XIII.

XIII.

— Oh santa Vergine! — esclamò Menica, aprendo e ravvisando Massimo. — Chi vedo mai!

Poi subito gli accennò di parlar sottovoce. Massimo, un po’ sorpreso, domandò se i padroni erano in casa.

— Sì, signore: madama è lì nel salotto, il signor avvocato, il papà di madama, dev’essere in camera.

— Il signor Ughes forse è già uscito?

Menica diede due passi indietro.

— Oh Vergine cara! Cosa sento mai! Dunque non sa niente? E io che credevo fosse qui con qualche nuova! Poveri noi! Domanda se sor Luigi è già uscito? Altro che uscito!... Dio volesse che ci fossimo ancor tutti!

E cominciò a raccontare a Massimo quant’era accaduto dopo la sua partenza.

— Insomma — diss’egli a un certo punto, vedendo che la narrazione riusciva lunghetta e confusa, — il signor Ughes è andato via e non si hanno più notizie di lui. È questo?

— Già. Ma le pare naturale una cosa simile? Adesso mettiamo che non sia niente affatto morto, che madama si stanchi d’aspettarlo, che un bel giorno si lasci far la corte da un altro, e che poi... Guardi un po’ che pasticcio!

— E la signora come sta?

La serva mise un gemito e alzò gli occhi al soffitto, agitando le mani.

— Adesso vedrà — diss’ella; — vedrà, vedrà, vedrà!

Chiuse, senza far rumore, l’uscio dal quale era entrato il contino e andò pian piano ad aprirne un altro di fronte.

Liana era nella finestra fino a terra che metteva sul terrazzino; teneva la testa un po’ china, appoggiando la fronte ai vetri.

— Sempre lì — mormorò Menica, — sempre così. È una fissazione. — Soggiunse poi, alzando la voce. — Madama, un signore... una visita che le farà piacere.

Liana si voltò, fece alcuni passi mollemente, languidamente, come se si movesse in sogno. Ad un tratto scorse il giovane, rimasto, per delicata temenza, indietro nell’anticamera buia, gittò un grido soffocato.

Massimo indovinò, comprese per chi essa lo scambiava e si portò rapido dove batteva la luce. Ma la povera signora s’era arrestata sull’atto, mettendo un — Oh! — pieno d’inesprimibile sconforto. Si lasciò poi andar seduta sopra una seggiola vicina, alzando e crollando leggermente la testa, con un lieve, amaro sorriso di compassione per sè stessa.

— Mi perdoni — diceva intanto al contino, che la guardava muto ed afflitto; — lei non sa... lei non può sapere...

— So tutto, so tutto! — rispondeva Massimo con voce alterata. — Sono io che devo domandarle perdono; io che sono venuto a disturbare... a disturbarla. Ho fatto male. Dovevo pensarci, dovevo avvertirla.

L’avvocato Oliveri, udendo parlare dalla stanza vicina, si affacciò all’uscio.

Menica, che stava già per ritirarsi, si credè in obbligo di risparmiare a Liana la cura della presentazione.

— Il signor contino di Robelletta — diss’ella, appuntando a Massimo l’indice della destra. — Quello ch’eratanto amico di sor Luigi. E si figuri, sor avvocato, che non sapeva niente di niente.

— In cucina, voi! — susurrò Oliveri, abbottonandosi la veste da camera con una mano e accomodando il parrucchino con l’altra.

Si fece poi incontro al contino tutto affabile, grazioso, ridente; lo inchinò e si affermò felice e onorato di far la conoscenza d’un nobil giovane, che aveva sentito mentovare tante e tante volte con moltissima lode.

— S’accomodi, signor conte. Mi rincresce che ci trova così... ancora così sottosopra. Siamo arrivati dalla campagna che è poco. S’accomodi, prego... Basta, cosa vuole? queste sono le conseguenze dei bei tempi in cui viviamo.

E ripetè a Massimo quello che gli aveva già detto Menica, ma con maggior ricchezza di particolari, con maggior venustà di linguaggio.

Liana intanto s’era acquietata; guardava Massimo attonita, intenerita. Egli le ricordava un passato ch’ella temeva morto per sempre.... Luigi poi lo aveva veduto volentieri, lo aveva considerato per un amico.

Quando l’avvocato ebbe finito il suo racconto e aggiunto un certo numero di gravi e dotte riflessioni filosofiche, Massimo, che temeva già di essere indiscreto, si alzò. Volgendosi per congedarsi da Liana, vide ch’ella aveva gli occhi pieni di lacrime; ricominciò a scusarsi, ma Oliveri lo interruppe subito:

— Che Iddio lo benedica! — esclamò. — Questo è uno sfogo. La lasci piangere che non c’è niente di meglio; spesso al pianto segue la pace consolata della rassegnazione.

Prese la destra del contino per accostarsela al petto, lo ringraziò della visita; lo volle accompagnar fin sulla scala.

— Lei ha fatto bene a venire — disse poi, mentreMassimo già discendeva. — La sua è stata una buona ispirazione. Adesso, avendo visto che questo è un luogo di dolore, sa che farà opera meritoria tornando.

Massimo si ripresentò tre o quattro giorni dopo, alla stessa ora. Menica gli aprì, andò ad avvisare nel salotto, e tornò subito a dir che passasse. L’avvocato, vestito di una bella giubba e d’una sottoveste di panno nero, con bottoni sfaccettati d’acciaio brunito, gli si fece incontro col sorriso sulle labbra e con gli sguardi pieni di riconoscenza.

Liana, in piedi, s’appoggiava con una mano alla spalliera d’una seggiola; l’espressione del suo volto era tranquilla. Ella fece al giovane un’accoglienza pacatamente gentile.

Dopo il breve silenzio che succede ai saluti, si ricominciò a parlar di Ughes: poichè si sentiva ancora impossibile qualunque altro discorso. Se ne parlò posatamente, esaminando con diligenza e valutando ancora una volta ogni particolarità del caso.

— S’è fatto tutto — concludeva Oliveri; — creda, signor conte, che s’è fatto tutto... Ma noi abbiamo mezzi tanto limitati! Adesso ci vorrebbe qualche aiuto potente, l’opera di qualche persona di nobile lignaggio... Questa, per mezzo dei parenti, degli amici, degli aderenti, potrebbe ottenere che si facessero ricerche nelle varie città dello Stato, e anche fuori... Insomma, chi sta in alto vede lontano, ha cento mezzi ch’io non conosco per ottenere una grazia, e occorrendo anche un miracolo. Le pare?

Mentre l’avvocato parlava, Massimo guardava la signora. Non incontrò che un attimo lo sguardo di lei; bastò per farlo scattare in piedi, quasi si trattasse di agir sul momento.

L’atto era più eloquente di qualunque promessa.

— Animo, Liana — disse l’avvocato, con gravità — tocca a te ringraziare il signor conte delle sue buone intenzioni.

— Le intenzioni! — esclamò Massimo — sì, queste ci sono, ma poi... non so ancora cosa farò, quello che potrò fare. Non posso rivolgermi a mio padre... Parlerò con mia madre... m’ingegnerò, glielo prometto.

— Dio! — mormorò Liana, accorata — se lei sapesse cos’è per me una speranza... anche un filo di speranza!... È la vita, è la ragione, è tutto...

Tacque e si coperse il viso con le mani.

— Su su — disse Oliveri, — ci vuole energia, ci vuol coraggio...

Ella scosse il capo, poi stese la destra a Massimo. Questo la strinse silenziosamente, si chinò, v’impresse le labbra.

Sulla faccia fresca dell’avvocato balenò un raggio di compiacenza, d’orgoglio.

— Se permette — diss’egli poi al contino, quando furono nell’anticamera — vengo un tratto anch’io.

E senza aspettar la risposta prese il cappello, la canna d’India, e voltò le spalle a Menica perchè vi adattasse il ferraiuolo.

Scesero nella strada, si avviarono verso piazza Castello.

— Le ho fatto un discorso un po’ ardito — cominciò a dire Oliveri, — un po’ temerario; ma che vuole? bisogna fare il possibile per confortare quella poverina. Non si sa dar pace. E guardi che stranezza, che contradizione! È convinta che suo marito è vivo, e vive e veste come una vedova! Invece io purtroppo non ho più dubbi. Oramai è finita; mio genero è morto. Lontano o vicino, nella China o in fondo d’un carcere segreto, a quest’ora se fosse in vita, ci avrebbe fatto saper qualche cosa. Si figuri, son quasi sei mesi! Questo è il silenzio di chi dorme sotterra. È morto, è morto. Dove? Come? Chi può saperlo! Son tante le maniere con cui si può andare o esser mandati violentemente nel mondo di là. Avevo cominciato a farne una lista, ho visto che era fatica buttata. La mia opinioneè sempre questa: Ughes, mandato dal suo partito a capitanare i sediziosi, è stato preso con le armi alla mano, spinto contro un muro e moschettato, senza dargli tempo di fare Gesù. Chi sa? Sarà fors’anche stato mascherato, travestito, irriconoscibile! E non se ne saprà mai più niente. E mettiamo pure che sia stato giudicato e giustiziato regolarmente: non se ne saprà più niente ugualmente, poichè pare che il Governo abbia emanato, o stia per emanare, un ordine severissimo, in forza del quale viene imposto ai tribunali, ai giusdicenti, che so io? a tutti quelli che hanno avuto mano in questa triste faccenda di stracciare, bruciare, annientare registri, note, processi, memorie, tutta la farragine cruenta. Questo, credo, per tagliar corto alle recriminazioni francesi, e per guarentirsi contro possibili vendette... Io già non ho più che un pensiero: vedere rassegnata e consolata mia figlia. Santo Dio, al mondo non ci ho che lei!

Il tempo era mite; si camminava male: ad ogni passo i piedi entravano in una pozza d’acqua mescolata alla neve, che più qua e più là ne impediva lo scolo. Piazza Castello, specialmente nell’angolo di ponente, pareva addirittura uno stagno melmoso. In principio della contrada di Doragrossa si vedeva una piccola squadra d’uomini che lavoravano, con lunghe pertiche munite al capo d’un legno trasversale, a spinger la fanghiglia verso il mezzo della strada, ove correva torbido e gonfio il rigagnolo.

Oliveri si fermò allo sbocco di contrada Nuova.

— Mi scusi se torno indietro — diss’egli, — non mi piglierei impunemente tutto questo umido.

Ma invece di congedarsi, durava a girar con gli occhi la piazza.

— Cosa vuole — ripigliò, — a me non mi par più piazza Castello, la nostra piazza Castello d’una volta. Chi sa perchè? Oggi, per esempio, non c’è il burattinaio con la sua baracca e la sua campanella: dirindin, dirindin, dirindin...Non vedo più quei quattro straccioni camuffati da Brighella, da Arlecchino, da Pantalone... che improvvisavano sciocchezze sur un palco lì a sinistra. Guardi un po’: nè acquavitai, nè venditori di ciambelle, niente!... Poche carrozze, poche portantine, e anche pochi pedoni. Capisco che bisogna tener conto del tempo, ma via... Sono stato in campagna poco più di tre mesi, e mi par d’essere stato assente tre anni! E la ritirata è ancor sempre battuta dai tamburini e dai pifferi, la ritirata?

E canticchiando le parole che il popolino aveva adattate a quell’aria, si voltò a guardare verso Doragrossa, come se vedesse il drappello in marcia verso il quartiere di porta Susa.

Ogni doi meis ai dan tranta panCh’a pieuva, ch’a fioca tant ai je dan!

Ogni doi meis ai dan tranta panCh’a pieuva, ch’a fioca tant ai je dan!

Ogni doi meis ai dan tranta pan

Ch’a pieuva, ch’a fioca tant ai je dan!

Il vecchio ciarliero e il giovane pensieroso s’indugiavano a considerare la piazza, ove non c’era veramente nulla da osservare, come se non trovassero più il modo di dividersi.

Le ombre della sera calavano lentamente e si confondevano con la nebbia stagnante. Le campane annunziarono sonoramente la fine del giorno. Gli accenditori liberarono dalle loro catene le lunghe scale a piuoli raccolte sotto l’atrio del castello, uscirono, si sparpagliarono correndo verso i radi lampioni.

— Buona sera — disse Massimo, alla fine.

— I miei ossequii, signor conte — rispose Oliveri.

E si lasciarono.

Quando fu presso al portone del palazzo Claris, Massimo ne vide uscire il cavaliere Mazel.

— Mia madre è sola — pensò tosto. E invece di entrare nel suo quartierino infilò la scaletta.

La contessa aveva davanti un tavolinetto riccamente intarsiato, e leggeva al lume d’una grossa ed elegante lucerna.

Massimo le sedette di fronte ed entrò subito in argomento. Le ricordò Ughes, ne raccontò la sparizione misteriosa, descrisse lo stato lacrimevole in cui era la povera moglie e in fine pregò sua madre di far quanto poteva per lei.

La contessa lo ascoltò impassibile, senza levar gli occhi dal libro, poi, dopo aver mostrato di pensare un momento:

— Va bene — diss’ella — ne parlerò con...

Ma invece di pronunziare il nome si morse il labbro. Voltò la pagina, e rannuvolandosi alquanto, soggiunse:

— Tu poi non devi far nulla, assolutamente nulla senza dirmelo prima. Promettimi questo.

Massimo promise e se ne andò.

La faccenda non si avviava come avrebbe voluto, tuttavia il giorno dopo corse in casa Oliveri tanto per poter dire che aveva già parlato con sua madre.

Vi tornò poi; e vedendosi sempre accolto con egual cortesia, si affrancò d’ogni soggezione e si fece assiduo.

Quando andava di sera, trovava a veglia due o tre vecchi amici di Oliveri; quelli che un tempo intervenivano alle antiche adunanze accademiche ed erano destinati a far parte di quella tal Colonia che l’avvocato aveva in animo di fondare. C’era il dottor Chiovetti, che doveva prendere il nome diFilinto; l’avvocato Bottalla ed il banchiere Aquilante, ai quali erano destinati i nomi diMenalcae diDalindo. Oliveri, futuro custode, si riserbava di scegliere a suo tempo traNidalmoeMirtillo. Disputavano poi ogni sera se dovessero intitolarsiPastori del Po, oppure della Dora, della Stura o della Macra; discutevano il regolamento interno: verbigrazia, se le adunanze dovessero dividersi in pubbliche e in private; se con le produzioni poetiche, si potessero ammettere anche quelle in prosa; quale avesse ad essere il numero dei soci ordinari, quale quello dei corrispondenti. Oliveri prometteva solennemente d’inaugurare le riunioni con la lettura del suoEugenio.

In tal compagnia Massimo e Liana si sentivano come soli. Ella lavorava, egli le sedeva accanto, raccontandole, per distrarla, quanto succedeva in città, ripetendo per lo più quello che aveva inteso da sua madre o dal cavaliere Mazel, col quale si trovava pur qualche volta.

Liana ora ascoltava tenendo gli occhi bassi sull’ago, ora li alzava fissandoli in quelli del giovane per cercare il significato di qualche parola. Avveniva pure ch’ella rimanesse immobile, trasognata; o che il suo viso prendesse repentinamente un’espressione di tristezza infinita. Anche Luigi aveva occupato quel posto, lì vicino a lei, in quella stessa stanzetta, al tempo in cui le parlava ancora dei suoi studi e delle sue speranze.

Queste memorie, questo confronto non ridondavano però affatto in danno di Massimo. Ella lo vedeva volentieri, aveva per lui maniere dolci ed uguali, gli parlava con certa amichevole famigliarità. Il contegno del giovane era così riserbato! La sua premura di vederla ogni giorno accompagnata da un rispetto così sincero, così spontaneo! Al sentir le sue profferte le si allargava il cuore: non perchè sperasse realmente ch’egli potesse giovarle in alcun modo, ma perchè mostrava di credere che Luigi era vivo. Sentiva bene che suo padre, e gli amici di suo padre non lo consideravano più come una persona di questo mondo! Ma che importava a lei delle loro opinioni!

Dopo tanto riflettere, dopo tanto meditare, le pareva finalmente d’aver trovata la occulta ragione del fatto. Luigi era legato da un vincolo antico, infrangibile, indissolubile, che gli imponeva obblighi e doveri. Il suo braccio, la sua mente, la sua vita non appartenevano a lui ma ai confratelli, a coloro coi quali lavorava per cambiare i destini della patria.

Arrischiata una prima volta la libertà e la vita, e sofferto l’esilio, aveva ottenuto come in premio la facoltà di sposarcolei che amava, di vivere felice al suo fianco. Ma improvvisamente l’opera sua era ridivenuta utile, forse necessaria. Egli era partito. Era partito senza avvertirla, senza un addio, perchè aveva giurato di morire, prima che rivelare il segreto. E non poteva dar notizie perchè vi era chi vigilava continuamente sopra di lui; si trovava spiato, insidiato, circondato di gravi pericoli; un momento di debolezza, un’imprudenza poteva perderlo insieme a tanti compagni, distrurre il frutto di lunghe, penose, gigantesche fatiche. Chi sa, chi sa che il suo silenzio non significasse anche semplicemente che l’ora del gran rivolgimento era vicina, che la sua assenza non doveva durar più a lungo!

Ella fermava la mente ogni giorno su queste considerazioni, rifuggendo dall’approfondirle, dallo sviscerarle, dal ricercare che cosa potevano contener d’improbabile, d’esagerato, d’assurdo. Vi si rifugiava nelle ore buie e sconsolate. Le teneva chiuse nel cuore, perchè nessuno potesse non che distrurle, sciuparle; spezzare con una parola, con un gesto il tenue filo che teneva legate le sue ultime speranze, le sue ultime illusioni.

Oliveri riceveva sempre con maggior espansione il signor contino, felice della simpatia che questo mostrava d’aver per la figlia.

— Benone — diceva egli tra sè, — mi ricordo d’aver letto che la simpatia è una parentela di cuore e di spirito:une parenté de cœur et d’esprit... Se sarà rosa fiorirà.

Faceva poi grandi elogi di Massimo col dottor Chiovetti, suo confidente, concludendo così:

— È giovane, e se non ha ancora imparato a gustare le gioie tranquille del pensiero, imparerà. È nobile, ma è socievole, garbato, e mostra l’urbana disinvoltura di modi d’un uomo sfranchito nel conversare con tutti... Del resto ora si grida troppo contro i nobili, proprio troppo! Cosa comoda non guardar che i loro difetti, senza tener conto delle loroqualità. Io non son nobile e non mi sento affatto umiliato per questo; niente umiliato e niente disposto ad abbattermi a terra davanti a quei che lo sono, ma mi dichiaro pronto a riconoscere i loro diritti. Per Bacco! La mia patria mi appartiene non solo nel presente, ma anche nel passato; m’inchino riverente a tutto quello che fece e che fa la sua grandezza. Certi nomi celebri, famosi cessano dopo un certo tempo d’essere il privilegio esclusivo d’un uomo o d’un casato, illuminano, illustrano tutto un paese... Tutti possono, tutti devono compiacersi e gloriarsi di questi grandi antenati. Il passato, vale a dire la storia, non si cancella. Non si cancella!

Aggiungeva, dopo aver preso fiato:

— I Claris portano d’azzurro, con una stella d’oro a sei raggi.

In gennaio si ebbe una serie di giornate rallegrate dal sole, da un’aria fredda, sottile, ma non pungente.

L’avvocato riuscì a condur fuori qualche volta sua figlia. Massimo lo seppe: si studiò di poterli incontrare, o senza esser veduto vederli alla lontana ed anche seguirli.

Un giorno finì con l’imbattersi in loro ch’erano appena usciti di casa.

— Che fa di bello? — gli domandò Oliveri, dopo i primi saluti. — Vuol venire a passeggio con noi?

Il giovane non si fece ripeter l’invito, andò quella volta, andò un’altra, poi prese l’abitudine di venirli a cercare a casa nel pomeriggio. Evitavano i viali, i luoghi frequentati; uscivano or dall’una or dall’altra porta; si dilungavano per la strada di Stupinigi, per quella di Rivoli; s’avviavano lungo la sponda del Po, verso la Madonna del Pilone; salivano alla vigna della Regina o al Monte dei Cappuccini per contemplare la città ricca di palazzi e di chiese, irta di campanili e di torri, cinta e munita di bastioni, di rivellini, di fossi.

Il gran pensiero di Massimo era il trovar modo di render leggiera la sua compagnia. Il timore che Liana potesse prenderlo a noia, gli stava sempre fisso nel cuore come una spina.

Perciò, di tanto in tanto, mentre s’allontanava dopo aver riaccompagnato a casa il padre e la figlia, sentiva sorgere dentro di sè, crescere, diventare immutabile la risoluzione di star uno, due, tre giorni senza lasciarsi vedere.

— Domani non andrò, e nemmeno dopo domani, e poi... poi vedremo.

E per non essere tentato in alcun modo di mancare al proponimento, si chiudeva in casa e non ne usciva più, astenendosi perfino d’affacciarsi alla finestra. Era una lenta successione d’ore nere e pesanti, ch’egli passava buttato sul letto, o misurando innanzi e indietro a gran passi il suo appartamento, del quale spalancava tutte le porte.

Intanto fantasticava, rifletteva, cercava spiegarsi quel sentimento così dolce e così amaro, così sottile e così veemente, diverso da tutto ciò che aveva sentito vicino ad altre donne, diverso anche da ciò che aveva provato per Liana nel tempo ch’era stato a Murello. Ora, quando gli tornavano in mente certi pensieri, certi propositi, certi sogni di quei primi giorni, sentiva un rimorso vivo e cocente.

— Egli è che il mio affetto adesso è vero, incondizionato, leale — pensava; ed esaltandosi in questo pensiero, aggiungeva: — Non sarò felice che quando essa vorrà ch’io lo sia.

Accadeva pur talvolta che tra lui e l’immagine di quella gentile si rizzasse il fantasma rigido e torvo di Ughes; questo or si piantava nella sua mente e non si moveva più; ora lo trascinava con sè, l’obbligava a seguirlo per il mondo, mentre mutava continuamente di luogo, d’aspetto, di forma. Era come un incantesimo, una malìa.

Questo stato di scontento e di languore, misto ad impetidi dolore e di rabbia, durava fino alla sera precedente al giorno in cui aveva stabilito di riveder Liana.

Ma che maraviglioso svegliarsi la mattina seguente! Con che ansia di gioia si alzava, si abbigliava, e venuta l’ora, correva là!

L’avvocato lo accoglieva con una cordialità affaccendata, con un profluvio di chiacchiere da sbalordire; il compenso di quanto aveva sofferto, Massimo lo trovava nella sincera premura con cui Liana gli diceva:

— Temevo che fosse ammalato...

Accadde una volta che dopo una lunga, eterna assenza di quattro giorni, Massimo trovò l’avvocato sdraiato nel suo gran seggiolone all’antica, con un piede posato sur uno sgabello; erano le tre pomeridiane ed aveva ancora in dosso la veste da camera ed in capo il berretto da notte.

— Son servito! — diss’egli al giovane.

— Cos’ha? — domandò Massimo. — Cosa si sente?

— Male.

E così dicendo si alzò e fece alcuni passi avanti e indietro molto curvo, molto a sghimbescio, e zoppicando.

— Guardi un po’ come son ridotto! È l’umor di podagra che mi gira tutto il corpo. Lunedì e martedì l’avevo al petto come raffreddore; ieri lo sentivo nel braccio come dolore artritico, oggi è nel piede. Son servito, ma servito bene.

Liana entrò in quel momento e porse affabilmente la mano a Massimo.

— Torna a letto — disse dolcemente a suo padre. — Manderemo pel medico.

Oliveri andò a rannicchiarsi nel suo seggiolone, facendo grugno.

— Il medico, il medico, il medico! — brontolò poi. — Che vuoi ch’io ne faccia del medico? Lo sai bene che mi canta sempre le stesse fandonie?... Dovrei fare una vitapiù attiva. Ah sì! In che modo? Non esco forse tutti i giorni? Devo mettermi a scavallar per le piazze? Bisognerebbe anche aver pazienza: contenersi nel mangiare, lasciar i cibi succulenti, astenersi dai liquori, bere annacquato. Ouf! E quel somaro d’un Chiovetti non capisce che la causa del mio male è tutta morale, tutta, per così dire, politica. Il primo insulto podagroso l’ho avuto nell’89, quando si seppe la presa della Bastiglia. Adesso poi domando io come potrei star bene!

Tacque un momento e soggiunse con voce più flebile:

— Basta, hai ragione: sarà proprio meglio che io veda il dottore.

— Manderò subito Menica — disse Liana.

— Menica? — esclamò Oliveri. — E chi resta in cucina? Non vuoi che si mangi stasera?... Poi non pensi che Menica non è ancor pratica delle strade: per andar di qui alla piazzetta di San Martiniano, dove sta di casa Chiovetti, può impiegar due ore. Se poi farà tanto d’imbattersi in un’altra serva di sua conoscenza, non la vedremo più fino a notte. Sai come si rimedia? Andandoci tu. Non sei più uscita in questi giorni, un po’ di moto, un po’ d’aria ti farà bene. E se vuoi, se ti secca uscir sola, il signor conte è così gentile...

Massimo guardò Liana, esitò a rispondere.

Ella uscì senza aprir bocca; tornò dopo un momento con la sua casacchina nera e col suo cappello abbrunato.

— Fammi anche un altro piacere — disse l’avvocato a sua figlia, — entra un momento da Costanzo, vicino a Santa Teresa, e comprami i tre libri che ho notato su questo foglietto. Pagherai e dirai che me li mandino a casa.

Scendendo la scala con Liana, Massimo si sentì come una vampa al cuore. Era la prima volta che si trovavano insieme soli, affatto soli.

Usciti nella strada, pensò ad avviare il discorso. Era fartorto a sè ed a lei cominciare con un complimento volgare. Doveva dirle veramente, sinceramente quello che provava, lasciar parlar l’anima? No, non era ancor tempo; sarebbe stato un atto imprudente ed avventato, le cui conseguenze non erano nemmen prevedibili. Avrebbe voluto semplicemente poter dar prova d’una piacente agilità di spirito, distrarla, per tutto il tempo che dovevano stare insieme, dai pensieri e dalle rimembranze che purtroppo si risvegliavano in lei spesso e dovunque: anche in mezzo al frastuono ed al via vai delle strade, anche alla vista di oggetti che si sarebbero giudicati affatto indifferenti. Sì, ma come, dove trovare un argomento abbastanza attraente? Si sentiva nullo e umiliato.

— Come se non mi fossi mai trovato con donne! — diceva egli tra sè.

E così veniva appunto a rammentarsi le compagnie con le quali si era deliziato altre volte; con che sorta di madamine si era fatto veder per istrada; e si trovava spinto a mostrarsi anche più riguardoso, più circospetto, più gelido.

— Sono ridicolo! — pensava egli, — nè più nè men che ridicolo.

E seguitava a tacere.

Il suo tormento durò meno di quel che temeva. Svoltando in piazza San Carlo, si trovarono di fronte il viso di mummia ed il soprabitone color di ruggine del medico Chiovetti, il futuroFilinto. Andava appunto a trovare Oliveri, senza sapere ch’egli avesse bisogno di lui.

— Già, già, già! — esclamò un po’ ruvidamente, com’ebbe sentito di che si trattava, — ma se Gaetano continua ad impinzarsi così, la finirà male. Troppe ghiottonerie, troppe ghiottonerie, troppe ghiottonerie!

Avvertito il medico, non restava più che ad occuparsi dei libri. Massimo e Liana si volsero al negozio di Felice Costanzo.

Mentre la signora parlava col commesso, il giovane restò sulla soglia. Fu così che scorse tra la gente che andava e veniva Violant, Di Cimalta, La Torretta e un altro dei suoi compagni d’un tempo: il cavalierino Spadafora di Pont. Egli non fece nulla per farsi vedere, e nessuno dei quattro girò il viso verso di lui.

Liana si sbrigò in due minuti. Tornarono subito verso casa, e Massimo la lasciò a piè della scala, promettendo di venir presto a prendere notizie dell’avvocato.

Uscendo dall’androne buio, rivide, piantato dall’altra parte della strada, il marchesino Violant; un po’ più lontano, gli altri tre signorini ridevano e parlavano forte fra loro.

Massimo andò diritto diritto verso il cugino, che, non aspettando di vederlo ricomparire, diventò rosso e prese una faccia ilare, candida, tutta affettuosa.

— Vedi combinazione! — balbettò egli. — Cercavo appunto di te. Di un po’, la sai la notizia, la gran...

— Bada — disse Massimo, con i denti stretti, — bada che questa dev’essere l’ultima volta che ti colgo a seguirmi, a ficcar il naso comunque sia nei fatti miei. Non mi stuzzicare, perchè può darsi che tu abbia un ricordo. Lo sai che panni vesto, eh?

E gli volse le spalle, senza curarsi degli altri.


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