XXX.

XXX.

Il 25 maggio le porte di Torino, che dal principio del mese si chiudevano alle sette, furono chiuse improvvisamente alle due dopo mezzodì; e tutt’a un tratto si udì tuonare il cannone sul monte dei Cappuccini.

La Massa cristiana? I briganti? Diavolo, non si sapeva che avesser cannoni! Gli austro-russi forse?... Le persone competenti giudicavano trattarsi di artiglieria non grossa, ma da guerra sciolta: l’esercito confederato doveva disporre di ben altri ordigni.

Il fuoco durò quasi innocuo per qualche tempo; dalle mura si rispondeva pigramente; poi tutto parve finito.

Verso sera un ufficiale superiore — non si sapeva se russo od austriaco — s’avvicinò al borgo del Pallone alla testa d’una colonna, e intimò inutilmente la resa.

Venne la notte. Grosse pattuglie giravano, cercando e ricercando tutte le strade, tutti i chiassi. Le luci che trasparivano più qua e più là dagli spiragli; certe voci sorde, certi cupi rumori assai mostravano che l’ombra era per i torinesi piena di sospetti e di apparecchi, e che tutti sentivano intensamente l’inquietudine del domani sconosciuto.

L’alba temuta, desiderata, spiata apparve alla fine, si diffuse, penetrò nelle case; si spensero i lumi, si aprironole porte e le finestre, i cittadini cominciarono a darsi attorno per vedere di scoprir paese.

Il generale che aveva piantato le sue batterie sul monte dei Cappuccini si chiamava Wukassovich, e comandava l’avanguardia imperiale. Alla casa municipale si ricevette assai per tempo una sua lettera.

«Dal Borgo di Po, 26 maggio 1799».«Mi è noto, che i pacifici abitanti di codesta Città di Torino non hanno preso le armi, che per difendere le loro proprietà in queste critiche circostanze, e non giammai per servirsene inutilmente contro di noi. Invito dunque codesta Municipalità, e tutta la Guardia nazionale in nome della proposta sua salvezza d’indurre il Comandante francese ad abbandonare subito queste mura. La disfatta della sua armata, e la debolezza della sua guernigione, non gli permettono sicuramente di sostenersi a fronte delle nostre armi vittoriose. Procuri, che questa città sia resa colla più grande celerità possibile, servendosi ove sia d’uopo di quella fermezza, che la caratterizza, senza del che, il rigore militare mi obbligherà di cangiare in severità i riguardi particolari, e quella stretta disciplina, che io, e le mie Truppe desidererebbero offrire a codesti abitanti come un segno di quell’unione perfetta, che ci lega a tutti i popoli Piemontesi.«Attendo una risposta nel termine di due ore, e sono colla più verace stima.....»

«Dal Borgo di Po, 26 maggio 1799».

«Mi è noto, che i pacifici abitanti di codesta Città di Torino non hanno preso le armi, che per difendere le loro proprietà in queste critiche circostanze, e non giammai per servirsene inutilmente contro di noi. Invito dunque codesta Municipalità, e tutta la Guardia nazionale in nome della proposta sua salvezza d’indurre il Comandante francese ad abbandonare subito queste mura. La disfatta della sua armata, e la debolezza della sua guernigione, non gli permettono sicuramente di sostenersi a fronte delle nostre armi vittoriose. Procuri, che questa città sia resa colla più grande celerità possibile, servendosi ove sia d’uopo di quella fermezza, che la caratterizza, senza del che, il rigore militare mi obbligherà di cangiare in severità i riguardi particolari, e quella stretta disciplina, che io, e le mie Truppe desidererebbero offrire a codesti abitanti come un segno di quell’unione perfetta, che ci lega a tutti i popoli Piemontesi.

«Attendo una risposta nel termine di due ore, e sono colla più verace stima.....»

E la risposta era stata questa:

«La Municipalità, e Guardia nazionale di Torino al signore B. Wukassovich Generale Comandante della Vanguardia Imperiale.«Avete ben giudicato, signor Generale Comandante, dei sentimenti di questa Municipalità, e della Guardia nazionale pel maggior bene de’ cittadini di questa Comune.Essendo noi interessati a mantenere l’interna sua tranquillità, ed a tale unico oggetto essendo diretta l’istituzione della Guardia nazionale, dovettimo senza dubbio rivolgerci, come avete preveduto, al Generale Fiorella Comandante di questa città e cittadella, e lo abbiamo fatto con ispeciale deputazione di quattro dei nostri membri per indurlo a non permettere, che sia danneggiata la città, e gli suoi abitanti dalle armi Imperiali. Quanto trovò egli adattato al nostro posto il nostro zelo, altrettanto ci fece sentire con calore vivissimo, che non stava a noi d’ingerirci nella resa della città; che erano in sua mano le porte e che al primo affronto alle truppe, che le difendevano, avrebbe corrisposto coll’incenerire dalla cittadella in poche ore questa città da lui dichiarata in istato d’assedio; che egli per fine secondo le regole di guerra non mai avrebbe permessa la resa della città, senzachè prima si vedesse forzato da un numero imponente di forze, e dalla superiorità dell’assediante.«Furono vane ogni nostre rimostranze in contrario, e lo sdegno del Generale alle parole di resa ci obbligò ad un ingrato silenzio, ma necessario per il riflesso, che è in suo potere di rendere infelici presso a centomila innocenti qui abitanti.«Eccovi, signor Comandante Generale, il risultato della nostra ambasciata: essa ci ha convinti che il Generale Francese riserva a sè solo la cognizione di questo affare. Non vogliate voi però ascrivere a difetto di fermezza in noi l’inutilità di questo passo, speriamo anzi, che l’umanità vostra, e la grandezza d’animo, che regna fra i vostri, vi consiglieranno tutti i maggiori riguardi verso di cittadini tranquilli, ed inermi, e meritevoli di non sentire i furori della guerra. Vi porgiamo a quest’effetto le più calde nostre instanze, assicurandovi della riconoscenza nostra e del rispetto, con cui siamo.«P. S. Vi preghiamo per la nostra tranquillità, e giustificazione di farci tenere la ricevuta di questo foglio».

«La Municipalità, e Guardia nazionale di Torino al signore B. Wukassovich Generale Comandante della Vanguardia Imperiale.

«Avete ben giudicato, signor Generale Comandante, dei sentimenti di questa Municipalità, e della Guardia nazionale pel maggior bene de’ cittadini di questa Comune.Essendo noi interessati a mantenere l’interna sua tranquillità, ed a tale unico oggetto essendo diretta l’istituzione della Guardia nazionale, dovettimo senza dubbio rivolgerci, come avete preveduto, al Generale Fiorella Comandante di questa città e cittadella, e lo abbiamo fatto con ispeciale deputazione di quattro dei nostri membri per indurlo a non permettere, che sia danneggiata la città, e gli suoi abitanti dalle armi Imperiali. Quanto trovò egli adattato al nostro posto il nostro zelo, altrettanto ci fece sentire con calore vivissimo, che non stava a noi d’ingerirci nella resa della città; che erano in sua mano le porte e che al primo affronto alle truppe, che le difendevano, avrebbe corrisposto coll’incenerire dalla cittadella in poche ore questa città da lui dichiarata in istato d’assedio; che egli per fine secondo le regole di guerra non mai avrebbe permessa la resa della città, senzachè prima si vedesse forzato da un numero imponente di forze, e dalla superiorità dell’assediante.

«Furono vane ogni nostre rimostranze in contrario, e lo sdegno del Generale alle parole di resa ci obbligò ad un ingrato silenzio, ma necessario per il riflesso, che è in suo potere di rendere infelici presso a centomila innocenti qui abitanti.

«Eccovi, signor Comandante Generale, il risultato della nostra ambasciata: essa ci ha convinti che il Generale Francese riserva a sè solo la cognizione di questo affare. Non vogliate voi però ascrivere a difetto di fermezza in noi l’inutilità di questo passo, speriamo anzi, che l’umanità vostra, e la grandezza d’animo, che regna fra i vostri, vi consiglieranno tutti i maggiori riguardi verso di cittadini tranquilli, ed inermi, e meritevoli di non sentire i furori della guerra. Vi porgiamo a quest’effetto le più calde nostre instanze, assicurandovi della riconoscenza nostra e del rispetto, con cui siamo.

«P. S. Vi preghiamo per la nostra tranquillità, e giustificazione di farci tenere la ricevuta di questo foglio».

Ormai non c’era più dubbio: la capitale era circondata, investita da ogni parte. Nelle vie l’agitazione ora cresceva, ora scemava. La gente passava alternativamente dal timore alla speranza, dall’ardire allo scoramento. Correvano di bocca in bocca i nomi dei generali, dei personaggi che erano o si supponeva fossero sotto le mura: Suwarow Kimniski, feld-maresciallo, il principe Bagration, il marchese di Chasteler, il barone De Melas..... Tutti signori ben intenzionati, venuti per rimetter tutto in assetto, e perciò appunto non bisognava farli aspettare. Non bisognava anche dimenticare che fra i loro soldati, sedicenti difensori della religione cattolica, v’erano luterani, calvinisti, greci scismatici e maomettani..... Sa Iddio a qual rovina sarebbe stata condotta la città, se Fiorella si ostinava veramente a resistere! Si sapeva che egli aveva risposto picche la sera prima, picche quella stessa mattina. Bisognava vedere come aveva rimpolpettato i quattro municipalisti mandati a fargli la commissione: —Ah çà!che cosa significava questo ingerirsi, questo ficcare il naso nei suoi affari? Le cannonate vi dànno fastidio?Hé! mes amis, c’est la guerre. Vos rois, vos ducs l’ont voulue; allez vous plaindre auprès d’eux!— E buona notte.

Parecchi cittadini che erano addentro nelle cose del Consiglio di amministrazione della guardia nazionale, avevano cominciato a rassicurare i parenti, gli amici, comunicando loro notizie segrete e importanti. Il Consiglio e la Municipalità non erano stati in ozio quella notte! Non solo avevan cercato di venire agli accordi con Wukassovich, ma anche mandato il conte Adami e gli avvocati Settime e Berta a Suwarow, per trattare la resa. Prima di sera si sarebbe visto probabilmente un bel gioco. — Ma zitti, eh! monsù Fiorella non deve saper niente, Dio liberi! — E di parentein parente, d’amico in amico il segreto girava, si divulgava; i realisti credevano, si rincoravano, si rallegravano; i patrioti alzavan le spalle.

A mezza mattina Fiorella pubblicò un proclama:

Agli abitanti della comune di Torino.«Voi avete potuto vedere quale sia la debolezza delle forze de’ nemici, e con quale astuzia cercano d’incutervi timore. Non contenti di aver radunati briganti a devastare le vostre proprietà, ebbero il folle orgoglio di ridurre la Città di Torino con pezzi di campagna, che non possono nemmeno imporne ad un piccolo posto. Sgraziati ed insensati! e come hanno potuto dimenticarsi, che Repubblicani difendono questa Piazza.«Bravi abitanti di questa Comune siate tranquilli, e senza timore sulla vostra sorte; la Città non sarà giammai resa a forze sì deboli, ed a bravate sì sconsigliate; e voi, Cittadini, che componete la Guardia Nazionale, che col vostro zelo, ed attività di servizio del giorno di jeri mi avete dimostrato, che i vostri sentimenti non sono dissimili da’ miei, continuate colla stessa attività, e premura a servire il vostro paese; che tremino i malevoli, che abbiano potuto introdursi fra di voi, la onta, ed il castigo gli attende, e tostochè voi me gli farete conoscere, saranno abbandonati alla vendetta Repubblicana».«Fiorella».

Agli abitanti della comune di Torino.

«Voi avete potuto vedere quale sia la debolezza delle forze de’ nemici, e con quale astuzia cercano d’incutervi timore. Non contenti di aver radunati briganti a devastare le vostre proprietà, ebbero il folle orgoglio di ridurre la Città di Torino con pezzi di campagna, che non possono nemmeno imporne ad un piccolo posto. Sgraziati ed insensati! e come hanno potuto dimenticarsi, che Repubblicani difendono questa Piazza.

«Bravi abitanti di questa Comune siate tranquilli, e senza timore sulla vostra sorte; la Città non sarà giammai resa a forze sì deboli, ed a bravate sì sconsigliate; e voi, Cittadini, che componete la Guardia Nazionale, che col vostro zelo, ed attività di servizio del giorno di jeri mi avete dimostrato, che i vostri sentimenti non sono dissimili da’ miei, continuate colla stessa attività, e premura a servire il vostro paese; che tremino i malevoli, che abbiano potuto introdursi fra di voi, la onta, ed il castigo gli attende, e tostochè voi me gli farete conoscere, saranno abbandonati alla vendetta Repubblicana».

«Fiorella».

Verso mezzogiorno ne pubblicò un altro:

«Stante l’avvicinamento del nemico riunito ad una massa di briganti, il quale si è permesso sconsigliatamente di farmi una sommazione; gli abitanti sono prevenuti, che io dichiaro in questo momento la Città in istato d’assedio. Le Autorità civili continueranno le loro funzioni ordinarie. L’Alta Pulizia essendomi privativamente riservata, io solo rispondo della difesa, e sicurezza della Piazza».«Fiorella».

«Stante l’avvicinamento del nemico riunito ad una massa di briganti, il quale si è permesso sconsigliatamente di farmi una sommazione; gli abitanti sono prevenuti, che io dichiaro in questo momento la Città in istato d’assedio. Le Autorità civili continueranno le loro funzioni ordinarie. L’Alta Pulizia essendomi privativamente riservata, io solo rispondo della difesa, e sicurezza della Piazza».

«Fiorella».

Ma tutte le menti erano volte al di fuori; tutti stavano in attenzione per aver nuove, comprendere ciò che avveniva, e che piega pigliavano le cose oltre le mura. Non potendo far altro, gli uomini girondolavano per le strade; le donne, i vecchi, gl’infermi, i fanciulli guardavano dalle finestre, dai terrazzini, tendendo l’orecchio ai rumori vagabondi.

La giornata era fulgida, già quasi estiva; candide nuvole veleggiavano alte nell’azzurro, nel sole. Le Alpi biancheggiavano circonfuse di vapori lattati; la collina verzicava lussureggiante.

Un po’ dopo il tocco, il marchese Violant andò per dar qualche ragguaglio alla sorella e la trovò che scendeva lo scalone al braccio del fido Mazel. Al solito ella non usciva che la mattina a buon’ora o verso sera per recarsi alla vicina chiesa di San Filippo; ma quel giorno s’era sentita presa dall’impazienza, dalla febbre di sapere, di vedere, di agire. Il cavaliere che la conosceva, non aveva nemmeno cercato d’opporsi.

Il marchese dichiarò ch’ella commetteva un’imprudenza, uno sproposito, poichè il cannoneggiamento stava per ricominciare. Egli sapeva da fonte sicura che Suwarow aveva ordinato l’assalto per le due, e veniva appunto per dirglielo... Ma vedendo che continuava a discendere, la seguì brontolando e, giunti al basso, le si pose a fianco.

La contessa Polissena voltò senza esitare verso contrada di Po.

Nella strada e sotto i portici c’era folla; una folla composta d’uomini d’ogni età e d’ogni stato; una folla che aveva un aspetto quasi festivo e serviva come di spettacolo a sè stessa, ma che di quando in quando pareva attraversata, scossa da un gran brivido, quasi si sapesse minacciata da un pericolo oscuro, contro il quale non conosceva difesa. Brulicava senza andar nè innanzi, nè indietro, e si apriva per lasciar passare gli ufficiali francesi che trottavano versola Cittadella, e certi gruppi di popolani scuri in viso e taciturni, avviati verso porta di Po.

Nella strada e sotto i portici, conoscenti ed estranei si riunivano in crocchi, si formavano cerchietti intorno a quelli che erano o parevano meglio informati, che avevano più chiara e spedita la favella.

Davanti a San Francesco da Paola era più che altrove accalcata la gente, e dal centro d’un nodo di patrioti sorgeva un bel giovane bruno che parlava forte, gesticolando animatamente.

Quando la contessa ed i suoi due compagni giunsero a portata della sua voce, diceva, terminando una frase della quale non avevano udito il principio:

— .....la royauté, l’esclavage, tous les anciens abus qui naguère pesaient sur vos têtes. Ils veulent les gabelles, la chasse, la dîme, la corvée. Ils veulent vous attacher de nouveau à la terre..... Nous, au contraire, que voulons-nous? Nous voulons que tous les hommes soient égaux; qu’ils soient aussi libres que l’air qu’ils respirent. La République passe avant tout. Vive la République! Vaincre ou mourir!

—Vivent les défenseurs de Turin!— gridò una damina galante e attillata.

L’oratore saltò a terra, e sulla scranna, presa in qualche bottega vicina, salì un ometto sbilenco, di cui non si vedeva che la testa enorme, tosataà la Brutus.

— Cittadini! — incominciò — piemontesi buoni guerrieri e coraggiosi, soffrirete voi che i barbari del nord, spinti dalla rabbia dei loro tiranni, vengano a saccheggiare le vostre case, insultare le vostre mogli, scannare i vostri figli? Soffrirete voi che il vostro onore sia macchiato da quelli che non sanno neanche che cosa sia l’onore?... Sapete voi cosa vogliono questi stranieri venuti dal fondo dei paesi più gelati? Vogliono, come diceva adesso l’amico Michel, ristabilire la nobiltà a danno delle povere brache di tela. Voglionoincatenar daccapo il popolo. Bisogna scacciarli, o dovrete pagar di nuovo le decime, andare ai forni ed ai mulini forzati... Sarete di nuovo malmenati dalla cavalleresca alterigia e dalla gotica ignoranza; le nostre donne non avranno più difesa contro la lubricità dei potenti; i nostri valorosi soldati saranno di nuovo soggetti al bastone dei duri ufficiali... Io non sono che un campagnuolo, ma vi potrei raccontare...

Qui, scorgendo nella folla la contessa, Mazel e Violant, che si erano avvicinati, s’interruppe, spalancò gli occhi infocati e contrasse le grinze del viso a un sogghigno di compiacenza diabolica.

— Io non sono che un modesto speziale di campagna — ripigliò tosto, — ma so che il buon cittadino è tenuto a denunziare chiunque attenta alla sicurezza dello Stato libero. Avendo scoperto, laggiù dalle mie parti, un nido di biscie e di serpenti, sono venuto a Torino subito, a fare il mio dovere. Credevo che li avessero pigliati tutti, invece no: io vedo lì, in mezzo a voi, la contessa di Robelletta, con suo fratello, col suo ganzo. E sapete cosa aspettano? Amici, io ve lo dirò...

In questo momento i cannoni del monte cominciarono a tonare, risvegliando echi da tutte le parti. Si vide la turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa; tutti s’alzavano sulla punta dei piedi, sporgevano il viso a porta di Po, mirando certe nuvolette dense, color di perla, che si formavano e si dissolvevano.

— Laggiù, neh? — Ci siamo, ci siamo! — Madonna degli Angeli, aiutateci voi! — I cannoni, eh? — Cannoni, mortai, un po’ di tutto. — C’era da aspettarselo. — La mitraglia! la mitraglia! — Che mitraglia? tirano a palle infocate. — Son granate reali. — Son bombe, son bombe! — È l’assalto generale. — È il bombardamento. — Te l’avevo detto, eh, stamattina? — Siamo serviti! — Siamo morti! —Vivela République!— Va all’inferno! — Oh Signore! cos’è che brucia là a destra? — È a sinistra che brucia: è casa Bellotti. — Misericordia! già una casa incendiata!

Queste ed altre infinite parole formavano un suono rumoroso simile al gorgogliare d’una grossa acqua corrente, un suono strano, interrotto tratto tratto da subitanei silenzi, da brevi momenti di attesa opprimente, acutissima. Dopo un poco la gente non fece più alcun caso dei colpi, divenuti numerosi e frequenti: guardava il fumo nero che, avvolgendosi in globi ed allargandosi, saliva a confondersi con quello che già insudiciava il cielo; guardava la pioggia minuta delle scintille, e le fiamme voraci che uscendo dalle finestre dell’ultimo piano, leccavano il tetto. Un odore acre di polvere e di bruciaticcio scendeva a grandi ondate. In quel pigia pigia i borsaiuoli, i pelamantelli facevano ottimi affari.

Inopinatamente il fragore delle artiglierie cessò; s’udirono invece molte grida confuse e qualche sparo di fucile.

— Cospetto! — esclamò Mazel — si battono intorno alla porta. Sentite: fanno alle fucilate. Una sortita!

— E se fosse invece un’entrata? — disse Violant, con voce tremula, piena di bramosia.

— Non è possibile — mormorò la contessa, stretta alla gola dalla commozione. — Sarebbe troppo bello!

Un luogotenente della guardia nazionale, che guardava da una finestra con un canocchiale, urlò tutt’a un tratto: — Viva il Re!

Dieci voci, poi cinquanta, poi cento, fatte ardite dall’esempio, ripeterono con entusiasmo quel grido.

— Ma dunque son proprio entrati? — diceva la contessa, attaccandosi al braccio di suo fratello. — Son proprio entrati? — Le mancavano le ginocchia, le si appannava la vista; si fece forza, guardò intorno. Il gruppo dei repubblicani s’era sciolto. Le parve di veder uscir dalla chiesa l’omiciattolo che l’aveva insultata, tutto stravolto, con in testauna grossa parrucca. Volle parlare, indicarlo a quelli ch’erano con lei, ma in quel punto chi interrogava aveva bell’interrogare, chi rispondeva aveva bel rispondere, che il tuono stesso non si sarebbe sentito: un applauso, un clamore, un ah! ah! ah! continuato e crescente veniva su facendo rintronare formidabilmente la strada; usci e finestre parevano sbatacchiati dal vento; molte vetrate saltavano in frantumi.

La contessa, il marchese, il cavaliere furono urtati, spinti nel mezzo della via da quelli che si cacciavano avanti; ributtati indietro subito da un’altra corrente: la folla si rimescolava, si divideva, acclamando sempre più freneticamente.

Passò di gran carriera un bellissimo uomo, col corpetto celeste e i calzoni bianchi, che brillava tutto; poi altri, poi altri, tutti colschakoa pennacchio, con lasabretachee coldoliman; rispondevano agli applausi brandendo le sciabole e vociando a sguarciagola.

— Ma chi sono? Chi sono? — ripeteva la contessa ansiosa, volgendosi ora al fratello, ora al cavaliere; i quali erano rimasti come estatici.

Sopraggiunse il dottor Garonis, vestito da capitano della guardia nazionale.

— Chi sono, dottore? Chi sono?

— Gli usseri di Meshco, contessa, — rispose Garonis.

— Ma son proprio entrati? — chiese ancora Violant, che non poteva credere ai suoi occhi.

— Per Bacco! Non ha visto? — continuò il dottore esultante. — La cavalleria è passata al galoppo, adesso viene la fanteria al passo di carica. Le più belle truppe d’Europa. I russi sono bellissimi a vedere, tutti alti, quadrati di spalle, di portamento diritto, coloriti vivamente nel viso; portano in capo una specie di mitra; hanno certi zimarroni che non finiscono più. Siamo noi che li abbiamo fatti entrare, noi della guardia. È andata benone, proprio secondo l’intesa. Dopo i primi colpi, Brunet, Boccione eparecchi altri salirono sui bastioni e, colto il momento, saltarono addosso ai cannonieri francesi e strapparono loro le miccie di mano. Quelli di noi ch’erano di guardia alla porta, l’aprirono subito, abbassarono i ponti, fecero i segnali, tutto a un puntino. Mi rincresce che si dovette maltrattare un pochino il capitano Barucchi, il quale non sapeva niente o non voleva saperne. Quanto al conte Ghigliossi, l’ex-ufficiale d’artiglieria, non è colpa nostra se l’hanno ammazzato. Voleva opporsi con la forza! Un matto che ha sempre cercato le brighe col lumicino. Con permesso; devo andare al Municipio. Viva! Viva! Viva i nostri liberatori!

Ed il gridìo gaudioso continuava; spesseggiavano gli evviva al Re, alla casa di Savoia; da per tutto sventolavano bandiere, sciarpe, fazzoletti, o si agitavano cappelli e berretti; le trombe squillavano sonore, i tamburi rullavano alla gagliarda, le campane di molte chiese suonavano a distesa; ed il picchetto di guardia al quartiere, essendo venuto a schierarsi davanti a San Francesco, cominciò a far una lieta e strepitosa gazzarra.

Violant, assordato dal frastuono, si chinò verso la sorella.

— Santo Dio! — diss’egli — a casa delle anime dannate forse non si sente la metà di quel che si sente qui. Credi a me, andiamo via. Io ti riaccompagno, poi vado a cercar mio figlio, che non ho più visto da ieri. Oramai sappiamo che Torino non è più in poter di Francia... e mi par già di respirare un’altr’aria. Andiamo via.

Uscirono dalla calca a gran fatica.

Le strade vicine a contrada di Po avevano un aspetto più scompigliato che festoso. Chi traeva al rumore, chi se ne allontanava; le botteghe si serravano; le insegne repubblicane sparivano; le coccarde tricolori galleggiavano allegramente nelle zanelle veloci. Si vedevano fuggire i soldati francesi verso la Cittadella, e i popolani inseguirli come i cani alla lepre.

Giunti al palazzo Claris, il marchese si allontanò, promettendo di tornare appena avesse rintracciato Giacinto; la contessa e Mazel salirono lo scalone, entrarono nella sala rossa, si affacciarono al terrazzino.

Passarono a briglia sciolta su piccoli cavalli selvaggi e criniti, venti o trenta ceffi di ribaldi, con mantelli rossi, e berretti di pelle d’agnello su gl’occhi. Uno di questi dal naso camuso, dai lunghi baffi pendenti, alzò una pistola verso Mazel, urlando: — Jacob! Jacob! — con la bocca aperta fino alle orecchie; poi trascorse con gli altri, cacciando una risata che parve un nitrito.

— I panduri! — mormorò il cavaliere, che aveva fatto il viso come la cenere. — Questi sono certo i panduri...

Il droghiere, che teneva bottega dirimpetto al palazzo, tornava a casa frettoloso, conducendosi dietro la moglie e due figliuoletti.

— Ah! signora contessa — gridò da basso — scusi la libertà, ma faccia serrare. Le Masse cattoliche, i briganti sono entrati anche loro, e fanno il diavolo. Facce che in Torino non si sono mai vedute. Hanno già saccheggiato casa Ferrero e casa Miroglio; adesso mettono sottosopra il caffè Scanz. Vogliono mangiare, vogliono bere, e si ficcano da per tutto per cercare i giacobini... Faccia serrare, per carità!

Due o tre servitori, ch’erano nell’atrio, chiusero il portone senza aspettar l’ordine. S’udiva un urlìo, un rombazzo sguaiato e brutale che cresceva e si avvicinava.

Guardando verso il crocicchio, la contessa ed il cavaliere videro passare un gentiluomo con la spada nuda in mano, poi un domenicano con un crocifisso, poi una spingarda sur una carretta tirata da un asino, e dietro la torbida fiumana del contadiname ebbro di rabbia, di fanatismo, di vino.

Il ringorgo buttò una parte di costoro contro il palazzo; si attrupparono sotto il terrazzino, gridando tutti insiemeche volevano far merenda. Erano armati in varie e strane guise, portavano abiti d’ogni foggia e d’ogni colore, avevano braccialetti, anelli, ciondoli, orecchini. Mazel osservò un pezzo d’omaccio, pieno di sudiciume e di strambelli, che si soffiava il naso in un gentilissimo fazzoletto guernito di trina.

La contessa, stomacata dall’odor di bestiame che saliva fino a lei, rientrò in sala; trovò il maestro di casa pallido e senza fiato, e gli ordinò di distribuir pane, vino, companatico dalle finestre terrene, senza aprire il portone. Quando si riaffacciò, una specie di porcaio aveva cacciato fuori un piffero e ne traeva di tanto in tanto qualche fischio; un gaglioffaccio, avvolto in un andrienne da gran dama, con un berretto da granatiere in capo ed un forcone in mano, gettava un grido, e tutti gli altri lo ripetevano saltando e facendo il chiasso:

—Un saut per l’Imperator, ch’as farà sempre onor! — Un saut per i russi, ch’an levran prest dai crussi! — Un saut per la mort dii giacobin, ch’na faroma prest la fin! — Un saut per’l prevost, cha sarà sempre nost!....

— Che fate, figliuoli? — gridò il cavalierino Di Capolea, giungendo sopra un muletto. — Non è qui che dovete stare: andate in piazza Castello, abbattete l’albero, poi chiedete e domandate, ci sarà d’ogni ben di Dio... Correte, correte!...

I contadini lo guardarono a bocca aperta, poi si mossero in frotta, e scantonarono schiamazzando.

— Tutto il mio rispetto, contessa — ripigliò Di Capolea, ridendo. — Come va, cavaliere?... Questi cialtroni di contadini non sanno far altro che rubare e mangiare. Ma l’affare cammina. Il maggior Meshco del settimo ussari, il luogotenente colonnello Ettingshausen d’Erdôdy, il conte di Neigper, l’aiutante Wukassovich, il capitano Veczey si sono messi alla testa dei diversi pelottoni di cavalleria edhanno caricato magnificamente il nemico. Molti morti, molti prigionieri. Fiorella l’ha scampata bella. Parlo anche in rima, eh? Si figuri, contessa, ch’egli stava desinando al caffè Catlina, quel caffè che è sull’angolo dell’ultima casa della contrada di Santa Teresa. Vide passare i primi usseri a tutta briglia, poi li vide tornare subito indietro; allora lui via a gambe verso la Cittadella... Fece alzare i ponti e girare un pezzo in modo da spazzar la contrada. Ma noi passeremo ugualmente. Sentite, sentitelo che dispensa le sue grazie!... La divisione Kaim è già entrata tutta da porta Nuova..... Con permesso, contessa.

Alla cantonata, un personaggio in bianca assisa, con l’Ordine di Maria Teresa al collo, guardava intorno dubbioso; gli ufficiali del seguito, ben vestiti, ben armati, con dei bei cavalli sotto, discorrevano sommessamente.

— A destra, a destra! — esclamò Di Capolea, spronando verso di loro. — Voltare a destra, signori, per andare alla Cittadella, voltare a destra...

Mentre Mazel teneva lor dietro con l’occhio, la contessa rientrò di nuovo in sala e andò a gettarsi in una poltrona.

Alla vista del cavalierino, s’era fatto nella sua mente come un tumulto; il ricordo dell’assenza dei suoi, soffocato da tante sensazioni presenti, era ritornato distinto ed amaro.

— Il giorno della purificazione è venuto — pensava, coprendosi il viso con le mani: — rivedremo il nostro Re; tutto tornerà come prima, ma Annibale e Massimo saranno lontani, saranno ancor nelle mani dei nostri nemici, irritati dalle sconfitte, fatti spietati dalla bramosia di vendicarsi, di ricattarsi comunque sia. Chi sa che rappresaglie! Chi sa, chi sa come me li maltratteranno d’ora in poi!... A Grenoble!... Come può esser Grenoble?

Cercava d’immaginare, e non riusciva che a vedere una piccola città gelida e tetra, una specie di fortezza, oppressada un cielo di piombo, perduta in una solitudine immensa e desolata....

E l’aria rimbombava sempre di grida, di colpi, di mille suoni lugubri e confusi. Ad ogni scoppio, nella sala e nelle stanze vicine tutto vibrava, tutto si scuoteva; i muri tremavano come percossi da un ariete invisibile.

All’improvviso Mazel balzò dentro: i suoi occhi brillavano, gesticolava come un burattino, tutta la sua persona esprimeva il desiderio cieco di far presto, presto, presto; spinse l’uscio che rispondeva nell’anticamera e scomparve.

La contessa si sentì rimescolare. Che cos’era accaduto? Che accadeva? Si mise attenta: udì il portone aprirsi e richiudersi. Suo fratello, forse? Il marchese che ritornava... No, no, no, sentiva bene che non era il marchese. Dunque chi?

Passarono alcuni minuti d’un’attesa acuta, indicibile; poi le venne all’orecchio uno stropiccio di piedi, e una voce...

— Diavolo! — diceva quella voce — com’è possibile che non abbiate ricevuto la mia lettera?

— Massimo! Massimo! — gridò la contessa, alzandosi precipitosamente. — Sono qui, sono qui, sono qui!


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