IV.

Andai col maggiore Caldesi. Avvertivasi già nelle truppe un incipiente movimento di decomposizione e di sfacelo. Ma non trascorsero cinque minuti, che vi capitò in mezzo Garibaldi, soletto.

Propagatasene elettricamente la notizia, un nugolo d'uffiziali staccatosi dalle compagnie gli fece ressa intorno, anelando di vederlo, di conoscerlo, d'ammirarlo. I fanti buttarono via i fucili, i lancieri abbandonarono i cavalli, gli artiglieri i cannoni.

—A casa, a casa, urlarono tumultuariamente. E in meno di un'ora quelle armi e quel campo furono nostri.

Garibaldi da Soveria andò a Napoli coi cavalli di posta.

Dittatura di tre giorni.

Era il 7 settembre del 1860. Il conflitto delle diverse violente ineffabili emozioni provate in quel giorno del nostro ingresso trionfale in Napoli, immezzo a trecentomila persone che piangevano di gioia, che deliravano d'entusiasmo, all'improvviso e incruento passaggio dalla schiavitù alla libertà, e alla vista della figura raggiante e simpatica di Garibaldi emancipatore, aveva esauste le mie forze. Sentii, all'avvicinarsi della notte, che il mio cervello non reggeva oggimai ad alcuna reazione, quando al largo del palazzo d'Angri, ove Garibaldi prese stanza, e in via Toledo, l'onda popolare riagitandosi come in tempesta, migliaia dicarrozzellemontate confusamente da donne, frati, soldati, cittadini, correndo su e giù fra gli ululati diViva l'Italia una, un immenso carro in forma di bastimento, che tiravano sedici bovi fantasticamente bardati, trasse con grande strepito davanti al palazzo, pieno di cantori e di suonatori i quali eseguivano per la prima volta l'Innoindi famoso. Epperò appena finita la guardia, e il generale si coricò, consegnato il mio indirizzo nel caso d'una chiamata, seguii un napolitano gentile all'albergo suggerito da lui e mi trovai installato con mia moglie in un quartiere confortevole, donde prospettavasi il Largo delle Pigne.

—Possibile, cominciò ella, l'ingresso in Napoli nel numero di quattordici, e Garibaldi dittatore? Dicono puntati i cannoni di tutti i forti sulla città e in armi quattordicimila soldati borbonici. Come gli occhi del generale si dilatarono e l'aureola che circondava la sua fronte fiammeggiò passando davanti alla reggia! i soldati affascinati gli rendettero gli onori militari? hai…

—Sì, sì; lascia da banda le rapsodie, risposi guardando con avido occhio il saccone elastico, le materasse egregie e le lenzuola di bucato che m'invitavano dall'alcova con atti cortesi.

Dopo quattro notti dormite in vettura da Castrovillari a Napoli e venticinque per terra da Aspromonte a Castrovillari col firmamento per soffitto, la visione d'un letto soffice e la prospettiva di dodici ore di sonno sembravanmi l'apice della umana felicità.

—Viene o non viene la cena? dimandai impazientemente al cameriere entrato in quel punto con le mani vuote.

—Signore, un gentiluomo in abito nero, spada al fianco, fascia a tracolla insiste di parlarvi. Lo accompagna un ispettore di polizia. Quest'ultima frase fu aggiunta con evidente rincrescimento. La porta dell'alcova, continuò il cameriere con frettolosa parola, mette ad un corridoio e giù per la scala di dietro. Signore! additandomi la porta; indi scomparve.

—Garibaldi in pericolo, dissi a mia moglie, e qui si fa la morte del topo. I quattordicimila soldati pensarono che noi siamo quattordici. Guadagnata la porta, proseguii: ricevili, e di' che vengo subito. Proverò di raggiungere il generale; che imprudenza allontanarsi dal palazzo! Tutto lo stato maggiore, meno Basso, sarà assente.

Ed ella:—Lasciami venire, se no, una seconda volta ci chiuderanno in carcere separata.

—Che! anche se vieni non ci metteranno insieme. Non apparire così smarrita: il caso per noi non è nuovo nè il peggiore. Ti ho detto che cosa dovevi aspettarti quando volesti assolutamente accompagnarmi.

—Va, sono qui, rispose ricoverando il suo coraggio; ed io via come una freccia.

Arrivato alla scala mi venne udito uno scoppio di risa. E un momento dopo il personaggio colla barba bianca e la spada al fianco stringevami, baciavami, e sfogava la sua contentezza con impeto meridionale. Era Mignogna. Nacque in Basilicata, visse quindici anni in galera coll'appendice della tortura, dieci in esilio ove io lo conobbi. Sbarcò a Marsala coi Mille e lo rividi in agosto a Messina. Di gran seguito nella sua provincia, precedette Garibaldi per agevolargli la strada di Napoli.

—Scendete subito, così favellò, e venite con noi; la carrozza ci attende. Vi presento Mele mio compagno di prigione e da stamane ispettore di polizia, il quale vi desidera ospiti suoi.

Non valsero obbiezioni, si dovette obbedire senza indugi.

Il buon letto dell'ospite era troppo buono; abituato alla terra dura e all'aria aperta, il chiuso della stanza pareva mi soffocasse, e la morbidezza delle piume destavami la sensazione del vuoto; laonde girai sino al mattino intorno a me stesso. Scesi, apersi la finestra che dava in un poggiuolo e rimasi come uomo stupefatto davanti ad uno spettacolo inatteso. La tenue luce dell'alba non toglieva alle lave ardenti, che solcavano in due linee parallele e orizzontali il Vesuvio a due terzi del suo dorso, l'apparenza di grandi masse rutilanti di carbonchio. Sarebbesi creduto il cono del vulcano semiaperto da un punto fisso a guisa di coperchio, e scorrente dall'immensa fessura un fiume di gemme colate. Quel rosso cinabro intenso, ondulante, contrastava decisamente con la tinta di calcedonio, la quale come velo diafano involve la natura nei pochi minuti che precedono la comparsa del sole. Gradualmente le lave sembravano disinfiammarsi e impallidire, e il golfo di Napoli venivasi disegnando magnifico, voluttuoso e inenarrabile. Ond'io poetando proruppi:—Splende così la prima aurora della libertà!—Mentre mi cullava in cosiffatte contemplazioni, erasi accalcata sotto il poggiuolo una turba da me non avvertita di popolani che mi affisavano in silenzio. Appena rinvenuto dalla mia estasi mi chinai a riguardare la contrada e tuonò unViva Garibaldi!Avvedutomi che la camicia rossa causò l'assembramento, feci una riverenza e mi ritrassi tirandomi dietro la persiana. Non veduto, vidi che la folla tosto si diffuse e si confuse nell'ondulatorio e perpetuo movimento di gente sulla spiaggia di Santa Lucia. E lungo codesta spiaggia sorgevano in fila più di cento enormi leggii, a quattro palmi l'uno dall'altro, e da tergo verso il muricciuolo, a mare, tavoli e panche. Sorto il sole, ciascun leggìo venne scoperchiato da un personaggio scalzo, scollato, in farsetto e berretta frigia; spartivasi in caselle a scacchiera, ed entro ogni casella parevami ravvisare un pezzo cristallizzato a colori vivissimi.—Un museo mineralogico, pensai, sulla pubblica via! e i curiosi naturalisti che ci sono in questo paese!—Riseppi che ell'erano frutta di mare, e lazzaroni pescatori i seminudi Linnei. La sera a quei tavoli s'accosta numerosa gente che, alla brezza del golfo, cibasi con delizia grande di quei molluschi aperti, rose e giacinti e fiordalisi marini mollemente natanti in un umore di porpora. Ghiotta grazia di Dio onde ogni sera mi confermai lo spirito e lo stomaco, assiso sulla panchetta al chiaro di luna col Vesuvio all'ovest, il leggìo all'est, a settentrione il Castello dell'Uovo e al sud il piatto di molluschi. E a quella mensa degli Dei trassi parecchi de' miei commilitoni, e si combinò per la sera del 12 settembre un'imbandigione in tutta regola. Io m'impegnai per le frutta di mare, le ostriche, il pane; Nullo pel vino di Capri e i maccheroni, altri pel Lacrima-Christi e le angurie.

Sul mezzodì del 12 di ritorno al palazzo d'Angri da una visita al Castello dell'Uovo, mi si chiamò con premura alla Segreteria. Il colonnello Bertani, segretario generale del dittatore, mi presentò un signore sui cinquant'anni, d'aspetto grave, di faccia e di persona quadra come ilmiles romanus, vestito in nero, giubba a tagliere, cravatta bianca e berretta da capitano nella mano sinistra su cui brillava un cammeo. Nel mentre m'affacciai sulla soglia della porta, questi stava parlando con accento vibrato, con fisonomia alterata, in piedi.

—Ho capito, me l'ha già narrato, interrompevalo Bertani con manifesta impazienza, e contento del mio apparire volsemi il discorso:—Il signor B…, sindaco di Forio d'Ischia.

Il sindaco, sbirciatomi in un baleno, non mostrossi molto entusiasta di me, e me ne accorsi da una leggera e velocissima contrazione che sorpresi sull'angolo destro della sua bocca. Certamente egli immaginò un uffiziale superiore splendido di ricami d'oro, algerina dicachemirebianco sulle spalle, stivali alla scudiera e speroni affibbiati, onde riluceano le sale del palazzo d'Angri. Ma disgraziatamente io non ero che luogotenente, avevo un cappellino nero conforme a quello di Garibaldi, fatto rossastro dal sole e dalle rugiade notturne, tutto gualcito perchè mi servì di guanciale durante la campagna; avevo un paio di calzoni di panno grigio e una tunica rossa annerita all'ingiro dalla cintura della spada e con larghe macchie di terra e d'erba.

—Il signor sindaco, proseguì Bertani, giunse testè apportatore della triste novella che a Forio d'Ischia scoppiò una forte sommossa a favore del governo caduto, la quale egli opina si dilati e possa mettere sossopra tutta l'isola. Con grave pericolo remigò sin qui per chiedere al governo aiuto immediato, un uffiziale energico che comandi, mezzi sommarî; per offerirsi ad ogni sbaraglio, e promettere l'uso della propria influenza nella parte liberale, sorpresa e battuta, ma coraggiosa e capace d'alte prove se soccorsa in tempo. Il dittatore non dissimulò il turbamento cagionatogli dalla inaspettata notizia, e dopo breve silenzio disse:—Manderò A. M.; e ci licenziò. Egli ti attende per darti le debite istruzioni. E, rivolto al sindaco, soggiunse:—Si affidi a questo uffiziale, e vedrà in poco d'ora sbarbato ogni segno di ribellione nell'isola.

Malgrado la scelta di Garibaldi, malgrado le assicurazioni così formali del suo segretario, il sindaco non parve molto soddisfatto, e chinato il capo e gli occhi, aperte le braccia lungo le coscie tanto da formare con queste e col gomito per vertice due angoli acuti, con aria rassegnata rispose al segretario:—Eccellenza!

—Addio frutta di mare! mormorai gemendo: e rammemorai l'adieu rotîdi Rousseau fanciullo mandato a letto prima di cena.

Ritornando nell'anticamera del generale con cera scura, col cappellino all'orecchio, strascicando la sciabola sui pavimenti di maiolica delle sale, non curai la solita gente addensata sull'uscio e trattenuta dalle sentinelle: chi guaivaeccellenza!chicolonnello!chisignorino, chibacio le mani, e chi tacendo alzava l'indice per significareascoltate una sola parola. Ed io soleva essere loro forse più che altri cortese; respinti quasi sempre da' miei camerati, ne introducevo al generale quanti più mi veniva fatto, imperocchè egli non accomiatava veruno sconsolato. E udii storie pietose di domestici lutti incredibili e ignorati, perchè la mano di Ferdinando II arrivava terribilmente ove l'occhio sempre non arrivava. Ma questa volta tirai diritto con cuore indurato ed entrai nella camera del generale a ricevere gli ordini. Bertani e il sindaco mi tennero dietro.

—Andate subito in Ischia, mio rappresentante con pieni poteri.

Il sindaco esclamò:—Alter ego, e Bertani gli tirò la falda della velata in segno di silenzio. Il sindaco balbettò sotto voce:—Aggio caputo.

Il generale continuò:—Domate la ribellione, restituite la libertà e tenetemi ragguagliato.

—E se occorre…? io domandai raffigurando con le braccia uno schioppo spianato.

—Siate giusto e umano.

Ritiratomi, Nullo in anticamera mi fece:—Mandai il vino di Capri e i maccheroni a casa tua.

—Rimanda a pigliarli.

—E perchè?

—Vo in Ischia.

—Ai bagni?

—Ad eseguire unaSainte-Barthélemy.

—Che!

—C'è la reazione in armi. Forio cadde in sua mano.

—E le frutta di mare?

—Al ritorno.

—Ma se cadi?

—Offrile a' miei Mani e fa le libazioni d'uso.

Per ischivare i petenti e i piagnoni del corridoio principale, me ne andai da una porta secondaria. Nel vestibolo del palazzo il sindaco, che mi corse a panni, toccatomi leggermente una spalla, disse a capo scoperto.

—Signor colonnello, la mia carrozza è costì a vostra disposizione.

Ed io seccamente:—Non sono colonnello.

—Perdonate, colonnello; il segretario mi commise di consegnarvi questo documento firmato dal dittatore, che comprova l'autorità conferitavi dell'alter ego.

—Sta bene.

—Ci vorrà un battaglione per isbarcare nell'isola autorevolmente. A quale caserma comandate, colonnello, che il cocchiere ci conduca?

—All'ospedale dei feriti di San Sebastiano.

Salii in carrozza, e veduto a caso sul portone un giovinotto lombardo, sergente che appartenne all'Istituto militare di Palermo:

—Siete in servizio? gli dimandai.

—Nossignore.

—Avete la rivoltella?

—L'ho.

—Montate in cassetta.

A San Sebastiano feci chiamare mia moglie occupata nella trasformazione del Collegio dei Gesuiti in ospedale, e la informai di che si trattava.

A cui ella:—Vengo anch'io. Non vi ha feriti in Napoli, e dobbiamo sospendere ogni altra preparazione finchè non giunga l'ambulanza generale.

Ond'io al cocchiere:—Ora a Pozzuoli.

Il sindaco, pietrificato, mi guatava con pupille stupide, e io leggevo sulla sua fisonomia:—Codesto originale forse si pose in capo di soffocare la rivolta con un sergente, con una pistola, con una moglie!—Ma non osò fiatare a cagione del mio muso duro. Egli si lusingò che io avrei guidato una schiera dei vincitori di Calatafimi e di Milazzo per dare la caccia ai villani d'Ischia e per guardia d'onore di lui nel suo ingresso in Forio. Intanto dovette starsi pago che nessun contrassegno di grado mi distinguesse, onde a suo agio poteva chiamarmi e annunciarmi colonnello.

Percorremmo via Toledo, Largo di Palazzo Reale, e voltammo a Santa Lucia. Una fitta moltitudine, intesa ad ascoltare un frate che predicava da una bigoncia a ridosso della fontana di marmo bianco edificata al tempo degli Spagnuoli, ingombrava l'ampia via verso la metà. Dietro la bigoncia sorgevano due trofei d'armi antiche di cartone, involute di fasce tricolori, e a sinistra un fazzoletto di seta a banderuola col ritratto di Garibaldi. Abbiamo impiegato cinque minuti per penetrare nel cuore della folla dirimpetto al frate, ove fece mestieri d'arrestarci. Il frate,—uomo di sessant'anni; bianchi i capelli e la barba; di tinta ulivigna; d'occhi chiari; di sopracciglia lunghe, foltissime e nere, che conferivano al suo sguardo una virtù soggiogatrice; alto, asciutto e vigoroso delle membra; tuonava con voce terribile; la sua posa era artistica, i suoi movimenti tardi, appropriati ed energici. Quando stendeva le braccia davanti a sè con mani aperte, le dita strette e il guardo fiso e immoto, quella massa di donne e di lazzaroni curvavasi in figura di vasta onda di mare. Il frate irradiava sulla folla una corrente magnetica come sovra una sonnambula. Durante la sosta ci vennero udite le seguenti parole in dialetto napolitano:

—… Ora che sapete che cosa ha fatto, vi dirò chi è. Giù le berrette, popolo peccatore; guarda lassù, a Iddio e implora ch'ei ti renda degno d'ascoltare la verità. Lassù!

Nel pronunciare questo avverbio, il frate mago, sollevato il braccio destro, appuntò l'indice al cielo con sì imperioso gesto che le mille teste della muta e commossa moltitudine macchinalmente si alzarono e parea invocassero la discesa dello eterno spirito. Trascorso qualche minuto secondo, il frate ripigliò:

—Or bene; nel fondo dell'anfiteatro di Pozzuoli, san Gennaro, alla vigilia del martirio, chiamato a sè l'unico figliuolo, gli disse: «Va, fuggi, affidati a una barca e remiga verso la Liguria; là sarai salvo, là dai figli dei tuoi figli nascerà un figlio maschio, con capelli come i raggi del sole, con faccia di leone, che non berrà vino nè bibite forti, che si nudrirà di frutti della terra e avrà nome Zibeppe, e gli uomini lo conosceranno dalla camicia rossa intinta nel mio sangue, di cui dimani empierai un'ampolla che porterai teco in esilio. Codesto mio nipote diletto tornerà alla terra de' suoi padri vendicatore e redentore; i tiranni che avranno contristato il mio popolo napolitano dilegueranno davanti a lui, e a questo popolo egli apporterà libertà e maccheroni…

A tal passo della orazione, il sergente, tolte le redini di mano al cocchiere, spinse i cavalli a suon di frusta, la folla s'aperse, il rumore delle ruote soperchiò la voce del predicatore, e una triplice risata traboccò dalle labbra del sergente, di mia moglie e dalle mie. Il sindaco serio, e forse offeso della nostra empietà, spingando le mani su e giù delle saccoccie, faceva le fiche contro la jettatura.

Il cocchiere, il quale probabilmente adottò la medesima precauzione del sindaco, avvedutosi soltanto della risata del sergente, ne lo redarguì con la seguente intemerata:

—Il signorino ha torto di ridere al padre Pasquale: egli è un sant'uomo; ha patito dieci anni in catene al bagno di Nisida, per la causa del popolo. Non riderebbe mica il signorino se conoscesse quanto il padre abbia lavorato per convertire codesti infedeli di Santa Lucia, serbatisi tutti affezionati a Bombino, finchè li convinse che Zibeppe procede da san Gennaro.

Velocemente passato Chiatamone e Chiaia, pervenimmo alla Grotta diPosilipo, al disopra della quale vuolsi sepolto Virgilio.

—L'ha scavata Lucullo o Agrippa? chiesi al sindaco per distrarlo e porlo nell'imbarazzo.

Ma il valentuomo mi regalò una lezioncina di storia e di archeologia. Citò gli autori che opinavano per Lucullo e quelli per Agrippa; dimostrò l'insussistenza delle due opinioni, e conchiuse sostenendo averla scavata in più rimoto secolo i Cumei e i Napolitani insieme, per reciprocità commerciale; e con ciò capitammo a Pozzuoli.

Il governatore di Pozzuoli, da cui l'isola d'Ischia dipendeva, avvisato per telegrafo del mio arrivo, s'affrettò all'albergo ove discesi. Lo interrogai quali fossero le ultime notizie d'Ischia.

Ed egli:—Quelle portate dianzi dal sindaco.

—Mandaste esploratori?

—Mandai un esploratore, il quale non tornerà prima delle undici.

—Nessun abitante dell'isola si mostrò in Pozzuoli?

—Il sindaco.

—La guardia nazionale è armata?

—Un battaglione di cinquecentosei uomini.

—In quanto tempo può raccogliersi?

—Sta schierato vicino al porto per far onore al rappresentante diGaribaldi.

—Sarebbe disposto a marciare?

—Una buona metà.

La consegna d'un dispaccio da Baja troncò il dialogo fra il governatore e me. Nel forte di Baja esisteva il massimo deposito di polveri dello Stato; artiglieri e fucilieri borbonici lo custodivano. Alle intimazioni di resa risposero temporeggiando; uno di loro, nativo di Baja, disertore, narrò aspettarsi dal presidio nella notte tre legni borbonici per caricarvi le polveri e trasportarle a Gaeta, e giudicò possibile dal canto nostro un assalto improvviso sulla fiducia del presidio nelle trattative.

Provvidi che nella notte trecento della guardia di Pozzuoli insieme ai militi di Baja circuissero il forte, ne impedissero l'uscita e l'entrata, intimassero la resa alla dimane e all'uopo procedessero all'assalto. Assegnai ai rimanenti del battaglione l'officio di riserva in Pozzuoli, raccomandai al governatore di vigilare e trasmisi un telegramma a Garibaldi.

Passato in rassegna il battaglione e tenutagli una breve concione marziale, il sindaco, che avevalo covato con gli occhi, chiesemi flebilmente:—E per Ischia?

Ed io asciutto asciutto:—Il mio sergente.

Scendemmo al porto ove stava pronta una snella barca veliera. Traversando la piazza, osservai due statue collocate di prospetto ai due lati opposti, una di Lollio pretore e augure, l'altra di San Gennaro in sul punto di benedire. Questo contrasto di cattolicismo e di paganesimo, la coesistenza di due mondi, di due civiltà, di due tradizioni contradditorie che si additano ad ogni passo nella provincia di Napoli, riflettesi nella gente napolitana in cui si confondono ingegno arguto e grossa superstizione, in cui si combinano Vico e Pulcinella. Interrogai il sindaco se san Gennaro trinciasse contro la jettatura dell'augure.

Ed egli di ripicco, punto dal mio irriverente sarcasmo:

—No, colonnello, benedice ai fedeli, perdona agli empî e prega per tutti.

Dissimulando la freccia scoccatami con tanta destrezza, entrai in barca e ci ponemmo alla vela.

Mancavano due ore a sera. Il sole dell'occidente vestiva di porpora il golfo di Baja che incurvavasi sulla nostra diritta. La barca veleggiando da Pozzuoli al Capo Miseno tracciava la corda dell'arco. La molle aura, le tinte calde e vaporose dell'autunno, il mare oleoso, la calma della natura, la presenza augusta di ventidue secoli di storia che pareano figure solenni assise sui gradini dell'immenso anfiteatro, conciliavano al silenzio e alla contemplazione a cui non s'è mai così disposti quanto dopo la tumultuosa vita degli accampamenti, la tensione morale delle rivoluzioni, le sensazioni irritanti dei pericoli, e le logoranti fatiche di una lunga campagna. Nell'incanto di quella scena, nel cumulo di tante memorie, nello spettacolo di tante rovine, vidi Annibale minacciar Miseno; assistetti ai funerali di Scipione, schivo della patria ingrata, a Literno; all'agonia di Silla in Pozzuoli; di Tiberio alla Dragonara; e di Porzia in Nisida; udii il tragicoventrem feridi Agrippina all'imperatore matricida ripercotersi d'eco in eco sul lago Lucrino; penetrai nelle logge principesche della villa di Cicerone mentr'egli componevaLe questioni accademiche; seguitai con ansia Bruto che studiava un rifugio nei giardini di Lucullo; salii sul cassero della nave capitana di Sesto Pompeo nel quarto d'ora in che i Triumviri a cena spartivansi il mondo romano; visitai la flotta d'Augusto all'àncora; guardai al trionfo di Caligola sul ponte costrutto fra Pozzuoli e Baja, all'esercito sul ponte, al notturno sole di milioni di fiaccole, al banchetto, al proditorio tonfo in mare dei magistrati imperiali e degli amici dell'imperatore briaco; ripopolai la costa dei circhi, dei portici, dei giardini, delle ville, dei templi di Nettuno e di Venere genitrice, delle stufe e dei bagni di Nerone, del palazzo di Cesare, della Piscina mirabile, della gioventù elegante di Roma, e nel mio entusiasmo classico ruppi il lungo silenzio declamando quel verso d'Orazio:

Nullus in orbe sinus….

Il sindaco terminandolo:—Baiis praelucet amenis.

—Precisamente! io soggiunsi, e le fantasime sparirono.

Intanto s'era girato il Capo Miseno, ed ecco le isole di Procida e d'Ischia, e verso levante Cuma e le rive euboiche celebrate da Virgilio.

—Costà, narrò il sindaco affisando la parte esterna del promontorio, si pescano eccellenti murene; presso al lido sorgeva la villa dell'oratore Ortensio, il quale pescava gli antichissimi avi delle presenti murene, e avevane addestrata una che alla sua voce accorreva a lui e attirava perfidamente le compagne nell'agguato.

—Domata la ribellione, imbandirete la nostra tavola dittatoriale colle ultime nipoti delle murene d'Ortensio.

—Colonnello, la pesca in questa notte medesima.

Già al corto crepuscolo succedeva la notte; ancora un miglio, indi sbarcammo in Procida sulla costa di San Cattolico.

Traversammo l'isola a piedi, con un appetito che la brezza marina acuì e più acuto allora rendevano gli effluvî degli aranci e dei cedri. Per giunta lo spietato sindaco ci descrisse le migliaia di grassi fagiani e di francolini della caccia reale di Procida. Laonde fra le murene dell'indomani della lotta e i francolini che presumevamo mangiare la vigilia ci sembrava mill'anni di arrivare alla prima stazione del viaggio. Il sindaco continuò il racconto nella seguente conformità:

—Con regio bando proscritti dall'isola tutti i gatti, nel secolo scorso, per non danneggiare la propagazione di quei nobili augelli, in pochi anni moltiplicarono a miriadi i ratti e divennero una spaventevole calamità. Giardini e case e chiese e sagrestie e armadi, e fin'anco le canne d'organo, ogni cosa invasero e rosero codesti ratti; le provvisioni domestiche; i cadaveri prima della sepoltura, i ragazzi nelle cune giacquero in preda dell'orribile flagello. L'isola diventò inabitabile. Finalmente i paesani corsero ai piedi del re, seminando sul suo passaggio un gregge di tali quadrupedi, e ottennero la revocazione del disastroso decreto. Tolta poscia la caccia, ora e fagiani e francolini abitano il parco di Caserta.

La chiusa gelò sul labbro la sensazione di piacevolezza che l'aneddoto vi dipinse.

Dall'opposta sponda della Cornicella, sovra altra barca tragittammo lo stretto canale che separa le due isole, e approdammo in Ischia.

Posto piede sulla terra ribelle che al nuovo sole mi proponevo di percuotere col braccio della mia plenipotenza, il sindaco ci condusse ad una casa due miglia lontana da Borgo d'Ischia. La padrona introdusse dittatore e dittatrice in una modesta camera da letto e favellò in questi sensi:

—Ecco i fiammiferi, ed ecco la bottiglia d'acqua. Posso servirli?

—Grazie, noi rispondemmo, ed ella partì.

Acconciatomi in fretta, discinta la spada, camminando su e giù per la stanza, e stropicciandomi le mani, aspettavo cupidamente la chiamata a tavola.

—Tu fai il moto della fiera nella gabbia poco prima del pasto, osservò mia moglie; ma non ravvisasti nel saluto della padrona una bella e tondafelice notte?

—Tu mi sgomenti! esclamai.

Indi a mezz'ora uscii tentando la via della cucina.

Silenzio, fuoco morto, e lumi spenti. Il sergente dormiva nell'anticamera il sonno dello sfinimento sovra una sedia, il sindaco russava sul sofà, e i padroni di casa eransi ritirati.

—Signor sindaco! gridai scuotendolo senza cerimonie.

Il pover uomo, fregandosi gli occhi, balbutì:—Colonnello!

—Si costuma l'ospitalità dell'arcivescovo Ruggeri nella vostra isola?Qui si sviene di fame.

—Colonnello, siamo discosti dal Borgo e in casa, non esiste bricciolo di pane.

Il sergente svegliatosi m'informò che ad un ricco proprietario del Borgo, il signor L…, non parrebbe vero d'offrirci la cena, ma che il sindaco volle conservato il secreto sulla nostra presenza nell'isola.

—Vi do tempo un'ora, e altre parole non vi appulcro—cantai al sindaco ponendolo sotto custodia del sergente, e rientrai nella mia camera.

—Indovinasti!

E la moglie a me sorridendo:—Mi congratulo del perfettamente assunto piglio dittatoriale!

Accesi il sigaro, mi gettai sul letto senza speranza a meditare sulla vanità delle umane grandezze, e così gemei:

—Sovrano assoluto dell'isola e arbitro dei destini di ventiquattromila abitanti, mi tocca venire a letto senza pranzo e senza cena! E dopo una pausa ripigliai:—Il sindaco forse suppose che i garibaldini si pascano di vento come il Rabicano dell'Ariosto; o forse divisò vendicarsi del mio umile sbarco, senza seguito di soldati, senza rumore di proclami, senza pompa proconsolare, siccome egli dee avere fantasticato sull'ali della sua classica erudizione, e promesso a' suoi amici politici.

Adagio adagio mi si velarono gli occhi e i pensieri e m'addormentai. Lo stomaco travagliato agendo sul cervello con vibrazioni ineguali vi suscitò imagini strane e sconvolte; sognai asserragliamenti e campane a stormo; sognai che il sindaco mi calava in un pozzo, mentre Nullo, Giulio Cesare e simili eroi divoravano murene, frutta di mare e francolini.

—Signor dittatore, la cena in tavola, disse mia moglie svegliandomi. Come Nerone avreste incendiata la vostra Roma, se non levavo in tempo il sigaro caduto sulle lenzuola.

Il signor L…, rinvenuto dal sindaco, fornì la mensa di pane, di vino e d'un piatto di calamari e di naselli pescati appositamente. Trattandosi d'un uffiziale di Garibaldi, i pescatori del luogo volontieri diedero mano alle reti nell'insolita ora, e per tutta ricompensa vollero vedermi, assicurarsi ch'ero uomo come gli altri uomini, e, secondo la consuetudine delle Sicilie, baciarmi la mano. Il signor L…., che interrogai sullo stato dell'isola, ripetè le notizie di gravi torbidi in Forio sparse il mattino dal sindaco, e soltanto aggiunse che il battello a vapore, il quale salpa da Forio a mezzodì e soffermasi a Borgo d'Ischia per Napoli alle due, non ricomparve, che Borgo e i territori di Casamicciola e di Lacco favoreggiavano caldamente la causa d'Italia e Garibaldi.

Ingiunsi al sindaco di spedire immantinenti una staffetta a' suoi amici in Forio avvertendoli del mio sbarco, e mandai ordine al comandante la guardia nazionale di Borgo di distaccare alle sette del mattino una compagnia per una passeggiata militare verso Casamicciola e mezza compagnia per girare il monte Epomeo al lato opposto fino a tre miglia da Forio, e incaricai il signor L… di procurarci le cavalcature.

L'isola è un gigantesco cono vulcanico, la cui base ha un circuito di diciotto miglia, e il vertice elevasi all'altezza del Vesuvio. Questo cono si appella monte Epomeo. Noi viaggiavamo lungo la costa settentrionale fra gli olivi e i vigneti che rivestono da cima a fondo l'isola meravigliosa. Il sindaco ci illustrò ogni zolla e ogni sasso con erudizione d'antiquario e d'agricoltore.—Narrò che un terremoto separolla da Procida; che Omero e Pindaro l'appellanoInarimaperchè abitata da scimmie, che le incessanti esplosioni vulcaniche la mantennero deserta sino ai tempi del re Jerone; che nel 1302 venne nuovamente derelitta da un ombrello di fuoco emerso dalla Solfatara pel corso di due mesi; che nel 1440 Alfonso d'Aragona ne cacciò tutti gli abitanti maschi e costrinse le vedove a sposare uomini catalani e spagnuoli. Poscia si diffuse sulle sorgenti termali di Castiglione e di Scroffa, e ci fece gustare ilduplice ficucantato da Orazio.

Sostammo allo stabilimento dei bagni di Casamicciola, a corta distanza dal focolare della rivolta. Io stetti alquanto perplesso sul partito a cui appigliarmi: la ragione militare suggerivami l'uso delle armi; ma a me, soldato della libertà, ripugnava il versare sangue cittadino. D'altra parte non eranmi ben chiari, dalle informazioni del sindaco, la portata, l'indole e l'oggetto della insurrezione: a lui più d'ogni altra cosa caleva persuadermi della necessità di raccogliere in sua mano temporaneamente ogni potestà di toga e di spada. La situazione poteva aggravarsi con una irruzione di borbonici della vicina Gaeta; però riseppi che da tre giorni non segnalossi alcuna delle due navi di Francesco II. Sembravami consiglio prudente piantare il mio quartiere generale a Casamicciola, commettere ai sindaci dei comuni fedeli di spedire in fretta distaccamenti di guardie nazionali verso la cima dell'Epomeo soprastante a Forio, che avrebbero formato il centro del corpo d'operazione; poi di mandare in Forio, oratore, il mio sergente, intimando di deporre le armi e d'inviarmi deputati.

Se non che lo spirito garibaldino, forse per alcuna ora sopito nel mio cuore, si ridestò repente e disperse tutte sì fatte anticaglie. Rammentando che entrammo in quattordici a Napoli e che Napoli fu nostra, scrissi un biglietto di contr'ordine alla guardia del Borgo e comandai al mio seguito:—A cavallo per Forio.

Dissi e me ne andai dalla sala troncando a metà il gesto e la parola del sindaco allibito. Rimontammo sui nostri asini, io in testa di colonna, poi mia moglie, poi il sergente e in coda il sindaco. All'ultima svolta della strada, un miglio da Forio, nuvoli di polvere annunciavano la popolazione in marcia. Appena i ribelli ci potettero discernere, s'intese un fragore come di tuono, e i più prossimi a noi correndo e ululando ci si avventarono addosso con aspetto di forsennati, ci abbracciarono e baciarono piangendo e delirando. Era una miscela di ragazzi, di signore, di contadini e di giovani bennati.—Garibaldi! Garibaldi! Biondi la barba e i capelli, mi scambiarono per Garibaldi. Li assicurai che non ero Garibaldi.

—-Non importa, è la stessa cosa.

Alcuni notabili presero le redini del mio asino; le signore e le fanciulle, vestite di bianco e ornate di bende tricolori, circondarono mia moglie, e una di loro spiegò su lei un'ombrella di damasco e d'oro, l'ombrella del Viatico, e le colmarono il grembo di mazzi di fiori che ad ogni passo dell'asino cadevano a destra e a mancina e venivano surrogati da nuovi mazzi. Nel momento dell'ingresso in città si udì uno scoppio di mortai, il suono di tutte le campane e di bande musicali; le finestre parate di scialli e di tappeti; la contrada letteralmente coperta di frondi e di fiori, e noi si procedeva sotto una pioggia di confetti e di ghirlande. Sulla piazza la guardia nazionale schierata ci presentò le armi; il rullo dei tamburi s'aggiunse all'assordante frastuono delle voci, delle campane e agli interminabili spari di mortai. A sinistra sorgeva un altare posticcio, altissimo, sfarzosamente addobbato con numero grande di candele accese; un prete in piviale e due ale di chierici in cotta agitavano turriboli e cantavano ilBenedicite pueri Dominum.

Frattanto i gentiluomini palafrenieri guidavano il mio ciuco oltre il palazzo di città e inutilmente li supplicai di condurmi a casa.

—Eccellenza, mi ripetevano, consentite questa soddisfazione al popolo che brama vedervi.

E dovetti adattarmi di percorrere tutti i viottoli di Forio su quella semiseria cavalcatura.

Rinvenuto dal primo stupore di essere accolto a mazzi di fiori anzi che a colpi di fucile, curai con diligenza di schivare lo sguardo della moglie durante il lungo supplizio di cosiffatta processione. Ma ritornando dal capo d'una fra le vie minori mi trovai necessariamente viso a viso con lei, la quale malignamente m'indirizzò queste parole:—Salut, roi d'Yvetot.—La somiglianza al re modello che

Sur un âne pas a pas Parcourait son royaume,

m'ha colpito sì vivamente, che dovetti mordere il labbro per mantenere la serietà, sforzo tanto più difficile, avvenga che strappatasi la logora cigna del basto, non mi sentivo in grado di smontare, certo di non mettere a terra i piedi per primi, nè mi sentivo saldo in arcione nel su e giù delle contrade in collina. Colavami a goccioloni il sudore per le guance, all'idea di compromettere con ignobile caduta la gravità della suprema magistratura!

Il sergente dal suo canto aveva pigliato la cosa in sul serio, e gli applausi, onde fu coperto a cagione della camicia rossa, se li prese per sè, proprio per sè. Spacciatosi mio segretario, accoglieva suppliche, accordava patrocinio, dava speranze d'impieghi, di promozioni, e in breve gran frequenza di clienti ingombrava la sua anticamera, ove piantò in qualità di sentinella e di usciere un milite della guardia nazionale del picchetto destinato al mio appartamento.

Il municipio, i magistrati, l'uffizialità della guardia, molti spettabili cittadini spesseggiarono alla mia residenza in atto di omaggio al luogotenente del dittatore. Io risposi rallegrandomi che al solo mostrarsi della camicia rossa, simbolo di libertà e di giustizia, la reazione borbonica di Forio, che afflisse l'animo di Garibaldi, fosse scomparsa; segno indubitabile che una minoranza audace soverchiò la popolazione con istantaneo assalto. Soggiunsi che, risoluto di estirparla senza pietà, di soddisfare alla ragione del popolo, di avviarlo col lume del diritto e della moralità nella vita nuova, io facevo assegnamento sui nobili istinti di esso, sulla cooperazione delle autorità, sul coraggio della guardia nazionale e sui consigli disinteressati degli uomini liberali. E terminai:—Se dovremo combattere, io sarò primo al pericolo, fiero di esporre la mia vita per la salute degli abitanti di Forio.

Finita la concione, aspettavo che gli uditori, stesa la mano in atto di chi giura, si profferissero difensori deliberati della terra nativa e della patria comune.

Tacquero tutti, mirandosi l'un l'altro con occhio smarrito; pareva che quelle fisonomie e quell'atteggiamento significassero o ch'io farneticavo, o che eglino avevano paura. Il mio discorso cascò come carbone acceso in una secchia d'acqua. Girai il guardo in cerca del sindaco: chiesi di lui; ei s'era ritirato. Invitai il comandante della guardia nazionale ad avvicinarsi, e più voci risposero:—Il comandante è il sindaco. Al silenzio e alla immobilità un sommesso favellìo sottentrò, e un decomporsi e ricomporsi in gruppi diversi come di gente che affrettatamente ponga in sodo un'idea. Alfine un sottotenente della guardia nazionale, avanzatosi quale interprete del sentimento collettivo, disse:

—Eccellenza, il signor B…, uomo ricco, ambizioso e prepotente, si fisse in capo d'esser a un tempo sindaco e comandante della guardia. La violazione della legge e la incompatibilità delle due funzioni provocarono rimostranze per parte della guardia a cui appartiene il fiore della cittadinanza. Nel breve periodo della costituzione di Francesco II l'abuso passò liscio; ma, fuggito Francesco davanti a Garibaldi, lo s'invitò formalmente di dimettersi da uno dei due uffizî. Infiammato da' suoi criati, diniegossi con alterigia di rendere ragione al diritto, sostenendo che tale concentrameto di poteri consuonava col governo dittatoriale, e che, nel rimutato ordine pubblico, lo spirito turbolento della nostra plebe doveva rattenersi con mano vigorosa. Il malcontento, sceso immezzo al popolo di cui egli mostrossi sempre schivo e dispregiatore, cominciò a manifestarsigli con dimostrazioni palesi di ostilità. Si riseppe aver egli detto che sarebbe corso a Napoli e tornato con un battaglione di garibaldini per ridurre a segno questa canaglia. Quindi l'altr'ieri sera una turba di popolo, eccitata dagli emuli di lui, irruppe irritatissima verso le sue case imprecando e minacciando. In quell'impeto scattò qualche colpo di fucile e di pistola; ed egli si sottrasse destramente al pubblico risentimento, e col favore dell'oscurità gli è venuto fatto di gettarsi in una barca, d'irsene a Pozzuoli e di là a Napoli. Se l'hanno rispettato nel vostro ingresso in Forio, ciò avvenne per ossequio a Vostra Eccellenza.

—Ma la reazione borbonica? io dimandai.

—Nessuna reazione al mondo, nessun fatto all'infuori di quanto esposi. Gli abitanti di Forio caldeggiano la libertà e adorano Garibaldi. Il sindaco ha calunniata la sua città.

Gli astanti accennarono affermativamente alle parole dell'oratore, tranne un solo:

—Il signor B… è uomo ambizioso, questi rispose, e il sentimento della vendetta talvolta lo acceca; ma ponete a calcolo, Eccellenza, i molti e influenti partigiani di lui, il disinteresse e l'integrità sua, e la valentìa nell'amministrazione della cosa pubblica.

La rivelazione inattesa e difficilmente indovinabile del sottotenente lumeggiò senza misericordia il lato grottesco e ridicolo della mia arringa melodrammatica.—Sindaco empio! mormorai fra i denti.

Dissimulando alla meglio lo stato mio deplorabile di quel momento, mi congratulai della levità dell'evento, promisi riparazione pronta, li pregai di deporre alla porta il loro nome e il loro indirizzo, e con leggero inchino li accomiatai.

Rimaso soletto, dovetti sorridere della burla, beatissimo del resto che la fosse una burla. Pure non mi riesciva di capacitarmi come mai il sindaco immaginasse d'ingannare così goffamente il governo e me, e di farci strumenti per la sua riconferma di tiranno di Forio. Non volli giudicarlo sovra un'accusa, veridica nell'insieme ma ostile nello spirito, e tenendo conto delle osservazioni del secondo oratore, m'affiatai in singolare colloquio con parecchie persone avverse e favorevoli all'accusato. E conobbi che la città, divisa d'antico, soggiaceva alle influenze rivali di due famiglie, la famiglia B… e la famiglia R…, che il B…, uomo di molte lettere, di più gagliardo animo e più opulento degli R…, comechè questi gli soprastassero per nobiltà di casato e per l'affezione del popolo, ottenuto l'uffizio di sindaco, assunse anche il grado di comandante della guardia perchè non l'avesse qualcuno degli R…, temendo il rivale armato; non rinunciò alla carica di sindaco perchè intollerabile a lui la dipendenza, quale comandante della guardia, dal padre degli R… sindaco inevitabile. Conobbi che il messo spiccato il mattino dal signor B… recava istruzioni affinchè, tenuta occulta la mia venuta, gli amici di lui al mio ingresso in città mi circondassero in attestato di onoranza, impedissero che altri m'avvicinasse, mi ragguagliassero a loro modo sugli eventi, mi spiegassero i segni sicuri di animavversione popolare contro essi e contro il B… quali riprove della reazione, e m'inducessero a riaffidare le due spade al B… come provvedimento eccezionale consigliato dalla situazione. Conobbi ch'egli procacciò si trattenesse in porto a sua disposizione il battello a vapore, a ciò che io stessi separato dagli altri anche nel ritorno. Ma il signor L…, il nostro anfitrione di Borgo d'Ischia, aveva anch'egli trasmesso avviso della mia visita a Forio, epperò tutta la tela ordita dal sindaco cadde in un batter d'occhio sfioccata e guasta.

Mandai a chiamarlo. Egli avea illividita la gota, ma tranquillo il sembiante, e cominciò:

—Colonnello, le murene d'Ortensio, pescate oggi, sono in Forio.

—Sono pure in Forio, signor B…, i granchi al secco che pigliaste in questi due giorni.

—Signore, non vi comprendo.

—Entro mezz'ora rimetterete in mie mani il sigillo della città. Voi non siete più sindaco.

Quivi mi fece la riverenza di persona rassegnata e obbediente.

—Nominerò sindaco in vece vostra il signor R…

—Rimetto in vostre mani anche il grado di capitano della guardia nazionale.

—Vi proponeste di antivenirmi? Vuota precauzione. Chi vi conferì il grado di capitano?

—In verun caso avrei sofferto di dipendere dal mio maggiore nemico.

—Voi magistrato, per abuso di potere, per rapporti non veri, dipenderete dal bargello tra poco.

—Preferisco questa dipendenza alla prima. Errai, nol nego, ma con la convinzione di giovare al pubblico bene. La mia amministrazione fece rifiorire la città; capo della guardia, ordinai un corpo modello.

—E le cause della vostra inimicizia col signor R…?

—Cause profonde: le ereditammo dai padri nostri, s'annidano nelle molecole del nostro sangue, vivono nella memoria di antichi lutti e di offese recenti.

—Voi dovete espiare le colpe commesse come magistrato.

—Saprò espiarle degnamente, da gentiluomo.

—Non basta. Dovete saperle espiare da patriota.

—E come?

—Accettando il comando della guardia. Eccovi il brevetto di nomina che vi ho firmato.

—Colonnello, pretendete l'impossibile.

—La vostra colpa esige la maggior punizione, e questa è la punizione che v'infliggo in virtù della mia autorità. Oggi vi attendo a pranzo in assisa di capitano.

E senza concedergli agio a più lungo dialogo, lo salutai ed ei si ritrasse.

Immediatamente trasmisi, col mezzo del sergente, al signor R… il decreto della sua nomina a sindaco di Forio, e l'accompagnai con lettera cortese, avvertendolo che io stesso mi riserbavo di ricevere in persona la risposta di accettazione, in casa sua.

La notizia in un attimo corse la città e vi suscitò gioia universale. Il popolo riaffollatosi nuovamente sulla piazza battendo le mani e bociandoViva Garibaldi! Viva la libertà!insistette che mi accostassi alla finestra. Io dissi ch'ero venuto a compiere un'opera di riparazione e anche di conciliazione, perchè giustizia e amore ispiravano la missione emancipatrice di Garibaldi; che in un paese come Forio, non solcato da fazioni avverse alla redenzione d'Italia, gli odî privati, nati e inveleniti nei tempi tristi della oppressione, dovevano scomparire in un'opera fraterna di rinnovamento nazionale; che perciò nominai sindaco il signor R… (applausi prolungati), nominai comandante della guardia il signor B… Silenzio profondo per alquanti secondi; e poscia s'intesero alcuni sì qua e là, finalmente unsìgenerale. La banda suonò l'inno e ne nacque un tripudio indescrivibile.

Il signor R… era un vecchio settuagenario e cieco, d'aspetto nobile e dolce, decoroso della persona, e altamente rispettato nell'isola. Diventò cieco nella galera di Ventottene, ove Ferdinando II lo tenne lungh'anni rinchiuso perchè fautore di libertà e nemico aperto dei Borboni sino dalla rivoluzione del 1820. Egli mi ricevette nella sua libreria; ampia sala decorata di busti e di antichi ritratti di famiglia. Le scansie, gli armadi, lo scrittoio, il leggìo, il canapè, ridondavano d'intagliature della decadenza adattate alla sala, sulle cui pareti erano colorati ad affresco peristili, portici, loggie, scale con colonne spirali, con figure a cavalcione dei cornicioni, secondo il gusto introdotto dal Borromini nel secolo XVII.

Lo trovai seduto in una poltrona, il cui dossale sovrastava di due palmi alla sua testa calva, e al dossale un'arme gentilizia baronale dell'istessa noce tarlata. Ai piedi gli folleggiavano quattro nipoti fanciulli; le nuore trapungevano una bandiera tricolore per Garibaldi; la sorella di lui filava bavella da una rocca dibambou; la figlia del primogenito, giovinetta diciottenne, d'una bellezza orientale, inginocchiata sovra un cuscino, la testa sul braccio sinistro del padre di suo padre, leggevagli la mia lettera.

Affacciatomi alla porta:

—È lui! dissegli ella piano.

Assurse il barone con alacrità, e guidato per mano dalla nipote mi mosse incontro e si abbandonò fra le mie braccia con tale effusione d'affetti che quasi venne meno, ed anche gli occhi miei si inumidirono.

—Un seguace del nostro redentore sotto il mio tetto! Ah! Nora, Nora, egli esclamò, sollevando le spente pupille al cielo. Fossi tu vissuta a vedere questo giorno!

—Oh gran Dio! lo fosse, proruppe una delle nuore, mentre tutte e la sorella del barone mi si appressavano con un geniale benvenuto dipinto sul sembiante.

La lacrima che mi tracciò una riga sino al mento, avvertita dalle signore, servì di passaporto al loro animo, le sciolse dagli impacci del riserbo al contatto d'un forestiero, e me le improvvisò ausiliarie nell'indurre il barone, che opponeva la cecità e gli anni, ad accettare l'officio di sindaco.

La giovine Norina condussemi al balcone che dava sul mare, e indicandomi un gruppo cilestro in lontananza:

—Quella è Ventottene; il nonno giacque là incatenato tredici anni; e quivi la nonna soleva sedersi e piangere, e morì pregando invano pel suo ritorno. Io porto il nome di lei, soggiunse, alzando sui miei li suoi grandi occhi nuotanti.

Con una specie di famigliarità squisita e con delicata curiosità, negli intervalli di silenzio del barone, quelle gentili mi strinsero con cento interrogazioni sul genio, sulla virtù, sulla bellezza di Garibaldi, sui pericoli corsi, sui prodigi compiuti, sulle speranze, sull'avvenire. La loro commozione e la gratitudine salirono al colmo quando le regalai dell'unico ritratto del generale che tenni sempre meco nel portafogli con la firma autografa di lui.

Ma a me importava vincere il signor R… in un altro campo. Dopo una discussione animata in cui la Norina pugnando al mio fianco rivolse contro il nonno l'ingenuità della sua eloquenza, la musica della voce, il magisterio delle carezze, e le seduzioni della preghiera, egli acconsentì di deporre sull'ara della patria gli ereditari rancori contro i B…, che per sì lungo tempo contristarono la terra materna e velarono la serenità d'una virtuosa famiglia.

Solo la vecchia zia, rigida conservatrice di tutto intero il passato dei baroni di R…, ritornò taciturna e implacabile alla bavella e al bambou.

Appoggiato al mio braccio, il generoso vecchio venne alla mia residenza fra due fitte siepi di popolo, a cui di rado mostravasi, amoroso e riverente.

Nella sala vidi il signor B…, vicino a mia moglie, in assisa di capitano, impallidire come un cadavere alla comparsa inaspettata del vecchio cieco, seguìto da' suoi figli e da molti amici che invitai a pranzo.

Me gli accostai dicendo:

—Ben contento di trovarvi qui, capitano! ora bisogna provarmi che il patriota non la cede al gentiluomo.

Ed ei con occhi scintillanti e con labbra bianche:

—La vostra dittatura è guanto di ferro che mi stritola. Orrenda cosa sempre la potestà assoluta!

—Mia moglie aspetta il vostro braccio.

E ci avviammo alla sala da pranzo. Il barone s'assise accanto a lei e a canto a me il capitano. Ella, ed io con qualche pena abbiamo dato ilLaalla conversazione; il cibo e i vini ci furono preziosi alleati, e le bande musicali e i battimani incessanti del popolo nella sottostante piazza.

Rizzatomi, e fatto silenzio, cominciai:

—Il popolo applaude a questo banchetto di fratellanza; sa che noi qui compiamo un atto religioso, sa che…

In questo mentre, mi annunziarono una deputazione, che feci introdurre frettolosamente, capitata a salvare in tempo la mia riputazione oratoria, che naufragava nel banco delle scipidezze.

—Signor sindaco, signor capitano! favellò l'oratore della deputazione con una breviloquenza perentoria; il popolo raunato vuole salutarvi riconciliati.

Tali parole elettrizzarono la sala e ridussero a nulla ogni resistenza. La voce ferma e sonora dell'oratore popolano sembrava l'eco della voce onnipotente della moltitudine. Tutti si alzarono, e mia moglie, guidato il barone all'altro capo della tavola, e presa la mano del capitano la congiunse a quella del sindaco con queste parole:

—Consentitemi che io sia pronuba alla riappacificazione di due uomini onesti.

—Giovanni B…, e l'accento solenne dell'onorando cieco suscitò un'emozione in ogni cuore, dite che nel nome d'Italia e di Garibaldi noi abiuriamo il passato.

—Abiuro, balbettò il capitano finalmente vinto.

Si abbracciarono, visibilmente commossi, questi uomini, ai quali venne insegnato di odiarsi fin dalla culla, e obbedienti al comando del popolo si presentarono sul poggiuolo. I commensali dietro di loro coi candelabri accesi illuminavano la scena dei due nemici che si stringevano la mano.

Era un quadro di Gherardo delle Notti.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Fissata la partenza per mezzodì, combinai di evitare una nuova ovazione, sguizzando da una porticina per qualche straduccia alla rada. Ma la signora B…, la fanciulladagli occhi nuotanti, e altre loro amiche stavano attorno a mia moglie con carezzevoli istanze acciocchè ci trattenessimo alcuni giorni ancora. Promise ella il nostro ritorno, e intanto impegnavale ad apprestar filaccie e pannilini per l'ospedale di San Sebastiano, e a rallegrare la tediosa convalescenza dei feriti con aranci, con limoni e coi prelibati vini onde Ischia va celebrata. Si dovette adunque scendere alla marina per le vie principali.

Sul punto di partire fui trattenuto dalla visita di uffiziali borbonici; un maggiore, un capitano e tre luogotenenti. Il maggiore, vecchio e calvo; e veruno degli altri giovine; tutti in gran tenuta: calzoni rossi, tunica azzurra, due bottoniere a curve convergenti dalla punta delle spalle alla cintura; spallini alla francese, di filo d'argento; una placca dorata con la corona borbonica in rilievo, davanti al collaretto dell'abito, e un altoschakòin mano.

—Io sono il comandante della rôcca di Procida, questi i miei uffiziali, principiò il maggiore: ci recammo qui per prestare omaggio al plenipotenziario di Garibaldi.

Quindi si avvicinarono per baciarmi le mani. Io le ritrassi dispettosamente dicendo:

—Non sono un padre abate!

E il maggiore:

—Eccellenza,noi teniamo moglie e piccirilli; battuto Francesco II, ci accostammo al governo nazionale. Ignoriamo qual sorte ne si riserbi, e ci raccomandiamo a vostra eccellenza.

Durante gl'ingenui detti del maggiore, i suoi commilitoni con patetiche e supplici fisonomie, con le mani, alto un metro da terra, indicavano ipiccirilli.

Quadro di riso e di pietà.

Ed io stringendomi nelle spalle:

—Veramente non saprei…

Tutti ad un tratto, collo torto e languidi occhi, interrompendomi:

—Una parolina di vostra eccellenza!?…

—Fate, ripigliai interrompendoli alla mia volta, atto formale d'adesione al nuovo stato, e per decreto del dittatore in data di Salerno il vostro grado verrà riconosciuto, previa l'osservanza d'altro decreto in data di Palermo, che vieta di baciare la mano.

Allora il maggiore:

—Voi siete giovane, ed io posso essere vostro padre; permettetemi che vi abbracci.

E mi abbracciò, e gli altri mi abbracciarono. Io poco dittatorialmente mi sottomisi alla funzione di reliquiario, cercando di capacitarmi se costoro fossero soldati o sagrestani, e guardando se disotto al balteo della spada pendesse il rosario.

All'esultanza frenetica del giorno innanzi, succedette la mestizia dell'addio. Parve una scena di famiglia; la partenza d'uno di casa. Addio senza strepito, quasi muto; al nostro passaggio ognuno si scopriva il capo, molti ci stendevano la mano anche da lungi, e molti avevano gli occhi rossi. La spiaggia, il molo, le case prospicienti il porto rigurgitavano di spettatori. Quando il vapore si mosse,Grazie, gridarono, e ci salutarono con le pezzuole bianche, e stettero a guardarci fin che il battello scomparve girando il primo capo al nord.

Il mare agitato mi costrinse di corcarmi senza indugio, e in quello stato di languore malaticcio mi lasciai andare in metafisicherie platoniche.

—Basta un raggio di giustizia e di bontà, io pensava, sceso dalle arcane e temute sedi del governo, per fare miracoli di codesti popoli della Magna Grecia, che hanno i nervi sottili e sensitivi dell'artista; e sono artisti. Il sentimento del bene ai loro occhi come a quelli di Platone s'imparenta al sentimento del bello; e sulle ali d'ambidue si ascende così facilmente alla cognizione del vero!

Compagni al mio ritorno erano sul ponte il signor B…, il quale, allo spettacolo di quelle genti meste che ci salutavano dal lido, mi ripetea il verso di Virgilio:

«Exoritur procurva ingens per litora fletus:

i figli del barone e parecchi giovani patrioti i quali mi vezzeggiavano affinchè li presentassi a Garibaldi. Di repente il battello s'arrestò per frattura nella macchina. Piccolissimo, stravecchio e senza àncora, veniva palleggiato ignominiosamente dalle acque ingrossate, e risicavasi d'urtare contro gli scogli di Procida. Sui volti sgomenti del mio corteo leggevasi che col rompersi della macchina erasi rotto l'incanto della presentazione a Garibaldi. E rivoltomi al signor B… celiando:

—Ieri abbiamo mangiato le murene d'Ortensio, oggi le murene mangeranno noi.

Il pover'uomo s'industriò di sorridere, per debito di cortesia gerarchica, alla mia freddura; allargò la bocca, ma il riso non venne.

—La lancia è a mare a vostra disposizione, dissemi il capitano di bordo.

—Mandatela a Procida per altre barche; ce n'andremo tutti in quelle.

Se l'essere restato a dividere il pericolo comune non infuse coraggio alla brigata, posela nell'obbligo di nascondere la paura. Nondimeno taluno segnavasi di soppiatto, altri agli angoli del ponte sbottonavasi il panciotto, tirava di sotto alla camicia un amuleto in raso ricamato e premevalo sulle labbra.

Intanto, rigonfiate le onde già abbastanza gonfie da una fresca brezza, si ballava egregiamente; ma per buona sorte il legno, spinto al nord verso il lido euboico, allontanavasi dall'isola. In capo a due ore i battelli di salvamento ci raggiunsero e si vogò a Procida.

Prima di sera toccammo terra a Pozzuoli.

Il mio pensiero riposava nella visione dell'umile cameretta di Santa Lucia, ove mi sarei rifugiato a momenti, gettando nel golfo la clava del supremo arbitrio, ridivenendo il solito luogotenented'ordinanza. E ripetevo, scherzando, a mia moglie un brano di Molière:Ils m'ont fait médecin malgré mes dents. Je ne m'étais jamais mêlé d'être si savant qua cela.

Il governatore di Pozzuoli trovavasi sul luogo dello sbarco, e in una magnifica carrozza di corte a lento passo si percorse la città tutta bandiere e applausi.

Ond'io a lui:—Perchè ciò?

—Per onorarvi d'avere protetta in tempo la polveriera di Baia.

Salimmo al palazzo del governo sovra un poggio, ove fu apparecchiata una mensa sontuosa di oltre cinquanta coperti, con isplendidissima illuminazione in cera, con addobbi di damasco e di corone innumerevoli di fiori, con lusso di vini francesi, con copia grande di gelati, che soglionsi nelle Sicilie distribuire a metà e alla fine del pranzo.

Abituato ai pasti forse un po' troppo frugali di Garibaldi, credevo di trasognare a quello spettacolo sibaritico, che Garibaldi virtuoso avrebbe disapprovato apertamente, e che io mi limitai a disapprovare in segreto. Ricordai la mela acerba che in cammino da Nicotera a Mileto il generale, seduto a terra, mi buttò dicendo:—A voi, fate colazione. E fu la colazione.

Dovetti ascoltare sonetti e discorsi, dovetti udire e dire cento insipide frasi a un centinaio di persone statemi presentate, le quali tutte intercedevano di accompagnarmi al palazzo d'Angri. Ringraziai e rifiutai quanto più gentilmente mi riescì fatto. Vane ripulse, perchè più di venti carrozze aspettavano sul piazzale. Si partì alfine per Napoli. Ogni carrozza riboccava di signori, di uffiziali e di sott'uffiziali della guardia nazionale, e ben cinquanta torce a vento rischiaravano la strada con una lunga e rosseggiante striscia di luce e di fumo. Alle ore dieci si sboccò dalla grotta di Posilippo. Un sudor freddo piovevami dalle tempia all'idea di smontare al palazzo d'Angri con un seguito mostruoso che somigliava a una mascherata di carnovale. Garibaldi sarebbesi annoiato, e i miei amici del quartiere generale non m'avrebbero più lasciato in pace per simile trionfo alla romana dopo tanti eserciti debellati e tanti popoli soggiogati! Giunto davanti alla mia porta di casa in Santa Lucia, comandai al cocchiere di fermarsi. Scesi con la moglie; tutti scesero.

—Vi ringrazio della compagnia, dissi; sto qui di casa; felice notte!


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