IV.

IV.

Il tempo, torbido fin dal mattino, si andò rabbuiando dopo mezzogiorno; certi gran nuvoloni neri, posati qua e là sulle creste dei monti, si allargarono, si addensarono, chiusero a poco a poco, intorno intorno, tutto l’orizzonte. Verso le quattro l’aria grave ed inerte si commosse, cominciò a soffiare quel venticello umido e freddo che suol precedere la burrasca; nel momento in cui Massimo entrava nel cortiletto di casa Ughes, s’udì il rumoreggiar lungo e lontano del tuono.

— Bravo! — esclamò Ughes, ritto sull’uscio. — Vuol far burrasca, ma niente paura.

— Uhm! — fece il contino — non credo, sa.

— Come? Non vede com’è chiuso; non sente come brontola, laggiù? A momenti vien giù il diluvio... Non è vero, Gabriel?

Il colono passava pian piano, avviato al giardino.

— Parlano del tempo, neh? — egli chiese. — L’ho già strologato bene anch’io. Se Quel di lassù ci vuol mandare ancora dell’acqua, pazienza! Ma per carità, che non ci mandi granella! Sarebbe bell’e finita.

— Il signor contino è persuaso che non pioverà.

— Può aver anche ragione. Dice il nostro proverbio:

Temporal ven d’an montagnaPia la sapa e va ’n campagna.

Temporal ven d’an montagnaPia la sapa e va ’n campagna.

Temporal ven d’an montagna

Pia la sapa e va ’n campagna.

— Bene — disse Massimo — andiamoci anche noi?

— Noi due, se mai — rispose Ughes, — perchè non so se mia moglie vorrà esporsi...

Lasciò la parola in tronco e alzò il viso: grosse gocciole furiose cominciavano a rigar l’aria obliquamente, bevute tosto dal terreno inaridito. D’un tratto il tuono rimbombò fragoroso e vicino.

— Ehi! — fece Massimo — comincia a dir davvero!

— Dio ce la mandi buona — borbottò il colono.

Il medico e il contino entrarono in casa; trovarono Liana che lavorava nel salottino da pranzo. Riusciva già difficile intendersi. Alla romba dell’acqua che veniva giù a secchie, s’univa il mugghiar del vento, e il tuono minaccioso, frequente, preceduto da lampi vivissimi; i quali, guizzando fra le tende, inondavano la stanza di luce sinistra.

Per quasi un’ora parve che il cielo, tutto convertito in acqua, si volesse rovesciare sulla terra; poi la burrasca si allontanò, dirigendosi verso Torino.

Passato ogni pericolo di veder la pioggia mutarsi in gragnuola, i due uomini, ch’erano rimasti in piedi dietro le invetriate, vennero a seder vicino alla signora. Taceva il vento, taceva il tuono, ma l’aria era ancor fosca. La luce, livida e scarsa, rischiarava un breve spazio del pavimento intorno alle finestre, lasciando il resto del salotto nell’ombra.

— Che peccato! — esclamò Ughes — oggi si doveva andare alla Torre della Rea, e invece ci tocca star qui tappati.

— È vero — disse Liana — ma almeno dimmi com’è; perchè la chiamano così.

— È un torracchione quadrangolare, posto sopra un rialto artificiale. Nel passato si dice che abbia servito di prigione a una gran dama trovata infedele dal marito, al presente serve di granaio e di magazzino ai contadini d’una cascinaannessa. — Sostò un momento e riprese: — Non dimenticherò mai la prima volta che ci sono andato.

— Oh! — fece Liana — E perchè?

— Sentirai. Racconterò qui, quello che ti volevo raccontar per istrada. È un fatterello che rimonta al tempo in cui ero giovane, molto giovane. La buon’anima di mio zio, che voleva avviarmi per medico, cominciava allora a condurmi qualche volta con sè, forse per agguerrirmi, per avvezzarmi forse a veder soffrire... Un dopo pranzo d’estate, non saprei dir di qual anno, venne gente a chiamarlo perchè andasse più in fretta che poteva alla cascina della Torre, ove il capo di casa, già allettato da parecchi giorni, aveva fatto a un tratto un grave peggioramento. Ci mettemmo in cammino... L’uomo giaceva in un misero letticiuolo, attorno al quale stavano inginocchiati piangendo un giovinetto e tre ragazze di lui minori; una donna, ritta vicino al capezzale, ogni tanto gli bagnava la bocca e balbettava parole di conforto. All’entrar del medico, cedè il posto. Il moribondo ci salutò; e si mise a parlare con significazione di tanto dolore della sua condizione, dello strazio di lasciare una vedova e quattro orfani in mezzo alla strada, che la moglie e i figli scoppiarono in lagrime. Venne il prete, un buon cappellano, che cominciò subito a discorrere del dovere di rassegnarsi al volere di Dio, di sperare ciecamente in Lui, e sacrificargli senz’altro ogni pensiero terreno. Quindi porse un Crocifisso al poveretto. Questi lo baciò con gran compunzione, benedisse i figli, disse addio a colei con la quale aveva vissuto trent’anni d’amore e d’accordo; poi, rivoltosi verso il prete, gli disse: — E adesso non mi parli più che di Nostro Signore e della Madonna degli Orti. — Il buon sacerdote temendo che l’accoramento degli astanti non distraesse l’agonizzante, li fece ritirare nella stalla contigua. Seguii lo zio nell’aia e sedetti vicino a lui sur una trave. Mi ricordoche udivo distintamente il rantolo aspro e precipitato dell’infelice che lottava con la morte, i gemiti e i singhiozzi dei suoi, ed a quando a quando, qualcuna delle parole che il prete andava pronunziando con una dignità così soave che m’inteneriva e meravigliava. Io non aveva ancora assistito alla morte d’alcuno, ero in un’età in cui il morire par cosa tanto impossibile, che mi sentivo l’anima scossa in modo nuovissimo. Era un misto di stupore, di ribrezzo, di compassione, di paura. Lo zio pareva di pietra; nè parlava, nè si muoveva. Pregava? Meditava? Non lo saprei dire. Dopo un’altra mezz’ora, o forse più, d’agonia, il malato spirò. Rientrammo in casa. Mentre il cappellano cercava di confortare il giovinetto e le ragazzine, il medico soccorse la donna di consigli e credo anche d’un po’ di denaro, poi si congedò. Il sole era tramontato da un buon poco, e l’aria si abbuiava di più in più. Tutti e due avevamo il cuor pieno e la mente occupata, e si camminava rapidamente e in silenzio. A un certo punto provai la sensazione d’aver qualcuno alle spalle e mi girai di netto. Che rizzar di capelli! Lì, a quattro passi, c’era, che so io? una cosa... una cosa smorta, ignea, aeriforme, indescrivibile. Misi uno strido, mi gettai addosso allo zio, che s’era pur voltato, e mi aggomitolai dietro di lui perchè mi servisse di scudo. Lo zio guardò un momento, poi dette in una bella risata: — Bestia! — mi disse — è niente. Su via, acchiappa e porta qui. — Accortosi che mi mancavano le ginocchia, mi pigliò per la mano e mi tirò verso l’oggetto. Questo balzò indietro, tornando a inseguirci non appena ci fummo rimessi in cammino. Lo zio mi spiegò poi che quello non era altro che un fuoco fatuo, uno di quei vapori luminosi che si sollevano di notte dai terreni umidi e grassi, paludi o cimiteri, e sono generati da sostanze animali in istato di decomposizione; meteore innocue, e così vane e leggiere, che la corrente d’aria prodotta daipassi basta ad attirarle o a respingerle. La spiegazione era semplice e chiara, ma io ne avevo trovata un’altra che mi pareva anche più verosimile. Che meteora! Che vapore! Quello era lo spirito del povero contadino a cui avevo veduto chiuder gli occhi, e ci seguiva per ringraziare alla meglio il dottore di quanto aveva fatto per i suoi.

Mentre parlava, Ughes s’era avvicinato più famigliarmente a sua moglie; e questa stava tutta attenta a udirlo. Massimo, a cui essi non badavano più, li guardava fissamente; era un po’ pallido, con qualche cosa di convulso negli angoli della bocca. Quando il medico tacque, egli scattò in piedi.

— Non vuole aspettare che spiova? — chiese Liana, credendo che volesse andar via.

Il contino non rispose, pareva assorto in un altro pensiero.

Ughes pure si alzò, andò ad aprir l’uscio che rispondeva sul giardino.

— Qui cade appena più qualche goccia — diss’egli; — ma laggiù, dalla parte ove deve andar lei, sor contino, piove a ciel rotto. E come lampeggia! Misericordia! Creda a me, stia ancora un poco con noi.

L’orologio, posto in un angolo, dentro una stretta ed alta cassa di noce, battè alcuni tocchi. Nel salotto nessuno li contò, ma la serva comparve sulla soglia e dette alla padrona un’occhiata espressiva. Questa intese e rispose con un gesto.

— Cosa c’è? — domandò Ughes, spensieratamente.

— C’è — rispose Menica, facendosi avanti con le mani arrovesciate sui fianchi — che ho fatto la zuppaalla giacobina; e adesso è cotta e bisognerebbe pigliarla nel suo vero punto.

— E pigliamola! — esclamò Ughes. Si rivolse a Massimo e soggiunse con accento franco e cordiale: — Se volesse restar servito?

— Luigi! — mormorò Liana, confusa. — Ti pare?...

— Dico se vuole, se crede... Ci farebbe un favore, ecco.

— Non vorrei guastare — disse Massimo, che moriva di voglia d’accettare senz’altro.

Menica non si tenne di ficcar nuovamente il suo naso.

— Non guasta niente affatto. Si figuri! Quando ce n’è per due, ce n’è per tre. Poi, posso anche aggiungere un piatto di piccioniall’improvviso. Son già morti, spennati, vuotati...

— Basta — interruppe il padrone; — aggiungi i piccioni e apparecchia. Il signor contino gradirà il buon cuore. La casa è piccola, la cucina corrisponde alla casa, la mensa alla cucina, e via dicendo.

Il modo con cui era stato fatto l’invito, quello con cui era stato accolto, promettevano una cena piacevole, lieta, senza cerimonie, qual fu realmente. Liana ed Ughes, considerando la naturalezza del contegno di Massimo come indizio d’una gran semplicità di abitudini, non si sentivano per nulla impacciati. Menica, rassicurata, incoraggiata, imbaldanzita dal vedere ch’egli mangiava e beveva gustosamente come e forse più che i padroni, andava e veniva moltiplicandosi.

— Ecco qui due belle trote, trote allaussara. Mezz’ora fa sbattevano ancora la coda. — Pollastrain calzoni; cucinata proprio secondo una ricetta stampata nei libri. — Crema allasultana. Ho fatto la crema invece dei piccioni, pensando che c’era già la pollastra...

E proclamò così, trionfalmente, ogni portata, senza badare ai cenni di Ughes ed agli occhi di Liana, che le dicevano di smettere.

Alzandosi da tavola, passarono in giardino, avvertiti dal chiacchierìo delle passere, che fuori le cose si mettevano bene.

Il temporale, cacciato dal vento, girava sulle Langhe;un immane ammasso cinereo si trasmutava continuamente, pieno d’un balenìo arrabbiato e silenzioso. In alto però il cielo era nitido come il cristallo e già ricco di stelle.

— Che sera, eh! — esclamò il medico, giulivo. — Chi l’avrebbe detto due ore fa?

— Che bellezza! — disse Liana, indicando una stella. — Come brilla!

— Non è la mia! — mormorò Massimo, sorridendo.

— Eh! — fece Ughes. — Chi sa!

— Son nato sotto un’altra — rispose il contino; — una stelluzza modesta, dimessa, confinata in un angolo appartato del firmamento; una di quelle che si mostrano tardi e spariscono presto. Signora Ughes, cerchiamola insieme?

— Eppure — osservò il medico — molti e molti piglierebbero il suo stato, e lei si lamenta!

— Infatti... può darsi ch’io abbia gran torto a non contentarmi. Se si sta alle apparenze, sicuro che dovrei essere felicissimo... Ma la felicità non è cosa di questo mondo. Ecco tutto.

Pareva avesse già detto più di quanto voleva dire, ma ad un tratto, quasi portato irresistibilmente ad aprire il suo cuore, ricominciò a parlare abbandonatamente di sè. Discendeva da una famiglia che in Torino, per titoli e per ricchezze, primeggiava da tempo immemorabile. Il conte Annibale, suo padre, godeva molta reputazione di onestà e di senno, e in addietro era stato incaricato di tante pubbliche ingerenze, che non aveva avuto l’agio necessario ad educare l’unico suo figliuolo. Per questo, e perchè v’era l’uso di vivere in famiglia con sostenutezza e con cerimonia, lo aveva sempre veduto di rado. Così pure la contessa Polissena, sua madre, non era mai stata con lui quanto sarebbe bisognato. Da piccino egli s’era sempre trattenuto ora con la sua governante, donna di mente ottusa e di sentimenti volgari, ora con una sua vecchia parente, chemostrandogli soverchio affetto, lo educava male e lo viziava goffamente. Dagli otto ai dodici anni era stato affidato a un certo pedagogo, che ogni giorno, a quell’ora precisa, lo conduceva a dar il buon giorno alla mamma; poi in chiesa a servire la messa; indi a casa a far colazione, studiare i rudimenti del latino, ripassare l’albero genealogico della famiglia; che dopo desinare lo menava al passeggio, e daccapo in chiesa, al rosario; infine a risalutar la contessa e a letto.

Il giorno stesso in cui compiva dodici anni, suo padre lo aveva presentato all’ufficio del soldo, e così era entrato nell’esercito, prima soldato, poi cadetto, poi ufficiale; seguendo le guarnigioni, addestrandosi negli esercizi militari, adempiendo sempre con voglia e con cura le incombenze che gli venivano assegnate. Era scoppiata la guerra, ed egli...

Qui tacque, si morse il dito, e alzandolo, lo scrollò minaccioso. Si calmò quasi subito, lasciò cadere le braccia, piegò il collo, come se quell’assalto di passione, provocato da memorie amarissime, lo avesse spossato.

— Basta — ripigliò poi, con voce sommessa, — tiro via, che adesso non mi vo’ confondere con certi pensieri. Tutto muta nel mondo, e verrà pure il tempo in cui i padri e le madri non terranno più lontani da sè i loro figliuoli; non si contenteranno più d’ammetterli ad ore fisse a una udienza di formalità, introdotti dall’aio, dall’aia, dal prete, dal servitore, dalla cameriera ad offrire una specie d’omaggio di sudditanza... Non so se le cose vadano da per tutto così...

— No! — esclamò Ughes — no che non vanno da per tutto così. Ve ne sono, sa, delle madri che si rammentano che Dio pone nelle loro mammelle il cibo dell’infanzia, e non isdegnano affatto d’essere le nutrici dei loro piccini; padri che li menano seco al passeggio quando son grandicelli;case nelle quali i figliuoli conversano gaiamente con chi è del sangue loro, e ricevono insegnamenti, ammonizioni, carezze da labbra e da mani che sono loro care.

— Lei pensa ai suoi? — chiese il contino.

— Il babbo è morto l’anno in cui son nato; e non avevo ancor l’uso della ragione quando morì la mia mamma.

Vi fu un silenzio. La quiete solenne componeva i loro cuori a soave mestizia; destava in loro un turbamento di affetto che non avrebbero saputo esprimere.

— Mia madre è buona, però — mormorò Massimo, raumiliato, pentito del suo sfogo, — tanto più buona di me. E mi ama veramente. Anche mio padre mi vuol bene... Ma, santo Dio, con lui bisogna rigar diritto, troppo diritto!... E il troppo stroppia!


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