ATTO III.

PANFAGO. Ma mentre ci avviamo colá, fate voi che la tavola sia apprestata.

PIRINO. Cosí si faccia. Ecco Alessandro. Voi proprio desiava incontrare, caro Alessandro.

ALESSANDRO. Che comandate, carissimo Pirino?

PIRINO. Vengo a ricever grazia e favor da voi.

ALESSANDRO. Grazia e favor sará mio grandissimo, se mi darete occasione onde io possa servirvi: non mi son smenticato, padron degno, di tante grazie e favori ricevuti da voi; onde se non v'ho servito come dovea, tuttavolta la prontezza dell'animo ha sopplito dove han mancato l'occasioni.

PIRINO. Di picciol fonte non può nascer gran fiume: non l'ho servito come desiderava, atteso il mio poco valore.

ALESSANDRO. Tra buoni amici si disconvengono le cerimonie: quel poco ch'io vaglio, spendetelo a vostri commodi.

PIRINO. Però vengo alla libera con voi, e perdonatemi del fastidio.

ALESSANDRO. Allor ricevo fastidio e noia, quando non mi vien comandato da voi cosa alcuna, ch'è mio debito servirvi; venghiamo al tronco.

PIRINO. Non so se sapete la mia disgrazia, che Mangone ruffiano ha venduto al dottore la mia Melitea.

ALESSANDRO. Non n'ho inteso cosa alcuna, ché se n'avessi saputo un cenno non averei aspettato che me l'avessi domandato.

PIRINO. Mi complisce—per cagion de' miei amori che mi premono piú assai della robba e della vita,—che andiate a mio padre e lo preghiate che compri in vostro nome da Mangone un schiavo nero di diciassette over diciotto anni, ben fatto, che abbia del nobile, e non avendolo, che lo cerchi; e li diate per lo prezzo cento scudi che sono in questo fazzoletto, e se non bastano, almeno per arra; e comprato che l'averá, menilo a casa sua ben custodito, insin che andate o mandate per lui.

ALESSANDRO. Non altro di questo?

PIRINO. Non altro.

ALESSANDRO. Perché tanti scongiuri?

PIRINO. Con questo verrò a rubar la mia Melitea dalle mani del ruffiano, come poi vi dirò piú a lungo in casa vostra. Aiutatemi, amico caro, a cosí onesto e onorato furto; e se mi potrete scambiar questi danari in altri, me ne farete piacere, perché son di mio padre, ché non venisse a riconoscergli.

ALESSANDRO. Andrò or ora a servirvi; ho da scambiar questi e altri a vostro servigio; a dio.

PIRINO. A dio.

FILIGENIO. (Son uscito fuori, se posso veder Forca per saper che cosa ha fatto col dottore: m'ha lasciato certi bisbigli in testa i quali, se non me li ritoglie, non mi lascieranno mai riposare. Il Forca è cattivissimo, conosce gli umori delle persone, e non è altro che sappi meglio di lui i negozi di mio figlio, ed è buon mezo a questo effetto: il suo consiglio mi piace: volendo servirmi, come dice, non è dubbio ch'io non sia ben servito).

ALESSANDRO. (Chi è costui che ragiona?).

FILIGENIO. (Chi è costui che vien verso me?).

ALESSANDRO. (È Filigenio, quel che cerco).

FILIGENIO. (È Alessandro mio vicino).

ALESSANDRO. (L'andrò ad incontrare). O Filigenio, Iddio vi conceda ogni vostro desiderio.

FILIGENIO. Non è altro il mio desiderio che servir voi, caroALESSANDRO.

ALESSANDRO. Or veniva insino a casa vostra, per pregarvi d'un segnalato favore.

FILIGENIO. Eccomi ad ogni vostro comando: ché colui che non servisse voi volentieri, non meritarebbe esser servito da niuna persona del mondo, perché voi potete e sapete servir gli amici vostri.

ALESSANDRO. Se avessi saputo imaginarmi persona sufficiente piú di voi nel maneggio di questo mio negozio, arei fuggito darvi fastidio; non potendo altrimente, m'è forza a valermi del suo favore.

FILIGENIO. V'offerisco la prontezza dell'animo.

ALESSANDRO. Vi ringrazio di tanta cortesia. Iersera mi venne un corriero a posta da alcuni miei amici; e mi mandano un fascio di lettere, avisandomi con replicati ricordi l'importanza del negozio. Le lettere potrete vedere ad ogni vostro agio.

FILIGENIO. Non mi curo altrimente; venghiamo al tronco.

ALESSANDRO. Pregandomi come di cosa dove ci va l'onore e la vita; e mi vennero, insieme con l'altre, molte lettere di cambio, se mi bisognassero come di danari.

FILIGENIO. Danari non sarebbono mancati a me in vostro servigio.

ALESSANDRO. Replicandomi: non essendo servati da me come si richiede, rimarrebbono ruinati. Son uomini veramente di sommo valore e degni d'esser serviti.

FILIGENIO. Dite pure in che posso servirvi.

ALESSANDRO. Vorrebbono un schiavo di diciassette over diciotto anni, negro, di bel garbo e di acconcie maniere, che avesse del nobile; e che nel comprarlo non si avesse a risparmiar danari. Intendo che Mangone, qui appresso, n'abbia o ne soglia aver de buoni e belli; però vorrei che in mio nome ne compraste uno, e non avendolo, gli deste cura di ritrovarlo fra poco.

FILIGENIO. Tanto importa un schiavo?

ALESSANDRO. Come saprete il negocio, conoscerete l'importanza: eglino confidano in me molto; non vorrei che restassero ingannati di tanta speranza. Io per certi rispetti non posso mostrarmi con lui, per esser accadute alcune parole sconcie fra noi; e chiedendolo io, mi vorrebbe appicar per la gola. Eccovi nella borsa cento scudi, dateli per lo prezzo o almeno per caparra: dateli sin tanto che basti a saziar la ingordigia.

FILIGENIO. Vi servirò molto volentieri. Scudi non bisognano, ché ne ho le migliaia per vostro commodo.

ALESSANDRO. Se non togliete i danari per arra, non vo' che mi favoriate nel negozio.

FILIGENIO. Per non trattenermi vanamente in cerimonie, ché ho fretta di servirvi, li torrò, e or m'invio verso la sua casa.

ALESSANDRO. Ed io per non dargli occasione che mi veggia con voi, mi partirò e verrò da qui ad un poco per saper quello che abbiate trattato.

FILIGENIO. In buon'ora, non vo' perder tempo in servirlo! ché chi serve tardi, mostra che sia pentito della promessa, e chi serve presto, raddoppia la promessa. Eccolo che torna a casa.

MANGONE. Ho speso i passi indarno: son ito al Molo, e mi dicono che il padron della nave ragusea con un suo amico passaggiero non era ancora tornato a desinare. Ho lasciato detto che desiava parlargli, e insegnatali la casa mia. Ma io vi tornerò, come arò fatta stima che abbia desinato.

FILIGENIO. O Mangone, o Mangone!

MANGONE. Chi mi chiama?

FILIGENIO. Chi t'apporta guadagno: vòlgeti.

MANGONE. Non è cosa al mondo a cui mi volga piú volentieri. Ditemi, che guadagno mi apportate?

FILIGENIO. Vorrei un schiavo nero di diciassette in diciotto anni, di garbo e di fattezze signorili, per farne un presente ad un signor principale.

MANGONE. Per ora non potrei servirvi, ché ho venduti quasi tutti i miei schiavi; ma spero accommodarvene fra poche ore, ché lo torrò da certi amici.

FILIGENIO. Giá l'hai trovata. Dici che vuoi tòrlo da certi amici per venderlo piú caro.

MANGONE. Dico il vero, a fé di uomo da bene.

FILIGENIO. Giuri la fé di un altro, non la tua, ché tu non sei uomo da bene.

MANGONE. Quanti giurano a fé di gentiluomo, che non ci sono? Ma se non lo credete, potrete venir infin a casa e vederlo: dopo pranso ne arò la casa piena e potrete eleggerlovi come vi piace.

FILIGENIO. Che ho a far io, ché ti ricordassi di me?

MANGONE. Sapete bene che la caparra porta seco tal obligo, che obliga il venditore a ricordarsi piú di lui che di ogni altro; e se non facessi torto alla vicinanza e alla vostra autoritá, ve la chiederei.

FILIGENIO. T'intendo, eccolati.

MANGONE. Avrete manco fatica a darmi il resto.

FILIGENIO. Prendi, potrai annoverargli con piú agio in casa tua: son cinquanta scudi.

MANGONE. Or sí che avete voglia di schiavi: farete che non desini questa mattina per star sollecito al vostro fatto. Vedrò che si fa in casa, e poi tornerò al Molo.

FORCA. Noi avemo il bisogno: ecco le vesti per vestirsi da raguseo; ecco quelle per lo schiavo, son ricche e pompose: almeno, se non per la persona, lo torrá per le vesti. Ecco i barilotti, i formaggi e i confetti.

PANFAGO. Sai tu che a proposito ho comprato le vesiche e i budelli?

FORCA. Non so.

PANFAGO. Ho fatto il tutto a vostro modo; in questo solo vo' che voi secondiate il mio: ho tolto il barilotto e gli altri intrighi per empirli di varie furfanterie, e ti farò veder salciciotti, provature e mille altre galanterie; ché avendogli a far una burla, non ci vogliamo perdere il presente, e noi restassimo i burlati. Ma avèrti, accioché non abbiamo a far questione poi, che, ingannandolo con i falsi, mi arò guadagnato i buoni.

FORCA. Hai ragione, lo credo, che accompagnando la tua presenza con vesti riccamente addobbate, che farai miracoli.

PANFAGO. Quando vedrai l'architettura ch'usarò in contrafar i salciciotti e le provature e i confetti, resterai stupito; e sará non men gloria averlo beffeggiato nello schiavo che nel presente.

FORCA. Entriamo, perché non abbiamo a far altro; ché Pirino deve struggersi di desiderio di far presto.

PANFAGO. Avèrti che, subito che ritorno, ritrovi la tavola apparecchiata, ché io crepo dalla fame, e sovra tutto buona lacrima, ch'io ne diluviarò un fiasco ad un tratto, per capace e grande che sia, per lacrimar poi fino a notte.

FORCA. Ricòrdati di usar buone parole—ché non è il miglior instrumento per ingannare—e a far l'ufficio tuo di buon animo; ché dalla nostra parte non mancheremo noi di quanto ti abbiamo promesso.

PANFAGO. Entriamo, ché mi par mille anni di esseguir l'opera e far poi un guasto mirabile di vivande.

PANFAGO. Or vadansi ad appicar tutti coloro che non credono che amore non basti a trasformar gli uomini in strane foggie; poiché tu da libero e bianco sei divenuto nero e ti lasci vender come vil schiavo.

PIRINO. Dimmi, Panfago, potrei esser riconosciuto da alcuno?

PANFAGO. Certo, se non avesse visto io imbrattarvi il viso con quella polvere, non crederei mai che foste Pirino: cosí rassembrate un schiavo al naturale; ci è questo di buono ancora, che incontrandovi con Melitea non sarete scoperto, se diventerete pallido o rosso con Mangone, ché il color nero nasconde il color del volto sotto la tinta: andate come in maschera.

PIRINO. Io non vorrei parer tanto quel che non sono, che, volendo, parer quel che sono non potessi.

PANFAGO. Ma io come vi paio?

PIRINO. Veramente mi par che tu non sia, né devresti mai far altro che ingannare: cosí dimostri essere un gran ladro, e se non ti conoscessi, ti giudicherei un ladro naturale.

PANFAGO. Con questo giubbone non dimostro magnificenza? e con questa ciera un mercadante ben ricco?

PIRINO. Non potrai dir che tu sei povero, perché sei mercadante e hai schiavi da vendere.

PANFAGO. Se non m'hai rispetto e parli con creanza, ti darò bastonate. Tu sei mio schiavo e ti posso vendere a mio piacere: e te ne farò veder l'esperienza, ché ti venderò or ora.

PIRINO. Hai ragione, vendimi tosto.

PANFAGO. Che hai, che tremi?

PIRINO. Sempre quello che piú si desidera piú si teme. Tremo non so se di paura o di allegrezza: il pericolo dove mi trovo mi spaventa, l'allegrezza dell'acquisto mi rallegra, il timor turba l'allegrezza; talché provo in uno istesso tempo una timida allegrezza e un allegro timore. Ma ricòrdati, partito di qua, sollecitar Alessandro, ché solleciti mio padre a tor Melitea; e ricòrdati tornar presto con il presente.

PANFAGO. E tu come sarai a casa, ricòrdati di far apparecchiar presto da desinare.

PIRINO. Ma camina presto, ché non veggio l'ora di veder Melitea.

PANFAGO. Anzi bisogna caminar con gravitá, col passo della picca: non sai che son ricco e mercadante?

PIRINO. Te ne prego e straprego.

PANFAGO. Or sí che dici bene, perché lo schiavo deve pregar il padrone.

PIRINO. Ecco la casa.

MANGONE. (Veggio un mercadante da nave, che mi dimanda: certo costui sará quel raguseo che ha portato schiavi a vendere e ne porta un seco per mostra). Chi dimandate?

PANFAGO. Sète voi Mangone?

MANGONE. Io son mentre Iddio vòle.

PANFAGO. Voi siate il ben trovato per mille volte, padron caro; perdonatemi se, non conoscendovi, primo non vi ho salutato.

MANGONE. Non accadono simili cerimonie tra mercatanti: eccomi se son buono a servirvi.

PANFAGO. Io son il fattor del raguseo, padron della nave che ora è gionta in Napoli, carica di schiavi; vi prega che vegnate domani o questa sera a vedergli: e ve ne porto uno per mostra.

MANGONE. (Questo mi par a proposito per Filigenio: me lo chiese di fattezze simili; mi par bello e proporzionato e ave assai del nobile). Lo schiavo mi piace, secondo il mercato che me ne fate.

PANFAGO. Il mio padron desia far amicizia con voi, e però non mira al prezzo di cotesto: volendolo in dono per amor suo, ve lo potrete tor liberamente, perché ogni volta che verrá in Napoli, vi riempirá la casa di schiavi, e voi vendendoli poi col vostro commodo, partirete il guadagno.

MANGONE. Io non ho desiato altro nella mia vita che un simile incontro: io accetto carissimamente la sua amicizia. Di costui vo' dar cinquanta scudi, se ben conosco che val piú, e quel piú lo ricevo in dono, accioché egli prenda medesimamente fiducia di servirsi di me, delle mie robbe e della mia vita.

PANFAGO. Mi contento di quello che voi vi contentate di darmi, cosí il mio padrone desia la vostra amicizia.

MANGONE. Eccovi quindici scudi; in casa vi darò gli altri: potrete annoverargli.

PANFAGO. Credo alla vostra parola.

MANGONE. Come si chiama lo schiavo?

PANFAGO. Amore, padron caro.

MANGONE. Di che paese?

PANFAGO. Di Donnazapi, della provincia di Rabasco.

MANGONE. Che nome voi mi dite?

PANFAGO. Nomi che si usano in Schiavonia.

MANGONE. Amor, vien qua, non mi vòi tu servir con amore?

PIRINO. Ben sarei discortese e villano, se, voi avendomi comprato con grande amore, non mi disponessi a servirvi con grandissimo amore.

MANGONE. Servendomi lealmente, ti terrò da figlio, non da schiavo.

PIRINO. Anzi, servendo voi, mi parrá di servire non un padrone, ma mio padre.

MANGONE. Sai alcun ballo all'usanza tua?

PIRINO. È gran tempo che non l'ho usati; ma però comandandomelo cosí voi, vo' piú tosto servirvi cosí goffamente come so, che disubedirvi.

MANGONE. Orsú via.

PIRINO. «Siam, siam per via, guallá! siam, siam per via, guallá!».

MANGONE. O ben, per vita mia! lo schiavo è cosí allegro e festevole, che mi fará viver dieci anni di piú: dispiacemi averlo promesso a Filigenio, ché vorrei tenermelo per mio spasso. Ma poiché Melitea sta cosí disperata, Filace, va' tu su, chiamala, ché venga giú e veggia ballar e cantar questo schiavo che le rallegrará un poco li spiriti. Noi, galante uomo, entriamo in casa, ché vi darò i restanti danari, e faremo un poco di collazionetta, e berete una volta.

PANFAGO. Per non parer discortese alla prima con voi, se ben ho desinato poco anzi in nave, verrò volentieri, berrò una volta e due e quattro, se me lo comandarete.

MANGONE. Filace, non levar gli occhi da Melitea, lascia che veggia ballar e cantare lo schiavo. Fra tanto tu da' una scorsa con la vista intorno, ché non passi Pirino o Forca; e passando, falla entrar dentro, nascondila da loro quanto sia possibile. Noi entriamo.

FILACE. Entrate sicuro e vegghiate con gli occhi miei.

MELITEA giovane, FILACE, PIRINO.

MELITEA. (O Cieli, sonovi elle bastevoli le passate miserie? e mentre sarò viva, sarò sottoposta a' crudeli arbitri della fortuna? Appena fui nata che fui privata del padre, della patria e della propria casa, e in strani paesi non è stato scontento o sciagura che non fusse da me provata assai disconvenevole al mio sesso e alla mia giovanezza; e sperando che il tempo partorisse a' miei mali qualche rimedio, ecco fui fatta rapina di corsari e, sofferti pericoli del mare, son stata venduta per ischiava ad un furfantissimo ruffiano. E pur ciò sarebbe nulla, se amor non avesse voluto mostrar in me l'ultimo essempio della sua possanza, accendendomi d'alti e generosi pensieri in cosí misero e abietto stato, e alfin costretta a morirmi di fame in prigione. Qual será il fine di tanti affanni, se i mali che s'aspettano e mi minacciano, son piú gravi di quelli che si soffriscono? quando osarò sperar dalla fortuna cosa che per me buona sia?).

FILACE. Melitea, Mangone ti dá licenza che ti pigli un poco di spasso con veder cantare e ballar questo schiavo.

MELITEA. Altro che balli e canzoni mi stanno nel capo!

PIRINO. Dio ti salvi, reina di tutte le belle.

MELITEA. Io regina? io bella? O con quanta piú ragione mi aresti chiamata la piú miserabile di quante vivono.

PIRINO. Mi comandate che balli un ballo e vi canti una canzona?Rispondetemi.

MELITEA. Il dolore è cosí impadronito di me, che sto con l'animo tanto lontano da me quanto ti son vicina col corpo.

Deh! mirami, signora mia, ascolta la mia canzona. Perch'è d'altri mia persona, che pensiate voi che sia? Siam, siam per via, guallá!

Ditemi, signora, vi piace il mio ballo e la mia canzona?

MELITEA. Mirami in fronte, leggi nel soprascritto: come può capir alcuna consolazione nell'anima mia?

PIRINO. Conosco, signora, da certi segni del volto che sète molto tribulata d'amore.

MELITEA. Poco è conoscer questo, ché l'ardentissimo foco, quasi un lampo, lo porto impresso nel volto.

PIRINO. Noi schiavi di Egitto siamo negromanti; e da spiriti folletti che tenemo nelle caraffine indoviniamo quello che volemo.

MELITEA. Sí, eh? orsú, indovina chi amo io?

PIRINO. Un giovane che si chiama Pi… Piri… Pirino.

FILACE. Che ragionate voi di spiriti?

MELITEA. Dice che ha uno spirito folletto nella caraffina, che indovina quel che vuole.

FILACE. Par che costui negromantizzi; non vorrei che ti facesse entrar qualche spirito in corpo per forza.

MELITEA. Quel spirito che ha nominato, ce lo farei entrar per mia volontá. Ma indevina mò se m'ama.

PIRINO. Egli non ha per altro cari gli occhi suoi, che per mirar voi; né per altro il suo core, che per serbare inviolabilmente nella sua piú interna parte la bellezza e i vostri costumi: e si gloria piú del titolo di esser vostro schiavo, che di tutti i reami del mondo. Sète sua, foste sua, né per l'avvenir basterá accidente alcuno a far che non siate sua. Ma ditemi se voi amate lui, e dite il vero, perché subito lo conosco.

MELITEA. Io son tanto sua che, per non esser d'altri, voglio piú tosto esser della morte. Dispiacemi solo che, in sí misera fortuna e con tanto mio poco merito, mi sia posta ad amar tanto alto. Ma la costanza del mio amore, l'ostinazione dell'anima e la puritá della mia fede, con la quale sommamente l'osservo e riverisco, parmi che suppliscano all'oltraggio della fortuna, e me ne rendono degna. Ma io dubito che m'ami da scherzo e mi burli da dovero, poiché in tanto tempo che ci amiamo, non ha trovato modo di liberarmi da un vil ruffiano, da un abisso di oscuritá dove sepelita mi trovo.

PIRINO. Egli vi ama tanto che, per far libera voi, s'è fatto servo e, per ricomprar voi, s'ha fatto vender per ischiavo e, per rischiarar gli oscuri nuvoli de' vostri affanni, s'è fatto piú oscuro dell'istessa oscuritá.

MELITEA. Io non t'intendo.

PIRINO. L'intenderete poi. Ma or vo' scoprirvi tutte le cose che son passate ne' vostri amori.

MELITEA. Orsú, di' via.

PIRINO. Andando voi a diporto un giorno al Molo, quando il vedeste e foste veduta da lui, gli riempiste gli occhi di tanta meraviglia che non potean saziarsi di mirarvi; perché, mentre si fermavano a contemplar una parte e, come inveschiati da quella, non sapevano dipartirsi, un'altra lo sollecitava e violentava e strascinava a sé, e prima che si fermasse in quest'altra, un'altra se ne offriva, che con altra tanta forza a sé lo tirava; talché vedendosi egli stracco e non potendo mirar tutte, confessò esser vinto e desiava esser tutto occhi per potervi mirar a pieno. Né pensava altrimente che ogni vostro atto pungessi e che ogni vostra parola attossicasse, né che voi portaste la morte nascosta negli occhi; onde senza accorgersene ponto trovò che le spine velocissime erano discese al petto e il veleno nel core, e che non era piú vivo: cosí vi parlò con gli occhi chiedendo pietá, e voi accorgendovi di ciò con un picciol riso gradiste la sua affezione. Vi seguí fin a casa, e nel dispartirsi, nel vostro bel viso restò lo spirito e l'anima sua impressa, e se ne portò la vostra imagine scolpita nel core. Cosí seguendo ad amarvi, come voi v'accorgeste che dagli occhi vostri come da due stelle era girata la vita sua e dalla vostra anima dependeva la sua, non prendendo solazzo delle sue pene e afflizioni, come sogliono alcune vilissime feminelle, ma come vera gentildonna—or rallegrandolo con speranze, or rammorbidendolo con le promesse, or fingendo non accorgervi delle sue pene, or dilatando le promesse,—l'avete trattenuto vivo sin adesso. Onde egli conoscendo che in voi come in proprio albergo albergavano bellezza, onestá, bontá e ogni lodevole costume, vi fe' libero dono dell'anima e della sua vita. …

MELITEA. Veramente che tutto è vero quanto hai detto.

PIRINO. … Dopo molti giorni, voi dandogli commoditá di parlarvi, vi baciò e baciandovi sentí tanta dolcezza che l'istessa bocca che vi baciò or non lo sapria ridire, e restariano molto a dietro le parole al vero. Gli parve che con quel bacio vi baciasse l'anima stessa; e steste tanto stretti insieme che parea che di duo corpi ne fusse fatto un solo; finalmente, vinto da tanta dolcezza, vi restò tramortito fra le braccia, e voi ne piangeste per dolcezza. …

MELITEA. Confesso tutto esser vero; né altri che egli proprio saprebbe ridirlo.

PIRINO. …Vo' dir piú innanzi… .

MELITEA. Non piú, basta. Ben vi giuro che se abbiam avuto libertá, non passò cosa fra noi che onestissima non sia stata; anzi non mi condussi con lui mai a solo a solo, se prima con giuramento non m'assicurava di poter star con lui come sorella.

PIRINO. … È vero; né si turbò egli giamai verso voi, se non quando lo richiedevate di simil giuramento, quasi volendolo notare d'infedeltá, avendo egli piú timore d'offendervi che del giuramento, e che non richiedendovi di propria volontá, voi stimavate che lo facesse per il giuramento.

MELITEA. Ahi, ahi!

PIRINO. Di che suspirate?

MELITEA. Della rimembranza de' passati piaceri. Ma ditemi, poiché tanto sapete, dove si ritrova egli ora?

PIRINO. In questa strada.

MELITEA. Come in questa strada, che se mi volgo intorno intorno, non veggio altri che te?

PIRINO. Ha ragionato ed è stato con voi, come state e ragionate meco; e v'è piú dappresso che non pensate.

MELITEA. In qual luogo m'ha ragionato?

PIRINO. Dove voi sète e io sono. Ma ditemi, s'egli vi volesse rubare aMangone, fuggireste con lui da sua casa?

MELITEA. Da questa vita ancora.

PIRINO. Andareste a casa sua con lui?

MELITEA. Per acqua, per fuoco e per dove non è via, con lui; ché egli solo è la patria, la casa, lo sposo e mio signore.

PIRINO. Or ora?

MELITEA. Or ora.

PIRINO. Senza temer alcuno accidente?

MELITEA. Né la morte istessa—che si può dir piú della morte?—e se ben la morte per altra cagione mi parrebbe amara, per ciò mi sarebbe piú cara della vita.

PIRINO. Se ve lo facessi vedere, che pagareste?

MELITEA. Vi giuro—non da povera schiava ridotta in sí misero stato dove mi trovo, ma da quella gentildonna che fui,—che riporrei questo beneficio nel fondo del mio core, per pagarlo poi quando potessi con quanto vaglio; ché avendo a morir tra poco, morrei contenta.

PIRINO. E se lo vedeste, che fareste?

MELITEA. Che farei, dici? Me gli attaccherei con le mie braccia al collo con nodi e groppi cosí tenaci, che non timor di Mangone o suspetto di vita o di qual si voglia strano accidente me lo farebbono lasciar mai; accioché, bisognando morire, morissi nelle sue braccia, e gli consegnerei il suo deposito.

PIRINO. Farò che or ora voi lo vedrete.

MELITEA. O Dio, che intendo! Ma tu hai fatto un motivo con la bocca, che cosí soleva far egli; e hai parlato con tanta dolcezza e affettuose parole, che par che hai di quel genio che a lui solo fu donato dal Cielo per tiranneggiare e tirare a sé con dolce amorevolezza tutte le persone.

FILACE. Su su, finiamola, ché Mangone viene: ché tanti ragionamenti?

PIRINO. Se mi promettete non alterarvi di modo che possiate dar sospetto al guardiano, ve lo mostrerò sano e vivo.

MELITEA. Non so se potrò far tanta forza a me stessa.

FILACE. Parmi che colui che passa colá, sia Pirino. Entrate, entrate; presto, presto, ché non vi vegga. Ma non è desso, restate.

PIRINO. Bisogna farla, ché scoprendovi sareste rovinata voi e il vostro Pirino.

MELITEA. Cosí prometto.

PIRINO. Io sono il vostro Pirino!

MELITEA. O somma di tutte le mie speranze, io son tutta divenuta di foco, il sangue mi bolle per tutte le vene, e mi riconosco incapace di tanta gioia. O Dio, dammi tanta fortezza che possa nasconder cosí smisurato contento!

PIRINO. Ecco ch'è pur vero che m'ho fatto vender per ischiavo per far libera voi.

MELITEA. Ma che son io che merito esser riscattata con sí gran prezzo? Ma questo non per mio merito, ma per vostra gentilezza, ché avete riguardo alla vostra propria natura non al mio poco valore. Ma come io potrò riservirvi tanta cortesia, essendo ella infinita e io cosa finita?

PIRINO. Io non posso dirvi qui la trappola che abbiamo consertata, ché darei sospetto di voi al guardiano. In camera vi dirò il tutto.

FILACE. Melitea, tu entra dentro.

MELITEA. Or ora.

FILACE. Ca…, canchero, che m'avesti a far dire una mala parola! Voi donne non vi contentate del giusto mai, sempre inchinate al troppo: se vi si concede un dito, ve ne togliete un palmo. Poco anzi, con gli occhi bassi come se volesse nasconder il volto sotto le ciglia; ma ora lo schiavo l'ha fatta alzar la testa e star di buona voglia.

MANGONE. Potrete far ben libero conto, d'oggi innanzi, che la casa sia piú vostra che mia o almanco commune.

PANFAGO. Veramente farò cosí, poiché voi altresí mi avete liberamente promesso servirvi della nostra in Raguggia; faremo ragione insieme: noi vi condurremo delli schiavi e voi li venderete, e saranno fra noi le perdite e i guadagni communi.

MANGONE. Mi contento d'ogni vostro contento.

PANFAGO. Ma vo' che non mi neghiate una grazia.

MANGONE. Eccomi all'obbedire.

PANFAGO. Avemo alcune cosette in nave, come frutti della nostra patria, cioè alcuni barilotti di malvagie, bottarghe, provature, formaggi, confetti e simili frascherie; ve ne farò parte: vorrei che le riceveste con quello amore che ve le porgiamo, non avendo riguardo al lor poco valore.

MANGONE. Come non le riceverò con buon animo? ne terrò continua memoria della vostra amorevolezza; vo' darvi alcuni miei schiavi che vi aiutino a portarle.

PANFAGO. Non accade incomodarvi per ciò: in nave non mancheranno bratti che or ora le porteranno qui.

MANGONE. Andate in buona ora; e se non avete quella amorevolezza, in casa mia, che meritate, perdonatemi.

PANFAGO. Se bene è stata ogni cosa eccellentissima, il miglior è stata la buona volontá. A dio.

MANGONE. Non è poco l'aver trovato in costui tanta cortesia; perché tutti gli uomini del di d'oggi son piú tosto di levante che di ponente, overo zappe che tirano a sé che badili che buttino ad altri. Mi ha venduto un schiavo per cinquanta scudi, che val piú di cento, come a punto mi è stato chiesto da Filigenio. Mi ho guadagnato ducento scudi senza rischio e senza tormi dinari da mano in un batter d'occhio. Poi, mi torna molto a proposito l'amicizia di costui—egli va rubbando per le costiere di Schiavonia, e rubbane liberi e cristiani e li vende per schiavi:—senza spendere farò gran guadagno, oltre che mi manderá un buon presente, ché i forastieri sono osservatori della parola. Oggi è una giornata molto felice per me. Ma ecco Filigenio; certo vien per lo schiavo. Non me lo caverá di casa se non me lo paga benissimo: conosco che ne ha voglia.

FILIGENIO. Mangone, son venuto a trovarti secondo l'appuntamento doppo tre ore; e se non m'hai servito, vengo almeno, ché ti ricordi di me.

MANGONE. Sète venuto a tempo: v'ho comprato un schiavo piú meglio assai di quello che m'avete chiesto o che sapete desiderare. È giovane di diciassette o diciotto anni, bello di corpo e piú bello d'animo: ha un bel procedere, di belli ragionamenti, di apparenza assai nobile e allegrissimo, balla e canta graziosamente, e m'ho preso gran spasso con lui.

FILIGENIO. Poiché tanto lodi la tua mercanzia, è segno che vuoi stravendere. Mi bastava solo che fusse stato giovane e di belle fattezze.

MANGONE. Vi dolete dunque che ve l'abbi compro miglior di quello che me l'abbiate chiesto?

FILIGENIO. Io non mi doglio di quel meglio, ma che tu con questo meglio mi vogli impiccar per la gola e vendermelo soverchio.

MANGONE. Non l'ho detto per tale effetto, ma perché mi ricordo e so servir gli amici a' quali porto affezione.

FILIGENIO. Te ne ringrazio: fallo calar qui giú, ché lo veggia.

MANGONE. Filace, fa' calar quello schiavo. Vedrete che non v'ho detto bugia: avanzará con la presenza quello che vi ho depinto con le parole. Ma avertite che non vi lascerò un quattrino di trecento scudi, perché val cinquecento, e vo' che voi ne siate giudice.

FILIGENIO. Io non ne ho a comprar la bellezza di lui, il bel ragionare, il cantare e il ballare; ma vo' che sia ben creato, gagliardo e che sappia servire.

MANGONE. Eccolo, vedetelo bene, consideratelo; non vi ho chiesto soverchio.

FILIGENIO. Non è di cattiva apparenza.

MELITEA travestita, MANGONE, FILIGENIO.

MELITEA. Caro signore, che mi comandate?

MANGONE. L'aspetto solo non vale un tesoro? vedeste mai schiavo piú bello, di miglior garbo e di piú nobile apparenza? Non si vede in costui quel naso schiacciato, quelle labra grosse rivolte in fuori; sempre col riso su le labra, e per lo volto e per gli occhi fiorisce la sua allegrezza; anzi, quanto piú lo miri piú ti piace mirarlo: or se fusse bianco, che si potrebbe mirar cosa piú bella? e ti giuro che mi par ora piú bello che quando lo comprai poco anzi.

FILIGENIO. Hai ragione, è vero quanto dici.

MANGONE. Avea fatto disegno, Amor mio, servirmi di te; ma poiché questo grand'uomo ti vuol comprare e so che ti fará carezze, ho stimato che sia meglio per te venderti a lui. Dimmi, lo servirai tu volentieri?

MELITEA. Perché mi diceste prima che aveva a servir voi, mi era disposto servirvi con tutto l'animo. Ma poiché vi par meglio vendermi a questo gentiluomo, a me par ancor meglio, poiché quello che piace a voi, piace ancor a me. Le volontá de' padroni son legge de' servi: mi contento cosí ubbidirvi in ciò, come era disposto servirvi in ogni altra cosa.

MANGONE. Non lo servirai molto tempo, perché ti fará libero presto.

MELITEA. L'aspetto suo venerando mi mostra che i suoi costumi sieno pieni di dignitá e di cortesia; poi, vedendo quanto i miei servigi saranno amorevoli e pieni di affezione, non dubito di non esser ben trattato da lui e della mia libertá.

MANGONE. Mirate che risposte argute. Di grazia, dimandateli alcuna cosa.

FILIGENIO. Quale è il vostro nome?

MELITEA. Amore: ché se ben la natura mi fe' nascer libero, amor mi fa viver schiavo, godendo di questa servitú cara e dolce piú d'ogni libertá: avendo il corpo schiavo, arò sempre l'animo libero. Servirò voi e il vostro figlio con grande amore; e se voi mi compraste con prezzo d'oro, a lui m'ho reso schiavo con prezzo di amore: e certo che riconosciuto che sará il mio amore, sarò degno di libertá.

MANGONE. Il nome val ogni dinaro: sará certo nato nobile nel suo paese, perché ancora nelle miserie spira la sua nobiltá.

FILIGENIO. Di che paese sei?

MELITEA. Di Pirinaica.

FILIGENIO. Di che cittá?

MELITEA. Amorina.

FILIGENIO. Dove sono questi paesi?

MELITEA. Nella Morea.

FILIGENIO. Come stai?

MELITEA. Come posso, poiché non posso star come vorrei.

FILIGENIO. Come sopporti la servitú?

MELITEA. Con animo assai libero e franco, per sentir manco travaglio; perché colui che serve con animo servile, patisce due servitú, e del corpo e dell'animo.

FILIGENIO. Mi pensava aver comprato un schiavo e ho comprato un filosofo.

MANGONE. Il ragionar di costui non vale un regno?

FILIGENIO. Quanto piú lo miro e ascolto ragionare, piú mi piace. Su, quanto ne domandi?

MANGONE. Quanto volete voi darmi?

FILIGENIO. A te sta il dimandar, a me il rispondere.

MANGONE. Trecento scudi.

FILIGENIO. È troppo.

MANGONE. Ducento.

FILIGENIO. È molto.

MANGONE. Centocinquanta.

FILIGENIO. È caro.

MANGONE. Di questo che vi dico ora, non ne torrò un quattrino—ché farei torto a me stesso in dimandarne meno, e voi a darmegli:—cento scudi.

FILIGENIO. Ed io non vo' far torto a te che ne dimandi il giusto, né a me che lo conosco, né al merito del schiavo. Eccoti cinquanta scudi: con l'arra che avesti prima, giongono al prezzo che m'hai chiesto.

MANGONE. O che allegro cuore! or vadasi ad appiccare chi dice che si trova cosa che allegri il cuore piú dell'oro.

FILIGENIO. Amor, andiamo a casa.

MELITEA. Vi seguo con gran desiderio, né veggio l'ora di giungere.

FILIGENIO. Mangone, a dio.

MANGONE. In buon'ora.

PANFAGO. Padron mio caro, vi rechiamo alcune coselline; se ben poche, l'animo è grande e l'affezione.

MANGONE. Queste son di soverchio assai; m'avete qui condotto meza Raguggia: mi bastavano due salcicciotti, un prosciutto per segno di amorevolezza. Filace, conduci cotesti giovani dentro, discaricagli e dágli alcuna ricreazione: ponigli assai robbe e vino innanzi e lasciagli mangiare a lor piacere.

PANFAGO. Tutto è soverchio, amico caro: basta che bevano una volta per uno. Speditevi tosto.

MANGONE. Mentre costoro si ricreano, noi fra tanto ragionaremo delle cose del mondo.

PANFAGO. A vostro piacere.

MANGONE. Ditemi, di grazia, il nome del padron vostro.

PANFAGO. Il suo nome è Rastello Fallatutti di Monteladrone.

MANGONE. Il vostro nome, accioché possa servirvi.

PANFAGO. Rampicone di Maltivegna.

MANGONE. Per quanto tempo il vostro misser Rastello Fallatutti si fermará in Napoli?

PANFAGO. Mentre dará spaccio alla sua mercanzia. Verrá a voi al tardi o al piú domani, tratterá su questo negozio e, liberato dal peso, tornará quanto prima a Raguggia.

MANGONE. Da dove vengono questi schiavi in Raguggia?

PANFAGO. Da Segna in Raguggia, e d'indi li portano in diversi paesi.

MANGONE. Quanti ne ha portati per vendergli?

PANFAGO. Da quaranta in cinquanta, e giá li voleva portare in Ispagna; ma per aver incontrato per il camino certe fuste le quali facevano l'amore con la nostra nave, l'è paruto piú sicuro fermarsi qui in Napoli, se forse li potesse qui smaltire.

MANGONE. Filace, vien qui fuori.

FILACE. Eccomi.

MANGONE. Hai dato da far collazione a quei giovani?

FILACE. Sí, signore; e omai se l'han divorata e menano le mani assai valorosamente.

PANFAGO. Son usati a menarle su le funi a' servigi della nave.

FILACE. Eccoli che vengono fuori.

PANFAGO. Avviatevi innanzi alla nave, sgombrate tosto: che fate? non vo' che vegnate meco, ch'io verrò appresso.

MANGONE. Vi prego a ricordarvi che vi son servo, e raccommandatemi a misser Rastello Fallatutti di Monteladrone.

PANFAGO. Egli vi si raccommanda di tutto cuore. A dio, MANGONE.

MANGONE. A dio, Rampicone di Maltivegna.

PANFAGO. A te è giá venuto il male, e ti ricorderai spesso del mio nome! Andrò a spogliarmi, e a casa di Alessandro a diluviare.

PANFAGO. Ho fatto una gran sciocchezza a farmi scappar Pirino dalle mani; ché per poterlo poi trovare non ho lasciato strada né casa d'amico che non abbi cerco, per gir a desinar con lui come restammo d'accordo: perché ho complito quello che ho promesso a lui, giusto è ch'egli complisca quello che ha promesso a me. Sí che per la soverchia fatica ho una sete ch'arrabio: penso che sia in casa di Alessandro e che apparecchi il banchetto, e tutti mi stieno aspettando. Ecco la casa. O che aura odorata che ne spira, annunciatrice di un eccellente apparecchio! Se non giungo a tempo della battaglia, almeno raccorrò le spoglie de' nemici:tic, toc.

ALESSANDRO. Chi è lá?

PANFAGO. Amici!

ALESSANDRO. Come ponno essere amici chi ne spezzano le porte?

PANFAGO. Aprite tosto!

ALESSANDRO. Chi sei?

PANFAGO. Il soverchio bere ti ará tolto il vedere.

ALESSANDRO. Chi dimandi tu?

PANFAGO. Pirino, dico.

ALESSANDRO. Non è in casa, è uscito poco fa.

PANFAGO. Ha egli forse alzato il fianco?

ALESSANDRO. Sí bene.

PANFAGO. Non ha lasciato alcun bocconcello, alcun miserabil rilevo per me?

ALESSANDRO. Nulla.

PANFAGO. O mal d'affogaggine! Oimè, che la fame m'asciuga lo stomaco e la sete mi disecca le vene; ma possa io morir di mala morte, se non me ne farò vendetta e bona! Traditori assassini, che dispetto vi feci mai, che meritasse tanto scherno? farmi star tutto il giorno su le speranze, digiuno? Mi avete promesso per non attendere e m'avete onorato per beffarmi; ma farò che la beffe torni sopra voi, il cibo che avete divorato senza me farò che mal pro vi facci: ché non mi terranno tutte le catene del mondo, che non vada ora al dottore e non gli riveli tutte le furbarie che gli avete fatte. Avete rotto la fede a me, la romperò io a voi: li riempirò l'animo di gelosia, l'aspreggiarò tanto che da questa beffe ne germoglino danni, rumori e morti e quanto piú se può peggio. Un par mio digiuno a quest'ora, eh?

DOTTORE. Panfago, dove vai?

PANFAGO. Se non vi rovino tutti, …

DOTTORE. Che cosa hai?

PANFAGO. … cadano i cieli, se abissi la terra …

DOTTORE. Di chi ti rammarichi?

PANFAGO. … e si sconquassi il mondo!

DOTTORE. Panfago, tu smanii; certo tu devi arrabbiar della fame.

PANFAGO. Oh sète qui, dottore! la rabbia m'avea offuscata la vista d'un torto che vi è stato fatto: e se l'avessi potuto vendicar io senza la vostra saputa, l'arrei fatto assai volentieri; ma non potendo, vengo sforzato a dirvelo: è cosa che proprio non la posso digerire.

DOTTORE. Io dubito che tu abbi digesto d'avanzo, e che essendoti stato promesso da desinare e venutoti meno, tu ti muoia della fame.

PANFAGO. Ma vorrei che stimassi che le parole mie nascano da vero amore e da zelo del vostro onore, non da qualche mio interesse.

DOTTORE. Che cosa dunque?

PANFAGO. Sapete che Melitea vi è stata tolta e or sta in poter diPirino?

DOTTORE. Non può essere.

PANFAGO. Quante cose paiono che non ponno esser, e pur sono? Ma accioché non pensiate che io parli in aria, m'offerisco a farvi veder ogni cosa con gli occhi propri.

DOTTORE. Mangone si guarda da Pirino e da Forca, come il diavolo dalla croce; e Melitea sta inferma e carcerata, e son tre giorni che non ha cibo.

PANFAGO. Pirino s'è tinto da schiavo e s'ha fatto vendere a Mangone da un gran furfante, come io, vestito da raguseo; e intrato in casa sua, ha vestito Melitea de' suoi panni e fattala comprar dal padre: e la burla è stata accetta e ricevuta, …

DOTTORE. Per farmi credere una bugia, ce ne aggiungi un'altra peggiore. Come voleva entrare e uscir dalla casa di Mangone, se vi sta un perpetuo guardiano?

PANFAGO. … ed il Forca è stato presente a tutto …

DOTTORE. O che testimonio m'adduci!

PANFAGO. … ed io a tutto son testimonio d'occhi. Né si ha vergognato di far una simile beffa ad un par vostro, ricco, dotto e di qualitá tanto stimate nella terra nostra. Chi è Pirino altro che un pidocchioso? chi è Forca se non un che meritarebbe essere stato afforcato prima che nascesse? …

DOTTORE. Orsú, basta, basta.

PANFAGO. … Or stanno abbracciati cosí stretti che l'aria non vi può star in mezo …

Dottore: Taci, non piú: ché me l'hai espressi cosí vivi che essermi gli contemplo presenti, e non veggendogli par di vedergli.

PANFAGO. … L'han fatto piú per svillaneggiarvi che per altro: or si ridono di voi, dicendo che abbracciar voi è abbracciar un morto, e che li movete vomito con la vista, sète pelle senza nervo, una vescica sgonfiata, che puzzate di cimitero e che piatite con la sepoltura, e che la notte la terreste sempre svegliata con l'orologio delle correggie, se dormisse con voi. …

DOTTORE. Ogni tua parola m'è un serpe velenoso che mi morde, una tigre che mi straccia.

PANFAGO. …Né gli bastava avervi beffeggiato, se alle beffe non s'aggiongevano l'ingiurie.

DOTTORE. Io mi sento l'anima in uno istesso tempo assalita da contrari affetti, combattuta da una turba de nemici, da sdegno, da malinconia, da vergogna e da gelosia. La malinconia mi rode, la vergogna mi confonde, l'ira m'arde nel core, la gelosia mi boglie nell'anima. Ho melancolia che ho perduta l'innamorata, ho gelosia che altri la goda, ho sdegno che non m'ami, ho vergogna d'esser beffato; e se son vecchio ho il cervello giovane, e se ho la debolezza del corpo ho la prontezza dello spirito.

PANFAGO. Se volete vendicarvi, bisogna prestezza e piú fare che dire, anzi il dire e il fare sia in un medesimo tempo: io vi aiuterò col consiglio e con l'esser a parte d'ogni fatica.

DOTTORE. Assaltiamgli all'improvviso; ché essendo Pirino temerario ed audace ne' piaceri, sará timido nelle avversitá, ché sempre sogliono essere temeritá e paura in un medesimo soggetto. Andiamo a Mangone prima, veggiamo se Melitea sia in casa e poi rimediaremo al tutto.

PANFAGO. Andiamo.

DOTTORE. E se troverò che sia vero quanto hai detto, prenderò tal vendetta di loro che li farò pentir mille volte d'avermi ingiuriato.

PANFAGO. Or do a desinare alla mia rabbia e da bere alla mia sete: la vendetta compenserá la noia dell'una e dell'altra.

DOTTORE. Ecco la casa, io batto.

PANFAGO. Io mi starò cosí chiuso nella cappa che costui non mi riconosca.

MANGONE. Padron caro, che furia è questa? Melitea sta a vostra posta; e se la volete cosí inferma come ella è, ve la darò or ora.

DOTTORE. Dove è ella?

MANGONE. Chiavata in camera strettamente.

DOTTORE. Dici il vero; ma non in camera tua e da altri.

MANGONE. Dubitate forse che Pirino e Forca non me l'abbino tolta?

DOTTORE. Non lo dubito, ma lo tengo per certo: perché intendo che daPirino e da Forca ti sia stata sbalzata di casa.

MANGONE. Saranno eglino prima sbalzati da una forca.

DOTTORE. Di grazia, toglimi da tale ambascia, ché mi bolle nel cor un strano desiderio di vederla.

MANGONE. Volentieri. O Filace, o Filace!

FILACE. Che volete?

MANGONE. Che cali giú Melitea, ché la vuole veder il dottore.

FILACE. Vado.

MANGONE. Filace è un gran custode, molto astuto e sospettoso, e teme insin delle mosche. Poi, gabbar me? son un tristo e son ruffiano—bastavi questo,—e son il maggior ruffiano di tutto il ruffianesmo.

FILACE. Mangone, la camera è aperta e dentro non v'è alcuno.

MANGONE. Oimè, che m'hai ucciso!

FILACE. Come ucciso?

MANGONE. Parli pietre, me n'hai dato una in testa che m'ave ucciso. E per dove potria esser scampata?

FILACE. Io non mi son mosso oggi di casa né fuor dell'uscio; e se non ha poste l'ali e scampata per le fenestre, non ha potuto scampar altronde.

DOTTORE. Che dici ora? non parli?

MANGONE. No, né può uscir fiato dalla gola: Forca m'ha strangolato.

DOTTORE. Che ti dissi io?

MANGONE. E mi fa peggio ch'egli m'abbi ingannato, ch'ogni altro forastiero. O Forca, ti veggia alzato in mezzo due forche che arrivino insin al cielo! o che Dio ti dia la mala ventura!

DOTTORE. Tu l'hai avuta giá. Ma perché non cominci il lamento sopra i cinquecento ducati? Il lamento fallo sopra di te: che tu l'hai perduti, che colpa n'ho io?

MANGONE. Son piú misero di quanti uomini sono stati o saranno o sono.O tristo me!

DOTTORE. Anzi, me!

MANGONE. Son rovinato.

DOTTORE. Son rovinato ben io.

MANGONE. Ho perduto cinquecento ducati.

DOTTORE. Ho perduto l'innamorata.

MANGONE. Son punito delle beffe che m'ho fatto di lui.

DOTTORE. Come t'hai lasciato ingannare?

MANGONE. Non son stato ingannato altrimente da lui, ma ben da un raguseo il qual m'ha portato un schiavo a vendere, che, or che vi penso bene, avea tutte le fattezze di Pirino. Quel raguseo è stato la cagione della mia ruina.

DOTTORE. Come ti colse quel raguseo?

MANGONE. Con un presente di molto prezzo; e non m'accorsi che sotto la maschera di quel presente stava nascosta la trappola.

PANFAGO. Ditegli che vi mostri quel presente.

DOTTORE. Di grazia, fammi veder quel presente per isgannarmi.

PANFAGO. Filace, conduci qui quel presente che mi portò il raguseo.

DOTTORE. Sai tu come si chiamava quel raguseo?

MANGONE. Sí bene, Rastello Fallatutti di Monteladrone.

DOTTORE. Se ti disse che si chiamava Rastello, ché ti rastellava, e Fallatutti, ché fallava e ingannava tutti, come non ti guardavi che non fallasse ancor te?

MANGONE. E il suo fattore si chiamava Rampicone di Maltivegna.

DOTTORE. Venghi il malanno a te e a lui; ma il mal t'è venuto.

MANGONE. E gli feci una buonissima collazione.

DOTTORE. Questo è il peggio, che facesti una collazione a chi te ingannava.

MANGONE. Prego Iddio che gli facci mal pro.

PANFAGO. A te porta il presente, Filace.

MANGONE. Ponnosi veder le piú belle provature, formaggi, bottarghe e barilotti di malvagía?

PANFAGO. Diteli che le provi un poco.

DOTTORE. Di grazia, provatene alcune.

MANGONE. Odorerò il vino. O gaglioffo traditore! il barilotto è pieno di piscio, le bottarghe sono di mattoni, il formaggio di pietra e le provature vessiche piene di sporchezza! O Dio, non gli bastava l'ingiuria, se non giongeva ingiurie ad ingiurie!

DOTTORE. Con tutt'i mei guai pur mi vengon le risa. Fa' cercar meglio per la casa se forse Melitea si fusse nascosta.

MANGONE. Camina su, bestiaccia; non lasciar luogo da cercare. Ma che dispiacer feci mai a quel raguseo, ché mi avessi a trattar cosí male?

DOTTORE. Deve essere amico di Pirino e di Forca, e per far piacere a loro è stato ministro del tuo danno.

MANGONE. Or che mi ricordo, avea una ciera di furfantaccio, d'un malandrino, d'un ladrone, e rassomigliava tutto a costui.

PANFAGO. Menti per la gola, ch'io non ho ciera di malandrino.

MANGONE. Possa morir di mala morte, se tutto non rassomigliava a te!

PANFAGO. Mio padre fu raguseo, e in Raguggia ho un fratello che tutto rassomiglia a me. Io non ce ho colpa né in fatti né in parole.

MANGONE. O Dio, che mi giova di essere uomo da bene, se la disgrazia mi persegue e altri invidiano il mio guadagno? Se vi dovesse spendere tutta la mia robba, io il porrò in mano del boia.

FILACE. Padrone, ho ritrovato costui nascosto con le vesti di Melitea.

MANGONE. Ecco qui il ladro, ecco qui l'assassino, che ancor tiene adosso le vesti di Melitea.

DOTTORE. Mangone, da costui si potrá sapere il fondamento del fatto.

MANGONE. Vien qui, traditore; onde hai tolte le vesti, ove è colei a cui le togliesti?

DOTTORE. Mira come sta saldo, come se non dicesse a lui! non si degna respondere. Dimmi, dove è quella donna padrona delle vesti che tieni adosso?

MANGONE. Il manigoldo finge non intender; che parliamo noi arabo o greco? Dimmi, come sei qui?

DOTTORE. Finge il sordo: noi parliamo ed ei mira altrove.

MANGONE. Mira che ride. Fa del fastoso e alieno; or si fa beffe di noi e cava fuori la lingua.

DOTTORE. Balla, salta e fa atto da pazzo.

MANGONE. Filace, tienlo che non ti scappi, ché ne scapperebbe la speranza di non averne a sapere mai piú il fatto come è passato.

DOTTORE. Finge il muto e il sordo.

MANGONE. Dubito che da dovero non sia sordo e muto.

DOTTORE. Parlagli con i cenni e con le mani, se forse t'intende.

MANGONE. Appunto. Bisogna parlargli con le mani da dovero.

DOTTORE. Zappiamo nell'acqua.

MANGONE. Non v'accorgete della industria di Forca? S'ha servito per stromento di questa trappola d'un sordo, muto e pazzo, accioché, essendo qui ritrovato e dimandato dalla giustizia, ei non possa dar indicio di alcuna cosa.

DOTTORE. Chi ha fatto la pentola, ha saputo ancor far la manica. Non v'accorgete che è matto e pazzo?

MANGONE. Filace, recami qui un bastone, ché quel solo ha virtú di far intendere a sordi e parlare a muti.

DOTTORE. Mentre egli viene, io vo' far prova se nelle pugna e ne' calci fusse la medesima virtú. Vòlgeti qua, se non mi racconti il fatto come sia gito, arai per ora un saggio di pugna. Non vuoi rispondere? toccherai delle busse.

MANGONE. Giá ti è stato detto due volte; alla terza viene il buono. Dimmi, in tua malora, chi t'ha posto in dosso queste vesti? Ragiona, se vuoi. Io … oimè, oimè, mi uccide; aiutami, aiutami, dottore!

DOTTORE. Oimè, che mi stringe; aiutami, Panfago!

PANFAGO. Oimè, dottor, aiutami, che m'ha posto le mani alla gola e mi stringe cosí forte che mi strangola, che non potrò inghiottir mai piú intieri i ravioli!

DOTTORE. Di nuovo è tornato a me. Panfago, dove fuggi?

PANFAGO. Per trovar armi e amici.

DOTTORE. Férmati, pazzo indemoniato, dove mi strascini?

MANGONE. Tieni, para, Panfago, ché non ne scappi.

PANFAGO. Non vo' impacciarmi con pazzi, io.

MANGONE. Tieni, tieni!

PANFAGO. Lasciatelo andar in malora, che si rompa il collo!

FILACE. Ecco il bastone.

MANGONE. Vieni con l'armi dopo la rotta! Io vo' andare a trovare il raguseo, chiarirmi del tutto e ricuperar il mio; tu resta guardiano della casa.

DOTTORE. La dovevi far guardar prima: ti porrai la celata dopo rotta la testa!

FILACE. Cosí farò.

DOTTORE. Panfago, non star piú nascosto: il pazzo è gito via.

PANFAGO. O a che periglio mi son oggi trovato d'esser strangolato e non poter piú mangiare! Or non poteva attaccarmisi piú tosto con i denti al naso, strapparmi l'orecchie o ficcarmi i diti negli occhi? Parve che il diavolo proprio gli drizzasse le mani alla gola per farmi dar in preda della disperazione, e che mi appicassi con le mie mani o fusse precipizio di me stesso.

DOTTORE. Una tempesta di pensieri non mi lascia riposare: ardo d'un doppio fuoco d'amore e d'ira: l'uno mi spinge a tor vendetta di costoro, l'altro m'incende d'amore; vorrei sfogar l'ira, ma l'amor mi tien ligato; l'ira m'inferma e il desiderio m'accende; e sí grande è l'una e l'altro, che la bilancia sta dubbia dove debba calare. Panfago, se non mi aiuti non posso riposare.

PANFAGO. Se prima non fo un poco di collazione e mi beva duo bicchieretti di vino, non arai ben di me tutt'oggi.

DOTTORE. Se mi darai modo che ricuperi Melitea e mi vendichi di costoro, ti darò tal mancia che non arai piú a morirti di fame mentre sarai vivo.

PANFAGO. Mi dá l'animo che la trappola che han tesa contro te scoccherá contro loro: gli faremo un tratto doppio, che avendola comperata per cinquecento ducati, l'abbi per cento, anzi per nulla.

DOTTORE. Tu mi curerai di due malatie, di amor, di gelosia: e dell'una risanandome, dell'altra riempiendomi di speranza. Fa' questo, ch'io non ti mancherò di quanto ti ho promesso.

PANFAGO. Ascolta quanto dico.

FORCA. (Giá espugnata la fortezza e soggiogati i nemici, potrai entrar in una casa e goder delle spoglie de tuoi nemici).

PIRINO. (Taci, che gli inimici ancor sono in campagna. Veggio Panfago e il dottore a stretti ragionamenti).

FORCA. (Chi sa se gli scuopre i nostri secreti?).

PIRINO. (La fortuna comincia i suoi cattivi effetti: siam rovinati).

FORCA. (Lo so: vorrei che dicesse cosa che non sapessi. Scostiamoci e ascoltiamo che dicono).

PANFAGO. Poiché costoro han tinto di carbone la faccia a Melitea e l'han fatta comprar da quel buon vecchio—e or è in casa sua,—andiamo a Filigenio, scopriamogli la veritá; essageraremo il negozio, che arderá di sdegno contro il figlio, porrá Forca in una galea, cacciará Melitea di casa sua per i capegli a bastonate.

PIRINO. (Intendi?).

FORCA. (Intendo, sto attento; taci).

DOTTORE. Egli nol crederá.

PANFAGO. Anzi lo crederá prima che s'apra la bocca, che i vecchi son di natura sospetti, e giá del fatto v'è in sospetto; e quando fusse restio a crederlo, della veritá ne potremo far veder subito l'isperienza: ché lavatole la faccia restará bianca e, se vuol toccar con mano se sia femina o maschio, le scalzi le brache e lo vederá.

PIRINO. (O Dio, che odo, che veggio! o che fusse nato sordo e cieco! ecco disperate le mie speranze).

FORCA. (Ecco rovinata l'occasione di condur ad effetto cosí bell'opera).

DOTTORE. Io non vo' che la cacci altrimente; ma diamela di buona voglia, ch'io gli rimborserò i suoi cento scudi.

PANFAGO. Se volete far questo, vo' che allegramente …

Pirino (O diavolo …)

PANFAGO. … vi porti a casa sua …

PIRINO. (… porti te, e quanti sono de' tuoi pari).

PANFAGO. … e te la consegni per la mano. Cosí gli faremo conoscere che, se la volpe è maliziosa, piú malizioso è chi la prende: ché uno pensa la volpe e altro chi ordina la tagliola.

DOTTORE. M'hai tirato nel tuo parere e m'hai posto in nuova speranza di riaverla. Orsú, andiamo a casa di Filigenio.

PANFAGO. Io l'ho visto or ora a' Banchi: andiam per costá, ché l'incontraremo per fermo. E sará bene che né Pirino né Forca ci veggia insieme; ma, mentre che stanno addormentati in tanta allegrezza né curan piú d'altro, non s'accorgano che vogliamo rovinargli e possano preveder l'apparecchio.

PIRINO. O fortuna, sei piena d'aggiramenti! sperava da te mia madregna qualche effetto di madre, ma m'accorgo ch'ancor sono ammogliato con la disgrazia, perché non fo un disegno, che la fortuna non ne faccia un altro in contrario.

FORCA. Ma io, sciocco ignorante, come non avessi mai fatto altra truffa, ho avuto fede ad uno che ha mancato sempre di fede.

PIRINO. O Forca, Dio tel perdoni! io te ne avisai prima, che costui ci avrebbe tradito, ché era uomo che parlava con tutti e d'ogni cosa che li vien in bocca; non essendosi saputo da lui, non si sarebbe saputo altronde.


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