IX.

IX.

— Piangi pure — diceva l’avvocato Gaetano Oliveri, camminando innanzi e indietro per il salottino, — piangi, sfogati che ti fa bene.

Ma Liana, entrando, s’era lasciata andare in un seggiolone e ne stringeva nervosamente i bracciuoli; non piangeva, non parlava, non aveva che singhiozzi convulsi.

— Quieta, quieta — continuava l’avvocato, — quello che non mi puoi dire adesso, me lo dirai poi. D’altronde la tua cuoca mi ha già informato... Oggi sei stata a Racconigi, eh? Tutto sossopra anche là? Se tu avessi visto a Carignano! Il popolo tumultuava attorno al palazzo comunale: voleva armi, voleva che si diminuisse il prezzo del grano, voleva questo, voleva quello. Quando son passato io, il giudice, il sindaco erano lì lì per cedere. Ho sentito dire che anche a Virle, a Piobesi è principiato il tafferuglio. Tra due o tre giorni sarà da per tutto così. Il Piemonte è in combustione, tutto in combustione, figlia mia.

La tavola era apparecchiata. L’avvocato sedette, e cominciò a sbocconcellare una pagnotta.

— Scusa — ripigliò poi — non ho preso che una tazza di cioccolata stamattina, prima di partire. Volevo fermarmi a Carignano, ma poi... figurati! Ho lasciato riposare il cavallo in una cascina, dove fu grazia trovare un po’ di fieno...

All’apparire di suo padre, Liana aveva provato un senso di gioia ineffabile, credendolo apportatore di liete notizie. Non avendole egli detto nulla alla prima, s’era sentita ripiombare nelle tenebre; adesso immaginava ch’egli cercasse di prepararla a qualche cosa di terribile. Non la rassicuravano nè gli atti, nè l’espressione del viso; sapeva che neppure l’amarezza del dolore, neppure l’acerbità dello sdegno non modificavano quello stato di calma sbadata e singolare in cui viveva quasi costantemente il buon avvocato. La sua faccia era sempre colorita, la fronte spianata, la bocca composta al sorriso anche nelle circostanze più gravi della vita.

Menica entrò con la zuppiera fumante e la posò sulla tavola. Oliveri spiegò il tovagliuolo, si servì, poi, prima di mettersi a mangiare, considerò di nuovo sua figlia.

— Non ti senti proprio di prendere niente, tu?

Liana si alzò, venne a sedere di fronte.

— Dimmi tutto — esclamò angosciata, — dimmi subito tutto quello che sai di Luigi.

— Ma io non so niente — rispose l’avvocato. — La cuoca mi ha detto che è andato via, che non ti ha ancora scritto, che non ha più data contezza di sè. Non è tutto? Se c’è altro, parla.

Liana raccontò minutamente, febbrilmente quanto era accaduto in quei giorni.

— Bene; questo lo sapevo... — diceva suo padre. — Questo no. Ecco un punto che va rilevato... Ecco la conferma di ciò che pensavo.

Liana tacque.

L’avvocato contemplava il suo bicchiere tentennando la testa.

— Ma tu — diss’ella — come va che sei qui?

— Niente di più semplice. Non avevo forse promesso di venire a passare qualche tempo con voi? E poi, quandoho visto che vento spirava, ho pensato: qui è meglio muoverci prima che siano rotte le comunicazioni tra la capitale e le provincie. E son venuto. — Vuotò lentamente il bicchiere e ripigliò: — Del resto a Torino non si sta male. Non fa nemmeno poi tanto caldo. E quanto a guai, c’è stato un po’ di chiasso l’altro giorno contro un fornaio, che non voleva vendere il pane a un prezzo conveniente; ma c’è truppa, il Governo sta all’erta...

— Ma dunque — interruppe Liana — cosa pensi possa essere accaduto a mio marito?

— Finora niente; il ballo è appena cominciato...

Liana fece un atto d’impazienza.

— Aspetta — proseguì suo padre. — Il partito delle persone avverse all’attuale sistema è numeroso, più numeroso di quel che si crede, tanto numeroso che il Governo forse non osa prendere alcuna determinazione per non svegliare imprudentemente un formidabile vespaio. Io immagino come una gran rete che tiene lo Stato da un capo all’altro. In ogni paese ci deve essere uno o più uomini fidati, pronti a mandar nuove, lettere, istruzioni. Si tengono adunanze segrete, conventicole d’ogni specie. Non c’è dubbio che adesso, per esempio, si cerca di dar ad intendere ai contadini che la roba c’è, ma che chi non vuol far le cose a dovere è il Governo. E si mette a rumore città e villaggi, con un pretesto che ha già servito in tanti tumulti: la carestia. Sicuro che i presagi per quest’anno sono sinistri: le pioggie, i bruchi, le scarse raccolte degli anni precedenti, l’abbandono dalle campagne, le provvigioni enormi che si sono dovute fornire, le contribuzioni, lo scapito della carta monetata, della moneta eroso mista...

— Ma parlami di Luigi! — disse Liana, giungendo le mani. — Dimmi dove credi ch’egli possa essere andato.

Oliveri stese dolcemente la destra verso sua figlia, poi riflettè un momento.— Tutto m’induce a credere che tuo marito appartenga sempre al partito dei novatori. Perciò si possono far tante supposizioni. Egli si può essere recato in qualche città dello Stato per combinar coi faziosi il giorno e i modi della sollevazione. Può essere stato mandato dai capi a dirigere, ad arrolar gente, a dar il segnale... È un male, vedi, ch’io non ci abbia pensato prima: sarei venuto qui, l’avrei tenuto d’occhio. Vedendolo pensieroso, cogitabondo, l’avrei interrogato...

— E ora — domandò Liana — cosa farai per aiutarmi?

— Stasera niente, sono stracco morto. Domani, la notte mi avrà portato consiglio. E adesso vediamo dove mi hai messo a dormire.

Liana condusse suo padre nella stanza che gli era stata preparata. L’aveva già lasciato, era già sull’uscio, quando tornò indietro e gli si slanciò nelle braccia, piangendo a calde lagrime stavolta, pregandolo d’aiutarla a ritrovare Luigi.

— Ma sì, ma sì, ma sì — diceva l’avvocato, accarezzandole i capelli. — Non son più il babbo, eh? Non ci ho che te al mondo, diamine!

La mattina seguente, quando Liana picchiò all’uscio di suo padre per sapere come avesse passata la notte, si sentì gridar: — avanti! — dal vicino studio di Ughes.

Oliveri, seduto al tavolino, scriveva una lettera; quattro altre lettere stavano già davanti a lui piegate e sigillate.

Sorrise, ma non alzò gli occhi, e Liana andò a sedere sul sofà per aspettare che egli avesse finito.

Anche a Torino, egli passava una parte della mattina a scriver lettere. Benchè laureato in legge, Oliveri non aveva mai esercitata l’avvocatura, preferendo applicarsi agli studi letterari, storici e filosofici; e viaggiare. Aveva una copiosa libreria; amicizie e relazioni con molti dei migliori ingegni del Piemonte.

— Ecco — diceva Liana fra sè — ecco come ha pensato a me! Egli ha già preso le sue abitudini... Oh Signore! Soccorretemi voi! Non ho un cuore in cui versare il mio, non un aiuto, non un conforto! — E ripeteva a sè stessa una domanda già fatta altre volte: ogni volta che si trovava alle prese col carattere di suo padre. Era così per la forza della ragione, o per ottusità di affetti? Era ponderato e tranquillo? Od era freddo e insensibile?

L’avvocato ricominciò a sorridere, questo significava che egli era per terminare. Firmò, piegò, fece l’indirizzo e collocò la lettera accanto alle altre.

— Ho scritto a Biella — diss’egli, fregandosi lietamente le mani, — Novara, Vercelli, Asti, Mondovì, pregando tutti i miei amici, di mandarmi ragguagli su quanto accade, o quanto sarà per accadere. Sta tranquilla che mi sono spiegato in modo da farmi capire. Se tuo marito si trova in una di queste città, lo sapremo. Nei luoghi più vicini, andrò io con la vostra scorratta. Va bene così? Se poi, malgrado tutto quel che si farà, non si saprà nulla di lui ancora per qualche giorno, non ti dovrai turbare.

— Oh babbo! — esclamò Liana, dolorosamente.

— Senti: potrebbe aver avuto una missione, un mandato dai capi del suo partito. Credi tu che non ne abbiano dei capi? Che siano tutti liberi ed uguali perchè parlano di libertà e di uguaglianza? Potrebbe essere in Liguria o in Lombardia, ove sono rifugiati tutti i principali mestatori.

— Perchè non mi ha avvertita? — domandò Liana, con infinita amarezza. — Perchè non mi ha scritto?

— Avrà promesso il segreto; avrà giurato di non dir nulla a nessuno, pena la vita. Del resto poi queste son tutte ipotesi. Non mi stupirei niente affatto di vederlo ricomparire qui un momento o l’altro, fresco come una rosa. Chi sa mai? E se il segreto, invece d’esser politico, riguardasse la sua professione? Il caso sarebbe tutt’altro che nuovo.

La giornata passò assai tranquilla; Oliveri passeggiò, meditò, desinò con appetito, scrisse due altre lettere dopo il sonnerello pomeridiano, poi uscì per dar un’occhiata al paese.

Il parroco e il notaio, informati del suo arrivo, vennero subito dopo cena. L’avvocato e sua figlia erano ancora a tavola. La conoscenza fu presto fatta; Menica arrivò coi bicchieri e la conversazione s’avviò. Si parlò un poco del caldo, della siccità che cominciava a farsi grave.

— Tant’acqua, tant’acqua e poi adesso più niente! — diceva don Prato. — Speriamo nel triduo che incominceremo domani sera...

Arignani guardava in terra, con certe tentennatine di testa, che parevano voler dire: — Questo è niente: se a questo mondo ci fossero solamente la siccità ed il caldo!

Tanto che l’avvocato se ne accorse, si voltò a lui, e gli disse:

— E lei, signor notaio, cosa ci racconta di bello?

— Di bello?... Eh, veramente non so. Dipende dalle opinioni... quelli che possono averne... perchè già... Insomma la rivoluzione di Racconigi è bell’e finita.

Liana si riscosse, puntò le mani sulla tavola come per alzarsi, poi si lasciò ricadere fissando in faccia a suo padre gli occhi smarriti.

— Sentiamo i particolari — disse l’avvocato.

— Ieri sera sono arrivati i soldati...

— E poi?

Arignani e don Prato affermarono di non saper nulla più. L’avvocato credette che rifiutassero di parlare per non spaventar Liana, e per il momento non domandò altro. Però quando si furono congedati, li accompagnò nel cortile come per cortesia, e quivi, prima di lasciarli, rivolse loro parecchie domande:

— Mi sanno dire se la resistenza è stata accanita? Sesi son fatti molti arresti? Ricordano per caso il nome di chi comandava la regia truppa? C’era solamente la fanteria, o anche un po’ di cavalleria?

Rientrò subito.

— Niente — diss’egli a Liana, — non sanno proprio altro.

Liana aveva il viso nascosto tra le mani. Oliveri contemplò un poco i folti capelli dorati, fregandosi dolcemente le ciglia come per non lasciarle aggrottare.

— Di che cosa hai paura? — susurrò poi. — Tuo marito non era mica a Racconigi?

Liana si riscosse, raccontò concitatamente a suo padre la visione avuta; come avesse creduto di veder Luigi entrare in un portone, e non fosse riuscita nè a rivederlo, nè ad accertarsi che si era ingannata.

Oliveri ascoltò attentamente, pensoso, ma non turbato; come al solito, si sarebbe detto che udiva una cosa semplice, ovvia, ch’egli aveva perfin preveduta.

— Ho capito — disse poi. — E con questo io vado a letto.

Liana si sentì stringere il cuore: conosceva suo padre, ma non si sarebbe aspettata in simile circostanza, tanta freddezza. Si alzò per accompagnarlo, come la sera prima.

— Si va a dormire all’ora delle galline — diceva Oliveri, salendo la scala, — ma che farci? Ieri sera ero stanco, domani mi dovrò alzar presto...

— Perchè? — chiese Liana, distratta.

— Eh, figlia mia, bisognerà pur veder questa faccenda un po’ da vicino. Ma per mezzogiorno spero d’essere a casa.

— Dove vai?

— Oh bella, a Racconigi!

— Oh babbo! — esclamò Liana, spaventata — per amor di Dio...

— E cosa vuoi che mi accada? Ti par ch’io abbia ilviso d’un cospiratore? E poi sono prudente... Sta quieta, sta tranquilla...

Liana gli aveva afferrato una mano e gliela baciava.

— Oh babbo, non andare! Se succedesse qualche cosa anche a te! Pensa! Che orrore, che rimorso...

— La vuoi finire! — esclamò l’avvocato, ritraendosi. — Chi vuole vada, chi non vuole mandi. Ora siccome io voglio... voglio fare quel che si può, domani vado a Racconigi.

Quella notte Liana non dormì quasi affatto, più che mai tormentata da oscuri e sinistri presentimenti. Voleva alzarsi prima che partisse suo padre per salutarlo, per raccomandargli ancora di non esporsi in nessun modo, a nessun pericolo. Avrebbe voluto accompagnarlo, ma pensava che in un serra serra sarebbe stata un impaccio e non altro.

Stanca di mente e di corpo, si assopì al nascer dell’alba e non si risentì che verso le sette. L’avvocato era partito da mezz’ora. Ecco, era di nuovo sola! Che fare? Come passare il tempo? Come distrarre la mente? Desiderava tanto ardentemente un po’ di pace: dove trovarla?

Si aggirò per la casa, senza riuscire ad occuparsi. Poi sentì bisogno di aria, di moto, e uscì in giardino. Gabriel le venne subito incontro: erano tre giorni che aspettava un certo ordine. Le parlava, le parlava, ed ella, per quanto facesse, non riusciva a raccogliersi così da poter rispondere a tono. Laggiù, in fondo al viale, il cancelletto che metteva alla parrocchia era spalancato. Le parve un invito. Sì, sì, rifugiarsi in chiesa, pregare, pregare, pregare.

Vi andò subito. A quell’ora, là dentro, non c’era nessuno. Sedette nel suo banco col viso tra le palme, e cominciò a raccomandare fervorosamente a Dio suo padre; ma il pensiero corse tosto a Luigi, si trovò trascinata nella ricerca affannosa. Oh non avere un luogo in cui poterlo vedere almen con la mente! Si sentiva come sollevata dauna mano potente e terribile, in alto in alto, in luogo di dove la vista spaziava su città e villaggi brulicanti di uomini furibondi. Luigi era là, si trattava di scoprirlo in quel formicaio. Una cosa tanto impossibile! Almeno esser certa ch’egli era vivo! Cercava di rammentare quello che aveva provato l’altra volta, quando egli aveva dovuto fuggire. Anche allora aveva sofferto, ma almeno era stata avvertita! Oh una parola, una sola parola, scritta o pronunciata! Ma che strazio questa ignoranza assoluta, questo trovarsi perduta fra tenebre fitte!... Abbandonarsi a Dio, non c’era altro... Ebbene, ecco si abbandonava. Ascoltava il cuore batter forte forte e aspettava, parendole di sentirsi già spuntar dentro una lieve, repentina speranza. Subito cercava di vedere, d’immaginare uno scioglimento felice, impensato. Una lettera di Luigi, che si diceva sicuro a Genova, a Milano, e l’invitava a partire, a venirlo a raggiungere. Oppure no: egli rientrava in casa all’improvviso e la stringeva fra le braccia. Raccontava subito tutto. Era stato chiamato a veder un malato in una villa, in un castello lontano. L’uomo era agli estremi, ma egli aveva intravveduto il mezzo di ridargli la vita. Solamente bisognava assisterlo continuamente, stabilirsi lì al capezzale, e combattere il male senza dargli un minuto di tregua. Era rimasto, e l’aveva salvato. — Perchè non scrivere? — Ma sì, aveva scritto. — Dunque la lettera era andata perduta?! — Ecco! — E Liana si metteva in ginocchio e tenendo giunte al petto le mani, alzava il viso e gli occhi al cielo e tornava a pregar Dio, affinchè concedesse che la cosa fosse così, per l’appunto come ella la immaginava. Tutto questo non era forse possibile, assolutamente possibile?

— Mio Dio, alla fin dei conti io non vi domando un miracolo!

Una rondine, entrata per la porta spalancata, andava su e giù per la navata di mezzo; s’udiva il cinguettared’alcune altre posate al di fuori sul cornicione. Dalle finestre lunghe del coro si vedeva il cielo azzurro, il tremolar delle fronde nel sole.

— Mio Dio — ripeteva Liana, supplicando — non fatemi soffrire di più!

Ad un tratto le parve di sentire un leggero rumore di ruote; la via traversa che dalla strada di Racconigi conduceva a casa, passava appunto lì dietro la chiesa.

Si alzò, uscì, riattraversò rapidamente il giardino, pieno il cuore d’una nuova e forte ansietà.

L’avvocato, sceso allora allora dal legno, aveva domandato subito di lei alla serva. Le veniva incontro adagio, ridente, con la faccia di chi ha in pronto una barzelletta, una celia:

— Come va? Come hai dormito? — domandò egli, baciandola.

— Bene — rispose Liana. — E dunque?

— Oh tutto tranquillo. Racconigi pareva un cimitero, stamattina. Ho avuto modo di saper molte cose; ho trovato un conoscente, un certo Ghersi, mio antico compagno di scuola, che credevo morto da anni e che invece è più in gamba di me. È un realista sfegatato; informato di tutto. Per farla corta: alcuni dei capi sono fuggiti o nascosti; gli altri sono stati arrestati. Tuo marito fra questi non c’è.

Liana chinò la testa, mise un sospiro.

— Cosa vuoi di più? — conchiuse suo padre.

Più tardi uscì per rendere la visita al parroco, al notaio, e sentire se c’erano nuove in paese.

— Domani vado a Moretta e a Villafranca — diss’egli poi, tornato a casa. — Pare che il tafferuglio sia cominciato anche là.

Infatti il giorno dopo andò via al mattino e tornò verso sera. S’era fermato poco a Moretta, ma a Villafranca lo aveva divertito assai lo spettacolo degli insorti, che, ordinatimilitarmente, perquisivano le case dei nobili e demolivano i molini ed i forni feudali.

Egli seguitò così; in quei giorni fu continuamente in moto, malgrado l’afa, malgrado i disagi. Partiva, arrivava, ripartiva; sempre solo, sempre franco, sempre sereno.

Quando si seppe che in Asti era stata proclamata la repubblica, annunziò a Liana ch’egli andava anche là.

— Da quanto ho inteso, là le cose sono molto più serie che altrove. Chi sa...

Liana lo lasciò andare anche questa volta. Si sentiva così stanca oramai, così spossata dalla continua attesa! Durante le assenze di suo padre, o lunghe o brevi, non usciva quasi più. Tutto il giorno ella stava seduta nella finestra dello studio di Luigi, senza leggere, senza lavorare, con gli occhi fissi sulla stradetta per cui, secondo la sua immaginazione, egli doveva tornare. Durava così delle ore ad essere come fuori del mondo.

Partito al mattino, Oliveri prima di sera era già di ritorno.

— Caspita! — diss’egli, dopo aver abbracciato strettamente la figlia. — Non c’è stato modo d’andar avanti; nei paesi per i quali passavo, tutti mi consigliavano a non tentar l’impossibile. Par che in seguito all’ultimo editto la gente di campagna si sia armata per il Re; fatto sta che le strade sono impedite e che ci si arrischia la pelle... Del resto notizie da Asti ne avremo ugualmente. Sai che ho scritto all’amico Fraschini; o prima o poi arriverà la risposta.

Oliveri non si mosse più da Murello; cominciò un’altra vita. Si alzava assai tardi, passava il resto della mattina leggendo o scrivendo, e dopo pranzo andava a casa di Arignani, ove convenivano le notabilità e le autorità del paese. Dimostrava a Liana una tenerezza quasi materna, ma non le parlava più di suo marito.

Si apriva invece col parroco e col notaio, esponendoloro placidamente, con lo stesso tono di voce, tanto le supposizioni più rosee, quanto le più nere.

— Chi sa dove diavolo hanno spedito il buon Ughes quelli della sua setta? Non mi meraviglierei niente affatto di ricevere un bel giorno notizie da Parigi, di saperlo diventato qualche cosa di grosso laggiù: che dell’ingegno ne ha da rivendere mio genero, e senno, e tenacia, e coraggio... Del resto potrebbe anche essere scappato per sottrarsi a qualche funesto giuramento, a qualche impegno delittuoso e terribile. Così si spiegherebbe il segreto assoluto, il silenzio prolungato... Un’altra ipotesi: non potrebbero averlo, per così dire, rapito e rinchiuso per punirlo d’aver abbandonato il partito? Non potrebbero averlo assassinato? Nei tempi in cui siamo tutto è diventato possibile!

Quando si sparse la voce che in parecchi luoghi, come a Carignano, a Chieri, a Cuorgnè, un certo numero di repubblicani erano stati fucilati a furor di popolo, l’avvocato osservò che suo genero poteva aver finito così, e che in questo caso non si sarebbe saputo mai più nulla di lui.

— Santo Dio! — diceva egli — le combinazioni sono tante, tante le possibilità, che a volerle scoprir tutte c’è di che ammattire... E il Governo è stato abile, bisogna dirlo. Col bando del 24, il Re concede perdono ai colpevoli dei tumulti accaduti fino a quel giorno per il caro delle granaglie ed esorta i municipi a provveder d’armi le persone dabbene e i possidenti contro i sediziosi... Ecco trovato il modo di separare i campagnuoli dai repubblicani. Questo non è che il tuono; due giorni dopo scoppia anche il fulmine. Data facoltà a chiunque di accoppare quelli che saccheggiano le case o commettono violenze; gli arrestati in flagrante, puniti di morte... E poi Giunte locali, giudizi sommari, esecuzioni immediate, insomma la legge marziale con tutte le sue conseguenze. Il provvedimento è energico; purchè non si ecceda.

La prima domenica di agosto, mentre i murellesi uscivano da messa grande, sentirono che in piazza si batteva il tamburo. In pochi minuti uomini, donne, vecchi, fanciulli furono tutti adunati davanti all’albo pretorio. Chetato il bisbiglio confuso, l’inserviente Antonio Boscario, con a lato Giambattista Spertino e Domenico Godano, quali testimoni, ad alta ed intelligibile voce di grida, proclamò il seguente:

«Premendo alla pubblica tranquillità per soddisfazione dei buoni e terrore dei reprobi che si esterminino i nemici dello Stato e del buon ordine, la Regia Giunta stabilita nella presente città, valendosi delle facoltà da S. M. accordatale nel suo Editto delli 26 ora scorso luglio, dichiarando esposti alla pubblica vendetta Carlo Gallo del vivente medico Carlo e Gio. Battista Comino di Revello, sedicenti Generale, e Luogotenente Generale, comandanti la Repubblica piemontese nella Valle del Po, promette ed accorda impunità e premio di lire millecinquecento Regie di Piemonte a chi non essendo degli autori e promotori principali, ancorachè complice nel tumulto ed attruppamento sedizioso occorso nei passati giorni in detto luogo di Revello, darà vivo nelle forze della Giustizia, li detti Gallo e Comino, ed altri simili; ed a chi uccidesse alcuno di essi, siccome resta lecito ad ognuno di fare, il premio di lire mille oltre l’impunità.«A chi poi non essendo complice in tale orrido eccesso arrestasse, o consegnasse vivo nelle forze alcuno d’essi Gallo o Comino, o loro correi, se gli accordi facoltà di poter liberare altro reo di altri delitti, ancorachè meritevole di morte, od altro complice di tale attruppamento e tumulto, purchè non sia degli autori o promotori principali suddetti del medesimo, ancorachè fosse di quelli che in qualche occasione si fossero in pubblico mostrati sedicenti sediziosi, e se gli accorda in oltre il premio di lire tre mille.«Se poi non gli riuscisse di consegnarli vivi nelle forze, ma soltanto di ucciderli, resta loro accordato il premio di lire tre mille.«Si persuade la R. Giunta che pentiti li Rei ed animati da giusto zelo li buoni, vorranno profittare di questa opportunità per rientrare nella classe degli amanti del buon ordine, e gli altri maggiormente animati dal desiderio di ristabilire la pubblica tranquillità s’impiegheranno tutti, giusta le loro forze, ad estirpare cotesti infesti sediziosi.«Saluzzo, il 5 agosto 1897.«Per detta R. Giunta«Isasca, segretaro».

«Premendo alla pubblica tranquillità per soddisfazione dei buoni e terrore dei reprobi che si esterminino i nemici dello Stato e del buon ordine, la Regia Giunta stabilita nella presente città, valendosi delle facoltà da S. M. accordatale nel suo Editto delli 26 ora scorso luglio, dichiarando esposti alla pubblica vendetta Carlo Gallo del vivente medico Carlo e Gio. Battista Comino di Revello, sedicenti Generale, e Luogotenente Generale, comandanti la Repubblica piemontese nella Valle del Po, promette ed accorda impunità e premio di lire millecinquecento Regie di Piemonte a chi non essendo degli autori e promotori principali, ancorachè complice nel tumulto ed attruppamento sedizioso occorso nei passati giorni in detto luogo di Revello, darà vivo nelle forze della Giustizia, li detti Gallo e Comino, ed altri simili; ed a chi uccidesse alcuno di essi, siccome resta lecito ad ognuno di fare, il premio di lire mille oltre l’impunità.

«A chi poi non essendo complice in tale orrido eccesso arrestasse, o consegnasse vivo nelle forze alcuno d’essi Gallo o Comino, o loro correi, se gli accordi facoltà di poter liberare altro reo di altri delitti, ancorachè meritevole di morte, od altro complice di tale attruppamento e tumulto, purchè non sia degli autori o promotori principali suddetti del medesimo, ancorachè fosse di quelli che in qualche occasione si fossero in pubblico mostrati sedicenti sediziosi, e se gli accorda in oltre il premio di lire tre mille.«Se poi non gli riuscisse di consegnarli vivi nelle forze, ma soltanto di ucciderli, resta loro accordato il premio di lire tre mille.

«Si persuade la R. Giunta che pentiti li Rei ed animati da giusto zelo li buoni, vorranno profittare di questa opportunità per rientrare nella classe degli amanti del buon ordine, e gli altri maggiormente animati dal desiderio di ristabilire la pubblica tranquillità s’impiegheranno tutti, giusta le loro forze, ad estirpare cotesti infesti sediziosi.

«Saluzzo, il 5 agosto 1897.

«Per detta R. Giunta

«Isasca, segretaro».

La folla cominciò a sciogliersi; i più tiravano via verso casa, come se ciò che avevano udito fosse una cosa lontana, d’altri tempi o d’altri paesi. La piazzetta rimase seminata di capannelli e di crocchi nei quali correvano blandi commenti.

— Le cifre sono tonde — osservava un contadino, — non c’è che dire.

— Già, già, rispondeva un altro — ma, ehi! pensa che si arrischia anche la pelle. Credi tu che quel signor Gallo, o quel signor Cornino si lascierebbero arrestare senza far resistenza?

— Non credo niente io; parlo dei quattrini.

— Ecco — diceva un giovinotto — dato il caso, bisognerebbe mettersi d’accordo, fare come una squadra, e poi...

— E poi e poi — interrompeva un vecchio, — credi a me: certe cose è meglio lasciarle fare a chi tocca.

— Bravo! Sicuro! Questa è giusta! — gridarono tre o quattro voci. — Che se la sbrighino un po’ fra di loro.

E si tornò ai tranquilli discorsi delle altre domeniche.

L’avvocato Oliveri, che era stato presente alla pubblicazione, si guardò bene dal parlarne alla figlia. Non gli parevad’averla mai veduta così, neppur quando Ughes aveva dovuto fuggire, dopo la scoperta della prima congiura.

— E sì che anche allora era già innamorata — pensava, — bisogna dire che il suo amore sia ancora aumentato!

Egli temeva sempre che, perduta ad un tratto ogni speranza, ella scoppiasse in un accesso di disperazione terribile, oppure si mettesse a far atti o a dir parole di estremo dolore. Ah quando si fermava su quest’idea, subito si sentiva divenir meno quieto, meno imperturbabile! Perciò s’ingegnava in tutti i modi di tener lontano da lei il pensiero che Ughes potesse non tornar più.

— Diamine! — egli diceva a Liana ogni tanto. — Tuo marito è già risuscitato una volta; non vuoi che risusciti questa? Dopo i fatti del ’94 egli corse ben altro pericolo. Caspita! era compromesso, ricercato, condannato. Invece ora, per quanto io sappia, nessuno ha pronunciato il suo nome.

In certi momenti Liana gettava le braccia al collo di suo padre e stava così senza piangere e senza parlare. Altre volte, rabbrividiva tutta e lo scongiurava di dirle la verità qualunque essa fosse; poichè quello stato lì era il peggiore di tutti. Venne un giorno in cui parve che le parole tante volte ripetute da suo padre non entrassero più nella sua mente. Le dimostrazioni d’affetto, le premure non la crucciavano, non le davano noia, ma le riuscivano indifferenti. Ora stava lunghe ore chiusa in casa, come se avesse ribrezzo del sole, della luce, del verde, di tutto ciò che ispira idee di serenità e di gioia; come se fosse priva di volontà, piena d’avversione per ogni piccolo sforzo, ogni movimento. Ora invece si aggirava per il giardino e per le stanze con gli occhi lagrimosi, le labbra convulse, occupata a visitare tutti i luoghi in cui la memoria le rappresentava suo marito, a raccogliere mentalmente, con minuzia affannosa, tutti i ricordi lasciati da lui. Sul piccolocancello di legno egli aveva posate tante volte le sue mani! Su quella panca sedevano spesso insieme di sera. A quel vecchio tronco mancava un pezzetto di scorza, tagliato da lui, un giorno che si baloccava col suo temperino. Ella cercava le sue orme nella terra dei viali. Apriva l’armadio e maneggiava i suoi abiti; sfogliava i suoi libri, toccava le penne, la carta, tutti gli oggetti che si rammentava d’aver veduto toccare da lui. Quando, tornando, suo padre non la trovava in casa, sapeva dove andarla cercare: ella era nel cimitero, inginocchiata sulla tomba del vecchio zio Vietti.

L’avvocato riceveva lettere a tutte le poste. Andava egli stesso ad aspettare il procaccio, si faceva dare quello che portava il suo indirizzo e correva a chiudersi in camera per leggere più tranquillamente. Erano risposte ad altre lettere scritte da lui, che lo informavano del modo con cui erano andate le cose nelle varie città e in parecchi paesi.

Si narravano in tutte presso a poco gli stessi fatti; i realisti avevano il sopravvento in ogni luogo.

Arrivò finalmente anche la lettera del signor Fraschini. L’avvocato seppe così che in nessun altro luogo l’agitazione era stata lunga e grave come in Asti. L’amico mandava una relazione molto ben particolareggiata dei fatti, e concludeva: — Si sono già fucilati Arò, Berruti, Testa, Trinchero, Rattino, Manzo, Celotto, Rivella, Chiomba, Raspo, ecc.

— Eccetera! — brontolò l’avvocato. — Purchè quest’eccetera non voglia dir Ughes. Bisognerà ch’io riscriva, pregandolo di mandarmi i nomi in disteso.

Ma ben presto comprese che a voler aver i nomi di tutti quelli che cadevano in quei giorni condannati dalle Giunte e giustiziati dai soldati era cosa difficilissima, per non dire impossibile.

Quando seppe che le esecuzioni si facevano a intervallidi alcuni giorni e che si lasciavano i cadaveri esposti sino alla sera, Oliveri tornò a mettersi in moto.

Fu a Saluzzo, a Racconigi, a Carignano, a Moncalieri. Tornava a casa un po’ pallido e non sorrideva più. Appena arrivato, se la sera non era troppo inoltrata, andava a cercare il parroco o il notaio, per raccontare quello che aveva visto o sentito.

— Si eccede, si eccede. Io sono per il Governo; mi duole il dirlo, ma si eccede. Sapete chi hanno fucilato a Moncalieri? Carlo Tenivelli. Un uomo dotto, che ha dato alle stampe molte opere, anche poesie. L’ho conosciuto un pochino. Costui capo degli insorti? Ci sarebbe da ridere, se il caso non avesse avuto una fine così lagrimevole. Dite che l’insurrezione era condotta, capitanata da un bambino di tre anni e sarà tal e quale. Aveva un viso serio e mansueto, quel povero Tenivelli, dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole, la sua compagnia era mite e soave. Era anche miope come una talpa. Dicono che abbia fatto dei discorsi sediziosi, terribili. Ma se aveva l’aria di non saper nemmeno in che mondo vivesse! Per me non capisco! Gli amici, forse gli stessi che l’avevano cacciato nell’imbroglio, lo persuasero a scappare. Girovagò per la collina e finì col rifugiarsi in casa di un altro amicone, che lo denunziò per trecento lire. Fu arrestato, ricondotto a Moncalieri da un drappello di cavalleria, e fucilato senza complimenti l’altra mattina alle cinque. Prima di morire scrisse una lettera alla sorella, e andò al supplizio come se andasse a passeggio.

A Savigliano non v’era stato che qualche tentativo di rivolta, represso subito energicamente dagli stessi abitanti. Un giorno l’avvocato vi andò col legno per diporto e tornò con una buona, con un’ottima notizia.

— Un altro editto! — diss’egli lietamente a sua figlia. — Il Re ordina alle Giunte di desistere da ogni procedimentoverso coloro che non sono stati nè autori, nè capi di ribellione e che sono rientrati nel dovere deponendo spontaneamente le armi. Adesso vedremo. Sono quasi certo che tuo marito non era fra i capi, l’avrei saputo dai miei corrispondenti. A meno che egli avesse cambiato nome, preso un nome di guerra, ciò che non credo, non rispondendo all’indole sua. Ad ogni modo penso che questo ci lasci facoltà di sperare.

Egli chiacchierò assai a cena e dopo. Spiegò a sua figlia quello che erano le Giunte, e come gl’ispirassero ben poca fiducia perchè composte di persone anticipatamente e naturalmente nemiche di quelli che dovevano giudicare.

— Lasciamo a parte la capitale, dove a formar la Giunta intervengono membri affatto speciali, ma nelle altre città! Il comandante militare, il prefetto civile, l’intendente, l’avvocato fiscale... Quasi tutte persone troppo ligie al Governo, vincolate, inclinate a provare la loro fedeltà, la loro devozione, con degli atti di rigore, e santo Dio! anche di crudeltà. E nota che per l’arresto dei rei, essi possono servirsi di mezzi straordinari: premi, impunità, salvacondotti, e simili. Puoi immaginare quante vie vengano aperte alle accuse, alle delazioni, alle vendette, ai tradimenti...

Qui cominciò a fare spensieratamente un lugubre quadro di quello che era stato il Piemonte nei giorni antecedenti, ma voltatosi per caso a guardar Liana, restò non so con qual parola ammezzata a fior di labbra.

Non l’aveva mai vista così pallida, così mortalmente pallida.

— Insomma — diss’egli, tagliando corto — quelli che fanno veramente compassione sono i soldati. Dopo aver combattuto valorosamente per quattro anni contro un nemico fornito di pratica e di ferocia, vedersi costretti a far il mestiere del birro, e diciamolo pure, anche del boia. Meno male che adesso è finita.

Quando fu noto che in parecchi luoghi si celebravano funzioni religiose per ringraziare Dio della ricuperata tranquillità; e si banchettava, e si danzava per festeggiare il ristabilimento della pace, parve a Oliveri che si dovesse far qualche cosa anche a Murello; e invitò alcuni dei notabili a trovarsi di sera in casa sua.

Venne il parroco, vennero i sindaci (che allora erano due e si cambiavano a ogni semestre) venne il notaio, il chirurgo, il barbiere.

Oliveri, ritto vicino alla tavola nel salotto da pranzo, sembrava un professore in attesa di veder a posto tutti i suoi scolari per principiar la lezione. Accennò a ognuno di accomodarsi ed espose bellamente le ragioni che l’avevano indotto a fissar l’adunanza.

Tutti approvarono.

— Allora — riprese l’avvocato — poichè siamo d’accordo che si debba far qualche cosa, resta a vedere, a decidere che cosa si deve fare.

— Però — disse a mezza voce Susta, il barbiere — qui a Murello non abbiamo fatto niente di male; non so perchè si debba chieder perdono.

— Oh! — esclamò il notaio — non avete capito? Si tratta di fare una festa, non di chieder perdono.

— Vorrei saper solamente se è un affar di premura? — domandò Godano, il sindaco allora in carica.

— No — rispose Oliveri; — perchè mai?

— Eh niente! Tanto così per sapere.

— Bisognerebbe anche essere certi che questa storia è finita — osservò il chirurgo Formica. — Ieri sera ne ho ancor visto freddar uno a Racconigi.

— È l’ultimo — disse Vallero, l’altro sindaco.

— Doveva essere l’ultimo quello a cui hanno presa la pelle giovedì.

— Sì, ma stamattina, a Racconigi, si diceva piano eforte che il principe Carignano è andato dal Re e si è fatto sentire...

— Cioè — interruppe Oliveri, — avrà pregato, avrà interposto uffici in favore degli imputati che ancora rimangono.

— Sarà così; e pare che il Re stavolta abbia proprio promesso il perdono.

— Ecco! — esclamò l’avvocato. — È questo che dobbiam festeggiare.

— Io sarei d’avviso d’aspettare ancora un pochino — mormorò Godano.

— Anch’io, anch’io, anch’io! — gridarono tre o quattro altri.

— Cinque o sei giorni, una settimana — disse don Prato. — Potrebbe darsi che fosse qui anche sor Luigi, allora sì che si starebbe allegri!

— È vero — mormorò l’avvocato, e soggiunse fra sè: — Toh! come diamine questo è venuto in testa a lui e non a me?

— Chi sa che non torni anche Bechio — disse il barbiere.

E si cacciò a ridere.

— A proposito — esclamò l’avvocato — ho sentito a parlare di questo Bechio, scomparso anche lui come... E nessuno sa dove sia?

— Eh no, signore — rispose Godano, — non si sa proprio niente. C’è chi assicura d’avergli visto in mano un passaporto del signor generale Bonaparte, ma la credo una favola.

— Che uomo era?

— Peuh! — brontolò il chirurgo. — Io dico che se gli hanno empita la testa di piombo, hanno fatto un vantaggio a lui che l’aveva leggiera e un gran servizio al paese!

Menica entrò col vassoio e si cominciò a discutere allegramente sul vino.

Pochi giorni dopo accadde il fatto di Govean, che tolseall’avvocato ogni velleità di proporre festeggiamenti. Pietro Francesco Govean, capo degli insorti di Racconigi, veduta fallita l’impresa, si era salvato in Francia. Saputo che il Re aveva accordato il perdono, tenendosi sicuro, rimpatriò. La Giunta, che a Racconigi s’intitolava Consiglio di guerra, non fece altro che tanto: lo agguantò e lo condannò a morte. Il 4 settembre Govean andò al supplizio fra due file di soldati, intrepido come chi ha fatto da tempo il sacrifizio della propria vita. La gente, attediata oramai dal ripetersi di quei casi, lo guardava passare cupa e angustiata. Egli cercava di giustificare le opere sue con voce alta, solennemente squillante nel silenzio mortale. Si narra che il luogo in cui cadde, un quieto, ombroso viale che serviva alle passeggiate e ai ritrovi, rimanesse per molti anni abbandonato, quasi che il terreno durasse tuttavia bruttato di sangue.

L’impressione del caso fu enorme da per tutto e sollevò innumerevoli dispute. Anche Oliveri n’ebbe una, e relativamente assai viva, col chirurgo Formica. Secondo lui la Giunta, o Consiglio che fosse, aveva fatto benissimo a non considerare altro che l’articolo 1º dell’editto 14 agosto, il quale escludeva dal perdono giust’appunto gli autori ed i capi.

— Ma chi sono gli autori? — diceva il chirurgo. — Chi sono i capi? Come li classifica lei, come li distingue? Si doveva tener conto delle parole del Re, non badar ad altro che a questo!

— Un accusato di delitti comuni...

— Un’altra adesso! Lo so bene che si sono fondati su ciò. Ma mi dica un poco: non è vero che il bando non fa distinzioni? E dunque! E poi: delitti comuni? Quali? Specifichi. Forse perchè Govean ha messo taglie?

— Sicuro!

— Oh bene! Perchè le ha messe? Per motivo di rivoluzione.Dunque il delitto cessa di esser comune per diventar strettamente politico. Ma poi cosa andiamo cercando! Era tornato fidando sulla parola d’un Re; ecco quello che lo doveva salvare!

E la contesa durò su e giù per la strada della Madonna degli Orti, finchè quasi non ebbero più fiato. Usciti prima del tramonto, rientrarono in paese che era già notte.

— Basta — disse il chirurgo, barattando il saluto — intanto quelli che sono fuori faranno bene a restarci.

L’avvocato non disse più nulla, accelerò il passo, arrivò a casa, salì diviato nello studio di Ughes, dove era certo di trovar Liana.

Ella lo vide, si riscosse, balzò in piedi palpitando.

— Oh niente — diss’egli, — niente di nuovo, sta pur seduta. Ti volevo solo dir questo: se tuo marito, come seguito a credere, è salvo e lontano, prega Dio che non torni, ma pregalo, sai.


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