V.

Bice invece era del loro ambiente: per essa tutti mostravano una dolce premura, della quale la vanità di Lamberto non trovava modo d'ingelosirsi. Anzitutto Bice era donna, così debole ancora da cader malata di giorno in giorno, poi una inesprimibile alterezza le cingeva la fronte malgrado la soavità del sorriso e la luce di lampada sacra, che le brillava in fondo agli occhi. Adesso il suono stesso delle sue parole faceva sentire meglio il peso di certi suoi lunghi silenzi. Il dramma della donna le si dibatteva già nella coscienza di giovinetta. Sulle prime fu uno sbigottimento del mondo. Era sola, senza aver mai conosciuto nè babbo nè mamma, perchè non ricordava nemmeno confusamente le loro sembianze: un deserto buio e silenzioso si stendeva quindi al nord della sua vita senza che gli occhi dell'anima potessero mai sperare di scorgervi l'oscillare di un'ombra. Era cresciuta sotto la pietà di una zia e per cura di alcuni vecchi amici riunitisi quasi per disputarla alla morte, ma dei quali nessuno avrebbe potuto dirle ancora il segreto perchè di quella sua così monca esistenza. Attraverso tanti libri letti ella rimaneva sempre nella stessa ignoranza: erano quadri della vita, teorie sulla natura, ricordi di epoche scomparse, tutto un tumulto di fisonomie e di spiegazioni, di casi e di leggi, nei quali la mente dei più grandi si era già smarrita, mentre il mondo seguitava ad avanzare sicuro fra i crolli delle proprie più micidiali contraddizioni. La sua educazione intellettuale, per quanto involontariamente avanzata, non poteva fornirle soccorsi contro le rinascenti dolorose domande della coscienza. Come sempre il problema morale instava prima di ogni altro. Perchè era nata? Perchè il babbo e la mamma erano morti così? Perchè la morte con tutti i dolori, che la precedono, e il male più profondo ancora e più inintelligibile del dolore alzava sempre e dappertutto la sua oscena protesta contro la bellezza della creazione e la giustizia del creatore? Perchè? Bice non si sentiva ancora tremare in fondo al cuore i fondamenti della fede cristiana, come la vecchia Rosa gliela aveva grossolanamente insegnata, ma sbigottiva già che tanti grandi uomini avessero potuto uscirne, gettandosi fra i vortici urlanti delle onde, piuttosto che rimanere nella timida sicurezza di quello scoglio a pregare invano dal cielo un'ora di luce e di calma.

Su quell'argomento nessuno de' suoi amici le rispondeva.

Come poteva Ambrosi, materialista convinto, essere così buono dal momento che la virtù non avrebbe ricompensa, e il suo nome stesso non significava più nulla?

—Vi sono pure i fiori che odorano e i fiori che puzzano—egli le aveva risposto scherzando per non addentrarsi nella questione:—differenza di oli essenziali in loro e di olfatto in noi.

—Non sperate in un'altra vita?

—La speranza si perde anche in questa.

Bice rimaneva malinconica. Accompagnava la contessa Ginevra tutte le domeniche a messa colla contessa Maria, ma fra il culto poco più che formale dell'una e la devozione ardente dell'altra non riusciva a quietarsi. La contessa Maria non sapeva dirle che: prega! Erano tentazioni del demonio, i primi effetti del mondo sulla sua coscienza dì giovinetta: bisognava supplicare da Dio la grazia della fede, che sorvola gli ostacoli come l'uccello s'innalza cantando nei cieli. Pregare ed amare! Quaggiù non si doveva combattere il peccato, ma convertirne gl'infermi al bene, accettando il dolore come una rivelazione, che Cristo rinnovava in noi del suo martirio. Era la stessa teorica di Giorgi, l'ebbrezza di un olocausto continuo di tutto sè medesimo a Dio, considerando la terra come un immenso altare, intorno al quale gl'incensi soffocavano i miasmi, e la sinfonia trionfale della preghiera copriva i rantoli degli addolorati.

Anche De Nittis le ricusava ogni spiegazione per non interrompere coi dogmi di un qualunque altro sistema, non più vero o più vasto di quello cristiano, l'elaborazione dalla quale doveva uscire il suo carattere spirituale. La natura profondamente religiosa di Bice aveva bisogno di questa crisi per riconoscere sè stessa. Invece egli l'iniziava alle rivelazioni delle grandi letterature per apprenderle nella passionata varietà di tutti i loro aspetti la tragica uguaglianza dello spirito umano. Ma anche lì tutto era problema. Mentre le anime liriche gridavano solitarie per un intero popolo, del quale la voce s'intendeva appena come un murmure, altre più forti s'immolavano nell'azione fra il timido egoismo della folla egualmente incapace di resistere al loro dramma o di entrarvi; e altre ancora suggevano come farfalle il nèttare dei fiori con immemore golosità, o librate vertiginosamente sui pinnacoli di tutte le credenze gettavano una scettica sfida alla credulità delle turbe, nella quale i cuori più mistici venivano a bruciarsi come sopra ad un rogo; ma a tutte le epoche e per tutte le regioni, popoli ed individui avevano, al pari di lei in tale momento, vissuta la tragedia di quel problema, e ne erano morti. Lo spirito poteva momentaneamente obbliarsi nelle proprie effimere passioni, giacchè ogni nuova domanda gli ricadeva sempre sul grande quesito di sè stesso, come sul coperchio di un sepolcro, traendone sonorità raccapriccianti.

A che cosa credeva De Nittis? Dove era Dio? Cristo era Dio?

—Ditemelo voi, maestro!—esclamò un giorno che erano soli in quel gabinetto, leggendo l'Imitazione di Cristo.

—T'affanneresti così se io potessi dirtelo? Questo libro è l'amore divino, ilCantico dei Canticiè l'amore umano.

—Perchè due amori?

—Bisogna amare per saperlo.

Ma ella vibrava ancora: abbassò la testa, poi risollevandogli gli occhi in viso:

—E dopo l'amore sempre la morte…?

—Spesso molto dopo,—egli replicò malinconicamente.

Poi alcuni grandi capolavori della letteratura amorosa distolsero Bice da quelle prime preoccupazioni religiose. A diciott'anni era ancora così magra e così pallida. La sua statura sarebbe stata normale, se l'estrema gracilità di tutto il corpo e la incurvatura del petto, che l'obbligava a tenere quasi sempre la testa bassa, non l'avessero fatta parere più piccola. Il suo collo stesso, troppo sottile, si piegava già al peso della sua testa, sulla quale i magnifici capelli neri sembravano aumentare quasi mostruosamente; ma in tutto il resto nessuna grazia di donna rammorbidiva ancora le angolosità della sua giovinezza in preda ai primi orgasmi primaverili. Solo il suo volto era dolce, quantunque sparuto, e una nativa eleganza le metteva in ogni atteggiamento quella inesprimibile vaghezza, che pare una inconsapevole preoccupazione d'amore anche quando questo non si è ancora rivelato. Adesso la sua vasta ed originale educazione cominciava a renderla singolare. Nessuna delle sue compagne, benchè poche ne frequentasse e nemmeno fra queste avesse un'amica, avrebbe potuto rivaleggiare con lei: sapeva quanto loro il francese e l'inglese, ma conosceva i grandi libri di tutte le letterature, e senza aver disegnato alcun fiore o suonato un pezzo di bravura sul pianoforte s'intendeva abbastanza di pittura e di musica per non sentirsi alcun gusto per l'arte da salone. Infatti De Nittis col solo soccorso della scuola bolognese aveva potuto apprenderle dopo la squisita semplicità dei quattrocentisti la decadenza ancora abbastanza vigorosa del seicento nella sua doppia espressione sentimentale ed accademica, preparandola all'entusiasmo pel Correggio, il suo pittore preferito. Bice aveva quasi creduto di delirare a Parma nella cappella dei suoi capolavori.

Quella era stata la suprema rivelazione della bellezza, che nemmeno le venustà del Tiziano o le più ideali figure di Raffaello poterono poi in lei sopraffare. La bellezza era dunque come il genio un segno di Dio sopra alcune creature, perchè tutte le altre pensassero a lui; ma per lei tanto meschina, che anche il sesso le rimaneva quasi senza forma, quella gloria di sentirsi adorabile e adorata resterebbe sempre un rimpianto. Invano il suo cuore s'innalzerebbe verso le regioni dell'amore sui canti più ardenti dei poeti, o sugli effluvi più vitali della natura dal momento che nessuna virtù spirituale poteva nella donna sostituire quella bellezza, della quale l'anima sembra aver bisogno per obliarsi nell'adorazione.

Quindi comprese anche troppo bene le spiegazioni di De Nittis sull'arte antica, oggi quasi inintelligibile anche alla maggior parte delle persone colte, dacchè nessun popolo dopo i greci intese più la bellezza come una verità più viva della realtà stessa, nella quale il difetto esprimeva un tentativo infelice della natura per raggiungere qualcuno dei proprii tipi. A che cosa serviva dunque una gioventù senza bellezza? Perchè tale crudele contraddizione? Perchè sua madre era stata anche più bella della zia Ginevra, nella quale brillavano tuttavia le traccie di una ammirabile leggiadria? Bice non aveva di questa che le mani, ma senza l'aristocratica morbidezza, che aveva rese celebri quelle della contessa: tutto il resto non avrebbe potuto inspirare che una simpatia di pietà. Nullameno il suo istinto di donna cercava di resistere a questa diminuzione di sè stessa. Se in quasi tutti i capolavori delle letterature le donne erano di una bellezza disperante, non mancavano però eroine senza bellezza, rese immortali dal genio degli uomini, che le avevano amate. L'anima aveva dunque anche essa una luce capace di rendere agli occhi di un amante il corpo, nel quale era chiusa, non meno ideale dei più vantati modelli dell'arte. Ella non avrebbe quindi amato che un uomo abbastanza grande da vederle l'anima attraverso quel suo magro viso dì anemica, amandola come le anime sole possono amare. Naturalmente l'eroe del suo pensiero era Amleto, il pazzo sublime tanto poco compreso da Ofelia. In quell'inevitabile romanticismo della giovinezza l'amore le si univa ancora ad una idea di sventura, come quella del mare alla paura delle tempeste. Invece la grande tragedia di Otello le lasciava nello spirito un incomprensibile orrore. Quel moro, ardente come il sole, che ghermendo un'ingenua fanciulla la trascinava sotto la propria tenda di soldato per soffocarla brutalmente al primo sospetto, rimaneva un enigma per il suo pensiero. Si può uccidere quando si ama? L'amore istantaneo, leonino, che rugge e squarcia alla più lieve difficoltà di una carezza, non doveva essere umano, giacchè l'anima non aveva nemmeno il tempo di fondervisi. Ella si diceva che Otello non amava, e nullameno i suoi urli di dolore sotto le punture avvelenate di Jago, le sue incertezze tremebonde nella camera di Desdemona prima di accostarsele al letto, la sua disperazione e la sua morte erano di un patetico ben più profondo che la simulata pazzia di Amleto. Si poteva dunque amare colla tenerezza balbuziente di un bambino, e sbranare colla ferocia irrefrenabile di una belva, appena il sangue accendendosi per le vene mandasse al cervello le proprie fiamme rosse, e gli occhi vedessero naturalmente sangue dappertutto?

Attraverso tutto l'orrore della propria paura ella sentiva nella morte di Desdemona una passione, che Ofelia stessa non avrebbe potuto comprendere malgrado tutta la propria tenerezza di fanciulla. Infatti quell'ultima menzogna per accusare sè stessa provava forse la superiorità di Otello su Amleto, perchè una donna non può amare così senza essere stata altrettanto amata.

Ma da queste illustri passioni immaginarie rientrando nel salotto ove la zia l'attendeva fra quei vecchi, le sembrava come d'inoltrarsi in un tempio; lì tutto era calmo, le parole avevano una dolcezza pacificatrice, un suono profondo come quelle anime stesse, cui le bastava di volgere una domanda perchè trovassero subito, simultaneamente, per lei una risposta. Però Bice parlava poco. Solo De Nittis sapeva condurla qualche volta ad una discussione, urtandole lievemente lo spirito per sprigionarne l'originalità con un dolce orgoglio di padre. Infatti nessuno di loro aveva altrettanto contribuito alla formazione di Bice all'infuori di Rosa coll'imprimerle incancellabilmente nello spirito la propria fede grossolana: tutto il resto era stata opera sua. Senza di lui Bice sarebbe diventata una ragazza forse peggiore delle altre, giacchè la contessa Ginevra cedendo alla moda di farla studiare maschilmente non avrebbe forse tratto dal suo spirito inquieto che una delle solite mostruosità letterarie. De Nittis, invece, nel proprio orrore di tutte le falsificazioni spirituali, giudicava la donna lanciata nella carriera dell'uomo una delle più odiose aberrazioni moderne, dacchè corpo ed anima, tutto in essa è egualmente atteggiato dalla maternità. Quindi iniziandola quasi contemporaneamente ai segreti dell'arte e a quelli della scienza, aveva saputo salvarle il carattere dal doppio pericolo del dilettantismo e dell'incredulità: così Bice avrebbe meritato di salire nell'amore di ogni uomo per la sua stessa capacità di tutte le più umili funzioni femminili, senza false superbie di signora o assurdi orgogli scolastici. In questo la contessa Maria colla sua bella umiltà cristiana aveva aiutato l'opera del filosofo. Bice credeva ancora come una fanciulla del popolo, quantunque con una più alta interpretazione dei simboli religiosi, ma in sostanza le sue idee erano tutt'altro che chiare. Scienza e filosofia mostrandole più che altro degli spettacoli, senza che la sua ragione muliebre potesse davvero afferrarne le linee e indovinarne le cause, le avevano lasciato nello spirito una incertezza simile a quelle nebbie leggere, che si formano costantemente nelle valli, e difendendole dai raggi troppo cocenti del sole vi assicurano la fecondazione. In questa educazione sentimentale, come De Nittis l'aveva voluta, Giorgi era quindi stato più fortunato di lui, portandola spesso colla propria musica nelle lontananze più celesti per farle sentire le intime corrispondenze dell'anima colla vita, che si svolgeva al di là del loro azzurro eternamente misterioso. Nullameno tutta la devozione di quelle anime non bastava al suo cuore.

Un bisogno le cresceva di un altro amore più profondo ed impetuoso, che mescolasse nel fiume di una maggiore vita il rivo limpido e canoro della sua. Così sola le pareva dì soccombere ad un peso misterioso, sotto il quale soffocassero tutte le tenerezze dell'anima, sebbene nessuno le avesse ancora parlato d'amore, nemmeno Lamberto. Gli altri giovani, che venivano talora in visita dalla zia, erano troppo simili l'uno all'altro in una medesima insignificanza di figurino per sentire l'amore, del quale ella aveva preso il contagio nei libri, imparandone quasi contemporaneamente dalla scienza i più impuri segreti, mentre le saliva dal cuore in una gloria di astro.

Lamberto a diciott'anni, spaventato degli ultimi esami liceali parlava di andare all'Accademia militare di Modena per uscirne ufficiale di cavalleria. Le sue relazioni con Bice, rimaste pure malgrado i disordini inevitabili del suo noviziato nel mondo, gli facevano provare più vivamente l'abbandono del padre, caduto nelle unghie di una ballerina, che lo teneva quasi sempre presso di sè, mungendogli grosse somme di denaro. La zia Ginevra invece e i suoi vecchi amici adesso lo trattavano da uomo con una cortesia piena di buoni consigli e di delicate attenzioni. Quando veniva a trovarli, provava quasi un rammarico contro la propria vita licenziosa, giacchè la precoce esperienza del vizio, lungi dall'intaccare la sua sana natura, pareva anzi presso a destarvi una salutare reazione.

Naturalmente i suoi discorsi con Bice pigliavano una piega galante. Quelle loro amabilità dei primi anni, diventando ogni giorno più difficili per eccesso di significato, dovevano necessariamente finire in una scherzosa ironia, o in una dichiarazione d'amore. Bice non era solo una giovinetta di vero ingegno e della più squisita educazione, ma una delle più ricche ereditiere della città, col vantaggio di poter disporre liberamente di sè stessa. Involontariamente Lamberto ci veniva pensando anche pei suggerimenti degli amici, già abbastanza pratici del mondo per riconoscere come nel matrimonio l'interesse debba fatalmente prevalere alla passione; mentre a lui quella sua grande bontà di fanciulla e lo splendore della posizione facevano sognare di una vita calma e signorile.

Ella non pareva più con lui così serena. Il sorriso le si arrestava talvolta sulle labbra, come se la sua stessa superiorità intellettuale l'agghiacciasse nel timore di non apparirgli abbastanza donna come tutte le altre. Intatti Lamberto la dominava colla statura; era bruno, forte, agile, con gli occhi neri, lampeggianti, e i baffetti nascenti sulle labbra rosse come due garofani: ma un'aria di bontà temperava la soverchia arditezza della sua fisonomia, che l'abbandono di ogni falsa pretensione rendeva anche più amabile.

Un giorno passeggiando con lui nei giardini pubblici, Bice sentì l'invidia delle altre ragazze, che le attribuivano già Lamberto per amante. Sulle prime se ne spaventò, l'altro incerto di esserle dispiaciuto chiese il perchè di quella improvvisa bruscheria; poi quando si rividero, Lamberto scherzò su quel caso, Bice arrossì. Erano soli nel gran salone giallo. Improvvisamente ella aveva sentito vanire tutto quanto sapeva dell'amore dinanzi a lui, prima ancora che le avesse detto nulla. Quell'impaccio durò finchè venne la zia per far rimanere Lamberto a pranzo; Bice incollerita seco medesima soccombeva già all'amarezza di sapersi troppo brutta per essere amata, mentre l'altro abituato sin da fanciullo alla dolente singolarità della sua figurina aveva sempre avuto per lei una dolce simpatia. Quindi cogli amici, che accusavano Bice di essere brutta, aveva sempre protestato:

—Non la conoscete.

Ma non credeva ancora di essere amato. Quando finalmente se ne accorse, la nobile purezza di quell'affetto gli diede quasi una impressione di scoraggiamento: quella povera abbandonata veniva a chiedergli tutto l'amore del babbo e della mamma, che non aveva conosciuti, offrendogli innocentemente colla propria mano la più ricca dote della città.

La sua emozione fu così sincera che Bice ne provò il contraccolpo, ma non ne parlarono che molto dopo, come se si fossero già pienamente intesi in quell'attimo. Nessuno fece opposizione, meno la vecchia Rosa, che sembrò disapprovare mutamente; poi fu deciso che Lamberto andrebbe ugualmente all'Accademia di Modena, e sposerebbe Bice solamente dopo il secondo anno di reggimento. Intanto la cosa resterebbe segreta.

—Siete ancora liberi,—aveva detto la contessa Ginevra:—cinque anni sono lunghi.

—No,—rispose Bice, alla quale il matrimonio con Lamberto sembrava già conchiuso, dacchè le loro anime si erano intese.

Al momento di partire per Modena, Lamberto diede il primo bacio a Bice, sulla fronte, dinanzi alla zia Ginevra: Bice non pianse. La sua calma, che Lamberto ammirò come uno sforzo supremo della volontà, parve invece fredda a De Nittis, quantunque Bice diventasse dopo malinconica. Ella invece s'interrogava curiosamente: era dunque quello l'amore celebrato nei poemi, che seminava di tante tragedie la vita dell'umanità? Adesso che non era più sola, si sentiva egualmente fredda, senza nessuna di quelle febbri, alle quali aveva creduto di doversi attendere. Nullameno le prime lettere di Lamberto, calde della fraseologia solita a tutti gl'innamorati, provocarono in lei l'esplosione di sentimentalità ancora più eloquenti.

Come accade quasi sempre, il primo amore fu per Bice una fioritura letteraria. Lamberto lontano diventava il grande fantasma romantico della sua vita con tutti gli ornamenti dei drammi, che le erano rimasti più profondamente impressi; la sua immaginazione si compiaceva a seguirlo tra la folla di quegli alunni come un prescelto, cui la terribile gloria delle armi sorridesse già attraverso la letizia di quell'idillio ma, vedendolo la prima volta così vestito da collegiale, le parve quasi dolorosamente ridicolo. Invano Lamberto tentò di scherzare sulla goffaggine della propria uniforme, raccontandole quella vita di collegio colla simpatica ingenuità di un novizio: Bice non vi sentì invece che la pedanteria e la vacuità di una carriera, nella quale la divisa e il cavallo rappresentavano fatalmente tutto l'ideale. Nessuna grandezza di guerra, nessun lampo d'eroismo era più possibile; l'Accademia educava gli ufficiali come i seminari allevano i preti: una stessa volgarità burocratica in ambe le classi, e la medesima preoccupazione professionale.

Così passarono molti mesi.

Invece Lamberto in quella specie di esilio scolastico l'amò con passione crescente. Già si era accorto che il padre, sempre più incapricciato di quella ballerina, gli aveva consentito la scelta di tale carriera piuttosto per trarselo di fra i piedi che per riconoscerla buona; quindi Bice diventava il suo unico affetto nel mondo. Le loro lettere se ne risentirono; quelle di lei splendide di poesia si smarrivano talvolta in preziosità sentimentali, come in un compiacimento raffinato di analisi sopra sè stessa, mentre in quelle di lui, più semplici ed impetuose, vibravano spesso gli accenti veri del cuore. La vita di Bice però era sempre così calma. Allora occupava quasi tutto il giorno con Giorgi a provare qualche pezzo di musica, o a discutere la grande edizione delle sue opere, per la quale ella stessa aveva offerto i fondi necessari; ma Giorgi sorpreso dagli scrupoli degli artisti, che tardarono troppo ad affrontare il pubblico, non sapeva più come scegliere fra così ricca varietà di scritti, coordinandone la serie in modo, che esprimesse egualmente il progresso della sua arte e lo sviluppo della sua idea.

De Nittis persuaso da Bice a preporvi uno studio critico sulla musica sacra, in una specie di prefazione al primo volume, sorrideva di quelle incertezze.

—Per conquistare la gloria tu stai per perdere la fede: perchè ricorreggi, amico mio?

Giorgi tremava.

—La gloria è difficile.

—Essa è l'ultimo amore, ma forse tradisce anche più crudelmente degli altri. Perchè la folla ci amerebbe più di un individuo? Essa non ci indovina che al terrore o al piacere, di cui la facciamo fremere, ma non ci può comprendere che morti.

—Nemmeno voi finirete dunque la vostraStoria di Dio?

—Non avete mai voluto leggermene nulla,—intervenne Bice.

—A che pro? tu sei nel primo amore, io e Giorgi abbiamo oltrepassato l'ultimo.

Bice credette di sentire nelle parole di De Nittis una sottile punta d'ironia. Dubitava egli della sua passione per Lamberto o, credendovi, la pungeva di amare con passione sì riposata? Certo la sua anima non aveva ancora provato alcuna di quelle commozioni, che sembrano mutare la nostra composizione spirituale; anzi le musiche di Giorgi la lasciavano spesso estenuata per lunghe ore, collo spirito natante in una pienezza di beatitudine, che nessuna lettera di Lamberto aveva ancora potuto darle. Di che dunque parlava quella musica? A chi parlava? V'era qualcuno, cui rivolgersi così, e che potesse rispondere? Questo slancio verso Dio era forse l'ultimo sforzo dell'amore umano inappagato o tradito? Amleto sulla fossa di Ofelia aveva lanciato a Laerte una sfida trionfante persino della morte; la Sulamitide, errando per la notte in cerca del proprio bello, aveva destato colle grida tutta l'immensa città: era quello l'amore?

Qualche sera il suo sguardo studiava lungamente il viso della contessa Ginevra, florido e tranquillo nell'ombra dorata del paralume. Aveva ella amato il conte Ramponi, giacchè Bice non avrebbe potuto supporle altri amori? Eppure non lo ricordava più: quel marito era dunque ben morto per lei. Forse i libri mentivano dipingendo l'amore come una tempesta di fiamme, nella quale gli spiriti andavano consunti, mentre invece nella vita quasi tutta la gente aveva tempo d'invecchiare dopo essere passata attraverso molti amori, e spesso a più di un matrimonio. Un'amarezza pessimistica le stringeva quindi il cuore dinanzi a tale immutabile prosaicità, che le impediva di provare con Lamberto una sola di quelle estasi così ben descritte nelle liriche dei grandi poeti; ma forse anche per loro tutte quelle visioni e quei suoni erano saliti dolorosamente verso un mondo più alto, come s'innalzano indarno verso il sole gli effluvi della terra.

I mesi più dolci per Bice erano quelli del mare e della campagna: Prinetti aveva una masseria vicino alla loro villa, De Nittis arrivava spesso in visita restandovi per intere settimane, mentre il dottore compariva appena qualche volta a pranzo, sempre d'improvviso, per ritornare subito ai propri ammalati. In quella salute dei campi anche Bice rifioriva. Il suo temperamento forse un po' frigido, lungi dal turbarsi all'immensa suggestione amorosa di tutte le piante, pareva invece farvisi più limpido e soave. Due volte Lamberto venne in permesso da Modena senza che Bice se ne mostrasse alterata: anzi il suo contegno affettuoso ma calmo mise l'altro in soggezione. Che cosa era accaduto? Il loro matrimonio non era già stabilito? Quando il discorso vi cadeva per caso, Bice ne parlava come di cosa avvenuta, ed egli non sapeva come replicare. Nullameno una volta, le disse che era diventata fredda e lo amava meno.

Ella lo guardò serenamente:

—Tu mi ami dunque di più?

—Sì,—rispose, avvolgendola in uno sguardo luminoso.

Ella abbassò la testa.

Quando si divisero, Lamberto tentò alla sfuggita di abbracciarla:

—Bice!

Ma il sopraggiungere della zia impedì loro di continuare.

Lamberto ne riportò una impressione assiderante, poi la vita all'Accademia lo distrasse, e finì col dirsi che forse era meglio così, trattandosi di un'amante che doveva sposare. Quindi a poco a poco la loro passione si raffreddò davvero in un affetto più tranquillo, quale veramente conveniva ad un matrimonio. Lamberto, credendosi sempre abbastanza amato, riposava sicuro sull'avvenire, Bice sembrava invece non pensarci quasi più; ma quando egli le comparve finalmente davanti nell'elegante divisa, a mostreggiature bianche, del reggimento Novara, trionfante nella propria giovinezza di soldato, del quale le armi erano ancor vergini e l'assisa appena una decorazione, Bice si sentì vinta di nuovo. Poi lo vide caracollare sotto le sue finestre, facendo spiccare al proprio cavallo inglese balzi prodigiosi fra l'ammirazione della gente, che si fermava a guardarlo.

Lamberto divenuto uomo aveva trovato senza sforzo quella superiorità maschile, davanti alla quale la donna soccombe quasi sempre. Questa volta Bice era innamorata, egli invece non le serbava in fondo al cuore che una grata benevolenza, col fermo proposito di farla sua moglie. Allora le lettere ricominciarono più frequenti, quelle di Bice quasi ardenti e con minori intenzioni letterarie, le sue invece artifiziose e galanti: ma nella vita più libera del reggimento egli poteva tornare più spesso a Bologna per restare con lei qualche giorno. Già da parecchio tempo il loro matrimonio non era più un segreto per alcuno, dacchè Lamberto stesso ne aveva parlato cogli amici, e suo padre se ne andava vantando per la città. I pareri oscillavano al solito per la troppa sproporzione delle ricchezze fra lui, sottotenente con forse duecentomila lire di patrimonio, se il babbo morisse a tempo, e lei che un giorno avrebbe avuto due milioni di dote: ma la simpatia, imposta dalla bellezza di Lamberto e dalla gioconda bontà del suo carattere, trionfò presto delle maggiori invidie. Poi una sposina così brutta poteva benissimo essere ricca.

I due anni assegnati per termine agli sponsali stavano appunto per finire, quando accadde a Lamberto quello sciagurato incidente al Gambrinus e il duello col tenente Ravizza, di cui al solito i giornali s'interessarono troppo.

Lamberto non aveva dubitato nemmeno un istante di Bice, sapendo di non essere molto più scapestrato dei propri compagni, e che quell'incontro con Ester, la celebre mima, era stato davvero un puro caso; ma nel discendere le scale del palazzo di Bice si diceva che tutto era perduto.

Il carattere della fanciulla era di quelli, sui quali è impossibile ingannarsi.

Tristemente, a testa bassa, uscì dal portone, e traversò la strada per voltarsi a guardare le finestre del gabinetto, nel quale la zia Ginevra riceveva da quindici anni quei vecchi amici; gli pareva che una catastrofe fosse accaduta lì intorno. La strada era quasi vuota; rimase immobile senza provare rimorsi, colla coscienza confusa che la sua vita mutava per uno di quei bruschi rivolgimenti, che ci lasciano soli nel mondo.

Attese ancora qualche minuto, poi accorgendosi che la gente l'osservava, se ne andò.

L'impressione di quella rottura era stata fulminea in tutti.

La contessa Ginevra ne sofferse profondamente, poichè stimava Lamberto un buon ragazzo malgrado il giudizio severo, che ne aveva dato col dottore. Era impossibile del resto che un giovane ufficiale, bello, non trovasse a Roma motivi di galanteria in quella vita di reggimento fatta appunto di donne e di cavalli; e doveva quindi bastare che non s'innamorasse altrimenti, o trascorresse troppo oltre nel vizio compromettendo la salute dell'anima e del corpo.

Quella sera De Nittis tardò.

Bice affettava una disinvoltura nervosa gettando scintille di spirito ad ogni risposta, mentre il dottor Ambrosi l'osservava con quel suo sguardo pesante di medico, e Giorgi invece sprofondato in una tetra malinconia lasciava sfuggirsi qualche sospiro. Quel disastro di Bice gli rendeva più doloroso al pensiero l'avvenire della figlia non sua.

Solo la contessa Maria conservava la solita placidezza religiosa fra quella tempesta di interessi mondani; alla severità della sua coscienza Bice appariva ammirabile di giustizia avendo scacciato Lamberto, e sopportandone il dolore con tanta franchezza.

—Prepara il thè, Bice,—disse il dottore:—questa sera ho fretta.

—Avete dei malati gravi?

—Non più del solito.

Bice, aveva già suonato il campanello per ordinare al servo di portare il vassoio.

—Partirete subito?

—No.

La contessa Maria allora gli parlò di un'altra sua protetta: il caso era orribile, una madre tisica con due bimbi già colpiti dalla stessa malattia, e senza alcuna risorsa pecuniaria. Il marito, beone incorreggibile, li batteva tutti.

—Perchè non aspettiamo De Nittis?—domandò Bice disponendosi nullameno a preparare il thè.

—Tu sei andata subito dopo da lui.

Bice non rispose.

—De Nittis ti dirà….—e il dottore, che stava per prorompere, si voltò verso la contessa Ginevra come per cercare una ragione di frenarsi:—che importa? Tutte sentimentalità, le quali non servono a nulla nella vita: la virtù non può consistere nell'astinenza dal momento che la fame è un difetto. Se non si avesse della moralità un concetto così falso, vi sarebbero meno infelici e fors'anche meno furfanti al mondo.

Quest'allusione colpì tutti.

—Voi, contessa Maria, che siete qui l'individuo più religioso, rispondete voi; che cosa è la virtù?

A questa domanda ella alzò gli occhi dalla calza:

—L'amore.

—Risposta di donna.

—No,—disse Giorgi:—è l'anima che risponde così.

—Non è vero,—gridò Ambrosi:—l'amore è una legge della natura, colla quale essa mantiene la vita. La virtù, giacchè parlate di anima, dev'essere più in alto, nell'intelletto, che comprende la natura e sa farle quindi la sua parte. Se la natura fosse in difetto colle proprie esigenze, la colpa sarebbe allora di Dio.

—Dottore!—gli si volse la contessa Ginevra.

—Non mi dite che bestemmio, perchè non ne avrei l'intenzione. Io affermo solo che l'amore, come dice la contessa Maria, non è più quello, che conosciamo noi medici, e che tu, Prinetti, devi aver visto in Africa, dove non vi sono misticismi. Volevo dir questo, dal momento che l'amore è spirituale, non dovrebbe essere geloso della natura e prendere per una infedeltà ciò che essa eseguisce nella propria infallibile incoscienza. Dammi il thè, Bice.

La fanciulla si avanzò verso di lui colla tazza in mano.

—Dà qua,—egli esclamò, strappandole quasi la tazza con una bruscheria, che trasse un sorriso sulle labbra di tutti.

Prinetti intervenne.

—Ho visto la sultana di Ghera morire di gelosia. Era brutta, ma sovrastava egualmente a tutte le sue compagne di harem, ed amava Seid-Minka, un giovane soldato, che sposò una prigioniera del Turnam. Ella morì prima che il sultano ingelosito la facesse squartare; invece tagliò egli stesso la testa a Seid-Minka con un colpo di scimitarra. L'amore è uguale dappertutto.

Il dottore scosse la testa.

Bice si accorgeva di essere disapprovata. Quindi tutto il coraggio accumulato dalla sua alterezza morale in quella rottura le venne meno improvvisamente: le parve di aver avuto torto nel respingere Lamberto per un fallo, nel quale l'anima non aveva partecipato. Che le restava ora? Tutti quegli amici e la zia Ginevra, già ritirati dalla vita, la guardavano come spesso un gruppo di vecchi marinai s'incanta contemplando sul mare; la loro virtù era di esperienza e d'indulgenza. Ella invece doveva ancora affrontare la vita. Servì in giro tutte le tazze, poi andò a sedersi sul solito sgabello presso il camino, nel quale ardevano ancora rossastramente alcuni tizzoni.

Giorgi e Prinetti le vennero vicino, il dottore aveva socchiuso gli occhi.

Giorgi fu il primo a parlare, ma quella sera sembrava quasi ammalato. La sua voce stridula aveva tratto tratto certi suoni profondi, che rendevano più tristi le sue parole.

—Avete voluto essere sola?—le chiese.

Bice gli rispose di no cogli occhi; egli fece uno sforzo per rattenere una confessione dolorosa.

—Potete credermi, se ve lo dico, non si può essere soli nella vita. Gl'infelici, che rimangono tali, si rifugiano in Dio. Egli vuole talora che alcuni siano soli per i disegni della sua provvidenza, ma non bisogna ingannarsi sulla propria vocazione.

—No,—l'interruppe Prinetti,—Bice non vorrà rimaner sola. Se la colpa di Lamberto vi avesse offeso, avreste avuto torto di licenziarlo, mia cara: solo il perdono reciproco rende possibile la convivenza. Se invece vi siete accorta di non amarlo, appunto perchè non ne avete sofferto abbastanza, allora non vi è nulla a ridire. Il matrimonio può durare senza amore, quando vi sono figli, ai quali sacrificarsi, ma non si può contrarre senza amore, Sarebbe una degradazione.

La fanciulla si sentiva violentata da queste spiegazioni troppo religiose: la sua anima ancora in preda ad un orgasmo passionato, avrebbe avuto d'uopo di riposo per comprendere meglio sè medesima. Invece la necessità di rispondere subito le dava una dolorosa irritazione; s'accorgeva di dover mentire, non sapendo bene neppur essa perchè avesse scacciato Lamberto.

Ma tardò.

Allora Prinetti le parlò del nuovo libro di Stanley, l'illustre viaggiatore inglese partito alla ricerca di Livingstone, che egli aveva già letto, e nel quale aveva trovato molti errori e non poche bugie. Ciò lo riconfermava nel proposito di non scrivere mai le proprie memorie di viaggio, perchè il bisogno di divertire i lettori e la naturale superbia inducevano inevitabilmente a mentire, mentre l'utilità di tali viaggi rimaneva solo nelle idee e nei sentimenti propagati fra i selvaggi.

Propose quindi a Bice di venirglielo a leggere: lo avrebbero commentato insieme.

Giorgi non parlava più. Da due giorni sua moglie era fuori di casa, colla figlia, in una continua baldoria coll'amante. Egli aveva trovato la casa deserta e il proprio letticciuolo senza materasso; la moglie, che occupava colla fanciulla il grande letto matrimoniale, glielo aveva senza dubbio venduto. Giorgi dormiva in uno stambugio, dietro la cucina; non aveva che quel vecchio canapè e un pianoforte verticale.

Bice indovinando in lui qualche nuova disgrazia gli prese una mano.

Ma egli si schermì, non voleva offendere le pure orecchie della fanciulla con quel racconto.

Il dialogo tornò a languire. Malgrado l'intimità di un'amicizia, dinanzi alla quale non vi avrebbero dovuto essere segreti, ognuno serbava per sè stesso i più dolorosi; Prinetti non parlava mai della cognata caduta nella più ignobile miseria, e alla quale dava nascostamente metà della propria piccola rendita, ricevendone per compenso l'augurio di morire presto per poterle così cedere il rimanente. Giorgi da quindici anni era tuffato nel pantano della propria casa, con una moglie dissoluta e plebea, che lo bastonava allevando l'unica figlia nella crapula, mentre egli salito ad una seconda vita religiosa scriveva segreti capolavori coll'inguaribile tristezza degli artisti non visitati dalla gloria. Bice aveva arrestato bruscamente il corso della propria vita con una di quelle risoluzioni, delle quali la cicatrice non si chiude forse più.

La fanciulla fu la prima a reagire contro sè stessa. In quella impossibilità di parlare propose a Giorgi di aiutarla a dipanare alcune matassine di seta, delle quali si serviva per ricamare quel manipolo al parroco di Sasso. Prinetti stesso le aveva disegnato per questo alcuni meravigliosi fiori africani.

Bice andò ella medesima a prendere il piccolo telaio per mostrarglieli.

Infatti i loro calici di una vera bellezza orgiaca, screpolandosi sotto la pressione di un turgore febbrile, lasciavano spiovere i petali stancamente, coi pistilli tremolanti nei colori più vivi delle gemme. Giorgi si sentì turbato dinanzi alla voluttà spasimante di quei fiori.

—Non sono così, non sono così,—ripeteva Prinetti, ricorreggendoli nella propria memoria.

—Mi avete pur detto che il sole laggiù è un incendio.

Ma la sua faccia stessa si scomponeva.

—Prendete, Giorgi,—disse vivamente, gettandogli una matassina intorno alle palme congiunte.

La serata diventava sempre più triste, il dottore andò via presto, poco dopo anche Giorgi e Prinetti lo seguirono. Quando De Nittis entrò, le tre donne erano intorno al tavolo da giuoco ingombro di modelli in carta e di ritagli di mussolina.

—Ho trovato Marco Minghetti per via Farini,—-egli disse, quasi per scusare il proprio ritardo:—l'illustre uomo è molto malandato, forse non passerà la primavera.

Questa notizia impressionò la contessa Ginevra, che lo aveva molto conosciuto a Firenze.

—Giudicate dunque il suo caso così disperato?

—Egli stesso lo sente. Sono rimasto un'ora nel suo gabinetto: lavora alla relazione sul Catasto, uno studio lungo e difficile, che stancherebbe più di un giovane, e nel quale egli si accanisce coll'eroica ostinazione dei morenti. Sarà la sua ultima gloria, quella che il pubblico intenderà meno.

Poi parlarono d'altro, ma si capiva che stavano per affrontare un tema più difficile. Bice era tornata al vassoio per preparargli il thè, mentre egli già seduto sul solito seggiolone si scaldava i piedi ai pochi tizzi del camino.

La contessa Ginevra era uscita, la contessa Maria invece venne a sedersi colla propria poltrona presso di lui, e guardò all'uscio come aspettando che la contessa Ginevra rientrasse.

—Lamberto ha scritto?—chiese De Nittis a Bice seduta a testa bassa sullo sgabello.

Ella gli porse la lettera.

—La conoscete?

—Sì.

Egli la scorse. Senza umiliarsi scioccamente a domandare scusa,Lamberto spiegava quell'incidente riaffermando il proprio affetto perBice con una sincerità, alla quale era impossibile ingannarsi. DeNittis rimase meditabondo.

La sua bella testa esprimeva adesso una profonda melanconia; davanti a questa fanciulla, che ritraeva il piede dalla soglia soleggiata della vita per rientrare nell'ombra di una giovinezza sterile, egli sentiva diventare più dense le tenebre del proprio tramonto.

—Le avete parlato voi, contessa Maria?—disse quasi per ritardare così la propria opinione.

—Se lo vuoi, Bice, ti dirò quello che penso,—ella rispose:—Lamberto non ti ama.

La risposta era così cruda che tutti trasalirono.

—Lo conoscete dunque più di noi?—proruppe quasi piccata la contessaGinevra.

—No certamente,—ella ribattè con quella sua profonda umiltà, che disarmava tutte le collere:—ma non credo che si possa amare in due modi.

De Nittis ebbe un sorriso.

—Pensaci, Bice,—proseguì la zia Ginevra,—prima di ostinarti in questa risoluzione. Tu non sai ancora abbastanza la vita per condannare inappellabilmente il primo atto che ti offende.

—Non condanno.

—Che cosa farete?—intervenne De Nittis coprendola d'uno sguardo, del quale ella sentì tutta la penetrazione.—Eccovi al punto, in cui dovete giudicare per la prima volta la vita; qualunque sia stato il sogno delle vostre relazioni con Lamberto, adesso v'accorgete come anche i sogni avvengano dentro la realtà, la quale vi entra solamente per scomporli. Un'altra donna è già passata sulla traccia, che credevate di percorrere sola, lasciandovi forse un profumo, che attirerà altre donne. La vita è così: nessuna via vi è talmente individuale che gli altri non vi mettano il piede.

La contessa Maria stava per protestare, ma De Nittis la prevenne.

—So quello che vorreste obbiettarmi, contessa: nelle vie del Signore nessuno può contenderci il passo. Dimenticate dunque che in tutte le vite di santi i demonii si affollano intorno ad essi per farli deviare? La nostra vita non può conservare la sicurezza della propria solitudine: noi attraversiamo quella degli altri, ed essi attraversano la nostra; nessuno appartiene così a sè stesso da concedersi intero ad un altro. Non bisogna considerare tradimento la deviazione di un istante, dalla quale l'anima ritorna più innamorata.

—Più innamorata!—ripetè amaramente Bice.—Siete voi, che dite questo?

La sua voce era così stridula che le due donne si volsero meravigliate.

—Non credete dunque che Lamberto vi ami?

—No,—ribattè con accento rigido.

—Non vi ha nemmeno mai amato?

—Io sono brutta.

Questa ragione cadde su loro pesantemente.

—Ne convenite, adesso?—ella proseguì.—Lamberto è bello, sarà stato amato per questo, e non ha potuto resistere. Perchè dovrei lagnarmene io? Non dico che egli abbia finto di amarmi, perchè sono ricca; molti altri nel suo caso mi avrebbero forse considerata da questo punto di vista, egli invece si avvezzò da fanciullo a volermi bene. Eravamo come fratello e sorella, anche lui era quasi orfano. Forse la mia estrema debolezza destò la sua prima pietà.

—Lo amate voi?—interruppe De Nittis.

La fanciulla ebbe una violenta contrazione: allora De Nittis continuò.

—Eppure Lamberto è bello! Un altro vi avrebbe fatto pesare sul cuore questa sua superiorità; egli invece ve la offerse come un compenso a quella del vostro spirito. Se lo amate…. siate sincera, Bice,—esclamò:—ditelo francamente. Noi siamo qui per aiutare la vostra vita, nella quale abbiamo tutti un carato, perchè noi vi amiamo, fanciulla mia…. di questo almeno non dubiterete.

Le sue ultime parole tremarono di tenerezza.

—Lo amate, via….

—No,—ella rispose sollevando il capo.

—Non amate dunque la bellezza?

Ella si alzò nervosamente per andare al vassoio, come se vi avesse dimenticato qualche cosa, ma si accorse tosto della puerilità del pretesto. Quando Bice si volse, De Nittis, in piedi anch'egli, appoggiato colla schiena al camino, la considerava con uno sguardo profondo.

—Sarete sola.

—Non sono io vecchia come voialtri?

—Eh! fanciulla mia, la vecchiaia è anche peggiore della solitudine.Adesso ricusate Lamberto per una colpa….

—Non è questo.

—Ebbene, forse un giorno potreste rassegnarvi ad accettare un uomo meno buono e meno bello di lui.

—Se mi amerà.

De Nittis invece di rispondere ebbe un pallido sorriso.

—Non credete che si possa essere amati?—ella chiese.

—Voi volete l'amore delle anime, quello che non può tradire.

—Anche voi,—intervenne la contessa Maria,—ne convenite dunque: solo la religione ce lo riserva.

—Avete sentito, Bice?

La conversazione parve impacciarsi di nuovo, la contessa Maria era contenta, ma la zia Ginevra rimaneva preoccupata. Evidentemente il carattere della fanciulla le dava serie apprensioni: Bice invece, come sollevata da un gran peso, pareva ridivenuta tranquilla.

—Hai dunque deciso?—le domandò un'altra volta la contessa Ginevra.

—Se non volete voi stessa ordinarmi quello che debbo fare: allora ubbidirò.

—Povero Lamberto!—sospirò l'altra stringendosi nelle spalle.

Bice aveva già riempito una seconda tazza di thè per De Nittis, mentre il servitore della contessa Maria entrava nel salotto colla pelliccia della padrona; le due signore uscirono assieme in anticamera.

La fanciulla si era seduta sullo sgabello dinanzi a De Nittis: egli le stese una mano sui capelli.

—Testolina!

—Perchè mi avete fatto diventare così? Adesso dovete tenermi come sono.

—Non lo vuoi, Lamberto?

—No.

—Vuoi nessun altro?

Ella non abbassò gli occhi davanti ai suoi.

—Me lo dirai quando la cosa sarà ben decisa; guardati dallo sceglier peggio,—e depose anch'egli la tazza sul camino per andarsene.

La fanciulla lo seguì nell'anticamera, dove le due signore chiaccheravano ancora.

Quando zia e nipote rimasero sole, si abbracciarono singhiozzando.

Ma la vita di Bice peggiorò da quel giorno. Malgrado le attenzioni affettuose de' suoi vecchi amici, ella sofferse qualche tempo dei pettegolezzi provocati dalla rottura del suo matrimonio con Lamberto, la quale interessò vivamente tutte le cronache cittadine. Bice era così ricca che il suo caso diventava tipico per tutte le giovinette della sua età. Naturalmente non mancarono i soliti saggi a criticare quella sua strana educazione, adesso così spiacevole ai primi frutti: si diceva che Bice credendosi un genio non aveva lusingato Lamberto che per il piacere di umiliarlo. Questo primo scontro col mondo esasperò il carattere della fanciulla.

Ma rinunciando a Lamberto era caduta come in un grande vuoto. Le giornate le parevano più lunghe, senza scopo: a che pensare? Che cosa potrebbe accaderle? L'avvenire non diventava più che una ripetizione del presente, indistinta e monotona nell'inutile durata del tempo. Quindi le ritornava quella debolezza di malata, con un pallore più cereo sul volto, cogli occhi opachi e una lassitudine anticipata di ogni moto, che la lasciava per lunghe ore muta sulla poltrona daccanto la zia. Colla terribile facoltà degli spiriti meditabondi, abituati a divorare sè stessi, ella prendeva allora uno per uno i propri giorni per dissolverli nell'amarezza di un pessimismo rassegnato. La sua vita non aveva ancora avuto nulla, nè padre, nè madre, nè fratello, nè amante; perchè dunque vivere? Per distrarsi si mise a frequentare i teatri, ma la sua eccellente coltura artistica la disgustò presto di melodrammi e di commedie, nelle quali il pubblico non cercava più che il divertimento di un'ora. La grande arte era dunque finita o almeno aveva disertato le scene per rifugiarsi nei libri. E dappertutto, ai passeggi, ai teatri, nei pochi salotti, ove andava colla zia, erano gli stessi discorsi, la solita passione dei piccoli interessi, trionfi di abiti o di maniere, un lusso vacuo e sonoro, del quale lo stordimento formava tutta la felicità.

Allora tornava a chiudersi per intere settimane in casa con la malinconia dei vecchi, che sentendosi respinti si preparano alla solitudine della morte nell'isolamento, finchè una conversazione spirituale de' suoi amici la soccorresse nuovamente coll'orgoglio d'un mondo più alto. Ed ella vi si precipitava come un fuggiasco in un impeto di liberazione, sebbene nella limpida purità di quei paesaggi ideali nessuna voce rispondesse agli appelli segreti del suo cuore. Solamente De Nittis, sempre così bello ed elegante nella sua verde vecchiezza, riscaldandosi in certe tesi favorite, le comunicava talora un indefinibile turbamento.

Giorgi invece declinava a vista d'occhio.

Anche il suo ultimo orgasmo d'autore era vanito nella grandezza della morte imminente. Una tosse secca e profonda gli scuoteva il petto, mandandogli un rosso effimero e di mal augurio sul volto, mentre la voce così stridula una volta gli si faceva ogni giorno più appannata. Ormai quel soprabito color nocciola, così abituato al suo corpo, non si abbottonava più che sopra un'ombra. In casa della contessa Ginevra il cordoglio fu intenso, molto più che Giorgi consapevole del proprio stato ricusava per una suprema alterezza di artista ogni soccorso.

Una mattina arrivò da Bice sulle undici. Era una giornata d'aprile calda e snervante. Entrando nel salotto cadde quasi sopra una poltrona, ma quando Bice avvisata dal cameriere corse a salutarlo, si era già rimesso; solamente un sudore perlaceo dava alla sua fronte gialla una lucentezza di avorio vecchio. Ricusò il thè, e cavandosi di tasca un rotolo di carta disse:

—Andiamo nel salone.

Appena vi furono entrati, la tosse lo riprese.

—Io non posso, non posso….—ripetè con voce rotta mostrando il pianoforte.

Bice spiegò il rotolo, era un De Profundis. La fanciulla sentì una stretta al cuore indovinando in quella estrema preghiera l'ultimo grido della sua anima, alla quale forse il genio aveva dato la chiaroveggenza e la gloria aveva negato la luce. Giorgi si era seduto sopra uno dei quattro divani dorati, dietro il pianoforte, colla testa sul petto e gli occhi chiusi. Il suo respiro era lento.

Bice appoggiò la carta sul leggìo e ne scorse attentamente le note. Il tremendo salmo biblico, nel quale l'anima sembra lagnarsi ancora dinanzi al terrore dell'imminente giudizio divino, diventava invece una sommessa invocazione di pellegrino al termine del viaggio, colla stanchezza consolata dalla prima apparizione della meta.

Bice era vestita di bianco. Nel salone giallo e oro solo il grande pianoforte era nero, mentre dalle finestre spalancate il sole entrava accendendo miriadi di fiammelle su tutte le dorature e riempiendo l'aria di un pulviscolo rutilante. Una emozione di pianto rattenuto contrasse la bocca della fanciulla alle prime battute. Ma quella musica, lenta come il corso di un gran fiume quando sbocca nel mare, calmò anche il suo spirito in una mestizia rassegnata ed insieme anelante al gran riposo; poi le poche voci, che sembravano tratto tratto voler prorompere da quella preghiera, finirono come nel soffio di un sospiro, mentre le ombre cadenti da ogni lato confondevano cielo e terra. Solo l'ultimo accordo sui bassi parve sprofondarsi nelle tenebre col fragore di un supremo spavento.

Giorgi era già in piedi; riprese dal leggìo la carta, la ripiegò, e se la pose in tasca senza parlare.

—Vi sentite male?—ella chiese ansiosamente.

Egli le rispose con un sorriso.

—Cercherò di venire stasera.

—Perchè non restate a pranzo?

—È un pezzo che non mangio più.

Bice non ebbe il coraggio d'insistere, quindi fece tutti gli sforzi per non piangere accompagnandolo sino all'uscio dello scalone: adesso sapeva che Giorgi aveva voluto sentir suonare da lei il proprio De Profundis. La sua commozione diventò così intensa che capì di non doverne parlare con alcuno.

Ma la sera interrogò abilmente il dottor Ambrosi nella propria camera. Questi lo visitava già in secreto da parecchio tempo, quando la moglie e la figlia erano fuori, senza averlo mai potuto persuadere ad abbandonare quella casa. Forse un sublime orgoglio di martire gli proibiva così di disertare il proprio posto, o una più dolorosa tenerezza lo affezionava a quello stambugio, nel quale aveva tanto sofferto da quindici anni, trasfondendo il secreto dei propri patimenti nel secreto più alto di una musica sacra. Al momento di morire sconosciuto tutte le condizioni della vita dovevano quindi parergli pressochè uguali: solamente quel terrore infantile ed invincibile della moglie gli durava ancora, mantenendolo nella stessa soggezione incondizionata, che la sua natura di sensitiva aveva sempre provato dinanzi a lei.

Ma Ambrosi non disse altro alla fanciulla.

—È dunque impossibile aiutarlo!—questa esclamò torcendosi le mani.

L'altro tacque.

Giorgi tornò ancora un'ultima volta con Prinetti, che essendo riuscito ad ammansire la moglie colle proprie maniere popolane, poteva andarlo a trovare quasi tutte le mattine; ma ogni soccorso sarebbe stato già indarno. Da molti mesi Giorgi moriva lentamente d'inanizione, non sorbendo oramai più che qualche cucchiaio di vino dalle vecchie bottiglie, che il dottore gli rinnovava tutte le mattine, perchè la moglie e la figlia ne bevevano il resto. Quindi Prinetti aveva dovuto suggerirgli di mandarne sei per volta, più di quanto le due donne potessero ingollarne anche ubbriacandosi. Giorgi s'era messo a letto, ma vi stava quasi sempre seduto, entro una vecchia giacca; il piccolo pianoforte verticale, di legno rossiccio, sorgeva all'altro lato presso la finestra.

—Ma se si offendessero di vedervi sempre qui!…—egli diceva tutte le volte a Prinetti tremando.

La malattia non fu lunga.

La sera dalla contessa Ginevra non si parlava d'altro; tutti erano desolati per l'impossibilità di poterlo confortare dopo che Prinetti imprudentemente aveva descritto loro quella casa immonda e quasi sempre deserta; ma Giorgi per un ultimo tragico pudore di artista avrebbe troppo sofferto nel ricevervi qualcuno. Moriva solo, nel deserto.

Bice piangeva. La verginità del suo cuore non poteva rassegnarsi a quel finale di una così alta vita nell'abbandono di tutti, fra l'immonda brutalità di due donne, che si ubbriacavano. Ella avrebbe voluto almeno dargli il conforto di sentirsi amato sino all'ultimo di quell'amore spirituale, che aveva indarno riempito la sua vita, innalzandosi colla musica sino a Dio, come un olezzo di fiori sbocciati troppo in alto, sulla montagna al disopra di tutti gli sguardi.

Quindi gli mandava ogni volta una letterina per Prinetti o per il dottore.

Questi riuscito finalmente ad imporre un certo rispetto alle due donne col visitare qualche altro ammalato fra i vicini, sollevandovi naturalmente lunghi pettegolezzi di elogi, poteva adesso venire tutti i giorni; ma la sua stessa celebrità, accrescendo l'importanza dell'infermo, diventava una critica al modo, col quale era tenuto, e Giorgi spaurito lo pregò di venire più di rado.

—Ti hanno dunque strapazzato anche per questo?

Il viso cadaverico di Giorgi espresse un terrore così doloroso, che l'altro si voltò per non mostrare di piangere.

Poi si sedette presso di lui. Il canapè non aveva che un cencio di coperta turchina, usata forse come tappeto da tavolo in altri tempi, e un cuscino sucido; di faccia, sopra una piccola cassa, nella quale stavano i pochi panni, si vedevano i suoi due stivaletti ancora infangati.

Ma siccome Giorgi non parlava, Ambrosi guardò all'orologio fingendo di avere qualche visita urgente.

—Credi che il mio stomaco sopporterà la Santa Comunione?—l'altro domandò con voce spenta, tendendogli la mano scheletrita.

—Sì, sì.

Tre giorni dopo Prinetti trovò nella cucina le due donne col garzone da macellaio intente, a riempire una sporta colle bottiglie mandate dal dottore; si trattava di una gita in tramvay sino a Casalecchio.

Prinetti non mostrò alcuna ripugnanza.

—Staremo via poco,—disse la moglie;—ieri sera si è confessato, ma non sta peggio del solito.

—Già…. resto qui io, fate pure.

Il garzone del macellaio gli chiese uno sigaro, Prinetti gli vuotò invece nelle mani l'astuccio delle sigarette.

—Queste le fumeremo noi,—esclamarono ad una voce mamma e figlia.

Egli passò nello stanzino e trovò Giorgi sentoni sul letto, più cadaverico; doveva aver udito tutto perchè, vedendogli sul volto la nausea di quella scena, sorrise.

—Ti aspettavo.

Poi chiuse gli occhi. Si intese ancora chiacchierare e ridere nella cucina con un fracasso di sedie come per la partenza, ma ci volle un altro grosso quarto d'ora prima che se ne andassero.

Il respiro di Giorgi era appena sensibile: stavano tutti e due immobili, quando Giorgi riaprendo gli occhi barcollò, e Prinetti vide che la luce vi si era oramai spenta. Allora spaventato balzò in piedi per sostenergli la testa fra le mani, ma nel dubbio di fargli più male l'appoggiò nuovamente al muro, lasciandola piegare a poco a poco sulla spalla destra.

Passò almeno un'altra ora. Nello stanzino l'aria aveva un cattivo odore di cenci, perchè la piccola finestra non si apriva quasi mai; poi i suoi vetri sporchi lasciavano passare un lume triste. Giorgi non si muoveva. L'altro sempre intento nel suo volto si sentì salire improvvisamente dal fondo della coscienza quella inesprimibile verità della morte, contro la quale lo spirito non protesta più come dinanzi all'infinito.

Che ora era? Prinetti ebbe la violenta sensazione di questa domanda nell'ombra sempre più densa, che aveva già riempito tutto lo stanzino.

Giorgi rinvenne.

—Che hai?—chiese l'altro premurosamente.

—Muoio….

E rinchiuse da capo gli occhi. Prinetti rimase in piedi. L'altro era sempre così, col viso scheletrito, di quel giallo cinereo, che solo certi morti hanno. Teneva le mani sulle coperte, immobili.

—Mio Dio!—pregava mentalmente Prinetti vedendo le sue labbra agitarsi nello sforzo di un'ultima parola.

Giorgi mormorò:

—Bianco…. bianco!

Poi la visione del primo cielo gli si interruppe.

Nel mese di maggio Bice era a Roma con De Nittis e la zia Ginevra.

Altri dolorosi avvenimenti avevano dispersi i pochi amici di quel salotto. Prinetti aveva dovuto tornare a Bazzano come tutore dei nipoti dopo la morte improvvisa della loro madre e la fuga del padrigno, che l'aveva poco prima abbandonata, vuotandole la casa: ma vi rimanevano tre figli, due maschi e una bambina, il maggiore dei quali non toccava ancora i quindici anni. Prinetti, che si era già lasciato mungere dalla cognata più che mezzo il proprio patrimonio, pur non ingannandosi nel giudicarla, doveva adesso mutarsi in padre di quegli orfani per avviarli ad un mestiere. Senza esitare ritornò quindi a Bazzano, ove ella aveva finito coll'aprire una bottega di pizzicheria. Era un sacrificio di tutte le sue squisite spiritualità, senza nemmeno una speranza di risultato, perchè i ragazzi mostravano già una precoce perversità di carattere.

—Sarà la mia ultima campagna d'Africa, disse nell'accomiatarsi dalla contessa Ginevra.

—Ma non tornerete proprio più a Bologna?

—Mi pare difficile: la bambina e il fratello minore, hanno meno di dieci anni, io non posso vivere tanto da non essere più il loro tutore. Così non avranno il tempo di essere ingrati.

Fu l'unica lagnanza, sapendo che quegli orfani malgrado tutte le apparenze legali non erano suoi nipoti.

Poi la contessa Maria andata a Milano per assistervi l'unica sorella colpita da una paralisi progressiva, vi era rimasta per tre mesi, e vi ritornava spesso, vinta dalla tenerezza, appena in casa potesse disporre di qualche giorno.

Nel salotto della contessa Ginevra non venivano più che De Nittis ed Ambrosi. Tutto vi pareva invecchiato; la contessa, diventata più grassa, si appesantiva anche nello spirito: le sue stesse maniere in quel contagio della volgarità provinciale, e sopratutto nell'assenza di ogni più alta preoccupazione, ridivenivano quelle di un tempo, quando fanciulla non era ancora uscita di Bologna. Il mondo cominciava a scordarla senza che ella lo indovinasse più coi begli occhi limpidi ed acuti di una volta.

Quindi si abbandonava giorno per giorno alle tentazioni della gola malgrado i frizzi affettuosi di Bice e le rimostranze di Ambrosi; Bice invece era sempre così magra, ma di quella severa e fine eleganza, colla quale aveva spesso trionfato di tutte le compagne, non le rimaneva che l'abitudine di certi tagli più semplici, quasi senza alcuna femminilità d'intenzione. Solo a certi particolari, nella finezza delle scarpe e dei guanti, nel lusso quasi eccessivo delle biancherie e delle pelliccie, il suo gusto signorile rivelava ancora la donna.

Per sei mesi aveva lavorato con De Nittis al compimento della grande edizione, abbandonata in ultimo dal povero Giorgi, trovando per essa in Germania il medesimo editore, che pubblicava finalmente le opere del Palestrina; poi quello studio musicale, sviluppandole una intensa passione per la primitiva arte cristiana, l'aveva trascinata anche più lungi dal mondo. Nell'ammirabile rinnovamento, operato dal cristianesimo su tutta l'arte antica, la sua anima di fanciulla era stata vivamente colpita dalla originalità dei due nuovi tipi, la vergine e il cavaliere. Come la prima Maria, quella accettava il sacrificio di sè stessa per la vita dell'uomo, ma la sua castità invece di essere una riserva, nella quale l'amore accumulasse i propri tesori per gioirne in una festa più intensa, era una ripugnanza a tutte le pretese della carne, che aveva già una altra volta perduta miseramente l'umanità. Come la vergine, il cavaliere doveva conservarsi puro per essere forte, e la sua milizia sotto l'insegna invincibile della croce era una vigilia continua nell'armi, aspettando che le fanfare della vittoria squillassero in cielo coi primi fuochi dell'alba. Egli poteva amare solamente come combatteva, perchè dal suo amore colla vergine altre vergini ed altri cavalieri nascessero a mantenere la vittoria di Dio.

Ma in questo concetto troppo tragico ed ideale della vita naturalmente ogni bellezza era perita. Solo il volto come rivelazione dell'anima aveva potuto rimanere bello, mentre il corpo ammalato della propria carne si era mutato per lo spirito in uno istrumento di redenzione contro il peccato. Nel suo inconsolabile dolore la primitiva arte cristiana aveva chiuso occhi ed orecchi alla natura: tutto vi aveva espresso la morte, le chiese erano sotterra, le cronache sanguinavano di martirii, i dogmi non minacciavano che dannazioni. Poi al rallentarsi delle persecuzioni il tempio salito sulla terra era rimasto egualmente chiuso alla bellezza. I santi incollati come cadaveri sulle sue pareti parlavano con una scritta fuori delle labbra, il crocifisso era il loro tipo, e la morte sola il perchè della loro rappresentazione, mentre le vergini sporgenti da un sacco, segnato con uno sgorbio, non mostravano che i piedi e i visi piatti del pari. Perchè sarebbero state belle?

Ma la bellezza tornò.

Invano il pessimismo cristiano vantandosi di farne a meno, poichè la verità stava nel mondo dello spirito, dal quale Cristo era disceso per morire, aveva permesso per molti secoli alla morte di spiegare tutta la pompa della propria magnificenza, mentre lentamente e mutamente, come passano l'aria e la luce, la bellezza rientrava giorno per giorno nella religione dietro al trionfo della Maddalena.

Quindi l'amore umano ricominciò fra la vergine e il cavaliere entro un quadro più giocondo, ma con tutte le nostalgie dell'amore divino, per diventare a poco a poco il nostro amore moderno nella tragedia anche più inconsolabile di non poter essere casto, e di pretendere dal contatto delle carni quella fusione, che solo lo spirito può realizzare in sè stesso.

Con analisi fine ed animatrice De Nittis spiegava a Bice il formarsi del romanticismo, la cavalleria e i suoi codici d'amore, i poeti solitari, il dramma immenso del monachismo, e quella idealità data dalla Chiesa a tutti gli atti della vita fra un mareggiare di invasioni e una tormenta di guerre, nelle quali si concepivano i sonetti più puri e si disegnavano i più immateriali profili. Però l'amore rimaneva sempre ideale: vergine e cavaliere potevano o non raggiungere o non mantenersi all'altezza del proprio tipo, senza che quella luce cessasse mai di risplendere anche nelle più depravate coscienze, come il Cristianesimo brilla ancora in fondo all'anima del popolo, che oggi si vanta così incredulo.

—La voluttà troverà sempre la propria ultima potenza nella castità.

A questa formula Bice lo aveva guardato, ma De Nittis quasi pentito si affrettò a soggiungere:

—Nemmeno il Cristianesimo soccombendo all'antitesi della carne collo spirito, fra il mondo dell'uomo e quello di Dio, ha potuto risolvere il problema dell'amore. Il tuo Lamberto, ecco l'ultima trasformazione del cavaliere.

Bice fu punta da questa ironia.

—Perchè non dite anche, che io sono l'ultima vergine bizantina?

—La piaga del tuo cuore non è ancora rimarginata.

—Non capite niente,—esclamò alzandosi per uscire.

De Nittis rimase interdetto da questa brusca violenza. Poi avendo ricondotto il discorso sull'editore tedesco, il quale esigeva un'altra cerna di tutte le musiche di Giorgi per non presentarne al pubblico che le più tipiche e le migliori, Bice l'interruppe ancora per chiedergli se avesse finito di scrivere quella prefazione. L'altro sorrise scusandosi: allora ella si offerse di aiutarlo.

—Non sarà troppo difficile?—domandò con accento umile di bambina.

—Nemmeno io so dirtelo. Vi sono ricerche, nelle quali certo potresti aiutarmi, ma ti stancherebbero senza divertirti.

—No, no: lasciatemi venire col mio abito da mattino come un'operaia, poi mi darete il cómpito per tutti i giorni.

—Tutti i giorni!—egli esclamò.

Bice fece una moina di sommissione.

De Nittis rimaneva perplesso: Bice tornò a rannuvolarsi, le lagrime le gonfiavano nuovamente gli occhi.

—Lo vuoi proprio?

—Non posso volere con voi.

La mattina seguente Bice arrivò in casa di De Nittis alle dieci e mezzo; egli stava ancora nella saletta da pranzo, a tavola, leggendo il giornale. La fanciulla, che aveva rimandato il servitore alla porta, diede subito con un sorriso la mano alla governante.

—Margherita, vengo anch'io a lavorare con voi.

—Lei, signorina!—proruppe l'altra sgranando gli occhi, mentre l'aiutava a cavarsi il cappellino.

La fanciulla si guardava attorno con aria ilare. Nella saletta non v'erano che la tavola ed una credenziera, piena di piatti e di bicchieri, con alcune seggiole: presso alla finestra un treppiede di vimini sosteneva il cestino da lavoro di Margherita. De Nittis, che doveva ancora prendere il caffè, ne ordinò un'altra tazza per Bice.

—Oggi, che avevo vacanza all'università, dovrò dunque lavorare con te?

—Ne sareste già pentito, maestro?


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