The Project Gutenberg eBook ofLa disfattaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: La disfattaAuthor: Alfredo OrianiRelease date: December 9, 2006 [eBook #20061]Most recently updated: January 1, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DISFATTA ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: La disfattaAuthor: Alfredo OrianiRelease date: December 9, 2006 [eBook #20061]Most recently updated: January 1, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
Title: La disfatta
Author: Alfredo Oriani
Author: Alfredo Oriani
Release date: December 9, 2006 [eBook #20061]Most recently updated: January 1, 2021
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online
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ROMA Via del Corso, 383.NAPOLI Via Roma (già Toledo), 34.BOLOGNA: Libreria Fratelli Treves, di P. Virano, Angolo Via Farini.TRIESTE: presso G. Schubart.PARIGI: presso Boyveau et Chevillet, 22, rue de la Banque.LIPSIA, BERLINO e VIENNA: presso F. A. Brockhaus.
La Disfatta.
Fratelli Treves, Editori
1896.
Riservati tutti i diritti.Tip. Fratelli Treves.
La contessa Ginevra volse la testa con un sorriso, tendendo al vecchio medico la bella mano bianca, sulla quale non brillava che il sottile anello matrimoniale.
—Perchè così tardi stasera?
—Esco ora dalla casa del marchese Roderigi: sta un po' meglio, il caso è nullameno disperato.
Qualcuno degli invitati scambiò un'occhiata malinconica alla triste notizia, ma la conversazione rimase impacciata come prima.
Il dottor Ambrosi si era seduto sopra una lunga poltrona in felpa gialla, presso la contessa Ginevra, abbandonando la testa sulla spalliera colla famigliarità di un amico, pel quale l'etichetta consente molte licenze. Era un bel vecchio alto, quasi calvo, di un color roseo ancora vivace sotto il bianco dei capelli e della barba; mostrava sessant'anni, benchè ne avesse quasi settanta, ma nè la fatica, nè lo studio avevano ancora potuto trionfare della sua robusta complessione.
—E Bice?—chiese subito, riaprendo gli occhi.
—È nella sua camera.
Tutti attesero quello che il dottore avrebbe detto. Egli parve scrutare nello sguardo della contessa, largo e tranquillo; quindi con quella bruscheria, che lo aveva reso popolare, si scrollò sulla poltrona.
—Vapori!
—Bice ha un'anima troppo delicata.
—E un corpo troppo debole: una cosa dipende dall'altra.
—Sapete perchè non viene stasera con noi?
—Lo immagino, ma forse verrà più tardi.
—Purchè non pianga! Negli organismi come il suo, il pianto è un disastro; si squilibria tutto il sistema nervoso, e lo stomaco si stanca in contrazioni inutili.
La contessa Ginevra girò lo sguardo sugli altri. Non erano molti; la contessa Ghigi, una dama di cinquant'anni, ossuta, nerastra, pochissimo simpatica, e nullameno di una bontà che sarebbe stata poetica, anche senza il profondo sentimento religioso che l'animava. Portava dei mezzi guanti di seta nera, a rete, sulle mani gonfie dai geloni, e sui capelli ancora nerissimi e duri, bipartiti sulla fronte bassa, un tocco di velluto scuro, quasi malandato. Ella sedeva vicino ad un ometto vestito di un largo soprabito bigio, tutto rasato, con una testina giallognola illuminata da due occhi cilestri vivacissimi. Dirimpetto a loro un altro vecchio, calvo sino quasi alla nuca, col ventre a stento rattenuto da un corpetto in panno turchino a fiorami di seta, e una cravatta bianca al collo troppo grosso, appoggiava le mani poderose al tavolo, trastullandosi con un mazzo di carte.
All'occhiata della contessa Ginevra tutti guardarono il dottore con muta disapprovazione.
—Ecco che mi siete tutti addosso!—disse raddrizzandosi sulla schiena con uno scoppio di voce, mentre il suo viso si animava di una energia simpatica:—volete davvero la mia opinione? Mi disapproverete, so già prima quanto pretenderete di oppormi, perchè ho fatto la vostra diagnosi da un pezzo; ebbene, la mia opinione eccola: il tenente Lamberto ha ragione.
Questa affermazione era così enorme, che sul momento nessuno potè protestare; la contessa Ghigi ebbe per la prima come un gesto di spavento.
—Per voi io sono già condannato; non lo negate, contessa Maria, perchè non mi offendo di questa condanna, alla quale sono sicuro di sfuggire da un'altra porta: d'altronde so che pregate da molti anni per me, e che la vostra cattiva opinione sulle mie idee non v'impedisce di volermi bene come ad un amico. Contessa mia, e anche voi, Ginevra, avete torto: è il tenente Lamberto, che ha ragione.
—Affliggere la povera Bice!—intervenne il vecchietto tutto rasato, con una voce così sottile che si sarebbe creduta di una ragazza.
—Sei fuori di tono, Giorgi: la vita ha più corde del tuo pianoforte. Dimentichi dunque, mio grande maestro, che il tempo è tutto, nella musica come nella natura? Lamberto ha ventisei anni, ecco perchè ha ragione.
—Io sono qui forse quella,—disse la contessa Ginevra,—che vi dà meno torto; però confessate, con tutta la vostra indulgenza alla gioventù, che almeno Lamberto ha peccato nel modo.
—Tutto quello che vorrete, la forma, la finezza delle maniere, che io, nato contadino, non ho ancora saputo imparare, ma che non avrebbero mutato nulla al problema. Tiriamo dritto: in una diagnosi si tiene forse conto della signorilità di un individuo? Volete un'altra opinione?
—Peggiore della prima?—osservò il grasso Prinetti, che non aveva ancora parlato.
—Siete dunque in vena, dottore?
Egli fece uno sforzo per frenarsi, ma il carattere riottoso lo trascinava.
—Bisogna pure, quando si tratti di passioni, non dimenticare che siamo composti di materia. Io non nego la spiritualità, come la chiamate voi altri con una parola inintelligibile, perchè senza di essa l'uomo sarebbe rimasto un bruto. Sì, l'amore, la gloria, la ricerca eroica del vero, tutto lo slancio umano, insomma il pensiero è la sola bellezza e la sola virtù della vita, ma per pensare ci vuole un cervello inaffiato largamente di sangue. Datemi i ventisei anni di Lamberto, rimescolatemi, a Roma, in una società dove non si pensa che a godere, e forse hanno più ragione di noi che abbiamo sempre lavorato,—esclamò con improvvisa amarezza:—anche se amo la nostra Bice con tutte le forze del cuore, se penso a lei in ogni momento che potrò sottrarre alla mia professione oziosa di soldato, Bice non mi basterà. L'amore è come la scienza; ha bisogno di rinnegarsi spesso nella pratica. Se non foste la gente che siete, vi direi: ricordatevi e mi darete ragione!
Tutti sorrisero, egli invece brontolò ancora riappoggiando la testa sulla poltrona.
Nel salotto l'aria era tiepida e leggermente aromatizzata da alcune pastiglie, che la contessa Ginevra aveva gittato sulle brace del caminetto, poco prima che entrasse il dottore. Vi fu un silenzio. Il salotto, di un gusto ricco e severo, in quella penombra diventava quasi cupo: solo le poltrone, sulle quali sedevano gl'invitati, e che evidentemente la padrona vi lasciava per una fine amabilità verso i vecchi amici, avevano un carattere quasi volgare di comodità, giacchè da molti anni servivano alle stesse persone, e ne conservavano coll'impronta del corpo i segni delle manìe particolari. Quella del dottore, stretta e lunga, colle frangie dei bracciuoli sfilacciate, metteva tratto tratto un gemito a quel suo dimenarsi, che le aveva slogato un piede; ma egli si sarebbe lamentato, se la contessa Ginevra avesse voluto rimbottirla e tappezzarla di altra felpa.
Giorgi sedeva sopra uno sgabello da pianoforte, la contessa Ghigi spariva quasi, entro una larga ottomana, mentre Prinetti allargandosi sopra una robusta sedia americana, a rete di giunco, perchè qualunque imbottitura gli avrebbe infiammato le reni, grasso com'era, guardava ancora il dottore. Nel mezzo, un piccolo tavolo da giuoco, parato di panno turchino, attendeva la solita partita sotto un magnifico lampadario in bronzo verde; gli altri mobili erano in palissandro, le pareti a damasco azzurro con fiori di un azzurro più carico, il caminetto di marmo nero, il soffitto, dipinto nel secolo scorso, posava sopra un cornicione a stucchi dorati. Pochi bronzi ornavano i tavoli da muro, e tre grandi quadri pendevano da grossi cordoni alle pareti, ma nella luce filtrante dai doppi merletti del lampadario si poteva appena indovinarne i soggetti; mentre a fianco del camino, su due grandi vasi cinesi sembravano accendersi improvvisi bagliori come se i mostri, che vi erano smaltati, si agitassero di quando in quando fra l'aggrovigliamento mostruoso dei loro rabeschi.
La contessa Ginevra, seduta presso il dottore entro una larga poltrona in velluto amaranto, aveva abbassato la testa. Il suo volto di badessa conservava ancora una dolce serenità di comando, sebbene la bellezza non ne potesse più essere la ragione, ora che le guance le si erano così ingrossate, e il mento, appena diviso dal collo per un solco molle di carne, le appesantiva tutta la fisonomia. Ma i suoi occhi neri, larghi ed intelligenti in una tranquillità di luce autunnale, rendevano anche più dolce il sorriso della sua bocca impigrita, sul quale appariva tratto tratto una condiscendenza, quasi stanca, di bontà sopravvissuta a tutte le passioni. Solo le mani, bianche e vellutate come ai bei giorni, vibravano ancora delle nervosità improvvise ed irresistibili della donna. Il resto del suo corpo non aveva più forme femminili; ella s'abbandonava entro abiti larghi, senza voler resistere alla deformazione degli anni se non colla testa e colle mani, quello che ancora la gente poteva vedere in lei, e che forse avrebbe ammirato fino all'ultima ora. Dinanzi al camino un alto seggiolone di quercia, ricoperto di una bazzana a dorature, e una poltroncina in raso roseo parevano una cattedra ed una culla; e dietro di esse, ancora più alto, un candelabro d'argento reggeva una grossa palla, avvolta in una nuvola di fiori, dai quali filtrava una luce da altare. La contessa Maria disse:
—Che vada io nella camera, per tentare di condurla qui?
—Bice non è abbastanza devota.—ribattè il dottore,—per subire il fascino delle vostre spiegazioni. Le direste che il Signore, visitandola con questa afflizione, si è ricordato di lei, e questa, pel momento, non può essere una consolazione.
—Non le avrei detto così.
—Ma, un presso a poco.
—Avrei aspettato che ella parlasse: la carità deve saper ascoltare il dolore, se vuole consolarlo.
—La bestia sono io, contessa; le bigotte, che ho conosciute, m'imbrogliano sempre la bella conoscenza che ho di voi.
—Io non andrei,—disse Prinetti:—non so il perchè, ma fate a modo mio, non andate. Se Bice, che ci ama, vuol restar sola, significa che nessuno di noi può nulla per lei.
—Non ha nemmeno aperto la bella messa di Tchaikowski, che ho potuto ottenere per lei dal Liceo,—disse Giorgi.—Gasperini, il bibliotecario, ha fatto un mondo di difficoltà per prestarmela.
—Giocate dunque voi, dottore, con Prinetti, il vostro solitobezique.
—Sai, Prinetti, giuoca con Giorgi,—ribattè quegli di mal umore:—ho i nervi anch'io.
Si conosceva la tenerezza burbera e brontolona del dottore per Bice.
—Noi due faremo la calza,—si volse la contessa Maria alla contessaGinevra,—aspettando che venga De Nittis.
—Allora forse tornerà Bice:—voi, dottore, dormite poichè siete stanco.
—È la vita che mi stanca.
—Eppure la sua prova non è lunga.
La contessa Maria aveva aperto un piccolo sacco da lavoro, traendone quattro grossi gomitoli di lana ordinaria, e due paia di calzettine appena incominciate.
—Via, anche tu, Ginevra, colle tue belle mani!—le disse, mostrandole le proprie sformate dai geloni.
—Centoquindici, centovent'otto, centonovantacinque,—contava già la voce sottile di Giorgi, mentre Prinetti, miope, si chinava sul tavolo per scrivere colla matita, sopra un pezzo di carta, i propri punti.
Nel salotto non si udiva che il ronzio della fiamma chiusa entro la palla di vetro sull'alto candelabro, e il battere sollecito dei ferri fra le mani caritatevoli della contessa Maria. E, a poco a poco, il dottore si assopì sulla poltrona, rimuginando nel pensiero tutta quella triste giornata di lavoro. Era celebre e ricco, ma le miserie, in mezzo alle quali aveva sempre dovuto vivere, gl'impedivano anche allora che la sua carriera aveva trionfato di tutti gli ostacoli, la gioia della vittoria. Poi il dolore di Bice lo spaventava. La ragazza, delicata come un fiore di serra, avrebbe potuto ammalarne; ed ecco perchè egli dava rabbiosamente ragione a Lamberto, quasi per punirsi di non essere riuscito con tutta la propria scienza a metterle la vigoria della giovinezza nel corpo. Ma, se Lamberto non aveva del tutto ragione, Bice aveva certamente torto di annettere tanta importanza ad una scappata giovanile, che si sarebbe sempre dovuto supporre, anche ignorandola. Tale estrema sensibilità non era forse che un effetto dell'anemia, giacchè le nature robuste sanno quasi sempre essere gelose ragionevolmente.
Tutte le sere il dottore veniva dalla contessa Ginevra per un paio d'ore, in quel salotto, a purificarsi, dai contatti inevitabili alla sua giornata di medico, entrando come in un'altra vita spirituale, egli medico materialista, che la negava stizzosamente nella scienza, appunto perchè se la sentiva più imperiosa e profonda di essa nel cuore.
Giorgi e Prinetti seguitavano a contare con voce sommessa: Giorgi pareva un ragnatelo e Prinetti una foca, ma l'uno aveva scritto nella musica sacra forse le ultime più belle pagine, traducendo la violenta passione dell'anima moderna nella eterna passione umana verso Dio; l'altro aveva viaggiato trent'anni, e per dieci era rimasto in Africa lottando per l'abolizione della schiavitù, viaggiatore e soldato eroico, senza riportarne nemmeno la tentazione di scrivere i propri viaggi in un tempo, nel quale non si viaggia più che per scrivere. Però nessun osservatore volgare avrebbe saputo, guardandoli giocare a quel modo, indovinare dal loro aspetto due anime aristocraticamente superiori: solo qualche volta, mentre abbassavano ancora più il tono della voce per non disturbare il lavoro delle due signore, il loro volto s'illuminava di un dolce sorriso.
—Dottore,—disse la contessa Maria,—la piccola Roberti verrà domattina a trovarmi con sua madre.
—Voi credete a quella donna? Sapete perchè era tanto afflitta per la malattia della figlia? Perchè spera di poter presto vivere sopra di lei.
La contessa Maria non si mosse.
—Forse il Signore non lo permetterà.
—Permette ben altro! Il popolo lo conosco più di voi, perchè ci sono nato: nulla potrà mutarlo. Novanta volte su cento la vostra bella carità diviene alimento a' suoi vizi; il popolo non crede, non spera, ma vuole evitare di soffrire ad ogni costo.
—È tanto che soffre,—rispose la contessa Ginevra.
—Quando soffrirà meno, sarà anche peggiore. Solamente l'egoismo dei poveri supera quello dei malati; almeno questi, atterriti dalla morte, sentono talora la riconoscenza, se si arriva a salvarli; mentre i poveri prendono sempre, invidiando secretamente, sino all'odio, quelli che donano loro.
—Voi avete diritto di essere severo colla miseria, giacchè ne avete trionfato,—replicò con dolcezza la contessa Maria;—ma noi, che non abbiamo fatto nulla, saremo sempre debitori verso i poveri. Se Dio ci ha preferito in questo mondo per la sua misericordia, vuole però che ne cerchiamo il secreto nei dolori della povera gente: aiutandoli a soffrire, possiamo forse persuaderli, che la poca parte di felicità concessa alla vita non è una ingiustizia.
Giorgi e Prinetti smisero di giuocare.
—Soffrendo molto, l'uomo arriva a comprendere la necessità del dolore,—intervenne questi.—Vedete la schiavitù, questa fase inevitabile della educazione: bisognava che il padrone, a forza di frugare nello schiavo, vi ritrovasse una coscienza invincibile, e che questi, resistendo, gli desse la vera misura delle forze umane. L'uomo non si è educato altrimenti. Ho visto sui mercati dell'Africa centrale tutti gli schiavi rassegnati, quasi indifferenti alla loro sorte; è la prima tappa.
—Solo il cristianesimo potrà redimerli,—disse la contessa Ginevra.
Ma il dottore protestò:
—E coloro che saranno morti prima di questa redenzione?
—Saranno morti come tutti gli altri, secondo i disegni di Dio,—ribattè la contessa Maria alzando la sua faccia quasi maschile, dalla quale trapelava un raggio dell'anima.—Dinanzi a lui siamo tutti egualmente colpevoli, ma quelli lo sono meno, senza dubbio, ai quali non ha voluto rivelarsi.
—La fede, la fede….—mormorò il dottore non convinto.
—Quella che voi trovate in tutti i moribondi,—disse finalmente Giorgi.—Haydn pregava prima di scrivere; ecco perchè il mondo crederà sempre alla sua musica.
La contessa Ginevra, che faceva la calza lentamente, mentre la contessa Maria andava in fretta come un piccolo telaio, osservò improvvisamente:
—Anche De Nittis tarda stasera.
Aveva appena pronunciate queste parole, che De Nittis entrò: tutti gli si volsero col viso come illuminato, ma egli non strinse la mano che alla contessa Ginevra.
—Bice?—chiese premurosamente.
—È nella sua camera.
—Lamberto è venuto da me.
—Tornato da Roma!—gridò quasi il dottore, alzandosi.
Giorgi e Prinetti avevano circondato De Nittis, la contessa Maria smise d'incrociare i ferri.
—Mi ha lasciato ora: domani verrà da Bice.
—Che cosa vi ha detto?—domandò la contessa Ginevra.
De Nittis sorrise:
—Voi lo sapete, senza dubbio, quanto me; il ragazzo ha trovato più di un nobile accento.
Il dottore si volse trionfante.
—Suonate, Giorgi, che portino il thè.
—Tu,—disse De Nittis al dottore,—va a chiamare Bice.
Questi rimase impacciato, ma tutti approvarono la scelta; il dottore colla sua affettuosa rudezza era forse il più amato da Bice.
—Le dico solo che sei arrivato.
De Nittis, sempre freddoloso, si era già appressato al camino, volgendovi la schiena ed alzando un piede verso la fiamma. Era vestito di nero, come al solito, con un soprabito quasi attillato, entro al quale il suo corpo, ancora elegante di tutte le proporzioni della giovinezza, si muoveva disinvoltamente. Ma la sua testa troppo grossa, sebbene i capelli bianchi, corti e pettinati con cura, non ne aumentassero la cornice, appariva non meno ammirabile nella altezza della fronte che nella vivacità del colorito quasi roseo, col volto tutto rasato all'inglese, due piccole fedine sotto le orecchie, e una bocca quasi fresca.
Anch'egli, come Prinetti, portava sempre la cravatta bianca, ma con un corpetto meno aperto e il colletto dritto, forse per nascondere le prime rughe del collo, per una di quelle civetterie quasi inconsapevoli nei vecchi rimasti belli; e la sua fisonomia, di una signorilità regale, se i re fossero davvero secondo l'antica cavalleresca definizione primi fra i signori, prendeva facilmente, appena la fronte gli si spianasse, quella espressione di calma monastica, di serena contemplazione, che solo la lunga abitudine del pensiero arriva ad imprimere.
—Roberto,—gli disse Prinetti,—ecco le sigarette per te: sono arrivate oggi da Costantinopoli.
—Davvero genuine!—esclamò l'altro, leggendone la scritta in caratteri turchi sul pacchetto a colori, mentre colle mani, belle quasi quanto quelle della contessa Ginevra, lo rigirava bambinescamente, prima d'aprirlo.
—Bice fumerà la prima.
—Lo credete?—chiesero tutti.
—Bisognerà bene che acconsenta, se dovrò accettare da lei la mia tazza di thè.
Il dottore tornò solo.
—Ora viene.
Un cameriere vestito di scuro, senza alcun distintivo di livrea, recò il servizio da thè; lo depose sopra uno dei tavoli a muro, fra due vasi di bronzo, e si ritirò mutamente. La fiammella dello spirito, cilestrina, tremolava nella penombra, mentre i ferri della contessa Maria martellavano sempre collo stesso ritmo affrettato nel silenzio del salotto.
Bice entrò.
Era solamente un po' più pallida delle altre sere.
Il suo abito di casimiro grigio, stretto su tutta la persona, ma così pesante che ella sembrava portarlo a stento, sebbene colla coda toccasse appena il tappeto, non aveva alcun ornamento: solo un piccolo fermaglio antico di acciaio, lavorato come una trina, vi brillava al colletto dritto e molto basso, malgrado la eccessiva lunghezza del collo. Anzi, per una di quelle profonde intuizioni artistiche che talvolta le donne hanno di sè medesime, invece di nascondere la propria magrezza, ella sembrava affettarla; l'abito le disegnava tutto il busto, colla schiena già piegata sotto il peso della testina dolorosa, e la sporgenza quasi mostruosa delle anche, al disopra delle quali il petto le rientrava nel dosso. Si era inoltrata adagio, colla testa lievemente china sulla spalla sinistra, facendo come una macchia nell'ombra del salotto col volto bianco. I capelli di un nero corvino, pettinati alti sulla fronte, accrescevano ancora l'aria imperiosa del suo volto, con quel gran naso aquilino fra le sopracciglia sottili e lievemente corrugate: però una fossetta sul mento metteva una grazia di bambina nel sorriso del suo saluto. Solo le sue orecchie ceree, piuttosto grandi, facevano una triste impressione.
—Buona sera,—disse colla sua voce appannata, di una dolcezza penetrante.
Tutti le vennero incontro; si capiva che avrebbero voluto parlare, ma la sapevano troppo intelligente per arrischiare una parola inutile. Ella stese a De Nittis la mano gelata.
—È più freddo stasera.
—Scaldati dunque anche tu, prima di farci il thè,—esclamò il dottore, che avendole afferrato l'altra mano, gliela stringeva fra le proprie; quindi le trasse la poltroncina rosea più accanto al fuoco.
—Mettiti qui.
—Prima faccio il thè.
—Niente, signorina; quando ho ordinato una cosa, deve essere, altrimenti cambiate medico.
—Preferirei di cambiare malattia.
—Ti converrebbe prima mutare di testa: Guillotin, il più umanitario fra noi medici, non è arrivato che ad inventare una macchina per tagliarle.
La contessa Maria si volse alla risata di tutti: aveva già tratto dal sacco del lavoro un piccolo astuccio, e le si avvicinò aprendolo. Tutti si appressarono per vedere. Era una medaglia d'oro, una madonnina di un grande artista sconosciuto.
—Oh!—disse Bice,—quale meraviglia!
—È miracolosa?—domandò sardonicamente il dottore, che quella sera cercava tutti i modi per divertire Bice.
—Come arte, senza dubbio,—rispose De Nittis.
—È stata benedetta sull'altare del Santo Sepolcro a Gerusalemme,—soggiunse la contessa Maria.—Era della mia povera mamma: ho voluto dartela stasera, perchè tu la porti sempre per amore di lei.
Bice gettò le braccia al collo della contessa, reprimendo un singhiozzo.
La contessa Ginevra, Prinetti e Giorgi erano tornati prudentemente alle loro sedie per non aumentare la commozione di quella scena, della quale il dottore cominciava già ad impazientirsi. Bice prese la medaglia per la sottile catenella d'oro, e se la mise al collo, sopra l'abito. Si vedeva che aveva freddo; allungò i piedini verso la grata lucente del camino, stringendosi dentro le vesti.
—Propongo fra noi tre,—disse il dottore,—un bicchierino di rhum.
Prinetti e Giorgi avevano ripreso ilbezique, la contessa Ginevra e la contessa Maria le calzettine. Il salotto si manteneva silenzioso, ma a poco a poco il dottore, aiutato da De Nittis, riuscì ad annodare con Bice una conversazione; veramente egli non vi era molto forte, ma l'altro, il grand'uomo della loro piccola società, pensatore ed artista squisito, sapeva mettere nei propri discorsi un fascino quasi femminile. La sua voce morbida e sonora sembrava talvolta dilatare il significato delle parole come una musica.
Riprese dal collo di Bice la medaglia, e compiacendosi da principio a farle notare tutte le finezze del disegno, si perdette a poco a poco nella poesia della Vergine Madre di Dio, come prima era balenata nella fantasia torbida e grandiosa dei profeti israelitici, e nella vittoria del cristianesimo occupando poi tutti i cuori aveva potuto di leggenda in leggenda salire sino al paradiso di Dante, per riapparire nuovamente, attraverso il barocchismo del moderno culto gesuitico, in un altro idillio, alle anime semplici dei contadini nelle campagne della Salette e di Lourdes. Il dottore lo ascoltava, preso anch'egli all'incanto di quel mondo di fantasmi religiosi, senza i quali l'umanità, malgrado tutte le forze della salute, non avrebbe saputo vivere. Era il trionfo della donna al disopra di sè medesima, librata nella purità come in una luce rivelatrice.
—La verginità cristiana,—proseguiva De Nittis con un tremito leggero nella voce,—non è più la preparazione all'amore, l'attesa della maternità, come nel mondo antico: l'uomo ne è escluso. Egli non saprebbe essere vergine, perchè nella sua lotta contro la natura deve subirne tutti i contrasti e penetrarne tutte le contraddizioni. L'uomo potè, con uno sforzo supremo di ascetismo, salire sino alla castità isolandosi dalla vita, ma questo suo trionfo parziale non ebbe mai il valore di un principio religioso. La verginità è femminile: tutte le religioni lo hanno sentito, quasi tutte, almeno le più eccelse, osarono la fusione fra i due termini, verginità e maternità. Ma nel cristianesimo questo simbolo divenne anche più alto, e Maria vergine madre ne perfezionò la stessa bellezza plastica con una nuova perfezione morale: quindi ella fu la più vera bellezza umana nell'immunità dalle deformazioni del piacere, e l'eroismo più puro accettando tutti i dolori dell'umanità nel proprio figlio senza aver peccato nel partorirlo. Nessuna poesia supererà mai quella della Madonna cristiana, giacchè coloro che come voi, dottore, non si prostreranno alla sua immagine, dovranno adorarla nello spirito.
—I preti non spiegano così il mistero.
—Non l'ho io forse raddoppiato invece di spiegarlo? Non è miglior spiegazione la loro, quando dicono che Dio volle incarnare il proprio figlio, perchè morisse per noi, e ci redimesse? Tutte le spiegazioni sono così. Dinanzi ad un malato voi non dubitate della malattia, non vi chiedete se essa non sia piuttosto una nuova forma della vita, la vittoria di un vivente sopra un altro; per voi, per la medicina, la malattia invece è il nemico della vita, perchè scompone una individualità. In questo caso le spiegazioni della scienza, davanti al mistero della natura, in che cosa sono superiori a quelle della religione, di fronte al mistero dello spirito?
Il dottore, allegro di essere riuscito ad interessare Bice con quel discorso, si lasciò battere volentieri.
—L'eterna guerra fra la scienza e la filosofia!—replicò sorridendo:—voi ci accusate di non capire, noi vi accusiamo di non fare. Tu dovresti stare per la scienza, Bice, e farci il thè.
—Trecentoventinove,—proruppe Giorgi:—dottore, Prinetti ha bisogno di voi, sta male.
—Starebbe meglio se, invece di perdere delle puglie, perdesse un po' di grasso. Sei tornato troppo presto dall'Africa; con qualche altro anno laggiù ti saresti prosciugato.
Quando Bice ebbe servito il thè a tutti, tornò presso il camino: l'atmosfera del salotto sembrava cambiata. Rosa, la vecchia cameriera, venne silenziosamente a mettersi dietro De Nittis: la sua faccia grinzosa, fra la cuffia nera e il largo fazzoletto di lana a quadroni cupi sulle spalle, pareva assopita. Adesso tutti parlavano, il dottore era tornato alla sua poltrona, De Nittis, il solo che fumasse, aveva accesa una sigaretta costringendo Bice ad accettarne un'altra; ma la ragazza sembrava ricadere, ogni tanto, in una penosa meditazione.
De Nittis le prese una mano.
—Domani verrà Lamberto.
Ella sussultò.
—L'ho visto oggi; fra voi due è necessaria una spiegazione. Dovete ascoltarlo, prima di giudicare.
—Perchè ascoltarlo, quando ho già sentito?
—Ascoltatelo nullameno. Voi non siete una donna volgare, per la quale il dispetto possa essere una ragione; quando gli avrete parlato, sentirete che cosa il cuore vi detta. La vita è troppo profonda, perchè si possa pretendere di indovinarla alla prima ruga della sua superficie.
Ella parve raccogliersi.
—Mi dirà quanto ha detto a voi, che non ne siete rimasto persuaso, poichè non volete ripetermelo.
—Bice, voi soffrite troppo ora.
—No, è passata.
E si stese languidamente sulla poltrona: la sua debolezza, in quel momento, era pietosa. De Nittis la considerò a lungo, respirando quasi involontariamente la poesia dolorosa della sua figurina.
Dopo qualche minuto, Bice riprese con voce lenta:
—Mia madre è morta d'amore, me l'avete detto voi stesso. Quando penso a lei, io, che non ho potuto conoscerla, credo che dovrò morire di una morte anche peggiore. Mi fa pena per voi altri, specialmente pel povero dottore; egli avrebbe voluto fare di me una giovinetta fiorente, e non è riuscito che ad una larva di donna.
De Nittis protestò con un gesto.
—Non vedete come tutti siete penosamente preoccupati della mia rottura con Lamberto, temendo che ne esca infranta? Qualunque altra ragazza vi si mostrerebbe nella pienezza della propria natura; io debbo invece ritrarmene. Sono come quei cagnolini, che scappano in casa al primo tuono.
—Ho promesso a Lamberto che lo riceverete dimani, sulle due,—risposeDe Nittis tagliandole quello sfogo.
Ella titubò.
—Lo volete?
—Sì, per voi.
Bice rimase lungamente incantata nella fiamma. La sua fisonomia, non bella, perdeva in tale fissazione quella dolce gracilità di ammalata, che era la sua sola luce; allora De Nittis tacque, ma conoscendo tutta la delicata energia della sua anima, avrebbe preferito qualunque altra reazione angosciosa all'abbattimento di quella calma. La vecchia Rosa scambiò uno sguardo con lui.
—Che cosa avete mangiato oggi?—chiese a Bice il dottore.
—Non ho mangiato.
—Allora invitatemi a cena, mangeremo insieme.
Ella diede un'occhiata supplichevole.
—Benissimo, dieta dappertutto!—proruppe.—Domani mattina alle undici verrò a far colazione qui; vedremo un poco! Rosa, sapete che voglio mangiar bene…. ho mangiato così male da studente, che me ne ricordo ancora. Adesso, signorina,—proseguì consultando il proprio orologio, un grosso cronometro d'oro,—mi farete il piacere di andare a letto. Verrò a salutarvi nella vostra camera.
—Ma, dottore….
—Niente! vai, o ti porto via in braccio.
Ella si alzò con Rosa, salutò tutti: il dottore le diede un bacio sui capelli.
Erano le dieci e mezzo, il salotto tornò grave.
—Temete che si ammali?—chiese a bassa voce la contessa Ginevra al dottore.
—No.
De Nittis era pensieroso. Quell'aria rassegnata di Bice significava che la ferita era profonda, quindi la sua eccessiva debolezza rendeva, malgrado ogni asserzione del dottore, probabile una catastrofe. Tutti lo temevano.
—Vi dico,—egli replicò, dopo una pausa,—che non si ammalerà. Perchè si ammalerebbe? Ella non ama Lamberto.
—Non ama Lamberto!—proruppe Giorgi.
—E perchè?—chiese De Nittis fissando sul dottore uno sguardo luminoso.
—Perchè?! Essa è troppo anemica per amare davvero un giovane così bello e robusto.
A questa osservazione, terribile nella sua semplicità scientifica, nessuno rispose. Poco dopo il dottore, andandosene con De Nittis, passò nella camera di Bice.
Ella aveva ubbidito, era a letto. Invece di tastarle il polso, egli le pose carezzevolmente una mano sulla fronte.
—Ho detto a Rosa che domattina vi prepari la polenta cogli uccelletti: ho indovinato?—gli domandò due volte sorridendo.
Bice aveva sul cuscino un magnifico gatto, con la testa quasi più grossa della sua, e due grandi occhi chiari.
—Almeno non leggere;—egli le rispose brontolando.
E uscì, dopo averle rimboccato la punta delle coperte sotto il capezzale.
La mattina a colazione Bice pareva più calma. Nullameno il suo pallore aveva quei toni cerei, che fanno quasi dubitare della presenza del sangue, dando alla pelle l'apparenza di una cosa morta. Invece il dottore, sempre in piedi per tempissimo, e a quell'ora già collo stomaco alacre, divorava ogni cosa con appetito giovanile cercando d'incitarla; poi era venuta anche la contessa Ghigi per condurlo da una sua protetta povera.
Quella mattina Ambrosi era di buon umore, giacchè solamente a sera, dopo aver girato ed altercato cogli infermi della sua vasta clientela, lo riprendeva una stanchezza irritata della vita.
Nessuno aveva ancora fatto la più piccola allusione alla visita del tenente Lamberto volendo, per una squisita raffinatezza, lasciare più libera Bice in quella suprema decisione della sua vita. Anche la vecchia Rosa, sempre colla solita cuffia e quel fazzolettone sulle spalle, mangiava coi padroni.
A tavola serviva un altro cameriere, attempato, corretto nei modi, senza quella affettazione dei domestici di grandi case, che pare un complimento imposto alla loro servilità verso l'importanza dei signori.
Le due dame parlavano vivamente di un'impresa, che le preoccupava da lungo tempo: l'idea era stata della contessa Ginevra, ma senza l'aiuto dell'amica non vi si sarebbe mai accinta. Si trattava di una casa, nella quale accogliere i bambini, che le mamme operaie sono costrette ad abbandonare nel giorno, andando al lavoro; occorreva quindi un buon numero di brave donne, ed alcune fra esse al caso di fare da balie, per custodire ed allattare i piccini nella giornata. Al momento, da casa avrebbe servito una delle molte, che la contessa Ginevra possedeva nella città; ma la somma per adattarla a tale uso, e per pagare le spese vive di esercizio, mancava, giacchè si sarebbero dovuti nutrire ad un tempo i bambini e le sorveglianti. Di notte lo stabilimento resterebbe chiuso.
Il problema maggiore era però, se le mamme avessero o no a versare una minima quota giornaliera per bambino: la contessa Maria avrebbe preferito una beneficenza compiuta, l'altra con intenzioni più moderne sosteneva, che non si dovesse esonerarle anche da tale piccolo sacrificio per non diminuire in esse il già scarso sentimento della responsabilità materna.
La loro discussione si accalorava, senza che il dottore, incredulo in fatto di beneficenza, mostrasse di interessarvisi; ma siccome Bice era ricaduta in un silenzio inquietante, le due signore si arrestarono. Il dottore s'impazientò: uso ad attaccare sempre di fronte malattie e malati credette bene di eccitare Bice.
—A che ora verrà il tenente Lamberto?
La contessa Ginevra gli fece un cenno inutile.
—Alle due.
—Va benissimo.
Ella lo guardò curiosamente.
—Questa notte dormirai, ecco tutto, o io sono più bestia che medico: il caso è frequente nella nostra professione.
—Voi dunque sapete quello che risponderò?
—Te lo dirò stasera, prima che tu mi racconti la cosa: vedrai se ho indovinato.
La ragazza guardò la zia Ginevra e la contessa Maria, quasi interrogandole se fossero anch'esse della medesima opinione.
Un sentimento di rivolta le saliva dal cuore a vedersi così prevenuta nella decisione suprema della propria vita, ma sui loro volti affettuosi non scorse che una preoccupazione repressa: Bice indovinò che temevano una risoluzione contraria a quella del dottore.
—Dottore,—disse Bice appoggiando un gomito sulla tavola ed abbandonando la testa sulla palma della mano,—checchè avvenga mi darete sempre la vostra approvazione?
—Sì,—egli rispose francamente.
Non parlarono più.
Il dottore, accorgendosi di aver fatto tardi a tavola, si alzò bruscamente, ma dovette promettere alla contessa Maria di lasciarsi trovare alle tre nella solita farmacia; ella passerebbe a prenderlo colla carrozza per accompagnarlo dalla sua nuova protetta, un caso straziante, forse irrimediabile. La contessa Ginevra doveva fare delle visite.
—Vuoi che resti teco?—chiese a Bice cingendole con un braccio l'esile vita, e baciandola sulla fronte.
—No, zia, andate pure.
La contessa era indecisa; un'onda d'affetto le traboccò dal cuore.
—Oh, Bice mia, sii forte!
Quando tutti se ne furono andati, ella tornò con Rosa nel proprio appartamentino, e si fece vestire. Malgrado la sua sgraziata figura, Bice era sempre di una eleganza tanto più squisita che non ne traspariva alcuna civetteria; laonde molti dicevano che vestiva all'inglese per satireggiare con questa parola male appropriata la severità delle sue stoffe e l'indifferenza colla quale le portava. Appena le due cameriere ebbero finito, sotto la sorveglianza della vecchia Rosa, che non parlava mai, Bice passò nel proprio gabinetto, uno stanzino parato di arazzi moderni, con soggetti quasi tutti derivati dai romanzi di Walter Scott, e si fece portare il piccolo telaio, sul quale ricamava da due mesi, nei momenti d'ozio, un manipolo per il curato della sua villa. La vecchia Rosa seduta presso di lei, facendo automaticamente la calza, l'osservava tratto tratto con ansiosa acutezza. L'altra avrebbe voluto parere calma, ma le mani sottili e ceree le tremavano involontariamente fuori dei piccoli merletti delle maniche, mentre quell'abito di velluto azzurrognolo smorto, con certe vivezze improvvise che parevano brividi, rendeva anche più inquietante il suo pallore.
—Rosa,—mormorò respingendo il telaio,—nessun di loro ha voluto dirmi nulla: che cosa debbo fare? Perchè non mi hanno consigliata?
—Il professore ti ha pur detto di riceverlo.
—Ma non ha detto nulla di più.
La vecchia si lasciò cadere nel grembo i ferri colla calza e, passando le mani sugli occhi di Bice, glieli chiuse carezzevolmente.
—Gli vuoi bene?—si chinò a susurrarle nell'orecchio.
Ma l'altra invece le domandò:
—Perchè non soffro di più, mentre la mamma ha potuto morire di amore?
Stettero un altro pezzo in silenzio. La vecchia, colla testa della fanciulla sulle ginocchia, la contemplava con una adorazione atterrita: ella vedeva nei suoi occhi azzurri le stesse piccole fiamme, che già avvampavano negli occhi della madre bruciandole il cuore tanto presto. Bice era in preda ad un orgasmo indefinibile.
—Rosa!—domandò nuovamente:—dopo te, chi mi vuol più bene?
La vecchia non esitò un istante:
—Il dottore.
—Perchè si ostinò a volermi far vivere, quando invece dovrò morire all'età della mamma? Mi restano ancora sei anni, sono molti. Lasciami dire, Rosa: io lo sento meglio di voi altri, che non si può vivere così.
—Vuoi tentare il Signore con questi discorsi?
—Sino ai quindici anni sono campata di acqua civilina e di olio di merluzzo; meno male che sono rimasta magra,—seguitò con amarezza;—se mi fossi ingrassata, avrebbero dovuto mettermi sulle bottiglie perréclame. Ecco il risultato della mia vita.
Rosa, che non voleva quei discorsi, se la tirò più su, contro il petto, come una bambina.
—Che cosa gli dirai, a lui?
—Dimmi piuttosto, come potrà spiegarsi meco?
La vecchia non seppe rispondere; gli occhi limpidi della fanciulla avevano una purità insostenibile.
—Dimmelo, Rosa: questo è il grande momento della vita per me. Tutto quanto ho imparato, tu che mi credi dotta, non mi serve a nulla davanti al problema, che sta per risolversi. Anche la mamma ha dovuto morire di un tradimento; tu devi capirlo bene, che ho bisogno di saperlo. Se l'amore degli uomini è così naturalmente diverso dal nostro, la colpa non è loro…. Ma dimmelo…. Questa notte ho sempre pensato alla mamma; non mi sono potuto sottrarre all'idea che, anche lei, sia stata tradita.
—Tu sei ancora troppo piccina; queste cose si sanno solamente dopo.
—No, Rosa: ho bisogno di saperlo. La mamma è morta di dolore…. tradita, anche lei?
—No.
—Giuralo.
—Te lo giuro.
—Perchè dunque è morta di amore? Si può morire della sua gioia?
Adesso la vecchia era malcontenta; anch'essa ricadde in una meditazione. Aveva quasi settant'anni, ma così curva e grinzosa li portava tuttavia abbastanza bene. La sua fronte di un colore di terra cotta, a larghe macchie, pareva spiegazzata: la bocca le era rientrata violentemente dentro le gengive deformando le linee, forse una volta belle del naso e del mento, ma sotto l'imperturbabilità della sua maschera antica s'indovinava ancora un cuore buono. Parlava lentamente, senza gestire, con voce bassa, che certe volte pareva un'eco. Da moltissimi anni era rimasta sola, poi aveva fuso la propria vita con quella di Bice disputandola, giorno per giorno, alla morte con la stessa energia di contadina, colla quale ella medesima se ne difendeva.
Ma leggendo più profondamente nell'anima della fanciulla, Rosa temeva più degli altri. Era la grande crisi; forse la morte si nascondeva dentro quell'amore di fanciulla come una vipera sotto un cespuglio.
—Andiamo dalla Madonna,—disse risolutamente.
Pochi minuti dopo uscivano di casa, a piedi, Bice imbacuccata in una pelliccia di martora, che la copriva sino a terra, e con un fitto velo sul viso per non aspirare l'aria troppo rigida; la vecchia avvolta in uno scialle antico della contessa Ginevra, e con un grande fazzoletto di seta sulla testa.
Talvolta la gente si voltava a vederle passare.
Entrarono in San Bartolomeo.
La chiesa era quasi tiepida e deserta: Rosa porse le dita bagnate nell'acqua santa a Bice, e andarono difilate all'altare della Madonna di Guido Reni, la sola che a Bologna abbia un'eguale celebrità di arte e di miracoli.
Due donne del volgo, inginocchiate dinanzi alla balaustra della cappella, non si mossero vedendo una signorina prostrarsi vicino a loro. La cappella, di un gusto villano, aveva per altare uno dei soliti banchi in legno dipinto stupidamente a marmo, ma la bella immagine sogguardava dalla piccola cornice, ovale e dorata, con uno sguardo dolcemente estatico, dentro al quale si sentiva come una tregua di dolore. Il suo busto, avvolto in un confuso panneggiamento turchino, sfuggiva nell'ombra.
Rosa piegò la fronte sulla fredda pietra della balaustra, mormorando a mezza voce una Salve Regina.
Nel silenzio della chiesa, vivamente illuminata, strisciavano dei passi: ogni tanto il portello pesante, sotto al quale erano passate, si richiudeva rimbombando cupamente; in fondo, nell'abside, ove alcuni apparatori lavoravano ad un addobbo salivano tratto tratto parole in dialetto, quasi striduli appelli di piazza in quel raccoglimento torpido, fra il volo muto delle preghiere.
Bice ne ricevette una penosa impressione. Ella non sapeva pregare che a certi momenti, quando l'anima, gonfia di poesia, le si alzava spontaneamente verso l'invisibile: allora tutti i mistici fantasmi le riapparivano attirandola sempre più in alto, per un azzurro rorido e vampeggiante d'improvvise illuminazioni.
Per qualche tempo seguì il passaggio dei pochi devoti, che entravano nella chiesa, s'inchinavano a quell'altare ed uscivano dall'altra porticina di fianco. La chiesa diventava volgare come ogni luogo pubblico. Malgrado lo spessore della pelliccia, ella si sentiva già i ginocchi indolenziti sulla durezza dello scalino: a che scopo quella visita, a quell'ora?
Ma le altre due donne, e la vecchia Rosa, seguitavano a pregare immobili, col volto fra le palme, in una posa di profondo abbattimento; per loro la Madonna era così presente, che non avevano nemmeno il bisogno di guardare la sua bella immagine sull'altare. Allora Bice s'incantò di nuovo a contemplarla, rammentandosi confusamente le parole di De Nittis sulla Vergine Madre di Dio. Erano vere: nessuna poesia supererebbe mai quella della madonna cristiana, così vergine da ricusare l'onore di madre di Dio, e così madre da abbandonare alla morte il proprio figlio divino per salvare quelli di tutte le altre donne. Ma la soave figura di quel quadro era appena malinconica: le sue guance rotonde, la sua piccola bocca, la sua fronte liscia non esprimevano la sovrumana tragedia della sua vita; solo gli occhi appannati lasciavano indovinare come un pianto di rugiada.
Poi tutto fu inutile, Bice non potè pregare. Invece era sorpresa di sentirsi così indifferente, mentre la grande crisi della sua vita stava per scoppiare.
—Di' un'Ave Maria con me,—le susurrò Rosa.
Uscirono: all'aria aperta Bice tornò pensierosa.
—Il signor tenente Lamberto è già nel salotto ad aspettarla,—disse il cameriere aprendo loro la porta dell'appartamento.
Bice sussultò.
—La zia è tornata?
—No, signorina.
Bice entrò risolutamente nel gabinetto, senza trarsi la pelliccia, alzandosi il velo sul cappellino; il tenente Lamberto balzò in piedi ma, per quanto si fosse preparato al colloquio, rimase incerto di tenderle la mano o d'inchinarsi solamente.
—Buon giorno,—gli disse Bice sull'uscio, e venne a sedersi presso di lui, sopra una poltrona, stringendosi freddolosamente nella pelliccia.
Il suo volto pallido era agitato da un tremito, che il freddo della strada bastava a spiegare. Egli non sapeva come incominciare. Così vestito, colle mostreggiature bianche del reggimento Novara, e la corta montura nera, poichè aveva gettato lospencersopra una poltrona, senza berretto, era veramente bello; la sua media statura di proporzioni ammirabili, e la sua piccola testa cogli occhi neri e la pelle bronzina avevano un'espressione di forza simpatica.
—È freddo.
—Da intirizzire.
—Anche la zia è uscita?
—Sì.
Non sapevano andare avanti.
—Sedete dunque,—ella gli disse.
Ma quando fu seduto, si sentirono entrambi così lontani l'uno dall'altro, ad una tale distanza, che non avrebbero più potuto farla sparire: ella dentro a quella pelliccia, dalla quale non sporgeva che la testina sofferente, era ripresa dal freddo. Poi una tristezza insopportabilmente greve le cadde sull'anima. Egli se ne accorse.
—Prima di presentarmi,—cominciò con visibile stento,—sono stato dal professore De Nittis: egli mi ha consigliato a venire, perchè vi debbo una spiegazione.
Bice attese; l'altro, che aspettava una parola d'incoraggiamento, s'imbrogliò di nuovo.
—Sarete offesa; ne convengo, tutte le apparenze sono contro di me.
—Che importano le apparenze?
—Mi credete dunque ancora?
—Vi crederò, senza dubbio, giacchè volete dirmi qualche cosa, e non potreste avere l'intenzione d'ingannarmi.
Questa facilità di Bice rendeva anche più difficile la spiegazione. Evidentemente egli si attendeva ad un'altra accoglienza, a lamenti, ad accuse, che provandogli di essere ancora amato, gli avrebbero dato immediatamente una superiorità sopra di lei: invece la fredda bontà di Bice lo sconcertava. La sua vanità ne fu punta: involontariamente si atteggiò con più seduttrice eleganza sulla poltrona, passandosi la spada tra i piedi e la mano sinistra sui piccoli baffi.
—Io non voglio certo ingannarvi.
—A che scopo lo fareste? Una fanciulla come me, fuori della vita….
—Come fuori della vita? Quando ne siete uscita?
—Voi mi avete provato, che non vi sono mai entrata davvero.
Era l'accusa: allora egli si sentì finalmente sollevato:
—V'ingannate. Può darsi che qualcuno vi abbia riferito le cose ben diversamente; so che i giornali ne hanno parlato, ma chi crede più ai giornali? Si conosce come ricevano le notizie e le propalino; hanno bisogno di trovare lo scandalo dovunque, giacchè non vivono d'altro.
—Quindi non vi è stato nulla.
Egli si arrestò.
—Hanno falsato, ecco: il fatto è vero, ma non così. Io fui insultato, ho dovuto battermi.
Un'emozione passò sul volto di Bice, egli se ne avvide.
—Ho fatto male. Un amico mi aveva pregato di accompagnare quella donna a casa, poichè lo aveva trovato con lei nel Corso, e si erano bisticciati. Ella invece volle entrare al Gambrinus; quelle donne son tutte così. Era impossibile rifiutare.
Bice ascoltava.
—Il tenente Ravizza aveva meco un vecchio rancore; ma, del resto, viene dalla bassa forza e ne ha conservati tutti i modi. Senza la sua provocazione troppo palese, nulla sarebbe accaduto…. Infine, qualunque sia la condizione di una donna, quando è anche momentaneamente, per caso, con noi, ogni gentiluomo ha il dovere di ottenerle da tutti il rispetto.
Egli aveva detto ciò in fretta, come un finale di lezione mandata a memoria, ma si sentiva che non ne era rimasto contento: d'altronde Bice non si era mossa. Parevano due stranieri, che per una stravaganza inesplicabile parlassero di un caso intimo; egli si trovava ridicolo con quelle spiegazioni assurde anche per un bambino, mentre il giorno prima con De Nittis raccontando sinceramente l'accaduto, aveva trovato qualche scatto simpaticamente generoso.
Ricaddero in silenzio, umiliati tutti e due.
Quindi un ricordo della loro tenerezza giovanile li punse, come un rimprovero pieno di dolci rimpianti; erano così confidenti allora l'uno nell'altra, che nessuna età della loro vita sarebbe mai più così felice. Egli, robusto e turbolento, ne faceva di tutte le sorta; ella lo rappattumava colla zia e coi maestri tornando poco dopo a bisticciarsi con lui, ma senza che una viltà d'inganno li avesse mai separati. Invece, soli in quel gabinetto tiepido, nell'abbandono di una spiegazione, che avrebbe dovuto suggellare il loro amore, s'accorgevano di non riconoscersi più. Involontariamente Bice pensava a quella cortigiana, una delle celebrità più impure della capitale, che Lamberto aveva condotto a cena, difendendola dai motteggi di un crocchio di ufficiali, sino a battersi col più imprudente di loro. Secondo tutti i giornali quella donna era irresistibile di eleganza, bella come le sue pari debbono esserlo, colla freschezza dei fiori e la mobilità carezzevole e tempestosa del mare.
Un'amarezza dolorosa le salì dal cuore alle labbra. Allora, con moto repentino, aperse la pelliccia per rigettarla sopra una sedia; Lamberto fu pronto a passarle di dietro, ma ella gli rispose un "grazie" secco, e rimase in piedi, quasi per farglisi vedere in tutta la propria desolata magrezza. L'imbarazzo dì lui crebbe; ella seguitava a tacere.
—Mi congedate?
—Non avevate delle spiegazioni da darmi?
—Mi sembrate così poco disposta a riceverne!
—Sarò io che ve le darò invece.
—Voi….
—Siete libero,—ella disse raddolcendosi nuovamente:—avrei voluto potervelo dir prima, per risparmiare ciò che avete creduto di dovermi spiegare, ma il tempo dei nostri giochi è passato. Io, lo vedete, sono rimasta egualmente pallida e magra, un'imponderabile, come una volta mi disse ridendo il dottore; solo l'anima e il volto sono invecchiati in me. Voi invece siete diventato un uomo: siete bello,—aggiunse con uno strano accento di purezza e d'indifferenza.
—Bice….
—Forse il mondo è troppo grande perchè noi donne possiamo comprenderlo, ma ho sentito che non sareste più ritornato dal vostro nel mio.
—Io vi amo, Bice.
—Ancora!—ella ribattè con ironia rassegnata.
—Qualunque siano i miei torti, dovete credere….
—Di qual fede volete voi parlare, Lamberto? Io non so che cosa sia l'amore degli uomini: esso può, secondo voi, dimenticare e transigere. È così, non è vero? Invece io sono tanto poco donna, che il vostro amore non saprebbe vivere di me: non m'interrompete, Lamberto. Nessuna generosa menzogna potrebbe cambiarmi la coscienza che ho di me stessa: vedete che non mi lagno.
—Così mi umiliate doppiamente.
—La colpa è della mia memoria, che in voi non ha potuto difendersi contro impressioni più gradevoli. Eccovi la mano, Lamberto, restiamo amici.
—È impossibile!—proruppe.—Vi dirò tutto, piuttosto che restare sotto il peso di questa bontà, che mi schiaccerebbe.
Con un gesto risoluto e grazioso, le prese una mano appressandole insensibilmente il volto al volto: i suoi occhi neri sfavillavano.
—Bice,—riprese con voce commossa,—quando vi avrò confessato che noi uomini diventiamo brutali, anche se ci brilla nell'anima la più santa delle immagini, ne saprete forse quanto prima: eppure è così. Quella donna, della quale un angelo come voi non potrebbe essere geloso, l'ho conosciuta; è vero, non ci pensavo, ma il mondo è così stupidamente fatto, che per lei ho dovuto arrischiare inconsideratamente la mia vita e ferire un compagno. Però essa non mi è mai entrata nel cuore: mi credete, non è vero?
—Sì.
—Allora mi perdonate.
—Non sono io che lo posso: dovrà perdonarvi quel vostro compagno, egli è il solo ferito.
Lamberto le lasciò cadere la mano; ella fece un passo addietro afferrando la pelliccia; egli raccolse lospencer. Era diventato pallido; automaticamente Bice si rimise la pelliccia.
—Ve ne andate?
Ella gli tese la mano, col suo dolce sorriso.
—Addio, Lamberto.
—Così freddamente!—gridò, reprimendo a stento la collera:—adesso comprendo che non mi avete mai amato.
Una fiamma si accese negli occhi cilestri di Bice. Egli stava per prorompere, ma una improvvisa umiliazione lo colse di essere invano così giovane e bello per quella gracile creatura, che sino allora aveva creduto di trascinare vittoriosamente dietro al carro della propria vita. Bice gli sfuggiva in alto, come una di quelle immagini, che paiono risalire verso l'aurora della nostra infanzia, mentre noi discendiamo pel meriggio verso il vespro.
—Resterete a pranzo colla zia?
—No, se mi lasciate a questo modo.
—Allora tornate stasera a vederla: sarà contenta di trovarvi così bello.
—Mentre voi mi trovate moralmente tanto brutto.
Ella sorrise ancora:
—Non sareste allora uno dei miei amici.
—Amico! piuttosto nulla.
—Verrete stasera?
—Faremo la pace?
Ella ridivenne fredda.
—Addio, Lamberto.
E indietreggiò di qualche passo: pareva ad entrambi impossibile di lasciarsi così, ma nullameno avevano finito, non trovavano più altra parola. Non si erano nemmeno dati la mano.
Egli, sempre più piccato, fece un inchino contegnoso sull'uscio, ma allora Bice pentita della propria durezza gli corse dietro, lo raggiunse nell'anticamera, traversandola rapidamente per entrare nell'appartamento della zia, e gli tese la mano.
—Addio,—mormorò con un accento, sul quale era impossibile ingannarsi.
Ma entrando nel solito gabinetto di conversazione dovette sedersi per resistere alla emozione, che la soffocava: adesso le pareva di sentirsi più grande nella libertà del nuovo abbandono, dopo quella suprema abdicazione alla vita mondana, nella quale Lamberto avrebbe dovuto introdurla. Dopo avere per tanti anni creduto di amarlo con una passione di orfanella, la più intensa e dolorosa fra tutte, era sorpresa della propria pace fredda, mentre i nervi le fremevano ancora, e gli occhi le battevano dalla voglia di piangere. Era dunque questo il grande dolore aspettato? Poi un'ultima reazione la risospinse.
Suonò il campanello.
—Andrea,—disse al cameriere:—Rosa deve essere stanca, accompagnatemi voi.
Si riabbassò il velo sul volto ed uscì. Il vento si era fatto anche più rigido. Ella camminava in fretta, ascoltandosi dietro il passo del domestico, senza badare alla folla più rumorosa in quell'ora del passeggio, sotto i portici di Santo Stefano; quindi piegò per via Remorsella, verso la casa De Nittis. Secondo le sue abitudini, il professore doveva essere rientrato dopo la lezione delle due pomeridiane.
—Voi! Bice!—egli esclamò meravigliato, vedendola entrare colla grossa Margherita.
Nello studio il caldo della stufa era quasi insopportabile.
—Si cavi la pelliccia, signorina,—diceva la governante del professore.
Bice le sorrise: quella vasta stanza, calma e severa, le aveva subito dato un senso di gioia. Le pareti erano interamente nascoste da alti scaffali pieni di libri; in fondo, presso la finestra senza tende, che lasciava entrare tutta la luce della strada, lo scrittoio del professore spariva quasi sotto mucchi di fascicoli e di volumi, mentre egli, sempre così ben pettinato, vestito di nero, signorilmente elegante, stava seduto sopra un'antica poltrona in cuoio giallo, a spalliera alta e dritta.
—Che cosa avete?—le domandò premuroso tirandosela vicino.
Ella tardò invece a rispondere, ma il suo viso era così tranquillo cheDe Nittis non le ripetè la domanda.
—È la grande opera?—ella chiese indicandogli un mucchietto di fascicoli a copertine rosee.
—La mia grande opera!—ribattè con un sorriso d'ironia,—quella che forse non finirò.
Bice ne prese un fascicolo, ma non potendo ancora star ferma, andò alla finestra per leggerne qualche riga.
—Ah!—esclamò,—è un latino che capisco anch'io.—Dominus, pars haereditatis meae et calicis mei: tu es qui restitues haereditatem meam mihi.—È una citazione di Rénan; come sarà bella! Quindi proseguì leggendo ad alta voce:Ah! que je frapperais volontiers ma poitrine si j'éspérais entendre cette voix chérie, qui autrefois me faisait tressaillir. Mais non, il n'y a que l'inflexible nature: quand je cherche ton oeil de père je ne trouve que l'orbite vide et sans fond de l'infini, quand je cherche ton front céleste je vais me heurter contre la voûte de airain, qui me renvoie froidement mon amour. Adieu donc, ò Dieu de ma jeunesse! Peut-être tu seras celui de mon lit de mort. Adieu: quoique tu m'aies trompé, je t'aime encore!
Ella aveva letto modulando le frasi, ma alle ultime parole si arrestò. Quel perdono superbo e malinconico, che l'anima umana, ingannata in tutte le proprie dolorose ricerche, gettava morente per l'infinito verso Dio, le fece vibrare tutte le fibre del cuore ancora agitato da quell'ultimo abbandono.
De Nittis si era alzato per venire a leggere sul manoscritto al disopra delle sue spalle.
—Ditemelo voi, è una bestemmia quest'ultimo grido di Rénan?—gli si volse con voce commossa.
—No, Bice, è il principio di una nuova preghiera: l'uomo perdonando a Dio di non esserglisi voluto rivelare, afferma così l'amore al disopra della fede. E voi avete perdonato a Lamberto?
—Sì.
—Come vi siete lasciati?
—Amici.
—Tu non l'ami dunque più?
Egli le aveva preso le mani, la sua voce era quasi severa.
—Nemmeno egli può amarmi.
Bice tornò a deporre il manoscritto sulla scrivania, e si rimise la pelliccia per uscire. De Nittis pensieroso si accostò per aiutarla. Ella lo lasciò fare, provando una dolce contentezza a sentirsi stringere da lui la pelliccia sul corpicino così bisognoso di riguardi, mentre una luce tremula le rideva negli occhi. De Nittis si attardava.
—Ho voluto dirlo a voi per il primo,—mormorò salutandolo graziosamente col capo:—verrete stasera?