La signora Ginevra Benini, da molti anni vedova del conte Ramponi, non aveva mai avuto figli; sua sorella Ada invece era morta dopo aver dato alla luce la piccola Bice, così mingherlina allora, che nessuno la credette capace di vivere. Un lungo dramma d'amore aveva riempito e troncato la vita di Ada, quasi sul fiore, poichè toccava appena i vent'otto anni, e la sua florida bellezza sembrava prometterle, come a sua sorella Ginevra, una forte vecchiezza. Ma la morte precoce del marito, troppo amato, le aveva inaridito nell'animo tutte le sorgenti della vita.
A diciotto anni, più leggiadra ancora della sorella, alta, flessibile, bianca come una camelia, bionda cogli occhi neri, s'innamorò perdutamente di un giovane ingegnere, Silvio Tronconi, poverissimo e così gracile nella sua pallida bellezza che pareva una donna. Lo aveva conosciuto in casa di un'amica, dove lo studente si recava qualche volta a conversazione malgrado la selvatichezza dell'orgoglio, che gli faceva fuggire ogni occasione di feste per non mostrarsi nella ridicola decenza della propria miseria di orfano. Il mondo è severo cogli abbandonati, che hanno bisogno di conquistarlo per vivere, e se ne sentono la forza. Egli non aveva che una piccola pensione, appena sufficiente per non morire di fame, assegnatagli da uno zio, vecchio impiegato, il quale divideva così con lui la propria tutt'altro che lauta; quindi, venuto a Bologna per frequentare assiduamente l'Università, vi passava il resto del tempo nelle biblioteche o nella propria cameretta del quarto piano, dietro la Montagnola, sul canale Naviglio. Di lassù guardando sul canale, rotto a brevi distanze dalle ruote gigantesche, che vi muovevano gl'ingranaggi dei molini e degli opifici allineati strettamente lungo il suo corso, si poteva sognare di essere a Venezia o ad Amsterdam: per tutti i piani delle case correvano strette e sottili ringhiere di ferro battuto, dalle quali spenzolavano al sole le biancherie bagnate; gruppi di lavandaie lavavano sui muricciuoli, presso i ponti, che lo cavalcavano, ingiuriandosi o cantando ad alta voce: tutte le finestre avevano de' fiori, e sulle acque spumeggianti fragorosamente fra le ali delle ruote, che parevano scrollare nel sole grappoli di goccie iridate, passavano lente e nauseabonde tutte le immondizie della città.
Quando la stanchezza dello studio lo forzava a distarsi dal tavolino, egli veniva alla finestra colla pipa, abbandonandosi alle suggestioni fantastiche di quel quadro semplice e meraviglioso. Certe notti, col lume di luna, la scena assumeva forme e proporzioni stravaganti.
Aveva ventidue anni.
La natura femminea legatagli dalla mamma, che lo aveva partorito d'amore senza essere mai stata sposata, contrastava dolorosamente colle maschie temerità del suo ingegno già ferito dagli inevitabili dispregi della società per i poveri. Quindi innamorandosi di Ada, s'intese improvvisamente mancare tutte le forze. La ragazza era ricca, giacchè a Bologna quattrocentomila franchi di dote sono una ricchezza; era bella, elegante, una delle celebrità più in voga nei piccoli ritrovi della borghesia, ove si balla e si suona inesorabilmente il pianoforte. Egli capì che ogni speranza sarebbe stata assurda; ma, passato il primo sbalordimento, pretese nullameno a quell'amore con tutta la tenacia di una volontà abituata sino dai primi anni alla vittoria.
Già da piccino, mentre lo zio pensava di avviarlo ad un mestiere, egli invece gli aveva giurato di conquistare una laurea, qualunque ne fossero le difficoltà, e vi era oramai riuscito. L'anno venturo uscirebbe ingegnere dall'università. Era stata una lotta di ogni istante, in ogni luogo, minuta, grandiosa, insensata: vi erano stati giorni senza pane, inverni senza fuoco, studi senza libri, notti senza candela; con tutte le amarezze dell'esilio dalle strade, ove passavano le belle donne e le carrozze, colle febbri nel sangue giovane, che batteva a ondate sul cuore, collo squallore del deserto nel passato, poichè non aveva conosciuto nè padre nè madre, e una insofferenza di ambizione anelante alla rivincita come un condannato a morte nelle ultime ore può anelare alla vita. Senonchè, per resistere ai compagni incoscienti e chiassosi, aveva dovuto prima irrigidirsi in tutta l'anima e nel corpo. Poi l'amore lo trasformò.
Egli, che odiava la società come tutti gl'infelici, essendo quasi socialista, quantunque le conclusioni del suo pensiero scientifico si opponessero alle argomentazioni del suo cuore ulcerato, comprese istantaneamente la legittimità della ricchezza nella lotta senza tregua e senza misura della vita. Le ricchezze erano la conquista dei più agili o dei più forti, di coloro che sapevano prendere, o di quelli meno alacri, cui bastava il conservare. Tutte le lagnanze dei poveri, le recriminazioni dei vinti e le aberrazioni dei malati non avrebbero mai prevalso contro questo fatto così semplice ed universale, che in ogni lotta il premio tocca sempre giustamente a coloro, i quali sanno o in un modo o nell'altro strapparlo.
Ma, per diventare ricco, occorrevano, oltre l'ingegno e la volontà, alcune anticipazioni di danaro e la benevolenza della fortuna. Col candore dei cuori puri egli descrisse in lunghe lettere a Ada la propria condizione, dicendole che, appena laureato, andrebbe in America per raccogliervi in pochi anni con un lavoro febbrile una ricchezza pari alla sua dote. Ci voleva tutta la freschezza della inesperienza per osare simile proposta con una signorina dell'alta borghesia: cinque anni di attesa e di fedeltà ad uno sconosciuto, che aveva per unico patrimonio il proprio cuore.
Ada acconsentì.
Le loro spiegazioni a voce erano state brevi, quasi solenni, in casa di quell'amica, un giorno che essa li lasciò soli per qualche momento. Già dopo la prima lettera, Silvio passava tutte le notti al tocco sotto le sue finestre per salutarla rapidamente, e raccogliere un fiore o un biglietto. Nessuno aveva ancora scoperto nulla: egli le dava le lettere in casa di quell'amica, e dopo affettava di non parlarle più. S'incontravano di rado. Il suo più vivo desiderio sarebbe stato di poterla seguire per strada, pur essendo così povero ed inelegante; ma sicuro che Ada lo avrebbe salutato collo stesso luminoso sorriso, senza le solite ignobili superbie delle signore per i miserabili, non lo aveva mai osato per quella nativa alterezza del carattere, reso adesso più aspro dalle contraddizioni dell'amore. Solo qualche rara volta, di notte, le spiava all'uscire di casa, e se le due sorelle andavano a teatro, prendeva un biglietto pel loggione, perdendosi di lassù due o tre ore nella loro contemplazione.
Ada, che lo aveva già veduto, si voltava spesso per contraccambiargli uno sguardo.
Quando Silvio partì per l'America con poche migliaia di lire, l'ultimo sacrificio che lo zio aveva potuto fare per lui, vendendo una casetta rimastagli, Ada confessò alla famiglia il proprio amore; Ginevra, fidanzata al conte Ramponi, addetto d'ambasciata, la sostenne, ma i genitori furono inflessibili. Essi credettero ad un capriccio, che il tempo e la distanza avrebbero vinto. Invece non ne fu nulla. La ragazza, più delicata della sorella, nella quale una ammirabile assennatezza temperava la foga del temperamento generoso, si fissò con eroica costanza nella contemplazione dello sposo lontano, avventuriero dell'amore in quella terra dei racconti prodigiosi e delle più complicate avventure. Ella amava come si sentiva amata, al disopra di tutte le piccinerie della vita comune e dei poco stimabili privilegi di classe. La sua mestizia crebbe di giorno in giorno; lo spettacolo delle compagne, felici nella volgarità di una esistenza fatta di vestiti e di pettegolezzi, le inspirò quell'altera compassione, che diventa quasi sempre un tranello per le nature superiori, giacchè a forza di pensare più nobilmente finiscono col divinizzare le proprie passioni ricamandone le malinconie coi fiori più esotici della fantasia. Il suo carattere si guastò, si fece chiusa, triste, dispregiò in segreto la prudenza dei genitori, che la contrariavano, prese in uggia tutti i calcoli e gli interessi ordinari, pei quali solamente qualche volta sono possibili le improvvisazioni inebbrianti dell'ideale. Ella non pensava che a lui, alle sue battaglie oltre l'oceano, per conquistare colla ricchezza il diritto di amare la donna riserbatagli da Dio.
La sorella Ginevra sposò il conte Ramponi, e partì per Parigi: fu uno schianto! Dall'America giungevano lettere desolate e febbrili; nulla riusciva all'innamorato, malgrado tutta la sua scienza, fra quel popolo tumultuante nel periodo ancora brutale della prima assisa economica. La lotta era pel danaro, col danaro e nel danaro: nessuna delicatezza di anima, nessuna riserva morale, nessuna incertezza di mezzi era consentita. Bisognava vincere, senza altra fede che nella vittoria, e senza altra pietà che per sè stessi; invece egli aveva troppo presunto sulla intrepidezza della propria volontà. Alle prime avvisaglie, sul punto di commettere una ribalderia, che gli avrebbe assicurato un buon principio, tentennò; dopo, fu troppo tardi. Fu giudicato, si giudicò, era vinto. Attraverso le sue lettere s'indovinavano gli strazi della miseria: Ada ne ammalò quasi. Una idea pazzamente magnanima le aveva solcato il cervello infiammandolo, riunire la maggior somma che avesse potuto, e sarebbe stata ben piccola, per fuggire in America a trovarlo; ma, sul punto di eseguirla, le difficoltà la spaventarono. Invece scrisse a Ginevra, che ritornò subito a Bologna. Intanto la mamma, già cagionevole di salute, si metteva a letto per non più alzarsi. Quel nuovo dolore la distrasse col crescendo delle sue tragiche realtà; Ginevra aveva dovuto ripartire per Parigi. Il padre era anch'egli malandato. Ada fu ammirabile di abnegazione. Si sarebbe detto che amasse la sofferenza, ritrovando la calma solo nelle sue crisi più violente. Adesso dirigeva la casa, sorvegliava i domestici, amministrava coi fattori, sollevava il padre, al quale la vecchiezza e lo spavento della morte ammollivano giorno per giorno la fibra, faceva da infermiera alla mamma con una tenerezza intelligente ed inesauribile. Ma tutto fu inutile: la mamma morì di una infiammazione intestinale dopo tre mesi di atroce martirio.
Ginevra non era potuta arrivare a tempo per ricevere l'ultimo bacio.
Allora essa riportò seco Ada e il babbo a Parigi. Il conte Ramponi, bell'uomo e gran signore perfetto, li accolse colla più premurosa cordialità, cercando d'iniziarli nei segreti di quella gran vita parigina, della quale sognano da quasi due secoli tutti i libri e la gente di provincia; ma sotto quelle sue maniere aristocratiche Ada sentì subito la nullità dello spirito e l'aridezza del cuore. D'altronde il lutto recente e profondo non le permetteva di accogliere molte distrazioni: come mai Ginevra aveva potuto sposare un tal uomo!
Glielo chiese; l'altra ebbe un sorriso indulgente.
—Tu non lo ameresti?
—Lo ami forse?
—D'amore si può morire, mia cara, non vivere.
Ada indovinò nella sorella, sotto quella calma così serena e luminosa, una tempesta pari alla propria.
Da Parigi scrisse a Silvio narrandogli tutto; egli rispose con una lettera piena di nuove speranze: era entrato in una società per la ricerca di vene petrolifere, una sola delle quali sarebbe bastata a farlo diventare improvvisamente, immensamente ricco. La lettera, di venticinque facciate, su carta velina, a carattere così tremulo e minuto che si stentava quasi a leggerla, fu riposta nel solito cofanetto di seta, ricamato da lei colla propria cifra aggrovigliata inintelligibilmente al nome di Silvio. Ma il babbo si stancò presto di Parigi: in mezzo a quella fantasmagoria assordante egli rimpiangeva il passeggio tranquillo, sotto i vecchi portici di Bologna, e le cure agricole della sua villa verso Corticella, fra i grassi poderi, che gli avevano assicurato il vanto di uno fra i più solerti possidenti della città. Di ritorno avrebbe voluto maritare Ada ad un avvocato ricco e quasi illustre, già da tempo amico di casa, sebbene fosse un clericale fanatico; ma la fanciulla rifiutò recisamente. Allora scoppiò l'ultima scena: il padre fu violento, poi patetico; l'accusò di volerlo far morire disperato con tale malsano capriccio giovanile, giacchè quell'infelice spiantato non tornerebbe mai più dall'America, o tornerebbe più straccione di prima.
Infatti indovinò. Un bel giorno Silvio Tronconi capitò a Bologna disilluso, emaciato dalle febbri e coll'ultima febbre della disperazione nel cuore. Era ritornato per rendere a Ada la sua parola e finire, non sapeva ancora come, ma finire subito dopo in qualche modo. Egli le raccontò tutto, il viaggio, le speranze, le lotte, le cadute, come si era rialzato sempre, pensando a lei, facendosi della sua immagine una stella ed un'arma, volendo vincere ad ogni costo, e come era stato vinto. Pareva invecchiato, ma il suo volto femminile era diventato più bello: quella lunga guerra lo aveva nuovamente scolpito, facendone una testa di poeta e di martire. La sua parola trovava sonorità strane, paragoni bizzarri e grandiosi come la natura, contro la quale si era battuto; mentre la miseria degli abiti ed una più franca alterezza nelle maniere finivano di renderlo anche più pericolosamente simpatico. Aveva già rinunziato a lei, ma glielo disse senza alcuna teatralità: come avrebbe potuto sposarla dopo un simile insuccesso? Prima, sarebbe stato umiliante per lui; adesso, ridicolo per ambedue.
Naturalmente s'impegnò una lotta di generosità, nella quale vinse la donna. Anche ella non era più una fanciulla, quindi per trionfare della sua riluttanza gli si abbandonò fra le braccia con tale passione, che senza la nobile fermezza del suo cuore di uomo provato a tutte le sventure, e l'ingenua onestà del loro amore, si sarebbero reciprocamente perduti al momento stesso di ritrovarsi, dopo tanta assenza. Silvio dovette, per ubbidirle, tornare nel proprio villaggio, ove il vecchio zio era già morto, a vivervi come meglio potesse qualche tempo, mentre ella forzerebbe il babbo a consentire il loro matrimonio. La battaglia fu lunga. Ginevra chiamata da Vienna, ove suo marito era stato traslocato, la sostenne colla propria autorità, adesso che il conte Ramponi era diventato segretario dell'ambasciata, e il vecchio padre cominciava ad avere quasi soggezione di lei in frequente contatto con sovrani.
—Vedi tua sorella!—egli esclamava:—sono io che ho fatto questo matrimonio.
—Lasciatemi dunque fare quest'altro. Io diverrò ambasciatrice,—soggiunse la contessa Ginevra,—ne basta una in casa nostra: Ada sarà felice diversamente.
—E io, contessa, e io?
—Voi lo sarete più di noi, perchè sarete buono.
Ma non lo decise che una lettera del conte Ramponi, indettato da Ginevra, il quale scriveva facendo molti elogi dell'ingegnere, malgrado il suo fiasco d'America, e promettendo di assistere al matrimonio.
—Anche l'ambasciatore lo vuole,—mormorò il vecchio finalmente:—purchè non faccia così cogli altri interessi d'Italia!
Ma il matrimonio accadde con troppa solennità. Silvio accorgendosi dell'astiosa malevolenza di tutti, ne rimase impacciato; il padre aveva ancora qualche bruscheria sprezzante, Ada tremava, tutte le vecchie mamme si mostravano specialmente crudeli contro quell'ingegnere, al quale si sarebbero fatto un dovere di ricusare le loro figlie, anche brutte e senza dote.
Invece del solito viaggio, Ada volle ritirarsi in campagna col babbo, per non lasciarlo solo. Questi, già disposto a difendere le proprie terre contro l'ingegnere, perchè tutti i giovani usciti di fresco dall'Università s'immaginavano, secondo lui, di capire la campagna, e a lasciarli fare invece la guastavano a furia di invenzioni scientifiche, fu tutto sorpreso dell'amorevole ed intelligente riserbo del genero. Quindi, per la prima volta, non tornarono in città per San Petronio. Il vecchio, naturalmente più avaro di anno in anno, finì quasi di vergognarsi che non gli si chiedesse mai danaro. Silvio scoperse le frodi di alcuni fattori e, mutando insensibilmente qualche maniera di coltura, riassunse l'amministrazione in modo da raddoppiarne quasi le rendite alla fine dell'anno. Per fortuna, anche l'annata era stata eccezionalmente prospera.
Quell'idillio in tre sarebbe stato il paradiso, ma Ada non diventava incinta, e il babbo se ne rammaricava, sebbene vedendola così rifiorita nei primi mesi del matrimonio, ne fosse stato tutto contento. Nemmeno Ginevra aveva figli.
—Ma che cosa è dunque?—proruppe una volta, in fin di pranzo, con quella grossolanità consentita ai vecchi, e talora così simpatica:—non si è più buoni a nulla? Non ho da morire nonno, io?
E il suo sguardo avviluppò la magra persona di Silvio, che sembrava deperire tutti i giorni. Eppure era felice! Questi sentì il rimprovero e se ne accorò, Ada ne pianse quasi. Infatti il loro amore senza la benedizione di un figlio cominciava a turbarli: strane paure, indefinibili rimorsi di non meritarla per quella colpa di aver forzato la volontà del padre, si destavano nella loro coscienza. Persino nella rinascente frenesia di quei trasporti d'innamorati, quando tutto il mondo spariva ai loro sguardi, qualche brivido gelato li faceva talvolta sussultare, quasi sentissero improvvisamente che la vita non poteva essere così perduta nella egoistica solitudine di un duetto d'amore.
Ma era destinato che il babbo non dovesse morir nonno.
Infatti nella primavera soccombette ad un colpo fulminante di apoplessia. Ada e Silvio, quantunque abituati a quella vita, furono sorpresi di non provare maggior dolore; ma siccome la dote di Ada saliva ora coi risparmi del vecchio a quasi seicentomila lire, ricchezza abbastanza considerevole in provincia per concedersi in due il lusso di qualche capriccio, partirono per Parigi. Quindi da Parigi passarono a Londra, discesero il Reno, visitarono il mezzodì della Russia sino a Costantinopoli, e di là ritornarono a Vienna, già stanchi, senza più quell'accordo perfetto, che aveva fatto del loro primo anno in campagna un poema squisito ed inedito. Silvio era triste. La superiorità economica della moglie lo umiliava, sebbene ella delicatamente mostrasse di non sentirla. A Vienna, sospettoso come tutti i poveri, aveva creduto di sorprendere nelle maniere di Ginevra quell'aria di protezione, che alle anime altiere è più dolorosa di un aperto dispregio; mentre il conte Ramponi, sempre segretario di ambasciata, trattandolo colla urbanità fredda imposta dalla educazione verso un parente, sembrava evitare studiatamente d'introdurlo negli alti circoli dell'aristocrazia. Ada aveva sorpreso più di una volta il marito sopra una poltrona colla bocca stirata dolorosamente agli angoli e la fronte torbida. Ne' suoi occhi azzurri, smisuratamente aperti, si allargava la tristezza di quegli immensi laghi americani, senza alberi e senza montagne all'orizzonte, nei quali il cielo solo rispecchia la propria vacuità. Allora ella lo abbracciava piangendo, ma quell'inesauribile amore di donna non bastava più a difenderlo nel suo rancore di vinto dall'umiliazione di riconoscersi mantenuto dalla moglie. Questa piaga segreta, sanguinante ad ogni più innocente allusione verso la fortuna del suo matrimonio, lo rendeva inquieto con tutti attirandogli, fra molte accuse di stravaganze, veri dispregi. Ma per accingersi a qualche opera importante, nella quale affermare il proprio valore, avrebbe dovuto pur sempre farsene prestare i capitali da Ada, e allora il ricordo di tutti gli insuccessi d'America tornava ad avvelenargli lo spirito con più atroci diffidenze. Esporsi a perdere la dote di Ada dopo essere sembrato così vile in faccia al mondo da sposarla solamente per quella! Ad accettare in qualche luogo un impiego secondario non avrebbe nemmeno potuto pensarci, giacchè ella se ne sarebbe doluta, mentre tutti i maligni invece avrebbero finto di crederla una sua esigenza: poi si sentiva esaurito. Era questa la più profonda angoscia, che cercava di nascondere al suo occhio amoroso. Nelle più cupe miserie da studente, quando lo sorprendeva il pensiero del suicidio guardando giù al canale da quella tetra cameretta, l'orgoglio dell'ingegno capace di conquistare il proprio posto nel mondo lo aveva sempre sostenuto: talora anzi nel balenìo di una osservazione sopra una qualche teorica, che a lui pareva di poter modificare, si era persino creduto un predestinato, esaltandosi colla facilità dei giovani a scontare nella gloria futura i primi patimenti. A trent'anni invece nulla più restava in lui dello studente così forte dell'ammirazione inspirata al vecchio zio e ai compagni.
I viaggi lo stancarono: egli non osava dirlo, ma Ada gli lesse negli sguardi appannati la noia suprema di chi non vuole più vedere, perchè nulla potrebbe più rinnovargli la primavera nell'anima. Quindi il suo cuore generoso raddoppiò d'amore per quell'amante così infelice di non essere degno di lei.
Una scena straziante galvanizzò ancora la loro passione.
—Ti ho ingannata…. oh, come son vile!—egli aveva esclamato un giorno scoppiando in pianto dirotto.
Invece di tornare a Bologna si chiusero in campagna; egli ammalò, Ada rimase finalmente incinta, ma questa letizia tanto sospirata si convertì in dolore, giacchè egli se ne afflisse dicendo che quella creaturina del loro amore desolato sarebbe anche più infelice delle altre. E il suo accento era così tetro, la sua convinzione così profonda, che Ada se ne sentiva rabbrividire. Anche la sua salute si alterò, la gravidanza si annunciava delle più laboriose. Egli in preda ad un pessimismo sempre più cupo non parlava quasi più guardando fiso il ventre grosso della moglie, come talora si guardano certi ammalati mostruosamente dolorosi, condannati a morire. Naturalmente la maldicenza li perseguitò anche in quel ritiro con falsi compianti per Ada, così bella e così buona da essersi legata ad un uomo di un carattere tanto bisbetico: egli lo capì, e peggio ancora ne convenne.
Una sera, essendosi lasciato sorprendere dalla rugiada sul prato, n'ebbe la febbre; non volle badarci, ma la febbre tornò, poi sopraggiunse una tosse secca, perdette l'appetito, e si dichiarò una tisi galoppante. In due mesi non era più che uno scheletro, ai primi di novembre era già morto. Ma durante quella violenta malattia non uscì quasi dal suo sinistro mutismo, accettando i medici solamente troppo tardi, e dicendo loro pel primo con uno strano sorriso di essere spacciato.
L'ultima notte, poco prima di morire, le baciò con angoscia inesprimibile le mani.
—Perdonami!—mormorò due volte.
Ada ne morì quasi anche lei, molto più che Ginevra non potè accorrere da Vienna, perchè il conte pure era caduto gravemente infermo. Allora per la prima volta conobbe il dottore Ambrosi, già illustre, e che prese per lei una di quelle sue affezioni burbere e tenaci, salvandola dalla morte nella gravidanza. Ma la piccola Bice nacque così grama che il dottore andò quasi in bestia.
—Vedete,—esclamò colla levatrice, mentre questa l'asciugava con un pannolino bianco,—se un corpicciattolo simile merita lo sconquasso di una bella donna come lei!
Ada invece, nella nuova tenerezza per quella creaturina, sentì un raddoppiamento di amore pel marito morto. Egli la dominava ancora colla cupa tetraggine di quell'agonia di tre mesi, e i ricordi di un amore troppo ardente, perchè una vita così gracile non avesse dovuto bruciarvi. Quindi le pareva di comprendere solamente allora la sublimità disperata della sua passione, nella quale l'ultimo rimorso era stata la più lirica prova.
Il dottore Ambrosi seguitò ad ordinare la campagna all'ammalata, scovando egli stesso per la piccola Bice una magnifica balia dalle spalle poderose e la pelle bronzina, onde correggerle possibilmente colla ricchezza del latte il sangue troppo povero.
—Vivrà, dottore?—domandava Ada coi grandi occhi neri, pieni di un'ombra profonda.
—Certamente, ma non bisogna innamorarsi delle malattie, come fate spesso voialtre signore; bistecche per voi, latte per lei e sole sopratutto. Al resto penso io.
Però non pensava quello che diceva, anzi credeva poco alla vitalità della bambina, temendo per la mamma uno di quei languori, ai quali la scienza dà molti nomi per non conoscerne il vero, e pei quali non ha rimedi. Ada sentiva mancarsi la vita, tutto era morto in lei. La vista della piccina non le richiamava più alla memoria che le desolate profezie del marito, suggerendole quasi il voto che si compiessero; così avrebbero potuto raggiungerlo insieme, lo stesso giorno, nella larga e splendida tomba, che gli faceva erigere alla Certosa.
Poi un terrore indefinibile le gelava l'anima. Benchè non bigotta, ella credeva troppo intensamente nei dogmi cristiani per non chiedersi se Dio avrebbe perdonato a quell'infelice di essere morto imprecando, e di averla amata più del suo paradiso. Ada cercava di non pensarci, ma in quella debolezza crescente di tutte le forze gli spaventi religiosi la sopraffacevano. Quindi il dottore pensò di mandarle il curato, avendo prima quasi altercato con lui sulle pessime conseguenze di tali credulità; ma anche questi, nato di contadini e simile alla maggior parte dei preti, che assumono una parrocchia come un'affittanza, non seppe cosa dire dinanzi a quell'anima già in preda alle visioni di oltre tomba.
Finalmente Ada dovette porsi a letto: questa volta Ginevra potè accorrere da Vienna.
La prima parola di Ada fu:
—Avevi ragione! D'amore non si può che morire.
—Pensa alla tua creatura,—rispose la sorella quasi severamente.
Però gli ultimi giorni, quando nel corpo oramai disfatto sparvero anche le ultime traccie di quell'uomo, in lei rifiorì improvvisamente la madre.
Benchè gracile e macilente, Ada era tornata quasi bella come una volta. Una luce pareva trasparirle dalle carni facendole intorno agli occhi un'aureola: ma volle sempre la bambina presso il letto come per inebriarsi dolcemente nel contemplarla sospesa al seno potente della nutrice, che sorrideva nella sicurezza di poterle trasmettere parte della propria salute; mentre la contessa Ginevra col viso sereno nello strazio di quegli estremi amorevoli capricci vi sentiva già salire lentamente il freddo della morte.
Ada fu seppellita secondo la sua ultima volontà coll'abito bianco delle nozze, e la bambina rimase in casa della nutrice.
La morte di Ada fu per la contessa Ginevra l'ultimo colpo di scure, che le tagliava alle spalle tutto il passato. Benchè meglio equilibrata della sorella, e gittata nel mezzo di una più larga corrente mondana, la sua vita non era stata fino allora meno passionata ed infelice. Sposando il conte Ramponi, ella aveva in parte ceduto alla propria inesperienza degli uomini e alla volontà dei genitori, che vedevano in quel matrimonio un lustro per la famiglia. Ma presto s'accorse di essersi ingannata; sotto la sua maschera di bell'uomo, e quelle maniere perfette di diplomatico, il conte nascondeva una delle mediocrità più incapaci di dubitare di sè stesse. Era avido, presuntuoso, tutto dedito alle appariscenze della carica, con quella saccenteria dei signori, ai quali pare spesso un gran merito il non poltrire assolutamente nell'ozio dei propri pari. Sulle prime le loro relazioni si turbarono, ma Ginevra potè presto dominarlo senza lasciarglielo scorgere: poi la sua bellezza, il tatto finissimo di signora, e la malìa di uno spirito abbastanza originale per essere ovunque riconosciuto, le ottennero in quegli alti circoli la maggiore considerazione. Si capì che era onesta senza nè stimare nè amare il marito, e questo bastò perchè tutti la corteggiassero. Ella lasciava fare frenando i più audaci con un motto, ed accettando quella specie di apoteosi con una serenità, dentro la quale un fine osservatore avrebbe sentito lo sconforto di una malinconia solitaria. Non aveva figli. Per molti anni ne fu inconsolabile come tutte le donne, ribellandosi internamente contro questa sterilità, che le rendeva inutile la bellezza e quasi incerto il sesso; quindi si credette ammalata e consultò i più illustri clinici, sottoponendosi a molte cure senza valore e senza risultato, finchè dietro le impure suggestioni di un medico dubitò del marito. Ma una relazione di lui con una cantante, che ne rimase incinta, venne a toglierle anche tale triste scusa. Ella finse d'ignorare tutto da principio, poi al dilagare dello scandalo dai saloni nei giornali, s'innalzò di un altro gradino sopra di lui, ottenendo così intera la propria libertà.
Cessarono di essere coniugi e rimasero amici. Già la sua anima, orgogliosamente delicata, era giunta nelle meditazioni di così lunga solitudine spirituale a quelle critiche dissolventi, cui solo una grande passione può essere rimedio. Il matrimonio senza amore e senza figli le si era rivelato come la più umiliante delle degradazioni: perchè aveva ella sposato quel conte Ramponi? Come poteva accettare il suo amore senza che il cuore le battesse più precipitoso, o le ombre della passione gliene velassero al pensiero la rivoltante animalità? Per una anima nobile il piacere senza l'amore non è più nemmeno il piacere; quindi ella aveva pianto sopra sè medesima aspettando dalla maternità la propria redenzione; ma quando non potè più credere nemmeno in sè stessa, e un silenzio di deserto le occupò tutto il cuore, si guardò intorno smarrita come a riconoscere il mondo. Fu un'altra rivelazione: le più grandi parole, i maggiori interessi, le forme più alte non erano che piccinerie: dovunque il denaro e la vanità, l'amore ridotto ad un piacere, la gloria ad una decorazione di piazza o di corte, mentre la voce della religione s'allontanava nell'azzurro dai canti teatrali delle chiese, e quella della scienza si perdeva in basso fra le lordure fermentanti della vita. Un amaro scetticismo diede quindi al suo ingegno quella mordacità che invece di offendere è piuttosto l'espressione di un animo offeso; molti suoi motti rimasero celebri, e la sua eleganza senza civetteria fece disperare le più grandi dame, incapaci di comprendere il mistero di una bellezza così calma con uno spirito così tagliente, e di una virtù infrangibile senza alcuna passione pel marito o pei figli.
Ella, che già amava l'arte piuttosto nella logica del suo sviluppo che nel disordine apparente della sua produzione passionata, si diede in quell'ozio allo studio della storia acquistandovi un'ammirabile coltura. Ma anche questa volta l'istinto femminile potè salvarla dall'insopportabile ridicolaggine di cangiarsi in autore per trovare una rivincita alla propria vita in un trionfo, piuttosto contro l'uomo che sull'uomo, coll'affettazione di una potenza intellettuale, che la donna non ebbe dalla natura.
Questa lenta e dolorosa trasformazione si compieva, mentre il lungo idillio di Ada coll'ingegnere fluiva, tragicamente; Ginevra non aveva potuto amare, l'altra aveva ucciso amando per morirne poco dopo ella stessa. Solo la piccola Bice restava, labile ed inconsapevole testimonio del disordine amoroso di due cuori, che avevano voluto riassumere tutta la vita nella loro passione.
La contessa Ginevra aveva già trentatrè anni. La sua bellezza rimasta quasi vergine pareva muoversi dentro un'ombra malinconica, che ne appannava il candore; i suoi occhi neri, meno fiammanti di quelli di Ada, avevano lo splendore iridato, che tremola talvolta sulle forre delle alte montagne. Parlava cinque o sei lingue, era dotta come un professore, senza quella inevitabile durezza di chi deve apprendere per insegnare o per produrre, giacchè il suo lungo volo tranquillo attraverso le regioni del pensiero gliene aveva impresso nella memoria i molteplici paesaggi, permettendole di raccontarli come un viaggiatore intelligente, che ha saputo vedere per sè stesso. Ma se quella solitudine spirituale e le meditazioni sui più ardui problemi della vita avevano scosso la sua religione, l'ingenita bontà della sua anima resistendo all'inevitabile pessimismo dell'esperienza aveva saputo conservare verso tutti una grazia indulgente. Nullameno aveva giornate ben tetre. In mezzo agli splendori più aristocratici del lusso e circondata da una ammirazione quasi unanime, poichè la sua virtù oramai indiscussa aveva placato tutte le gelosie, ella non sapeva spesso di che vivere. Nulla l'interessava; aiutava il conte nelle più delicate e difficili urgenze, ma senza risentirne che il leggero compiacimento di un servizio reso ad un amico, mentre tutte quelle vanità diplomatiche irritavano meglio che non rompessero la noia del suo primato nei saloni. Qualche volta abbassando lo sguardo all'altezza della propria posizione invidiava le povere donne, anche le più miserabili moralmente, che vivendo nella lotta potevano esaltarsi delle proprie passioni. La sua bellezza di statua le pesava sul cuore. Quella contemplazione della vita infatti non doveva bastarle come a quei grandi filosofi, che discendendo negli ultimi abissi del pensiero vi affrontano contraddizioni più tremende di ogni dramma. Fra le tempeste del pensiero di Hegel e la bufera delle guerre di Napoleone chi oserebbe decidere? Ma ella non era così: la sua contemplazione somigliava a quella di un guardiano sulla cima di un faro, che si stanca dell'orizzonte e finisce coll'invidiare i vascelli allontanantisi fra gli uragani.
Ma la passione passò finalmente sopra lei. Il nuovo ambasciatore mandato a Vienna, mentre suo marito sempre primo segretario aspettava anche questa volta di essere promosso, era un uomo quasi giovane. Qualche filo bianco gli appariva appena fra i capelli biondi, era alto e sottile, piuttosto nobile che bello nell'aspetto, con una voce anche più insinuante delle maniere. Una tempesta parlamentare l'aveva momentaneamente costretto ad accettare quel posto, nel quale solamente una sorella l'accompagnava, perchè da molti anni la moglie aveva voluto abbandonarlo tornando in Inghilterra. A Vienna il suo arrivo fu un avvenimento: egli era stato uno dei maggiori collaboratori di Cavour nell'unificazione monarchica, meno largo del maestro, ma con quella poesia romantica nel cuore, che resterà nella storia la più amabile contraddizione di una generazione fatalmente equivoca e mercantile per conquistare a Casa Savoia l'Italia contro i più moderni ideali repubblicani.
Fin dalla prima presentazione, fra lui e la contessa Ginevra, fu uno scambio di impressioni profonde: egli era solo come lei, al culmine degli onori, ma senza la gloria vera che abbisogna ai grandi spiriti, e quell'amore che può farla dimenticare. Benchè si parlassero quasi guardingamente, a lei parve di leggergli nei grandi occhi azzurri una nostalgia; egli le sentì in un impeto improvviso della voce una di quelle invocazioni supreme, che le nature potenti non ancora abbastanza adoperate gettano nel tramonto della giovinezza; grido di allarme e di rimpianto, perchè tutto sta per mutare, mentre il cuore è ancora vuoto e il pensiero rivolgendosi al passato sbigottisce di vedervi già cancellate le proprie orme.
Ma siccome non si fecero la corte, il conte non comprese nulla. Malgrado l'apparente mondanità della loro esistenza si erano riconosciuti alle stesse abitudini spirituali, all'alterezza del carattere e al bisogno insoddisfatto di grandi cose; egli disperava della gloria in quel periodo assegnatogli all'opera, già dominato dal nome di Cavour; ella non aveva più la fede della donna in sè stessa, giacché la sua vita non avrebbe potuto ripetersi in altri, e dentro quella bellezza ancora fulgente nel meriggio, dalla quale parevano talora guizzare i lampi di tutte le promesse, aveva indarno accumulato un inesauribile tesoro di tenerezze.
Quindi ella si nascose quasi nell'ombra della propria superiorità colla facile condiscendenza dei grandi spiriti, che possono abbassarsi senza diminuirsi; egli invece le scoperse improvvisamente tutto sè stesso sollevandosi il cuore dal lungo peso di un segreto.
Ma nessuno scontro, e nessun patto fra loro.
Poi una sera, mentre erano soli, cedendo all'impeto irresistibile della passione egli la strinse repentinamente fra le braccia; l'altra rimase convulsa, colla bella faccia ombrata di dolore, e gli occhi stellanti.
—Ginevra, tu sei libera!
—Egli ha la mia parola.
Si sciolsero lentamente. Egli andò a sedersi sopra una poltrona, in silenzio, ella ratteneva con un delirante sforzo di volontà le lagrime, che le gonfiavano gli occhi; quindi egli si alzò e venne ad inginocchiarlesi davanti, prendendole una delle belle mani. Se la pose sulla fronte:
—Vostro per tutta la vita.
Ginevra lo baciò sui capelli.
Ma, come doveva accadere, la passione li travolse poco dopo, e tutti lo seppero. Era impossibile a due anime, così alteramente ingenue, il destreggiarsi nelle piccole quotidiane menzogne col pubblico: fortunatamente il conte, colla solita cecità dei mariti, non se ne accorse.
Il loro amore ebbe la solenne poesia dei vesperi estivi, quando la terra brucia ancora degli ardori del meriggio, e nel cielo di un azzurro profondo gli ultimi raggi del sole si colorano di porpora. La contessa Ginevra diventò più bella. Il suo volto, luminoso di serenità, assunse allora quell'espressione di dolce imperio, che anche adesso le rimaneva, mentre tutte le potenze della donna liberandosi finalmente dal suo spirito come germogli a primavera le sbocciarono in una potente ed insieme delicata fioritura. Egli l'adorava rinfacciandole dolcemente di non averlo saputo attendere, perchè allora la sua forza d'uomo ne sarebbe stata raddoppiata. Questo rimpianto del passato, reso più acuto dalle contraddizioni dell'adulterio, alle quali tratto tratto si urtavano dolorosamente, rendeva più trepida la loro tenerezza nella calma drammatica della loro compiuta fusione: egli risospinto ai propositi di gloria dalla fede di avere trovato finalmente in lei quel compagno d'arme, indissolubilmente affezionato, che gli eroi ebbero sempre in tutti i poemi, pareva ringiovanito.
Quindi si dimise da ambasciatore per riconquistare in Parlamento il posto di ministro; il conte Ramponi, da lui persuaso, lo seguì barattando la carica di primo segretario d'ambasciata in quella di senatore. Allora la Corte era a Firenze.
La contessa Ginevra vi si stabilì occupando tutto il primo piano di uno dei più illustri palazzi, e regnandovi con più vivo splendore. Il suo salone diventò il ritrovo degli spiriti più eletti e di ogni celebrità riconosciuta: la colonia estera vi si affollò, professori, artisti, letterati vi aggiunsero colla ricchezza dello spirito quella intonazione di superiorità, che sembra rendere tutto il resto della vita come uno spettacolo per pochi privilegiati. Allora la contessa Ginevra richiamò Bice, sempre così gracile malgrado i suoi tre anni compiti, e se ne innamorò perdutamente come d'una figlia. Quella fu la grande stagione della sua vita: bella ancora, adorata da un uomo che a lei pareva grande, e forse lo era, quasi madre nell'adozione di quella piccola creatura, ammirata da tutti come una regina dello spirito nella città, che ancora ne conservava più viva la tradizione, potè inebbriarsi lungamente di sè stessa. De Nittis, professore di filosofia all'Istituto superiore, divenne uno de' suoi amici più devoti, quantunque il suo spirito profondo e modesto si turbasse quasi agli eccessivi splendori di quella casa; ma Ginevra troppo felice per compiacersi nella preziosità delle grandi mondane, sapeva anche in mezzo a quel tumulto di gloria aristocratica conservare la magnifica semplicità della propria natura.
Quindi De Nittis divise con lei l'intimità di Bice: la piccina, sempre vestita e merlettata come un confetto, non voleva stare che con loro due, ma intelligente quanto ostinata nelle proprie voglie si disdiceva solamente, quando egli fingeva di adontarsene.
Per quattro o cinque anni nessuna nube passò pel cielo della contessa Ginevra; quell'illustre, del quale allora tutti i giornali raccontavano le battaglie quotidiane alla Camera, le serbò la fedeltà dei grandi spiriti; ella lo sostenne colla propria fede recandogli l'aiuto di tutta quella influenza femminile, ed attirando persino De Nittis nell'orbita della loro passione. Durante la crisi di Mentana, in quel rimescolamento tragico della coscienza nazionale, mentre la Prussia già vincitrice dell'Austria si levava lentamente minacciosa verso la Francia, e Vittorio Emanuele per supina dedizione di vassallo si ostinava ancora a pregare d'alleanza Napoleone III, De Nittis presago dell'imminente sfacelo napoleonico e dell'avvento germanico dettò un opuscolo, che servì all'altro per il suo più memorabile discorso contro il ministero Rattazzi. Fu l'ultimo bel giorno di battaglia: la contessa Ginevra stava nelle tribune un po' pallida; l'aria era satura di elettricità, nella Camera guizzavano urli e baleni. Egli si mostrò superbo di destrezza e di temerità; la Camera, indovinando in lui un probabile successore alla presidenza del ministero, tentò al solito di smontarlo, mentre Rattazzi, duttile e veemente, parve concentrare in tale supremo duello tutta la perfidia della propria abilità e l'audacia del grandioso disegno, nel quale aveva rinvolto la monarchia di Savoia, l'impero francese e la rivoluzione garibaldina. Vi furono istanti quasi angosciosi quanto in un naufragio ed effervescenti come in una festa. De Nittis, entrato quasi non visto nella tribuna diplomatica, era rimasto in piedi dietro la contessa Ginevra: ella non ebbe nemmeno la forza di salutarlo.
Rattazzi dovette soccombere.
La contessa, che per la prima volta dimentica degli sguardi della gente, era scattata in piedi col volto raggiante, incontrò l'occhio profondo e quasi mesto di De Nittis; egli le offerse prontamente il braccio per uscire.
Appena fuori della tribuna le disse:
—Ha vinto per altri.
E fu vero.
Da quel giorno la salute di lui si alterò.
La contessa Ginevra raddoppiò d'amore sopportando ammirabilmente le sciocche punture del conte, che incapace di sospettare la loro passione, e passato naturalmente al partito di Corte, si divertiva a canzonarli di quel fiasco. La sua scempiaggine cresciuta cogli anni e nella nuova vanità senatoriale, che gli faceva credere di dover capire la politica, arrivava talvolta sino all'impertinenza; l'altro invece atterrato nell'egoismo della propria ambizione non sentiva quasi più le delicatezze consolatrici della donna.
Quindi lentamente tutto finì. Vi furono assenze e brevi rotture, nelle quali ella si mostrò inalterabile di abnegazione, benchè costretta ogni giorno più a ripiegarsi sopra Bice: poi la gente si diradava nel suo salone, mentre ella ingrassava rimanendo ancora bella, parendo ancora la regina di un regno già tramontato da un pezzo. Il pubblico abituato da troppo tempo ad ammirarla si era rivolto altrove; finalmente ella lo sentì, ed abbassò il capo sotto la condanna.
Quando cinque anni dopo egli morì a Roma, nella nuova capitale d'Italia, senza essere più ridiventato ministro, ella già vedova del conte accorse da Bologna per ricevere l'ultima parola della sua anima.
Egli non la riconobbe.
A dieci anni Bice fu in grave pericolo di vita.
Una tosse secca ed ostinata minacciava giorno per giorno di spezzarla. Sebbene non si fosse molto sviluppata, il viso pensoso, con quel naso aquilino troppo grande, le dava già un'aria di brutta donnina. Aveva le gengive scialbe di tutte le anemiche, e il petto incurvato sotto le spalle; solo la fronte, alta sui magnifici occhi neri di una intensa espressione spirituale, poteva renderla simpatica, malgrado la naturale eccessiva serietà del suo carattere.
Suo cugino Lamberto Tibaldi, che la contessa Ginevra teneva presso di sè lungamente perchè Bice potesse meglio distrarsi, non l'amava meno degli altri. Chiassoso, aitante, coi capelli lievemente crespi e gli occhi dolci, quantunque di una monelleria irrefrenabile, era il compagno de' suoi giochi e lo schiavo delle sue volontà. Bice lo proteggeva contro i maestri, egli la vegliava già nell'orgoglio delle proprie forze maschili contro tutti i pericoli fantastici con un coraggio appassionato. Quando Bice dovette porsi a letto, Lamberto espulso dalla sua camera ne provò un'angoscia, che per qualche tempo gli modificò il carattere; divenne quieto, obbediente, finchè seppe farsi ammettere in quel vasto salone, ove la zia Ginevra aveva per consiglio di Ambrosi posto il lettino della fanciulla.
Bice cogli occhi chiusi, senza tossire, pareva già morta. La malattia durò quattro mesi, monotona, resistendo a tutti i tentativi della scienza sino all'estate; poi il sole la vinse. Per tutta la famiglia era stato quasi un uguale sbigottimento. In quella casa, molto ricca e di abitudini patriarcali, i servitori si sentivano fusi coi padroni, quantunque la distanza segnata fra loro dall'educazione non ne venisse diminuita; laonde la morte della piccola Bice, disperdendo nome e patrimonio, avrebbe d'un colpo mutate tutte le loro esistenze. A fianco della contessa Ginevra, muta ma più vigile di lei medesima, la vecchia Rosa pareva un genio antico del lare. Era stata la nutrice di Ada, e alla morte di lei avendo vegliato sulla balia di Bice, non aveva poi voluto a nessun costo staccarsi dalla piccina. La sua tenacità di villana le attirava al tempo stesso il rispetto e il ridicolo di tutti. Prima ancora che Ambrosi, spaventato dall'estrema debolezza della fanciulla avesse detto che bisognava riportarla in campagna, ella si lagnava già tutto il giorno dell'aria di città, nella quale anche i contadini avrebbero dovuto finire col diventare pallidi.
E una mattina, mentre la contessa era assente, aveva aperto la porta-finestra del salone mettendosi colla bambina, ravvoltolata dentro le coperte del letto, a sedere sul balcone nel sole.
La trovarono lì, con Bice sulle ginocchia, che nella vivezza ridente di quella luce pareva una statuina di cera, affagottata nella seta, appunto perchè non si squagliasse.
Rosa invece di rispondere alle loro interrogazioni seguitò a cullarla, mormorando una vecchia ninnananna.
Ma ci volle tutto quell'estate, perchè Bice potesse tornare come prima, senza che la tosse sparisse mai del tutto.
Poi la contessa Ginevra andò alla più lieta delle proprie ville, verso il Sasso, fra Bologna e Porretta, dove il Savena si congiunge al Reno allargandosi entro un paesaggio incantevole. Il paesello, scavato per metà nel masso, si direbbe abitato da trogloditi, ma non è povero: la ferrovia vi passa sotto lambendo il fiume, il tramvay vi arriva sulla larga strada provinciale recando nella bella stagione molta gente ad ammirarvi la postura ed a pranzarvi. La villa della contessa, poco lungi alle falde di un colle, scendeva coi giardini sino al fiume, ma il vento ed il sole ne agitavano sempre l'aria mantenendola pura.
In quell'anno ritornò il viaggiatore Prinetti dopo un soggiorno di quasi trent'anni nell'Africa centrale, ed avendo conosciuto la contessa in una gita, fu da lei invitato alla villa per divertire Bice coi propri racconti meravigliosi. Allora egli non era così grasso; aveva il viso adusto e solcato da sofferenze di ogni sorta, sebbene respirasse quella calma degli animi forti, che avendo toccato il fondo della vita ne ritornano consolati della sua inevitabile tragedia. A Bazzano la sua piccola famiglia, dalla quale aveva dovuto fuggire d'un colpo, non esisteva quasi più. Era partito con mille franchi, e non era tornato che con poche migliaia di lire, frutto di una magnifica collezione di farfalle venduta a due ricchi inglesi di Porto Said: ma una improvvisa agiatezza lo attendeva nella vecchia casa. Il padre, morto tardi e solo, dopo aver dato metà del proprio patrimonio al figlio minore prediletto, aveva amministrato il resto per quell'altro, assente, con una avarizia resa anche più intensa dal rimorso di averlo costretto alla fuga. Per molti anni non lo si era veduto uscire di casa, ma pur non ricevendo mai sue notizie si ostinò a non volerlo credere perduto, anzi sperò da Dio come un perdono la grazia di vederselo ricomparire innanzi da un giorno all'altro. Questi invece non tornò in paese che quattro anni dopo la morte di lui, trovandovi contro ogni aspettazione una modesta eredità di centomila lire; ma anche l'altro fratello non era più, e la sua vedova aveva sposato in seconde nozze un vetturino beone ed attaccabrighe. Sulle prime non vollero nemmeno riconoscerlo, come un morto che tornasse dal sepolcro per contendere loro un'eredità: ella aveva una fisonomia di bella donna, fredda e malvagia, e i suoi figli non somigliavano affatto a quel fratello morto.
Fu la più grande amarezza della sua nuova esistenza, poi l'amicizia della contessa Ginevra lo consolò. De Nittis e Prinetti, scapoli, sulla cinquantina, già ritirati da ogni agone, composero allora con quella donna intorno a Bice l'ammirabile quadro di una famiglia di adozione, senza rivalità d'interessi, nè divergenze di passioni.
Il dottore Ambrosi, infelice nella propria, perchè prima la moglie gli era scappata con un amante senza che se ne fosse saputo mai più nulla, poi l'unico figlio, al quale aveva pagato troppe volte i debiti, aveva dovuto fuggire in America con altro nome per sottrarsi ad un mandato di arresto per cambiali false, vi si aggiunse al loro ritorno d'inverno in Bologna. Il dottore, considerandosi oramai solo, aveva proibito a tutti di pronunziare persino il nome di quello sciagurato davanti a lui; ma quando la contessa Ginevra, troppo intelligente per non indovinare tutta la malata bontà del suo cuore sotto quella rudezza, aveva osato tenergliene parola:
—Ho perdonato,—le aveva risposto con due grosse lagrime negli occhi:—egli sarà il mio erede per interposta persona, perchè bisogna che almeno laggiù il suo nuovo nome non sia macchiato. Non ne parliamo.
Il dottore viveva con un servo, contadino anche lui, del quale l'adorazione incosciente gli teneva in casa luogo di tutto.
Quindi la contessa Ginevra chiuse i propri saloni di ricevimento per non accogliere più che quei tre amici, e qualche altra signora, come la contessa Maria; più tardi v'entrò anche Giorgi, maestro di cappella nell'antichissima chiesa di Santo Stefano, povero e grande musicista, ammogliato ad una megera, che lo bastonava, senza che egli trovasse mai il coraggio di resisterle. La sua vita rimasta nel mistero, perchè la Confraternita dei Lombardi, che gli passava un magro stipendio di venti scudi al mese, non faceva quasi mai grosse feste, era tutta piena della sua arte: dava qualche lezione nel seminario, e scriveva secretamente magnifici pezzi di musica sacra, chiedendone l'ispirazione a Dio colla commovente semplicità di un antico fedele. Prinetti lo aveva scovato in un piccolo caffè di via Lamme una sera, solo, mentre scriveva sul marmo di un tavolino colla matita alcune battute; quindi lo propose alla contessa Ginevra per maestro di pianoforte a Bice.
In quella casa Giorgi potè finalmente rivelarsi.
Nel suo entusiasmo pei grandi maestri vecchi egli non ammetteva nè melodrammi, nè romanze da camera, nè virtuosità di artisti: la musica non doveva esprimere secondo lui che la vita religiosa dell'anima, dacchè la rivelazione cristiana ne aveva ridato all'uomo la concessione ed il modo. Se il primo peccato aveva troncato il dialogo fra l'uomo e Dio, Cristo scendendo a morire sulla terra lo aveva riannodato. Solo nella musica quindi l'uomo poteva rivelare il dramma della propria coscienza fra dubbi deliranti di terrore e grida trionfali di fede, quando dinanzi all'impenetrabile mistero dei dogmi il suo spirito ne urtava l'una su l'altra le formule bronzee per udire il loro suono profondo allontanarsi per l'infinito, o rapito da una improvvisa fulgorazione traversava tutti i cieli senza giungere mai donde quel raggio era scoccato.
Da questa altezza di concezione perigliosa per l'arte egli umiliava senza accorgersene i modelli stessi de' suoi grandi maestri, giacchè la loro musica non aveva significato che il dramma biblico o cristiano, quale era apparso nella storia. Giorgi invece prendeva per la propria musica le mosse dal paradiso di Dante; e se la parola e l'immagine avevano rappresentato Cristo, la musica doveva esprimere lo spirito, questo inaccessibile rimasto senza culto, e che veglia come una luce di zaffiro in fondo a tutte le coscienze.
Alla contessa Ginevra piacque subito per l'originalità della sua prima dichiarazione:
—Bisogna che la fanciulla non diventi una suonatrice di pianoforte: questo orribile istrumento deve servire solo per imparare a leggere la musica.
De Nittis, che entrava in tale momento, si voltò meravigliato; quell'ometto chiuso in un vecchio soprabito color nocciuola, tutto rasato, parlava con voce ridicola. Infatti s'intimidì; e per farsi perdonare quelle strane parole, mentre Bice era presente, disse che il pianoforte avrebbe potuto indebolirle il petto, poi sopraffatto dalla vergogna di quella scusa anche peggiore del fallo, abbassò la testa tormentando il cappello fra le ginocchia.
Ma Prinetti guardò De Nittis.
—Permettetemi di darvi ragione, maestro.—intervenne questi colla sua voce melodiosa;—i dilettanti sono la più insopportabile mostruosità del pensiero. Si arriverà forse un giorno a non credere più nella musica, questa suprema preghiera dell'anima, perchè tutti sapranno suonare.
—Questo giorno è già arrivato.
—Speriamo di no. Se i pianoforti stanno per sommergere nella inanimità del loro suono il sentimento musicale, la nostra anima veglia ancora sulle cime più alte, e ha bisogno di un linguaggio indefinito per tradurre a sè medesima le proprie fuggevoli intuizioni. La musica sola può esprimere rapporti, ai quali è impossibile dare un nome, benchè siano forse runica certezza, che ci resti dopo tutte le distruzioni della critica.
—Oh!—egli esclamò rapito d'ammirazione come dinanzi all'uomo, che gli traduceva finalmente quello che da tanti anni faceva il tormento del suo spirito; e si alzò per prendergli la mano.
De Nittis, vedendolo perplesso per la timidezza, gliela stese pel primo: poco dopo Giorgi, che lo ascoltava sempre colla stessa avidità, si lasciò sfuggire involontariamente:
—Che bella voce!
La sera di quel giorno stesso, Giorgi tornò da Bice, che lo aveva accettato ridendo della sua strana figura, per suonare sul magnifico Erard della contessa Ginevra, nel gran salone giallo, una delle proprie più belle composizioni sulle prime parole della Messa:
"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui lætificat juventutem meam."
Allora anche Bice lo ammirò, sebbene la sua anima ancora troppo piccina non potesse intendere la solenne e patetica temerità di tale apostrofe musicale. Egli suonava con una potenza inaudita, trasfigurato nel volto: nessuno parlò, ma sentendosi finalmente compreso Giorgi provò la prima estasi della propria sovranità spirituale.
Il resto della serata passò per lui come un incanto, poi uscì con DeNittis.
—Voi non pubblicherete questo,—disse il filosofo rattenendolo un istante per la mano:—come il pensiero di Spinosa, la vostra musica sarà stata salvata dalla incoscienza di un secolo per un altro, che la intenderà. Adesso la pubblicità la falserebbe.
Giorgi non sapeva chi fosse stato Spinosa, ma comprese la terribilità di quel complimento, che lo condannava a morire sconosciuto; il suo cuore tremò, nullameno, allo svoltare per via San Giovanni in Monte, ancora lungi da casa, la sua natura artistica aveva già ripreso il sopravvento, facendogli sperare che quei nuovi protettori lo aiuterebbero a pubblicare tutte le sue opere inedite.
La educazione di Bice cominciò tardi, perchè il dottore non voleva arrischiare la sua salute, ancora troppo debole, contro la fatica di quelle prime applicazioni sui libri. La fanciulla sapeva appena leggere e scrivere, avendolo appreso fra i giochi quasi senza accorgersene dalla contessa Ginevra; ma nell'intimità di quelle conversazioni così spirituali molte cose le erano rimaste nella mente, e parlava altrettanto bene il francese e l'inglese colla zia che il dialetto coi servitori. Così a forza di partecipare anche ai chiassi di Lamberto, finì per aiutarlo nei piccoli temi di scuola, che egli le spiegava alla propria maniera con una vanteria di minimo maestro. Ma presto Bice lo sorpassò. Il ragazzo, incapace per la stessa esuberanza della propria natura a resistere dieci minuti nell'immobilità, era a scuola uno dei più tardi e dei più turbolenti malgrado la sua profonda tenerezza per Bice sempre in apprensione per i castighi, dai quali era colpito quasi tutti i giorni. Però solo con lei Lamberto si ammansiva al punto d'ubbidirle, anche quando gli imponeva di tornare dai maestri a dimandare scusa. Lamberto non aveva che il padre, molto trascurato verso di lui, quantunque abbastanza ricco per potergli lasciare da vivere senza la necessità di una professione; ma sino d'allora il ragazzo parlava di farsi soldato. La sua più grande felicità erano i regali soldateschi della contessa Ginevra, alla quale diceva zia come Bice, sebbene non fosse che un lontano cugino, perchè il padre nel lasciarlo per mesi interi in quella casa era stato il primo a dare scherzosamente quel titolo alla buona signora. Ma egli passava invece quasi tutta la propria giornata pei bigliardi.
Lamberto avrebbe preteso di abbandonare le scuole pubbliche per studiare sotto la maestra di Bice, se la fanciulla spaventata dalla sua turbolenza, che le avrebbe impedito quei primi raccoglimenti intellettuali, avesse voluto consentirvi. Invece ripigliava volentieri i giuochi con lui in giardino, appena la maestra se n'era andata. Lamberto ne usciva spesso impantanato, cogli abiti in brandelli; ella l'osservava seduta sopra una panchina, sorridendo con grazia di donna, che già ammira, senza poterlo seguire nelle sue corse sfrenate. Lamberto andava a letto presto, sfinito, Bice rimaneva invece nel salotto sino alle nove, piccola e felice nel centro di quelle conversazioni, che per lei si svolgevano nelle più amabili semplicità dell'ingegno. Quegli uomini formavano come un'accademia, gareggiando a chi meglio riuscisse nel comunicarle la maggior somma d'idee.
Dapprincipio il preferito era stato Prinetti coi racconti d'Africa, nei quali sapeva insinuare quasi tutte le scienze naturali. La sua fantasia sembrava riaccendersi alla rovente immensità dei deserti, per la quale s'azzuffavano fiere e selvaggi, egualmente nudi nella ingenuità della loro ferocia, mentre le carovane passavano lentamente sui camelli, o lungi fra le sabbie sollevate dai Simoun scoppiava impetuoso un assalto di predoni. Quindi sopra un magnifico atlante tedesco le spiegava nel quadro costante della geografia l'improvviso apparire e dissolversi delle epopee conquistatrici, riserbando tutta l'emozione della propria eloquenza per dipingerle l'eroismo dei missionari, inoltrantisi tuttora fra le più feroci popolazioni con una piccola croce in mano, e morenti l'uno dopo l'altro nel nome di Dio, come sentinelle perdute ai confini del suo impero. Prinetti diventato profondamente religioso fra i pericoli di quelle solitudini trovava allora degli accenti, che facevano trasalire la piccola Bice; ma nemmeno nei più confidenti abbandoni parlava mai delle proprie sofferenze in quei trent'anni di peregrinazioni e di prigionia presso uno di quei minimi sultani, dal quale per poco non era stato arrostito. Talvolta la fanciulla gli diceva improvvisamente:
—E tu dunque?
—Dio mi ha sempre protetto.
Poi Ambrosi raccontando le storie dei propri malati le spiegava coi segreti del corpo umano le prime leggi della fisica a forza di esempi e di esperimenti, che avrebbero fatto ridere all'Università, ma davanti ai quali De Nittis stesso era costretto sovente ad ammirare. Il dottore provava un indefinibile piacere a rimpicciolirsi così colla sua piccola arnica, malgrado tutti quei terribili perchè delle sue interruzioni, che facevano spesso oscillare le più salde ipotesi della scienza, costringendolo a constatarne la breve portata. Allora un sorriso sottile di De Nittis provocava nuove discussioni simili ad una battaglia, sul campo della quale ella poteva appena raccogliere poche parole scintillanti come frammenti di spade. Però fra quegli uomini, tutti egualmente superiori per comprendere come nessun metodo d'istruzione fra i moltissimi finora escogitati meritasse di essere accolto, e quindi valesse meglio lasciare l'intelligenza di Bice formarsi da sè coll'assistere quotidianamente allo spettacolo delle loro conversazioni, nemmeno il dottor Ambrosi, materialista convinto, aveva osato contrastare alla necessità di un ordinario insegnamento cristiano. Era impossibile evitare Dio nelle spiegazioni con una fanciulla, o giustificarle la morale senza i miti d'oltre tomba. La poesia fermentante nel suo spirito aveva d'uopo di fantasmi religiosi per la rappresentazione di quell'altro mondo, che l'anima umana sembra portare seco nascendo, e nel fanciullo è tanto più vivo, che la realtà, dalla quale è circondato, gli rimane impenetrabile. D'altronde la vecchia Rosa le aveva già appreso tutte le orazioni nel suo latino inesplicabile, infondendole l'amore per la Madonna con quello della povera mamma. Quindi ne uscivano bizzarre complicazioni, quando Bice attraverso i loro dibattiti scientifici domandava improvvisamente conto di un qualche grossolano racconto miracoloso, nel quale Dio e il diavolo si litigavano, come un contrabbandiere e una guardia di finanza, l'anima di un peccatore; mentre i terrori dell'inferno agitavano così il piccolo cuore della fanciulla, che se ne vedevano i tremiti nel suo pallido visino.
Giorgi era allora il solo che potesse calmarla. Egli aveva divorato un infinito numero di vite di santi e di opere mistiche, nutrendosene colla passione trascendente degli spiriti, ai quali la vita reale rimase sempre un pellegrinaggio verso altre invisibili regioni. Quindi le narrava le più belle leggende cristiane colla parola semplice ed inconfutabile di chi sembra aver veduto. Ed erano profili macilenti di anacoreti, intorno ai quali i deserti si popolavano di belve mansuete e di mostri infernali invano strapotenti nella proteiforme orribilità delle loro insidie; terribili figure di apostoli rovescianti nella propria invasione gl'imperi di tutti i conquistatori, martiri sorridenti nella docilità dell'agonia, vergini flessibili come fiori e più sfavillanti degli angeli, che venivano a proteggerle sulle grandi ali bianche: tutto un mondo di dolori divini, nel quale i sospiri avevano profumi inebbrianti, e la morte arrivava colla pompa di un festa fra sbigottimenti ineffabili e silenzi trionfali. Egli stesso, così povero in quell'immutabile soprabito color nocciola, scarno, giallognolo, tutto rasato, coi capelli quasi incollati sulla fronte protuberante e malinconica, pareva una figura di quei racconti rimasta nel mondo ad attestarne la veridicità. Allora l'inevitabile dolore umano, che la sua breve esperienza di fanciulla aveva già constatato in tanti ammalati e in tanti morti, le si mutava dentro in una gloria di elevazione divina; sapendo di dover soffrire e indovinando nella voce di Giorgi o sulla fronte rugosa degli altri le sofferenze secrete della loro vita, prima ancora che ella fosse nata, le sfiorava amorosamente quasi con tragica impazienza di quelle, che stavano ad attenderla forse non molto lontano. Ma tali impressioni improvvise e profonde la prostravano in lunghi silenzi, dai quali non rinveniva che sentendosi sola. Suo padre e sua madre erano morti a lei sconosciuti, il padre anzi non aveva nemmeno potuto vederla: perchè? La vedeva egli dal paradiso? Poteva riconoscerla adesso? Ella si sentiva abbandonata fra l'amore di tutta quella gente, che voleva appunto salvarla dall'abbandono, mentre un freddo inesplicabile le penetrava sempre più addentro nell'anima vuota e sonora come una di quelle immense case deserte delle fiabe. Ella vi era chiusa, per sempre, ascoltando il rumore del proprio passo leggero ripercosso lontanamente da tutti gli echi; avvertiva dei soffi leggeri e subitanei sulla fronte, ma non sapeva a chi gridare, perduta da tutti in quella inanime vacuità.
Poi lo sviluppo intellettuale le si affrettò nuovamente con più minacciosi pericoli di vita. Era diventata quasi cupa, evitando la compagnia di tutti per passare le intere giornate dinanzi ad una rozza statuina della Madonna Addolorata nella camera di Rosa. Quando l'interrogavano, sorrideva tristemente o diceva che sarebbe morta presto. La zia Ginevra ne era desolata; il dottore dopo avere indarno tentato tutti i modi per forzare l'ostinazione di quella volontà ammalata finiva col prendersela contro le ubbie religiose, che preparavano nel guasto delle teste infantili le future follie di quasi tutta la gente. Bice passò così qualche mese, poi mutò improvvisamente tornando ai giochi con Lamberto, che in quel tempo non aveva voluto quasi vedere. Si era fatta più bianca, colle labbra vizze e le guance così emaciate, che rendevano anche più grande il suo naso aquilino, di un giallore di cera, quando la luce lo attraversava.
Giorgi aveva sospeso le lezioni di pianoforte, ma veniva tutti i giorni a suonarle qualche musica dolce e profonda. Una volta arrivò colla testa fasciata da un fazzoletto. Bice aveva già saputo dai servitori che la moglie lo bastonava, ma non gliene avevano voluto dire l'orribile motivo di quella figlia, non sua, e che colei confessava apertamente dell'amante. Giorgi nell'insoddisfatta tenerezza del proprio cuore avrebbe voluto educarla piamente per farne poi una maestra elementare, mentre l'altra invece la prendeva sempre seco coll'amante, anche di notte, girellando pei caffè, e non voleva saperne di spese. Tutto il danaro della casa, poichè Giorgi doveva consegnarle ogni fin di mese l'intero stipendio, lo spendeva per sè stessa: era golosa.
La ragazza trascinata dall'esempio cominciava a corrompersi.
Malgrado la propria timidezza, Giorgi quella mattina aveva protestato vedendo la moglie disporsi ad andare colla figlia in casa dell'amante ad una gozzoviglia.
—Che c'entri tu!—era stata la risposta.
Poi lo aveva percosso coll'ombrello, lasciandolo solo sebbene gli vedesse il sangue spicciare dalla fronte. Giorgi, coll'anima singhiozzante, si era fasciato alla meglio per venire da Bice.
—Sono caduto,—si affrettò a risponderle, ma la sua voce aveva una strana dolorosa sonorità.
Bice volle ella stessa rifargli la fasciatura. Strappò ad un cappellino della zia una magnifica cordella nera di moerro, non più larga di due dita, e l'acconciò così bene cucendogliela dietro la testa, e nascondendola sotto i capelli, che quasi non si vedeva: poi gli rimise dolcemente il vecchio cilindro sul capo, che coperse il resto. Durante tutta quella cura Bice era diventata di una serietà, che finì coll'imporre a Giorgi: egli aveva le lagrime agli occhi per ringraziarla, ma non l'osò.
Si mise a suonare.
—Ti ha battuto!—ella interruppe improvvisamente senza nominarla.
Giorgi avrebbe voluto negare, ma Bice invece lo baciò per la prima volta sulla ferita, e andò a gettarsi sopra un divano in fondo al salone. L'altro non suonò più: una grande paura lo assalì che Bice pretendesse il racconto di quella disgrazia, perchè non avrebbe saputo resisterle, e non ne trovava nella propria testa ancora scombussolata un altro da sostituire. Finalmente tornò vicino a lei, Bice piangeva.
—Resta a pranzo con noi, tutt'oggi qui…. lo voglio.
E scappò.
—Rosa,—gridò alla vecchia:—Giorgi è ferito alla fronte…. è stata lei.
La vecchia alzò gli occhi senza rispondere, perchè sapeva già le condizioni di Giorgi, ma negli sguardi di Bice seguitava a dilatarsi un doloroso spavento davanti a questo mistero di una donna, che bastonava un uomo. Poi mormorò:
—Non bisogna dirlo, sai.—
Quel fatto le lasciò una incancellabile impressione.
Lamberto, entrato nel ginnasio, aveva molte più ore occupate di prima, adesso che il padre pareva cominciasse a badargli. Quei giuochi infantili con Bice erano dunque cessati coi calzoni corti di lui, quantunque ella conservasse ancora le piccole gonnelle, lasciando la casa in una nuova quiete anche quando si trovavano insieme, soli, per le vaste stanze. Bice era stata presa dalla passione della lettura.
Quindi De Nittis, diventato quasi il suo solo educatore, le sceglieva i libri, venendo spesso a leggerli con lei o facendola leggere ad alta voce, perchè la musicalità del periodo gliene rivelasse meglio il senso. Ma senza lasciarglielo scorgere la guidava abilmente dai sentieri capziosi della fantasia lungo le grandi vie della storia illustrandone tratto tratto i maggiori monumenti, o smontandole uno per uno i pezzi di qualche costituzione per riassumergliela nuovamente nella biografia di un grand'uomo. Bice non imparava ancora a coordinare colle date tutte quelle varie notizie, ma apprendeva già il senso della vita dai panorama della civiltà come dalle pagine di un immenso album. Quindi la sua educazione senza le solite piccole grammatiche e quei minimi sunti, coi quali si è creduto di provvedere a tutti i corsi dell'università elementare, pareva a molti stravagante, sebbene ella sapesse già gustare molte bellezze negli scrittori, e pur confondendo le epoche vi distinguesse abbastanza bene le diverse virtù dei massimi uomini.
Ma la contessa Ginevra, dal giorno che la maestra di Bice aveva voluto andarsene scandalizzata, non era senza apprensione dinanzi a tali pregiudizi scolastici malgrado tutta la superiorità del suo spirito.
—Fidatevi, contessa,—rispondeva sorridendo De Nittis:—Bice impara le cose prima delle parole, come dovette fare l'umanità. Quando la sua piccola testa si sarà inconsciamente abituata alla grande logica delle idee le basterà un mese per apprendere la grammatica. Giorgi ha ragione: vedete che Bice senza distinguere ancora il valore delle note suona già con profondo sentimento qualche pezzo. Che importa se non diverrà una suonatrice da salone? Sarà per lei una bella qualità di più: forse fra due anni saprà leggere una suonata, gustandola internamente come una pagina di poesia.
La contessa era troppo intelligente per non comprendere queste verità, ma nullameno stentava a difendersi da un sottile senso di umiliazione, quando Bice in mezzo alle giovanette della propria età si rivelava d'un tratto così ignorante della loro infantile istruzione. Quindi ella stessa volle prendere il posto della maestra per insegnarle le solite cose sui manuali di educandato. Bice sulle prime ne fu seccata, poi secondo le profezie di De Nittis in brevissimo tempo percorse tutto quel casellario di piccole nozioni, costringendo spesso la contessa ad arrestarsi nelle proprie spiegazioni davanti alle sue risposte, improvvisamente memori di altre idee. Ma il giorno che la contessa potè mostrare a De Nittis il primo componimento di Bice in italiano, una gita in campagna, scritto con una calligrafia passabile e senza nemmeno un errore di grammatica, le parve di trionfare.
—Fra sei mesi Bice potrà fare altrettanto in inglese e la sua educazione sarà quindi compita,—egli rispose.
La contessa sentì l'ironia.
—Conoscete pure il mondo…. Bice ha quattordici anni:—ma si accorse subito della volgarità, e confessò piuttosto che non aveva voluto vederla, neppure momentaneamente, inferiore alle altre ragazze.
Sopravvenne Bice; voleva da lui la vita di Gesù Cristo di Rénan. Come conosceva quel libro? Chi glielo aveva suggerito?
—L'ho prestata,—disse prontamente De Nittis.—Ti porterò invece, dello stesso Rénan, lo studio sopra S. Francesco d'Assisi.
La contessa e il professore si guardarono, Bice scappò via contenta.
—Le darete quella Vita di Gesù?
—Non ancora, ma dovrà leggerla un giorno. Rénan è una delle anime più profondamente religiose del nostro secolo; il suo scetticismo stesso è più devoto di molte pratiche cattoliche.
Quella doveva essere la grande crisi.
Quando scoppiò, Lamberto faceva l'ultimo anno di ginnasio più monello e più svogliato di prima. Quegli studi classici, colla loro gloria di bellezze morte, non gli parlavano nè alla testa nè al cuore; invece si divertiva agli esperimenti di fisica ed accettava quasi senza ripugnanza la geometria. Ma perchè quel latino e quel greco, insegnati da professori, che impiegavano come gli scolari un mattino a tradurne un periodo? Invece leggeva romanzi sozzi o lacrimosi, che lo appassionavano; poi qualcuno ne diede anche a Bice. Malgrado la corruzione precoce ed inevitabile nelle scuole fra giovanetti di nascita ed educazione troppo dispari, Lamberto non si era però guastato al punto da permettersi con lei modi o parole licenziose; anzi tutto la ragazza gl'imponeva per la superiorità dell'ingegno e quella malinconia del carattere, che in lei pareva già senno di vita, poi addentrandosi ogni giorno più nella facile volgarità del mondo cresceva in lui il rispetto per quella casa, ove persino i domestici erano gravi, e la contessa Ginevra regnava con dolcezza così penetrante. Egli non osava quasi più mischiarsi alle conversazioni di quei vecchi malgrado la perfetta cortesia delle loro maniere. Spesso nella loro parola calma gli sembrava di sentire la profondità dei gorghi, entro i quali s'avventurava coi compagni a pescare risalendo il Reno dalla grande chiusa di Casalecchio, quando il cielo turchino oscillava in fondo alle acque limpide o lievemente rugate alla superficie dal soffio del vento. Quegli uomini, più semplici assai dei professori, che lo redarguivano aspramente dalla cattedra, avevano un linguaggio differente anche per dire le cose più comuni; ma ascoltandoli si accorgeva di comprendere subito quello, che non aveva mai nemmeno osservato.