III.

In quel giorno furono promossi i topi che aiutarono il leone. Io diventai luogotenente.

Veni, vidi, vici.

La sera della espugnazione di Reggio, Garibaldi, siccome suole, coricossi alle otto e mezzo. In letto egli costumava leggere i giornali, fumare mezzo sigaro, e ciarlare confidenzialmente con alcuni amici suoi del quartier generale, che ritti gli facevano cerchio.

Il generale Bixio, entrando vivacemente, avvertì il dittatore che il nemico ritiravasi lentamente verso Villa San Giovanni, e dimandò se dovevasi sorprenderlo. E Garibaldi, affisando con sembiante di compiacenza l'audacissimo fra' suoi luogotenenti, che gli favellava in vernacolo genovese sì caro ai suoi orecchi:—I nostri soldati hanno bisogno di riposo, e voi curatevi la ferita. Domani sorprenderemo il nemico.

—Sto benissimo, replicò Bixio, col braccio sinistro al collo, colpito di palla il mattino.

E Garibaldi sorridendo:—Le palle che feriscono voi, sembrano di pastafrolla!

Poi dirigendosi al suo Basso fedele:—La carrozza per le cinque.

—Scommetto che il generale, Bixio nell'andarsene bisbigliò a Basso, fa assegnamento di pigliarsi con una scarrozzata le due brigate borboniche.

Garibaldi rifecesi brioso e ringiovanì come al padiglione della reggia di Palermo. Nella sua lunga missione di liberatore, quel giorno deve segnalarsi fra i più luminosi perchè dei più decisivi.

Calatafimi preluse a Palermo: Reggio a Napoli. Aggiugni che lo sbarco a Melito gli costò più pensieri dello sbarco a Marsala.

Volgendo il discorso al marchese Trecchi suo aiutante, inviato e agente di Vittorio Emanuele, dissegli con qualche mestizia, ma senza amarezza:—Il vostro ammiraglio Persano aveva l'ordine di lasciarmi colare a picco.

Quivi Nullo mi susurrò in linguaggio bergamasco:—E senza la miseria d'un palischermo per salvare il marchese, amico di casa!

Udillo il generale e rise; indi ripigliò:—Per passare lo stretto ci fu mestieri girare mezzo Mediterraneo da Messina a Caprera, a Palermo, alle acque di Malta, a Melito, e Persano con due fregate gustava da Messina la musica delle cannonate borboniche contro i nostri tapini vapori da trasporto.

—L'ammiraglio ed i suoi padroni vollero tributarvi tutto il merito dell'impresa, generale, io soggiunsi ironicamente, sbirciando il marchese il quale, uomo senza fiele, e forse impensierito del bagno in cui l'avrebbero abbandonato gl'ingrati amici, si ritirò con noi facendo eco alle celie.

Alle cinque Garibaldi chiamò Missori, promosso la vigilia a tenente-colonnello:—Precederete colle guide la mia carrozza verso San Giovanni, non più d'un miglio.

—Permettete, generale, che vada anch'io colle guide? dimandai. Ed ottenni.

Eravamo una ventina. Le guide a cavallo formavano a un dipresso la guardia del corpo; leggiadri ed eleganti giovani di famiglie distinte dell'Italia superiore, o patrizi, o proprietarii, o studenti. La presenza di Garibaldi, che rende valenti i timidi, aveva esaltato il loro coraggio siffattamente che ne nacque tra essi una tacita gara d'audacie e di follìe. Il generale in ogni occasione andava temperando quella foga e:—Non più d'un miglio dalla mia carrozza (replicò al comandante Missori); segnalato il punto d'arrivo del nemico, datemene notizia.

Il generale Cosenz doveva sbarcare a Bagnara colla sua brigata, precludere ai regii la ritirata per via di terra, e, côlti tra due fuochi, stringerli ad accettare battaglia in condizioni sfavorevoli, o ad imbarcarsi: ciò che agevolmente poteva loro riescir fatto, coperti dai forti di Punta del Pezzo, di Torrecavallo, di Altafiumara e di Scilla, e protetti dalle navi di guerra; imperocchè la strada maestra costeggia la marina.

Gli aiutanti e una scorta di duecento soldati a piedi seguivano la carrozza. Noi la precedemmo al galoppo del miglio prescritto ed anche di due.

La riviera orientale dello stretto è tutta florida di paeselli, di ville, di giardini, di piante odorifere, di melagrani, di laureti e di vigne. Sotto un viale d'aranci, un gentiluomo ci apparecchiò alcuni canestri d'aurea uva e di fichi. Egli dissemi con poetica elocuzione:

—Il passaggio dei vostri cavalli traccia una riga corruscante; luce della libertà.

Gli abitanti accorrevano e ci guardavano attoniti, sentendosi ad un girar di ciglio sciolte le mani dalle antichissime catene.

In breve si cominciò a pestar la coda regia, afferrando parecchi soldati rimasi più del necessario al vino e all'acquavite. Com'eglino cadevano in nostra potestà, li consegnavamo alle guardie nazionali del villaggio, che di tanti militi ingrossavasi all'istante di quanti fucili erano presi.

Mentre ci occupavamo dei prigionieri, Missori, il tenente Damiani e altri corsero a diporto sino alla vista della retroguardia.

Ritornati, ci narrarono d'averla avvicinata a trecento passi, e condussero nuovi prigionieri. Ond'io al maggiore Nullo:

—Andiamo a vederla anche noi.

—Vi attendo qui, fece Missori, perchè di quattro miglia precorremmo già il generale.

Nullo, il sottotenente Ergisto Bezzi, io, il sergente Quajotto di Mantova e due guide, a spron battuto muovemmo a satisfare la nostra curiosità. Alle prime case della lunga borgata di San Giovanni sovrapposta al forte la Punta del Pezzo, il conduttore della diligenza, trattenuto e interrogato da Nullo, ci assicurò essersi i borbonici di molta via dilungati. Egli favellava con voce dispettosa e ci guatava con occhio bieco.

—No, no, costui v'inganna! affermarono in coro i paesani.

Ed io a Nullo:—Arrestiamolo; ha il muso sinistro e probabilmente indosso carte nemiche.

E m'apposi. Frugato, saltarono fuori lettere del generale borbonico ad agenti borbonici in Reggio, per ragguagli sulle forze e sulle mosse di Garibaldi.

Allora i paesani uscirono nella seguente argomentazione:

—Spia del nemico, dunque s'impicchi.

Ma Nullo tagliò in due l'entimema dicendo:

—La cura di ciò al dittatore; per adesso lo do in custodia della guardia nazionale.

Noi proseguiamo il nostro galoppo. Gli abitanti, dalla strada e dalle finestre mirando le sei camicie rosse in tanta fretta sulle calcagna delle truppe regie, opinano si tratti d'oratori al nemico. Indi a poco, girato un gomito della strada, c'imbattiamo in un corpo di cinquanta soldati, su due file, l'arma al piede, al di qua di un ponte. Con impulso unanime ci avventiamo loro addosso a briglia sciolta vociando:

—Abbasso le armi, siete prigionieri.

Côlti all'impensata, impauriti dalla tempesta dei nostri cavalli e dal tuono imperioso della nostra intimazione, quei soldati posano le armi a terra. Ma comparsa sul ponte nell'istesso momento una testa di colonna, gli arresi ripigliano il fucile. Avevamo questi di fianco, quella di faccia. Che fare? O perire fuggendo, o perire assaltando. Eravamo sei. Ciò dico ora; allora mancava il tempo da ponderare le probabilità. L'intimazione, la comparsa della colonna, la ripresa delle armi e l'avanti fulmineo di Nullo si succedettero in quattro battute di polso. Confitti gli sproni nei fianchi dei cavalli, in un baleno balziamo sul ponte. Davanti alla nostra furia apresi la colonna, ed eccoci sull'altra sponda del torrente fra le braccia della brigata Briganti, distesa parallelamente alla strada sul largo della piazza di Villa San Giovanni: presso al ponte due squadroni di lancieri, quindi l'infanteria. Col grido diviva Garibaldi, deponete le armi, venite con Garibaldi, percorriamo da un capo all'altro la fronte della brigata a guisa di rassegna in campo di manovre. E poichè gl'immobili e sbalorditi soldati nè ci ammazzano, nè ci imprigionano, frenando al passo i cavalli cominciamo su tutta la linea l'aperta propaganda di ribellione.

—Garibaldi costà coll'esercito doppiato da nuovi sbarchi, là Cosenz con quattromila uomini vi circondano. Voi italiani come noi. Perchè questa guerra fraterna? Unitevi a Garibaldi. Andiamo insieme a Venezia contro lo straniero. Garibaldi conserverà i vostri gradi. Vi chiamò valorosi Garibaldi a Calatafimi, ma le vostre battaglie, combattute per un tiranno, sono ingloriose. Volete la gloria? combattete per la libertà d'Italia. Stracciate le insegne del vostro re, il quale vi disonora. Venite con noi, o arrendetevi. Viva l'Italia! Viva Garibaldi!

La nostra franchezza, l'inusitato linguaggio, il caso nuovo di sentirsi arringati dai nemici, il nome di Garibaldi, l'arcano influsso dei tempi, la convinzione che i nostri li abbiano investiti, alcune o tutte insieme tali cause, producono l'effetto che numerosiviva l'Italia, viva Garibaldiscoppiano da quelle schiere, e molti soldati dipartendosi dalle file, vengono a baciarci le ginocchia, le mani, l'arcione.

Gli ufficiali, dispostissimi a rimpolpettarci con quattro palle in petto, interdetti dallo inatteso entusiasmo dei gregari, tacciono con viso ostile. Ma avvedendosi che per poco andare la brigata ci stende la mano e si sfascia, raccolgonsi insieme in consiglio.—Succede un intervallo di silenzio e di aspettazione. Io antiveggo in quel silenzio il tentativo fallito e il nostro eccidio, riflettendo che i medesimi soldati si batterono accanitamente in Reggio venti ore prima. Un caporale veterano, appoggiato ad un colonnino dirimpetto alla sua squadra, e che io notai a far segni e strisce irose per terra col calcio del fucile, principia a discorrere della fedeltà militare, del giuramento e dell'onore. Sul volto di quei soldati che l'udivano manifestansi indizii d'esitazione e improvvise faville di nuovi e truci pensieri.

Gli slancio contro il cavallo, che impennatosi lo toglie all'occhio dei suoi e gli saetto a mezza voce:—Ti taglio la gola, manigoldo!—Ond'egli ammutolì.

Gli ufficiali intanto comunicarono a noi e alla brigata la risoluzione di rimettersi al voto del proprio generale per passare con Garibaldi o rimanere alle bandiere.

E Nullo:

—Venga il generale! conducete qui il generale.

—Il generale, io soggiungo, comunicherà la sua decisione a Garibaldi.Accompagnamolo a Garibaldi.

Il generale Briganti fu rinvenuto in chiesa, mentre recitava il rosario. Narravasi dopo che vi avesse cercato asilo nell'idea che la brigata fosse avviluppata e senza scampo. L'aspetto ed il contegno di lui smentivano, in mia opinione, la diceria.

Al suo comparire noi gli movemmo incontro con segni di rispetto.

—Generale, fece Nullo con militare concisione, v'intimo di seguirci per trattare col dittatore Garibaldi i termini della resa della vostra brigata. Il dittatore trovasi costì dappresso alla testa dell'esercito.

Il generale, soggiogato dall'accento energico, dall'occhio fiero e dai baffi magiari di Nullo, ma, suppongo, ancora e veramente più dalla scrollata disciplina dei suoi che l'accolsero fra gli evviva a Garibaldi, rispose con sereno ciglio:

—Figliuoli miei, con tutto il piacere!

Nullo ed io gli cavalcavamo ai lati; da tergo una mano di lancieri.

Briganti oltrepassava i sessant'anni; bell'uomo, d'aspetto marziale, garbato ed affabile.

—Ben contento, continuò parlando, di conoscere il glorioso vostro capo, bravi giovanotti. Alfiere sotto il re Murat, militai anch'io per l'indipendenza d'Italia sul Po. Ora la mia fede di soldato è legata a Francesco II, e non la romperò. Del resto, ammiro il vostro valore e m'è simpatica la causa che sostenete.

Ed io:

—Generale, onore a chi serba la data fede!

Ed egli, guardandomi con pupille accese:

—Parole saggie.

—Ma la fede al vostro re vi rende infedele alla patria e vi fa spargere sangue fraterno per mantenerla schiava. La prima fede all'Italia, Voi dovete ricomparire generale sul Po nel 1860, ove foste alfiere nel 1815, contro lo stesso nemico. Ivi l'onore va in compagnia della gloria.

Nel mentre di questo mio sermone di morale politica, spuntava dal ponte una carrozzella di camicie rosse. Missori, non avendo più notizie di noi, venne ad attingerne. Gli abitanti del luogo raccontarongli l'evento, ed egli entrava in carrozza con Damiani, Zasio e Manci, sottotenenti delle guide, nel mezzo della brigata nemica ad alimentarvi il nostro apostolato.

La popolazione accorse in grande frequenza sul nostro passaggio esultando dell'insperata salvazione nostra, su cui stette lunga ora trepidante. Rivedendoci, col generale Briganti, ci coperse d'ovazioni e di applausi, con ciera smarrita, come di chi assiste al compimento di un prodigio.

Garibaldi distava da noi quattro miglia, e il generale Briganti non sapendo capacitarsi di non incontrare un soldato nostro dopo due miglia:

—Dov'è dunque il dittatore? dimandò. Non trovasi così vicino come mi faceste supporre!

Nullo, colle fiamme alle guance, risentito dell'indiretta allusione alla slealtà, rispose con acerbo detto:

—Quando sole quattro miglia separano Garibaldi dal nemico, questi è battuto o preso. Ieri voi foste battuti, oggi siete presi.

Briganti ammutolì e spinse il cavallo al trotto. Io, per indorargli la pillola, vedendolo annuvolato e mortificato, soggiunsi con voce intermittente a cagione del trotto:

—Generale, nella guerra la realtà figura l'ordito, e la finzione il tessuto.

Rallentò egli la velocità, non so se rabbonito dalla mia spiegazione o perchè compiti i sessant'anni non sia troppo agevole parlare trottando. Proferì alcune frasi che non ricordo, quando capitò il marchese. Nullo glielo presentò in qualità di capo del quartier generale.

Il marchese tenente-colonnello mi fece:

—Potete tornare indietro.

Ed io a lui:

—Accompagno il generale a Garibaldi.

—L'accompagno io.

—Ma il generale viene con noi, perchè fummo noi che…

—Me ne incarico io.

La disciplina mi turò la bocca e tornai. Tornò anche Nullo, abbandonando al marchese gli allori per la non sua impresa. Nondimeno qualche minuto di poi voltai il cavallo e arrivatogli a panni gli dissi all'orecchio:

—Spedite un aiutante a schierare opportunamente i duecento soldati usciti da Reggio. Briganti crede presente l'esercito. Importa non si ricreda.

Indi mi ricongiunsi a Nullo, dirigendoci ambidue verso la brigata per rinfocolarvi lo spirito della rivolta. Ma dovemmo cedere alle istanze dei borghigiani, che vollero scendessimo in casa d'uno di loro a ristorarci. Con argomentazione perentoria agguantate le briglie ci forzarono all'obbedienza. Discinta la spada, mi beatificai con un catino d'acqua fresca, adocchiando contemporaneamente nella propinqua sala la mensa festante di diverse frutta che parevano colte nel paradiso terrestre, onde tardavami d'irrorare la gola arsa dal caldo e dalla sete, allorchè un paesano salendo le scale a salti con voce trarotta ci avvertì che un picchetto di lancieri borbonici spesseggiava, per riunirsi alla brigata. Colla faccia tuttavia bagnata e grondante, monto in arcione e mi precipito dietro quei cavalieri. Avevo un cavallo di sangue inglese che volava come Baiardo. Nullo balza in sella un istante dopo, ma lo lascio indietro a perdita d'occhio. La briglia sul collo del corsiero, oltrepasso il picchetto nemico. Girato il cavallo, grido ai sopravvegnenti:

—Indietro! siete prigionieri: al quartier generale di Garibaldi!

Un maggiore, due capitani, un medico di reggimento, quattro sergenti e otto soldati.

Il maggiore, conte C…, sguainò la sciabola.

Adesso, pensai, m'infilzano.—Io ripetei immantinente, ingrossando la voce:—Indietro! e soggiunsi:

—Anche il generale Briganti sta in nostra mano.

—Andiamo a Garibaldi, esclamarono i soldati voltando i cavalli. Alle parole e ai movimenti dei soldati, il maggiore, ringuainata la sciabola, mi disse con isforzata rassegnazione:

—Dunque prigioniero; ho una bandiera ed è vostra.

—La darete a Garibaldi. Italiani voi come noi, fatevi soldati della libertà. Avrete avanzamenti e combatteremo insieme gli Austriaci,

Frattanto sopraggiunse Nullo.

Alla mia concione enfatica, piovuta sull'animo degli ufficiali, come acqua sulle piume di un'oca, il maggiore di rimbecco replicò con ironia signorile:

—Gli Austriaci sono lontani e i nostri costà d'appresso. Per arrivare a quelli bisogna battere questi. Vi pare!…

Ma i sergenti facendo caracollare i cavalli mormoravano:

—Sì, andiamo con Garibaldi.

E dopo di loro i soldati. Il conte accigliato seccamente gli ammonì con queste parole:

—Obbediremo ai comandi del nostro capo.

L'interrogai d'onde venissero, e mi rispose:

—Da una ricognizione.

—V'ho acchiappati in tempo, amabilissimi, ragionai meco stesso: se foste riusciti alla vostra brigata, l'avreste indotta a decampare più che di passo, annunciando Garibaldi discosto con iscarsa gente. In quanto al vostro generale, avreste, al postutto, sperato di cambiarlo coi nostri uffiziali in carrozzella.

E al maggiore non mancava l'animo a ciò, sibbene l'appoggio del suo manipolo.

Durante il cammino si ciarlò di politica, di guerra e perfino di letteratura. Egli si appalesò cavaliere e di molti studii.

In fama difilibustieri, ci ascoltava con istupore, scoprendone gentiluomini.

Garibaldi alloggiava nella casetta di un campagnuolo. L'anticamera riboccava d'uffiziali, di patrioti del vicinato, e di corrispondenti di giornali esteri.

—Oh! proruppe il marchese.

—Tant'è, caro marchese, eccomi qua: vi presento il conte C…, maggiore, e questi signori capitani. E me n'andai per non essere indugiato nell'entrare in camera di Garibaldi.

—Non si può, non si può! mi cantarono, impedendo il passo alcuni aiutanti di campo; il generale è in colloquio con Briganti.

—Briganti o non Briganti, bisogna che gli parli senza ritardo.

Dibattuto il sì e il no calorosamente fra le due parti, alfine Basso mi annunciò. Entrai.

—Una parola, generale.

Briganti si ritrasse in disparte a guardare alcune vecchie carte geografiche appiccicate alle pareti. Noi ci accostammo alla finestra. E Garibaldi a me:

—Che lancieri sono codesti?

—Nullo ed io li facemmo prigionieri or ora con un maggiore e tre capitani.

—Ebbene, che cosa volete?

—Generale, penetrammo nel campo nemico a predicarvi la ribellione; gli animi della brigata sono sossopra; gli ufficiali si peritano, ma i soldati vogliono posare le armi. Basta che voi mandiate a gran passi le due compagnie onde adesso disponete a far atto di presenza presso il campo borbonico, avanguardia presunta dell'esercito. Sola condizione espressa per decidere la brigata ad arrendersi.

Io ritenevami tanto sicuro del fatto mio e con tanta foga di convinzione pronunciai il mio sermone che m'aspettavo dal generale un sì di petto. Egli con favella pacatissima rispose:

—Lasciate andare: non ve ne fidate; io conosco questa razza di gente; lasciate andare!

E qui calarono le penne della mia presunzione. Nondimeno insistetti, ed egli, non avvezzo a repliche, si tirò sugli occhi il cappellino. Al noto segno di mal'umore, io sull'istante soggiunsi colla mano alla visiera:

—Generale, sempre agli ordini vostri.

—Bravo, fecemi con amichevole accento; ed uscii.

—Nullo, andiamo.

Afflitto e irritato lo ragguagliai dell'abortita opera nostra, censurando il rifiuto del generale.

—Se egli, come noi, conchiudevo, fosse stato testimone della dissoluzione morale della brigata, avrebbe mandato le due compagnie in carrozza.

I compagni nostri, che desinavano cogli uffiziali borbonici in un'osteria contigua all'accampamento, divisero il nostro dispetto e il nostro cordoglio, rinacerbito poscia dall'arrivo di Briganti, del maggiore e dei capitani, che sedettero a mensa con molta fame e con assai tranquillità.

In su quel punto una guida ci avvisò ansiosamente dell'arrivo di Garibaldi. Salutati i nemici, fummo in sella in un lampo con lo spavento in cuore non gli fosse teso un agguato; e via alla carriera… Incontratolo a breve tratto di là, con la solita calma ci disse:

—Venite meco.

Abbandonata la strada maestra, pigliammo il monte a dritta. Gli cavalcava a lato un prete, che appellavano don Cicillo, in qualità di conducitore, e dopo mezz'ora si smontò ad una villa signorile. Da un finestrino del granaio, Garibaldi si pose a speculare col cannocchiale San Giovanni, la brigata Briganti e superiormente una seconda legione nemica.

—Che soldati son quelli? chiese Nullo a don Cicillo.

—La brigata Melendez.

Non istette guari a spuntare sulla via tortuosa incassata nel monte ragguardevole colonna de' nostri.

Tutti i vincitori di Reggio. Garibaldi appena riseppe dell'avventurosa visita di noi sei nel campo nemico, della conseguente sospensione della ritirata, degli animi titubanti dei borbonici, del loro generale costretto a parlamento, mandò frettoloso comando che si vuotasse Reggio di soldati, sollecitandoli verso San Giovanni per sentieri indicati. Compresi allora il riposto significato del diniego di lui ai miei inesperti suggerimenti, arrossii delle mie critiche e mi persuasi che non conoscevo sillaba delle cose di guerra.

Garibaldi e don Cicillo davanti, noi di dietro, e dietro di noi la colonna, silenziosi e cauti si girò il monte di San Giovanni. Protetti dall'oscurità, il generale condusse i suoi battaglioni all'opposto versante e li dispose in triplice semicerchio sulla sommità sovrastante agli accampamenti regi. Colassù, verso le dieci, una staffetta gli recò la novella che il generale Cosenz, sbarcato la vigilia con due mila uomini a Bagnara, e combattuto a Solano, attendeva un cenno ai Forestali. Garibaldi al chiaro di luna scrisse col lapis in un pezzetto di carta: «Venite subito sopra San Giovanni a marcia forzata.» Poi chiamato Nullo:

—Scegliete cinquanta uomini di vostra fiducia, stendeteli in lunga catena e, radendo il suolo come draghi, avvicinatevi alle prime linee dei regi. Molestateli tutta la notte, impedite che ei dormano e innanzi l'alba coll'istessa diligenza ritornate.

Innanzi l'alba si discese a piedi in più bassa parte, occupando il monte da un fianco all'altro in linee concentriche. Sulla sinistra fu collocata sovra un poggio la riserva, e l'artiglieria più in giù; a diritta la strada maestra, unico passaggio, volgendo ad angolo, insuperabilmente dominavano i carabinieri genovesi. Impossibile la ritirata o la fuga. Al primo sole il nemico si trovò costretto dalle braccia di ferro di Briareo. Mentre i battaglioni gli sfilavano sotto gli occhi aprendosi come branche di scorpione, Garibaldi comandava e raccomandava non rispondessero al fuoco del nemico, il quale ci tempestava con quattro obici e colle carabine dei cacciatori.

Garibaldi poscia andò a collocarsi solo e ritto, siccome statua sovra piedestallo, sulla calva cima del monte. Visibile a tutti gli sguardi, vedevalo anche il nemico e salutavalo con una pioggia di granate che cadevangli intorno o scoppiavano in alto. Cinquemila camicie rosse in una serie di curve parallele gli fiammeggiavano ai piedi, formidabili e pittoresche. Alla base agitavansi irosi e impotenti i nemici ch'ei sbaragliò tante volte, e di prospetto esultava bellissima e maestosa la Sicilia ch'ei liberò. Era l'apoteosi dell'eroe.

Conferito il comando di ciascuna linea ad un suo aiutante di campo, ordinò a me di unirmi al marchese.

Ambedue, passeggiando da un capo all'altro della nostra schiera, si vigilava affinchè i soldati non perdessero l'imposta pazienza.

Il nostro silenzio non sembrava vero al nemico, il quale raddoppiava di vigore e di precisione ne' suoi colpi invendicati. Ognuno di parte nostra sedeva sul pendìo col fucile per terra, aspettandosi d'un punto all'altro di passare a miglior vita da quella comoda giacitura. Nè tutti più tardi si rialzarono. Udivo un sordo fremito nelle file e notavo la mal celata ansietà di placare le ombre dei compagni spenti, sommergendo i regi nello stretto. Pure, durante tre ore consecutive di quella gragnuola di palle, non un solo schioppo si sparò dal nostro campo, benchè l'avanguardia fossesi accostata ad un tiro di pistola all'opposta avanguardia.

A me quella inflitta immobilità e quell'astensione dalle offese apparivano enigmi indecifrabili; ma, rimembrando il granchio del giorno prima, non dubitava ne dovesse emergere un risultato solenne quanto imprevedibile.

—Caro marchese, io cominciai, sediamoci qui, e fumiamo un sigaro.

—Non fumo che dopo colazione.

Nell'accendere il sigaro, una granata scoppiata a pochi passi ci gettò sul volto grumoli di terra.

—Ecco la colazione; fumate, marchese.

—Per aver pace fumerò.

Le palle dei cacciatori sibilavano spessissimo vicino a noi; onde io ricominciando:

—Certamente, marchese, vi riconobbero. I cacciatori vogliono uccidere l'amico del re nemico. Vi veggo e non vi veggo.

—Ma voi non siete qui anche voi?

—Sì, ma non partecipo ai vostri amori, e codeste le sono palle che non mi riguardano.

—Stranezze di voi altri repubblicani! Di razza felina, dicono: per altro nella vostra specie ridonda la giovialità. Ma bando agli scherzi: qui tirano da indemoniati; se morissi, raccogliete questa mia borsa ad armacollo; la seconda tasca contiene una carta depositaria delle mie ultime volontà. Consegnatela alla mia signora, in Reggio.

—Povera e bella signora! dovrò raccomandarla al vostro re?

—No, perdio!

—Ho capito…

Alla quarta ora Garibaldi fece inalberare bandiera bianca, e scorgemmo ondoleggiante dal tetto d'una casuccia in prossimità del nemico una coperta di lana confitta ad un palo e sostenuta da un soldato. Di repente il soldato stramazzò boccone sul declivio del tetto e la bandiera cadde su esso.

—Gli mancò un piede, dissi al marchese; si rialzerà, ma ciò prova che Garibaldi e bandiera bianca stanno insieme, come l'acquasanta e il diavolo.

—Pregiudizi! sclamò il marchese con filosofico sogghigno.

Se non che l'oste moltiplicava le offese, il soldato caduto non si rizzava, ed un secondo spuntò dall'abbaino a risollevare la coperta di lana.

—L'hanno ucciso! l'hanno ucciso! Ah! gl'infami! ognuno gridò; e tutti, punti dall'istesso sdegno, si vibrarono sui piedi minacciosamente. E non si stimi lieve assunto l'averli frenati. Il fuoco indi principiò a rallentare, e grado grado tacque. Chiamati, il marchese ed io salimmo a Garibaldi.

—Andate a Melendez, egli comandò al marchese, intimate che consegnino le armi, e che se ne vadino a casa.

Discese il nobile oratore, e a suon di trombetta entrò nella tenda del generale regio.

In questo mezzo la staffetta della vigilia ricomparve a narrare imminente l'arrivo della brigata Cosenz da Aspromonte.

—Movetele incontro, ingiunsemi Garibaldi, e schierate un reggimento sulla sommità del monte. Il secondo gli si accampi da tergo di riserva.

A un quarto d'ora di là sostava l'ambulanza generale proveniente da Reggio, e con essa rividi dopo venti giorni la moglie mia, la quale mi donò un paio di floride pesche. Assegnati i luoghi alla brigata, porsi a Garibaldi la più bella pesca del paio, che gli fu inaspettata, peregrina ed unica vivanda in quella giornata.

La brigata Cosenz, opportunamente venuta e stesa a foggia d'immenso festone sull'arco della montagna, completava la scena stupenda e conferiva a noi, per la prima ed ultima volta durante la campagna, una superiorità assoluta sui borbonici.

Il corpulento marchese, affannato dall'alpestre passeggiata, accompagnò al dittatore due uffiziali a parlamento, un capitano e un sottotenente.

Garibaldi sedeva a terra fumando, dopo mangiata la pesca, l'invariabile mezzo sigaro. E noi lì da presso.

Si volse al capitano con ciera fosca e con un punto interrogativo. Il capitano, avvezzo alle etichette militari, alla pompa delle decorazioni, degli spallini e dei pennacchi, parve sorpreso della giacitura del generale, dell'abito modesto, del cappellino più modesto, del mezzo sigaro d'un soldo e della squallida comparsa dei suoi aiutanti. Tradendo da fuggevoli contrazioni della bocca un senso d'alto dispregio, si diffuse in una lunga parlata sulla efficacia delle proprie posizioni, sulle forze prepotenti, sulle navi, sull'arrivo del general Viale.

E Garibaldi troncando quella sventurata eloquenza:

—Veniamo al fatto. Posso trarvi prigionieri o gettarvi in mare; ma vi lascio partire disarmati o venire col vostro grado al mio campo. Vi do tempo sino alle due pomeridiane. E rimandolli.

—Meglio gettarli in mare e vendicare il soldato della bandiera bianca assassinato, proruppe un sottotenente vestito a nuovo e assiso sul ciglione.

Garibaldi, udendo il feroce consiglio, girò lentamente il guardo sul crudele interlocutore.

—Chi è quel gagliardo? m'interrogò sottovoce.

—Gallenga il regicida, corrispondente delTimes.

Non sorrise egli, perchè grave pensiero l'occupava in quel punto, ma l'ala dell'ironia gli sfiorò, passando, le gote.

Quivi un episodio alla marina richiamò l'universale attenzione. LaBorbona, pirofregata regia di 50 cannoni, transitava fra Scilla e Cariddi.

La nostra artiglieria da campo, in batteria alla spiaggia del Faro, osò attaccarla. Noi godevamo di lassù, come da loggia di anfiteatro, lo spettacolo nuovo e ammirando. I nostri giovani artiglieri tiravano da disperati. Notavamo con chiara veduta ogni colpo esatto o fallito, e con cuore palpitante esclamavamo:

—Basso! alto! bene! ancora!

A Garibaldi

«Sì buon guerrier al mar come all'asciutto»

scintillavano gli occhi d'inusitato splendore.

—Peccato che si guasti, perchè nuova, gorgogliava il marchese. S. M. il re Vittorio Emanuele non ci manderà le sue congratulazioni per questa ragazzata.

—Laissez les enfants gagner ses épérons, risposegli Garibaldi senza staccare dal ciglio il cannocchiale.

Prime armi in vero della sua artiglieria!

Mutò i fianchi più d'una fiata la nave superba, e molti danni e morti seminò, ma s'ebbe accoglienze di mano in mano più aspre. Più spessi i colpi e più certi partivano dai nostri cannoni, ed essa, o fosse elezione o necessità, si risolse di proseguire la rotta, bersagliata a poppa meglio dal furore che dalla ragione, poichè si tirò anche quando le palle non arrivavano, e quei rimbombi innocenti sembravano od erano salve di gaudio.

Ripresentatisi oratori gli stessi uffiziali, invece dell'attesa risposta perentoria, fecero scialo di retorica, tentarono tergiversazioni, chiesero dilazioni, allusero alla speranza di vicini aiuti, o d'imbarchi notturni, e nell'ipotesi d'una combinazione posero patto indeclinabile la promozione di tutta l'uffizialità. Garibaldi, abbassato il cappellino, tuonò:

—Non mercanteggio, ed ora rifiuto gli uffiziali. Andate voi a Melendez, proseguì indirizzandomi la parola, e tirando di tasca l'oriuolo: intimategli la resa a discrezione entro venti minuti dall'arrivo. Sono le quattro; alle quattro e trentacinque assalterò. Avvisatene Menotti all'avanguardia. Andateci anche voi, soggiunse al marchese e al capitano Angelini.

Calammo a gran passi, per giugnere nel quarto d'ora prescritto.

Discesi all'avanguardia, Menotti, insofferente di nuove dimore, scoppiò con labbro corrucciato:

—Ancora parlamenti! Se comandassi io! Papà è troppo buono!

Io gli comunicai i comandi del padre suo, e procedemmo oltre.

Toccato l'intervallo che separa i due campi, gli oratori regi ci inculcarono di rimanervi perchè non guarentivano la nostra vita dal furore dei soldati.

—Riferiremo noi al generale Melendez l'ultimatumdi Garibaldi, e ritorneremo qui a parteciparvi la volontà del nostro capo.

Indignato più che stupito dallo strano linguaggio, risposi:

—Noi non temiamo il furore dei vostri soldati. Se con aperta violazione del diritto delle genti saremo assassinati, Garibaldi ci vendicherà. Non uno di tutti voi escirà vivo da questo campo scellerato. Guardate!

E col dito indicai le nostre schiere che si condensavano alla nostra volta.

Il sole piegato all'occaso suscitava un infinito sfolgorìo dalle baionette agitate e brunite. Il rumore cupo della marcia concitata e a balzi, e lo strepito delle armi, pervenivano chiari al nostro orecchio. Quella paurosa sensazione penetrando, pel duplice adito della vista e dell'udito, al cervello dei soldati borbonici, deve avervi raddrizzati alquanti pensieri irrazionali.

—Ora, ripigliai, conducetemi alla presenza di Melendez.

Ivi la china del monte s'interrompe e dilatasi in largo piano orizzontale, festante di vigneti e d'orti, ove campeggiava la brigata Melendez. Quinci il monte dirupasi sino alla Villa San Giovanni. Introdotti a Melendez, gli ripetei senza esordio il corto dilemma di Garibaldi, coll'oriuolo alla mano. Il gentile marchese s'industriò di addolcire con melato eloquio l'acerbità del mio detto, e, con esempi, citazioni, sillogismi, di trarre il vecchio generale a mansueti consigli. Ma io rammemorando la cura di Garibaldi, per suoi motivi a me oscuri ma religiosamente riveriti, d'evitare la lotta, tagliai di netto le argomentazioni del marchese con queste parole:

—Generale, ancora otto minuti. Vedete costà? la procella s'avanza.

—Interrogherò i miei uffiziali, rispose con palese turbamento, e si ritirò lasciando a metà la concione del marchese, il quale piombato su me imperterrito, ne compendiò il resto con la seguente appendice:

—Credete; ci vuol pratica in tali negozi. Voi foste troppo letterale nell'ambasciata; io con bella maniera e con un tantino di dialettica infransi la sua ostinazione e lo persuasi. Vedrete che cederà.

—Non ne dubito. Peccato che non abbia ascoltato la seconda parte del discorso! Avrebbe ceduto addirittura.

—Perchè dunque, egli riprese mestamente, mi guastaste le uova nel paniere?

Ma il nostro colloquio fu alla sua volta guastato da alti clamori. I soldati di Briganti, stanchi dei sotterfugi onde vennero tenuti a bada nella giornata, consapevoli delle proposte di Garibaldi, smossi e rilasciati la vigilia dalle arringhe dei sei garibaldini, convinti ancora più dalla rovina sovrastante, gettarono le armi, abbandonarono gli uffiziali e s'avviarono in frotte giubilando per tornarsene alle proprie case.

Mancavano tre minuti al ventesimo. I comandanti separandosi da Melendez corsero ai loro corpi. Melendez e noi movemmo ad incontrarci a vicenda. Egli ci annunziò la resa. Ed ecco Menotti coll'avanguardia, e un momento di poi Garibaldi. Una batteria, molti cavalli, quattromila fucili, e il forte Punta del Pezzo spoglie opime. La notte si dormì a San Giovanni.

L'indomani mattina (25 agosto) cavalcammo verso i forti della costa. All'affacciarsi di Garibaldi i presidî, senza intimazione, senza minaccia, senza apparato di forze nostre, ne uscivano spontanei e inermi. Così vuotaronsi successivamente Torrecavallo, Altafiumara, Scilla, quasi per incantesimo. Quei forti e le batterie del faro, formando un triangolo inespugnabile, vietavano il transito delle navi nemiche e proteggevano gli sbarchi delle nostre genti. Garibaldi, raggiante di gloria e di gioia, circondato dai suoi generali Medici, Bixio, Sirtori, Cosenz, contemplava la discesa dall'ardue rôcche dei trasognati borbonici, e, accortosi della presenza di mia moglie, dissele con benevolo motteggio:

—Signora, non ho bisogno della vostra ambulanza. Vedeteli là con che buon garbo se ne vanno. Andremo a Napoli posteggiando.

Appellatomi con cenno, mi commise di passare lo stretto e di ordinare al generale Milbitz l'immediato imbarco per la Calabria di seimila uomini e delle artiglierie. Eseguii, ritornai, lo raggiunsi al di là di Scilla, ove dormì al rezzo d'una pergola a lato della strada. Durante latoilettelo ragguagliai del fatto mio.

Ed egli:—S'imbarcarono subito?

—Subito.

—Assisteste allo sbarco?

—No. Ma a quest'ora…

Il pettine in mano, i capelli non ancora spartiti, interrompendomi a mezza frase:

—Io costumo, quando una cosa mi preme, di star sin ch'è fatta, e allora vivo sicuro che è fatta.

Sentendomi colorire il volto di tutte le tinte dell'iride, una dopo l'altra, gli risposi:

—Generale, non me lo direte due volte.

Taciturno e col capo chino quel giorno e l'altro non potevo estrarre dal cuore la spina del rimprovero. Giusto e meritato senza dubbio; ma, dedotto da un ordine d'idee a cui il mio pensiero non s'innalzò, parevami caduto dalle stelle. Militando con Garibaldi, reputasi soave parzialità della fortuna la visita d'una palla al paragone d'una censura, anche lieve, di lui. Una forse tra le cause occulte di ciò che il vulgo denomina—i suoi miracoli.

I soldati delle due brigate disciolte furono quel fiocco di neve in alpe che, rotolando, diventa valanga. Sul loro passaggio decomposero e travolsero seco i battaglioni di Bagnara, di Palmi, di Mileto, ove i cacciatori del 14° uccisero il generale Briganti. Poi l'informe massa si disperse, e ciascuno per vario cammino riparò ai sospirati alberghi domestici, memore delle ineffabili disfatte, e apostolo della generosità di Garibaldi.

Rividi il conte C…, maggiore dei lancieri, già mio prigioniero. Mi ravvisò egli e strinsemi la mano con emozione, e fra l'altre cose mi disse:

—Grand'uomo il vostro Garibaldi!

—Lo so.

—Ma agli occhi miei probabilmente per motivi diversi dai vostri.

—E perchè no?

—A San Giovanni ci poteva schiacciare o mandar prigionieri in Sicilia. Quattromila nemici di meno! Qualunque generale l'avrebbe fatto. Egli tollerò, tacendo, le nostre provocazioni, e tre ore di offese. Questa sdegnosa magnanimità soggiogò l'animo dei nostri soldati più di tutte le sue vittorie.

—Affeddedieci il solo magnanimo nel suo campo! Se stava a noi, vi avremmo a suon di baionetta cacciati in seno al granpadre Oceàno.

—Evidentemente doveva essere il solo. Egli solo, comprendendo i tempi e il quarto d'ora, italiano contro italiani, divinò con sùbita ispirazione tutti i risultati della rifiutata battaglia e della consentita libertà. Con un lampo di genio vide lo sfacelo delle nostre legioni diroccando l'una sull'altra, e in fondo del quadro il trionfo della sua idea trasfigurata in prodigio.

—Sorite demagogico, per cui il predicato della proposizione antecedente diventa il soggetto della susseguente.

—Voi scherzate e avete ragione. Ma io gemo sul precipizio della mia causa.

—Perchè non vi unite al grand'uomo, campione della causa buona?

—Perchè il giuramento, la gratitudine, la fede di gentiluomo mi legano al mio re.

—Tornate a casa o in campo?

—Vo a Monteleone per congiungermi al corpo di Viale. Persevererò finchè avrò incontrata la morte. Voi morrete per la libertà, io pel dovere. Il vostro sepolcro sarà infiorato dalla lode; il mio non avrà che il compianto di qualche rara anima imparziale.

Io non so, ma le parole di codesto cavaliere dellalegittimità, di codesto paladino del dovere convenzionale, mi produssero una penosa impressione e mi destarono un interesse per lui molto affine alla tenerezza. Nel distaccarmi da esso avevo un gruppo alla gola e gli dissi addio con voce commossa.

Pochi giorni appresso lo incontrai in altro campo sfortunato, ov'ei ripassò sotto le medesime forche caudine. Poscia riseppi che cadde trafitto nella battaglia del Volturno e che venne sotterrato con calce in una fossa promiscua fra mille cadaveri. E l'indistinta sepoltura contese alle sue reliquie la dolcezza del sognato compianto.

Da San Giovanni principiò la corsa trionfale di Garibaldi fino a Napoli. Le lagrime, le ovazioni, i fiori, i baci, le benedizioni di un popolo immaginoso, che credevasi emancipato da unfiatsovrannaturale, piovvero lungo trecento miglia sul capo del vincitore. Entro un modesto calesse, lo precedetti a caso con mia moglie nell'ingresso a Palmi. Le vie, le piazze, le logge, i poggiuoli, le terrazze, riboccavano di popolo. Un grido inarticolato, continuo, frenetico, ci salutò. Le donne, massime, curvandosi fuori delle finestre sin quasi a precipitarne, ci protendevano le braccia, con occhi, con visi, con detti deliranti. Hanno pigliato me e lei per Garibaldi e sua figlia. E quando più tardi capitò il vero Garibaldi, esausti i petti, rauche le gole, esalato il profumo dell'entusiasmo, s'ebbe amorose, ma non forsennate accoglienze. E qualche altra fiata mi accadde d'essere scambiato per lui. Il secondo giorno dell'entrata in Napoli, alla festa uffiziale nella chiesa di Piedigrotta, Garibaldi, inginocchiato sovra un cuscino di velluto, riceveva, dall'arcivescovo in pontificale la palma che solevasi d'antico offerire l'8 settembre al re delle Sicilie. Io gli stavo ritto di dietro ed eranmi ai lati Liborio Romano e Bertani, quando, abbracciato con islancio e stretto la testa fra le mani ed il seno palpitante d'una giovane e vezzosa gentildonna, fui baciato e ribaciato sulle labbra. Io non mi opposi per non parere scortese. Indi proruppi con gemito:

—Signora, ahimè! ma questi è Garibaldi.

Nelle Calabrie avanzavano tuttavia intatti ventimila borbonici fra Monteleone e Cosenza. Il general Viale aveva divisato di contrastarci il varco difficile di Monteleone; però, temendo che gli sbandati sopravvegnenti da Mileto involgessero nell'istesso disastro la sua brigata, rinunciò al disegno e si ritrasse. Noi godevamo il fresco sotto gli ulivi giganteschi delle pianure di Gioia. Un frettoloso messaggiero portò la notizia a Garibaldi, che la sera sarebbe sbarcato a Nicotera un colonnello regio con proposte di capitolazione. La Masa, Basso ed io saliti in carrozza col generale si corse a Nicotera.

—La dedizione del nemico, io osservai, con doppie forze delle nostre, con posizioni vantaggiose, e a trenta miglia da noi, stimo il maggior miracolo della campagna. Fors'esso impaurì delle truppe disciolte.

—Potrebbe sottrarsene, obbiettò Garibaldi, accelerando la ritirata verso Napoli. Deve senza dubbio scendere a patti, perchè i bravi Calabresi gli avranno nuovamente precluso il passo.

Un fiumicello diramato in due o tre rivi impedì a mezza strada l'avanzarsi della carrozza. Valicato il primo rivo saltando da un ciottolone all'altro, ci mancò il beneficio dei ciottoloni nel secondo e nel terzo, ed il generale la Masa opinò di retrocedere per tentare miglior guado.

—Non torno mai indietro, fece Garibaldi, e con piedi bagnati toccammo l'opposta ripa. Al termine d'una camminata faticosa di nove miglia in terreni sabbiosi, declinammo alla marina, facendo negli orti suburbani di Nicotera una copiosa provvista di fichi, frutto sovra tutti gradito al generale.

Aveva dianzi ormeggiato ivi la nostra corvetta il Tukery. V'entrammo, soffocati dall'afa, per ristorarci. Veduti gli opimi fichi, il generale n'ebbe allegrezza grande: e, fico per fico mangiato, ne descriveva i pregi.

—Più zuccherosi a mio gusto quelli di Nizza, soggiunse, in forma di postilla, Basso, suo compaesano.

Al nome di Nizza, tacque il liberatore esule, e cessò la festività della conversazione. Abbandonati i fichi e la corvetta, montammo per una cordonata, che arieggiava il bramantesco, in cima del ripidissimo colle ove giace Nicotera.

La notte, introdotto il colonnello borbonico nella camera diGaribaldi, stettero entrambi in privato discorso mezz'ora.

Poi questi mi ordinò di accompagnarlo a bordo. Il colonnello entrò lieto e uscì intorbidato. Pungevami curiosità di saperne qualche cosa. Accennai alla bellissima rada di Nicotera, al valore dei soldati napoletani, ed a non so quali altri argomenti atti ad ingraziarmigli, e finalmente gli domandai:

—Vi combinaste?

—No. Il generale fu spinoso e inflessibile.

—Stupisco che non abbia accettato di rimandarvi liberi e disarmati come Melendez e Briganti.

—Questo ei voleva. Io gli chiesi il passaggio tutelato sino a Napoli, per risparmiare nuovo sangue. Tre brigate sostenute da altre due nel Cosentino non possono piegarsi all'ignominia di cedere le armi davanti a villani insorti.

—Ma voi siete stretti fra gl'insorti e noi. Ineluttabile la resa.

—Noi ci batteremo.

—Come vi piace.

A questo punto del dialogo, egli entrò nella lancia della corvetta ilTancredie ci augurammo la buona notte. E in vero ai fianchi dei regi e di fronte s'accese l'insurrezione come funesta ghirlanda di fuoco. Ardeva nel Cosentino, in Basilicata, in Capitanata, nelle Puglie. Gl'insorti del barone Stocco vittoriosamente contrariavano nella ritirata le tre brigate. Al sud di Tiriolo le montagne solcate da un ampio torrente, si sollevano a picco formando un bastione convesso insuperabile. Alla base la strada si biforca; un ramo d'essa lo gira, il secondo lo fende serpeggiando fino alle altezze di Tiriolo. Poche squadre bastano per vietare l'accesso a molti battaglioni. E c'erano le squadre dai cappelli conici, dalle brache corte e dalle scarpe di cimossa: e quegli alpestri cacciatori con infallibili moschetti tenevano le porte chiuse in faccia al generale Ghio.

Garibaldi sollecitò la marcia dei suoi verso Monteleone. A Mileto alloggiò nel palazzo del vescovo, da cui fuggì inorridito ricoverandosi all'ombra d'un pero fuori della città. Io frattanto allo sbocco della piazza passavo in rassegna i reggimenti per iscoprire il mio cavallo rubatomi a Nicotera la notte. Venne il cavallo e lo conobbi. Montavalo un giovinotto, aiutante d'un colonnello d'oltralpe. Furioso per le dieci miglia a piedi da Nicotera a Mileto in causa del furto, saltai davanti al colonnello e al giovinotto e trattenni per le briglie i cavalli d'ambidue.

—Scendete, dissi a costui; questo è il mio cavallo che voi rubaste aNicotera.

—Egli scendendo e abbandonandomi il cavallo, rispose:

—Lo presi d'ordine del comandante.

Con pronuncia ostrogota tentò costui di giustificarsi, ma io l'interruppi con queste parole:

—Sul monte di Villa San Giovanni, signor comandante, vi cantai più volte—alta la testa—quando la piegavate col moto della civetta al fischio delle palle. Mi rubaste il cavallo per vendicarvi?

—In quanto a te, soggiunsi al giovinotto manutengolo, voglio scaldarti le orecchie con quattro sciabolate qui sulla piazza, subito.

E volgendomi al sottotenente De Cristoforis di Milano, che rideva della scena eroicomica:

—Siimi padrino.

Ritiratosi il comandante senza pronunciar verbo nè avverbio, il suo degno aiutante, il quale oltre la camicia aveva rossi anche i calzoni, osservò che, trovandoci noi davanti al nemico, ne avrebbe dapprima dimandata licenza a Garibaldi.

Ne avvertii Garibaldi, ma la licenza non fu mai dimandata, nè più potei ripescare il giovinotto. Due anni dopo, il comandante segnalossi contro l'uomo che avevalo alzato a quel grado.

Corsi al pero. Il generale giaceva sopra alcune pezze di damasco ecclesiastico stese sull'erba e comandava si cercasse il maggiordomo del vescovo.

—Questa genia pretina, esclamava con insolita collera, è uguale dappertutto. M'hanno assegnato a posta quel letto affinchè fossi mangiato vivo.

—Che cosa accadde? feci a Basso sul cui volto riverberava l'ira diGaribaldi.

Il generale corcatosi in casa del vescovo, due centinaia di cimici, senza la retroguardia, lo svegliarono mangiando le sue carni. Per la prima volta in sua vita egli conobbe la via della fuga.

Dopo due ore di sonno, restituito alla calma abituale, mandò a liberare il maggiordomo.

Oltrepassato Monteleone, ove la famiglia Gagliardi diedeci ospitalità principesca, ci apprestavamo ad una seria battaglia contro le tre brigate, allorchè si riseppe che per un ordine sbagliato o mal compreso del nostro capo dello stato maggiore generale, agl'insorti, le tre brigate ottennero il passo franco e scapparono. La congiunzione coll'altre due della prima Calabria avrebbe loro assicurato il cammino su Napoli, ingrossandosi d'ottomila uomini in Basilicata, e avrebbele abilitate d'affrontarci con solida speranza di successo.

Le nostre divisioni s'allungavano sovra una linea di molte miglia accelerando il piede verso Monteleone, epperò impossibile di riafferrare il nemico che s'aveva già lasciato alle spalle Tiriolo. Nondimeno Garibaldi commise si raddoppiasse la velocità. Egli in calesse precorse l'esercito di lunga mano.

Adagiato sul carrozzone dell'ambulanza, per altra via e la mercè di rapidissimi cavalli, precorsi Garibaldi. Mia moglie comperò un centinaio d'uova, cammin facendo, e si fece punto fermo a un'osteria oltre la Termopile oramai invano insuperabile. L'osteria era vuota d'ogni provvigione.

—Vuota per i borbonici passati testè, non per voi, disse l'oste patriota. Cateriniella, proseguì voltandosi alla figliuola, fa trasportare il vino e il pane.

Egli avevali nascosti in una fossa vicina. Indi a venti minuti ci raggiunse il generale col barone Stocco.

—Oh! esclamò sorridendo appena vide mia moglie; qui madama? Avete invertito le parti. L'ambulanza che deve seguire alla coda, antivenne l'avanguardia.

Ed ella di rimando:

—Se non vi occorrono le nostre coppette, non vi saranno inutili le nostre vivande. Venni a prepararvi la colazione.

Una solenne frittata di sessanta uova in quel derelitto luogo parve all'affamato quartier generale più pellegrina dape di tutti gli eletti e pruriginosi cibi, onde gl'industri cuochi del Gagliardi fregiarono il banchetto di Monteleone. Un tuorlo d'uovo sbattuto nello zucchero e diluito in un bicchier di vino fu sostanzioso alimento alle guide e ad altri uffiziali.

Rimbionditi così, ci rimettemmo alacremente in viaggio. Traversato Tiriolo, la notte si prese stanza a San Pier di Tiriolo. Io alloggiai in una umile casa privata in compagnia del sottotenente Picozzi, del capitano Canzio e di Antonio Gallenga.

Dopo cena continuarono a letto le più pazze risate per uno schioppettio di motteggi di codesti due uffiziali burloni a tutte spese del Gallenga. Ma ecco d'improvviso ci sentiamo diabolicamente abburrattati, con cigolìo di porte, di stipiti, di travi e di muraglie. Io caddi dal letto; Gallenga n'era sceso, e barcollando come briaco, sillabò:—Il terremoto!—I sussulti e le oscillazioni perseveravano. Io agguantai in tempo la lucerna in atto di capovolgersi e la mantenni accesa. La sua luce tremolante illuminava a sprazzi la guancia costernata, il costume innaturalibuse le capriole del Gallenga; laonde più potè in noi questo quadretto fiammingo che la coscienza della sovrastante ruina, e abbiamo riso sino ad averne lo stomaco doloroso. Seguìta la calma, l'ex-regicida, ricoricandosi, mormorava fra i denti:—Il malanno e la malapasqua. La stanchezza ci vinse e dormimmo sino all'alba, insensibili a nuove ma più umane scosse.

All'alba in sella. A ventiquattro guide, comandate da Nullo, fu commessa una ricognizione sul nemico trascinatosi alcune miglia di là.

—Badate, Garibaldi raccomandò secondo il consueto, di non inoltrarvi troppo.

Io m'aggiunsi a quello stuolo d'amici, e via.

Dopo otto miglia eccoci al tu per tu coi posti avanzati delle tre brigate. Erano le cinque ore. Un torrentello separavali da noi. Discernevamo i comignoli delle case e il campanile del villaggio di Soveria situato in una valle oblunga. Sulla sua destra il colle si erge a forma di poggio ove altre case disseminate biancheggiano, e vi scorgemmo squadriglie di cacciatori. A sinistra le sinuosità del terreno si addolciscono, quindi si rizzano in colline a curva. Nel retrocedere per ragguagliarne Garibaldi, mi rivolsi a Nullo con queste parole:

—Permetti che io vada prima ad intimare la resa al condottiero borbonico?

La mia proposizione suscitò qualche ilarità negli amici, visto il nostro numero di ventiquattro, e considerato che il generale era lontano cinque o sei miglia e da quindici a trenta l'esercito.

—Lasciami andare; tentiamo. Terrò in ciarle il generale nemico eGaribaldi potrà sopraggiungere.

Stette Nullo sospeso; poi acconsentì. Per rendermi autorevole mi diede la sua berretta di maggiore, il luogotenente Zasio per compagno e una guida. Spiccato un ramoscello di salice e appiccicatovi a foggia di pennoncello la mia pezzuola, con codesto segno parlamentare precedevami la guida. Un cacciatore con carabina spianata ci cantò l'alto chi va là?E la guida:

—Oratore di Garibaldi!

Introdotti nel campo, presentossi un capitano, e scambiati i saluti d'uso, gli feci con gravità:

—Il dittatore, generale Garibaldi, manda me, suo aiutante di campo, a conferire col vostro comandante supremo.

—Il general Ghio?

Io ignoravo se Ghio od altri fosse il comandante, ma risposi come chi sa:

—Appunto.

Forse per ostentazione delle loro forze non ci bendarono gli occhi.

In tutta la lunghezza del villaggio, sui due lati della contrada scintillavano a intervalli i fasci d'armi.

I soldati altri addormentati, altri seduti; quelli in piedi scuoiavano e rosolavano agnelle e pecore. Bella gioventù, perfettamente equipaggiata. Stava adunata sulla piazza la cavalleria, e l'artiglieria in fondo al villaggio.

Novemila fanti, cinquecento lancieri, cencinquanta gendarmi e undici cannoni. L'ingombro dei cariaggi, delle ambulanze, dei muli rendeva malagevole la nostra traversata, benchè i soldati ci facessero ala con segni di rispetto e assai più di sbalordimento, perchè veruno di loro pareva potesse spiegarsi come noi, creduti lontanissimi, fossimo già alle loro calcagna. Palleggiati per quattro mesi di sorpresa in sorpresa, eglino sentivansi moralmente oppressi da una forza arcana, invincibile e inevitabile. Nelle stanche menti Garibaldi assunse grado grado le proporzioni e la parvenza del Fato. Traluceva dai loro sembianti il presentimento di nuovi e non immaginabili guai, e affisando con molta fame e con rimesso ciglio le agnelle alla bragia, sembrava dubitassero che cuocerle non fosse sinonimo di mangiarle.

Il capitano conduttore ci fece salire una scala di legno esterna d'una casipola di contadino all'estremità di Soveria, padiglione del comandante.

Aperta la porta senza toppa, entrammo in una cameruccia atra pel fumo d'un ampio camino, ove la massaia e tre soldati attizzavano il fuoco sotto un paiuolo di fagiuoli, e sotto una tegghia di stufato che, gorgogliando, esalava soave odore di garofano. Presso una trave ospitale del soppalco nidificò una coppia di rondini, che con fidati voli andavano e venivano da un finestrino senza impannata. A traverso le fessure del vecchio solaio scorgevansi accatastate alla rinfusa nella stanza sottostante biche di paglia e fascine, e tini e botti. A lato del camino, su due scansie, una lista di piatti di peltro in costa e una di terraglia smaltata, e in basso due secchie a foggia d'anfora, di rame lustrato, appese a ganci di ferro orizzontali. Nel mezzo un tavolo ovale rivestito di noce in parte scrostata, e una pila di tre mattoni che pareggiava la differenza d'un piede rotto. Alla parete opposta del camino un letto con coltre di damasco in seta, articolo di lusso, che si consente anche il povero nelle Sicilie.

Il generale Ghio, curvato sul tavolo, studiava una carta topografica nel momento ch'io m'affacciai sulla soglia della porta. Superava di poco i quarant'anni; di pelo nero, di viso bruno, di membra asciutte, aveva nei lineamenti i caratteri dell'intelligenza, dell'energia e della crudeltà. Rammentai che, colonnello a Padula nel 1857, fece falciare dai paesani in armi trentasei seguaci di Pisacane prigionieri. Erami adunque nemico e odioso. C'invitò a sedere con accoglienze compite.

—Figliuoli miei, disse ai tre soldati, andatevene. E con essi si ritirò il capitano.

—Orsù, signor maggiore, in che posso servirvi?

—V'intimo in nome di Garibaldi di arrendervi a discrezione.

—Garibaldi non si contraddice; dimandai e m'accordò la ritirata suNapoli.

—Certo non si contraddice: venne per vincere e non per essere battuto, permettendo che vi concentriate in Napoli. L'errata interpretazione d'una frase del generale Sirtori indusse le squadre del barone Stocco ad aprirvi lo sportello della gabbia.

—Aperta la gabbia, ci vogliono ben altre reti per pigliare e spennare diecimila uomini!

—Generale, se preferite la battaglia, ci batteremo; e ci batteremo come da noi si suole. Ma sul vostro capo la risponsibilità dell'inutile strage.

—Un soldato non si batte mai inutilmente. Quando ogni altro argomento vien meno, sta incrollabile la ragione suprema dell'onore.

—L'onore non si scompagna mai dalla giustizia. Morendo avvolto nella vostra bandiera, non sareste pertanto onorato. La vostra causa non è giusta. Voi servite un esoso tiranno.

—Signor maggiore! egli proruppe rizzandosi e battendo il pugno sul tavolo. Le sue pupille apparvero vitree e senza luce.

—Siamo nemici e vi parlo da nemico.

I tre soldati, solleciti dei fagiuoli, rientrarono con un fastello di legna. Ghio, trapassando dall'ira alla calma, con mite favella disse:

—Ma, figliuoli miei, lasciatemi in pace; andate. E leggermente spingendoli accompagnolli alla porta.

Io continuai:

—Generale, rinunciamo alla discussione astratta, e veniamo al concreto. Voi vi aggirate in un equivoco. Vi credete libero e siete prigioniero.

—Come?

—Le bande armate di Morelli occupano fortemente le montagne di Cosenza. Una legione nostra sbarcata a Sant'Eufemia, per la via di Nicastro vi minaccia il fianco sinistro. Garibaldi vi romoreggia alle spalle con tre divisioni. E poi la Basilicata è in fiamme; il paese ostile vi nasconde i viveri, e vi obbliga di nutrirvi a tempi ineguali e incerti con qualche gregge involato.

—Le mie informazioni non corrispondono al vostro quadro.

—Fallaci informazioni; nuovo documento dell'avversione universale. D'altra parte, generale, i vostri soldati, affranti dalle fatiche, scorati dalle disfatte e figli di questa patria risorta all'alito della libertà, si negheranno d'avventurarsi a nuovi sbaragli, convinti oggimai che la dinastia borbonica è irrevocabilmente perduta. Io v'invito da capo a consegnare le armi e a sciogliere le vostre genti come Melendez e Briganti. Garibaldi vi offre gli stessi patti.

—Non accetto.

—Or bene, generale; la lotta e subito.

E m'alzai prendendo commiato.

—Ascoltate, Propongo di decampare da questi luoghi alidi per sole otto miglia. A Scigliano troverò acqua pei soldati. È una semplice ragione umanitaria. Non mi vi determina nessun riflesso strategico. Di là, meglio chiarito sulla mia situazione, tratteremo e ci accorderemo.

—Quivi e non altrove, oggi e non domani, la resa o la battaglia. Nè io ho autorità di dipartirmi da questo dilemma. Ma pongasi fine agli indugi: scegliete.

—Signor maggiore, vi prego di riferire la mia proposizione al generale Garibaldi e di riportarmene la risposta. Io vi attenderò.

—Vana prova. Pure riferirò. Non ricomparendo, significherà che Garibaldi rifiuta di rispondervi, e che, declinati da voi i consigli della ragione, egli s'appiglia alla ragione delle armi.

E ci separammo. Nel cuore del villaggio un colonnello correndoci incontro ululava:

—Arrestateli, arrestateli; tradimento: bande d'insorti ne circondano.

Avvicinatosi, rinfocò la filippica con ciera stravolta:

—Voi ci assicuraste il libero cammino fino a Napoli, ora espierete la mancata fede.

Un nugolo di soldati e d'ufficiali alla rinfusa ci avviluppò con grinte dure e sinistre.

—Nessuna promessa, colonnello, io gli risposi con pacata risolutezza. Le nostre promesse a voi, miratele sulla punta della nostra spada, che in questi accenti abbiamo sguainata. Se siete soldati d'onore e non assassini, largo al parlamentario!

Spronammo i cavalli e ci aprimmo il varco. Intanto un lanciere al galoppo portava il comando del generale Ghio che nessuno ci torcesse un pelo.

Il drappello delle guide aspettavaci con ansietà e principiava già a non aspettarci più. Narrai l'aneddoto, ed all'omerica rassegna delle nostre forze furono fatte le più grasse risate del mondo. E Nullo a me, allungandosi i baffi:

—Va a ragguagliarne il generale.

Dopo un miglio m'avvenni nel generale Cosenz accompagnato da due aiutanti, il quale sperava per mezzodì nell'arrivo d'un suo battaglione colle lingue fuori. Dopo tre miglia, incontrai Garibaldi, sui colli di sinistra alla testa di un migliaio e mezzo di calabresi condotti dal maggiore Mileti. Rendutogli atto dell'avvenuto, lo interrogai se dovevo recare la risposta a Ghio.

—Che risposta! venite con me, andremo a dargliela di costà la risposta!

Garibaldi, nel dispiccarsi dall'esercito coll'esigua scorta delle guide e degli aiutanti a fine di ghermire per le falde dell'abito il corpo di Ghio sguizzatogli di mano, fece a fidanza sulle squadre degli insorgenti calabresi. Le rinvenne per verità, e con la sua arte inimitabile di destreggiarsi sui monti, pensava molestare ed impedire il Ghio di tanto, suscitandogli intorno nuove genti e nuove armi, che le proprie divisioni avessero tempo di giungere.

Ghio aspettava la risposta; i soldati di lui cibavansi con penosa incertezza le agnelle rubate, e noi, un migliaio che circuiva dieci migliaia, in meno di due ore li avviluppammo. Il nemico diffuse tosto in catena i suoi battaglioni di cacciatori e le offese stavano per iscoppiare. Da un campo di maiz notavamo distintamente le esperte manovre di quei cacciatori, e il generale Sirtori opinava ch'ei a loro talento potessero tagliarci a fette tutti quanti. Sirtori guardava il lato militare ed esterno della situazione e tornava difficile obbiettargli; ma all'intuito di Garibaldi non isfuggiva la visione del lato morale ed intrinseco. Conoscitore dell'aritmetica delle rivoluzioni, computò su numeri misteriosi ma reali, e verun diverso pensiero lo inforsava.

In questo mezzo spesseggiavano a manipoli i più lesti camminatori delle nostre schiere ad afforzare le gracili file dei cappelli conici.

Smontati di sella, penetrammo fra le case del poggio che domina Soveria. Garibaldi visitò i diversi posti: arditissimo quanto cauto ed antiveggente, diede le disposizioni necessarie per la varia fortuna, indi si collocò nel centro della prima linea a fianco d'una strada incassata che precipita a Soveria. I nostri della destra trassero alquanti colpi contro i cacciatori, ma i cacciatori tacquero. Nuovi colpi e l'istesso silenzio. Allora s'intesero voci sparse diViva Garibaldi, siamo fratelli. Le medesime voci riecheggiarono fra i borbonici.

Accostandosi via via e questi e quelli, si confusero insieme e si abbracciarono.

—Adesso la pera è matura, esclamò Garibaldi.

Se non che il grosso dell'esercito nemico accampava in Soveria. A mezzodì sopraggiunse un battaglione di Cosenz e si postò sulla strada maestra. Allora il generale voltosi a me:

—Tornate a Ghio; gli do tempo a decidersi fino al tocco.


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