Ancora un quarto d'ora e la spiaggia calabrese ci si offerse alla vista come una livida striscia sull'onda bruna.
—Avanti! comandò Rossi a' marinari; cacciate la prora nel lido. E vôlto a noi: Seduti, signori. Indi con forza, a mezza voce, ai primi: Voga, voga! Ed ecco la prora penetrar con violenza nella sabbia della riva.
Desideroso di toccare per primo il suolo di Calabria, spiccai prestamente un salto e fui a terra, ma il sottotenente Bezzi divise meco quella priorità. In pochi minuti approdarono successivamente le settanta barchette a mancina della nostra: poscia, vuote dei soldati e delle scale, spesseggiarono al Faro.
Su quel ponte invisibile traversarono lo stretto duecentodieci garibaldini.
I pionieri.
In obbedienza alle ingiunzioni del comandante, correndo lungo la spiaggia, composi le tre schiere.
Dal dosso sporgente del colle ci sovrastava il forte di Alta Fiumara che a noi pareva già d'avere in mano.
Tornato al comandante, riseppi che le guide paesane mancarono al convegno, ond'io a lui in suono di domanda:—Dunque?
Ed egli a me tranquillamente:—Si fa senza guide.
Postomi alla testa dell'ala destra, cinquanta uomini, salii l'asciutto torrente di Alta Fiumara. I sassi bianchi ond'era aspro il letto riflettevano una certa specie di chiarore in mezzo al buio fittissimo che c'involgea da circa mezz'ora. Toccai prestamente la strada maestra, e snodai alla bersagliera la mia squadra per approssimarmi inavvertito al forte.
Sopravvenuta una vettura a tre cavalli, ne feci scendere i passeggieri ingombri d'improvviso stupore, non forse dalla presenza di gente armata, sibbene dal non paesano accento.
—Donde venite?
—Da Reggio e andiamo a Scilla. Siamo calabresi.
—Tranquillatevi. Non vi vogliamo alcun male. Ma per ora dovete sostare.
—Signore, viaggiamo per negozi privati.
—A voi Calabresi saranno famigliari questi monti.
—Io li conosco, disse impetuosamente un giovinotto. Come cacciatore li tentai per ogni verso.
—Va bene. Tu verrai meco mezz'ora.
—Signore, interruppemi altro di loro con voce di pianto, il mio unico figlio! abbiate compassione d'un povero vecchio. Anch'io ho pratica dei siti; concedetemi in grazia ch'io v'accompagni in cambio di lui.
—Verrete entrambi. Non ho un minuto da perdere. Chi mi regala un sigaro?
Tutti ad un fiato:—Io.
Avuto il sigaro, fu acceso uno zolfanello, e a quella fiamma brillò la camicia rossa.
—Ah! esclamarono esultando, garibaldini! Quando sbarcaste? quanti siete? c'è Garibaldi? Nella tempesta dei quesiti mi diedero baci e strette di mano e di braccia e di collo.
Poi con favella ansiosa soggiunsero:—Badate, signor capitano, che a un quarto d'ora di qui oltrepassammo un battaglione di regii, diretto a Scilla per rilevare i presidî dei forti.
Spedii immediatamente il sottotenente Perelli¹ ad avvertirne il comandante.
¹ Questo valoroso pavese è stato ferito al petto nelcombattimento del 21 luglio 1866 a Bezzecca.
Interrogatili sulle forze borboniche da Reggio aScilla:—Quattordicimila uomini, disse il vecchio. E voi?
—Il nostro nome è legione!
Frattanto mi venne udita una vivissima moschetteria e poco dopo un colpo di cannone dal forte. Ordinato al cocchiere d'andarsene, augurai la buona notte ai viaggiatori, trattenendo le due guide.
—Eccoci scoperti, pensai; l'impresa fallì; non ci avanza che di vendere cara la vita. Raccolti i miei, mossi verso il forte in linea obliqua per comunicare col resto della colonna, che giudicai in grave pericolo, avendo alle spalle il mare, e per vigilare ad un tempo l'arrivo del battaglione nemico. A breve tratto di là rovesciai e dispersi una pattuglia borbonica alla baionetta, traendo due prigionieri. Un momento appresso mi fu segnalato un drappello di soldati all'alveo del fiume. Invertita la fronte e avvicinatici l'un l'altro:—Chi va là?—Calabria—Messina: nostra parola d'ordine. Il maggiore Missori e le guide.
—Che c'è di nuovo?
Ed egli:—Venuti per sorprendere fummo sorpresi.
—Ed il resto della colonna?
—Muove parallelamente alla montagna.
—Ma come accadde che il nemico s'accorse di noi?
—Il comandante non sapeva nemmeno ove giacesse il forte. I cacciatori Bonnet, i quali formavano la sinistra, spintisi fino alla cinta, s'imbatterono in una grossa pattuglia.—Arrendetevi, disse l'ufficiale. La pattuglia rispose con una scarica a pochi passi. I nostri d'un balzo le si avventarono addosso e la ributtarono precipitosamente nel forte, malconcia e scemata. Portata la notizia colassù, tuonò il cannone d'avviso. Ecco quindi in vista i fanali di due vapori da guerra.
—A momenti un battaglione di regii avvilupperà tra due fuochi il corpo del comandante e fors'anche il nostro.
—Il comandante lo sa.
—Appiattandoci dietro il ciglione superiore alla strada, potremo, benchè pochi, cogliere all'impensata il battaglione nel suo passaggio, fulminarlo a bruciapelo, sbaragliarlo e vendicarci dell'impresa mancata.
—L'ordine preciso è di guadagnare la montagna. Terremo però d'occhio il battaglione, per tutelare i nostri se in ritardo. Cerchiamo una guida al primo casolare.
—Ne ho due meco.
Collocate sentinelle morte a corta distanza dalla strada, volteggiammo sulla sinistra sin che avemmo certezza che il grosso della colonna pervenne in sicura parte e che il battaglione passò oltre. Poscia, rivalicato il torrente, si cominciò l'ascesa per luogo dirupato e talora quasi insuperabile, figurandosi a parapetti. Se il buio e l'esagerata opinione delle nostre forze, siccome risapemmo dai prigionieri, non trattenevano il nemico dall'inseguirci, eravamo perduti. In quei frangenti desideravamo le scale che, diventate impaccio, furono abbandonate. Montando l'uno sull'altro, superammo i parapetti. All'ultimo dei nostri rimaso si sporgeva dall'alto un fucile ch'ei afferrava a due mani, e, stampando passi scivolanti sul parapetto, venivagli fatto di alzarsi sino alla portata delle braccia d'altri soldati che tiravanlo al nuovo stadio. Affranti dalla fatica, grondanti di sudore, si proseguì fino a notte alta quel sentiero da camosci. Gradualmente alleggerito l'animo dell'angoscia per la non riuscita spedizione, abituati, come si era, alla vittoria, e pel temuto corruccio di Garibaldi, si tirava innanzi esilarati di tempo in tempo da qualche facezia dei soldati, molti dei quali studenti d'università.
—Una capanna! esclamò uno di loro dall'altezza del nuovissimo parapetto. La speranza di trovarvi acqua da bere balenò quasi raggio di luce ricreatrice, quando si intese uno sparo di fucile, ripercosso di monte in monte. Subitamente ciascuno pose mano alle armi.—Cosa da nulla, disse un soldato in dialetto veneziano: nel porgere il fucile lungo il parapetto, partì la botta e mi forò la mano. La palla aveva trapassato il palmo della mano. Gli diedi la mia pezzuola per fasciare la ferita e lo condussi alla capanna. Il solo medico della spedizione trovavasi col comandante. Il ferito, curato ivi alla meglio, continuò intrepido la marcia, abbastanza disastrosa.
Un lumicino di ferro d'un becco, appeso ad un candeliere di legno ricurvo, rischiarava con torbidi getti di luce la lurida e negra stanza della capanna, appestata dall'odore di antica fuliggine che l'ampia gola del camino esalava. Non valsero le nostre parole e la cura d'ingentilire la voce a rassicurare una donna ed una ragazza, rannicchiate sovra un giaciglio di paglia fradicia, le quali il singulto quasi soffocava, perchè invitammo il marito e padre di guidarci per miglior via. Non le vinse la pietà del ferito, non le acquetò qualche moneta d'argento gettata loro in grembo, nè il risaperci garibaldini e liberatori. Garibaldi e la libertà erano una persona ed un'idea ignote in quella capanna. Le insolite armi in quella inviolata solitudine ed in quell'ora della notte privolle d'ogni senso di ragione.
Il pastore, che vide seguìto il suo insistente rifiuto di accompagnarci dalle minacce, ed avvertì in due paia di piedate sufficienti un principio d'esecuzione, si risolse di vestirsi. Inforcate le brache di spelato frustagno, mozze al ginocchio, calzò due sandali, di cimossa la suola e il tomaio, foggiati a punta ritorta e legati con fettuccie a treccia intorno al collo del piede, ond'ei camminava queto ed inavvertito come il Sonno dell'Ariosto che ha le scarpe di feltro. Indi, messo un cappello conico di panno nero frusto, orlato di velluto, dal cui vertice svolazzavano due liste pure di velluto, e preso sotto il braccio un corto gabbano, disse addio alla moglie ed alla figlia, le quali, prorompendo in acute strida, si strinsero l'una l'altra convulse e disperate.
Sui muti passi del pastore ripigliammo il tribolato viaggio per viottoli più agevoli. Presso la prima ora del mattino il cielo principiò a rasserenarsi; potevamo scorgere la vetta sospirata, a cui dovevasi arrivare. Vedevamo la lanterna di Cariddi ai nostri piedi e più lontano lunghe strisce luminose che c'indicavano Messina, e più lontano una piramide immensa e scura che sembrava sorreggesse l'arco del cielo, ed era l'Etna. La notturna brezza, l'aria fine, la vista dell'orizzonte ci rinfrancarono le forze semispente.
Si procedeva spediti, perchè nessuno di noi possedeva sacco o cappotto o panno: non avevamo impicci d'ambulanza, nè di viveri, nè di munizioni, e nemmeno di sigari.
Partiti per un'impresa di quattr'ore, per una sorpresa, ci trovammo di un tratto capofitti nell'ignoto, con venti cartuccie ciascun soldato.
—Siamo in Aspromonte, ci fece il pastore, montagna deserta molte miglia all'intorno. Quivi la terra si coltiva a patate e a frumento; gli agricoltori vi ascendono dalle coste o dai più rimoti villaggi a seminare e a mietere. Boschi di roveri, di pini e di faggi cuoprono la massima parte di codesti dirupi.
A tali notizie lusinghiere, onde il pastore compulsato dalle nostre interrogazioni, ci veniva consolando, i soldati facevano i più ameni commenti, finchè si toccò in sull'alba la vetta.
Persuasi che la vetta fosse una vetta, ci occupò alta meraviglia nel vedere spiegarsi al nostro sguardo una sterminata pianura, in fondo della quale spiccava da capo la montagna. Licenziato il pastore, cercammo ricovero in un pagliaio, ma il tremito delle membra e lo stridore dei denti per vento freddissimo ci contrastarono il sonno, malgrado la stanchezza grande, finchè il sole non ci ebbe intiepiditi.
Ci svegliammo alle nove, poi vennero le dieci, poi le undici.
«. . . . . e l'ora trapassava «Che il cibo ne soleva essere addotto «E per suo sogno ciascun dubitava.»
Stretti a consulta sul modo di vettovagliarci, disputavasi con varia opinione senza che un partito razionale fosse manifesto, quando da lunge comparve un cavaliero che, trottando alla nostra volta traverso i campi di frumento mietuto, agitava per l'aria il cappello. Seguivano più lente la sua traccia due mule cariche.
—Sento il fluido animale del prosciutto che s'accosta, disse un soldato.
—Ed il fluido vegetale del pane che l'accompagna, soggiunse un secondo.
Col cannocchiale del maggiore speculai i provvidenziali quadrupedi, ed annunciai due barili. Un flauto a questa novella modulò dolcemente le note del brindisi nell'Ernani:
«Allegri beviamo…»
—Un flauto! sclamai con gioconda sorpresa.
—È un giovane volontario bergamasco, sorse a narrarmi un vicino, che inneggia alla lieta fortuna. L'Orfeo della spedizione. Ha sempre marciato e combattuto col flauto in tasca.
Il cavaliero, le mule, i barili, il flauto, i presagiti prosciutti mutarono d'incanto in tripudio le prime malinconie. Il flautista, finito il brindisi, suonò una polka, che ballarono parecchie coppie di soldati. Altri con voci combinate e fuse insieme l'accompagnavano benissimo a guisa di violoncelli e di contrabassi. Sembravamo una brigata di virtuosi ad una festività campestre, anzichè un povero manipolo di patrioti militanti, avventurato fra quattordicimila nemici, diviso da' suoi per un ordine di fortificazioni, per la flotta e pel mare. L'Jonio e il Tirreno con onda purpurea, baciando i lidi della Sicilia, la quale, avviluppata da una nebbia di luce d'oro, pareva palpitasse in quel misterioso amplesso, l'indefinibile mormorìo delle foreste di faggi, ond'era chiomata l'erta vicina, che propagavasi sulla pianura in suono di note vocali, davano colore e tono a quell'idillio.
Frattanto arrivò il cavaliero.
Noi l'abbiamo amorevolmente circondato, e gli facemmo magnifiche accoglienze.
—Nella notte, egli fece, sparsa la novella in Reggio del vostro sbarco, il comitato segreto vi spedì sei mule cariche di viveri, e mi mandò sull'istante per ragguagliarvi che bande armate di Calabresi vi raggiungeranno. Il nemico ne sequestrò quattro. Ma, continuò quel pio per attenuare la dolorosa impressione patita dall'uditorio, si riparerà senza indugio alla perdita.
Il maggiore Missori ed io, invitato il nostro ospite a scendere di sella, ci appartammo seco lui per chiedergli particolareggiate informazioni sullo stato delle cose. Egli ci chiarì che il paese aspettava Garibaldi, pronto e risoluto a secondarlo, che la costituzione borbonica ottenne accoglienze irrisorie, che ogni transazione colla famiglia regnante diventò oggimai impossibile, che del resto le truppe rimanevano fedeli, che si sarebbero battute sino agli estremi, malgrado le disfatte di Sicilia, che, oltre i diciotto battaglioni custodi alla marina, dieci guardavano il punto strategico di Mileto, donde facilmente avrebbero vietato l'ingresso nella seconda Calabria a forze tre volte superiori.
—La cura di ciò spetta a Garibaldi, osservò il maggiore. Sapete ch'ei conosce il segreto di vincere coi pochissimi i molti, e d'espugnare fortezze senza uopo di cannoni; come avant'ieri Milazzo.
Durante il colloquio, il cavaliero ed io ci guardavamo con curiosa indagine come chi fruga nella memoria un'idea smarrita, onde finalmente gli dissi:
—Mi pare di conoscervi.
—E a me voi.
—Io non venni mai in Calabria. Voi viaggiaste?
—Dopo undici anni di galera, nel cinquantanove viaggiai a spese di Ferdinando II verso l'America. S'era in sessanta, e giudicammo miglior consiglio indurre il nocchiero a sbarcarci nella Gran Bretagna. Mi chiamo Gerace e nacqui calabrese.
—Ecco! vi conobbi a Londra.
—Tornai in Calabria di nascosto per prepararci degnamente ai nuovi eventi. Garibaldi si mostrerà contento della mia patria.
Egli si assunse di traversare nella notte lo stretto con nostre lettere al Generale. Illapisc'era, ma la carta mancava.
L'arrivo delle mule e la tirannia dell'appetito interruppero la ricerca della carta.
—Ecco qua la carta, disse il maggiore mostrando un foglio greggio che avvolgeva una forma di caciocavallo; e vi stese il rapporto al dittatore. Sopra un pezzo rimasto io scrissi a mia moglie, per assicurarla col fatto della scrittura ch'ero vivo e sano.
—Sans adieu, disse Gerace nel dipartirsi da noi. Ricomparirò con una mano di Calabresi entro due giorni.
Le scolte del nostro piccolo accampamento annunciarono la colonna del comandante. Sospese le mense, si aspettarono gli amici.
Per più ruinosi sentieri del nostro arrampicaronsi essi, e noi li rivedemmo stracciati e sparuti. Ma l'insperata refezione e il favoloso bicchier di vino distribuito a ciascheduno rinnovellarono gli spiriti afflitti e fecero dimenticare le sopportate tribolazioni.
Rimessi in cammino e traversato l'altipiano, ci arrestammo ad una fattoria che sorge al piede del monte di Sant'Angelo. Ivi piantammo gli alloggiamenti. La fattoria, vecchio edificio solidamente costrutto e chiuso, aveva le sembianze d'un castello. Secolari faggi ombreggiavano i suoi dintorni, temperavano gli ardori quasi tropicali dell'agosto in quell'ultima regione d'Italia, e davano asilo alla nostra milizia. Il comandante e lo stato maggiore abitavano la casa dei contadini, prospiciente la pianura, che componevasi della cucina e di tre cameruccie basse, affumicate e misere. Il resto dell'edificio granai, cantine, fienili, rimesse e stalla; ma senza grano, senza vino, senza fieno, senza carri, senza animali. I due cordiali contadini ospiti nostri, cedettero il gramo letto coniugale al comandante; noi si dormiva sulle panche.
Il quartier generale era relativamente numeroso e singolare. Il colonnello comandante, un maggiore, quattro capitani, un luogotenente, due sottotenenti. Tre mesi addietro, di cotesti nove, uno era poeta, due avvocati, uno mercadante di tele, uno fotografista, uno notaio, uno ingegnere, uno agricoltore e uno letterato; quasi tutti soldati volontari nelle guerre italiane dell'indipendenza, indi esuli, o carcerati. Il coraggio e l'intuito supplivano alla scienza militare.
La mala riuscita della spedizione scemò autorità al comandante, il quale sentì il bisogno di agire dietro proposte discusse nel seno dei nove. I nove componevano il Consiglio di guerra in permanenza, il quale entrò in funzioni il mattino del 10 agosto. Altri propose di gettarsi sopra Cosenza e provocare l'insurrezione nelle due Calabrie superiori, altri di tentare un'irruzione su Reggio. Vinse il partito di attendere sino all'indomani i soccorsi calabresi e di eseguire, quale obbietto invariabile della nostra azione, una serie d'assalti improvvisi lungo lo stretto, tirandoci dietro il maggior nerbo di nemici possibile, per assottigliare i reggimenti che presidiavano la costa, e rendere così più agevole lo sbarco a Garibaldi. Stabilita inoltre la nostra base d'operazione sui gioghi d'Aspromonte, eravamo in grado di ricevere istruzioni fresche da Garibaldi stesso.
I contadini c'informarono che avremmo trovate qua e là pecore, patate e cipolle, e limpidissime fontane da per tutto. Laonde rimaneva sciolto il problema delle vettovaglie.
Sul meriggio capitarono ben centoventi calabresi in sandali, cappello conico e brache corte a similitudine del nostro pastore. Li guidava De Lieto. Ognuno aveva fucile con baionetta, due pistole a pietra alla cintola e coltello. Il giorno susseguente crebbero d'un centinaio capitanati da Plutino, e d'un centinaio la sera con Gerace. De Lieto e Plutino reggiani, Gerace di Catanzaro.
Io contemplai con ammirazione in quegli alleati uno dei più belli tipi della razza umana. Appartenevano essi alla costa bagnata dall'Jonio ed erano campagnuoli. Di statura media, di membra asciutte e vigorose; i capelli nerissimi cuoprivano, come nelle statue antiche, la fronte quadra e piena, e sotto due sopracciglia sottili e leggermente arcate sfavillavano grandi occhi a mandorla, neri quanto i capelli; pure un senso arcano di mestizia velava la vivacità della loro espressione. Il naso era fine e olivastra la tinta del viso, ornato di barba folta. La testa, piuttosto piccola, posava sovra un collo erculeo, pei calori estivi ignudo; ignudo aveano anche il petto velloso. Parevami che la vetustissima stirpe della Magna Grecia si fosse in costoro mantenuta nella sua primitiva integrità. Certamente due famiglie differentissime abitano le sponde dello stretto di Messina. Se nella calabrese si addita l'innesto greco sul tronco italico, nella sicula vi si discerne l'innesto africano. In me le due genti, come i due paesi, produssero l'impressione di due mondi.
Epperò di tre nuovi uffiziali, di data ancora più recente, arricchivasi il Consiglio di guerra. E sommò a dodici. De Lieto e Gerace capitani; Plutino colonnello. Costui, de' principali cittadini di Reggio e di molto seguito in quest'ultima Calabria, venne a dividere la nostra sorte per afforzarci della sua influenza politica nelle nostre operazioni militari, e, abbellito il proprio nome di fama guerriera in tempi pendenti all'eroico, per presentarsi a Garibaldi, dopo lo sbarco, governatore nato della provincia, o quanto meno capo della guardia nazionale. Veramente la sua azione politica non ebbe grandi occasioni di manifestarsi in quelle selve e in quei deserti campi di patate, ma risentimmo il salutare influsso de' suoi anteriori provvedimenti, nella spedizione periodica dalle circostanti borgate delle sante mule cariche di vivande e di vino. Ed elle arrivavano scalpitando, ragliando, alzando il muso e aprendo le labbra al sorriso, quasi per chiara coscienza del pietoso officio. E fra i soldati riconoscenti altri ne tergeva il sudore, altri ne confortava i riposi con eletto strame.
Il colonnello Plutino, uomo sui cinquant'anni, gentiluomo, di viso simpatico e di voce, alto e prestante della persona, di facile e sensato eloquio, guadagnossi prestamente gli animi; e le sue attinenze personali col conte di Cavour, se lo resero men gradito nel nostro campo ove predominavano spiriti democratici, conferirono certamente qualità al suo nome e al suo consiglio. Lungamente esule, pratico di varie genti, accostumato alle lotte della politica, aveva acquistato quella destra pieghevolezza che schiva la discussione ardente, e concede posto d'onore all'altrui opinione, quell'arte di non istancare con prolisso discorso, quella perspicacità di svolgere un'idea alla volta, inducendola da un fatto, ma celando che essa fosse la morale della favola.
La presenza di lui turbò i pensieri del nostro comandante. Calabresi entrambi, agognavano al primato nelle Calabrie, e l'uno appariva intoppo all'altro. Benchè il comandante fosse colonnello e garibaldino solamente da una settimana, Plutino vedeva con occhio torbido sul crine del duce del primo sbarco in Calabria tremolare una fronda qualunque d'alloro, che mancava alla propria corona; presagiva che l'evento, benchè fallito nel suo primo scopo, avrebbe procurato al rivale una pericolosa celebrità; se ne rodeva e meditava di scavalcarlo.
Di poco favorevoli apparenze, piccolo, magrissimo e livido, il comandante non possedeva nè eloquenza, nè scienza, nè pratica militare. Mi sollecitò in Milazzo di condurlo in assisa di colonnello alla presenza di Garibaldi. Dichiaratoglisi esperto dei luoghi e degli uomini calabresi, e in segrete comunicazioni coi soldati del forte d'Alta Fiumara, ei s'impegnò di consegnargli il forte in una notte, se condottiero di pochi dal cuore saldo. Il patriotismo di lui era provato, il coraggio presunto, non dubitabili i concerti narrati. Tanto bastava al Generale per affidargli l'impresa. In quanto al successo, Garibaldi riposava con animo tranquillo sugli uomini onde formò il piccolo corpo di spedizione.
Se non che il comandante stavasi pago di campeggiare in Calabria, nè gran che si doleva del forte non preso, e forse non ci aveva mai pensato molto seriamente. Almeno i nostri soldati così credevano, e ne mormoravano, e rammaricavansi d'obbedire ad uomo che non conobbero in campo, e tanto più acerbamente per gl'indugi frapposti al pronto operare, sembrando loro tardi di segnalarsi agli occhi di Garibaldi con qualche gesto degno del proprio passato. Desideravano che il comando venisse assunto dal maggiore Missori, capo delle guide a cavallo, valoroso e amabile uffiziale. Taluno nel Consiglio dei Dodici favellò in questa sentenza, e ne nacque disputa penosa e infiammata. Gli uffiziali calabresi parteggiavano pel comandante come paesano e noto in quelle provincie. L'istesso Plutino ne li secondava, perchè, consigliere e difensore degli atti prudenti e d'una cauta strategia, antivedeva in che gravi repentagli sarebbe stato tratto dall'audacia del maggiore.
Si statuì alfine, sulla mia proposta, che il colonnello, serbando il comando ideale, provvederebbe all'agitazione politica da promuoversi nelle Calabrie, e che il comando reale l'avrebbe il maggiore. Il colonnello piegò a cosiffatto divisamento, avvegnachè una lettera di Garibaldi, consegnata durante la seduta, ingiungevagli di porsi d'accordo col maggiore.
Subitamente il maggiore, un calabrese ed io, cavalcando le mule dei viveri, calammo a mare per esplorare le forze e le intenzioni del nemico. Pervenuti ad un poggio che domina il forte Torrecavallo, vedemmo schierato un battaglione intorno alla cinta, reduce dalla messa. Ci mostrammo sulla sommità a due tiri d'arco. L'inattesa apparizione di due camicie rosse alle spalle del forte provocò il segno dello all'armi. Il battaglione dopo varie manovre ci salutò a carabinate. Noi ci affacciammo successivamente da altri poggi, e mentre un'ala dei regii cercava di girarci, i rimasti ci saettavano alla bersagliera. Nel dubbio che i nostri volteggiando fra quei colli studiassero un assalto, tutti i posti nemici, nella lunghezza di parecchie miglia, si atteggiarono a difesa. Intanto noi, ripetuta la via, sul tramonto smontammo ai nostri alloggiamenti. Abbandonato immediatamente monte Sant'Angelo, si mosse al nord-ovest d'Aspromonte, salendo all'altipiano dei Forestali da cui spiccasi l'ultima cima di quell'immenso gruppo appenninico, tragicamente illustrato due anni più tardi, nell'istesso mese, dal generale Garibaldi. E vi giugnemmo all'alba. Il quartier generale si stabilì in una casa nuova, non finita, deserta, detta dei Forestali. La casa giace dove l'altipiano finisce e principia l'erta pittoresca, deliziata da copiose sorgenti d'acqua freschissima e pura che serpeggiano in ruscelli perenni. Volgeva il quinto giorno. Nè pettine aveva solcato i miei capelli, nè acqua confortata la mia faccia, nè l'unica camicia ottenuto il cambio nel suo ministero da più pulita compagna. Un paio di guanti gialli che fin allora non cavai, solo oggetto di lusso, conservarono sufficientemente nitide le unghie e le mani. Malgrado il sonno e la stanchezza grande, non mi riescì fatto di addormentarmi. Stetti tre ore in uno stato di febbrile vaneggiamento. Indi mi riscossi: spaventato e frenetico fuggii l'orribile albergo. Sembravami che cento formiche brulicassero sul mio corpo, mordendolo senza misericordia. Le giudicai formiche al tatto, ma erano pulci bisavole alla vista. Corsi al ruscello, e con precipitazione sbattendole dai panni le annegai. Risalito il ruscello ove l'onda spandevasi in laghetto, ridivenni l'uomo di cinque giorni avanti, con un lustrale lavacro. Poi m'accorsi che mancavano i pannilini. Epperò mi rasciugai al sole, e riposai soavemente all'ombra di quei boschi superbi sovra un letto soffice di foglie cadute in molti autunni.
Faggi e pini a ombrello e alcuna quercia si raggruppano ivi in masse diverse e spartite: l'accozzamento di verdi differentissimi e la più differente struttura degli alberi inducono una combinazione attraente di prospetti e di colori. La comune robustezza e la comune vetustà imparentano quella varietà mirabile. Gli alti fusti e le separazioni delle masse, permettendo alla luce di penetrarvi, conferiscono all'insieme una trasparenza che rende eleganti quelle forme gigantesche. Fra una massa e l'altra s'interpongono umili famiglie di nocciuole, di minori alberelle e d'odorifere madreselve, onde si disegnano sentieri e viottoli e meandri che paiono opere d'arte squisita. Pochi passi dalla pendice separano la mite temperatura della primavera dagli ardori dell'altipiano, ove nella notte il freddo è intenso. Quivi il sole ci bruciava, e le stelle c'intirizzivano.
L'altipiano descrive un semicerchio di molte miglia di raggio, la cui base è l'erta, e solo punto sull'orizzonte il cilestro cono troncato dell'Etna. Ad enormi intervalli notasi, unica piacevole discordanza in quella interminabile monotonia, qualche capanna e qualche chiuso per le vacche, ma nessun vestigio d'animale vivente. L'altipiano sta a cavaliere di Torrecavallo, di Scilla e di Bagnara; e la fama che due o tre migliaia di calabresi armati campeggiassero con noi, pose il nemico in grave cura.
Esso spinse una forte ricognizione sino a Monte Sant'Angelo, e sguernì il lito da Torrecavallo a San Giovanni di due battaglioni, che si attendarono sulle alture. Dilungandoci dalla fattoria di Sant'Angelo, noi ci dirigemmo alla volta di Reggio. I contadini della fattoria udirono susurrare d'una sorpresa in questa città, e interrogati dal nemico, lo assicurarono che vi ci eravamo avviati. Se non che nella notte, operato un subitodietro fronte, si ascese ai Forestali.
Il maggiore Missori propose al Consiglio dei Dodici un'irruzione in Bagnara. Plutino obbiettava vivamente che Bagnara guardavano tremila borbonici, che le truppe di Scilla ci avrebbero minacciato di fianco, che da Sant'Angelo saremmo stati circuiti e impediti nella ritirata ai Forestali, che destreggiandoci intorno alle occupate altezze avremmo parimente conseguito il fine di costringere alquanti battaglioni sulle nostre pedate, e che frattanto nuove bande paesane sarebbero giunte ausiliarie al nostro campo.
—Noi, signor Plutino, replicò il maggiore, non contraemmo l'abitudine di numerare il nemico; i Mille di Marsala vinsero a Calatafimi e liberarono Palermo. Qui siamo devoti a morte, ma vogliamo morire degnamente. Se rifiutate di seguirci coi vostri, andremo soli; troppo sciolti e snelli del resto per non isfuggire ai tardi movimenti di truppe regolari.
I partigiani dei propositi più arditi, costituendo i tre quarti del Consiglio, votarono per Bagnara. Plutino, vuotato il sacco delle obbiezioni, concluse volgendosi a noi:—Quando vi ascolto e vi guardo, bravi giovinotti, io vi adoro, ma siete matti. Nondimeno starò con voi sino alla fine.
Partimmo a mezzanotte, e traversato l'altipiano si cominciò la discesa per luoghi quasi impraticabili e inusitati. La luna cortesemente illuminava la via, ma su quelle ripidissime chine sgretolate si andava più spesso a ruzzoloni che sui nostri piedi. Una risata ad ogni caduta mantenne la colonna nel miglior umore, e alleviò una marcia di dieci ore consecutive. Le squadre calabresi non risero mai, perchè colle loro scarpe di cimossa reggevansi in gamba meglio di noi; ed anche perchè la giovialità e l'allegria spensierata degli Italiani del nord contrastano notabilmente colla serietà mesta e contemplativa degli Italiani del sud.
Toccati i dorsi che dividono i versanti di Scilla da quelli diBagnara, vi collocammo i trecento calabresi affidandoli a FrancescoCurzio, l'uffiziale-poeta dello stato maggiore. Essi ci proteggevanoil fianco sinistro.
Eravamo scesi già sino alla zona abitata. Olivi, vigneti, cedri, aranci, alberi di frutti d'ogni sapore ingemmavano quei clivi lussureggianti. La vista del mare azzurro, della Sicilia, delle isole Lipari, le quali pel purissimo aere sembravano vicinissime, la certezza di menar le mani fra poca ora, e sopratutto l'incontro d'un'osteria c'innondarono il petto di gratissimi affetti.
I nostri soldati, seduti sotto i festoni delle viti, piluccavano beatamente i pingui grappoli pendenti di zibibo, a titolo d'antipasto. Lo stato maggiore entrò nell'osteria. L'oste ci attendeva sulla porta con uno schioppo da caccia a due canne e col cappello in mano. Datoci con lieta faccia il benvenuto, soggiunse:—Eccellenze! viva l'Italia! Io verrò con voi indicatore e guida, e intanto pongo a vostra disposizione la mia canova e il mio forno.
Dietro di lui lampeggiavano due stupendi occhi cilestri che ci guardavano con fanciullesca curiosità. L'oste appartandosi proseguì:—Vi presento la mia figliuola, che avrà l'onore di servirvi. Vestì gli abiti di festa all'annuncio della vostra visita, perchè ell'è garibaldina. Comparve sulla soglia della bettola una bianca, bionda e dolce giovinetta sui diciassette anni, che con garbo ci salutò.—Guà! esclamai, la Madonna del Sacco di Andrea del Sarto! Chi entrò nel chiostro dell'Annunziata in Firenze, ricorderà l'affresco insigne di Andrea. La soave testa della vergine è qualche cosa di più umano delle Madonne di Raffaello, e di più divino delle Madonne del Murillo.
Uno zendado di panno caffè con frangia d'oro piegato a quattro doppî copriva il capo della vergine calabrese e pioveale dietro le spalle. Cinque fili di corallo le fregiavano il collo e il seno. Di sopra ad una veste bianca scollata, con le maniche a campana, dal gomito in giù ricamate agli orli ed all'ingiro della parte superiore del braccio, essa portava un'elegante tunica fimbriata, di lana cremisi, alquanto più corta della vesta. Il busto pure di lana cremisi, semi-aperto davanti, con duplice riga trapuntata, disegnava due leggiadre curve sopra le spalle.
Allo spettacolo d'una sì peregrina e delicata bellezza noi restammo sospesi in atto. Io dimandai all'oste in quali acque avess'egli pescata la rarissima perla.
E costui con visibile emozione:—Sua madre era una gentildonna. Io nacqui in casa di lei e vi crebbi staffiere. Pare che fossi piuttosto belloccio. Fatto sta che l'amai e che ella mi amò. Fuggimmo. Diseredata, visse povera meco e felice, e morì due anni or sono. Il mio pensiero, il mio lavoro, i miei guadagni, la mia vita io consacrai ad allevare Luisa. Ella non serve nessuno, perchè voglio accasarla per bene.
Ed io a lui:—A guerra finita, qualche giovinotto garibaldino te la dimanderà, e da oggi mi offro compare dell'anello.
—Eccellenza, vi bacio la mano, conchiuse con enfasi l'oste arzillo.
In questo mezzo, la fanciulla apparecchiò la mensa sotto la pergola e l'oste ci cosse una frittata. Rimirai lunga fiata, mentr'ella ci mesceva il vino, le sue piccole mani vellutate e nitide come quelle d'una duchessa.
Indi, approntati alcuni orci di vino e vari canestri di pane, che l'oste in fretta mandò a comperare alla borgata di Solano, Luisa percorse la fronte della colonna, dispensiera di cibo e d'entusiasmo.
Per ordine di Missori, il capitano Federico Salomone aveva già opportunamente disseminate sentinelle ad impedire la discesa in Bagnara di chicchessia. Verso mezzodì ci rimettemmo in cammino, ed ecco Bagnara ai nostri piedi: grossa terra fabbricata sul colle e serpeggiante alla marina. Vedevamo sulla spiaggia una striscia di barchette, vedevamo l'andirivieni degli abitanti e dei soldati alla spicciolata. Un vapore da guerra avanzavasi proveniente da Scilla, ed una barchetta gli remigava incontro a ricevere o a recare dispacci. Veruno indizio che il nemico si fosse avveduto di noi o che sospettasse alcun male al mondo. La difficoltà riducevasi nel sottrarci ai cannocchiali della nave. Vennero tolte le baionette e rivoltati i fucili per evitare il bagliore delle canne. Scendemmo in catena quatti quatti per mezz'ora, guizzando fra gli alberi, le siepi e le viti. Ma Bagnara distava più che a primo aspetto non sembrasse. A un tratto il monte dirupando, si dovette l'un dopo l'altro calare per entro una fessura a scaglioni, aperta nel masso, di cento metri di precipizio. Poscia distesi nei vigneti e negli oliveti, e procedendo alla sordina, capitammo finalmente sopra Bagnara al tocco e mezzo.
Io comandava l'avanguardia composta dei cacciatori Bonnet. Pervenuti allo sbocco di una strada, volli cavarmi il puerile capriccio di tentare il guado sparando il primo fucile, datomi da un soldato¹, contro alcuni lancieri a cavallo. L'inopinato mostrarsi di bande armate e combattenti che parevano fioccate dai cieli, seminò lo spavento e la confusione negli abitanti, i quali con gemiti e lai pietosi affollavansi a rifugio nelle barche dei pescatori. Ci venne udita la generale. Indescrivibile la baraonda dei regî; ma in tremila, eglino potettero bentosto ricuperarsi dal primo turbamento. Dopo mezz'ora più compagnie d'infanteria ci s'avventarono contro da diverse direzioni; s'accese un fuoco vivo e le respingemmo successivamente. In pari tempo da Bagnara di sopra, sulla nostra destra, un movimento di fanti, di cavalli e di cannoncini sulle schiene dei muli mirava ad interromperci il ritorno. Laonde pacatamente ci ritraemmo; all'avanguardia nella discesa, ero alla retroguardia nella salita. Giunti all'ardua scala della rupe, i miei cacciatori avevano bruciata l'ultima cartuccia. Il bergamasco flautista, uno di loro, vuotata più presto de' compagni la giberna, pose mano al flauto, e fra il sibilo delle archibusate suonava in aria di schernoLa bella Gigogin, equivoca canzone lombarda, che ci fece prorompere in argoliche risa. Ma il nemico parve svogliato di venirci a panni. Cotti dal sole, trafelati, quando piacque agli Iddj montammo all'ultimo gradino. Ripiegando sovra Solano, trascorremmo a sinistra dell'osteria, più veloci dei regî che volevano interdirne quel passo strategico; però più veloci di poco.
¹ Questo soldato si chiama Achille Olivieri e vive a Castel d'Ario nel mantovano.
Ivi si mangiò e si bevve in pace. Io alloggiai in casa d'un prete, il quale mi ammannì un piatto di maccheroni al pomodoro e mi diede una camicia di bucato, in cambio della mia che rassomigliava alla tavolozza d'un pittore. Però essa era di finissimo lino, e l'accorto prete giudaicamente me ne infilò una di cotone piuttosto sdruscita.
—Badate ch'è consacrata, ei mi disse con ciera di furfante.
Ed io di ripicco:—Se non che la mia vi paga i maccheroni d'un trimestre!
L'odore di bucato mi sollevava ad un mondo nuovo! Quanti dolci pensieri, quanti ricordi, quanta delizia da quell'odore! Steso sul sofà e rapito in mezza estasi m'addormentai. Il prete rientrò nella camera e scuotendomi diabolicamente:—Il nemico, il nemico, ululava; presto, presto, non mi compromettete.
Traballando, instupidito dalla stanchezza e dal sonno, esco e m'unisco al residuo dei compagni sulla piazza.
Alcuni istanti prima v'era arrivato l'oste a tutta corsa, senza cappello, senza gabbano, coi capelli irti, tralunato, cadaverico, disperato. Appena potè articolare le seguenti parole:—Gl'infami trucidarono mia figlia!
Oppresso da mortale angoscia cadde svenuto. Scoppiò un'esclamazione d'orrore dal petto d'ognuno di noi e dei paesani accorsi; e ci rodemmo le mani d'esser troppo pochi e senza munizioni per trarne immediata vendetta. In mancanza d'acqua di Colonia, riversammo una secchia d'acqua di pozzo sul capo del padre infelice, il quale tosto ricuperò i sensi.
Parlando e piangendo raccontò che millecinquecento uomini muovevano a marcia forzata verso Solano per circondarci e conquiderci; che un distaccamento, invasa l'osteria, minacciato di morte la figlia, perchè soccorse e onorò i garibaldini, le consentì la vita a patto del disonore; che, essendosi ella fieramente rifiutata, ed avendo impugnato un coltello da cucina per ferire chiunque avessela avvicinata, un sergente destramente l'agguantò al polso e disarmolla; che dibattendosi ella e svincolandosi dagli infami amplessi e gridando, uno di loro le vibrò un colpo di baionetta sul volto. La vista del sangue inebbriò quei crudeli, che di più colpi la trafissero.—La selvaggia scena, proseguì quello sventurato, rappresentarono sotto gli occhi miei, guardato da un picchetto di soldati e destinato ad una regolare fucilazione. Profittando della ressa dei sopravvegnenti e dello scompiglio causato dalla curiosità, mi sottrassi ai custodi, balzai nel vigneto. Inseguito per un miglio e fulminato, alfine mi perdettero d'occhio, e col cuore rotto mi trascinai fin qui.
Da una formidabile posizione sopra Solano aspettammo di piè fermo per due ore il nemico, il quale non osò nemmeno penetrare nel borgo, sin che non ebbe certezza che ripigliammo la via del ritorno.
Da quell'altura si assiste ad uno spettacolo che forse non ha pari: l'arcipelago Eolio, il golfo di Gioia, lo stretto di Messina, ed alle due estremità del quadro due vulcani, Etna e Stromboli. Che mare! che monti! che cielo! che luce! che linee! che palpito di natura! quante memorie! quanti secoli! quanti popoli! quante civiltà!
Il sole tramontava. Involuto in una nebbia leggiera, pigliò figura di globo rosso, e l'occhio poteva affisarlo impunemente. Parve che quel globo posasse alcuni minuti secondi, come sovra candelabro, sulla punta dello Stromboli, piramide isolata in mezzo al mare.
Pieno la mente del magico tramonto e dell'imagine di Luisa morta, che sul mezzodì contemplai fiorente di vita, di bellezza e con tutto un mondo incantato davanti all'ingenuo pensiero, rifeci malinconicamente le sei ore di strada che avanzavano per arrampicarsi ai Forestali.
Pervenuti al sospirato altipiano, ci venne veduto gran chiarore sulla direzione della nostra casa, il quale cresceva a misura che c'inoltravamo. Che il nemico si fosse spinto costassù da Sant'Angelo fu la prima idea nostra. Epperò sostammo per raccogliere la colonna e regolarne le mosse colle debite precauzioni. Ventidue ore di moto per quelle rupi esaurirono le forze della nostra gente.
Appena fermati, quasi tutti si addormentarono di primo acchito. I Calabresi, rimasti alla retroguardia, serbaronsi freschi e gagliardi, e li collocammo in prima linea, guardiani del sonno d'un'ora consentito agli altri.
Faticosamente si ottennero da quelli cinque cartuccie delle cinquanta onde ciascuno aveva zeppa la giberna, e le distribuimmo ai nostri già rinfrancati e presti. Con movimento obliquo su tre ordini si procedette innanzi, impiegando due ore e mezzo a fendere l'eterna pianura. La luce mano mano diventando gran fiamma, cadde ogni dubbio che non fosse fuoco d'accampamento. Eseguito un movimento di fianco sulla destra, per tentare di gettarci a ridosso dell'erta, si mandarono alquanti cacciatori a riconoscere il vero. Scopersero costoro cinquanta calabresi accorsi ad ingrossare la nostra schiera, i quali, costrutta una pira di vecchio legname razzolato intorno alla casa dei Forestali, vi s'assisero dappresso placidamente per riscaldarsi, e novellare, ed affettare prosciutto, e mescer vino. Si mangiò adunque divinamente, si bevve un bicchiere di più alla salute de' nuovi commilitoni, che s'assunsero per quella notte la guardia del campo, e si dormì profondamente fino alle dieci.
L'impossibilità di trasportare i feriti tra quegli scoscendimenti ci obbligò di lasciarli a Solano. Il nemico trasseli prigionieri, ma li trattò con umanità, forse considerando che anche noi ne avevamo dei suoi. Un messo speditoci da un patriota di Solano riferì ch'ei vennero trasferiti a Reggio.
—Entro un mese andremo a riprenderceli, gli disse Missori.
Un fuggevole sogghigno d'incredulità sfiorò la bocca dell'astuto messaggiere montanaro. E la medesima incredulità mantenne inespugnabili al nostro apostolato i prigionieri borbonici. Impossibile indurli a militare sotto la nostra bandiera e a ridiventar liberi. Anteposero il proprio stato, benchè dovessero seguirci e partecipare ai nostri pericoli. Io particolarmente m'occupai di convertirli alla religione della patria italiana. Ma non m'è venuto fatto nemmeno di ottenere il menomo ragguaglio sulle cose del nemico. A qualunque quesito, l'uno come l'altro regolarmente rispondeva:—Non saccio.
Il messaggiere per cortesia non rivocò in dubbio l'asserzione del maggiore, nè bastatogli l'animo di spingere l'adulazione sino a simulare di aggiustar fede a ciò ch'ei giudicava l'assurdo, mutò discorso, avvertendo che aveva seco la cassetta dei medicinali, e una sacchetta di biancheria per filaccie commessa da noi a Solano. Così dopo una settimana potè curarsi la mano del veneto ferito la prima notte, impassibile come uno spartano, arguto come un ateniese. Il chinino ci restituì una mezza dozzina di malati della terzana: ma senza lacryma-cristi e senza bistecche non erano sanabili altri sei o sette esinaniti dalle fatiche.
Quel mattino tutti i soldati vispi e ciarlieri aggiravansi nudi e crudi intorno al ruscello, da essi denominato il Giordano, altri bagnandosi, altri risciacquando le camicie o sbattendole su qualche sasso, o distendendole al sole. Una buona dormita, il bagno, il bucato, e la prima zuppa calda con brodo di prosciutto distribuita poi, li abilitarono a nuove gesta.
Nel Consiglio dei Dodici si discusse maturamente, il medesimo mattino, la nostra situazione. Volgeva il settimo giorno dallo sbarco; esigui gli aiuti calabresi; veruna notizia di Garibaldi; sfiduciate le ultime lettere del Comitato di Reggio; incertissimi i viveri, quasi sempre rapiti dal nemico; e finite le munizioni.
Riversiamoci nella Calabria citeriore, propose il capitano Salomone, appena tornato dalle solite escursioni per istudiare i luoghi, com'egli solea dire, e collocare gli avamposti. Gli avamposti costituivano la sua idea fissa, e quando noi, dopo una giornata di cammino, ci sentivamo rifiniti e rotte le ossa, egli tranquillamente si addossava la cura di descrivere un cerchio di sei o sette miglia di montagna «per istudiare i luoghi e collocare gli avamposti.» Nato abruzzese, partecipava alla natura ferrea degli orsi, suoi compaesani.—Penetriamo nel Cosentino; al nostro mostrarci, quelle fiere popolazioni sorgeranno e conquisteremo a Garibaldi un lido per l'approdo, e gli daremo una provincia per l'azione. Che cosa ci ripromettiamo fra questi burroni e questi boschi deserti? Qui noi possiamo gettare i nostri denti dietro le spalle come Cadmo, ma non ne nasceranno patrioti armati. Se il nemico possiede un'oncia di senso comune, con poche pattuglie volanti può impedire le vettovaglie, e senza consentirne l'onore di un fatto d'armi, in cinque giorni può averci a discrezione, ovvero al giorno sesto visitarci cadaveri su questo Calvario.—
L'enfasi, l'inaspettata erudizione ellenico-cristiana, l'accento abruzzese, il crescendo della voce, lo sguardo semi-serio dell'oratore, il mappamondo sulla tunica di tela russa colorito dal sudore, il capitano Nullo, l'eroico Nullo, che lisciandosi i lunghi baffi neri coronò la concione in suo dialetto bergamasco con unmiga mal!e unbravo Cadmoscattato di bocca dal maggiore, provocarono un'ilarità benevola e prolungata. Ed egli, il simpatico e valoroso abruzzese, rise al nostro riso.
Alzossi con rigido sembiante il colonnello M… comandantein partibus:—Più gravi di quanto pare vogliansi considerare sono le riflessioni del capitano Salomone, e degna d'esame la sua proposta. L'impresa di Cosenza fia non meno ardua e pericolosa che il nostro campeggiare in Aspromonte, epperciò conforme ai vostri appetiti di gloria. Quivi non abbiamo munizioni nè modo di trovarne, onde l'istessa soddisfazione dei combattimenti ci viene contesa. Nato nel Cosentino, vi ho parentela numerosa, e amici, e clienti, e, non fo per dire, il mio nome vi suona gradito. Non credete millanteria, se vi affermo che il paese risponderà virilmente al nostro appello e all'audacia del nostro movimento. Nulla conosciamo di Garibaldi, e trascorsero oggimai sette giorni. La nostra missione in questi luoghi è compiuta.
Il colonnello Plutino, a cui non garbavano le nostre scorrerie temerarie sull'esempio di Bagnara, e ancora meno sarebbegli garbato vedere il rivale sollevato sugli scudi nella Calabria citeriore, si oppose energicamente a quel disegno, asserendo problematica l'influenza del preopinante.
Questa frase dura ruppe il vaso delle ire distillate in segreto, e i due colonnelli si saettarono parole crudeli con pallide labbra. Richiamatili all'argomento e consigliati di risolvere le questioni personali su altro terreno, Plutino ricuperò la calma consueta, e suggerì di ripiegare su Gerace, forzando il nemico a distaccare dalla sua base d'operazione considerevoli forze per inseguirci sulle rive dell'Jonio.—In tale forma eviteremo, egli conchiudeva, d'essere tagliati a pezzi ai passi di Mileto e di Monteleone, prima d'arrivare a Cosenza, e staremo a campo in terre popolose e liberali. Accresciute le nostre file, potremo stendere la mano ai patrioti di Catanzaro e stabilire in questa città il focolare dell'insurrezione delle tre Calabrie.
—Ieri, io così parlai, piombando su Bagnara, provvedemmo all'ambulanza, dimani troveremo altrove la munizione. Il nemico è laggiù allo stretto; al di là vi sono i nostri che anelano di tragittarlo. Noi non gli daremo posa sin che non l'avremo in buona parte attirato quassù. Che importa se esso quivi ne circuirà, batterà, distruggerà, purchè venga fatto a una legione di sbarcare? Il piano ci dà patate discrete, l'erta chiare, fresche e dolci acque. Questo il nostro centro, questo il nostro posto.
E il sottotenente Zasio:—Non sappiamo nulla di Garibaldi, ma quando ei tace agisce. «Precedetemi, e a rivederci presto,» disse quella notte che ci mandò qui. Egli suol fare più che non prometta. Senza navi da guerra non può tentare con molta gente lontani sbarchi. Uccello di terra e di mare, saprà toccare il continente sotto il naso del nemico, in questo estremo lembo della penisola. Quivi dobbiamo aspettarlo, aspettarlo combattendo per stringergli la mano sul lido ov'egli approderà.
—Propongo un'invasione a Pedavoli, disse il maggiore; là procureremo la munizione, ordineremo comitati rivoluzionarii, e di là minacceremo Palmi.
—A Pedavoli, interruppe Plutino, fu assassinato dal popolo il patriota Romeo nel 1848; quel popolo borbonico si opporrà al nostro ingresso, e noi dovremo bagnarci di sangue concittadino.
—Dove si mostra la camicia rossa, gli rispose Nullo con un accento che non ammetteva replica, guerra civile niente. La camicia rossa è l'assisa del popolo.
Si deliberò la spedizione a Pedavoli.
A traverso foreste secolari di roveri e per vallate anguste e profondissime, dopo otto ore di sudato cammino giungemmo a Pedavoli al nord d'Aspromonte. Io m'era procacciato un mulo che montavo a bardosso e beavami nel pensiero di economizzare le mie povere forze ridotte agli sgoccioli. Ma la china del monte cadeva sì ripida che, per non scivolare dagli orecchi della bestia, fu gran mestieri smontare. Questa volta anche i Calabresi, malgrado i sandali e la singolare destrezza, dovettero accontentarsi di scendere sdrucciolando come noi e poi di salire a quattro gambe. Io ritentai il mulo, salendo, ma scivolato dal verso della coda, rotolai giù alcuni metri sin che un albero mi trattenne.
Dovetti starmi pago di ascendere con mani e piedi, come gli altri.
La colonna sostò ad una frescura di castagni superiormente al villaggio. Il comandante e noi, stato maggiore, s'entrò fra quelle mura temute. Pedavoli contiene duemila abitanti, e giace in una stretta gola. Era il quindici agosto. Il villaggio parato a festa, affollato di montanari del circondario, avvivato da bande musicali venute da Palmi, celebrava l'Assunta. La popolazione, stupefatta della nostra inesplicabile comparsa, ci guardava con dilatati occhi. Noi percorrevamo l'unica contrada, fatta a budello, in mezzo ad una turba che aprivasi gradualmente dinanzi e si rinchiudeva dietro a noi.—Ecco la casa ove trucidarono Romeo, ci fece il capitano Salomone, il quale nel quarantotto avea militato sotto gli ordini del nobile martire calabrese e fu testimone della sua tragica fine. Bisogna vendicarlo.
Quando di repente aperta la porta della casa, ne uscì una mano diCalabresi, de' nostri, mormorando le parole:—Fuggirono!
Costoro, vecchi compagni di Romeo, staccatisi chetamente dalla propria squadra, penetrarono là entro dalla banda del cortile per placare l'ombra, giusta la loro frase, dell'estinto condottiero. Ma la famiglia degli uccisori fortunatamente riparò a Palmi, tosto che si seppe della nostra visita.
Rimandammo con severo comando gl'indisciplinati, e ci dirigemmo al palazzo del comune. Sparsa la voce che noi fossimo venuti a far pagare il fio ai Pedavolesi per la morte di Romeo, un visibile sbigottimento si dipinse su tutti i volti. Dall'altro canto noi sospettavamo che la popolazione meditasse di assalirci, e si stava in sull'avviso. Avevamo già cautamente provveduto che la colonna ci attendesse coll'arma al piede. Due paure trovavansi di fronte.
Stemmi, busti in gesso e ritratti borbonici decoravano la sala comunale: il segretario, curvato dai settant'anni e sordo, sedeva aggomitolato in una logora poltrona di pelle voltando la schiena alla porta. Capitatigli noi sopra per di dietro improvvisi, il maggiore gli picchiò sulla spalla. Ci ravvisò in un attimo il segretario, saltò in piedi colla sveltezza di vent'anni, e cercò di ricuperarsi dallo sgomento appartando il seggiolone e ponendosi gli occhiali.
—E il maggiore a lui:—Siete il sindaco?
—Eccellenza, sono sordo.
—Siete il sindaco?
—Il segretario, eccellenza. Ho servito quarantadue anni. Spero che il generale Garibaldi…
—Dov'è il sindaco?
—Giovannino, rispose volgendosi all'usciere, conduci qua don Saverio; digli che…
—Spicciatevi, interruppe il maggiore.
—Va, figliuolo, digli che venga subito. Signori illustri, io ho servito la patria, mi spetta la giubilazione con paga intera. Lor signori non vorranno cacciarmi sulla strada con sette figli. Evviva sempre Garibaldi!
—E quei busti di Ferdinando II e di Francesco II? gli domandòSalomone.
—Ho due figli gendarmi, uno guardia urbana e uno carceriere, signorino. Le pubbliche magistrature sono dignità tradizionali nella mia famiglia.
—Che magistratura esercitavate voi quando i vostri concittadini uccisero Romeo? ripigliò Salomone.
—Ah! Romeo, buon'anima. Peccato che la memoria di lui… Tant'è la sua riputazione rimase macchiata.
—Macchiata! sciagurato sgherro borbonico, proruppe Salomone colle pugna chiuse.
—Macchiata, eccellenza, proseguì il segretario in atteggiamento supplichevole e con aria ingenua, dalle calunnie del governo di Ferdinando II. Perla d'uomo Romeo! Posso attestarne, perchè fui suo carceriere in altri tempi… Ecco don Saverio!
Il sindaco ci accolse graziosamente, fornì la nostra truppa di viveri e ci volle ospiti suoi.
Naturale curiosità punse la moltitudine in grande frequenza verso il castagneto ad ammirarvi quei terribili garibaldini, onde la fama aveva divulgate cose portentose, nelle quali entrò senza punto di dubbio la coda del diavolo. Erano laceri, scottati dal sole, smagriti dai disagi, ma in ogni soldato discernevansi ben presto i lineamenti, il contegno e i modi del gentiluomo.
Distribuiti una razione di vino, di pane, di salame fettato e sigari, pagata sul luogo ogni cosa da ciascheduno con alto stupore della folla spettatrice, svanirono a poco a poco i reciproci sospetti, principiarono a fraternizzare insieme i nostri ed il popolo, e fatte venire le due bande musicali, la solennità religiosa e la processione per la Madonna tramutaronsi in una festa da ballo che si protrasse sino a notte. Cantarono inni patriottici insegnati e appresi al momento; e con questo musicale apostolato, collefurlane, collemonferrinee collatarantellale turbe s'accesero d'entusiasmo italico. Capo orchestra Libero Stradivari, pronipote dello insigne fabbricatore di violini.
Dai discorsi, dal portamento, dalla cortesia e dal pagare a pronti contanti, quei montanari compresero che non eravamo soldati di mestiere, che militavamo per una causa generosa, epperò le mogli e le figliuole, derogando dalla selvatichezza nativa, obbliata la chiesa e l'Assunta, parteciparono al ballo campestre.
Il sindaco ci preparò un lauto pranzo e invitò gli uomini principali e liberali della terra. Gli uffiziali calabresi rifiutarono l'invito e s'astennero dall'ingresso in Pedavoli. Accusavano la popolazione della morte di Romeo; censuravano la nostra imprudente fiducia e predicevano un tradimento. Essi accamparono le loro squadre in poggio più eminente, per separarsi dai paesani.
—Non scendete a Pedavoli? dimandai al colonnello Plutino.
—A vendicare Romeo?
—No, a mangiare un pollo arrosto.
—Temo il veleno, o un'archibusata dalla finestra d'un granaio.
—Contemplai or ora la mensa imbandita del sindaco; c'è fior di maccheroni, e burro eletto, e mastelletti opimi di miele, e vini prelibati, e frutta superbe, e fiori, e olezzante biancheria, e posate d'argento e lieti visi. A questi patti, caro colonnello, vale la pena di lasciarsi avvelenare.
—Ottimamente; ma non vengo.
Dopo pranzo il comandante M…, in tutta la pienezza della sua autorità politica consentitagli dal Consiglio dei Dodici, istituì un Comitato di rivoluzione in Pedavoli, spedì lettere-circolari in tutte le città e borgate della Calabria, con istruzioni di ordinamento e d'insurrezione simultanea alla notizia dello sbarco di Garibaldi. Il valentuomo sottoscrisse codeste circolari nella seguente conformità:
«M…, colonnello di stato maggiore, aiutante di campo del dittatore generale Garibaldi, comandante in capo il primo corpo di spedizione sbarcato sul continente con pieni poteri civili e militari!»
Poscia si mandò a Palmi per la munizione che doveva esserci ricapitata in Aspromonte.
L'indomani retrocedemmo, e sulle quattro pomeridiane rieccoci al nostro campo dei Forestali, ove ci aspettava una bella francese,madame Le M…., corrispondente delJournal des Débats, partita la vigilia da Messina. C'informò che il dittatore scomparve, che l'ansietà e la perplessità erano universali, che il grido pubblico dava noi per morti e seppelliti.
Alle sei il capitano Salomone, reduce dagli avamposti, annunziò che alcune masse nere discernevansi ad intervalli alle estremità dell'altipiano. La nostra Armida se ne tornò senza indugio, e rapì un Rinaldo dello stato maggiore.
Missori ed io, oltrepassati gli avamposti, ravvisammo un grosso corpo di nemici spartito in tre colonne. Le due ali, avanzando più rapidamente del centro, intendevano a precluderci ogni scampo. Alle sette e mezzo seimila uomini con cavalleria e pezzi da montagna, sviluppati in una linea di cinque miglia, ci si offersero in battaglia a breve distanza.
Dalla nostra parte i Calabresi occuparono la sommità dell'erta, i duecento le falde. I malati vollero che li trasportassimo con noi; ma il medico dimenticò nella casa le medicine, e i cuochi abbandonarono le pecore scuoiate, i prosciutti e il pane. Era il crepuscolo. Le due ali nemiche a perdita d'occhio raggiunsero i monti e penetrarono nei boschi, il centro s'innoltrò a un miglio dalla casa; due compagnie di cacciatori ne esploravano le circostanze per impadronirsene.
—Non c'è ragione, disse Nullo alla testa delle guide, che i nostri malati rimangano senza medicine e noi senza prosciutti.
E un soldato:—Andiamo a pigliarceli.
E più voci:—Andiamo.
Scendemmo in trenta, e, scambiate alcune carabinate, con una corsa alla baionetta disgomberammo il sito, e mercè della sinuosità del terreno, delle piante, dell'oscurità crescente, traemmo in salvo pecore, cerotti e pentole. Quindici al trasporto e quindici alla difesa. Non si lasciò indietro nè un'oncia di carne, nè una benda. Qual cena rapita ai cacciatori napoletani lassù! in quella solitudinesenza tempo tinte!
Troppo affaticati per consolarci di essere riusciti nello scopo prefisso alle nostre operazioni militari, adescando sui nostri passi cotanto nervo di nemici, abbiamo dormito tre ore. Altri però, non io, dormì. Il freddo crudissimo s'impossessò senza misericordia della mia povera persona, protetta da un paio di calzoni di tela e dalla camicia rossa. Due guide, Stradivari e Lena, stavano accovacciati a me da lato sotto una grama coperta. Lena mi raccontò che, sospeso tra la veglia e il sonno, io protendeva le braccia tremanti e irrigidite verso la coperta coll'ansia del naufrago, e che egli, vinto dalla pietà, me ne stese un lembo sulle ginocchia. Ricordo che in quella notte implorai la morte come gran ventura; avevo la sensazione
«Dell'infinita vanità del tutto;»
e la convinzione che mi sarei lasciato tagliare a pezzi dai Napoletani, impotente, non dirò di difendermi, di muovermi. Il mio pensiero pareva anch'esso gelato come le membra. L'ultima e forse l'unica cosa pensata fu che Cocito, ove si gela, era troppo più terribile pena di Malebolge ove si brucia, e che Dante se ne intendeva.
Trascorse quelle tre ore assassine, venne comandato di rimettersi in viaggio. Fatti venti passi a guisa d'ubbriaco, ricuperai via via l'uso delle giunture e della coscienza, e ridiventai me stesso. Si camminò indefessamente tutta la notte, e fra le altre contentezze si dovette guadare un torrente sino all'inguinaia, ma, rincalorite le membra, non ci si abbadò gran che. Abbiamo corso il tramite d'una freccia tra quelle foreste e quei valloni verso mezzodì, per isguizzare dall'abbracciamento stimato inevitabile del destro corno borbonico.
La sùbita partenza ci crucciò soltanto in causa della munizione. Temevamo che il nemico l'avesse sorpresa strada facendo, e per giunta avesse fucilato i portatori. Non potevamo attenderla a Pedavoli senza essere tagliati fuori da Aspromonte, senza smarrire l'obbietto delle nostre manovre.
Il momento era grave. Il nemico, dieci volte più poderoso, c'inseguiva come un limiero. Qualche giorno ancora e avrebbeci presi o gettati in mare. Impossibile nè voluta una contromarcia al nord. L'opportunità e la fortezza dei siti rese inutili dal difetto delle munizioni. O cedere o morire. Il dilemma sfolgorava dinanzi agli occhi ardente e inesorabile. Spartite le poche vivande della casa dei Forestali, furono scarsa colazione. Nessuna speranza di mule per il desinare. La vigilia si mangiò una sola volta, il mattino, in Pedavoli. E la dimane? E il giorno appresso? Abbandonando l'altipiano dovemmo dire un mesto addio alle patate. Sulla massima altezza di Aspromonte, nella più stupenda foresta di pini veduta da me, le pigne vennero invece di patate. Taluno susurrò di travestimento, di discesa all'opposta marina, e di veleggiamento alla chetichella per Catania. Tal'altro mostrò buon viso alla capitolazione offertaci dal nemico dianzi:—trasporto in Sicilia armati—onori di guerra. Ma codeste pusillanimi ciarle senza conseguenze, derise e respinte da altre ciarle contradditorie, interruppe un grido prolungato d'entusiamo riecheggiato per la pineta.
Due intrepidi abitanti di Pedavoli, conducendo tre mule cariche, seppero schivare il nemico, deluderne l'attenzione, e con travagli incredibili camminando giorno e notte per sentieri assurdi, portarci cartucce e pane.
—Credete che il pane sia avvelenato? io chiesi sogghignando aPlutino.
—Perchè?
—Lo cossero fornai di Pedavoli!
—Ma la morte di Romeo?
—Ma la vita di noi!
—Insomma, volete indurmi a perdonare.
—E a mangiare il pane.
Adunate in circolo le sparute genti, il maggiore disse con tranquilla energia:—I nostri sforzi furono coronati; il nemico s'ostinò sulla nostra orma indebolendo grandemente le linee dello stretto. Noi siamo quasi circondati. Ma adesso che abbiamo le munizioni, possiamo farci valere per tre o quattro giorni ancora. Il nemico mi propose una capitolazione onorevole. Risposi che i garibaldini non capitolano. Ho interpretato il vostro pensiero?
—Sì, urlarono cinquecento bocche.
—Ma se alcuno tra voi non si sentisse la virtù pari al cimento, se ne vada sin che c'è tempo. Fra qualche ora sarà troppo tardi.
Egli tacque. E seguì un silenzio solenne. Indi riprese e dimandò:
—Nessuno parte?
Ogni capo di compagnia rispose:—Nessuno.
Proseguendo di cresta in cresta verso il sud e solleticando il nemico a tenerci dietro senza che mai gli riescisse fatto di ghermirci, improvvisamente la notte del diecisette ci gettammo sull'altro versante dell'Appennino, e dopo venti ore disastrose per dorsi cirenei e calvi, non consolati mai d'ombre nè di fontane, sostammo nel fondo d'una valle.
Alla sinistra, sul fianco d'una montagna rocciosa, scoscesa e per avventura inespugnabile, biancheggiavano in lontananza le case di Bova, le quali si specchiano nell'Jonio. Alla destra ergesi un colle a pan di zucchero, sulla cui sommità sembra che esulti il paesetto di San Lorenzo.
Il colonnello Plutino vigorosamente perorava per Bova:—Ivi troveremo un sicuro rifugio fino allo sbarco di Garibaldi. Conosco il sito e gli abitanti e ne rispondo.
E il maggiore con amaro ripiglio:—Noi venimmo qui per batterci e non per nasconderci. Con tale intendimento, suppongo, Garibaldi ci affidò questo posto d'onore. Occuperemo San Lorenzo. Di là minacceremo la linea nemica da Melito a Reggio; come d'in sulla cima d'Aspromonte l'abbiamo minacciata da Torrecavallo a Palmi.
A raffermarci in cosiffatto proponimento capitò il signor Rossi, sindaco di San Lorenzo, il quale in nome dei suoi conterranei ci ha invitati colassù «per la vita e per la morte.» Montati su quell'eccelso apice, vi fummo ricevuti a braccia aperte e generosamente ospitati. Il sindaco aperse la sua casa allo stato maggiore: poltrone, sofà, letti elastici, zanzaliere; ogni bendiddio! bagni, specchi, pavimenti alla veneziana. Dopo la capanna del pastore, la fattoria di Sant'Angelo e la casa dei Forestali, l'appartamento del sindaco ci parve la reggia di Priamo.
Il diecinove, eletto presidente della Commissione di difesa e d'approvigionamento, spiccai varie squadre alla requisizione di bovi e di farine, e fortificai il mulino ad acqua alla radice del monte. I Calabresi dovevano presidiare la cittadella e i duecento infestare i regii lungo il semicerchio della via consolare alla marina da Amendolio a Melito, a Montebello, a Motta San Giovanni: centro San Lorenzo. Il nemico, custode della costa, s'accinse alle offese, e di tal forma la bisogna procedeva letteralmente secondo le nostre intenzioni.
Chiamato il sindaco, gli susurrai:—Signor Rossi, il vostro comune dovrebbe compiere un atto coraggioso e importante.
—Quale?
—La decadenza della dinastia borbonica e l'inaugurazione della dittatura di Garibaldi, in nome della libertà d'Italia.
—E chi salverà gli abitanti dalla vendetta del re?
—Noi, deliberati di combattere sino all'ultimo fiato, e Garibaldi che verrà fra poco. Non sentite l'aura ispiratrice delle grandi cose? Non vi seduce la gloria che questa piccola terra abbia, per prima al di qua del Faro, osato bandire il diritto umano e il diritto della patria italiana in danno e in onta dell'esosa stirpe che da centotrent'anni disonora il nobile popolo meridionale? Non vi sorride l'onore di associarvi il nome vostro?
A queste parole il sangue fluttuava alla testa del brav'uomo; goccioloni di sudore gli colavano dalla fronte; le sue obbiezioni divenivano più fiacche; io lo urgeva, se non con potenza d'argomenti, certo con molto gesto e con fervidezza di sguardi e d'accento. Finalmente egli se n'andò sclamando: «Vedremo!» Raccolse subito il Consiglio comunale. Entrarono i padri coscritti in brache corte, in sandali, in cappello conico, in manica di camicia, colle mani callose, colla pelle abbronzata, ma col cuore schietto e chiuso al timore. Un'ora di poi s'udì il tamburo che chiamava il popolo a comizio.
Dal balcone del comune il sindaco, circondato dai padri, proclamava il governo nazionale. Tuono d'assensi, applausi e pubbliche allegrezze.
—Voi, mi stillò all'orecchio l'indomani il prudente colonnello Plutino, al quale non gradivano forse questi atti d'indole popolare, vi addossate con troppa leggerezza la risponsabilità di vedere probabilmente raso il borgo e trucidati i borghigiani.
—Non avrò tempo pel rimorso, considerando che dovremo esser rasi e trucidati noi dapprima.
Il fragore del cannone troncò il nostro dialogo.
Senza indugio riunimmo i soldati. Il cannone romoreggiava indefesso.
—Garibaldi! Garibaldi è arrivato, ripeteva giubilando ciascuno di noi. Prorompendo tutti da San Lorenzo alla marina, un corriere al galoppo recò il seguente biglietto al maggiore:
«Sbarcai a Melito. Venite
Alle sette con affrettato passo si giunse sul monte che sovrasta a Melito. Sul monte parallelo e separato dal nostro per una stretta e profondissima gola accampava Garibaldi con quattromila uomini. Un grido prolungato di gioia e un agitar di berrette salutarono la nostra venuta. Era la sera del 20 agosto. Giù a mare ilFranklin, che trasportò Garibaldi, giaceva arenato, ilTorino, fulminato da due navi borboniche, divampava, ed una terza nave mandava a noi un benvenuto di granate e di bombe. Il mattino del 22 eccoci sotto Reggio. Garibaldi, impegnato già nell'assalto, aveva guadagnata un'altura che domina la città. Quivi lo rivedemmo a mezzogiorno. Ci accolse amorosamente e ci beò col suo sorriso.
Frattanto il nemico da un colle più elevato ci tempestava con un micidiale fuoco di fila. Garibaldi ne lo sloggiò alla baionetta. Ma alle spalle il forte, nel cuore della città, ci disturbava. Garibaldi ingiunse al maggiore di scegliere una trentina dei nostri cacciatori, di accostarsi al forte cautamente e tirare ai cannonieri. Affacciato a un poggetto, soggiunse ai trenta che discendevano:—Spargetevi per ischivare la mitraglia. Non voglio un solo ferito.—Il maggiore, inteso ad altre cure, ne affidò a me il comando. Io li condussi a mezzo tiro di carabina. Eglino uccisero buona parte dei cannonieri. Noi avemmo un solo ferito. Destri e coraggiosi, in due ore di fuoco incessante costrinsero il forte a inalberare la bandiera bianca e ad arrendersi.