XXII.
— Brava Menica! — esclamò Oliveri, entrando nel salottino e vedendo la tavola illuminata ed apparecchiata per la cena. — Cosa c’è di buono stasera?
— Zuppaalla savoiarda— rispose la donna.
— Bene, e poi?
— Ah, poi vedrà.
L’avvocato si sentì venir l’acquolina in bocca: quando voleva, Menica faceva certi manicaretti ch’erano un desìo.
— E la signora? — domandò egli poi, sedendo al suo posto e cominciando a sbocconcellare un po’ di pane. — Spero in Dio che non sarà mica fuori con questo buio d’inferno?
— Madama è in camera, e la chiamo subito.
Così dicendo la serva uscì; dopo un poco tornò con la zuppiera, e seguìta da Liana.
L’avvocato accolse con un sorriso la figlia, diede una fregatina di mani, e gustò subito ghiottamente la minestra.
— Ebbene? — domandò Menica, che aspettava il giudizio.
— Buona — rispose l’avvocato, nettandosi le labbra col tovagliuolo, — ma...
— Cosa?
— Sente il lardo.
— Bisogna che lo senta, caro lei; se non lo sentisse, non varrebbe niente.
— Sì, ma non troppo, non troppo, non troppo.
Menica andò via brontolando. Ricomparve con una pietanza di carne, e ripigliò tosto la difesa della sua zuppa. L’avvocato replicò; la disputa continuò monotona e ostinata finchè non fu sparecchiato.
Quando la donna si fu ritirata in cucina, Oliveri si alzò e andò a prendere un libro che stava con altri sul piano del camino. Tutte le sere, prima d’andar a dormire, egli usava leggere un poco ad alta voce, sia per tenersi in esercizio, sia perchè credeva con questo di agevolar la digestione. Se poi si trovavano presenti il parroco, il notaio, il chirurgo, egli si animava ai passi più eloquenti, e, chiuso il libro, seguitava a memoria; oppure anche recitava squarci maravigliosamente lunghi di classici, o prendeva a dissertare acutamente sopra un tema qualunque, come colui che versatissimo era in siffatte materie. Ma quella sera, non trovando tosto la pagina che cercava, s’impazientì e cambiò idea.
— E così — diss’egli a sua figlia — sei andata a spasso?
— No, babbo — rispose Liana, — non sono uscita.
— La contessa non è venuta?
— Non è venuta.
— Sono tre o quattro giorni che non si fa vedere!
— Appunto; tre o quattro giorni.
— E il contino?
— Non ho più visto neanche il contino.
Liana rispondeva a mezza voce, con l’accento di chi non attende affatto a quel che gli si dice; mirava una piccola farfalla grigia, che ora roteava affannosamente intorno al lume, or si trascinava sulla tovaglia come sfinita. Oliveri, seccato, allungò la mano, appuntando l’indice per ischiacciarla.
— No! — esclamò Liana, opponendosi — è una crudeltà.
— Caspita, che parolona!
— Lasciala vivere, babbo, te ne prego.
— Sta a vedere che ti metti a piangere. Ecco che incominci a fare i lucciconi! Oh questa è bella! Questa è bella!
Oliveri lasciò la farfalla, si rizzò e andò a rimettere il libro dove l’aveva preso. Stette poi alquanto appoggiato al camino, sogguardando sua figlia e dondolando la testa. Gli pareva ch’ella si venisse mutando, ma non sapeva se in bene od in male. Il viso aveva sempre un contorno grazioso e delicato; non era più così pallido come in addietro, tinto anzi sulle gote d’un leggiero incarnato... Ma gli occhi lo inquietavano soprammodo: sembravano più grandi che mai e insieme meno espressivi, con un non so che di fisso, di attonito, di abbagliato.
— Basta — diss’egli dopo un poco, stringendosi nelle spalle come chi rinunzia a risolvere un problema; — tu hai dato la lingua al fabbro, ed io me ne vado a letto.
Prese una candela, l’accese, e se ne andò senza che Liana mostrasse d’accorgersene. Ma ella si scosse subito, appena dileguato per le scale il rumore dei passi di suo padre; chiamò Menica, che girava per la cucina rimaneggiando le stoviglie e seguitando a brontolare, e le disse che poteva andare a dormire.
— Vado subito, ma chi chiude? Chi spranga gli usci? Chi...
— Farò tutto io, va pure.
La donna uscì senza aggiunger altro.
Liana rimase sola; teneva le braccia posate, abbandonate sulla tavola, ed ora chinava la faccia pensosa, afflitta da un’intensa malinconia, ora la rilevava rasserenata, quasi si sentisse sorgere in cuore un’improvvisa ed arcana speranza. Ella aspettava un ricordo, una sensazione che doveva infallibilmente venire, e ad un tratto se ne sentì piena lamente. — Era in quella medesima stanza, a quel posto, lavorando o leggendo con le spalle voltate alla porta che metteva in giardino... Luigi entrava pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; veniva a lei, le prendeva la testa e rovesciandola verso di sè, la baciava sulla bocca. Questo era avvenuto non una, ma più volte nei primi tempi ch’essi si trovavano insieme a Murello. Le salì al viso una vampa; chiuse gli occhi, porse le labbra, stringendo le braccia alla vita, come per tener ferme e raccolte tutte le potenze dell’animo. Ecco: egli veniva, accorreva da lontano, nella notte oscura, ebbro di gioia, di desiderio, d’amore. Ella lo chiamava, lo invocava, tutti i sensi tesi in un’aspettazione ineffabile, ardendo nelle membra e nel cuore. Dio, Dio, come lo amava! Stringerlo ancora, una volta ancora tra le braccia, e morire!
Nulla si moveva nel silenzio ampio e profondo. Continuò ad immaginare appassionatamente. Un brivido repentino le corse le vene: le pareva di sentir tentar l’uscio. Si alzò, si voltò: era chiuso. Andò ad aprire come avrebbe aperto ad un amante.
La luna falcata, velata di vapori, spargeva sul giardino un fioco lume d’argento. S’udiva in distanza il mormorìo dell’acqua corrente al mulino.
Liana rientrò subito, delusa; tornò a sedere dov’era prima. Passò mezz’ora, forse più. Un cane abbaiò minaccioso in una cascina posta lungo la strada di Racconigi; altri cani risposero mugolando qua e là nel paese. L’orologio della chiesa battè parecchi tocchi. Liana non contò che i primi...
Il tumulto confuso de’ sentimenti a poco a poco si era acquietato; ma ora le pareva di venir perdendo il lume degli occhi, ora che ogni cosa si movesse in giro; poi cominciò a provar la sensazione strana di scender lentamente, inesorabilmente in una profondità gelida e tetra... All’improvviso si trovò in piedi senza saper nè come, nèperchè: la stanza era chiara, ogni cosa al suo posto ed in ordine; ma il senso di freddo durava, come se una brezza rigida e maligna le battesse sul collo e sulle spalle.
Dianzi, scendendo, aveva portato con sè il suo scialletto. Diede un’occhiata in giro per cercarlo, e fu così che vide ritto sulla soglia, distintamente, un uomo alto, pallidissimo, con l’abito aperto e orrendamente chiazzato di sangue sul petto. Ella cacciò un urlo e si buttò avanti, stendendo le braccia, rovesciando la seggiola.
Fuori era buio fitto: ora i vapori occultavano la luna, però le parve di scorgere una figura che voltava a man destra dietro l’angolo della casa. Si slanciò gridando: — Luigi! Luigi! Luigi! — Giunse correndo fino alla siepe dell’orto e tosto, tirata da nuovi e più furiosi latrati del cane, si gittò nella piccola strada che sboccava in quella di Racconigi. Tornò presto indietro e prese ad aggirarsi pel giardino all’impazzata, balzando dal fango dei viali nell’erba fradicia dei prati, sdrucciolando, incespicando, urtando nei tronchi, quasi colta dalla brama di perdersi anch’essa nelle ombre ove pareva si fosse disciolta la larva di suo marito. Passò una, due, tre volte davanti al cancelletto che metteva al piazzale della parrocchia; alla fine si accostò e ricominciò a chiamare con voce sommessa, accorata, supplichevole: — Luigi! Luigi! Luigi!... — Egli era certo lì oltre; non lo vedeva ma lo sentiva. Subitamente scosse la testa con veemenza, come per cacciarla tra gli stecconi; vi si attaccò con forza, scrollò, squassò, lottò a lungo freneticamente, ammaccandosi le mani, rompendosi le unghie nell’ostacolo inanimato. E fu vinta: in un istante ogni pensiero scomparve dalla sua mente; prima ella rimase immobile come irrigidita, poi allentò le braccia, piegò la persona, e si prostrò.
Oliveri, riscosso dall’urlo istantaneo, acutissimo, era saltato dal letto e, infilata la veste da camera, sceso giù tentoninel salottino. Stava là, mezzo basito, mirando la sedia caduta e l’uscio spalancato, senza saper cosa fare o cosa immaginare, quando udì un passo misurato e pesante che si avvicinava dalla parte del cortile; si rianimò, corse fuori e vide Gabriel col suo schioppo in una mano e nell’altra una lanterna ciondolante a fior di terra.
— Cos’è? cos’è stato? — domandò ansiosamente Oliveri.
— Non so niente — rispose il colono.
— Ma mia figlia... Dov’è andata mia figlia?
— Sua figlia?!
— Ma cos’hai visto? Cos’hai sentito? Cosa credi?
— Cosa credo? Ho paura dei francesi, io. Ne fanno di tutti i colori. Rubano tutto, portano via tutto: cavalli, vacche, pecore, porci, galline... E, quando possono, anche le donne. Si faccia animo, venga con me.
E passando in giardino, entrò nel viale che conduceva al cancelletto.
Oliveri gli venne dietro brancolando, tutto affannato. Non si raccapezzava. Quel che diceva Gabriel gli pareva un’assurdità addirittura, pure vi andava raziocinando sopra angosciosamente.
— Faccia presto — susurrava il colono, — faccia presto!...
— Faccio quel che posso — rispose Oliveri a un certo punto; — ma vorrei pur sapere dove si va.
— Alla campana, non glie l’ho detto?
— Alla campana? Ma vuoi metter sossopra tutto il paese?
— Lasci fare a me.
— Un momento, un momento! E cosa dirò a quelli che accorreranno? Amici, ho perduto mia figlia...
— Ecco; sì signore.
— Ma e poi... Se provassimo a cercarla prima un poco noialtri? Dentro e fuori di casa, nel cortile, nel giardino... Perchè immaginar subito una cosa così grossa? I francesi,i francesi, subito i francesi!... A meno che tu non abbia visto proprio... Di’, senti... Oh santo Dio! fammi il piacere Gabriel... Gabriel!
Ma Gabriel accelerava sempre più il passo. Improvvisamente si arrestò.
— Maria Santissima! — esclamò alzando la lanterna.
— Cosa c’è? cosa c’è? — domandò l’avvocato ansante.
— È qui! La guardi qui lunga distesa.
— Misericordia! Morta?
— Euh! morta no, diavolo! Adesso presto, mi dia una mano... o piuttosto tolga su, mi faccia lume.
Messo lo schioppo ad armacollo, consegnata la lanterna all’avvocato, sollevò Liana adagio adagio, e la portò verso casa.
— Coraggio, coraggio — diceva egli, parlandole come a un bambina; — siamo qui noi adesso. Più niente paura. Siamo qui noi.
Sentendoli tornare, Menica discese anche lei, affibbiandosi ancora il busto, interrogando, piagnucolando e balbettando giaculatorie. Poi si acquetò e cominciò ad affaccendarsi premurosamente intorno alla padrona.
Quando fu nel letto e scaldata, Liana aprì languidamente gli occhi, mise un gemito e ricadde tosto senza sentimenti.
Quanto durò così? Non lo seppe mai. Le pareva ogni tanto di risentirsi, e si trovava in regioni caliginose, piene di forme stravaganti e terribili. Poi cominciò una specie di sogno lento, continuato. Era in letto, nella sua stanza illuminata dal sole. Non si sentiva afflitta da veruna malattia, avrebbe voluto alzarsi e non poteva. Ed ecco che l’uscio si apriva a metà; suo marito le parlava, la chiamava senza mostrarsi. Ella rispondeva, faceva forza per correre a lui, ma altri esseri invisibili, che le stavano intorno, la tenevano come conficcata nel fondo del letto. Altre volte scorgevarepentinamente il suo Luigi ritto accanto a lei, vicinissimo; ella apriva le braccia e le richiudeva vuote; si metteva a piangere a calde lagrime, e intanto il fantasma impallidiva, si dissolveva, si dileguava.
Tutto questo si ripeteva, si prolungava quasi non dovesse finire mai più; poi un bel giorno ella ripigliò il senso davvero. Fece un leggiero movimento e girò lentamente lo sguardo all’intorno.
— La vede — disse a Oliveri un vecchietto rinfagottato in un pastrano verde-bottiglia, — la vede l’intelligenza che ritorna? Cosa le avevo detto? Adesso l’arte medica non ha più che da aiutar la natura.
Liana richiuse le palpebre subito, stanca come dopo una grave fatica, e si riassopì. Ma più tardi si accorse benissimo che la luce veniva mancando e provò un certo sollievo quando Menica le portò un lume.
Cominciò poi a distrigare, a riordinare a poco a poco pazientemente i propri pensieri, cercando di discernere quel che c’era di vero nella farraggine delle cose vaneggiate. In quel miscuglio confuso di fantasmi, di reminiscenze, di sogni, un fatto emergeva limpido e chiaro: la morte di Luigi. No, no, no, non doveva più metterla in dubbio, nè conservare un fil di speranza: era venuto egli stesso ad avvertirla, l’aveva visto! Del resto, anche senza la visione, che cosa poteva significare questa calma, questa pace dopo tanti disperati pensieri, se non che tutto era finito e bisognava rassegnarsi ai voleri di Dio?
Luigi era morto. Ma dove? Come? Quando? Il suo pensiero si arrestava su queste domande e rimaneva a lungo inerte e come annientato. Di più, ad ogni sforzo di memoria, seguiva un’oppressione singolare di cervello, accompagnata spesso dal sonno o da una completa dimenticanza di tutte le cose.
Un giorno, rinvenendo appunto da una specie di lungoletargo, ella scorse Massimo vicino al letto, precisamente dove tante volte aveva creduto di vedere Luigi. Questo ridestò in lei il ricordo dell’impossibilità in cui s’era trovata di fare il più piccolo moto verso l’immagine cara. Sorrise e, quasi inavvertentemente, levò una mano. Il giovane non osò toccarla, ma, chinandosi subito, la sfiorò con le labbra.
Ella ricominciò a parlare una sera in cui si trovò sola con suo padre.
— Babbo — diss’ella pacatamente, — lo sai che son vedova?
L’avvocato si scosse, le fe’ segno di chetarsi.
— Dormi, cara, è ora di dormire.
— Luigi è venuto...
— Va bene, ne discorreremo.
— L’ho veduto...
— Lo so, me l’hai già detto. Ma è stata un’illusione.
— No, babbo.
— Dirò meglio: un’allucinazione.
— No, no, no!
— Ehm!... senti, cara, tu hai avuto una grossa febbre, una febbre violenta, una specie di febbre cerebrale. Ti dava il delirio, e che delirio! Pare però che questo sia stato uno sfogo: la malattia fisica ha impedito, ha allontanato la malattia morale da cui eri minacciata. Moschetti, il medico nuovo qui di Murello, e il dottor Pomba di Villanova, ti considerano come entrata in convalescenza; ma dicono che sarà lunga, che ci vuole un gran riguardo, altrimenti... uhm! Guai se ti ritornasse il male addosso! Le ricadute sono peggiori delle malattie.
Liana finse di capacitarsi e non tornò più sull’argomento. A che insistere? Sapeva bene che il pensiero del genero non occupava più nè la mente nè il cuore di Oliveri. Oltre a ciò la stancava tanto discutere! Era ancor così abbattuta, così spossata!
Pareva difficile, a chi la vedeva in quei giorni, ch’essa potesse riaversi mai più; pure ella continuava gradatamente a risorgere, e venne il momento in cui il medico le permise d’alzarsi.
Ella cominciò a passar le ore che non stava in letto adagiata in un seggiolone vicino alla finestra. Gli alberi del giardino, spogliati d’ogni verdura, le lasciavano vedere tutto il castello, la parte posteriore della parrocchia, col piccolo cimitero circostante; e più lontano, oltre la strada di Racconigi, la campagna squallida sotto il sereno delicatamente sbiadito.
Assistette così alla lenta e placida agonia di quell’autunno. Vide il cielo venirsi coprendo di nebbia, e rabbuiandosi sempre più, farsi tutto livido e basso. Bastò una nottata per imbiancare i tetti e le piante e quanto poteva abbracciar l’occhio.
Oliveri teneva compagnia a sua figlia; venivano a visitarli Arignani, don Prato, e talvolta Massimo, sempre grave e sopra pensieri. Liana seppe da lui che la contessa passava l’inverno a Robelletta; ella però non si curò di domandare alcun schiarimento, poichè si trovava ancora in uno stato d’indifferenza e d’incuriosità singolare, non pareva aver più alcun desiderio vivo, di nulla le importava, parlava, operava, ma non si scuoteva.
Intorno a lei i discorsi si aggiravano sulla scarsezza grande di tutte le cose necessarie al vitto, sul rincaro delle granaglie, sul freddo che anticipava, e specialmente sur un lupo enorme che andava vagando nei dintorni. Di tempo in tempo l’avvocato s’intabarrava stretto e andava a passare un’oretta nel piccolo caffè ove si riparavano i migliori del paese. Tornato a casa riferiva a Liana tutte le chiacchiere che si erano fatte intorno alla mala bestiaccia.
Per consiglio del medico, egli s’ingegnava di distrarre la mente di sua figlia, senza affaticarla di troppo. E undopo pranzo le menò su in camera il procaccio Gioanni Capello, dettoGiantermo, ancor tutto scombussolato per aver dovuto contrastar con la belva quella stessa mattina.
Menica portò una bottiglia; e, dopo un paio di bicchieri, il poveraccio si trovò in grado di ripetere, più ordinatamente che non avesse ancor fatto, la sua storia paurosa.
— Ah! — diss’egli — stamattina me la sono vista proprio brutta! Tornavo da Racconigi col sacchetto delle lettere e fischiettavo senza pensare a male, quando voltandomi per caso indietro, cosa vedo? nientemeno che il lupo! Ecco lì: prima mi sono sentito mancare le gambe, poi via! a tutta corsa, come un’anima persa. Cosa vuole? sor avvocato e la compagnia, sentivo il tlic tlic delle unghie sulla neve ghiacciata: lui mi dava dietro di trotto serrato e se cascavo, ehi! ero servito. Perchè quelle bestie lì non attaccano l’uomo finchè è dritto, ma aspettano che la fatica e lo spavento lo buttino giù, e allora gli saltano addosso e lo sbranano. Io correvo, e lui correva. Volevo gridare, chiamar aiuto, ma non avevo il fiato da spegnere un lume. Tutto in un momento mi ricordai di essere nato a Murello, e che i murellesi sono soprannominati itestardi. Credo sia stata una ispirazione della nostra Madonna degli Orti. Basta, fatto sta che mi fermai su due piedi, e fronte! col mio bastone per aria. Il lupo si ferma anche lui, mi mostra i denti e la lingua, mi guarda fisso come un cane da caccia che punta, e poi frrt! salta a sinistra, nel campo. Dico fra me: — l’ha capita! — Oh sì, storie! Mi accompagnava di fianco, invece di starmi alle calcagna, e me lo vedevo lì, alto, magro, sfiancato, col muso nero e le mascelle grigie; e quando alzavo il bastone per fare il mulinello, grugniva come un porco e digrignava, talmentechè di dentro mi sentivo morire, benchè fossi deciso di difendermi finchè potevo. Basta, per tagliar corto, finalmente ho visto le muraglie della cascina Nuova, lei sa dov’è,e subito mi son sentito tornare il coraggio e il fiato e tutto, e mi son messo a mugliare come un toro. Cosa crede? Che il lupo se ne sia andato? Neppur per sogno, aspettò di veder arrivare quei della cascina con le forche e i tridenti, per darsela a gambe. Guardi un po’ che demonio! Basta, sor avvocato e la bella compagnia, adesso andrò ad attaccare il mio bastone sotto l’immagine della Madonna, per grazia ricevuta, che se la Madonna non mi salvava, ora sarei nella pancia del lupo, col sacco delle lettere, calzato e vestito.
Il caso occorso al procaccio fu argomento di molti discorsi, poi si seppe che la fiera era stata ammazzata presso Cavallerleone, e non se ne parlò più.
Nei primi giorni di dicembre, Liana si accorse che suo padre aveva un aspetto cogitabondo affatto insolito in lui, e tanto il parroco, quanto il notaio, parevano agitati da qualche cura grave e travagliosa. Si mise in pensiero, interrogò, s’informò; le fu risposto con parole atte a rassicurarla. Allora non s’inquietò più, anzi fu contenta d’esser lasciata spessissimo sola, poichè questo le dava modo di vivere tranquilla e taciturna, come desiderava. Era una strana vita la sua, tutta contemplativa, tutta ristretta allo spazio che raccoglieva nello sguardo. Poche e semplici le cose di cui si compiaceva o che le servivano di svago: la solitudine, la quiete, il suono delle campane, un filo azzurro di fumo uscente da questa o da quella rocca di camino, il passaggio d’uno stormo di corvi, le passere svolazzanti a branchi, collegate contro il gelo e la fame, ma pronte a battersi ferocemente tra loro per una magra formica assopita tra le rughe d’un ramo, o per un bacherozzolo rannicchiato sotto una foglia aggrinzita. Talora le pareva pure di avvertire fremiti, vibrazioni, palpiti di vita lontana, trasvolanti sul manto immenso che difendeva le sementi e le piante dal gelido vento di tramontana.
Una mattina, invitata da un pallido raggio di sole che rigava il pavimento, ella s’era levata prima del solito, e seduta nel seggiolone, tutta chiusa nel suo scialletto, guardava il castello, pensando vagamente al destino di quelle antiche muraglie, possesso, a quanto si diceva, prima dei Templari, poi dei Cavalieri di San Gioanni, dimora un tempo dei Maestri Commendatori di Murello, divenute dal mese di maggio 1798, la casa del timido don Prato e dell’umile sua serva.
In un subito, ella vide irrompere nel cortile una frotta di contadini, e riconobbe in colui che li conduceva Bechio, lo speziale, con un berretto rosso in testa e una sciabola al fianco. Vociavano, gesticolavano, si consultavano tumultuariamente. Bechio si fece alla porta e bussò. Il parroco comparve come uno scatto di molla a una finestra, parlamentò un momento, poi discese ed aprì. Lo speziale entrò seguìto da cinque o sei altri. Intanto il movimento era cresciuto: la gente portava assi, corde, abetelle, scale a piuoli, e buttava tutto per terra a pie’ del torracchione.
Liana, spaurita, volle alzarsi e chiamare Menica, Gabriel, saper subito quello che accadeva. Una mano le si posò dolcemente sopra la spalla; ella si voltò, si trovò accanto suo padre. Oliveri era smorto, con le gote cascanti, con un non so che di irrequieto nelle labbra e nelle palpebre, che indicava un grave turbamento interiore.
— Ah! — fec’egli — vuoi saper cosa fanno? Si preparano a rizzar un ponte contro il muro di ponente, per raschiar via le armi gentilizie dei Commendatori che ebbero la signoria di Murello. Perchè? Perchè siamo in repubblica, figlia mia. Siamo in repubblica, in repubblica, in repubblica!
Liana girò a lui il viso stupefatto:
— Oh! — diss’ella — e il Re?
Gli occhi di Oliveri si velarono: — Il Re? Eh, poveri noi, chi sa dov’è il nostro Re a quest’ora!