I Sanniti moderni
Per una porticina del primo cortile a sinistra del palazzo reale di Caserta si sale a quei mezzanini le cui finestre prospettano la piazza, da un lato, e, dall'altro, una selvetta odorosa del gran parco. Dodici stanze disposte ad angolo retto compongono l'appartamento; bislunghe, basse, poveramente mobiliate. Ivi il dittatore, sulla fine di settembre, trasportò il quartiere generale. Ad un manipolo di lancieri a piedi n'era affidata la guardia: cappellino piatto con falde rovesciate e parallele al giro della callotta; camicia rossa, brache cenerine, e una lunga asta con picca. Null'altro. Garibaldi aveva ideato d'ordinare una legione di codesti astati, per avventarla, in date occasioni, contro i reggimenti nemici e infilzarli. Ma il manipolo apparve poco seducente e rimase manipolo.
La sala d'aspetto frapponevasi alla camera del dittatore e alle camere degli aiutanti. Nella prima di queste, la sera, ritornati dal campo, convenivamo in parecchi a colloquî geniali, a ciarle e a dispute politiche. Parte del quartiere generale professava opinioni democratiche, una parte seguiva le dottrine del conte di Cavour, e altri, particolarmente addetti ai servigi privati di Garibaldi, non s'affannavano gran che fra le due tendenze, e stavansene paghi di ripetere le opinioni e i detti di lui. Al comando del quartiere generale venne assunto da qualche settimana il colonnello Paggi. Il Paggi, buon soldato, ardente fautore della Casa di Savoia e della libertà ristretta, mostravasi appassionato delle discussioni politiche, e capitava spesso nel nostro circolo per conquiderci e costringerci ad abbracciare la sua fede. Uomo complesso e rubizzo, parlava in chiave di soprano con trafitture di acuti e striduli suoni, e aiutavasi nella tempestosa eloquenza d'una gesticolazione a larghe ruote; afferrava per un braccio l'interlocutore, forzandolo così all'attenzione, e, accennando addirittura di no col capo, interrompevalo; e gli pigliava una mano e tenendogliela abbassata proseguiva nel suo dire, senza dar tempo all'obbiezione o senza prestarvi orecchio. Le sue idee scattavano nella loro nativa e agreste origine, non alterate dalla lettura nè lambiccate dalla meditazione. L'italiano ch'ei parlava era mescolato di genovese, con una sintassi tutta sua. I tempi dei verbi, i generi, i numeri non gli recavano il menomo affanno; ei li considerava pedanterie dei grammatici. Affezionato a Garibaldi, che seguì in varie campagne, pesavagli che questi inchinasse a democrazia, e ancora più che noi gli fossimo graditi e vicini. Scaltro e diffidente come ligure, ma buono di cuore e diritto come capitano di mare.
La sera del 10 ottobre io entrai nella stanza del circolo con la tabella in mano dell'ordine del giorno.
—Dunque dimani lo champagne a Napoli, disse il tenente colonnelloMissori.
—Chi paga? dimandò il capitano Zasio.
—Paga Mario, oggi promosso capitano,
—Pagherò, salvo il caso di forza maggiore. Ecco l'ordine del giorno.E lessi.
L'ordine del giorno proibiva agli uffiziali del quartiere generale d'andare a Napoli senza un biglietto di permesso, da non accordarsi a più di due alla volta. Scrittura di tutto pugno del Paggi. Un paio di sugosi periodi ingemmati da una coppia di sconcordanze, e una sola delle due g che si abbicano nel suo cognome.
—Mo sta bono!fece con frase e accento romagnuoli il maggiore Caldesi in atto di avvicinarmisi, visibilmente incredulo.
—Come? credete ch'io falsifichi le scritture? Leggete, ecco qua l'autografo.
Mi corsero tutti intorno: e anco chi s'era corcato scese in fretta dal letto,in naturalibus, per verificare la mia lettura. Tant'è, i due spropositi brillavano, e lagmancava. Il colonnello entrando ci chiappò sul covo e ci pose in grave imbarazzo, perchè io tenevo in mano il corpo del delitto.
—Caro Paggi, cominciai con quella maggiore disinvoltura consentitami dal minuto critico, ma pronunciai il cognome con una solag, ciò che non favorì troppo la ricuperazione della serietà desiderata. Caro Paggi, vi ringrazio d'avermi risparmiato, con quest'ordine del giorno, una ventina di piastre in champagne.
Ed egli, girando l'occhio sospettoso sugli uffiziali:—Non mi pare argomento d'allegrezze!
—Taci, Mario, non mi amareggiare, esclamò Caldesi; manderemo Mingon a Napoli per comperare lo champagne. Berà anche il colonnello. Non è vero, colonnello? Qui fra noi, alla buona.
La diversione del maggiore Caldesi ha sviato l'attenzione del colonnello, il quale dimandò:
—Chi è Mingon?
A cui Caldesi:
—L'ordine del giorno non lo tange. Mingon, amico mio, famigliare e concittadino, fa meco la guerra per diletto. Lo generò Faenza, lo rapì… Eccolo qui per lo appunto.
Mingon, entrando, a Caldesi:
—Ooh!
Caldesi a Mingon:
—Ooh!—Ooh! era il saluto consueto del domestico al padrone, e di questi a quello.
Il colonnello a me:
—Il generale vuole parlarvi.
—Vo subito.
Lo trovai accigliato e cogli occhiali sul naso, seduto al tavolo, esaminando e firmando carte di Stato.
—Leggete questa lettera, mi disse.
Ravvisai subito dalla scrittura una lettera di Mazzini. Lessi e stetti aspettando ch'egli parlasse per primo.
—Mazzini mi esorta, così principiò, e mi spinge di gettarmi su Roma; mio primissimo divisamento entrando in Napoli. Ma come lasciarmi a tergo sessantamila uomini fra Capua e Gaeta? Appena partito, Napoli sarebbe stata ripresa, e il continente perduto. Nella battaglia campale e decisiva del 1.º e del 2 ottobre li abbiamo battuti e fiaccati irreparabilmente; ne facemmo cinquemila prigionieri, e li riducemmo all'impotenza di assaltarci. Ma che per ciò? Cinquantamila armeggiano là tuttavia, sufficienti, se noi lontani, a ripigliare il perduto. Andremo a Roma, non mancherà tempo. Impossibile adesso.
—Giustissimo. Forse, appena giunti in Napoli, quando l'Europa stupefatta pareva dubitasse se voi foste uomo o nume…
—Ma vi giugnemmo soli. Di molte tappe a noi s'addietrava l'esercito, e contro i soldati di Bonaparte bisogna la ragione della baionetta.
—V'ha un mezzo, generale, se non m'inganno. E quivi egli fece un segno d'attenzione con un tantino d'ironia sulle labbra e dentro gli occhi. Si afferma che procedenti dalle Marche ci visitino i Piemontesi. Lasciandoli alla cura dei cinquantamila borbonici, non potremmo noi frattanto in ventimila irrompere per altra via su Roma?
—I Piemontesi vi si opporrebbero; donde la necessità di aprirci il passo coll'armi. La guerra civile… no!
—Se stesse a me, generale, non andrei a Roma, nè vorrei i Piemontesi a Napoli.
—Che cosa fareste? Sentiamo anche questa.
—Mi chiuderei nelle Due Sicilie finchè vi avessi organizzata la libertà e un grand'esercito di patrioti. Poscia direi ai Piemontesi: «Fratelli cari, dobbiamo emancipare Roma e Venezia; sia gara fra noi di chi fa meglio. Indi il plebiscito.»
—So che vorreste la repubblica. Io sono repubblicano come voi; ma la mia repubblica consiste nella volontà della maggioranza.
—Voi, eletto dittatore, rappresentate quella volontà . Io, del resto, m'appello al plebiscito, ma a stranieri cacciati. Bramerei collocata l'urna sui trofei della vittoria.
—-Se vedete Mazzini, conchiuse il generale ponendo termine al colloquio, riferitegli la mia risposta.
Rientrato nella sala degli aiutanti:
—Te vegnet no an te a bagulà a?mi disse Nullo sorridendo, disteso sovra il letto, fumando un sigaro, ascoltando e tacendo come soleva. Paggi aveva la parola. Gli altri uffiziali sedevano intorno al letto di Missori, che serviva di palestra.
—Un momento, caro Paggi, così Missori troncando la facondia del colonnello. Mario potrà ragguagliarci quanti dell'esercito settentrionale caddero nella campagna delle Marche.
—Seicento fra morti e feriti in tutta la campagna, io risposi; la metà di meno di quanti ne perdemmo noi in una sola battaglia, il 1.º ottobre.
—Seicento? cifra di partito! gridò il Paggi.
—Cifra pubblicata nellaGazzetta uffizialedi Torino, dal generaleFanti, comandante della spedizione.
Ed egli di rimando:
—Abborro le bugie, perciò non leggo gazzette.
—Nè libri, per non perdere l'originalità , susurrò fra parentesi il capitano Zasio.
—Ben detto, colonnello. Ora allungate gli orecchi, e ascoltatene una che le vale tutte in mazzo.—Tirai di tasca laPerseveranzae continuai:—Ecco un giornale dei vostri, e narra che la nostra vittoria del 1.º ottobre devesi agli artiglieri e ai bersaglieri piemontesi.
—I bersaglieri non li vidi, ma una ventina di artiglieri ci si trovava.
—E venti artiglieri, tuonò Nullo in bergamasco, sconfissero più di cinquantamila borbonici?
—Però il 2 ottobre, ripigliò con turgide gote il colonnello, un battaglione di bersaglieri, venuto il mattino da Napoli, partecipò alla lotta e fece più centinaia di prigionieri. Negatelo, proseguì volgendosi a me; voi eravate presente in Caserta Vecchia.
—Sì, ma prima del battaglione irruppero in Caserta i Calabresi, ai quali spetta il vanto dei prigionieri. Se non che i cinquemila, spoglia opima della giornata, se li pigliò la brigata Sacchi e la divisione Bixio. Il padre Loriquet, per quanto sembra, è l'Urania invocata dagli storici del vostro partito.
—Io non so di Loriquet nè di Urania; ma confesserete, disse riappiccicando il discorso con Missori, che la campagna delle Marche fu brillante e gloriosa.
E Missori:
—Io non vi smentisco, ma voi scemate i meriti dei vostri, esagerandoli, e, peggio, mettendo a pari codesta impresa con quella di Garibaldi.
—Ammetterete almeno, notò il marchese Trecchi, il quale volea fared'un pruno un melarancio, che l'impresa superi moralmente quella delleDue Sicilie per la demolizione del Papato e per la trasfigurazione diVittorio Emmanuele in Enrico VIII.
Ed io, di ripicco e con risentita parola:
—Il Papato è a Roma e non a Rieti, nè a Gubbio, come il pensiero ha sede nel cervello e non nelle calcagna. Nè il Papato si demolisce con la religione cattolica. «Conserverò la religione degli avi, scrisse il vostro re.» I Valdesi e Giannone possono rendervi testimonianza quale religione e quali avi fossero quegli avi e quella religione. Sapete, marchese mio, lo scopo della brillante campagna delle Marche? L'invasione del regno per tagliare le ali all'aquila di Caprera.
—Udite i recentissimi sensi di Sua Maestà a me, ambasciatore del generale: «Sono amico di Garibaldi, ammiro il valore dei garibaldini, verrò a stringervi la mano sul Volturno e a completare le vostre vittorie: le deputazioni d'ogni parte mi vi chiamano» Ditemi di grazia, caro Mario, che sarebbe di noi senza questo intervento? Già la reazione si manifesta nel Molise, e un oratore di Bojano capitò stamane a impetrare dal dittatore aiuto d'uffiziali esperti e qualche battaglione.
—Lo so. Il nemico allungò il suo corno sinistro e fece una punta ad Isernia per foraggiare, per suscitare partigiani negli Abruzzi, e per contrastare il passo all'esercito del nord. Innocenti sforzi! Garibaldi or ora mi disse: «L'abbiamo fiaccato il 1.º ottobre; è impotente.» Se ciò non fosse, esso avrebbe ritentata la sorte dell'armi contro noi per debellarci e tornare vincitore in Napoli, innanzi all'arrivo del vostro re. Il quale se ci sapesse vinti, volterebbe il cavallo per Torino. Noi assalteremo Capua in breve. È il voto dell'esercito, il nostro sospiro, e una speranza scesa da alte regioni.
—Domando la parola, Caldesi interruppe sbadigliando: scendiamo anche noi come la prelodata speranza da codeste nuvole in terra ferma. Si compera lo champagne, sì o no? Mingon, sentinella vigilante, attende gli ordini. Mingon! Dove andò? Dorme! La vostra eloquenza, ragazzi, gli ha conciliato il sonno.
—A dimani, a dimani, s'udì da più voci.
—Se conclud mai na gott, esclamò Nullo, e ci separammo.
—Sai, Mario? mi disse Caldesi; anche stanotte, di guardia alla porta del generale! Il colonnello Paggi è la mia croce. Due volte di già , la guardia in questa settimana!
—E due volte toccò anche a me.
—Vittime designate entrambi del suo furore antidemocratico.
Ritiratomi nella mia stanza contigua a quella del colonnello Paggi, lo interrogai intorno alla causa dell'ordine del giorno.
Ed egli:—Non avete inteso oggi il generale quando a mensa, circondato da più di trenta uffiziali del seguito, pronunciò quelle fulminanti parole: «A pranzo trenta, in campo dieci o dodici!»
—E vi lusingate d'infiammarli alla passione delle battaglie col vostro elisire?
—Almeno non andranno a fare gli eroi su e giù della via Toledo e ai Giardini della Villa, mettendo sossopra, senza averne diritto, i cuori delle belle napolitane.
Vi defraudarono della vostra porzione? Quelle povere belle, vedovate dalla vostra tirannide, imprecheranno contro di voi, e ogni speranza d'un loro sorriso per voi s'estinguerà per sempre. Ma esse opinano che la medesima distanza divida Caserta da Napoli e Napoli da Caserta. E con simili ciarle ci addormentammo placidamente.
L'indomani all'ora antelucana brulicavamo, secondo il costume, nella sala, bevendo il caffè e aspettando il generale. Il quale indi a poco comparve avvolto nelponchoe il fazzoletto di seta sulle spalle. Noi gli facevamo ala per seguirlo. In quel punto gli mosse incontro un gentiluomo sui cinquant'anni, cappello in mano. Il colonnello Paggi e i maggiori Gusmaroli e Stagnetti gli saltarono addosso come molossi, intimandogli a voce bassa ma concitata di ritirarsi, chè in quell'ora il generale aveva ben altro pel capo. Solevano codesti uffiziali tenere lontana da esso quanta più gente potevano per camparlo dalla noia delle petizioni o dei lunghi discorsi, e principalmente per un senso febbrile di esclusivo possesso della persona di lui, dimenticando che l'uomo del popolo e dittatore doveva ascoltare, conoscere, appagare quanti più gli fosse venuto fatto. Vedevano perfino di mal'occhio e con gelosa ansietà , se noi stessi, aiutanti suoi, gli parlavamo spesso, massime in colloquio appartato e politico. E il generale, a cui tornava molesto il troppo zelo, con guardo acceso:
—Lasciatelo passare.
E queglino, ingrulliti, ristettero e diedero volta.
E il gentiluomo:—Signor dittatore, non so risolvermi di ripartire perBojano senza il soccorso che v'ho chiesto.
—Mi narraste ieri di tremila patrioti armati e pronti; questi bastano a domare la reazione, o a limitarla dov'è. Il paese liberato deve saper custodire la libertà da sè stesso. Voi, maggiore delle guardie nazionali di quella provincia, capitanate i tremila.
—Senza la presenza di soldati vostri, senza l'autorità e la guida di uffiziali del vostro seguito, e fra i più valorosi, non se ne caverà alcun costrutto.
—Se dovessi mandare battaglioni e aiutanti miei ad ogni grido di paura, non mi basterebbe l'esercito di Serse. Difendetevi da voi, vi ripeto.
—Il vostro rifiuto, eccellenza, vi costerà , oltre al Matese, ilMolise, e forse gli Abruzzi.
—La vostra ostinazione va diventando più forte della mia pazienza.
Abbassato il cappellino sugli occhi, il generale troncò la conversazione e mosse verso la scala; il gentiluomo gli andò a panni al lato sinistro, allungando il collo a interrogare di profilo la fisonomia dell'interlocutore, a spiare l'opportunità di un secondo tentativo; e si discese tutti nel cortile. Garibaldi, arrestatosi d'improvviso, tanto che il gentiluomo per moto concepito si trovò d'un passo più avanti di lui, mandò Basso a pigliare il cannocchiale. E Basso:
—L'ho meco, generale.
Il gentiluomo profittò dell'istante per ritentare la prova:
—Siatemi indulgente, generale, ponetevi nel mio posto; l'interesse del mio paese mi fa diventare importuno; voi siete patriota anzitutto, e comprenderete….
—Ora non ho tempo, ne riparleremo stasera: addio.
Quegli scomparve, e noi uscimmo sulla piazza. I primi languidissimi albori insinuavansi nella notturna oscurità , la quale si tingeva del color di piombo. All'opposto lato della vasta piazza si discerneva la pallida colonna di fumo della vaporiera, e si udiva il brontolìo della valvola che accennava quasi all'impazienza della sosta. Un ampio stradone conduce dal palazzo alla ferrovia; a diritta e a mancina serenavano le squadre calabresi che non capivano ne' due edifizî ad arco elittico; ali staccate della massima Villa Reale d'Europa. Intendevansi gl'indistinti e lievi rumori d'un accampamento poco innanzi alla diana, l'ultimo rimutar di fianco nel sonno, qualche sonito d'arme, qualche accento velato e fioco di chi si risveglia, qualche schianto di fiammifero. Noi passavamo.
—Garibaldi! Garibaldi! taluno già desto gridò. Più ratto che non succeda al rullo mattutino del tamburo, quel nome fece assorgere i dormienti che s'assieparono, traballando, sul ciglio dello stradone per riguardare le adorate sembianze dell'eroe, per augurargli il buon giorno, per susurrargli una parola d'amore.
La vaporiera ci trasse a Santa Maria, quindi la carrozza a Sant'Angelo, e a piedi facemmo l'erta fino alla sommità ; pellegrinaggio di ciascun giorno. Il fianco meridionale del monte famoso è aspro per materie rocciose, vedovo d'erbe e d'alberi, tranne poche betule, meno rare verso la cima; all'est, una profonda fessura lo discerne da altro monte, in fondo alla quale su due piani stavano in batteria quattro cannoni nostri di grosso calibro; al nord, esso scoscende al Volturno, e all'ovest protendesi in costa ardua lunga e intercisa di creste a similitudine di muraglia merlata. Dalla sommità si scuopre l'opima valle del Volturno, il quale, serpeggiando a vista d'occhio dall'oriente al tramonto fra ripe incassate, sembra un'interminabile striscia d'argento colato e fluente; le montagne sino a Sant'Angelo e Cajazzo lo accompagnano parallele nel suo viaggio, quindi divergono, ed esso, abbracciata Capua con figura parabolica, si devolve al mare, fecondando d'irrigue acque ed abbellendo la pianura di Terra di Lavoro.
Dal vertice di Sant'Angelo, Garibaldi, con assiduo pensiero, vigilava i movimenti del nemico e meditava il passaggio del fiume per irrompere fra Capua e Gaeta, dividere l'esercito borbonico e, dimezzato, conquiderlo oggi sul Volturno, la dimane sul Garigliano. Ivi il giovine monarca delle Sicilie avrebbegli consegnata la propria spada. Così davanti al prestigio del suo nome caddero le rocche dello Stretto ed i castelli della capitale; così si dileguarono cinquantamila uomini davanti alla sua carrozza da Reggio a Salerno; così la flotta, nella rada di Napoli, ammainate le vele e addobbata, con cento e un colpo di cannone lo salutò ammiraglio e signore. Ma avuta certezza dell'intervento del re sardo, lo splendido disegno gli si scoloriva d'ora in ora. L'intervento del re doveva mutare di pianta il carattere della lotta: gl'incanti del mago di Caprera dovevano scomparire, e cessato il prodigio, la realtà riaffacciarsi: un re di fronte ad altro re, l'uno per raccogliere la corona cadutagli al piede, l'altro per istrappargliela. L'intervento sostituiva allo straordinario il consueto, rendeva possibile l'ingerimento della flotta francese e la prolungata difesa di Gaeta. L'ultimo canto del poema epico era finito. Seguiva la prosa deglierrata-corrige, del privilegio dell'edizione, e del permesso dei superiori.
Garibaldi per avventura antivedeva lo svolgimento di questi eventi. Il suo più frequente ricordarsi di Caprera e un leggiero velo di mestizia effusa sul suo volto mi persuadevano ch'egli sentiva chiudersi anzi tempo il prefisso cammino. Non lo turbava volgare gelosia, nè cruccio d'ambizione insoddisfatta; folgorante di gloria, e, per naturale modestia, schivo d'ogni grandezza, affliggevalo la incompiuta eredità di trionfi popolari ch'ei legava all'avvenire della libertà d'Italia.
Il nostro mostrarci colassù quel mattino fu più del costume festeggiato a colpi d'obice, di cannone e di carabina. Di là del Volturno, che corre ai piedi del monte, il nemico aveva postato due obici alla nostra sinistra, due cannoni rigati di fronte e cacciatori, dentro buche munite, lungo il fiume. Quella musica formidabile durò senza posa quattr'ore; i tiri, alti dapprima, abbassavansi con graduale correzione. Sparsi su quelle creste, eravamo dilettevole bersaglio ai regi, ma non tornava così agevole il colpirci, come faceva mestieri, di prima intenzione. Però alcune granate rombarono appena d'un cubito sovra le nostre teste. In un certo momento, trovandomi ritto davanti al generale che sedeva appoggiato a un masso, mentre congetturavansi i casi di un moto in Ungheria con aiuti nostri, ci sibilò vicinissimo un fascio conico di cannone rigato:—Che diavolo! disse Garibaldi, e mosse una mano come in atto di scacciare via mosca importuna; nè più di tanto la conversazione rimase interrotta. E la medesima interruzione si riprodusse in un quarto d'ora ben tre o quattro volte. Io non osavo suggerire al generale di assidersi dietro il masso, nel dubbio che il consiglio non sembrasse abbastanza disinteressato. Nondimeno il silenzio parvemi codardìa, e per sottrarmi al rimorso, mi gli piantai davanti nella direzione delle granate. Povero schermo per verità , ma sufficiente a non veder lui ferito. Egli frattanto, sulla via che mette a Cajazzo scorto col cannocchiale un corpo di cavalleria e di fanti il quale movea a quella volta:
—Scendete, fecemi, ai nostri pezzi di grosso calibro, e tirate a palla su quelle squadre.
Scesi, e i quattro cannoni imperversarono indefessi per oltre un'ora; indi risalii. Nell'ascesa incontrai mia moglie, annunziatrice d'una lauta colazione provveduta dal generale Medici, che il mattino ci accompagnò sul monte. Ragguagliò ella Garibaldi intorno allo stato dei nostri feriti prigionieri in Capua, visitati dianzi da lei.
—Or bene, generale, gli chiesi, quale fu l'effetto delle cannonate?
Ed egli, col gaudio entro gli occhi:
—Quei signori spulezzarono.
Sotto Capua erasi acceso un combattimento fierissimo d'avamposti, al quale via via partecipò la brigata Simonetta. Le artiglierie dei poligoni estremi della fortezza traevano con fuochi incrociati. Ora al fumo delle moschettate succedeva il rutilar delle baionette vibrate, ora un manipolo di cavalieri assai lenti retrocedeva sperperato e più che di passo; ora per gruppi o per masse o alla cacciatora comparivano sullo spianato dai ripari della fortezza i borbonici, ora dal contrapposto emiciclo di alberi le camicie rosse. Lunga vicenda di assalti e di ritirate da entrambe le parti. Noi si godeva il torneo dal nostro luogo eminente, donde Garibaldi impartiva ordini e affrettava aiutanti. I nostri, ricacciati, ripararonsi dietro gli alberi, e i regi rinforzarono i riguadagnati luoghi; la scaramuccia di prima, diventata più seria, stava per volgersi in battaglia. Quando di repente le camicie rosse, surte ferocissime alla riscossa, costrinsero i nemici a precipitarsi verso i bastioni.
—Eccoli provvisoriamente fuggiti, disse in dialetto genovese il maggiore Canzio, destando l'ilarità di Garibaldi.
I borbonici, dopo quest'ultima furibonda percossa, ristettero da nuove offese, chiusi in più corto raggio di propugnacoli. E mi venni confermando nella lusinghiera speranza d'un prossimo investimento della piazza, perocchè la linea testè conquistata offerivasi meno malagevole agli approcci. Veramente non luceami chiarissimo se al corpo del genio garibaldino fossero famigliari gli approcci, ma confidavo nel genio di Garibaldi, e racconsolavami la rimembranza della acchiappata dozzina di fortezze da Palermo a Napoli senza ministerio di parallele e di trincee. Laonde dimandai:
—Generale, diamo presto la scalata a Capua?
Sapevo che a tal genere d'interrogazioni egli non rispondeva mai, e me ne pentii a mezzo del periodo, ma il labbro fu più pronto della riflessione. Difatti egli mi guardò con viso contento del voto, scontento del detto, e tirando di saccoccia un mezzo sigaro stese la mano per un fiammifero. Acceso il sigaro, ripigliò il cannocchiale e si tacque. In ciò la risposta. Nondimeno credetti di comprendere che il giorno dell'assalto si accostasse, e comunicai la mia impressione agli amici.
Quel dì montarono alla vetta pericolosa di Sant'Angelo Crispi e Carlo Cattaneo, consiglieri del dittatore. Garibaldi, ravvisato Cattaneo, mossegli incontro alcuni passi in segno di omaggio a quello splendido lume d'ingegno e di dottrina. Stati a colloquio qualche tempo insieme, Cattaneo si restrinse in mezzo a noi, vago dei giovani, semplice, buono, certissimo di trovare nei seguaci di Garibaldi, se non i più promettenti intelletti, sicuramente schietti e nobili cuori.
Legato a lui dall'amore di discepolo e d'amico, gli presentai quanti fra miei compagni fecerglisi d'attorno ammiratori del vecchio filosofo e del vincitore di Radetzky nelle Cinque Giornate. S'informò egli dei siti circostanti e degli eventi, e ciascuno gareggiava d'essergli cicerone.
—Bravi giovani, ei disse: mani armate, libertà e verità . Con queste tre forze farete l'Italia, farete quel che vorrete; non vi occupate d'altro e non pensate ad altro.
Intanto il colonnello Paggi e il marchese penetrarono nel circolo, e dispettosi della presenza del riverito repubblicano, s'accinsero bel bello a dargli sulla voce. Il Paggi latrava, e discorrendo s'incaloriva nel proprio discorso. Le risposte sfolgoranti di Cattaneo gli accendevano le guance e le orecchie, che parevano scarlatte per morbillo. Dio gli usi misericordia degli svarioni che gli piovvero dai denti!
Cattaneo ripartì, e noi sedemmo a cerchio ad un solenne fiasco di vino del Vesuvio, ad alcuni capponi arrostiti, ad un pasticcio freddo, inusitate vivande onde ci fu liberale il Medici.
Noi si ripeteva già la porzione, mentre il Paggi tergevasi ancora il sudore olimpico, incominciò:
—Gli agenti di Torino, il capitano Zasio, non si veggono mai quassù; si avventurano tutt'al più al palazzo di Caserta. Fin qui non si arrisicano che i togati democratici.
—Sì, sì, rispose Paggi; il vostro Cattaneo sarà un grand'uomo come voi andate ricantando. In così dire cercava me cogli occhi. Ma oggi sgocciolò dalla sua bocca un rosario di sciocchezze. Me ne appello al marchese.
Ci guatammo l'un l'altro come chi aspetta le stimate. Ma prontamente io interruppi quello stupore con la seguente nozione bibliografica:
—Centocinquant'anni fa, il gesuita Lucchesini scrisse un opuscolo intitolato:Sciocchezze scoperte nelle opere del Machiavelli dal Padre Lucchesini.L'arguto editore stampò in abbreviazione sulla costola del libro:Sciocchezze del Padre Lucchesini.
Se non che il generale aveva già presa la calata del monte, e noi sollecitamente lo raggiungemmo. I nostri cavalli ci attendevano in una valletta a metà dell'erta; montati in sella, procedemmo di colle in colle fino a San Leucio, e percorrendo il parco reale ritornammo al palazzo di Caserta. Le lepri e i fagiani sbucavano tranquilli e addimesticati da ogni forra, da ogni cespuglio, da ogni verzura del parco, e se ne andavano a spasso pei prati e pei viali, raramente correndo, raramente sull'ala. Le loro giornate volgevano serene in placidi ozî, in fortunati amori, in pasture pingui e incontestate. La guerra, che romoreggiava d'intorno a quel sacro asilo, micidiale agli uomini, tornava ad essi propizia, e propizia ancora più la fuga del re cacciatore. Quella pacifica democrazia di mammiferi e di gallinaccei confidava forse nel plebiscito, e si cullava nella speranza che non verrebbe eletto un nuovo re, massime se cacciatore.
Sull'imbrunire il gentiluomo di Bojano ripresentossi a Garibaldi, sollecitatore pertinace degli aiuti contro la reazione e affrontatore imperturbabile del corruccio del generale; talmentechè questi alfine cedette e nominò il tenente colonnello Nullo al comando della impresa, il capitano Zasio e me quali suoi aiutanti. Il Paggi suggerì di aggiungervi il maggiore Caldesi, e vi fu aggiunto. Dovevano partire dodici guide a cavallo agli ordini del sottotenente Bettoni e due battaglioni di volontarî del Matese e di Sicilia.
In questo mezzo, da noi, nella stanza usuale, si compilava fantasie sull'imminente assalto di Capua; quando, faccia radiante e portamento relativamente leggiadro, entrò il Paggi messaggiero della spedizione d'Isernia. Corda di violino che si spezzi nella soavità di un motivo, urta men dolorosamente l'orecchio che quell'annunzio gli animi nostri, fra i castelli di Spagna, che andavamo costruendo. Capua, ricinta ed espugnata, e noi sui dorsi selvaggi dell'Appennino, dando la caccia a qualche villano infellonito! Ma assai più ne cuoceva la separazione da Garibaldi. Questa spina acuta per noi, era rosa profumata per il Paggi, il quale fregavasi le mani di veder tolte anche per poca ora quattro teste calde al contatto del generale.
Caldesi, seduto in un angolo della stanza a lato di Mingon:
—Rassegnatevi, ragazzi, disse con affettuosa e persuasiva favella; tant'è! Avrete tempo per Capua al vostro ritorno; ve l'assicuro io.
—Bravo Caldesi, ripigliò il Paggi; assennati consigli! Il generale acconsentì alla mia proposta che voi pure partiate con essi.
Caldesi rizzossi attonito dalla sedia, indi vi ricadde irrigidito, e girando gli afflitti occhi al fedele Acate, gorgogliò.
—Ciù, Mingon!
E Mingon, in dialetto romagnuolo:
—Boia de Signor!
L'ineffabile ilarità suscitata da questo quadro imbalsamò la ferita apertaci dal Paggi, e nella gioconda compagnia di Caldesi subitamente si presagirono meno amari i giorni della spedizione. Rizzossi egli da capo, e con movenze piuttosto incerte si avvicinò al nostro gruppo, accennando di parlare a Paggi.
Caldesi, uomo sui quarantaquattro anni, di media statura e pingue anzi che no, vestiva una grossa camicia rossa; davanti al bà lteo di filo d'argento pendevagli un borsello che posava quasi orizzontale sul convesso del ventre e conteneva la rivoltella. I calzoni aderenti alle polpute gambe erano in basso racchiusi entro le trombe degli stivali, girate da una fascia di marocchino verdastro e con le due orecchiette di fettuccia pendenti all'infuori. Al tacco di questa calzatura borghese lampeggiavano vistosi e sonanti speroni. Il suo passo era breve e l'un piede piantavasi a riguardosa distanza dall'altro, quasi si peritasse del centro di gravità . Aveva sulla fisonomia il sigillo della bontà inalterabile; e qualche macchiuzza pallente intorno alla luce degli occhi conferiva al suo sguardo un'espressione che vacillava fra il serio, l'arguto e l'ameno.
La sua ingenuità schiettissima zampillava originale e spiritosa. Le idee e le cose riflettevano agli occhi suoi, forse a cagione delle macchiuzze, una particella meravigliosa ch'egli esprimea con parola lenta, musicata, nasale e intinta d'accento faentino, provocatrice di freschissime risate. Cospiratore da vent'anni, or esule, ora carcerato, soldato nelle guerre dell'indipendenza, deputato alla Costituente romana, rispettato e popolare in Romagna, si capisce che se ridevamo di lui, egli possedeva il nostro amore.
Piantatosi davanti al colonnello Paggi:
—Veramente, proruppe, non saprei, ma…, non so se mi spiego…, è un'ingiustizia…, voglio dire…, vado…, però mi sembra…, dico per dire…, supponiamo…, potevate proporvi voi stesso…, del resto, salvo errore…, bella occasione di far parlare di voi…, la disciplina, non c'è dubbio…Ciù, Mingon, andiamo a letto.—E uscì.
Cessata la sensazione piacevole di questa scena, riprese il suo dominio lo sdegno di prima, e così alterato m'avviai all'appartamento di mia moglie. Entrai senza pronunziar sillaba, viso lungo, cappello in testa.
—Che hai? Che cosa ti accadde? ella mi dimandò affettuosamente.
—Il canchero alla reazione! Vuoi venire anche tu?
—Dove?
—Alla caccia deicafoniin Isernia; cinquanta miglia da qui.
In questo mentre presentossi Pietro di Bergamo, mio soldato di ordinanza, a ricevere, secondo il solito, gli ordini per l'indomani.
—I cavalli insellati per le sei. Dietro la sella avvolgerai il panno da campo. Noleggia subito una buona carrozza a due cavalli per la stessa ora. Condurrai il mio cavallo a mano e t'unirai alle guide. Null'altro.
E ripigliando il discorso con mia moglie:
—Dunque vieni anche tu? Già si tratterà d'una farsa come quella di Forio d'Ischia; campane, petardi, confetti, fiori, pranzi, aringhe, sonetti; ed io ne sono ristucco. Il signor Garibaldi poteva anche risparmiarmene, sapendo quanto desideravo di assistere alla presa di Capua.
—Ma tu credi ch'egli prenda Capua? Io non credo. Non credo ch'ei pensi di bombardare una città . Lascerà questa cura ai generali piemontesi.
—Però al quartiere generale se ne ragiona come di cosa sicura. Comunque sia, mi rincresce d'andarmene nell'ora dello scioglimento del dramma. Vieni tu?
—Impossibile. Ti seguii per assistere i feriti. Mi offersi d'accompagnarti ad Ischia perchè non ce n'era ancora. Ora gli ospedali riboccano.
—È giusto.
L'indomani partimmo per Maddaloni, ove stanziavano i due battaglionidella spedizione. Nullo, Zasio ed io ci sfogavamo contro il signorPallotta, il gentiluomo di Bojano; e Caldesi contro il colonnelloPaggi.
Dopo colazione esco dall'albergo per dare un'occhiata al mio cavallo, e m'imbatto nel gentiluomo, adagiato in una carrozza al gran trotto! Accennato al cocchiere d'arrestarsi, m'affaccio allo sportello e dimando al gentiluomo sue novelle.
—Io, soggiungo, ed altri uffiziali fummo distaccati dal quartier generale per capitanare le vostre genti di Bojano. Non potevate arrivare più desiderato e più a proposito.
Egli mostrasi turbato come persona sorpresa nella esecuzione di occulto disegno, e bofonchiando, risponde:
—Vo a Napoli.
—A Napoli! Che c'entra Napoli con Bojano? Abbiate la bontà , signor mio dolce, di scendere e di seguirmi.
Accoppio all'intimazione un movimento imperioso, da dritta a sinistra, dell'indice, per cui il gentiluomo si capacita della vanità d'ogni replica, e discende. Gli amici, coricati sul sofà in sala da pranzo, e involuti in una nube di fumo dei sigari, in mezzo alla nuvola ruminavano concetti strategici, e Caldesi sulla tabella del conto dell'oste scriveva il nome del colonnello Paggi con una solag.
—Vi presento, dissi con solennità , il gagliardo provocatore della nostra spedizione, che va a Napoli ad aspettarne il risultato.
—Ah! ah! esclamò Nullo balzando in piedi, riassettandosi e atteggiandosi autorevolmente.
E l'inquisito:—Vo a Napoli, perchè ci ho lasciato il gabbano.
—Che gabbano d'Egitto! rispose Nullo. Forse che da Napoli raccoglierete i tremila volontari promessi a Garibaldi?
—Un gabbano ve lo darò io, dissi.
Ed egli:—Ho anche altri interessi importanti da combinare.
Ed io di rimando:
—L'importantissimo dei vostri interessi è di difendere il vostro paese dalla reazione. Ieri tenevate a Garibaldi il linguaggio d'un antico romano, ed oggi anteponete alla patria il gabbano? Farete la finezza di venire con noi.
E Nullo:
—No. Egli ci precederà per approntare in Bojano i tremila armati al nostro arrivo.
—Signori—con supplichevole labbro riprese lo smarrito gentiluomo—impegno la mia parola d'onore, che domani posteggerò da Napoli per Bojano; ma è assolutamente necessario che io ci vada oggi stesso.
—Voi avrete l'onore di comandare l'avanguardia contro icafonie i soldati regi, io gli soggiunsi.
Ed egli al suono di questi accenti mi guardò con occhi dilatati e fissi che pareano di porcellana. Indi sillabò:
—L'avanguardia!
—Senza dubbio, il posto d'onore a voi, maggiore delle milizie cittadine, paesano e promotore della impresa.
Nullo conchiuse il dialogo ordinando di ricondurlo alla carrozza, e volgendo il discorso a lui:
—A Bojano, difilato. Vi raggiungerò con due battaglioni. Frattanto esplorate i disegni e i movimenti del nemico.
Il pover'uomo, carezzandosi la testa calva e acconciando dalla nuca verso le tempia i radi capelli grigi, avea il sembiante di persona oppressa dal presentimento che icafonigliel'avrebbero fra poco cimata e confitta in una picca.
—Voi mi sagrificate! borbottò con voce suffusa da un gemito.
Accompagnandolo alla carrozza lo confortavo con l'adagio che—un bel morir tutta la vita onora.—Però quell'afflitto d'un tratto si rifece snello, e pel sùbito fulgore degli occhi scopersi dalla punta di un'ala il pensiero d'irsene a Napoli per altra via. Sedutosi con tutto agio, e da quell'accorto ch'egli era, mi disse, con aria di persona rassegnata:
—Avrei preferito di andare in compagnia vostra, come voi proponeste.Indi al cocchiere: Gennariello, per Bojano.
Nel punto medesimo sopraggiunse un caporale, fatto chiamare da me, tosto che sospettai il segreto divisamento del mio nobile amico.
—Monta in cassetta, per Bojano, ai servigi del signor maggiore sino al nostro arrivo.
E rivolto a quest'ultimo con viso sorridente gli feci:
—Arrivedello!
Il caporale poi mi raccontò che nell'atto della partenza il gentiluomo mormorò fra i denti al mio indirizzo:
—Mannaggioall'anima tua!
Avviati i due battaglioni, il mattino susseguente li arrivammo e li oltrepassammo colla nostra carrozza, viaggiando a Campobasso oltre Appennino.
Raccogliticci e nuovi ai combattimenti, quei soldati avevano aspetto non troppo marziale e rassicurante.
—Se disponessi di¹ due battaglioni dei nostri Lombardi, osservò Nullo, m'assumerei d'entrare in Iserniacum citharis bene sonantibus.
¹ Le parole "disponessi di" mancano nell'edizione trascritta. (N. d. T.)
—Temporeggiando e destreggiando se ne può trarre partito, notògli Caldesi. Alle avvisaglie facendo mano mano succedere più gravi conflitti, io m'affido nella vittoria.
—Quando ci vedranno primi al pericolo, io soggiunsi, supereranno la nostra aspettazione. A Maddaloni i Siciliani, sotto Bixio, fugarono alla baionetta più d'una volta le ostinate colonne nemiche.
—Garibaldi, mio caro Caldesi, non ama le lungaggini, nè io le amo più di lui, replicò Nullo. Potremmo, indirizzando la parola a me, ottenere i risultati di Bixio se uno dei nostri incorniciasse i due battaglioni.
Ed io di nuovo:
—Supplirà al valore il numero. I tremila che suppongo troveremo a Bojano e qualche aiuto che fornirà Campobasso, capoluogo della provincia, ci abiliteranno ad una guerra corta e fulminea.
Eravamo già entrati nel Sannio. Il Matese e il Molise sui due versanti dell'Appennino, che noi varcammo sino a Campobasso e rivarcammo sino a Bojano, furono l'antica patria di quella stirpe guerriera e formidabile che umiliò Roma nei più fieri giorni della repubblica. Lungo il viaggio, data qualche tregua alle cure della guerra, allentammo la briglia al nostro entusiasmo d'umanisti, mutammo per poco la marcia militare in pellegrinaggio archeologico, e rifrugando nei nostri studî giovanili di Tito Livio, di Micali, di Niebhur, c'industriammo di ricomporre leggende, tradizioni, fatti, istituti, templi, città , collocandoli al loro posto sui dossi silvestri e desolati di quelle montagne limitate dalla Campania, dalla Apulia, dalla Lucania; dove un dì fiorirono oltre due milioni di Sanniti, ed oggi miseramente vi stenta la vita appena mezzo milione dicafoni.
—E stimi tu, mi dimandò il capitano Zasio, questi straccioni, con sandali di pelle di capra, con feltro a tronco di cono, messi sossopra da un vescovo per riavere il Borbone e la schiavitù, discendenti legittimi di quei terribili e pomposi guerrieri, che armavano talvolta ottantamila fanti e ottomila cavalli, e sfoggiavano tuniche marziali di preziosi colori e scudi intarsiati d'oro e di argento, e tenerissimi della libertà , facevano sudar sangue ai Romani intesi a domarli, e domi e pesti e scaduti potevano aiutarli validamente contro Annibale, e nella rassegna delle milizie dei soci in Roma figurare con settantasettemila soldati?
—Misericordia! esclamò Nullo, a tanto sfoggio d'impreveduta erudizione.
—Scommetto che ha il libro in tasca, disse Caldesi procedendo alla perquisizione personale. Perdio non l'ha! Fresco di collegio il giovinotto! Mette appena i baffi. Or bene, in che annourbis conditæintervenne la rassegna?
E Zasio:
—Nel 529 per paura della invasione dei Galli.
—Bravo ragazzo, riprese Caldesi, verificheremo nella biblioteca diCampobasso.
—Io non dubito punto, risposi a Zasio, che in codesticafonicircoli puro il sangue sannitico.
—Le prove! le prove! interruppe Caldesi. Noi sappiamo che Silla, l'implacabile distruggitore del Sannio, andava ripetendo al terzo e al quarto, in casa, in foro e pei quadrivî, che Roma non avrebbe riposo sin che un solo Sannita sopravvivesse.
—Padronissimo il signor Silla; ma noi sappiamo altresì che centomila pidocchi divorarono prima lui e il desiderio crudele.
—Non dimenticare, ripigliò il capitano Zasio, che di venti città sannitiche non si rinviene più nè indizio nè memoria.
—Si; con ciò si spiega la scomparsa di tre quarti della popolazione: però sussistono Telesia, Isernia, Bojano, Eclano, Alfidena. Non ci troverai più parimente nè i due milioni di libbre di rame in moneta, trasportato a Roma da Papirio il giovine, nè le armature onde Carvilio fuse il colosso di Giove in Campidoglio, visibile dalla cima di monte Albano. Ma che per ciò? Le reliquie dell'antica razza sopravvissero con le reliquie di quelle città . Caduti i Cesari, passarono sotto il dominio dei Longobardi, esercito e non popolo: poi sotto la podestà dei Greci, dei Saracini, dei Normanni, eserciti sempre e non popoli. Nè popolo fu mai distrutto nell'età moderna. I luoghi disameni, la vita pastorale e rusticana, le rare e scarse convivenze cittadine non contribuirono certamente alla mescolanza dei sangui e a nuovi innesti sul primitivo ceppo. I successivi padroni li avranno tiranneggiati ed emunti, ma non impalmarono le loro donne, abbastanza brutte. Oggi costoro soggiacciono ciechi all'autorità del vescovo, che nelle chiese li stimola alla reazione e li determina alle più atroci vendette in nome dell'indipendenza.
—Nel tumulto d'Isernia, disse Nullo, mutilarono orribilmente gli avversarî presi. Un cafone vantava lo squisito sapore del lombo di don Peppino cotto alla bragia¹. Poi rivoltosi al vetturino lo interrogò sull'appellativo dicafone.
¹ Questo fatto ed altri parecchi dell'istesso genere, che allora correvano di bocca in bocca, vennero poi riconfermati nel processo che di quella reazione fu incoato davanti alla Corte d'Assise di Santa Maria di Capua (giugno e luglio 1864).
—Cafoni, eccellenza, si chiamano i contadini, egalantuominii proprietari.
—Il vescovo dei Sanniti d'una volta, io ripigliai, era ilMeddix-Tuticus…
—Ferma, ferma, gridò Caldesi al cocchiere; e il cocchiere arrestò subitamente i cavalli.
—Che c'è? chiese il capitano Zasio.
E Caldesi con uno scoppio di risa:—Il nome di quel vescovo?
Il giovine Zasio, che in fatto di erudizione non gradiva lo scherzo, rispose con qualche enfasi:
—Meddix-Tuticus non era un nome proprio, ma il titolo del magistrato supremo di ciascuna società sannitica. Le loro convivenze erano teocrazie, e quel titolo è voce di lingua osca.
—No, interruppe Nullo seccamente.
—Come, no? replicò con vivacità e con faccia vermiglia il capitano.
A cui Nullo:—È voce di lingua bergamasca.
Il capitano, la cui serietà erudita dovette capitolare, fece al cocchiere:—Avanti!
Ma il maggiore Caldesi, vago di nuove celie, mi dimandò:
—Che c'entra monsignor vescovo d'Isernia col tuoTuticusper la discendenza sannitica deicafoni?
—Come ora il vescovo, in altro secolo ispiravali e movevali arbitro il Tuticus, magistrato e sacerdote. Vedi là sulla sinistra quel monte? È il Taburno. Alle falde, le Forche Caudine.
Ed egli:—Me ne rallegro tanto.
—Sulla cima selvosa sorgeva uno dei sacri delubri custodito da cento spade fedeli, ove si raccoglievano i Sanniti con religioso tremore, nel silenzio, nell'oscurità , fra i gemiti delle vittime umane al piede degli altari scellerati. Là con orribili giuramenti promettevano sommissione e obbedienza assoluta ai principi sacerdoti. Obbedivano allora e combattevano per la libertà delle patrie montagne; obbediscono adesso a una simile autorità , e credono di combattere per lo stesso fine. I tempi e le forme mutarono, l'istinto di soggezione religiosa rimase invariato, e sussiste tuttavia vincolo sociale e ispirazione guerriera.
—Può darsi, osservò con ciera pensosa il capitano, ma le mi paiono arbitrarie analogie e fragili deduzioni. Un abisso di secoli disgiunge le due età , e ci vorrebbe la pupilla divina per discernere i sottilissimi fili del rapporto.
—Io non v'insisto: però v'ha un'altra qualità di prova; le medaglie scoperte a Rocca d'Aspramonte presso Bojano. Le teste nelle medaglie paiono fotografie deicafoni; chioma crespa e voluminosa, fronte bassa e larga, naso schiacciato e narici turgide, zigomi espressi, mento ampio e labbra senza curve.
—Sembrano i connotati d'un passaporto, fece Caldesi. Se tali le medaglie, tali icafoni; ma non basta per battezzarli Sanniti. Ci vuole una prova morale; li vedrò in battaglia.
A Ponte Landolfo ci aperse la sua casa l'esattore delle gabelle, caldo fautore delle nuove cose e uomo d'accorti consigli. Egli c'informò che duemila fra soldati regi e gendarmi occupavano Isernia, ove mettevano capo due o tre migliaia dicafoni, i quali mantenevano viva la ribellione in un raggio di quindici a venti miglia da quel centro. Costoro, spartiti a squadre che caporali dei gendarmi guidavano, campeggiavano sui monti dilatando l'orbita della insurrezione a' più rimoti villaggi, e componevano ugualmente a squadre i nuovi associati senza distaccarli dalla cultura dei proprî campi.
—E questi, ei proseguiva, sono i più terribili, perchè, scorgendoli voi alla zappa e alla marra sulle sudate pendici, non ne pigliate sospetto; ma eglino, ad un segno convenuto, per vie ignote altrui, ad essi notissime, vi balzano a tergo, oste ordinata e inattesa. Le vostre genti, quand'anche intrepide, salvo non formino esercito da schiacciarli, non gl'intimiderà . Solamente li impaurisce il fragore del cannone. Avete cannoni?
—No.
—Or bene, due cose vi sono indispensabili per vincere, secondo a me pare: un paio di cannoni, e cautissimo occhio contro le sorprese.
Quivi il maggiore toccandomi colla mano una spalla mi bisbigliò:
—Sai che comincio a crederli Sanniti davvero! Abbiamo lungamente dibattuto fra noi se dovevano chiedersi i cannoni a Garibaldi; ma poichè io solo mi vi opponevo, venne deliberato affermativamente, e commesso a me l'officio d'ire oratore a Caserta per ottenerli. Andai, dimostrai, insistetti, pregai, ma ritornai senza cannoni. A questa novella il gabelliere fece un segno di croce sopra il naso. Passate in rassegna le truppe a Ponte Landolfo, esse mossero per Bojano e noi deviammo a Campobasso.
Giace Campobasso in una dolce vallea cinta di poggi e di domestiche collinette floride di vigneti, le quali stranamente contrastano colle rupi del selvaggio Appennino varcate allora allora. Al nostro ingresso nella piazza, dalla strada di Civita Nuova arrivava un centinaio dicafoniinsorti, prigionieri di drappelli volanti dei volontari paesani, legati a due a due con corde ai polsi senza che la circolazione del sangue abbia messo in gran pensieri i legatori; un grosso cavo scorrente per lo lungo conservava in colonna le cinquanta coppie, ecafonipatrioti custodivano e conducevano icafoniribelli fra gli applausi della popolazione accorrente e accalcata, e li gettarono nelle carceri, stivate di già . Le carceri formavano un lato della piazza, e dalle finestre senza cassettoni, massime di pianterreno, i detenuti, arrampicati alle inferrate, conversavano placidamente coi cittadini, e dalle finestre superiori calando borse chiedevano l'elemosina. Alcuni cappelli tignosi allineati sul lastrico imploravano con tacita favella l'obolo al passeggiero, e qualche mano pia distribuiva il rame raccolto ai rispettivi proprietarî. Altri parlava, altri discuteva, altri chiamava, altri guaiva, altri cantava; tumulto assordante e perpetuo.
La popolazione ci accolse lietissima, e il signor X…, il più opulento e riputato dei cittadini, ci aperse le sue case ospitali.
Il tenente colonnello Nullo venne munito dal dittatore di piena potestà civile e militare nella provincia, per cui l'intendente De-Luca affrettossi ad ossequiarlo ed a profferirsigli ai comandi. Alto della persona, bell'uomo, energico, fiero, reprimeva faticosamente l'ingenita baldanza al cospetto di Nullo più fiero di lui, e in pochi istanti fastidito della sua facondia romorosa e soffocante. Con voce metallica e profonda e con gesto soggiogatore, l'intendente descrisse le sue recenti scorrerie militari in Isernia, le peregrine prove di valore, gli atti virili di repressione, il salutare tremore incusso, e sigillò la virtuosa istoria col fatto della ritirata; secondo me, consanguinea della fuga; gemella della ritirata di Senofonte, secondo lui.
—Ciò poco monta, sorse a dire Nullo; siete disposto, signor intendente, a riadunare i vostri commilitoni e a seguirmi?
—Veramente, colonnello, gl'interessi amministrativi della provincia…
—Bene, bene, riprese Nullo con sottile, ma visibile sogghigno, provvedetemi d'ambulanze e di viveri che invierete senza indugio a Bojano.
Frattanto il capitano Zasio, che, pari al Medoro dell'Ariosto,
«… avea la guancia coloritaE bianca e grata nell'età novella;E fra la gente a quella impresa uscitaNon era faccia più gioconda e bella,»
era rimaso a geniali colloquî con le signore di casa. Il giovine guerriero raccontava con ardente linguaggio le meraviglie dei Mille a una fanciulla di ventun'anni che ascoltavalo con crescente attenzione. Cognata del signor X… e orfana, visse insieme alla sorella nel severo raccoglimento d'una famiglia perseguitata dal Borbone, il quale interdisse per dodici anni al signor X… l'uscita dalla provincia del Molise. Chiusa in sè stessa, nelle letture assidue, nei lavori femminili e nelle cure casalinghe ella contrasse abitudini riserbate e contemplative. Non vide mai Napoli, centro del gran mondo e del bel mondo. In villa, l'autunno, dalla vetta del monte con avido occhio cercava quel mondo fra i vaporosi termini dell'orizzonte, schiva delle assegnate e borghigiane consuetudini di Campobasso, schiva della pedestre e vulgare gioventù concittadina. Ella perseguiva con pensiero costante un ideale che in quella valle rimota e solitaria giammai non avvicinò. Sortiti dalla natura alti e fieri sensi, nudrita d'odio contro la tirannide che perennemente stillavano le labbra del cognato, sospirava i terribili mattini della riscossa e della vendetta nazionale, e idoleggiava ne' suoi sogni un uomo, il quale con gli studî, con la coraggiosa propaganda avesseli affrettati, e con valorosa mano avesse aggiunta una foglia alla corona della vittoria. Nel nobile cuore di un tal uomo, Silvia immaginava di versare il guardato tesoro di forti e tenerissimi affetti. Non era una bellezza incontestabile, e per avventura il piglio energico offendeva le delicate linee della grazia, se pure la sua spontaneità nativa non rendevalo attraente come il fiore della selva. Spigliata e agile della persona, avea il passo, la posa, la dignità d'una principessa. Calzava il breve e asciutto piede con eleganza pericolosa; e se alcuna rara volta toglievasi i guanti, mostrava una mano lunghetta e rosea, con pozzette ridenti e con ridenti e rosee e ovali e tersissime unghie. Aveva bellissimi gli occhi bruni, ai quali le folte ciglia conferivano un'espressione complessa di voluttà , di mestizia, d'ingenuità , di penetrazione. I voluminosi e nitidi capelli neri, pettinati a ritroso e raccolti in un fascio di elaborate treccie, facevano spiccare la fronte di statua greca, ove esultava la giovinezza. Uno zendado bianco coprivale a metà la stupenda curva del capo, e aggruppato disotto al collo scendeva in doppia falda listata di frangia d'oro.
Il velo d'Iside.
Quel dì il capitano e Silvia, attirati inconsapevolmente l'uno verso l'altra, ebbero più fiate occasione di particolari colloquî: si trovarono vicini a pranzo, soli a passeggio in giardino nell'ora del caffè, e dirimpetto in carrozza. Questa serie d'opportunità non fu ordita, nacque da sè; e noi intertenendoci coi signori X…, vi abbiamo cooperato. Egli palesossi cavalleresco, appassionato, eloquente. Vago di sintesi ed educato alla scuola sentimentale degli umanitarî, le sue idee pigliavano sembianze pellegrine nella mente di Silvia, e vi s'impressero come una ghirlanda di punti luminosi che l'abbagliarono. Forse, udite da altre labbra, ella avrebbele accolte con più cauta deferenza; ma, raccomandate dalla giovinezza e protette dal valore, ogni acume di critica divenne ottuso. Silvia apparve ascoltatrice intelligente, interlocutrice vereconda, giudiziosa e arguta.
Noi c'eravamo accorti di questa simpatia e, per avventura, ne sospettò anche la sorella. Nell'intervallo in cui il capitano fu mandato da Nullo all'intendente per accelerare l'allestimento delle provvigioni, il maggiore Caldesi con pietoso artificio condusse la conversazione su di lui, e ne sbozzò con forti imprimiture la vita.
Silvia, assisa sopra divano appartato, sfogliando l'albo dei ritratti e sfiorando col mento la testa bionda d'una nipotina, non dava segno apparente di attenzione, ma bevea con avidissimi orecchi il grato eloquio dell'oratore faentino; e quand'egli ragionò del brillante coraggio di Zasio, io la colsi mentre, disotto agli archi delle magiche ciglia, essa saettò sul maggiore un'occhiata sfavillante di gratitudine, e, scolorata in viso, svolse con più rapida mano le pagine dell'albo.
Al ricomparire del capitano le accoglienze di lei divennero molto più contegnose di prima, e forse uno zinzino confuse. I loro discorsi mano mano si fecero meno eruditi, meno abbondanti e i silenzî più prolungati. Ognuno dei due cercava invano argomenti di chiacchiera, sentivasi vuota la mente, e dell'inopinata imbecillità stupiva e dispettava. Lo incontrarsi dei loro sguardi principiò a produrre un crescente e inesplicabile turbamento, e l'indomani sera, all'opera, porgendole il braccio sino al palchetto, egli fu assalito da un tremito, non isfuggito a lei, che gli concesse appena di reggersi in piedi. Il teatro era illuminato a giorno in onor nostro, ed ella vi comparve in tutto il fulgore della sua bellezza. L'ampio volume dei capelli, fisso posteriormente da pettine d'oro a mezzaluna, scendevale spartito in doppia onda di ricci sul colmo e agitato seno. La profusa luce di cento lampadi dava alla sua faccia, pallida per l'emozione di que' due giorni, una trasparenza e un tono di sì squisita delicatezza che solamente il pennello del Correggio avrebbe saputo colorire.
Alla sinfonia dell'opera precedette l'inno di Garibaldi, nuovo allora e miracoloso, che cantarono i virtuosi sul proscenio. Dalla elettrizzata folla eruppe un turbine d'applausi, e in quell'istante di universale esaltamento, gli occhi dei due innamorati si confusero in uno sguardo appassionato e decisivo. Dopo lo spettacolo, riconducendo alla carrozza l'angelica donna, l'uffiziale osò premere leggermente col suo braccio il braccio di lei, e parvegli che ella non isdegnasse la tacita dichiarazione. Ignoro se fosse il primo amore di Zasio; era certamente il primo di Silvia.
Indarno la notte, l'inebriato capitano provò di addormentarsi; riaccesa la candela, indarno tentò la lettura dell'ultimoPolitecnicoche trovò sul tavolo; l'immagine di Silvia rifletteasigli dominatrice nel pensiero. Parendogli poca l'aria respirabile nella camera, si rivestì, aperse la porta che metteva in giardino, e uscì. Ma nemmeno la notturna brezza consentiva al suo petto traboccante di felicità il libero respiro. Egli esalava la piena degli affetti in caldissimi sospiri; spiava ne' cieli l'accarezzata forma, con le mani giunte mandavale baci lassù, e obliandosi esclamò quasi con un singulto:—Divina Silvia! Silvia non veduta, vide e udì. Abitava la camera superiore e, da più lunga ora, di dietro allo sportello della persiana invocava essa pure dal pio raggio delle stelle quiete al suo cuore commosso.
Il giorno susseguente ci ponemmo in viaggio per Bojano. Il capitano tesoreggiò il minuto in cui ella passeggiava soletta tra le aiuole del giardino, le si accostò peritoso, e le disse con voce tremante e con aspetto smarrito:
—Partiamo; forse non ci vedremo più; una palla potrebbe…
A questa frase s'accorse d'una lagrima sul ciglio di lei e tacque.
—Dunque, addio, Silvia, ripigliò l'agitato giovine.
Silvia, stesegli la mano, quel giorno senza guanti! Egli la strinse palpitando, e come uscito di sè stesso:
—Silvia, ti amo, balbettò; e fuggì.
Al nostro arrivo in Bojano, Nullo, che immaginò accampati sulla piazza i tremila volontarî, scorgendo la piazza ignuda, non frenò la sua ira contro il signor Pallotta.
—Saranno in caserma, fece burlando il Caldesi.
—Dove sono le genti promesse? chiese Nullo ingrecato al gentiluomo con una ciera che diceva:—Accònciati dell'anima!
—Signor colonnello, mancarono al convegno.
—Avete spedito esploratori?
—Non ne ho trovati.
—Di quanti militi della guardia nazionale pronti a marciare disponete?
—D'una ventina.
Ed io che conoscevo il lato debole del compare, mettendomi nel discorso, soggiunsi:
—Li guiderete voi.
—Vi pare decoroso per un maggiore, guidare venti uomini!
L'ingenua risposta ci restituì il buon umore, e pigliammo l'uomo e le cose dal loro verso, sostituendo l'epigramma e la celia all'invettiva e alla collera.
I due battaglioni, le guide e i cavalli nostri pervennero già sul luogo dalla sera antecedente. Il gentiluomo mandò in giro i tamburi della milizia cittadina per battere a raccolta, e si adunò l'annunciata ventina con un sergente e due caporali. Mentre Nullo si congratulava seco loro e li ringraziava, il maggiore Caldesi a me in aria di canzonatura:
—Questa ventina d'eroi incarna la novissima parola diBovianum, metropoli della federazione sannitica, e, come ci tramandò Tito Livio,opulentissimum armis virisque.
Lo squarcio erudito del patriota di Faenza riscosse dal sonnambulismo il capitano innamorato; e, in istile satirico, rompendo il silenzio:
—Sta in difesa di Alberto Mario cheBovianumrimase distrutto daSilla!
Ma le nostre oziose ciarle troncò uncafonecapitato da Isernia, il quale con allegro sembiante raccontava la improvvisa ritirata dei regi eseguita nella notte verso Capua con parte deicafoni, e la scomparsa degli altri per l'appressarsi delle truppe piemontesi. La grata novella rinfrancò gli spiriti sbigottiti della città che temevano ad ogni ora una scorreria cafonica, e il novelliero ebbe carezze e benedizioni. Nullo ordinò immediatamente una ricognizione a Cantalupo con metà delle genti.
—Sai, Nullo, disse Caldesi con voce più nasale del solito; io non gli credo, e se fossi in te lo piglierei e lo farei fucilare qui sulla piazza da questi buoni militi della guardia civica. Che ti pare, eh?
E Nullo:—Si vedrà .
Montati in sella, uscimmo, nelle ore pomeridiane, di Bojano, la quale si sviluppa in lunga riga alla radice d'un monte dirupato, a dieci miglia da Campobasso, a venti da Isernia, e forma il vertice dell'angolo ottuso descritto dalla strada consolare. Mirando ad Isernia, Bojano costituiva la nostra base naturale d'operazione. Guadato il fiume Tiferno che le scorre dappresso, movemmo su Cantalupo, piccola borgata a ridosso d'una ridente collina, un po' a sinistra della consolare. Giratala con una compagnia, la investimmo di dietro e di fronte al passo di corsa e vi snidammo uno sciame dicafoniinsorti, i quali ricoverarono velocissimi sovra più alto monte da tergo, sulle cui sommità ravvisammo altre squadre postate di riserva e in vedetta. Il fratello del nostro ospite di Cantalupo, arrivato da Isernia nella notte, ci ammonì che i regî e gl'insorti accampavano in quella città , e che vi si aspettava da Capua il generale Scotti con quattromila uomini.
—Evidente dunque, susurrò Caldesi al mio orecchio, che la notizia fatta spargere in Bojano nascondeva un'insidia. Il perfido messaggiero certamente ora cammina relatore al nemico delle nostre povere forze. Quattro palle in petto gli avrebbero chiusa la bocca. Ma Nullo ha la natura del leone e sdegna di percuotere i colpevoli volgari!
Il giorno seguente (17 ottobre) sul mezzodì, chiamato da Nullo, giunse il resto della colonna da Bojano e, lasciati cento uomini guardiani di Cantalupo, si proseguì alla volta d'Isernia. Dopo le due, eccoci all'altezza di Castelpetroso. Troviamo la borgata letteralmente deserta, toltine un vecchio e una ragazzetta che ci contemplavano con atteggiamento d'idioti senza rispondere alle nostre interrogazioni.
—Quest'aria di cimitero, osservò il maggiore, non mi piace. Il gabelliere di Ponte Landolfo ci parlò di agguati. Ei mi sembra il caso. Di codesti abitanti non ne vidi uno al lavoro dei campi. Dove se ne andarono eglino? Il luogo eminente di Castelpetroso è naturalmente forte; io mi arresterei qui per oggi. Qui abbiamo le spalle assicurate. Che ne dici, Mario?
—Anch'io, risposi. Non sembra indifferente esplorare la montagna per chiarire la causa di tale derelizione. E giacchè i Piemontesi avanzano dalla via di Sulmona, di qui potrebbesi irrompere di fianco sul nemico accapigliato con essi di fronte. Tale consiglio prudente mi suggeriscono i dubbî di Nullo sulla fermezza de' nostri soldati.
A cui Nullo:
—Occuperemo Pettorano a due miglia da Isernia; vedetelo lassù, sulla punta di quel monte a pan di zucchero. Dobbiamo gettarci sul nemico anzi che arrivi il rinforzo di Scotti. Se gl'insorti ci minacceranno le spalle, noi sposteremo la nostra base d'operazione da Bojano a Castel di Sangro, mutandoci siffattamente in vanguardia dei Piemontesi. Se irresistibilmente attaccati di fronte, ripareremo con sicurezza su Bojano facendo testa a Castelpetroso.
—Però non credo, replicò Caldesi, che giovi scendere da un'altezza sicura per risalirne altra dubbiosa.
—L'idea di Nullo è brillante e schiettamente garibaldina, io ripicchiai, ma presuppone l'idea sorella che noi sfondiamo il nemico procedente da Isernia per effettuare la marcia di fianco sulla consolare di Castel di Sangro; la quale idea ne presuppone una terza: l'intrepidità dei soldati.
Comunque fosse di queste nostre speculazioni e discrepanze strategiche, prepotendo la massima abituale dell'andare avanti, si procedette sino ad un'osteria sulla consolare alle falde di Pettorano. Ivi attendendo le nostre genti, ristorai di acqua e di biada il mio cavallo, presagendo che in quel dì avrei dovuto contare non poco sul fatto suo.
Alle quattro facemmo il nostro ingresso in Pettorano.
Da Cantalupo a Pettorano apresi, solcata dalla consolare, una gola ripidissima e alpestre di ben tredici miglia, convergente sino a Castelpetroso e quasi parallela sino a Pettorano. Poi essa spandesi in dolce vallata ove giace Isernia, che si vede e si domina da Pettorano.
Nullo affidò un mezzo battaglione al capitano Zasio, commettendogli di piantarsi su Carpinone, arduo monte di prospetto a Pettorano. Collocò il maggiore all'osteria con sessanta uomini di riserva; e a me ordinò di munire, coi seicento rimanenti, il colle di Pettorano che protende una delle sue pendici a guisa di cuneo orizzontale verso Isernia.
Ciò fatto, spiegai in catena una mezza compagnia a traverso la gola, anello tra le falde di Carpinone e di Pettorano. Alle quattro e mezzo principiò la manovra del nemico da Isernia. Un battaglione di regî, la più parte gendarmi, avanzava sulla consolare e sui campi laterali con mezzo squadrone di cavalleria; alle alicafonia torme. Per animare i nostri con una prova segnalata di valore, Nullo mi fece raccogliere le guide e i soldati d'ordinanza.
Così in diciotto si scese da Pettorano; toccata l'osteria, il maggiore e Mingon si aggiunsero al drappello. Di là al galoppo all'incontro dell'avanguardia borbonica sulla consolare. Quei di Carpinone, testimoni del fatto, ci battevano le mani, e mandavano alte grida d'entusiasmo ripercosse dal monte di Pettorano. Spintici in prossimità dei regî, li caricammo a briglia sciolta, e li mettemmo in volta disordinati.
—Indietro, indietro! Icafonial monte! urlarono di repente i nostri di Carpinone. Noi li udimmo, e nondimeno si proseguì l'irruzione. E per verità vivissime e inaspettate scariche ci colsero di fianco dalla pendice avanzata di Pettorano, che io avevo guernita di duecento uomini. Nullo non sapeva persuadersi come quell'importante posto fosse stato preso senza lotta, e temendo di perdere Pettorano, divisò di rifare il cammino sino alla borgata. Si accese pertanto un combattimento strano fra noi cavalieri e icafoni, che dietro agli alberi ci bersagliavano diabolicamente a pochi passi. Al sottotenente Bettoni, delle guide, una palla infranse una gamba e lo condussero alla nostra piccola ambulanza all'osteria. Noi cacciando i cavalli su per l'erta nell'oliveto con rivoltelle e con spade venimmo alle strette coicafoni. Intanto, scesi in aiuto alquanti da Carpinone, e accorsi quelli che io collocai nella gola, dopo un accanito contrasto ci riescì fatto di ributtare gl'insorti in piena rotta. Nullo mi ordinò di assumere il comando dei sopraggiunti, d'inseguire icafoni, di regolarmi secondo le circostanze, e di tornare a ragguagliarlo. Egli e il maggiore e le guide voltarono il cavallo verso Pettorano.