The Project Gutenberg eBook ofLa camicia rossa

The Project Gutenberg eBook ofLa camicia rossaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: La camicia rossaAuthor: Alberto MarioRelease date: August 31, 2009 [eBook #29871]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CAMICIA ROSSA ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: La camicia rossaAuthor: Alberto MarioRelease date: August 31, 2009 [eBook #29871]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: La camicia rossa

Author: Alberto Mario

Author: Alberto Mario

Release date: August 31, 2009 [eBook #29871]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Carlo Traverso and the Online Distributed

Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Pubblicazione periodica. Esce al 1 e al 10 d'ogni mese.

BIBLIOTECA ROMANTICAECONOMICAUna Lira al Volume

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ALBERTO MARIO _______

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14, Via Pasquirolo, 14.

1875

Esce al 1 ed al 10 d'ogni mese Pubblicazione periodica.

Terza edizione riveduta e corretta

Edoardo Sonzogno, Editore

14, Via Pasquirolo, 14

1875.

Proprietà letteraria riservata.

Tipografia Sociale successa alla Cooperativa di Milano—Via S. Radegonda, 6.

La seguente lettera del compianto nostro concittadino Carlo Cattaneo ci venne gentilmente favorita dal dottor Agostino Bertani, che egli tolse da un copioso e interessante epistolario dell'illustre uomo, che speriamo tra non molto di veder pubblicato.

22 giugno 1866.

Mio caro amico,

Aveva letto avidamente il tuo libroLa Camicia Rossa. Ieri ebbi il tuo indirizzo e me ne valgo.

Il tragitto del Faro e le notti d'Aspromonte e di Castel Petroso mi hanno fatto correre i brividi nelle ossa.

Ma, poichè fosti testimonio di vista anche al Volturno, dovevi aver fatto un capitolo di più. Per le tante favole d'allora la battaglia del 1.º e del 2.º ottobre è sempre un indovinello.

Hai la fortuna inaspettata, che a forza di tardare, il tuo libro arrivò in un accesso di pubblica simpatia.

Nell'AddioquelBenone!mi parve una delle più belle righe diTacito.

—E siamo da capo. Tuttavia, mi par meglio che voi, non ostante tutto, non siate mancati nemmeno questa volta¹, e non manchiate mai. S'alleva un'altra generazione; si fonda una tradizione indistruttibile: L'Italia armata, l'Italia libera.

I miei saluti e quelli di Anna alla tua Jessie. Spero rivedervi contenti di voi stessi.

L'amico tuoCARLO CATTANEO.

¹ Il Cattaneo allude alla guerra del Sessantasei.

Il ponte invisibile.

Fra i grati ricordi del contatto personale col liberatore delle Due Sicilie, veruno mi si affaccia così vivido alla memoria, come le mattutine passeggiate a cavallo nelle vicinanze di Palermo sino alla battaglia di Milazzo.

Erano giornaliera occupazione del dittatore comporre l'esercito, provvedere alla cosa pubblica, aggiustare querele municipali, temperare il troppo zelo degli amici, accorciare i panni degli avversari politici, ond'egli, faticato da sì svariate cure, dalla ressa di tanta gente, dal rumore di sì diverse favelle che ponevano a severissima prova la sua natura semplice e amante di solitudine, corcavasi di buon'ora. Ma l'aurora rivedevalo sempre fresco e con faccia serena. Una tazza di caffè e a cavallo.

Una mattina abbiamo visitato il forte Castellammare, che il popolo, esecutore d'un decreto dittatoriale, demoliva allegramente, incoraggiato dai preti, i quali gli dimostravano nel papa l'anticristo, nei Borboni una banda di sicarî, in Garibaldi il messaggiero di Dio. Quel forte, terrore di Palermo, come Sant'Elmo di Napoli, spariva alla parola del liberatore, quasi gigante di neve al sole. Centinaia di mani gagliarde disfacevano i baluardi, le caserme, i magazzini e le paurose carceri, ove giacquero tanti patrioti, e dianzi gli ostaggi del 6 aprile.

—Eppure si afferma che questi popoli meridionali sono indolenti! disse Garibaldi, fermando il cavallo davanti al lato del castello che prospetta la città.

In quelle cotidiane peregrinazioni, i più frequentemente visitati furono i conventi femminili che popolano i dintorni della città.

La figura leggendaria di Garibaldi aveva accesa la fantasia delle monache palermitane, le quali ne diventarono santamente innamorate. Ogni giorno comparivano alla residenza del Generale copiosi doni di canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama, adorni di filigrane, di nastri ricamati e d'ogni qualità di minuti lavori monacali. Una letterina pia, ed anche uno zinzino erotica, accompagnava il dono. Eccone una: «A Te, Giuseppe, eroe e cavaliere come san Giorgio, bello e dolce come un serafino. Ricordati delle monache di…., che t'amano teneramente, e pregano santa Rosalia che ti faccia beato nel sonno e nella veglia.» Una mattina visitammo il convento di…, fuori di Porta Nuova. Le monache, preavvertite, prepararono una colazione coi fiocchi. La paziente industria del chiostro, nella più svariata confezione di dolci, brillò sulla ricca mensa. Castelli di zucchero, torri, tempietti, cupole di zucchero, e nel centro la statua di Garibaldi di zucchero. La mensa aveva l'aspetto di un bazar.

All'eccezione d'alquante attempatelle e di qualche rara vecchia, le monache erano giovani e di famiglie nobili. Ci attendevano nel refettorio, ove fummo condotti dalla badessa, che ricevette il dittatore al vestibolo del monastero. Entrato questi nel refettorio, le tosate vergini gli si affollarono intorno ansiose e commosse. La fisonomia sorridente e soave del glorioso capitano e i modi compiti del gentiluomo, le ebbero immediatamente affidate.—Come somiglia a nostro Signore! susurrò una di loro all'orecchio della vicina. Un'altra, nel calore dell'entusiasmo, gli prese la mano per baciargliela; egli la ritrasse, ed ella, abbracciandolo vivamente, gli depose quel bacio sulla bocca. La coraggiosa trovò imitatrici le compagne giovinette, indi le più mature, e finalmente anche la badessa, a tutta prima scandalizzata.

Noi si stava a guardare!

Nel corso di un mese si visitarono quasi tutti codesti conventi e gli stabilimenti pii. E non fu sempre argomento di zuccheri e di baci. Il Generale aveva in mira di penetrare i misteri sin'allora inviolati di quelle antisociali clausure, di scoprire impuniti disordini, ignorati patimenti, e di rimediarvi. Molte fanciulle, immolate dall'avarizia dei parenti, o sviate da un passeggiero ascetismo, o vinte nella lotta di più geniali e più umani affetti, trovarono in lui la provvidenza riparatrice. Mai lo vidi sì profondamente turbato come durante la visita ad un ospizio di trovatelle. Egli udì dal loro labbro la pietosa istoria dei supplizî cotidiani:—Il pane infetto, i cibi scarsi, la mondizia negletta, il non loro peccato rinfacciato. I volti sparuti di quelle dolorose, le dilatate pupille, le misere vestimenta, spandevano sinistro lume di verità sulla loro patetica eloquenza. Il Generale, in mezzo a quelle poverette che gli si aggrupparono intorno stringendogli le ginocchia, le mani, la spada, piangeva al loro pianto, e veruno di noi rimase a ciglio asciutto. E quando i guardiani brutali tentarono di scusarsi, uno sguardo terribile di lui li ridusse muti e tremanti. Lasciati due de' suoi aiutanti per investigare e riferire, ei rimontò in sella taciturno.

Giunto a Porta Nuova piegò a sinistra e, percorrendo la strada del pomerio, si diresse alla piazza d'armi, che apresi all'occidente della città sino ai piedi del monte San Pellegrino, ed entrò nell'ombroso giardino reale della Favorita. Al rullo del tamburo e alla voceGalibardo,Galibardo, in un baleno sbucò dai cespugli e schierossi lungo il viale uno sciame di ragazzi, in camicia rossa di cotone, coi gomiti laceri, quale calzato e quale no, e quasi tutti senza berretta. Appena conquistata Palermo, Garibaldi ordinò ad un suo vecchio commilitone di Montevideo di raccogliere quanti fanciulli poveri potevagli venir fatto, e di addestrarli negli esercizî militari.

Era l'ora del riposo, epperò dal sollione di piazza d'armi essi ritraevansi a quella frescura. Il maggiore Rodi, che lasciò la mano sinistra a Montevideo e gliene sostituì altra di legno, galoppando sulla fronte della brulicante legione gridava:—Allineamento a destra: fissi!—Poi trattenuto il cavallo davanti a Garibaldi così parlò:—Generale, condussi cento barbieri alla spiaggia, faticosamente pescati nella città e nei dintorni, e stamane feci tosare tutti costoro. Indi li feci tuffare in acqua. Nuotano come pesci! Ora sono puliti, e si può avvicinarli senza pericolo. A quest'ultime parole il Generale proruppe in uno scoppio di risa. Poscia dimandò:

—Quanti sono?

—Quasi duemila; e, profittando del lieto viso del dittatore, Rodi soggiunse: colla paga di tre tarì, in una settimana avremo tutta la figliuolanza di Palermo.

—Il mio intendente generale si rammarica di questa spesa.

—Ma ne caveremo dei bravi soldati in un batter d'occhio, Generale. E, come saggio del loro progresso, il maggiore fece eseguire alcuni movimenti.

Frattanto il Generale, volgendosi a me:—Questi poveri ragazzi, esclamò, non sanno leggere, nè scrivere. Vorreste assumervi di fondare una scuola militare per essi?

—Volentieri, Generale.

—Sta bene, ne riparleremo dimani al padiglione.

Io stesi, per sommi capi, un disegno d'Istituto militare, unico per tutta la Sicilia, gratuito e capace di tremila allievi, nello scopo di sottrarre, con una educazione virile, le giovani generazioni dell'isola all'ignoranza profonda, sistematicamente mantenuta dal governo borbonico. E l'indomani, verso il tramonto, andai al padiglione per sottoporlo al dittatore.

Un ampio terrazzo, annesso alla reggia dei Normanni, forma l'ala sinistra di quel complesso multiforme d'edifizî che appellasi palazzo reale, all'estremità orientale di Palermo. In capo al terrazzo, isolato e superbo sorge un padiglione costrutto sovra la Porta Nuova. Lo abbelliscono due loggie; l'una al-* *l'ovest e infila via Toledo, l'altra all'oriente e le s'incurva dinanzi l'emiciclo di Monreale, laconca d'orodei poeti. Su due ordini concentrici di balaustri elevasi la cupola con figura di piramide tronca foderata di zinco, e sul vertice una lanterna, la cui punta vince la maggiore altezza del palazzo. L'interno componesi d'una sala ampia e di due stanzuccie oblunghe e disadorne. Era stanza da letto di Garibaldi quella che guarda Monreale, abitava la seconda il suo segretario privato. Gli aiutanti di guardia occupavano quattro letti collocati agli angoli della sala e celati da paraventi.

Trovai il Generale in colloquio con un commodoro della marina americana, ond'io m'accostai ad uno dei varî gruppi mescolati di uffiziali garibaldini, della marina sarda, della inglese, della americana, e di eleganti signore che verso il tramonto convenivano a lieti ragionamenti sulla terrazza o alla galleria occidentale. Il mese di giugno e parte di luglio del 1860 scorsero lassù inalterabilmente abbelliti dal sorriso della vittoria, dai racconti delle nuovissime maraviglie, dalla magnificenza del sito, dalla voluttà ch'effondeva l'alito periodico dei sottostanti giardini, dal viso raggiante del vincitore di Calatafimi, dalla fiducia illimitata nell'avvenire. Garibaldi in quel padiglione era un mago. Si parlava dell'entrata in Roma, di passaggio per Napoli, e dell'espugnazione di Verona come di cose indubitabili prima dell'inverno. Il luogo, il tempo, gli eventi producevano una specie d'estasi deliziosa che ravvicinava le distanze e trasfigurava le cose. Vidi uffiziali inglesi partecipare a quelle emozioni, a quelle illusioni, al pari delle più ardenti signorine di Palermo.

Ed anche adesso¹, benchè il disinganno di quattro anni abbia spazzato via con ala inesorabile fede e speranza, ci sono momenti nei quali mi sembra di sedere sul terrazzo incantato, credendo nella realtà di quell'avvenire che di lassù aprivasi allo sguardo.

¹ 1864

Ivi incontrai il maggiore Mosto, comandante dei carabinieri genovesi, e mentre gli raccomandavo di aggiugnere alla sua schiera come semplice soldato il capitano Ungarelli ferrarese, il caporale di guardia mi annunciò che otto giovinotti di mia conoscenza bramavano di parlarmi. Risposi li facesse passare.

Avanzavansi con passo vacillante, a guisa di convalescenti, squallidi le vesti e l'aspetto. La barba rasa da alquanti giorni, crescendo uniforme, faceva risaltare il malaticcio pallore del loro volto di venticinque anni, anzi tempo alterato dai solchi della vecchiaia che in quell'età sono i segni di lunghi tormenti e di angoscie profonde; gli occhi erravano incerti o si affisavano senza guardare, e pareva che il pensiero affievolito non avesse più virtù d'illuminarli. Io non ne ravvisai un solo, e dissi sottovoce a Mosto:—Non li conosco.

Accostatisi e vedutomi, notai un subito rianimarsi delle loro fisonomie come all'incontro di persona amica; io stetti sospeso in atto; ed essi:—Non ci riconoscete più? esclamarono con accento velato dalla commozione e un po' forse dal dispetto per la mia freddezza inattesa. Siamo tanto mutati? La vostra sposa ci raffigurò immediatamente e ci ha diretti qui a voi.—E voo scià, proseguì uno di loro volgendosi al maggiore genovese, avete dimenticato Pezzi, chescio Carlochiamava Sant'Andrea?

Mosto sentì rimescolarsi, e cangiò colore non al nome di Sant'Andrea, ma a quello di Carlo suo giovine fratello caduto a Calatafimi.

—Veniamo, altri soggiunse, dalle galere di Favignana. Il 22 luglio del 1857 ci stringeste la mano quando accompagnaste Pisacane a bordo delCagliarinel porto di Genova, e ci diceste:—A rivederci fra poco. Passarono tre anni; ora…

Trasalii a tali parole, ogni sillaba delle quali fu un getto di luce, e interrompendoli mi gettai immezzo a loro, li abbracciai tutti ad una volta, e come meglio mel consentivano l'agitazione, la gioia, la maraviglia, il rossore, li nominai ad uno, ad uno, e proruppi:—Vivi, ancora vivi!

E da capo strinsi loro la mano e li assicurai collo sguardo, colla voce e col sorriso dell'allegrezza. Poscia ricominciai:—Ma non siete tutti! Dov'è B…?

—Cadde nel conflitto di Sanza.

—E i fratelli F…?

—Furono trucidati dagli abitanti di Sanza.

—Morì di consunzione in carcere.

E chiesi d'altri assai; e di tutti riseppi la tragica fine, o per mano dei contadini, o delle truppe di Ferdinando II, o dei manigoldi. Chiesi in fine se qualcuno di loro avesse veduto cadere il colonnello Pisacane. E veruno lo vide, e ciascuno ne parlava con diverso racconto. Il modo della morte, pur troppo indubitabile, di quel valoroso rimane tuttavia e forse rimarrà un'incognita.

—Or bene, ripigliai, in che posso aiutarvi?

—Vi domandiamo due cose: otteneteci di appartenere al corpo dei carabinieri genovesi, e presentateci a Garibaldi.

—Il maggiore Mosto che qui vi ascolta, ne è il comandante.

Alzata la destra alla berretta gli fecero il saluto militare, indi si atteggiarono sulguarda voi. Mi apparvero tutt'altri da coloro di poco innanzi: il patriottismo, l'ardore guerriero e la speranza avevano visibilmente rinnovellate quelle membra affrante.

—Sarò orgoglioso d'avervi compagni, disse il maggiore accarezzandosi la lunga barba; ma le catene e le sventure vi fiaccarono la salute. Non reggerete alla prima tappa.

—Provateci, rispose un d'essi con rispettosa fierezza.

E un secondo:—Tagliata la corda che c'incurvò a guisa d'arco, ci raddrizzammo come prima.

E un terzo:—Giudicateci dall'animo e non dalla magrezza.

A cui il maggiore:—Sapete maneggiare la carabina di precisione?

—Sappiamo; e ancora più la baionetta.

Alle categoriche risposte il maggiore non ebbe di che replicare, e li accettò nella sua piccola falange, la più segnalata fra i Mille.

Il dittatore, appoggiato al parapetto della galleria, contemplava affettuosamente Enrico Cairoli, giovinetto pavese che aveva la fronte forata da una palla di Calatafimi, e un semplice O di panno proteggeva lo scoperto cervello. M'avvicinai e gli dissi che i superstiti compagni di Pisacane desideravano di stringergli la mano.

—Fateli venire, ei rispose con vivacità; quanti sono?

E in così dire mi seguiva nella sala.

Gli otto, presagli la mano, lo divoravano cogli occhi, che in un attimo si bagnarono di lagrime, e le loro labbra tremanti non seppero articolare un solo detto.

—Ecco, sclamò egli voltandosi a me, ecco in epilogo la filosofia della storia: noi che la fortuna favorì colla vittoria abitiamo in palazzi reali. Questi prodi, perchè vinti, vennero sepolti nei sotterranei di Favignana. Eppure la causa, l'impresa, l'audacia furono identiche.

—Forse il tempo non fu così bene scelto, io osservai, e certo la popolarità del capo non così grande.

—I primi onori a Pisacane precursore, e a questi bravi nostri pionieri, ripigliò il Generale posando amorevolmente la mano sulla spalla del più vicino.

Lo sguardo di lui, il suono della voce, la sua non avara ammirazione pel loro capitano adorato parve infondessero nuovo sangue nelle vene di quegli afflitti. Le traccie dell'atmosfera del carcere scomparvero. Eglino si sentirono uomini e soldati ancora una volta.

Garibaldi, ideologo talvolta per diletto, ma pratico sempre per istinto e per perizia dei casi del mondo, comprese che nel pallore di quei visi l'appetito c'entrava per qualche cosa, e che, se i conforti dello spirito furono necessari, un paio di polli arrosto e una bottiglia di Marsala non sarebbero stati inutili. Ordinò pertanto che si apprestasse loro una refezione e li gratificò di qualche scudo.

Dopo il silenzio d'alcuni minuti, il Generale, ritiratosi nella propria stanza, mi fece di lì a poco chiamare. Egli giaceva sul suo letticciuolo di ottone, il gomito sinistro appoggiato al guanciale e il capo alla mano. A' piedi del letto c'era un tavolino quadrato ripieno di carte, che servivagli da scrittoio, all'angolo opposto la catinella e la brocca; sul dosso d'una sedia il _recado_¹, indi un cassettone con suvvi una scatola di sigari; lo scudiscio che consiste in una striscia di pelle nera rotolata dall'uno dei capi a forma di manico; un piccolo specchio, il cappellino, il fazzoletto di seta che suole portare sulle spalle; la sciabola a canto del letto, e nell'angusto spazio fra questo e il cassettone, due sedie.

¹ Sella americana che in campo si svolge in piccolo letto

—Sedetevi, dissemi, e fumate. La scatola costà sul cassettone contiene sigari di Nizza. Fumate di quelli. Essi sono, soggiunse con mestizia, la sola cosa che mi avanza della mia povera Nizza. E in questo dire, secondo il costume poco rovinoso dei Genovesi, accendeva il solito mezzo sigaro. Io tacqui per non turbare con inutili invettive la santità del suo dolore.

—Bisogna provvedere, sapete, a codesti bravi ragazzi.

—Generale, hanno chiesto di appartenere al corpo dei carabinieri genovesi, e Mosto gli ha accettati.

—Davvero? Sempre i soliti straccioni! Dopo una pausa ripigliò: avete steso il progetto per la vostra scuola?

Glielo presentai; egli lo approvò; anzi volle l'Istituto capace di seimila allievi.—Organizzatelo senza indugio, conchiuse con piglio contento.

—Sì, generale, a patto che l'opera mia sia gratuita, e che io vi segua quando risalirete in sella…

—Dunque fate presto.

—Per far presto, Generale, bisogna ch'io non dipenda dai ministri, ma da voi direttamente.

Senza replicare egli scrisse di suo pugno il seguente ordine:

«Comando in capo dell'esercito nazionale.

«Palermo, 24 giugno 1860.

«Il signor Alberto Mario è da me autorizzato ed incaricato dell'organizzazione del Collegio Militare. A tale oggetto gli saranno somministrati i mezzi necessari.

Munito di questa illimitata autorità, feci dichiarare, con decreto dittatoriale, pertinenza dell'Istituto l'ospizio dei trovatelli, fabbrica grandiosa e acconcia al mio uopo, con un reddito di 17,000 ducati. I sessanta trovatelli furono cambiati in allievi dell'Istituto. Dalla materia prima, che il maggiore Rodi manipolava in piazza d'armi, estrassi il primo battaglione di mille giovani dai quattordici ai diciassette anni. Cominciata subito per costoro la clausura, cessò la paga dei tre tarì. Il dittatore mi confortava d'uffiziali egregi della schiera dei Mille; e fra i volontari affluenti dall'alta Italia parecchi giovani, o ingegneri, o avvocati, o giudici, o ancora studenti di università venuti in Sicilia per combattere, molto virtuosamente mi si proffersero nell'increscioso e umile officio di bassi-uffiziali. I ragazzi da educarsi, pronti di mente e generosi, ma semibarbari e insofferenti di legge, non potevano essere domati che dall'energia intelligente.

Gettate le basi d'un sistema completo d'istruzione militare elementare, riserbai ad altro tempo la superiore. Percorsa la carriera fissata, gli alunni per esame sarebbero usciti bassi-uffiziali o sottotenenti. Condizioni per entrarvi, fede di nascita e fede medica. Le scuole vennero aperte immediatamente, e nel giro d'una settimana agivano in piena regola. Le manovre, la ginnastica, la scherma, il bersaglio, gli studî, la fermezza, le buone maniere e l'esempio dei capi trasformarono a vista d'occhio quei monelli di Palermo in fieri e compiti alunni.

Affidai il comando del primo battaglione al maggiore Rodi. Vissuto lunghi anni nelle foreste americane, in lotta perpetua colla natura e coi soldati di Rosas, contrasse un po' le sembianze d'uomo selvaggio in certi lampi dello sguardo, in certi moti combinati di raggruppamento e di slancio, che ricordavano il balzo della fiera, in certi gridi acuti come quei degli abitanti dei Pampas. Guadagnatisi gli spallini di maggiore dagl'infimi gradi a furia di prodezze, non era in molta confidenza coi libri e con le penne. La paterna tenerezza di lui pei suoipiccoli diavoli, siccome ei li chiamava, toccava il cuore, benchè non troppo proficua alla disciplina.

Sui rapporti serali dei capitani essendo io obbligato di condannare agli arresti, per tre, per cinque o per dieci giorni parecchi di costoro, il maggiore agitavasi, e la sua mano di legno urtava nella sciabola, volendo accennare all'accusatore di tacere. Faceva segni cogli occhi, tossiva, si soffiava il naso.

—Maggiore, vi prego…

—Sono agli ordini, signor comandante, volevo dire…, poveri ragazzi…, dieci giorni di prigione…, fa tanto caldo…, per questa volta… Ma (alzando la mano di carne alla berretta) chiedo scusa.

Un giorno, visitando la prigione, lo sorpresi in atto di porgere agli arrestati ciambelle infilzate nella punta della spada.

—Signor comandante, egli fece alquanto imbarazzato, stavo riducendoli alla ragione.

—Colla punta della spada?

—Avevo in tasca una chicca: che vuole! i Siciliani sono ghiotti di caramelle.

Entrato nel carcere, scopersi che avevano scassinata la porta e apprestata la fuga.

—Sa, comandante, osservò il maggiore con aria di lumeggiare il lato estetico dell'attentato, che ci volle una bella forza a smuovere questa porta: sono gagliardi come beduini codesti capi ameni! E, nell'enfasi dell'esclamazione, dava uno scapezzone a quell'uno che gli stava più vicino. Io ordinai che fossero incatenati. Nell'udire la spietata parola in suono che non consentiva replica, il maggiore impietrò. Mandai a rinforzare il posto di guardia ed uscii. Egli mi seguì in silenzio. Nel varcare la soglia si rivolse ai detenuti, e coi denti stretti e le labbra socchiuse alzò contro di loro il pugno. Io lo vidi con la coda dell'occhio, ed egli assettandosi la tunica e atteggiandosi a severità, con voce grossa e con faccia burbera, ingiunse alla sentinella di guardarli a vista. Indi, ammiccato il caporale di picchetto, gli commise di rasserenarli con un residuo di caramelle che levossi di tasca e gli porse di sottecchi. Se non che il caporale, tenero della legge e dell'ordine, credette dover suo di mangiarsele.

Del resto, il maggiore Rodi era valente istruttore, e in piazza d'armi inesorabile e fulmineo. In un mese il suo battaglione manovrava come un corpo di veterani; e gli venne fatto di rendere mansuete quelle nature vulcaniche col fascino della bontà, che lampeggiava sul suo volto abbronzato a guisa di vene d'oro in quarzo.

Avvezzi alla libertà vagabonda, avidi del denaro, e beati a un tempo di darlo ai parenti bisognosi, i quali prudentemente aggiravansi a poca distanza per ritirarlo appena distribuito, quei ragazzi trovavano insopportabile la clausura, insopportabile ancora più e ingiusta la perdita del tre tarì. Ripensando che altri mille dei loro amici avevano la libertà e i tre tarì, studiavano la fuga.

L'edificio dell'Istituto ha figura di un vasto rettangolo che abbraccia il cortile. La cucina, il refettorio, i magazzini, la cancelleria, le scuole al primo piano, al secondo i dormitori. All'appello del mattino mancavano or otto, ora dieci alunni. Nottetempo, arrampicandosi sulle spalle l'uno dell'altro sino alle elevate finestre delle sale, annodate coperte e lenzuola, senza badare al pericolo di fiaccarsi il collo, calavansi sulla strada, e rimessi i cenci di casa, correvano all'alba fra i compagni di piazza d'armi a ripigliarsi i tre tarì. Immediatamente raccolsi e chiusi nel monastero di San Polo quei mille, accelerando l'ordinamento del secondo battaglione. Tolta l'esca della paga, fu rimossa la causa della fuga. Per maggiore sicurezza affidai la guardia dell'Istituto a un picchetto di soldati della brigata Dunne, e collocai sentinelle agli angoli esterni dell'edifizio.

Il colonnello Dunne, inglese, apprestava una brigata di Siciliani, e sentendo imminente l'azione, industriavasi di colmare, come meglio gli poteva riescir fatto, le larghe lacune dei suoi quadri. Adagiato su una scranna nella spianata vicina all'Istituto, in soprabito di seta cruda, fumando una pipa turca, esercitava le sue genti all'armi, che per bizzarria vestì d'assisa bianca. Egli sedeva al centro ed esse movevangli in giro a modo di ridda. Dunne guardava con occhio lucente l'infiorescenza primaverile del mio primo battaglione, l'aria marziale, la precisione dei movimenti, il precoce sviluppo fisico di quei giovinetti.—Cari ragazzi! esclamava. Quanto sono contento di cooperare anch'io col mio picchetto di custodia allo incremento di questa gemma d'istituzione!—Per manifestargli la mia simpatia, una mattina, ritornando col battaglione dalle manovre, ordinai alla banda di suonare ilGod save the Queen, e al mezzodì, nel rilevare il posto, egli mandò il picchetto doppiato. Era una gara di cortesie. Nonostante mi mancavano sempre nuovi ragazzi, benchè sapessi di certo che nessuno fosse più sceso dalle finestre. Un dì a caso ne ravvisai uno, nuotante entro un'assisa bianca fra i soldati di guardia.

—Come sei qui? gli domandai maravigliato.

Arrossato e confuso ei rimaneva senza parola.

—Come fuggisti? parla, ripigliai con voce imperativa e scuotendolo per la pistagna.

—Signor comandante, i soldati di milordo mi hanno detto che col signor milordo sarei andato alla guerra fra poco, e un di loro mi condusse in caserma.

—Quanti fuggirono?

—Molti, ma non so il nome di tutti.

Io tenevo d'occhio le finestre, ed eglino, sogghignando, se la svignavano per la porta. Licenziai il picchetto, e il colonnello, nella probabile persuasione che quei cari ragazzi se ne fossero iti a lui in piena regola, me ne restituì alcuni. Gli altri avevano mutato nome. Quind'innanzi cessarono le evasioni: gli alunni cominciarono a capacitarsi che un tempo avvenire, ben altrimenti del recente passato, onorevole e rispettabile stava loro dinanzi, e l'Istituto procedeva alacremente e prosperava.

Incalzato dalle necessità del tempo, risoluto di partire con Garibaldi, non risparmiai fatiche e diligenze. Vedevo e constatavo ogni cosa di per me. Assistevo alle manovre, alle prove della banda musicale, alle lezioni dei professori; verificavo le provvigioni di cucina, saggiavo i cibi, vegliavo alla pulitezza delle mense e delle stoviglie, all'esatta quantità delle razioni, alla salubrità dell'edifizio e all'igiene. Sopraintendevo all'opera degli architetti e dei muratori nella riforma delle case appartenenti all'Istituto. Visitavo conventi e pubblici edifizî, per farne scelta, in vista dei seimila alunni. Mercè dei pieni poteri, provvidi largamente i magazzini d'ogni suppellettile militare. Organizzai l'amministrazione in guisa che nel maneggio del denaro, stante un reciproco sindacato, ci fossero le maggiori guarentigie. Feci arrestare un uffiziale pagatore che sorpresi nella colpa, il quale fu condannato a dieci anni di galera. All'infuori di questo fatto, fuvvi una emulazione di onestà, di abnegazione, di buon volere.

Per proteggere l'Istituto dalle possibili ostilità del governo che dovea succedere alla dittatura, lo denominaiIstituto militare Garibaldi. Ed anche presentemente si legge sul frontone dello stabilimento codesta iscrizione. L'Istituto fu rispettato. Ed oltre il nome di Garibaldi lo protesse la pubblica opinione, e massime l'affetto del popolo, che guardava con orgoglio i propri figli trasfigurati ingalantuomini, appellativo del ceto civile nelle Due Sicilie. Garibaldi, che n'era il vero fondatore, tenevalo sovra ogni altra cosa carissimo e lo faceva argomento delle sue speciali sollecitudini. Spesso, accompagnato dallo stato maggiore, capitava all'Istituto e ogni mattina in piazza d'armi nell'ora della manovra. Scendeva da cavallo, s'informava d'ogni particolarità, dava suggerimenti, e ordini e provvedimenti efficacissimi, ed inebbriava colla sua presenza uffiziali e allievi.

In poco d'ora l'Istituto non popolavasi di soli figli della plebe. La sua buona fama, l'entusiasmo dell'epoca che tirava all'uguaglianza, le seduzioni della carriera militare in momenti di guerra, e la non ultima attrattiva delgratisvi condussero giovinetti di famiglie civili, alcuni dei quali dell'alta Italia.

Ma non ogni cosa correva liscia. Quando l'ospizio dei trovatelli venne abolito e trasfuso nell'Istituto, Garibaldi mi raccomandò di trar partito dei maestri e dei guardiani dell'ospizio. Mi trovai quindi al tu per tu con un frate professore e confessore, e col cappellano. Ripugnavami la presenza del frate, e d'altro canto non osava dipartirmi dalle raccomandazioni del Generale. Mi gli mostrai poco benevolo, assistetti in attitudine di diffidenza alle sue lezioni, censurai il suo metodo d'insegnamento, ma egli imperterrito faceva orecchie da mercante. Gli dissi un giorno che io non poteva comportare la cumulazione di due impieghi, e ch'ei scegliesse fra la cattedra e il confessionale.

—Scelgo il confessionale.

—L'uffizio di confessore non ha stipendio: non posso stipendiare un sacramento.

—Sta bene; e poichè debbo mangiare, accennando in ciò dire alla propria persona di sei piedi, m'atterrò alla cattedra.

Battuto su questo terreno, immaginai di conferire ai professori e agl'impiegati un grado militare nominale, coll'obbligo di portarne il distintivo sul berretto. Il frate, antiveggendo l'ilarità della scolaresca per lo strano accoppiamento del berretto di luogotenente con la cocolla di San Francesco, chiesemi tempo a decidersi e più non ricomparve.

Ma non così mi è venuto fatto di sbarazzarmi del cappellano, che stavasi abbarbicato al suo posto come edera a muraglia. Era uomo di media statura, sui cinquant'anni, d'occhio fine e astuto, di modi ossequiosi: non diceva mai no; però sull'apparente condiscendenza intesseva difficoltà, distinzioni, obbiezioni, onde venivagli detto no di seconda mano.

Ito il frate, dopo lungo discorso sui privilegi antichi del clero di Sicilia, che lo mantengono relativamente indipendente dalla Santa Sede e pertanto estraneo alle sue vicende e alle sue passioni politiche, m'insinuò la proposta di assumersi egli l'officio della confessione, sin che avessi nominato un confessore fisso.

—Caro don Pietro, gli risposi, gli allievi sono fanciulli; incapaci di peccare, è inutile la confessione.

—È vero, signor comandante. Anch'io non accetto l'opinione dei teologi, che la ragione e la risponsabilità comincino a sette anni. Ma quivi ne abbiamo di diciassette, e so che parecchi di loro libarono al calice del piacere, e la loro purità…

—Chi ve l'ha detto, don Pietro?

—Eh! si sa; veruno l'ignora, e poi…

—Chiusi nell'Istituto faranno penitenza.

—È giusto; però il pensiero esce dal cancello dell'Istituto, e sfugge alla vigilanza dei guardiani. Lo spirito, signor comandante, può peccare come la materia.

—Caro don Pietro, il lavoro indefesso, ininterrotto, variato, ascendente, occupa il loro spirito, e la sera la materia affaticata fa un sonno solo, e senza sogni, fino all'alba.

—Voi avete ragione. Se non che, nella mia qualità di prete, ricorderò con tutto il rispetto, che la Chiesa comanda che la confessione…

—Qui comando io.

—Senza dubbio. A proposito, dimani è domenica. A che ora desiderate, signor comandante, ch'io dica la messa? Non se ne celebrò ancora una sola per questi ragazzi, dacchè l'Istituto esiste.

Ad un mio movimento d'impazienza il cappellano, addolcendo sensibilmente la voce, soggiunse:—Veramente in tanta furia di lavoro non avanzava tempo nè spazio per la messa. Io, credetemi, mi presi licenza di riparlarvene nell'interesse dell'Istituto medesimo, che sta tanto a cuore al dittatore e a voi.

—Penso che la messa presupponga la chiesa, e la chiesa deve ancora fabbricarsi. Se ne discuterà quando le finanze dello Stato saranno più floride.

—In prova della mia devozione a voi, non debbo tacervi che i parenti mormorano di già.

—So, don Pietro, che vi gradiva più l'ospizio dei trovatelli che non l'Istituto militare. Nessuno mormora. I fanciulli affluiscono sì numerosi che rimandai al mese venturo l'accettazione di cinquecento di loro per mancanza di spazio. Don Pietro! seguite un mio consiglio: acqua in bocca. Sapete che ci sono molti aspiranti alla nomina di cappellano.

—Signor comandante, mi raccomando a voi. Per mostrarvi quanto siami prezioso l'Istituto, mi vi offro da capo lettore gratuito di storia.

—Io nominerò ai vari battaglioni cappellani, che ammaestrano gli allievi ad amar gli uomini, l'Italia, la libertà, e che gl'imbevano di feconde e virili massime di morale. Quand'eglino potranno pensare da sè medesimi, adotteranno quel culto che a loro parrà migliore; ascolteranno la messa del prete, o il sermone del pastore, o la voce solitaria e spontanea della coscienza. Non ignorate che s'entra in questo Istituto senza la fede di battesimo.

Il cappellano, che ha capito il mio latino, temendo di perdere il comodo alloggio e la paga di capitano, trovò modo di salvare la fede e il salario col benefizio d'una distinzione e d'una seconda intenzione.

—Signor comandante, disse, la disciplina militare e la legge canonica m'impongono di obbedire ai superiori. Le vostre idee non contraddicono alla mia fede; soltanto non sono tutta la mia fede. La differenza fra ciò che voi volete e ciò ch'io credo verrà giudicata da Dio. Signor comandante…

In questo punto il portiere entrò con un biglietto che mi chiamava al padiglione.

—Dimattina, così il Generale, non assisterò alla manovra dei ragazzi.Fui invitato a colazione a bordo d'un vascello inglese. Volete venire?

—Grazie, Generale; dimattina devo comporre il secondo battaglione e inaugurare il bersaglio dell'Istituto.

—Visitaste la villa dei Gesuiti?

—Sì, Generale. Vasto e grandioso palazzo, ma troppo lontano. È già lontana, benchè al paragone vicinissima, la splendida villa Airoldi, che mi permetteste di occupare. Benchè capace di 400 alunni, vi rinunciai, anteponendole il convento di San Polo.

—Appunto a causa di San Polo vi chiamai qui. Per la terza volta la sorella di Rosalino Pilo, monaca di questo convento, mi fa istanza premurosa che il convento venga restituito. Come posso dir no alla sorella di quel prode che mi precorse e morì? Cercate altro luogo. Ne avete tanti a vostra scelta!

—Mi rincresce, Generale; temo sia tardi per appagare il voto della sorella di Pilo…

—Perchè? m'interruppe egli alquanto irritato.

—L'ho in parte sfabbricato e rifabbricato per adattarlo ai bisogni dell'Istituto, vi si lavora tuttavia, e nelle presenti angustie dell'erario ci spesi già quindicimila lire. Oggi le monache non saprebbero che farsi del trasformato edificio. Ma per esse ne adocchiai un altro migliore.

—Bene, procurate d'accontentarle, replicò egli domato dall'argomento delle quindicimila lire, quando i suoi generali avevano due lire il giorno di paga. D'ora in poi lasciate in pace le mie monache.

I desiderî di Garibaldi erano comandi; ed io m'affrettai a San Polo col proponimento di soddisfare la sorella di Pilo. Ma i lavori spinti alacremente volgevano al termine. L'architetto mi dimostrò col nero sul bianco che a disfare e rifare come prima ci voleva il doppio dello speso.

Il convento, ricinto d'altissime mura, giaceva immezzo ad una selva d'aranci, di cedri, d'ulivi, di fichi d'India, solcata da viali d'alberi di pepe e di sughero. V'erano giardini, e peschiere, e getti d'acqua. Non so quanto le mistiche spose di Gesù Cristo, coll'ali invescate della terrestre voluttà che spirava da quelle fragranze pericolose, da quegli ombrosi recessi, da que' studiati spettacoli d'una vegetazione intertropicale, potessero innalzarsi alla meditazione delle pene del purgatorio.

Sotto quei boschetti, durante la fabbrica, serenava il secondo migliaio dei monelli che l'indomani dovevano diventare il secondo battaglione dell'Istituto.

Il mattino del 18 luglio, banda in testa, i due battaglioni avviavansi alla piazza d'armi. Le ultime righe del secondo si componevano di fanciulli di sei in otto anni; piccola carabina alla spalla, berretta piegata sull'orecchio sinistro, cinturino sotto il mento, testa alta, aria fiera, passo ardito, marcia in linea di mezza compagnia, distanze mantenute, conversione in colonna, secondo i casi, come vecchi soldati. Un'onda di popolo erasi riversata sulle vie, e le madri popolane traevano in coda ai figliuoli guerrieri, spargendo lagrime e facendone spargere agli spettatori.

Al ritorno un infermiere dell'ospedale dei feriti mi consegnò un biglietto di mia moglie così concepito: «Il Generale s'allontanò da Palermo; l'ambulanza ricevette l'avviso di seguirlo.»

Volo agitatissimo all'ospedale di San Massimo, e vi trovo Ripari, capo medico, mezzo costernato e mezzo furente, il quale dava ordini, contr'ordini e colpi di frustino per accelerare l'allestimento dell'ambulanza. Gli era un andirivieni di medici, di chirurghi, d'infermieri, di farmacisti e di ammalati colle ferite non ancora rimarginate, supplicanti di ritornare alle proprie compagnie. Mia moglie, nell'ultima stanza intesa ad infarcire di filacce, di bende e di agrumi i sacconi dei letti, mi fece:—Sei pronto a partire dimani? Noi partiamo dimani.

Ed io a lei sorridendo:—Non ti affannare, Garibaldi fa colezione a bordo di un vascello inglese.

—Molto probabile! mentre i nostri si battono a Meri!

—Da quando in qua?

—Fruscianti capitò qui cogli ordini. Il Generale s'imbarcò con gli aiutanti, le guide, i carabinieri genovesi e la brigata Corte arrivata testè da Gaeta.

—Dunque ieri m'ingannò! Impossibile!

Ritornai, non so se sdegnato o trasognato, nella prima stanza. Ivi rividi Ripari ignudo sino alla cintola e supino sul pagliericcio. La settenne galera di Pagliano lo disavvezzò dalle materasse, dalle lenzuola e dalla biancheria.

Data, un minuto prima, al bucato l'unica camicia di lana, non avanzavagli che l'uniformeper cuoprirsi. Il suo baule non contenne mai filo di cotone o di lino, nè mai odorò di lavanda.

Condiscese al pagliericcio pel decoro del grado di colonnello, ma letto favorito eragli la panca.

Benchè stretti amici, bisognava in certi casi lo avvicinassi con cautela, essendo egli spinoso come un'istrice, e d'altra parte, facile a intenerirsi come una donzella.

—Ci ha corbellati ambedue, io principiai.

Rizzatosi a sedere e calati i piedi a terra, cominciò a far segni dispettosi sul pavimento col frustino. In quel mentre un disgraziato Siciliano gli si accostò, porgendogli un foglio di supplica per divenire chirurgo di battaglione.

Voltegli le spalle nude e lasciatolo col braccio teso e col foglio in mano, Ripari, dirigendosi a me, proruppe dolorosamente:

—L'accompagnai a Roma nel 49, in Lombardia nel 59, l'altr'ieri a Marsala, ed ho sessant'anni. Non me l'aspettavo! Ricevetti appena dianzi l'ordine di apprestare l'ambulanza e diseguirlo!

—Dove andò?

—Pare che Medici siasi impegnato in disuguale combattimento con Bosco presso Milazzo. Garibaldi accorse in aiuto.

—Partiremo insieme?

—Va bene; io me ne andrò dimattina.

Ne seppi abbastanza; m'affrettai al padiglione.

I Palermitani, sbalorditi, chiedevano con ansietà se Garibaldi li avesse veramente abbandonati. Aiutanti ed uffiziali mostravansi afflitti del non meritato obblio.

Al generale Sirtori, capo dello stato maggiore e depositario della potestà dittatoria, io rassegnai immantinente il mio ufficio di comandante.

—Rimarrete al vostro posto, egli mi rispose seccamente. Non siete un giovinetto che abbia bisogno di guadagnarsi gli speroni.

—Generale, l'accettai da Garibaldi col patto di rinunciarvi e di seguirlo appena ripigliate le armi.

—Comunque, dovete restar qui finchè l'opera vostra sia compiuta. Un soldato più o meno non conta. Sarebbe un delitto lasciar perire l'Istituto.

—Non soffrirà per la mia assenza. Esso va coi suoi piedi. Basta mi nominiate un successore.

—Ciò che non farò punto.

—Generale, io non sono militare.

—Avendo assunto il comando dell'Istituto, siete nell'elenco dei capi di corpo, e avete il grado di colonnello.

—Ma, generale, non supporrete, spero, che io abbia preso sul serio questo grado. Vedete, sono ancora unborghese: quando indosserò lacamicia rossaciò sarà come un soldato.

—Dio! che Dio mi dia pazienza! egli sclamava fremendo nell'adempimento d'ingrati doveri che lo tenevano lontano dal campo ove anelava di trovarsi. Tutti, ripigliò, impazzarono. Ecco qua la centesima rinunzia ricevuta nelle sei ultime ore. Rimanete… al vostro… posto… Capite l'italiano?

—Bene, generale, accordatemi un permesso di tre giorni. Se il dittatore respingerà la mia preghiera, vi prometto che mi riavrete qui.

—Andate al dittatore o al d….

—Grazie, generale.

Tornai in gran premura all'Istituto, col proposito d'irmene possibilmente la sera. E per fermo non mitigò la mia brama l'incontro della brigata Dunne che scendeva alla marina.

Preceduto dalle notizie, mi vennero presentate le dimissioni degli uffiziali e dei sotto-uffiziali.

Qui mi casca l'asino. Come indurli a desistere, quand'io m'accingo a lasciargli? E con che cuore d'altronde patire che l'Istituto appena surto rovini? A riflessioni finite m'abbottonai l'abito e con volto severo parlai nella seguente conformità:—Il prodittatore rifiutò la mia rinunzia, ed io non posso accettare la vostra. Raddoppiamo i nostri sforzi, e quando io possa dire onestamente a Garibaldi, «l'Istituto si regge anche senza noi,» egli certo ci accorderà l'onore di combattere.

Cuoceva a quei bravi giovani l'indugio anche di un'ora, pur eglino consentirono di rimanere sin ch'io fossi rimasto, ed uno di loro suggerì che ciascuno si cercasse un sostituto. Accettai la proposta, e avanti sera ne furono rinvenuti parecchi fra i garibaldini, i quali, rifiutatisi di dimorare all'ospedale dopo la partenza dei proprii medici e chirurghi, e tuttavia troppo deboli per riprendere le armi, accolsero con gioia di sostituire i loro più fortunati commilitoni. Il povero Rodi dibattevasi penosamente fra due contrarii affetti. Era diviso fra il desiderio di ricongiungersi a Garibaldi, che non aveva mai fatto una campagna, dal trentaquattro in poi, senza di lui, e la tenerezza per i suoipiccoli diavoli, i quali lacrimando lo supplicavano di non li lasciare o di condurli alla guerra.

Lusingavami di trattenerlo, dimostrandogli prossimo il tempo di far marciare il primo battaglione.

—Signor comandante, è pronto adesso.

—Ma non abbiamo ordini.

—Volete procurarveli?

—Sì.

—Allora differisco d'andarmene.

Tale risoluzione diminuiva di non poco le mie difficoltà. Erami ancora mestieri rendere conto formale della amministrazione, e appianare il cómpito al mio successore, riassettando il meccanismo dell'Istituto. V'impiegai quattro giorni di assiduo lavoro, ed arrivai in Milazzo a battaglia finita.

Battevano le otto pomeridiane, e Garibaldi dormiva.

Nell'uscire dal quartier generale intesi chiamarmi dal maggiore Mosto, appoggiato ad un balcone di faccia.

Varcata la soglia d'una grandissima porta, mi trovai nel chiostro d'un monastero mutato in ospedale. Salii: nei lunghi corridoi poca paglia o qualche rara coperta erano letto ai feriti più avventurati; gli altri giacevano sul pavimento col capo appoggiato alla bisaccia del pane, unico guanciale. C'erano feriti dei due campi.

Strinsi la mano a Mosto tutto polveroso, rotto dalla fatica e triste, congratulandomi di ritrovarlo vivo e sano.

—È andata bene! gli feci; narrami.

—Vincemmo, ma a caro prezzo. Il mio corpo decimato secondo il solito.

—Come si diportò Ungarelli?

—Da valoroso.

—E come dubitarne? Ho gran voglia di rivederlo.

—Trovasi laggiù nel cortile.

—Dove? costà?

—Sì. Morì sul campo d'una palla in fronte. Venne raccolto cogli altri miei e trasportato quivi.

—Morto!

—Non lo sapevi?

Mi si agghiacciò il sangue. Così giovane, così bello, così intelligente, così buono! Io non potevo associare l'idea della morte a tanto splendore di vita. Mosto per distrarmi mi variò dolore.

—Gli otto superstiti compagni di Pisacane, che mi raccomandasti, si segnalarono. Cinque sono caduti.

—Li trasportarono a Barcellona, soggiunse mia moglie approssimatasi a noi in quel punto. Rota, Bonomi e Cori si potranno salvare, ma non credo Conti e Sant'Andrea.

—Quant'altri de' miei, signora Jessie, avete in custodia? le dimandò il maggiore.

—Venti per certo; i rimanenti giacciono dispersi in chiese umide. A Barcellona fu una gara di quel nobile popolo per ricoverare i feriti nelle proprie case; qui non si trova nemmeno paglia da riempire i sacconi portati da Palermo.

Procedendo con mia moglie lungo il primo corridoio, una voce sottile e debole mi salutò per nome. Voltomi, vidi tre ragazzi sulla paglia coll'assisa bianca macchiata di sangue.

Ed ella:—Sono i tuoi alunni dell'Istituto, fuggitivi alla brigata Dunne. Guarda codesto (e m'indicò un fanciullo addormentato con una vescica piena di ghiaccio applicata al moncone sinistro), fu amputato or ora, povero bambino: ha solamente dodici anni. Mi disse:—Sarò buono, se ella mi tiene, signora; non griderò; piangerò un pochino. Lo tenni, onorò la sua parola, e mi disse dopo che io piansi più di lui. È vero. Adesso dorme, come fanno quasi tutti finita l'operazione.

—Siete in collera con noi? mi chiese il più grandicello pigliandomi la mano e carezzandola. Ci perdonate? Tanti della nostra brigata sono morti o feriti. Il colonnello dichiarò che dopo la battaglia di Milazzo nessuno potrà dire che i Siciliani non si battono.

Io mi sentiva soffocare e non potei parlare; baciai quelle fronti pallide lasciando sul letto alcuna piastra e corsi all'aria fresca.

È molto mesta la notte della vittoria, quando non si ha partecipato alla battaglia!

L'indomani visitai il Generale, che mi stese la mano con queste parole:—Vi aspettavo.

—Dopo la battaglia, Generale? Voi avete dimenticato la promessa.

—Non dimentico mai! Remigando verso il vascello inglese ricevetti il dispaccio di Medici, e m'imbarcai subito con quanti avevo sotto mano. Non importa; vi compenserò, non dubitate.

—So, Generale, che vi esponeste ad un conflitto personale con alcuni lancieri. Non considerate che la riuscita o la rovina della impresa dipende unicamente dalla vostra vita?

—Se così è, vivrò per compierla. Porgendomi un sigaro, proseguì coll'usata modestia: fu una semplice combinazione. Tacque per poco, indi ripigliò: pensate che la costituzione bandita da Francesco II abbia appagati i Napolitani?

—Avrebbeli forse, senza la spedizione di Marsala. Il re è giovane ed innocente delle colpe del padre; ma i Napoletani odiano la sua stirpe impastata di perfidia. D'altronde, l'unità nazionale oggi domina idea sovrana, che voi, Generale, con questa spedizione faceste scendere quaggiù dai cieli dell'astrazione e dell'utopia. Quind'innanzi nessun profitto locale potrà soddisfare gli Italiani.

—Fino all'ultimo momento del mio soggiorno a Palermo mi si tormentò con perpetue istanze di annessione al Piemonte. E tuttora la cospirazione prosegue; mi s'intralcia il cammino. Che la facciano! A me bastano poche migliaia di soldati per balzare in Calabria.

—A Palermo vi manifestai la mia opinione, ed ora ve la ripeto: Mero grido di partito. Se voi cedete la Sicilia prima d'avere Napoli, perdete la base d'operazione, e vi verrà impedito o quanto meno contrastato il transito dello Stretto. Il programma fissò lo scopo dell'impresa. Si parlerà d'annessione a Roma. Voi ne ammoniste di già chiaramente i Palermitani dal poggiuolo del palazzo reale con quelle parole monumentali, «dopo le battaglie, le urne e le assemblee.»

—Non siete persuaso che i Siciliani desiderino l'annessione?

—Desiderano l'unità italiana, non conoscono che Garibaldi.

—Sì, bisogna profittare dell'aura.

Garibaldi ascoltava il mio parere, come quello d'ogni patriota, benignamente sempre. Ma è inesatta la voce diffusa e creduta ch'ei ceda alle influenze e pieghi alle sollecitudini ed ai consigli altrui. Veruna accusa più di questa lo crucciava; e se ne rammaricava sovente. Io gli stetti vicino negli svolgimenti del dramma del 1860, e posso affermare che egli ha un'idea propria sulle cose, lungamente e solitariamente meditata. Solo quell'idea determina le sue azioni. Però la piccola guerra, il raggiro, l'insidia, l'opposizione occulta e pertinace lo irritano e lo stancano. Come leone che si sente avvolto in una rete, ne rompe le maglie e va via sdegnoso.

Poscia, ragguagliatolo sullo stato dell'Istituto, sulla sostituzione degli uffiziali, lo pregai di nominare altra persona in vece mia.

—Tenete in mano vostra la direzione e sceglietevi un vice-direttore. Un bel giorno manderemo a chiamare il nostro primo battaglione: per adesso lasciamo le cose come stanno. Indi, datemi alcune commissioni che rendevano necessario il mio ritorno a Palermo, soggiunse: Mi raggiungerete a Messina. Le truppe di Bosco ora s'imbarcano a bordo di legni francesi. La vittoria decisiva del 20 chiuse il nostro lavoro in Sicilia.

Quattro giorni in appresso mi gli presentai a Messina in camicia rossa e colla nomina in tasca di sottotenente d'ordinanza di lui.

La spensierata festività della reggia normanna non riapparve al quartier generale di Messina. Garibaldi, assorto in gravi pensieri, divenne taciturno, e la sua fronte, sempre spianata e serena, si fece corrugata e scura. Ogni dì, e spesso due volte, egli percorreva la via da Messina al Faro.

Un dopo pranzo ve l'accompagnai in carrozza col maggiore Stagnetti, e non si pronunciò verbo mai nell'andata e nel ritorno. Egli, come soleva, salì sulla torre ad interrogare per lunga ora col cannocchiale la riva opposta.

Ma più del problema militare del passaggio che il suo genio avrebbe certamente sciolto, turbavanlo gl'inciampi politici che incontrava ad ogni passo. E massime una lettera di Vittorio Emanuele che lo pregava di rinunciare alla liberazione di Napoli, a cui peraltro il Generale rispose, «le popolazioni mi chiamano; io mancherei al mio dovere e comprometterei la causa italiana se non ascoltassi la loro voce.» Cessata pertanto ogni incertezza, risoluto di proceder oltre, raccolse tutte le forze nella costruzione d'un ponte invisibile fra Cariddi e Scilla. Epperò egli sentivasi alfine nel proprio elemento, e dall'urto delle difficoltà materiali scoppiavano per lui scintille di nuova luce.

Il 7 agosto io era di guardia al palazzo. Chiamato nella sua stanza:—Volete prender parte, mi disse, ad una impresa audace e forse decisiva?

—Generale! risposi con impeto di contentezza.

—Domani alle quattro pomeridiane al Faro. Sarà opera di pochi scelti.

L'indomani, avviandomi al Faro in vettura, verso le due, incontrai il dottore Ripari, l'invitai a montare, e gli ripetei il colloquio della vigilia con Garibaldi.

Al vecchio soldato fluì subito il sangue alla testa, e nella lusinga di potersi rifare della mancatagli giornata di Milazzo:—Vengo anch'io, esclamò.

—E l'ambulanza generale?

—Troverà modo di tenermi dietro. Intanto vado io.

Garibaldi era a bordo dell'Aberdeenancorato sulla rada. Salimmo.Egli passeggiava sul ponte.

—Eccomi agli ordini, Generale.

—Partirete col colonnello Muss…, e apparterrete al suo stato maggiore.

—Generale! così Ripari, se mi permettete, andrò anch'io in compagnia di Mario.

E il Generale con occhio affettuoso e con benevola ironia:—Non è affare per voi; siete troppo vecchio!

Alle inaspettate parole, Ripari, acceso e spento quasi ad un punto, stette muto e immoto. Poi riscotendosi mi stese la mano, sillabando con voce abbassata d'un tono:—Sono troppo vecchio! Addio. Saltò in una lancia, disparve, e tornò a Messina a piedi per provare a sè stesso d'essere ancora abbastanza giovane.

Sull'imbrunire capitarono successivamente quattro ufficiali ad avvertire il Generale che le loro squadre trovavansi al luogo fissato.

—Va bene: tornate là e attendetemi.

Un quarto d'ora appresso, seguito dal generale Medici, da due aiutanti e da me, egli scese in un palischermo. Postosi al timone, si sguizzò inavvertiti fra le molte barche, e s'entrò in un canale che serpeggia intorno alle trincee del Faro. Alla foce stava preparato un navilio di settanta barchette e sulle ripe alcuni gruppi di gente armata; quivi fucilieri, costì cacciatori, colà guide, in silenzio, mentre sull'attigua spiaggia dello stretto riagitavansi e romoreggiavano migliaia di soldati nell'imminenza della ritirata.

Il Generale mi mandò al capo d'ogni gruppo per ordinare l'imbarco di tre uomini in ciascuna barchetta. Ridiscesi noi a mare, le settanta navicelle circondarono il nostro palischermo. Il Generale rapidamente spartille in isquadre distinte per numeri. Ciascuna barchetta governavano quattro rematori siciliani e un timoniere. Vi ebbe nel primo istante un po' di confusione; mancavano irevolvers, le scale d'assalto, alquanti soldati e parte della munizione. Alfine tutto fu in punto. Quand'ecco le guide, armate di carabine, s'accorgono che le cartucce superano la portata dell'arma; se ne sparge la notizia.

—Generale, gridò il non troppo accorto comandante della spedizione, le cariche non vanno alle carabine.

Il momento era supremo; ogni indugio impossibile. Prontamente e con accento soggiogatore, Garibaldi rispose:—Fatevela a pugni!

S'udì un sì collettivo ed elettrico.

Indi, ordinatomi di entrare nella barchetta del comandante, maestrevolmente sviluppò in un girar di ciglio quell'ingombro galleggiante che a foggia di spira avvolgeva la sua lancia. I tamburi avevano già battuta la ritirata.

La quiete regnava profonda. Noi non udivamo che la voce di Garibaldi a intervalli, sonora, concitata, onnipotente.

—O Rossi! rasentate la costa, dirigetevi sulla punta del Faro. Così egli comandava in dialetto genovese.

Rossi, genovese, capitano di mare, sedeva al timone della prima barchetta occupata dal colonnello Muss…, da Libero Stradivari, da Ergisto Bezzi e da me.

Manovrando su e giù lungo la linea, il Generale stabiliva le distanze fra barchetta e barchetta, fra squadra e squadra, e ammoniva i timonieri. Egli più a mare di noi diresse la propria lancia alla punta del Faro, disegnando una retta, e vi arrivò mentre la mia barchetta spuntava dall'ultima estremità di Cariddi, e si affacciava al nostro sguardo lo spettacolo del doppio mare.

—O Rossi!

—Generale!

—Puntate la prora su Alta Fiumara. Vicino a terra piegate a destra.Approdino tutti sulla vostra sinistra.

E volgendo la parola al corpo di spedizione:

—A voi l'onore di precedermi. L'impresa è ardita, ma ho fede in voi. Vi conosco a prova. Ci rivedremo fra poco… E intanto la piccola armata gli sfilava davanti.

Suonavano le dieci. La brezza notturna increspava leggermente il mare; le correnti dello stretto ci spingevano alquanto fuori della bocca del canale, onde timoneggiando verso il punto fisso, l'avventurosa flottiglia formava un arco stupendo, che io dalla mia barca in testa di colonna vedevo mano mano disegnarsi. La notte era stellata e senza vento, e fantastici volumi di nuvole coprendo la luna, spandevano una oscurità propizia sul nostro passaggio. Il timoniere coll'acuto occhio marinaro aveva a tutta prima ravvisati due legni borbonici della crociera, i quali, passando sotto Alta Fiumara, muovevano alla volta di Scilla. Verso il mezzo dello Stretto la luce rossa dei fanali e il distinto brontolio del vapore che scaricavasi dal minor tubo, ci segnalavano due o tre altre navi da guerra nemiche.

—In che l'oggetto della spedizione? dimandai al comandante, amico mio.

—Nell'assalto inopinato del forte di Alta Fiumara, durante la notte. Dianzi travestito penetrai in Calabria, m'affiatai con qualche sergente calabrese mio compaesano; fo capitale sovra una parte del presidio. Padroni del Faro da un lato, la presa di Alta Fiumara assicurerà il transito dell'esercito, impedendo col fuoco dei due forti di fronte l'avvicinarsi dei legni di Francesco II.

—Conducesti teco le guide del luogo?

—No, le troveremo di là. Appena a terra, egli mi commise, dividerai il corpo in tre schiere, piglierai il comando di quella di destra e risalirai il torrente fino alla strada quetamente, indi piegando a sinistra, assalirai il forte dalla parte superiore, le altre l'investiranno dal lato opposto. Una scala ad ogni cinque uomini. Mi fu promessa una porta aperta: il resto colle scale, coi revolvers, colle baionette. Un colpo di cannone annuncierà al dittatore il fatto compiuto.

—Santo diavolone! Un vapore! Siamo perduti! ulularono esterrefatti i nostri rematori.

Il pauroso grido volò di barca in barca, come eco cento volte ripetuta. Girai l'occhio sulle barche seguaci, e notai un attimo di sosta; un moto oscillatorio agitava quella magica curva natante, che solo si discerneva pel solco argenteo dell'acqua e per le fosforiche scintille provocate dal colpo dei remi. Ma essa conteneva intrepidi petti, ai quali il profondare sarebbe sembrata una festa al paragone del retrocedere.

—Non lo vedete? là sulla dritta? ci viene addosso, ripeterono i rematori con voce soffocata, stesi boccone e cercando puerilmente riparo dietro la sponda dello schifo. Noi li afferrammo per la veste, e col revolver li costringemmo a rialzarsi e a remigare.

Rimessi in piedi ricaddero ginocchioni; con parole rotte dal singulto e colle braccia aperte, imploravano misericordia per le loro famiglie, invocando santa Rosalia e la Madonna dei sette dolori. Ripresi i remi, si sforzarono di virare di bordo. Allora saltammo noi ai remi; laonde eglino giudicarono miglior consiglio l'obbedire. Una scena consimile accadde in ogni battello.

—Eccolo, eccolo là! gridarono.

Di fatti una massa nera, che noi non sapemmo distinguere dapprima, avanzavasi visibilmente sulla nostra direzione.

—Ferma, comandò il timoniere Rossi, che in tale frangente mostrò l'abituale bravura.

—Morte per morte, io dissi al comandante, dobbiamo tentare l'arrembaggio.

—Il vapore più veloce di noi, rispose Rossi sorridendo della mia imperizia, non si lascerà avvicinare, e ci manderà a picco standosene alla debita distanza.

Nondimeno fu trasmesso comando d'investire il vapore in caso di attacco.

Frattanto quella massa nera diventava sempre più manifesta e meno nera, e non andò guari che in parte apparve bianca. Ci raggiunse alfine.

—Un brigantino mercantile, proruppero in coro i rematori.

—Un brigantino, un brigantino! s'udì ripetere su tutta la linea: e il brigantino col vento in poppa e a vele spiegate tragittando a qualche metro da noi nel più alto silenzio, piegò verso l'ovest, e si perdette rapidamente nell'oscurità.

Rinfrancatisi, i marinari si diedero a vogare a tutta lena.—Quelle tre luci rosse costà, osservò uno di loro indicando colla mano due più alte e la terza più bassa, sono due vapori e una cannoniera. Li notammo partendo. Se ci veggono, siamo a tiro.


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