansueto, rilevato di fermezza; uno di quei caratteri buoni che sanno creare in altrui la bontà. Malgrado la differenza della condizione sociale, si stabilì presto una certa armonia. I due uomini non trovavano mai che ridire tra loro, e non mancava alcuna cosa a quella pace solida e lieta che viene dalla conformità dei sentimenti.

Liana poi aveva insita la facoltà di accordare gli spiriti; e con quella sua mirabile squisitezza di tatto, sapeva toglier sempre di mezzo le difficoltà che potevano nascere dalla discrepanza delle opinioni e rendere agevole la conclusione di tutti i discorsi.

Quel senso fine e recondito che la natura ha posto in quasi tutte le donne, rivelava pure a Liana qual fosse per lei l’animo di Massimo.

Nel suo intimo essa godeva di sapersi ammirata; ma era un compiacimento tutto d’amor proprio, poichè nessun cuore umano, per quanto elevato, può rimaner chiuso all’amor di sè stesso. Considerava dunque il sentimento del giovane come una prova di più di quanto ella valesse, ma sentiva troppo altamente di sè per concedergli il benchè minimo alimento. Egli d’altronde era con lei infinitamente ed elettamente gentile, ma si mostrava lontanissimo da ogni affettazione, da ogni presunzione; perfino alieno da quella galanteria leggiera ed usuale, che le donne mondane ascoltano con soddisfazione distratta e senz’ombra di scrupolo.


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