XXIX.
Condotto via Massimo, la contessa si dispose subito febbrilmente a lasciar Robelletta. Mazel, Violant e Giacinto, che dovevano accompagnarla, ebbero un bel pregarla e ripregarla di aspettar almeno fino alla mattina, ella volle partire la sera stessa. Che le importava di viaggiar di notte! Che le importava che le strade fossero infestate dai banditi e dai disertori! Ella non rispondeva, forse non udiva nemmeno: anelava d’essere a Torino per consigliarsi con suo marito. Le pareva probabile che il conte, essendo rimasto sempre in città, conoscesse chi stava al governo in quei giorni. Era uomo pratico, accorto, sagace; avrebbe saputo parlare, adoperarsi, ottenere che si revocasse il provvedimento preso contro il figlio... Occorrendo si sarebbe offerto danaro, molto denaro, destramente, occultamente... Questo pensiero, questa speranza l’occupò tutta, durante tutto il viaggio, sicchè ella si trovò a Torino, al suo palazzo quasi senza accorgersene.
Il conte Annibale aveva ricevuto il giorno prima l’ordine di recarsi in Cittadella, e quei di casa non sapevano più nulla di lui.
La povera contessa rimase come annientata. Ella passò il resto della notte in camera, sopra una sedia, immobile,inerte, con gli occhi spalancati sopra una torbida seguenza di visioni le une più crudeli delle altre. Il cavaliere, il marchese e il marchesino, dormicchiavano quale sul canapè, quale su una poltrona, nella stanza vicina.
Fattosi giorno, uscirono tutti e tre per raccoglier notizie, promettendo di ritornare più tardi.
Mazel ricomparve solo, verso mezzodì.
— Dunque? — domandò la contessa, ansiosa. — Cosa avete saputo?
— Bisogna star di buon animo... — rispose il cavaliere, dopo averle baciato la mano.
— Avanti, per amor di Dio!
— Annibale è in viaggio per Grenoble, anche lui.
— Come! — esclamò la contessa, riscotendosi. — Ne siete sicuro? Ma... allora si troverà con Massimo?
— Non so, ma è probabile. È probabile che Massimo raggiunga quelli che sono partiti prima di lui, la gran comitiva. Questa volta i deportati non devono esser meno di sessanta. V’è il principe di Carignano, il principe della Cisterna, il marchese Alfieri e suo figlio, i marchesi di Priè, di Caluso, del Borgo, i conti di Polonghera, di Scalenghe, di Piossasco, di Gattinara, di Casanova... una sessantina insomma. La scorta è comandata dal banchiere... dal banchiere... dal banchiere Arvel.
— E vanno tutti a Grenoble?
— A Grenoble, ove saranno custoditi come ostaggi.
— Andrò anch’io! — esclamò la contessa con energia.
— Ed io vi accompagnerò... Ma non subito, eh? Bisogna aspettare che siano arrivati. Ci faranno saper certo qualche cosa; scriveranno, m’immagino. Adesso quel che più importa è non mettersi in vista... Quanto mi sentirei più tranquillo se foste rimasta a Robelletta!
— Perchè?
— Perchè qui si continua ad abbaiar contro i nobili cheè un piacere. Questi signori che comandano adesso, sentendosi sempre più deboli, vorranno parer sempre più forti, e chi sa cosa diamine inventeranno! Son figuri da fare qualunque brutto tiro. Non potendo accoccarla agli austriaci ed ai russi, l’accoccheranno a noi, che Dio ci scampi e liberi!... Stamattina ho sentito raccontar cose... Quelli che hanno avuto nelle mani l’amministrazione militare e civile si sono tutti talmente ben impinguati, che adesso le casse sono vuote; manca il denaro per pagar gl’impiegati, il nostro popolo langue nella miseria, i soldati francesi soffrono privazioni inaudite, i generali chiedono danaro, cavalli, carri, letti, fieno, paglia: e non trovando più niente, urlano, tempestano, minacciano di mandar tutto a ferro e fuoco!... Insomma le cose vanno male e finiranno peggio. Presto il paese sarà diventato ingovernabile... Ed eccoci proprio nella bocca del lupo!
A questo punto s’accorse che essendo venuto col proposito di racconsolare l’amica, faceva precisamente l’opposto.
— Basta — riprese dopo un breve silenzio, — stamattina corre anche voce che Suwarow sia entrato in Piemonte.
La contessa giunse le mani:
— Signore, vi ringrazio!... Perchè non me l’avete detto subito?
— Perchè... perchè... non so nemmeno io. Ho detto che le cose vanno male, ma debbo anche dirvi che la città, i cittadini si mantengono relativamente tranquilli. Dunque non temete di nulla. State in casa, fate tener chiuso il portone, e chiuse le finestre che guardano in istrada. Io tornerò stasera, tornerò domani. V’informerò esattamente di tutto; lasciate fare a me.
Il 30 di aprile erano arrivati a Torino, scortati da due o tre squadroni di cavalleria, i direttori della Cisalpina, e con loro tutti quelli che avevano fatto parte del Governo repubblicano, o che avevano qualche ragione di paventarela rabbia degli austriaci. Ogni giorno si vedevano comparir truppe lacere, malconcie, spossate, smunti i visi, torvi ed umiliati gli sguardi; venivano ambulanze, barocci e carrette di feriti, munizioni, armi, bagagli a rifascio: eppure si parlava sempre di vittorie francesi, di mosse strategiche maravigliose, di ridotti e di fortini imprendibili, di acque inguadabili, di battaglie definitive.
I patrioti girondolavano per le strade coi capelli tagliatià la Brutus, à la Titus, o arricciolatià la Caracalla; con cappelli tondi e berretti frigi, la carmagnola, e i calzoni lunghi. Cantavano, bestemmiavano, chiedevano armi e bandiere, per correre a salvar la Repubblica o morire.
Avevano ottenuto dal generale Grouchy il permesso di incominciare una coscrizione volontaria. La sala del Liceo Nazionale rintronava di evviva e di grida bellicose. Il presidente Bonvicino vi pronunziò una concione che principiava così: «Non è, e non sarà giammai estinto negli animi dei Piemontesi il sacro amor della Patria. L’entusiasmo della libertà, che non conosce alcun ostacolo, gli infiamma, e sanno essi emulare li gloriosi esempi dei valorosi Repubblicani, opponendo alle mercenarie falangi squadre invincibili di energici difensori della libertà.
«Ombre dei nostri Amici, e Compagni Martiri della Libertà, esultate. L’ardore, che vi ha animati, infiamma li nostri cuori, e le bandiere Repubblicane acquistano nuovi seguaci».
E terminava invitando i cittadini, che non conoscevano altra gloria che l’amor della patria, ad accorrere. La coscrizione essendo volontaria, nessun coscritto sarebbe stato astretto a seguitar le bandiere. «L’onta sola di aver simulati sentimenti gloriosi, seguirà coloro, che si ritireranno!»
Mentre i realisti della capitale fremevano e stavano sull’aspetto, mentre nel Consiglio di amministrazione della guardia nazionale si cominciava con prudenza a pensare al modo di consegnar Torino all’esercito confederato, quandose ne presentasse l’opportunità, nelle provincie si operava molto gagliardamente.
A quella parte del clero regolare e secolare che aveva aderito al nuovo ordine di cose, succedeva quella che lo abominava. Nei conventi non si ballava e non si banchettava più; non si vedevano più frati giudici del Tribunale di alta polizia, o capitani della guardia nazionale; non si vedevano più canonici e parroci inneggiare ai generali francesi, folleggiare per le vie e per le piazze, e mescolarsi ai patrioti per far galloria nei clubs e nelle feste, dichiarandosi liberi, uguali, repubblicani e fratelli.
Adesso i preti ed i frati, non contenti di fomentar l’odio e di gridar sacrilegamente dall’altare o dal pulpito che l’ammazzar francesi era un dover religioso, davano di piglio agli schioppi e diventavano capibanditi. Guai ai patrioti che cadevano nelle loro mani! Guai ai francesi che viaggiavano alla spicciolata! Guai ai poveri soldati sbandati o smarriti! — Adesso il vescovo d’Alba prendeva il titolo diComandante dell’armi, e capitanava gl’insorti della sua diocesi. Il vescovo d’Asti faceva imprigionare il suo vicario, perchè repubblicano fervente, e perseguitava acerrimamente i patrioti. Il vescovo d’Acqui li cacciava nei sotterranei del seminario.
— Vi ricordate, amica mia, del cavaliere di Vonzo? — chiedeva Mazel alla contessa. — Sapete bene: Pietro Cordero di Vonzo, antico ufficiale, quello che chiamano ilSanto? Ebbene, egli e un certo Cerrina o Cerigna, chirurgo, con un pugno di villani, hanno costretto a capitolare il forte di Ceva. Un bel fatto, eh?
— A Mondovì i rivoltosi hanno fatta prigioniera la guarnigione — raccontava Violant. — E gli uomini di Caraglio, di Busca, di Costigliole si sono uniti e minacciano Saluzzo. A Ivrea poi i patrioti sono affrontati, assaliti e ammazzati come cani. L’affare cammina.
L’affare infatti camminava speditamente e ferocemente.
«Popolo di Torino — diceva il generale Fiorella, comandante della piazza e della Cittadella, — uomini ingannati dai tuoi più crudeli nemici vorrebbero portare la desolazione, il terrore, e la morte nel seno del tuo Paese; ma tu conosci l’onore, tu sei alleato di una Nazione, che ti stima, che t’ama, e che ha fatto tremare l’Europa. Ella ha giurato di sostenerti, e tu fai parte di coloro, che la compongono. Osserva i tuoi giuramenti, ed io t’accerto di far trionfare la causa della Libertà.«Richiàmati alla memoria gli orrori della Vandea, allorquando scellerati venduti ai Tiranni dell’Europa scorrevano in quelle deplorabili contrade, assassinando i vecchi, le donne, ed i fanciulli, servendosi del pretesto di fanatismo per compiere i loro fini.«Io ho la più grande confidenza in voi, bravi Cittadini, che componete la Guardia Nazionale, io conto sul vostro zelo, sulla vostra attività; voi siete destinati per essere l’onore della vostra Patria.«Ricordatevi che non ha gran tempo, che tutti i re dell’Europa hanno chiesta la pace al Governo Francese, che due milioni d’uomini son pronti a mettersi in marcia, se fossero necessarj, e che seicento mille già si avanzano per sostenere la causa comune. Il gridoall’armisi è fatto sentire; li vostri nemici vanno ad essere annientati, come il sole del mezzogiorno fa scomparire le nebbie del Nord.«Guai ai fanatici; guai agli assassini. Li Repubblicani saranno inesorabili.«Torino, ai 19 fiorile anno 7º della Repubblica Francese una ed indivisibile.«Fiorella».
«Popolo di Torino — diceva il generale Fiorella, comandante della piazza e della Cittadella, — uomini ingannati dai tuoi più crudeli nemici vorrebbero portare la desolazione, il terrore, e la morte nel seno del tuo Paese; ma tu conosci l’onore, tu sei alleato di una Nazione, che ti stima, che t’ama, e che ha fatto tremare l’Europa. Ella ha giurato di sostenerti, e tu fai parte di coloro, che la compongono. Osserva i tuoi giuramenti, ed io t’accerto di far trionfare la causa della Libertà.
«Richiàmati alla memoria gli orrori della Vandea, allorquando scellerati venduti ai Tiranni dell’Europa scorrevano in quelle deplorabili contrade, assassinando i vecchi, le donne, ed i fanciulli, servendosi del pretesto di fanatismo per compiere i loro fini.
«Io ho la più grande confidenza in voi, bravi Cittadini, che componete la Guardia Nazionale, io conto sul vostro zelo, sulla vostra attività; voi siete destinati per essere l’onore della vostra Patria.
«Ricordatevi che non ha gran tempo, che tutti i re dell’Europa hanno chiesta la pace al Governo Francese, che due milioni d’uomini son pronti a mettersi in marcia, se fossero necessarj, e che seicento mille già si avanzano per sostenere la causa comune. Il gridoall’armisi è fatto sentire; li vostri nemici vanno ad essere annientati, come il sole del mezzogiorno fa scomparire le nebbie del Nord.
«Guai ai fanatici; guai agli assassini. Li Repubblicani saranno inesorabili.
«Torino, ai 19 fiorile anno 7º della Repubblica Francese una ed indivisibile.
«Fiorella».
I quattro amministratori generali che Moreau, passando per Torino, aveva creati e sostituiti a Musset, sentendosi ogni dì più esautorati, si trasferirono a Pinerolo: di dove,nell’imminenza del pericolo, riusciva facile riparar prima nelle valli Valdesi, abitate da gente quieta, e quindi in Francia.
Villafranca, Airasca, Piscina, luoghi vicini alla sede del Governo, insorsero e atterrarono gli alberi della Libertà. Gli abitanti di Piscina, visti avvicinarsi i soldati mandati a ristabilir l’ordine, li lasciarono entrare nel paese senza far dimostrazioni di sorta; poi subitamente presero a tirar dalle finestre e dagli abbaini, uccisero il capitano e parecchi soldati, diedero addosso agli altri obbligandoli a piegare verso Scalenghe.
Da Pinerolo accorsero il colonnello Maranda e il commissario civile Rossignoli con mille tra patrioti e valdesi. Trovarono il villaggio deserto. Finirono un disertore ferito, che scovarono in un fienile, abbruciarono la parrocchia e alcune case.
Il generale Delaunay si ritirava a Cuneo, scortato da due o trecento uomini. Giunto al borgo Salsasio, presso Carmagnola, si trovò così improvvisamente e furiosamente aggredito da una torma d’armati, che si salvò per miracolo, lasciando indietro tutto il bagaglio e un certo numero di morti, di feriti, di prigionieri.
L’aiutante generale Frassinet si mosse da Moncalieri con le truppe mobili repubblicane, mentre da Pinerolo partivano il commissario Rossignoli e il cittadino Trombetta,Capo ed organizzatore della seconda Mezza-Brigata Leggiera Patriotica Piemontese d’Infanteria.
Arrivato Frassinet nelle vicinanze di Carmagnola, mandò avanti un parlamentario per persuadere gli abitanti a rientrare nell’ordine. Scriveva loro: «Sono sotto le vostre mura con una colonna di sei mila uomini avvezzi alla vittoria. Ascoltando i sensi d’umanità, che nutro in cuore, v’invito a rendervi ed affidarvi alla lealtà Francese. Molto siete colpevoli, ma non sono chiusi alla clemenza i cuor nostri.Deponete le armi, consegnate in mio potere gli uomini perfidi, che v’hanno traviati; voi salverete numerose vittime, che sarebbero immolate.... Non aspettate che la mia Artiglieria riduca in cenere i vostri Borghi, e le Case vostre, mi costa il combattere contro padri di famiglia. Ascoltate un uomo d’onore, che vi parla. Rinasca la pace nelle vostre abitazioni; noi non facciamo guerra che contro ai ladri, ed i briganti; questi mostri desolatori dell’umanità deggion solo perire. I bravi Piemontesi conoscon troppo l’onore, perchè io sia deluso della mia aspettazione.
«Rendo risponsabili le Municipalità ed i Preti dei Villaggi, dove si suonerà campana a martello; saranno questi luoghi sul campo abbruciati, e gli autori di tante calamità saranno risponsabili del sangue che faranno versare. Ascoltate la voce della ragione, e se io posso essere assai felice per ricondurvi ad essa, sarà questo il più bel giorno della mia vita.
«Saluto Repubblicano.
«Frassinet».
«P. S. Attendo immantinenti la vostra risposta, ed i Francesi, che voi avete fatti prigioni».
Ma la Municipalità trattenne il parlamentario e mandò la seguente risposta:
«Primo. Dovrà il Corpo Francese deporre le armi, e consegnarle a chi sarà deputato dal Popolo per ritenersele.«Secondo. Dovranno consegnare cinque Officiali in ostaggio, acciò il Popolo non sia più inquietato.«Terzo. Non vi passerà più alcun Corpo Francese colle armi in Carmagnola.«Quarto. Se alle volte vi fossero prigionieri stati fatti jeri l’altro, si dovranno immediatamente consegnare, e lo stesso si farà da noi.«Il Popolo Piemontese».
«Primo. Dovrà il Corpo Francese deporre le armi, e consegnarle a chi sarà deputato dal Popolo per ritenersele.
«Secondo. Dovranno consegnare cinque Officiali in ostaggio, acciò il Popolo non sia più inquietato.
«Terzo. Non vi passerà più alcun Corpo Francese colle armi in Carmagnola.
«Quarto. Se alle volte vi fossero prigionieri stati fatti jeri l’altro, si dovranno immediatamente consegnare, e lo stesso si farà da noi.
«Il Popolo Piemontese».
Mentre l’aiutante generale disponeva i suoi all’attacco, gli insorti, ingrossati dagli uomini delle cascine circonvicine e condotti dal canonico Filippone, presero l’offensiva.
Rotti al ponte di Carignano, continuarono a combattere accanitamente, divisi in piccole bande, sparse nello spazio di quattro miglia. Caddero in numero di quattrocento. I francesi morti non furono che trenta.
Il borgo Salsasio fu ridotto in cenere; fucilate ventitre persone e i cadaveri lasciati per quattro giorni insepolti.
La sera stessa, da Carmagnola abbandonata e divenuta suo quartier generale, Frassinet si rivolgeva di nuovo agli abitanti:
«Voi potete rientrare nei vostri fuocolari; io vi invito, e vi tratterò come fratelli, ed amici.«Abitanti delle campagne siate pacifici, la vostra felicità da voi dipende, io vi proteggerò, vi soccorrerò, ma non fate ulteriormente la guerra ai Francesi. Il combattimento che ha avuto luogo è stato terribile..... ma io non ho cosa alcuna a rimproverarmi. Il mio parlamentario questa mattina non vi lasciava cosa alcuna a desiderare, io vi offeriva l’olivo della Pace, Voi mi avete rispostola Guerra, son vostro vincitore, e vi offro nuovamente la Pace.«Frassinet».
«Voi potete rientrare nei vostri fuocolari; io vi invito, e vi tratterò come fratelli, ed amici.
«Abitanti delle campagne siate pacifici, la vostra felicità da voi dipende, io vi proteggerò, vi soccorrerò, ma non fate ulteriormente la guerra ai Francesi. Il combattimento che ha avuto luogo è stato terribile..... ma io non ho cosa alcuna a rimproverarmi. Il mio parlamentario questa mattina non vi lasciava cosa alcuna a desiderare, io vi offeriva l’olivo della Pace, Voi mi avete rispostola Guerra, son vostro vincitore, e vi offro nuovamente la Pace.
«Frassinet».
Ma il giorno seguente egli mutava subitamente linguaggio:
«Io vi intimo, Cittadini, di farmi contare per il bisogno della mia truppa ventimila lire di Piemonte, le quali saranno fornite particolarmente dai Frati di Sant’Agostino, ed altre dai Canonici. Il termine ch’io vi dò a farmele tenere si è fino alle ore sette di domani mattina, ora, alla quale farò, in caso contrario, abbruciare i conventi.«I conventi suddetti e i Canonici forniranno inoltreventi cavalli da tiro per la mia artiglieria, e cinquanta buoi per il bisogno della guernigione di Torino».
«Io vi intimo, Cittadini, di farmi contare per il bisogno della mia truppa ventimila lire di Piemonte, le quali saranno fornite particolarmente dai Frati di Sant’Agostino, ed altre dai Canonici. Il termine ch’io vi dò a farmele tenere si è fino alle ore sette di domani mattina, ora, alla quale farò, in caso contrario, abbruciare i conventi.
«I conventi suddetti e i Canonici forniranno inoltreventi cavalli da tiro per la mia artiglieria, e cinquanta buoi per il bisogno della guernigione di Torino».
Probabilmente tutta Carmagnola sarebbe stata messa a fuoco e fiamma, se l’Amministrazione generale non avesse scritto al commissario Rossignoli che abbandonasse bensì alla vendetta nazionale il borgo che aveva preso le armi, ma risparmiasse la città, sia per lasciare un ricovero ai borghigiani, sia per aver donde cavar ancora denaro.
E nei giorni che seguirono, le richieste e le esigenze dei vincitori divennero enormi.
Il 9 maggio, quattro giorni prima della strage di Carmagnola, anche Asti si era sollevata. Una turba di campagnuoli, stimolati dai loro curati, condotti da un tal Battista Mo, nativo della Cisterna, erano entrati in città, gridando: — Viva la fede! viva San Secondo!
Il padre guardiano dei Cappuccini, accompagnato dai suoi frati e preceduto dal crocifisso, s’era recato sulla piazza maggiore e vi aveva fatto una efficacissima predica, seguìta tosto dal saccheggio del palazzo municipale, della chiesa del Carmine, ov’era la cassa militare dei francesi, e di parecchie case dei così detti giacobini.
I francesi, tirate prima alcune cannonate dal castello, poi usciti contro i rivoltosi, già sprovvisti di munizioni per il lungo sparare all’impazzata, ne avevano trucidati molti e ributtato il resto fuor di città.
Il generale Meusnier, venuto sagrando e rapinando da Alessandria, trovato il paese quieto, era ripartito lasciando al comandante Flavigny l’incarico di ricercare e punire i colpevoli.
Niente di più facile: Flavigny fece agguantare a caso novantacinque persone e ordinò all’avvocato Doglio di istruire prontamente il processo. Se la cosa era semplice per il Mo e per pochi altri rei convinti, non lo era affatto per i molti che si gridavano innocenti come bambini di fascia.Il comandante accordò all’avvocato, per cavarsi d’imbroglio, tutta la giornata del 14 maggio; ma la mattina del 15 perdè la pazienza, esaminò egli stesso gli arrestati, ne liberò nove e ne trattenne ottantantasei.
A questi si fece tosto sapere che sarebbero giudicati in Alessandria, e si distribuì loro una razione di pane per il viaggio. Verso sera furono condotti e fatti fermare in piazza d’armi.
Discorrevano tranquillamente tra loro, ed alcuni avevano anche accanto amici e parenti venuti a salutarli, quando si vide arrivar Flavigny col pennacchio al vento, la divisa sbottonata, accesa la faccia per l’ira e fors’anche per il buon vino d’Asti, ch’egli usava bere fuor di misura. Come si fu avvicinato, impose ai prigionieri di raccomandarsi a Dio. Quelli che non intesero subito, capirono poi udendo rullare i tamburi, vedendo i soldati muoversi, attorniarli, chiuderli tutti contro il muro ch’era in fondo. Vi fu un istante di sbalordimento mortale; poi grida, poi urli; un urtarsi, un dibattersi, un nascondersi gli uni dietro gli altri; chi tentava fuggire alla disperata, chi si atteggiava follemente a resistere, chi cercava nel muro freneticamente coll’unghie un’uscita; parecchi si abbandonavano in terra come stracci; i più vicini ai soldati stendevano loro le braccia, chiedevano pietà piangendo, gemendo, strillando.
Un altro rullo; poi uno strepito orrendo, il fragore d’un gran drappo violentemente squarciato. Una nube grigia ravvolse i condannati, e subito cominciò a diradare. Non erano tutti morti, no: più qua e più là alcuni barcollavano come ebbri o si trascinavan carponi; il resto era tutto un ammasso, un viluppo di corpi sussultanti, di membra agitate e convulse. Ancora un comando, e la cavalleria si slanciò menando le sciabole; passò schiacciando, stritolando, schizzando in giro la lurida melma sanguigna...
A Torino fioccavano gli ordini, i decreti, i proclami.Fiorella minacciava di continuo, e insisteva perchè la Municipalità minacciasse. Il generale in capo dell’esercito d’Italia, rinnovandogli ordini già dati, ingiungeva: «Ai Generali Comandanti le divisioni dell’Annata di far fucilare alla testa delle Colonne, e nei villaggi li più adatti, qualunque contadino rinvenuto armato di stiletto, o di fucile, e che farà fuoco sulle Truppe Francesi, e qualunque individuo armato che sarà arrestato in un attruppamento, che non faccia parte della Guardia Nazionale approvata dalle Autorità costituite, e senza la coccarda Francese.
«Qualunque casa, dalla quale si farà fuoco sui Francesi, sarà consegnata alle fiamme».
Il cittadino Carlo Luigi Buronzo Del-Signore, arcivescovo di Torino, pubblicava lettere pastorali per raccomandare la pace, la concordia, l’amor del prossimo, la sommissione all’autorità e il rispetto alle leggi.
L’Amministrazione generale poi, considerando gli sforzi che per ogni dove facevano i nemici della Libertà ad oggetto di distruggere il Governo repubblicano e ristabilire la tirannia, considerando che quanto era grande la loro rabbia e livore contro i repubblicani, altrettanto validi e pronti dovevano essere i mezzi onde contenerli, ecc., ecc., decretava che si punisse di morte chiunque fosse convinto di aver ordito macchinazioni contro il Governo repubblicano, o contro la sicurezza e la vita dei francesi o dei repubblicani di qualunque nazione, o ad oggetto di ristabilire la monarchia; chiunque gridasse viva il Re, o viva qualunque altra potenza in guerra contro la Repubblica; chiunque fosse convinto d’aver suonato o istigato altrui a suonare campana a martello per attruppare il popolo contro il Governo repubblicano o contro i repubblicani; chiunque distribuisse armi, viveri o denaro all’oggetto di promuovere insurrezioni contro le truppe francesi o altra qualunque forza armata per la difesa della Repubblica; chiunque fosseconvinto di aver portato le armi contro le truppe repubblicane.
Decretava che si dichiarassero nemici della patria e si punissero di morte gli ecclesiastici convinti d’essere stati promotori di attruppamenti sediziosi.
Decretava che tutti i comuni, nell’abitato dei quali rimanessero uccisi, od arrestati o spogliati soldati francesi o piemontesi accorrenti alla difesa della Repubblica od in viaggio pei loro rispettivi corpi, o patrioti di qualunque nazione, fossero assoggettati al quadruplo delle imposizioni ordinarie, qualora non svelassero gli autori di tal delitto e non somministrassero le necessarie prove; che tutti i comuni nei quali rimanessero uccisi popolarmente o con tumulto soldati francesi, piemontesi o patrioti di qualunque nazione fossero immediatamente incendiati ed atterrati fino alle fondamenta.....
I torbidi crescevano, si estendevano, e il sangue scorreva, scorreva, scorreva.
Ciravegna, primo granatiere di Piemonte, ferito a Tolone, quindi, dopo l’armistizio di Cherasco, sottotenente negli usseri di Condè, tornava in patria, si recava a Narzole, dove era nato, a Bene, dove aveva amici, e raccoglieva un corpo d’uomini arrischiati e feroci come lui. Il 12 maggio, assalito il presidio di Cherasco, lo discacciava furiosamente; il 23 riusciva a respingere il generale Partonneau, che gli veniva contro con tremila uomini.
Il generale Delaunay, giunto a Cuneo, smanioso di vendicarsi in qualche modo dell’insulto e del danno patito a Carmagnola, s’era portato con un nervo spedito d’uomini contro Mondovì, ma aveva ricevuta la sconfitta e la morte.
Moreau, poichè gli austro russi s’avanzavano sempre con somma prosperità a destra e a sinistra del Po, si ritirava pure a Cuneo. Aveva aperta, verso Francia, la strada di Tenda e dell’Argentera, ma parendogli utile di ripigliarMondovì, inviò Garrau e Frassinet, ai quali si unì pure Seras, che tornava da castigar Busca. Avevano ottomila fanti, quattrocento cavalli, e otto cannoni.
I sollevati, sotto il comando del conte di Germagnano, del cavaliere di Vonzo e di Giacinto di Montezemolo, confortati da don Marengo, elemosiniere del reggimento Mondovì, resistettero per quattro lunghe ore. Ma poi, essendo i cavalieri di Garrau riusciti a guadare il torrente che serviva loro di riparo, a impadronirsi dei loro quattro pezzi e a rompere i quadrati, morto per di più Montezemolo, la battaglia si cambiò in sanguinoso, orribile macello.
Era appena mezzodì.
Quei di Mondovì avevano inondati i campi, sbarrate le porte e aspettavano dietro le loro vecchie mura, rincorandosi con esortazioni scambievoli. Frassinet mandò un ussero a intimare la resa; prometteva di contentarsi del pagamento di una certa somma. Si rispose con un rifiuto, ed essendo cominciato subito il fuoco, l’ussero cadde.
L’aiutante generale annunziò ai soldati che dava la città in loro piena balìa. L’amor della patria, delle mogli, dei figliuoli, delle sostanze infiammava i cittadini contro gli assalitori e predatori; la bramosia di spuntarla, la riputazione che acquisterebbero con impadronirsi della città, la speranza e la cupidigia d’un grosso bottino stimolavano i soldati.
I monregalesi, tenendosi sicuri e scorgendo i francesi avanzare sotto una grandine impetuosa di palle, nell’acqua giallastra che in molti luoghi giungeva alla cintola, davano loro la minchionella, e chi faceva un verso e chi un altro, chiamandoli ranocchi, ranocchioni. Ma bentosto vedendo più qua e più là arder le case tocche dalle granate, cominciarono prima pochi, poi molti, a lasciare le mura per correre a spegnere gl’incendi; mentre i francesi, offrendosi anche a loro il destro di cuculiare, lo facevano in dialetto, con parole imparate dai molti piemontesi militanti con Seras,e gridavano con quanto ne avevano in gola: —Babi cheuit! babi cheuit! babi cheuit!— vale a dire rospi cotti.
Scemata l’efficacia della difesa, i tre rioni furono subito invasi: Seras irruppe in Carassone, Frassinet in Breo, Garrau in Piazza. Tre colonne, tre masnade di assassini senza fede, senza legge, senza misericordia. In un momento le strade, le case, le chiese, i monasteri, i conventi furono pieni di grida forsennate, di risa feroci, di urli, di pianti, di lamenti. I cittadini, sbalorditi, esterrefatti, non facevano più fronte in alcun modo. I vincitori si cacciavano da per tutto avidi di preda, sitibondi di sangue, briachi di furore; distruggendo, stuprando, gavazzando senza ritegno. Di che fossero capaci lo seppero i preti, lo seppero le monache, lo seppero tanto i realisti, quanto i repubblicani. In sì duro frangente tutti si dichiaravano patriotti: dunque a che distinguere, a che indugiare?
La città perdette circa mille dei suoi abitanti, e fu danneggiata per ben tre milioni. Passando poi Moreau là vicino per ridursi in Liguria, la fece riprendere dalla divisione Grouchy; e l’esercito, negli otto giorni in cui stette accampato in quei luoghi, bruciò Rocca de Baldi, Morozzo, la Margherita, tutte le cascine dei dintorni, e commise nefandezze d’ogni specie.
La città di Torino era oramai circondata, bloccata dai briganti, come chiamavansi i contadini. Questi adesso avevano un capitano: Brandalucioni, Branda-Lucioni o Branda de’ Lucioni, antico ufficiale austriaco in riposo. Era con lui, qual luogotenente, un conte Oddone Arnaud di San Salvatore; gli facevano da segretari due cappuccini; da stato maggiore preti e frati d’ogni risma; lo seguiva una turbaccia, una genìa sanguinaria, abbietta e sciagurata. Aveva cominciato a far gente nel Novarese e nel Vercellese, al grido di: Viva il Re! Viva l’Imperatore! VivaGesù! Viva Maria! ed a muoversi verso Torino. Nei villaggi sostituiva una croce all’albero della Libertà, s’inginocchiava e pregava; talvolta anche si confessava e comunicava; poi mangiava e beveva, sopra tutto beveva saporitissimamente, e allora diventava oratore facondo e agitatore bollente dell’accozzaglia armata, alla quale aveva dato il nome di Massa cristiana. Conosceva personalmente Gesù Cristo e i maggiori santi del paradiso, che tutti lo amavano, lo consigliavano, lo favorivano; perciò era sicuro di riuscire a purificare dai repubblicani non solo Torino, ma Parigi, ma tutta quanta la Francia.
I detti erano buffi, i fatti atroci. Egli ed i suoi parlavano di religione, e rapinavano nelle chiese; di morale, e commettevano le più turpi violenze; di legge, e mettevano tutto a soqquadro. Facevano guerra ai giacobini, e giacobini erano per loro tutti quelli che si potevano spogliare; case di giacobini tutte quelle a cui si poteva dare il sacco. La diversità di opinione era il migliore, il più comodo dei pretesti, e sempre adoperabile. Serviva a mettere nelle mani degli antichi condannati i giudici antichi; a far cadere in balìa dei più sozzi ribaldi donne e fanciulle onorate. Poteva dirsi perduto chiunque avesse interessi opposti o lite con qualcuno della banda. I cristiani della Massa riuscivano infesti a tutti: agli agricoltori, ai quali rubavano bestiame e derrate; agli artigiani, turbati da continui terrori; ai mercanti, poichè privavano d’ogni sicurezza le strade. Erano i degni fautori, la degna avanguardia di quegli altri difensori e ristoratori della religione cattolica, gli austro-russi, che s’inoltravano da conquistatori bastonando, malmenando e trucidando i parroci che non volevano o non potevano dar loro danaro; che involavano i vasi sacri e si ungevano gli stivali con l’olio santo; che atterravano le porte delle chiese in cui si rifugiavano donne, e strappavano loro le orecchie o mozzavano le dita, per aver quanto vi brillava: oro odargento; che facevano con le baionette le vergini atte a quanto ancora impediva natura; che legavano ai tronchi i mariti, per farli assistere al disonore delle mogli...
In quel dolcissimo mese, in quelle giornate luminose e fragranti, per le verdi campagne innamorate scorrazzavano le bande scapigliate e violenti. Branda avanzava spiantando gli alberi, piantando le croci, si batteva il petto, infiammava le turbe con la sua eloquenza incalzante e avvinazzata, e non si chetava che per digerire. La bordaglia accorreva; ed egli, sentendosi sempre più forte, stabiliva il suo quartier generale a Chivasso, faceva incursioni nelle terre vicine, e taglieggiava i villaggi.
A Leynì, Caselle, San Maurizio, Ciriè che rifiutavano di sottomettersi e di riconoscere in lui l’inviato di Dio e del Re, rispondeva che presenterebbe le sue credenziali al chiarore delle loro case incendiate.
Entravano alcuni dei suoi in Superga e toglievano tutto quel che restava del ricco tesoro.
A un certo punto la capitale stessa si sentì o si credette minacciata; furono collocati cannoni sul ponte di Dora, e Fiorella mandò un proclama ai cittadini amministratori dei comuni piemontesi:
«Uno schiavo, un satellite di un despota, un uomo, che si fa chiamareBranda Lucioni, e si dice Comandante dalla parte dell’Imperatore laMassa Cristiana, alla testa di alcuni briganti, li quali cercano di portare la desolazione, il terrore, e la morte nel seno delle vostre famiglie; ardisce ciascun giorno mandar lettere alle Comuni vicino a Chivasso per far insorgere il Popolo contro i Francesi.
«Guai a coloro, che ascolteranno le sue minaccie, o le sue promesse bugiarde; restino le Comuni calme e pacifiche; a me solo egli deve indirizzarsi, io gl’insegnerò in qual maniera li Repubblicani assuefatti alla vittoria, sanno dissipare, ed annientare li briganti; io li conoscotroppo vili, perchè ardiscano di mostrarsi nelle nostre vicinanze.
«Io vi ordino in conseguenza di trasmettermi subito qualunque sorta d’intimazione che egli potesse spedirvi, e di parteciparmi tutte le sue operazioni.
«Io confido nel vostro zelo, e nel vostro patriottismo, per l’esecuzione di questa misura, che può assicurare la tranquillità, di cui gode la vostra Comune, prevenendovi, che in caso contrario voi ne sarete personalmente risponsali.
«Li nuovi successi dell’armata Francese, li rinforzi che ella ha ricevuto; mi metteranno ben presto nel caso di far rientrare nell’ordine tutti coloro, che possono essere caduti in inganno, e di punire rigorosamente li capi della rivolta».
Sei giorni dopo, cioè il 27 fiorile (16 maggio), la Municipalità di Torino si rivolgeva ai concittadini:
«La pubblica tranquillità turbata nelle circonvicine Comuni da gente ingannata e sedotta dalle lusinghe, e dalla malizia del sedicente Comandante la Massa Cristiana,Branda de Lucioni, e da’ nemici di ogni ordine sociale, produce una funesta reazione perfin in questa Comune. Gli oggetti di sussistenza, d’industria, che a larga copia il resto del Piemonte ci somministra nei tempi tranquilli, cominciano a venir meno: il commercio e le comunicazioni, che florida rendevano la terra Piemontese, sono interrotte, ed una fatale inazione incaglia ogni sorta di affari. Un tale stato di cose non deve maggiormente prolungarsi, ed il Generale Comandante questa Piazza, e Cittadella, sta prendendo le più energiche misure per portarvi un riparo.
«La Municipalità di Torino, nell’annunziarvi queste provvide intenzioni del Generale Fiorella, in esecuzione degli ordini dal medesimo trasmessi a questa Amministrazione conlettera del giorno d’oggi, invita tutti i Cittadini, che volessero concorrere alla spedizione militare, che si sta a tale oggetto preparando, di tenersi pronti per mettersi in marcia unitamente alle Truppe di linea al primo segnale.
«Tutti i bravi Repubblicani, che vorranno far parte di questa spedizione acquisteranno un diritto alla pubblica riconoscenza, avranno la gloria di aver contribuito a restituire la calma all’agitata nostra Patria, e di aver fatto sparire da questo suolo i nemici della Religione, della libertà, e della prosperità Nazionale».
E il 29 fiorile, il Generale Comandante tornava ad insistere:
«Malgrado il terribile castigo, che hanno già provato alcune Comuni, malgrado li sentimenti che ho dimostrato ne’ miei Proclami, veggo con dolore, che esistono ancora uomini assai perfidi per propagare l’insurrezione, e che si sforzano d’ingannare li bravi abitanti d’alcuni villaggi.
«Una Colonna mobile di Truppe Francesi, e di molti Patriotti desiderosi di sterminare questi ribelli va a riunirsi a Chivasso. Bravi abitanti delle Comuni sareste voi meno avidi di gloria dei vostri Concittadini? Potreste voi allontanarvi senza vergogna da quest’armata, mentre scellerati saccheggiano, e derubano le vostre proprietà, senza risparmiare le vostre mogli, ed i vostri figliuoli?
«Riunitevi dunque ai bravi, che si portano a Chivasso. La Patria riconoscente aspetta da voi gli sforzi i più generosi, e voi avete un doppio interesse, poichè la vostra Comune è già stata minacciata da questi briganti.
«Vi prevengo infine, che tre altre Colonne sono in marcia per sottomettere li ribelli d’Asti, d’Alba, Cherasco e Mondovì.
«Vi ripeto per l’ultima volta,RICONOSCETE IL VOSTRO ERRORE, O VOI SIETE PERDUTI SENZA ALCUN RIPARO».
Intanto si viveva nell’aspettativa e nell’apprensione. Ipatrioti più ardenti continuavano a correre le vie gridando: — Repubblica o morte! — a far adunanze e discorsi, parlando di Sparta, Roma, Atene, Cartagine; a far proclami per invitare i concittadini a scuotersi, ad arruolarsi, a formare una Legione Sacra ed invincibile. I più tepidi nicchiavano, tornavano pianamente alle foggie antiche, compravano parrucca e codino, e pensavano al modo di mettersi in salvo il più presto possibile.
I realisti stavano sull’intesa, fremevano e si agitavano ansiosi. Mentre la guardia nazionale vegliava sulle persone e sulle proprietà, il Consiglio di amministrazione apriva segrete pratiche con Branda Lucioni. L’Amministrazione generale, stabilita in Pinerolo, decretava che tutti coloro i quali avevano un patrimonio maggiore di cento mila lire, fossero obbligati, sotto pena dell’esecuzione militare, a dare, sia in denaro, sia in grano, come taglia anticipata ed entro il termine di due giorni, il due per cento del capitale posseduto. E Fiorella metteva il:Visto ed approvato.
Passavano di bocca in bocca voci sempre nuove, che la Municipalità, d’accordo col buon comandante, si affrettava a smentire. Il parlamentario austriaco, che si diceva si fosse introdotto in città, non era che un emigrato, il quale sarebbe stato esaminato a tenor delle leggi. Non era vero che il generale pensasse ad abbandonare la città al saccheggio: anzi assicurava i cittadini tutti della più sincera sollecitudine a loro vantaggio. Non era vero che le provvigioni d’ogni genere che entravano in Cittadella per la porta detta della Città, uscissero poi per quella di soccorso...
Ma il popolo non badava più nè ai decreti, nè ai proclami; non potendo altro si sfogava con le chiacchiere, e vedeva con la fantasia i cosacchi che si avvicinavano alle mura sui loro cavallucci, saltabeccando e caracollando.