XIV.
In quell’ora tarda della sera, in mezzo ai fitti vapori, il palazzo Claris aveva un aspetto singolarmente inospitale ed arcigno. Massimo si avvicinava pian piano, rallentando sempre più il passo, preso da un’insormontabile ripugnanza d’entrarvi, mentre vagheggiava ancora col pensiero l’immagine ineffabilmente mesta di colei con la quale era stato fino allora.
Era ormai giunto sotto il lampione appeso alla cantonata, e cercava già con l’occhio il portone, quando vide venirsi incontro un uomo, il quale teneva un fardello in una mano e un bastoncino nell’altra. Costui, arrivato che fu vicino a Massimo, lo guardò e si fermò su due piedi.
— Il signor contino Claris!? — disse esclamando e interrogando insieme.
— Son io; cosa c’è? — domandò Massimo.
— Esco di casa sua — rispose l’altro; — dove sono stato a cercar di lei. M’hanno detto che non c’era. Non volevo credere, ma...
— E chi siete? — interruppe il contino, a cui però quella voce in falsetto non era nuova.
— Vossignoria non mi conosce più? — esclamò l’uomo dal fardello.
E fatta una giravolta, alzò il viso e lo presentò alla luce fosca e sanguigna che mandava il lampione.
Non era Ughes, no; ma gli rassomigliava in tal modo che Massimo si sentì raccapricciare.
— Fiordelis?! — disse poi, dopo un momento.
— Ai suoi comandi.
— Non ti ho mai più visto — soggiunse Massimo, prendendo il tono con cui gli parlava quando l’aveva al suo servizio. — Dove sei stato?
— Ho girato il mondo. Come si fa? Bisogna mangiare. Adesso vengo diritto dall’Astigiano, dal castello di Paracollo. Avevo un buon salario, e gran parte dello spoglio del padrone, ma... pativo l’aria. Sono arrivato stasera; vado a dormire in casa d’una mia cugina, e domani mi metterò in giro... Lei non mi vuol più, eh?
— Non posso mandar via Tracco...
— Se lei sa qualcuno a cui indirizzarmi! Servo in camera e a tavola; non porto livrea, non seguito carrozza: cameriere vero insomma. Quanto a stipendio...
— Basta! — disse Massimo. — Tempo fa il cavaliere Mazel ti avrebbe preso volentieri. Puoi provare a presentarti a lui.
— Sì, signore. Sta sempre di casa in piazza Carlina, il signor cavaliere?
— Sempre.
— Riverisco.
— Buona notte.
Rimasto solo, Massimo tentò distrarre il pensiero da quell’incontro; sentì subito che non era possibile.
— Come somiglia a Ughes, quel cialtrone! — pensava. — Adagio un poco, però; le fattezze di Fiordelis ricordano quelle di Ughes, ma il servitore ha l’aria d’un birbo, mentre la presenza del medico era di quelle che annunziano una superiorità vera, amabile, schietta... Ho bell’e capito: stasera non mi levo più dal capo nè l’uno nè l’altro! E poi chi sa!...
Oh! non poteva l’apparizione di Fiordelis essere unpresagio, un avviso? Quante volte a Massimo non era accaduto d’incontrare per istrada una persona affatto sconosciuta, che pure gliene richiamava alla mente un’altra, non più vista da tempo, o dimenticata, o ch’ei credeva lontanissima, e d’imbattersi poi, dopo pochi passi, precisamente in quest’altra!... Se il giorno seguente, entrando in casa Oliveri, trovasse Liana esultante per il ritorno del marito! — Volle cacciar la visione con una scossa furiosa di testa, ma i pensieri arrivavano in folla, informi, diversi, opposti, confusi; urtandosi e battagliando fra loro.
Il ribollimento intollerabile durò gran parte della notte; egli non potè prender sonno che verso il mattino, e si destò poi tardi, ancora inquieto e turbato.
Appena alzato, andò a dar un’occhiata al terrazzino di contrada Nuova e, vedendolo vuoto e chiuso, si sentì più tranquillo, come se ciò fosse indizio che non era accaduta alcuna novità. Mentre tornava a casa, gli si affacciò alla mente una domanda che Liana gli aveva fatta la sera precedente, e non per la prima volta. Ella desiderava di saper finalmente se la contessa Claris avesse avuto qualche lume riguardo alla sorte toccata a Luigi. La richiesta era giusta e legittima, bisognava pensare a soddisfarla.
Massimo salì subito da sua madre. Seppe da un servitore ch’ella stava desinando con don Bonhomine e la damigella di compagnia. Non volendo parlare davanti a quei due, discese e tornò dopo un poco.
Adesso la contessa era nella sala rossa col signor cavaliere.
Massimo rattenne a stento un atto di stizza, e passò avanti.
Sua madre, seduta a un tavolino, aveva una lettera in mano; Mazel, di fronte, ne ascoltava la lettura. Tutti e due si voltarono accigliati a chi entrava senza farsi annunziare.
Il cavaliere però si rasserenò subito.
— E tante grazie — diss’egli a Massimo.
— E di che? — chiese questi.
— Che m’hai mandato quel... quel...
— Ah! Fiordelis?
— Fiordelis, precisamente Fiordelis. Guarda.
E atteggiò la testa in modo che il contino potesse esaminare la disposizione irreprensibile dei suoi capelli.
— Pettina bene — diceva intanto — oh se pettina bene! Con Chambery non andavo più avanti. Mezzo cieco, adesso. E poi, una mano... Invece di stringerle le ciocche, col compasso, tirava, sciupava, stracciava. Vedevo le stelle.
Massimo ogni tanto sogguardava sua madre e, parendogli che si rannuvolasse sempre più, abbandonò il pensiero di riparlarle di Ughes. Ricordando poi un altro incarico ricevuto da Liana in quei giorni, domandò a Mazel se conoscesse per caso qualche buon pittore di ritratti.
— A proposito di ritratti — rispose il cavaliere: — ho visto quello del barone Duc, morto al colle Ardente. Sua sorella, la... la... la marchesa Raimondi, non aveva che una miniaturina. Il pittore... un nome francese, ne cavò un ritratto grande. Bello, parlante!
— Dunque la cosa è fattibile! — esclamò Massimo, contento. — Noi non abbiamo che un ritrattino in matita.
— Ahvoinon avete che un ritrattino,voi? — disse Mazel. — Basta. In miniatura o in matita i lineamenti stanno sempre gli stessi.
— Mi farebbe il favore di dirmi dove abita, questo pittore?
— Sicuro, amico mio: nome, cognome, indirizzo, tutto ti darò. Sarete contenti. Ha riuscito un fratello, caspita, perchè non riuscirebbe un marito?
Massimo prese una sedia, la trascinò davanti al camino e vi sedette con le spalle voltate.
— Sapete già quel che volete? — domandò Mazel, facendo l’occhiolino alla contessa. — Tutta la persona, o solo la testa col busto?
— Non so niente — rispose Massimo, asciutto.
— Per potervi dare qualche altro consiglio. Il povero Duc è in piedi, una mano sul fianco, l’altra sull’elsa. La marchesa, per facilitare il lavoro all’artista, gli ha rilasciato l’uniforme, e questi ne ha vestito ilmannequin, o il modello. Capisci?
Massimo non rispose; quel discorso cominciava a seccarlo, a irritarlo anche. Stava attento per vedere dove andava a parare.
— Fate come vi dico — continuò il cavaliere, parlando sempre al plurale e sogghignando a fior di labbra, — imprestate al pittore un abito di... del... del...
Invece di suggerire il nome, il contino si levò in piedi, guardando fissamente Mazel.
Questi si battè la fronte.
— Cospetto! — esclamò imperterrito. — Anche il modello potete fornire! Io vi lascio Fior di... Fiorde... Fiordelis. Il pittore lo copierà tal e quale, e sarete serviti. Va bene così?
Massimo afferrò la sedia per la spalliera e se la trasse davanti; la tenne così un momento, poi ad un tratto l’alzò e la ripiantò a terra con impeto.
La contessa si voltò di sobbalzo; Mazel pure si scosse.
— Per Bacco! — disse poi, pacatamente — sedia buona, sedia forte; se non s’è rotta stavolta, non si rompe mai più.
E tutto sereno, tutto gentile, si alzò, baciò la mano alla dama ed uscì.
Massimo, rimasto a capo basso, con le mani congiunte sul dorso, guardava fisso la punta d’una scarpa che muoveva in qua ed in là.
— Massimo — disse la contessa, severa, — quella donna ha un’azione cattiva sopra di te.
— Che donna? — domandò il giovane, che però aveva già inteso.
— La vedova Ughes.
— Vedova! Perchè vedova?
— Non facciamo questione di parole. Dico che la signora Ughes ha un’azione pessima sopra di te. Me ne accorgo ogni giorno di più. Perciò, io ti consiglio...
Massimo agitò energicamente una mano per aria.
— Allora — ripigliò la contessa — ti ordino...
— Nè consigli, nè ordini, signora madre, nè consigli, nè ordini.
La gentildonna si rizzò, prese il campanello e lo scosse con una certa violenza.
— Ritornerai quando ti farò avvertire — diss’ella, senza guardar più suo figlio.
Si udì il passo della damigella di compagnia che accorreva sgomentata.
Massimo balzò fuor della sala, discese rapidamente, si trovò nell’atrio. Il cuore gli batteva a fretta, le guance gli bruciavano, le gambe tremavano per modo che non osò uscir nella strada.
In fondo al cortile v’era un piccolo giardino, con pochi viali tutti diritti, tutti uniformi; con pratellini chiusi da spalliere di alberi rimondi, stranamente tagliati per figurar guglie, cupolette, muraglie ed arcate.
Massimo vi andò, stette a lungo appoggiato a una statua, con gli occhi sur un ragno microscopico, che faceva la sua tela fra i piedi di marmo. Lo guardava senza però porvi attenzione; era come sbalordito, non si raccapezzava, cercava invano di ricordar le parole che aveva detto a sua madre; mentre quelle di lei gli suonavano ancora chiare e vibranti all’orecchio: — Quella donna ha un’azione cattiva su di te...
— Se mai senza sua colpa — pensava egli. — La signora Ughes non ha mai fatto niente per invaghirmi di sè, mai e poi mai!... Lo so anch’io che sono cambiato.Ma questo malessere, quest’abbattimento, questa sfiducia, questi scatti improvvisi, tutte le maledizioni che ho addosso, provengono dal modo di vivere. È l’ozio che mi rende svagato e noioso a me ed agli altri. In questa inoperosità quasi totale la passione lavora dentro più forte che mai. Bisogna scuotersi. Ma come?... Partendo! Ecco, non c’è altro che andar via, almeno per qualche tempo... E Liana?... Eh, chi sa che questo non le torni a vantaggio! Andrò a Genova, od a Milano; vedrò i principali fuorusciti, mi abboccherò con loro, m’informerò... Chi sa che io non riesca ad aver notizie di Ughes; a riportarlo a casa o vivo o morto!
Rientrò nel suo quartiere, e passò il resto di quella giornata occupato febbrilmente a preparare tutto il necessario per la partenza.
Alla sera, prima d’andare a letto, prese due pezzetti di carta, scrisse:Genovasull’uno, sull’altro:Milano, e li gettò nel cappello. Cavò fuori:Milano.
Egli partì la mattina seguente di buonissim’ora, senza dir nulla a nessuno, e pigliando il servitore con sè.
Alitava una brezza rigida e sottile, l’oriente appena si vedeva albeggiare. Il principio del viaggio fu triste. Massimo si figurava d’andar lontano lontano, portato via dal suo avverso destino, per non tornar forse mai più. Ma quando il sole d’una bella mattina di marzo si fu levato tutto sull’orizzonte sereno, colorendo lietamente l’immensa pianura, coprendo d’argento le montagne nevose, quel rincrescimento indefinito con cui l’anima andava combattendo, parve che a un tratto si dileguasse. Dopo un poco però, cessata la novità dell’impressione, assuefatto l’occhio all’aspetto della campagna, si ridestò in lui il pensiero delle persone che aveva lasciato a Torino. Si approssimava l’ora in cui gli altri giorni andava in casa Oliveri. La signora non l’aveva visto il giorno avanti, non lo vedrebbenè quello, nè i seguenti. Come cercherebbe di spiegar la sua assenza? E se non l’avvertisse nemmeno? Sarebbe troppo; non bisognava esagerare. Era però possibile che ci si abituasse subito, e che fra pochi giorni non pensasse più a lui...
All’idea acerba d’esser dimenticato da Liana, si univa quella d’aver dato sì forte dolore a sua madre, d’averle forse cagionato una malattia; il suo viso pallido e contraffatto gli tornava alla mente, e gli faceva paura e pietà. — Povera mamma! è così sensibile; e alla fin dei conti credo che mi voglia anche un gran bene!
E seguitava a passare di posta in posta, saettato or dall’uno, or dall’altro pensiero: raumiliato e compunto quando gli veniva innanzi sua madre; agitato e commosso quando gli si presentava Liana; corrucciato e fremente se in quelle sue fantasie si ficcava l’immagine aborrita e beffarda del cavaliere Mazel.
Sul tardi, col scemar della luce, egli si sentì intenerire anche più il cuore; così che giunto a Novara, decise di fermarsi per ponderar bene quanto aveva fatto e quanto stava per fare. Entrato in una locanda, prese due camere, una per sè, l’altra per il servitore; si spolverò, si lavò e domandò da cena.
Un garzone lo condusse su per una scaletta, ove si sentiva l’odor misto d’una quantità di vivande, a un andito lungo e buio, che metteva capo a un uscio socchiuso. Si udiva un acciottolìo di piatti, un tintinnìo di bicchieri e di posate, un gran chiasso di voci maschie, allegre e discordi.
— Un momento! — disse Massimo, fermandosi. — Che cos’è questa?
— Sono i signori ufficiali — rispose il garzone, mettendosi in sussiego: — mangiano quasi tutti qui.
— Che ufficiali?
— Eh! Abbiamo un battaglione di Piemonte, uno della Regina, uno di Streng; più due squadroni...
— Va bene. E i nomi di questi ufficiali? Me ne sai dire qualcuno?
In quel momento, s’udì un passo lesto su per le scale poi nell’andito. Era un giovinotto in divisa che, affamato e per la fretta che aveva di raggiungere i compagni, nel passare urtò Massimo malamente col braccio. Questi si voltò, ma prima che avesse aperto bocca o fatto un atto qualunque di risentimento, l’ufficiale si scusò con buon garbo e, spinto l’uscio, prese a insistere perchè andasse avanti. Fu così che si videro e si ravvisarono.
— Claris! — gridò l’uno.
— San Vito! — esclamò l’altro.
E si baciarono. San Vito, pigliato il braccio dell’antico camerata, lo trasse in una sala spaziosa e ben illuminata, piena di militari a tavola, che mangiavano, bevevano e chiacchieravano allegramente.
Massimo trovò fra quelli parecchie altre conoscenze, che gli fecero un’accoglienza clamorosa e cordiale.
Nessuno di quei gentiluomini pensò a chiedergli che cosa fosse venuto fare a Novara; tutti insistettero perchè vi si fermasse quanto gli era possibile.
Il contino rimase fino allo sciogliersi della lieta riunione; poi andato in camera, si mise subito a tavolino, e scrisse una lettera a sua madre, nella quale, dopo essersi ingegnato di scusare il passato, faceva molti proponimenti per la sua futura condotta e terminava pregandola con le parole più affettuose e più forti di rispondergli a Novara; dove aveva trovato persone che gli mostravano vera amicizia e lo colmavano di finezze. Seguiva la nota degli ufficiali coi quali aveva passato la sera.
Scritto ch’egli ebbe la lettera, si sentì sollevato, e gli parve di poter dormire veramente tranquillo.
Così fu infatti. Si svegliò persuaso che la contessa gli avrebbe risposto prontamente, e per richiamarlo senz’altro a Torino. Era stata una gran buona idea quella di fermarsiin quel luogo! Andando a Milano avrebbe destato infallibilmente nuovi sospetti sul suo conto, avvalorati dal modo precipitato e segreto con cui era partito. Invece tutto si riduceva ad una scappata, ad una giterella fatta per cambiar aria e per distrarsi un pochino.
Era contento di sè; questa volta almeno non avrebbe avuto a pentirsi dell’inconsideratezza dei suoi portamenti.
Regolò subito la sua vita su quella dei suoi amici; stava con loro nelle ore che avevano libere, passava le altre in compagnia dei suoi pensieri.
— Che cosa farà Liana in questo momento? — diceva spesso fra sè. — Sarà in casa o sarà fuori col padre?... Pensa a me qualche volta?... S’è accorta che questa è una assenza più lunga e più grave delle altre?
E la immaginava impensierita, poi inquieta, poi afflitta.
Adesso era lui ch’essa aspettava affacciata al terrazzino. Parlava di lui col padre; lo persuadeva ad andarsi ad informare al palazzo. E l’avvocato si metteva in cammino. Lo vedeva entrar nel portone, rivolgersi al servitore di guardia...
— Purchè non trovi quel tanghero d’un Pomero, o quel superbioso di un Gringia; incapaci sì l’uno che l’altro di rispondere con un po’ di creanza.
Passarono alcuni giorni e la lettera della contessa non veniva. In breve l’attesa si fece tormentosa.
— Cosa devo fare? — pensava. — Ho chiesto scusa ed ho promesso di emendarmi: che si vuole di più? Ch’io venga a Torino scalzo, senza niente in testa, a far le croci con la lingua su per lo scalone?
E presto cominciò ad arrovellarsi, a dar in escandescenze, a meditar cose strane e terribili.
La lettera arrivò per l’appunto un giorno in cui stava in fra due: o di tornar a casa, presentarsi a sua madre e farle una rimostranza seria, vibrata e dignitosa; o di tirar via verso Milano, avvenisse quel che poteva avvenire.
La risposta della contessa era mite e benigna, ma non quanto Massimo avrebbe voluto. Senza più entrare neppur da lontano nelle cose passate, approvava pienamente l’idea del viaggetto. Gli parlava brevemente dei suoi di casa e d’altre faccende. Lo consigliava a trattenersi ancora a Novara: non avendo nulla da perdere, ma tutto da guadagnare nella compagnia di quelli che s’erano sempre portati da uomini e da valentuomini.
— Ah sì! — esclamò Massimo, amaramente. — Come se non avessi fatto altro che dormire in tutti questi anni!
E chiudendo gli occhi, si vide in un ridotto, coi nemici a pochi passi, accecato dal fumo, assordato dagli urli, dal ronzar delle palle, dal fracasso infernale; e solo, solo a comandare, poichè gli altri ufficiali erano tutti per terra!
— Allora li ho compianti, adesso li invidio!
Ripigliando poi la lettera di sua madre, trovò in fondo una riga: «Quando sarà tempo di ritornare a Torino, te lo farò saper io».
— Ma che? Ma cosa? — pensò ancor Massimo, sempre più esacerbato. — Ma sono forse in esilio? Questo è un parere di Mazel, senza fallo. No, signore: son partito di mia spontanea volontà e tornerò quando mi piacerà di tornare!
La sera stessa si congedò dagli amici.
Il calesse andava in tutta foga. Massimo rivedeva le successive poste con gioia crescente; ognuna di esse significava tante miglia di meno da fare. Ed ecco che a un tratto, la figura del cavaliere Mazel gli si venne a cacciar nella mente.
— Va bene — pensò il giovane, — a Torino, sì, ma solamente per Liana.
Invece d’andare al palazzo, prese alloggio alla Dogana Vecchia.