VIII.

Nell'uscire entro la nuova carrozza da porta Mascherella parve loro di respirare un'aria più leggera.

Il vecchio Giuseppe sollecitava più vivamente i due grossi cavalli, quelli stessi della contessa Ginevra, irrequieto ed allegro sull'alto serpe di una allegria, che i troppi bicchierini bevuti non sarebbero bastati a spiegare.

De Nittis strinse silenziosamente la mano a Bice abbandonata al suo fianco, cogli occhi perduti nella profondità verde delle campagne. Era un pomeriggio di settembre; il sole curvo sull'orizzonte aveva una luminosità appannata, che rendeva più cupo l'azzurro del cielo; non aliava vento. Dai campi, ove le stoppie si allungavano regolarmente come immense pezze cineree sotto i festoni delle viti, venivano tratto tratto echi di canzoni e soffi tiepidi, mentre tra gli alberi, immobili ancora nella siesta del meriggio, qualche bue bianco passava con lentezza quasi distratta.

Tutto era calmo: terra e piante riposavano tranquillamente dalla fruttificazione dell'estate in un rigoglio di verde più scuro, giacchè tutte le messi erano state raccolte meno l'uva, penzolante tuttavia dai tralci in grappoli bruni o biondi agli ultimi raggi del sole. Non si vedevano nè stagni, nè maceri, nè praterie vuote, nè rialzi brulli o sassosi. La strada larga e piana si distendeva pigramente per la ricca pianura piena di ville, dalle quali la gente si affacciava tratto tratto.

Bice colla mano stretta mollemente nella sua, e un sorriso tremulo su tutto il volto, guardava innanzi colla sensazione deliziosa dell'aria agitata dal trotto dei cavalli, che le entrava nei riccioli della fronte come una carezza refrigerante. Le sarebbe stato impossibile di parlare o di voltarsi. Dopo tutte quelle emozioni della giornata, solamente adesso le pareva di rientrare in sè medesima, ma perdendosi da capo in un'altra emozione più profonda, qualche cosa di vago e di dolce, come una novità stupefacente, che le confondeva agli occhi le forme stesse del paesaggio.

Era vestita di chiaro, con un cappellino di paglia ornato di una gran piuma bianca, le mani senza guanti, con un mazzo di rose sul grembo, ardenti e sanguigne, che le davano quasi col loro acre profumo una sensazione di caldo. E sorrideva dardeggiando inconsciamente dagli occhi neri qualche lampo cristallino, mentre colla spalla si appoggiava confidenzialmente a quella del marito.

Per la strada alcune carrozze passarono salutando.

De Nittis invece si sentiva malinconico. Era stata per lui una stanchezza agitata quella di tutte le funzioni insino dalla mattina, mentre la sua anima tremante di una tenerezza sbigottita avrebbe avuto bisogno del silenzio nell'attesa dell'ultimo grande momento. Tutto invece era stato rumoroso, affaticante in una volgarità inevitabile di festa, attraverso la quale più di una volta aveva provato l'improvviso dolore di una puntura. Ma egli stesso non avrebbe ancora saputo ricostruire nella memoria le molteplici scene di quella giornata, la più lunga della sua vita. Adesso la pace serena della campagna gli dava un altro sottile senso di pena, come di una solitudine, nella quale rimaneva nuovamente straniero. Quei campi, quelle ville, quella strada così larga e piana gli erano sconosciuti; non si ricordava di esservi passato altra volta: erano un mondo, che non poteva sorridere al suo cuore non avendo prima con esso stretto alcuna intimità. Involontariamente, per quel bisogno istintivo nell'uomo di non abbandonare mai interamente il proprio passato, si guardò intorno cercando una pianta, un pilastro, un segno qualunque, dal quale gli venisse come un saluto discreto alla sua felicità ancora vergine di quella prima ora con Bice.

Come era lontano il tempo, che se la teneva sulle ginocchia, insegnandole il senso delle prime parole!

Gli ultimi mesi invece erano passati rapidamente, pari ad un volo bianco di colombi. Bice era tornata a Bologna nella carrozza della contessa Ginevra, seduta accanto a lui e dirimpetto alla contessa Maria. La loro spiegazione dinanzi alle due signore non aveva avuto alcuna di quelle teatralità, che sono pure così frequenti nella vita: egli l'aveva baciata sulla fronte chiedendole notizia della sua salute, e le aveva quindi offerto il braccio per discendere in giardino.

A quella muta accettazione le guance della fanciulla si erano accese di un rossore momentaneo di febbre.

La sera De Nittis pranzò solo fra Bice e la contessa Ginevra, perchè la contessa Maria aveva trovato un pretesto per andarsene; ma la ragione era di avvisare il dottore, nel quale forse quel matrimonio avrebbe potuto produrre qualche scoppio. La contessa Ginevra era stata la prima a temerne.

Infatti ricevendone la notizia egli fece un gran gesto violento; la contessa Maria, che si aspettava ad una scarica, rimase meravigliata del suo silenzio.

—Saranno felici….

Il dottore ebbe un vago sorriso.

—Ma di che cosa temete voi dunque?

—Dopo tutto chi sa se l'istinto non è più sicuro della ragione: Lamberto era troppo forte, purchè De Nittis non sia troppo vecchio! Avete voluto avvertirmi per precauzione?—aggiunse sorridendo per nascondere la malinconia, nella quale la novella lo aveva gettato:—andiamo a vederli.

Dopo tanto tempo quella fu la prima serata deliziosa: Bice si era ritirata improvvisamente nella propria camera per scrivere al suo amico Prinetti, e coprire nuovamente Rosa di baci.

Poi quando tutti si separarono fra strette di mano più lunghe, mentre i servitori, partecipi anch'essi della festa, si erano aggruppati insolitamente nell'anticamera, De Nittis le disse piano:

—La tua carità ha vinto il mio amore.

Ella diede con un gaio sorriso una smentita alla umiltà della sua dichiarazione.

Naturalmente i saloni di Bologna andarono sossopra per la notizia, e la bufera dei sarcasmi inevitabile ad ogni matrimonio scoppiò più violenta. Tutti se ne sentivano offesi. La ricchezza di Bice, sulla quale molte famiglie patrizie dissestate avevano già fatto più di un calcolo, e che restava così in mano alla fanciulla, inaspriva le invidie sollecitando ogni più ingiuriosa interpretazione per quell'amore così anormale. La più bersagliata era quindi la contessa Ginevra, tanto stimata un tempo per la prontezza dello spirito e l'equilibrio della mente. Per molti mesi la grandine delle cattive parole seguitò a battere nel salotto di Bice, cui le amiche anche meno strette si affrettarono a rendere visita. Ella se ne accorò sulle prime, poi resistette non senza restare inquieta di una così lunga insistenza nel perseguitarla. In teatro, a passeggio, quando usciva come prima al braccio di De Nittis, erano occhiate ironiche, sorrisi rattenuti; mentre qualche altra coppia di signori o di signore li fermava col pretesto di salutare la contessa Ginevra, o di scambiare una notizia, e si rivolgevano poi ad esaminarli così che ella sentiva il peso dei loro sguardi senza rivolgersi.

De Nittis era tornato bello come prima. La sua eleganza di vecchio aveva sempre la stessa signorilità, senza ricercatezza e senza abbandoni; ma pareva anzi ringiovanito, col passo più fermo, l'occhio vivido di pensiero, dominando coloro che osavano affrontarlo. Bice lo ammirava superbamente, appoggiandosi alla sua virilità colla dolcezza di sentire le proprie idee confondersi.

Ma quando la zia Ginevra disse di andare in villa al Sasso, accettarono ambedue con entusiasmo.

Ella voleva così sottrarli a quelle minute, rinascenti contrarietà, delle quali toccava a lei stessa una grossa parte, e dare a Bice in una vita più sana agio di rimettersi interamente; poi il dottore ordinò i bagni di mare, soprattutto molte gite in mare, in qualche paesello calmo, senza ressa di bagnanti. La contessa prescelse San Cassiano, ma dovette ritornarsene presto, perchè Bice preferiva il Sasso. La fanciulla allegra, sorridente, pareva ogni tanto ripresa da subite preoccupazioni, anche quando De Nittis era con loro profondendo con amabilità inimitabile tutti i tesori del proprio spirito. Un più intenso fervore religioso le si era appreso dinanzi al problema della nuova vita. Allora avrebbe voluto vicino Prinetti o il povero Giorgi, le due anime più mistiche da lei amate, mentre De Nittis, maggiore di essi come intelletto, aveva sempre spiegazioni troppo filosofiche per il suo cuore di fanciulla. Ella lo amava così, pur rimanendo insoddisfatta, coll'orecchio teso alle voci arcane di un al di là pieno di ombre e di misteri, nel quale solo gli spiriti ingenui e insaziabilmente lirici, come Giorgi e Prinetti, avevano potuto penetrare. Quindi le delicate e spesso paurose divozioni del cattolicismo, riattirandola col fascino delle loro supplici umiltà, la facevano quasi dubitare di quella beatitudine troppo grande senza una seconda conferma della grazia. Ogni mattina si alzava presto per andare a messa nella chiesa della parrocchia colla vecchia Rosa, poi vi ritornava a tutte le funzioni, e vi rimaneva a lungo, in ginocchio, perduta nella sua piccola solitudine sacra.

La chiesa, nuda e povera, non aveva che pochi altari brutalmente dipinti: era bianca, coi panconi in mezzo, su molte file, segnati col nome del proprietario. Ella, la più ricca del paese, non ne possedeva uno. Ma all'infuori della domenica, a certe ore, la chiesa era quasi sempre deserta. Bice si rifugiava nel suo silenzio per interrogarsi ansiosamente sulla vita che avrebbe dovuto condurre d'ora innanzi, a fianco di lui, colle grandi responsabilità di sposa e forse di madre, così diverse dalle sue preoccupazioni di fanciulla. L'amore stava per aprirle le proprie porte misteriose, dalle quali non si esce più come da quelle della morte, perchè anche nell'amore qualche cosa muore, l'egoismo dell'individuo ancora solitario nell'umanità, e che investito subitamente dall'eterno fiume della generazione trabalza di cateratta in cateratta, trepidante, felice, disperato, finchè un'onda più violenta lo spezza, abbandonandolo cadavere sulla soglia di un'altra porta anche più misteriosa. Queste immaginazioni di morte, che la fanciulla non riusciva più a scindere da quelle dell'amore, la prostravano per lunghe ore. Quindi tutto il dramma della Vergine Madre di Dio le si rivelava improvvisamente, in una luce abbacinante. Maria era la donna ideale, come Dio si era compiaciuto a concepirla, vergine, sposa, madre, senza che l'uomo potesse comunicarle di sè medesimo altro che il il dolore. La sua verginità avvolgeva tutta la vita umana come un velo inconsutile, entro il quale il peccato finirebbe coll'essere perdonato; le sue nozze, senz'altro contatto che la parola, ripetevano la creazione dovuta unicamente al Verbo; la sua maternità riassumeva tutta la tragedia della morte, imposta da Dio agli uomini come la prima delle verità loro intelligibili. Per essere madre Maria aveva dovuto consentire anticipatamente a tutti i dolori: il suo cuore grondava ancora sangue dalle cicatrici delle spade, nei suoi occhi limpidi e profondi più del cielo immense ombre diafane si allontanavano come onde di tempeste nell'oceano; la sua fronte pura di ogni bacio era solcata dalle rughe incancellabili di tutte le meditazioni, le sue mani aperte per distribuire le grazie conservavano ancora il tremito spaurito della invocazione, che soccombe.

Maria aveva amato per tutti, sofferto per tutti. Nullameno il dolore doveva ripetersi in ogni individuo per purificarlo dai miasmi respirati sulla terra, e iniziarlo ai segreti di un'altra vita senza generazione, eterna, bianca, come si era rivelata a Dante negli ultimi canti del suo Paradiso, fulgurazione immobile ed inesauribile della presenza di Dio. E intorno a Maria tutti i dolori femminili avevano fiorito per secoli, avvolgendola come in un nimbo; ella era la confidente che ascolta, la martire che compatisce, la trionfatrice che solleva; nessun desiderio le sfuggiva sconosciuto, nessun singhiozzo le rimaneva inintelligibile.

—Maria, Maria!

Ella la comprendeva, l'amava, l'adorava attraverso quelle rozze immagini, senza la parola volgare del clero, abbandonandosi talvolta all'onda dei cori, che i contadini intonavano nei vespri dentro la chiesa colle loro pronuncie bizzarre. Le pareva allora come uno di quei murmuri di boschi o di acque, sotto i quali si abbassa involontariamente la testa pensando.

Ma il pensiero fisso era che dovrebbe espiare in qualche modo quella felicità troppo intera. Perchè, malgrado la morte prematura del babbo e della mamma, era ella stata così fortunata? Perchè aveva trovato nella zia, nella contessa Maria, in Giorgi, in Prinetti, in De Nittis, in tutti, perfino in Lamberto, quell'intesa affettuosa a servirla, a proteggerla contro le sofferenze del mondo, facendosi piccoli con lei quando era piccina, dandole quanto possedevano di meglio, i sentimenti più puri del cuore e i pensieri più difficili dell'ingegno? Chi era ella per meritare tanto, perchè persone così diverse e migliori di lei si quotassero a suo favore, mentre per giunta era ricca a milioni? Per gli altri il mondo non era così. Benchè la breve esperienza le vietasse di conoscerlo profondamente, sapeva il mondo tutto pieno d'infelici e di colpevoli, di strazi e di delitti; bisognava pagarvi a sudori di sangue il più piccolo tozzo di pane, comprarvi spesso colla vita la più effimera consolazione.

Ella tremava, raccomandandosi colla paura desolata ed insieme deliziosa di un bambino alla Vergine Madre di Dio di far soffrire lei sola, quando suonerebbe daccapo l'ora del dolore, perdonando a lui, che, pur fuori del suo culto, ne sentiva così vivamente la passione e ne esprimeva con parole così poetiche la bellezza.

Qualche volta De Nittis scherzava sul suo nuovo fervore.

—Ma anche tu credi.

—Potrei amare se non credessi?

Una mattina gli chiese di accompagnarla a messa: non era festa, e De Nittis l'accompagnò egualmente. Quando uscirono di chiesa, Bice gli parlò tremando del matrimonio religioso.

—Mi hai condotto in chiesa per questo?

—Volevo chiederlo alla Madonna, vicino a te.

—Ti ha esaudita, mia cara. La religione solamente può fare i matrimoni, perchè senza una qualunque consacrazione l'amore fisico dei sessi non può diventare amore spirituale dell'umanità.

Ma quando, resa più ardita da queste che le parevano concessioni, arrischiò qualche altra parola, perchè con un'intera accettazione di tutto il rito si confessasse e comunicasse come lei, De Nittis le oppose una dolce fermezza. Egli riconosceva pel matrimonio la necessità di un simbolo religioso, dacchè l'umanità aveva sempre così decorato tutti gli atti supremi della vita, e la laicizzazione del matrimonio, discesa sino alla ridicola prosaicità di chiamarlo un contratto, ne offendeva al tempo stesso il carattere d'istituzione civile e il senso divino; ma questa necessità non andava sino a consentire nella varia scenografia dei culti. Poichè il cristianesimo involgeva ancora tutta la parte superiore dell'umanità, nè vi era altra religione più alta, dalla quale prendere tale consacrazione, basterebbe che il loro matrimonio si compisse in chiesa.

Bice ne rimase poco persuasa; se non lo avesse conosciuto così bene, le sarebbe quasi nato il sospetto di un qualche volgare rispetto mondano, giacchè questa necessità di una religione non creduta sorpassava le sue facoltà critiche.

—Eppure è così, mia cara. Quando qualcuno crede di aver oltrepassato la propria religione deve abbracciarne un'altra; ma se gli diventi impossibile trovarla, non potrà mai uscire interamente da quella, dovendo farvi ripassare i propri figli. Ecco la suprema ragione: l'ateismo è incomunicabile ai bambini. Dobbiamo fare il matrimonio religioso per la stessa necessità, che ci impone una religione pei figli.

Questa insolubile contraddizione agitò più di una volta i loro discorsi, lasciando nell'anima di Bice una inquietudine di paura. Egli non sarebbe dunque con lei nella eternità promessa da Cristo ai propri credenti? Ella, sposa e madre, potrebbe essere beata in cielo, lungi da tutti quelli che aveva amato sulla terra, obbliando la loro dannazione?

Poi vennero altre preoccupazioni. Bice non poteva abbandonare la zia Ginevra, e non volendo ospitare lui nella propria casa per un rispetto delicato alla dignità del marito, convennero di seguitare a convivere colla zia lasciandole l'impero assoluto di tutto. Nulla sarebbe quindi mutato. La contessa non potè mai ottenere da De Nittis che le prestasse ascolto ad alcuna questione d'interesse; egli rispondeva invariabilmente con un sorriso:

—Io firmo solamente; avete qualche cosa da farmi firmare?

E Bice, trovando graziosa quella formula, la ripeteva colla stessa ostinazione. Nullameno vi furono congressi di notai e di avvocati, ai quali dovettero assistere per la costituzione della dote, i conti di tutela, gl'imbrogli e le questioni inevitabili di tutti i grossi patrimoni. La contessa si lagnava soventi del loro abbandono, benchè in fondo non le dispiacesse di conservare sino alla fine quella autorità, cui si era da tanti anni abituata.

Bice non si interessò che all'arredo della propria camera nuziale, ma sempre colla medesima squisitezza di cuore decise che, dopo il matrimonio, Margherita e Tonina sarebbero le sue cameriere. Esse rappresentavano la casa di lui, tutto quanto possedeva oltre i libri.

Con grande meraviglia di tutti la vecchia Rosa non protestò; anzi, quando Margherita venne la prima volta a prestare una mano pei nuovi lavori, le andò incontro; Bice e De Nittis assistevano alla scena.

—Venite qua che v'insegni,—disse.—Io l'ho allevata, ma adesso non posso andare più in là; conosco la ragione, che quando le donne si maritano hanno da mutare mano. La vecchia casa rimane come il guscio dopo che il pulcino è uscito.

Ma la solennità del doppio matrimonio civile e religioso diede a Bice e a De Nittis quasi il medesimo senso di pena, perchè la contessa Ginevra, pur rendendosi conto della malevolenza satirica di molti invitati, non volle rinunciare alla pompa impostale dalle ricchezze di Bice e dall'importanza della propria casa. La sua fine esperienza di dama le aveva fatto comprendere che, evitando il mondo col celebrare il matrimonio al Sasso nella piccola chiesa della parrocchia col dottore e Prinetti per testimoni, come la fanciulla desiderava, si sarebbe data causa vinta ai maligni propositi. Tutti avrebbero veduto in tale modestia una tacita confessione di ridicolo per quel matrimonio di un vecchio filosofo con una ereditiera, allevata nella bambagia e coll'olio di merluzzo.

Adesso De Nittis tra quella calma vespertina del paesaggio, risentiva più vivamente le umiliazioni del mattino. Il suo orgoglio di uomo aveva sanguinato più di una volta sotto la sferza di un complimento o la puntura di uno sguardo femminile; tutti lo spiavano, quasi pesando la sua virilità con certi sorrisi lunghi, che dicevano più impurità di una perizia medica. Le mamme specialmente, accalcate secondo il solito intorno a Bice per incuorarla contro l'emozione di quel momento, che fa piangere tante spose, s'attardavano nelle parole affinando i sottintesi con una crudeltà insultante. Quel matrimonio aveva offeso giovani e vecchi, ricchi e poveri. Si trovava assurdo ed immorale che De Nittis, già in diritto di chiedere la pensione, e quindi oramai incapace anche di fare il professore, sposasse una fanciulla con due milioni di dote, la più grossa ereditiera della città. Che cosa aveva creduto la zia nel permetterlo? Che cosa aveva sperato?

Tutti notarono ironicamente la miseria del regalo offerto dal marito, un filo di perle piccolissime, forse pagate un trecento lire, in confronto di quelli presentati dai parenti e dagli antichi più facoltosi amici della contessa Ginevra. Prinetti, presente al matrimonio, aveva portato un miracolo africano, un baule fatto con pelle d'elefante conciata, simile ad un piccolo blocco erratico.

Ed anch'egli era malinconico.

De Nittis provava in fondo al cuore uno sgomento indefinibile. Quel disprezzo unanime ed ostinato del mondo verso di lui gli richiamava alla memoria le ragioni opposte con dolorosa ed inutile costanza a tutte le insistenze di Bice, adesso che era troppo tardi per pentirsi. Nessuno li vedeva più in quel momento, erano soli nella prima emozione di una libertà piena di promesse e di misteri. Bice sempre così sdraiata, colla mano tiepida ed umida nella sua, lo avvolgeva nel proprio profumo non aspettando forse che una parola per trasalire. Quel silenzio stesso, troppo prolungato, finiva col dare alla loro intimità un altro turbamento. E a poco a poco egli cedeva alla paura della donna, questo essere dalle esigenze inesplicabili, profondo e leggero, che non aveva mai saputo affrontare. Nemmeno nella sua forte virilità, mentre più di una signora gli sorrideva invitevolmente, egli si era sentito in cuore la padronanza maschile, quella sfrontatezza prepotente di rapina, che sottomette la donna e la rende beata della propria debolezza. La donna era sempre stata per lui come un simbolo egualmente invincibile nella impassibilità della bellezza e nella insaziabilità della cupidigia, giacchè nessun dolore dello spirito avrebbe mai potuto intorbidare la serena calma della Venere, e nessuna gagliardia di sensi fiaccare la forza ingorda del suo desiderio; ma una stessa morte attendeva sempre l'uomo nel fondo di questo doppio enigma. Tale concetto mistico e pauroso della donna era forse stato la massima ragione della sua castità, senza che il lungo esercizio dello spirito bastasse mai a farglielo cangiare nemmeno coll'esperienza dei caratteri femminili, quasi sempre così uniformi sotto la varietà delle loro maschere.

E adesso era una incertezza anche più profonda, un dubbio spaurito di sè medesimo davanti all'amore innocente di Bice. La fanciulla lo amava con quell'entusiasmo primaverile della giovinezza, che trasfigura il mondo agli occhi dell'anima, e mette una melodia in ogni voce, un sorriso in ogni riverbero. Egli temeva di apparirle improvvisamente, tristamente, vecchio come agli occhi del mondo in quella lunga funzione del loro matrimonio. Quindi il suo imbarazzo si apprendeva insensibilmente anche a Bice.

Nell'incontro di un carro di fieno, che urtò quasi la carrozza, ella diè un grido.

Allora parlarono.

Bice sorrideva di sentirsi aspettata da Margherita e da Tonina; chi sa che pranzo avevano preparato! Poi si scusò con lui che la villa non avrebbe avuto tutti i comodi necessari, essendo stata chiusa per tanti anni; egli si ricordò di alcuni libri lasciati a Bologna.

—Tornerò domattina a prenderli.

—Cattivo!

—Te ne chiederò il permesso.

—Non te lo darò.

Ella rideva fissandolo con gli occhi umidi.

Oramai erano giunti, ma sul prato li attendeva la più ingrata delle sorprese. Tutti i loro contadini e molti altri del vicinato, la banda del paese, il parroco, lo stipavano malgrado gli ordini di Bice al fattore di non voler ricevere alcuno. Margherita, tremante in cuore di questa disobbedienza, raggiava sull'uscio fra il capobanda, il curato e il fattore, che si mossero tutti all'entrare della carrozza. Scoppiò un applauso fra grida e un agitare di cappelli, uno sventolare di fazzoletti, mentre il maestro cercava di radunare i bandisti col battere la bacchetta sopra uno dei leggii a stecche, disposti in circolo sul prato.

I suonatori disseminati fra la folla tardavano. La carrozza era già circondata; Margherita non aveva potuto arrivare ad aprirne lo sportello dal canto di Bice, perchè un giovane bandista biondo, dall'aria signorile, uno dei zerbinotti di Corticella, si era precipitato per il primo respingendo la folla, ed aveva offerto la mano alla sposa. Bice trepidante si volgeva verso De Nittis caduto nelle braccia del fattore, e già nascosto da tutte quelle mani alzate, gesticolanti. Non si capiva nulla; una gioia assurda rimescolava quella folla in un'improvvisa intimità coll'impeto e il frastuono di un baccanale. Sulla carrozza, rimasta arenata nel mezzo, Giuseppe troneggiava colla frusta sulla coscia, pallido anch'esso per l'emozione, seguendo di lassù lo spettacolo dei padroni, che s'inoltravano fra la calca, verso la porta della villa, senza potersi vedere.

Ma la gente vi si fermò come ad una clausura. Bice sorrideva già, presa nell'onda di quella gioia con una sensazione confusa del bel giovane dall'assisa di bandista, che le aveva aperto lo sportello della carrozza per accompagnarla colla mano nella mano, all'altezza del seno, come nei duetti d'opera. De Nittis invece, visibilmente contrariato da quella ressa, cui il vino prodigato anticipatamente dal fattore aveva più che altro contribuito, era diventato smorto; mentre il flusso delle grida e la veemenza dei gesti seguitavano ad investirlo coll'irrefrenabile crescendo delle passioni popolari.

—Vivano gli sposi, viva la contessa Bice, viva il professore!

—E il padrone!—urlò più forte un contadino.

—Viva!!

—Musica!—proruppero insieme molte voci.

Quasi nel medesimo istante i bassi della banda scoppiarono provocando un'altra esclamazione, come un tentativo per soffocarli, una sfida fra due espressioni di gioia egualmente fragorose.

—Andiamo, andiamo!—mormorava il curato messosi a fianco della porta: lasciate che i signori salgano.

Ma nuovi urrà li rattennero, intanto che i più vicini indirizzavano loro parole sconnesse, congratulazioni rese intelligibili da certi scatti maliziosi degli sguardi, che la severa signorilità del professore e la grazia mite di Bice non dominavano più. Era un altro mondo, ben diverso da quello del mattino, più semplice e fors'anco più brutale, ma che sentiva ancora nel matrimonio la più gran festa della vita, e ne delirava con una istintiva solidarietà per l'avvenire dei due, che la ricominciavano. Era impossibile ingannarsi sulla sincerità di quelle ovazioni.

Allora anche De Nittis, senza accorgersene, si tolse il cappello come dinanzi ad un pubblico, che stesse per ascoltarlo. Erano troppi, tutto il prato ne era pieno, e altri sopraggiungendo per la strada agli squilli della banda, che suonava la marcia deiLombardi alla prima Crociata, si additavano il vecchio Giuseppe sempre troneggiante sul serpe della carrozza, colla frusta in mano, quasi per battere il tempo, e sorridevano.

Il fattore ritto d'accanto a De Nittis, per renderlo più libero, gli tolse di mano il cappello e lo agitò nell'aria.

—Viva il professore!—urlò a quel gesto la folla con nuovo impeto, come facendo eco al grido sottile di Bice, mentre Margherita e il curato gli si stringevano più vicino. Egli cogli orecchi intronati da tutto quello strepito di letizia dionisiaca perdette improvvisamente la coscienza della moltitudine, che lo osservava, e prendendo la testa di Bice fra le mani le diede un bacio sulla fronte.

Quasi simultaneamente sotto la pressione della folla, eccitata da quel bacio, De Nittis e Bice dovettero indietreggiare nell'andito, lasciando il parroco e il fattore a difendere la porta.

Margherita saliva già ansando le scale.

—Signora contessa….—singhiozzò Tonina appoggiata alla balaustra sull'ultimo pianerottolo, perchè l'emozione le aveva tagliato le gambe; e non seppe ripetere che quel titolo di contessa, venuto sulle labbra di tutti per la spontaneità popolare a mettere sempre i superiori un poco più alto. Poichè Bice era milionaria, doveva, secondo loro, essere anche contessa come la zia Ginevra.

La vasta sala del casino era ancora vuota; in fondo, dinanzi alla sua più lunga parete sopra un tavolone coperto di una abbagliante tovaglia bianca stava disposto il rinfresco. La banda suonava sempre, qualcuno cominciava ad arrivare.

Sebastiano, il sotto fattore per i buoi, bel contadino tozzo ed abbronzato, si affacciò sull'uscio vestito a festa, con una cravatta rossa e un paio di scarpe gialle; due o tre reggitori anziani delle migliori famiglie nella tenuta lo seguivano, ma appena dentro, divisi dalla folla, rimasero impacciati, col cappello fra le mani.

Anche il curato e il primo fattore, abbigliato di scuro come un piccolo borghese e tutto calvo, parevano cangiati. Le urla fuori diminuivano, poi la banda finì la marcia, e un altro scoppio di applausi salì fino alla finestra.

—Si affacci, si affacci, signor professore,—suggerì il curato vedendo Bice avvicinarsi già per guardare; quindi anche De Nittis, colla sensazione torbida di commettere una ridicolaggine, l'imitò.

—Vivano gli sposi!

Allora un clarinetto intonò l'inno di Garibaldi, e tutta la banda lo seguì fra una demenza più tempestosa di grida: perchè? Il maestro non l'aveva certo ordinato, ma la prima strofa passò su tutte quelle teste elettrizzandole. Non pareva più una fanfara di battaglia, un delirante appello ai morti perchè risorgessero anch'essi nel nuovo sole, ma una canzone eterna di gioia, che si rompeva in trilli, ondeggiava al vento come tutti quei fazzoletti, si riuniva come un'onda riversandosi nei cuori, sbalottandoli, spumeggiando. Nessuno si ricordava già più dell'altra suonata, mentre la folla battendo i piedi a tempo di marcia oscillava ritmicamente, cogli occhi rivolti in alto e le bocche frementi di un grido irrefrenato ed inconsapevole.

Essi in alto, dentro un raggio di sole, guardavano senza vedere colle pupille piene d'iridi.

—Hanno finito!—esclamò il curato con un sorriso ironico, vedendo la banda sciogliersi per entrare in casa.

Finalmente De Nittis lo esaminò. Era un giovane alto, bruno, dalla fisonomia intelligente, il quale non aveva in tutto quel tempo avuto altra preoccupazione che di apparire disinvolto. Vestiva con una certa ricercatezza, perchè sapendo De Nittis uno fra i più illustri professori dell'Università, e Bice la più ricca ereditiera di Bologna, voleva assolutamente far loro buona impressione.

Ma Bice pensò che, se non si metteva a dirigere lei stessa il rinfresco, non ne sarebbero mai venuti a capo.

Poco dopo il maestro, entrando nella sala alla testa della banda stretta come in manipolo, presentò al professore i complimenti di tutto il corpo musicale e del paese; Bice dovette appressarsi ancora per ringraziare, ma tornò subito verso la gran tavola a sollecitarvi la distribuzione. L'allegria si riaccese colle paste e coi bicchieri in mano, meno fragorosa e più intima: fuori, sul prato, per ordine del fattore si era tratta dalla rimessa una piccola botte di vino pei contadini, perchè la vuotassero. Il chiasso non era più che un rombo, nel quale le voci si perdevano.

Naturalmente nella sala vi furono dei brindisi; il giovane bandista, che aveva offerto la mano a Bice, declamò il primo in versi con abbastanza garbo, il curato lesse il secondo, un'ode manzoniana, sciaguratamente troppo lunga, e che De Nittis rimase quasi solo ad ascoltare. Oramai la stanchezza lo vinceva, Bice invece s'accalorava in quella distribuzione, aiutata da Margherita sfolgorante entro un vecchio abito di seta, color pulce, dal fattore, poi da Sebastiano, finchè persuasa di non potere bastare a tutti nel medesimo istante, li incoraggiò ella stessa al saccheggio, trovando ancora modo di ricevere o di rendere un complimento a qualche bandista più educato, che le diceva invariabilmente: contessa!

Era veramente la prima festa della sua vita.

Ma improvvisamente si sentì anch'essa le gambe rotte.

—Dovremo invitare qualcuno a pranzo?—chiese a Margherita, pensando confusamente al capo banda, al curato e a quel bandista che l'aveva aiutata nello scendere dalla carrozza.

—Non abbia paura,—rispose l'altra:—che diavolo! mi pare che oramai si è fatto abbastanza.

De Nittis si accostò sorridente per stringere di nascosto la mano a Bice, mentre il curato, proseguendo a parlargli di letteratura, ripeteva con una certa aria di competenza il nome di Carducci.

—Oh! un grande poeta,—egli rispose distrattamente.

—Signor curato,—disse Bice, prendendo dalla tavola, già macchiata da tutte quelle mani e da molti bicchierini rovesciati, un piattello di paste per offrirglielo.

Quegli accettò. Ma il fattore tornò nel loro gruppo per chiedere se erano stanchi, giacchè con tutto quel chiasso dovevano esserlo certamente, anche se la gente avesse avuto più educazione, ma che in ogni modo bisognava cominciare a liberarsene.

—La discrezione ci vuole sempre.

—Lasciate, lasciate pure,—mormorò De Nittis, contento di non sentire in alcuno di quegli sguardi la malevolenza degli altri invitati nel mattino.

Bice notò che una contadina, entrata con un bimbo per mano, gli aveva messo un confetto in tasca: allora una tenerezza la prese, volle abbracciare il bambino, gl'imbottì le saccoccie di dolci invitando tutti con un gesto a fare altrettanto per sè stessi. Nullameno la maggior parte non osava.

Solamente due ore dopo la villa fu sgombra; la piccola botte vuota e dimenticata dietro un vaso di oleandri era l'unico segno della festa, che rimanesse sul prato.

De Nittis e Bice pranzarono soli, al pianterreno, in un elegante salotto arredato negli ultimi mesi dalla povera Ada. In quella prima intimità d'innamorati le ore volavano. Margherita aveva messo un largo grembiule bianco, orlato di trine, su quell'abito di seta, e camminava con passo più leggero ritirandosi appena cangiati i piatti dalla tavola, quasi colla stessa circospezione, che avrebbe usato nella camera di un infermo. Un'aria lieve gonfiando le tende della finestra sbatteva ogni tanto la fiammella del lume a petrolio riparato da un festone di fiori in carta rosea: qualche farfalla aliava sulla tovaglia di un candore quasi troppo vivo, mentre il gabinetto basso, in cretonne a ramoscelli ceruli sopra un fondo paglierino rimaneva come in una soavità di bruma crepuscolare, più densa negli angoli, dai quali alcuni vasi di fiori alzavano vivi profumi.

Bice non mangiava quasi. Un sorriso sembrava circondarle di un'aureola il magro viso di monaca dagli occhi stellanti e dal gran naso ducale sulla piccola bocca, una delle sue più dolci bellezze. La sua fronte si perdeva sotto un nimbo di ricciolini nerissimi, ai quali il pallore del volto e il bianco della vestaglia, indossata appunto per il pranzo, davano un insolito risalto, sfumando di una intenzione di grazia l'angolosità de' suoi lineamenti. Quasi quasi si sarebbe detta già mutata in ogni mossa. Quella nuova pettinatura e la stanca mollezza de' suoi atteggiamenti entro quelle ampie pieghe, che simulavano tratto tratto ricchi contorni, tradivano uno studio intenso e subitaneo di civetteria; al collo, circonfuso di merletti, non portava che il tenue filo di perle offertole da lui nel mattino.

Egli invece dopo tutte quelle affaticanti impressioni mangiava gaiamente, con una letizia giovanile nel cuore, come a Roma, quando usciti con lei da un museo entravano ridendo della propria fame in qualche trattoria secondaria. Tutta la sua gravità di professore era scomparsa per dar luogo ad una eleganza quasi mondana, con un abito chiaro a corta giacca, una camicia molle dal colletto rovesciato, e invece della eterna cravatta bianca inamidata un fazzoletto chiaro di seta, annodato negligentemente. Sul principio aveva egli stesso sorriso di questa metamorfosi ma, incontrandosi con Bice, ella gli era saltata al collo con un grido di ammirazione.

Nella villa non v'erano più che Margherita, Tonina e il vecchioGiuseppe, perchè il fattore abitava in un'altra casetta vicina.

Colla pronta intuizione delle donne in simili casi, Margherita non aveva parlato durante il pranzo, comprendendo benissimo che la dimestichezza bonaria permessale sino allora dal professore, non sarebbe stata più possibile nella nuova casa abituata ai modi cortesi ma aristocratici della contessa Ginevra. Quindi non fece alcuna obbiezione, allorchè uscendo nel giardino a braccio di lui Bice le disse di coricarsi.

Faceva caldo.

Camminarono qualche tempo sul prato fra gli odori acuti degli oleandri, poi tirando dall'interno il catenaccio del cancello con un senso giocondo di scappata, come due scolari che si avventurino a qualche impresa notturna, si trovarono fuori. La strada s'allungava biancastra e vuota dinanzi a loro nel silenzio. In alto, fra l'ombra, i sorrisi delle stelle accendevano tratto tratto strani bagliori, mentre le frondi palpitavano improvvisamente, e da lungi qualche voce indistinta si spegneva nel gran sonno della campagna. Gli alberi legati dai festoni delle viti, e col capo orlato di un sottile chiarore, si perdevano in lunghe file dentro la notte, togliendo ogni vista dei campi.

Bice aveva raccolto più strettamente lo scialle bianco di seta, e s'appoggiava al suo braccio sfiorandogli spesso colla fronte la spalla: egli superbo non si era che coperto il capo con un largo cappello chiaro da fattore, che gli annegava tutto il viso nell'ombra.

—Oh la bella notte!

—La prima notte bella! Sei tu, mia cara, è il tuo scialle bianco, che diffonde nell'aria questo senso di purezza, questo incanto di sogno crepuscolare. Oh!—sospirò anch'egli dopo un istante di pausa, passandole il braccio alla cintura, e piegandosi a respirare il profumo della sua testa nuda;—nemmeno tu la sapevi quest'ora sospesa nella nostra vita come una stella. L'amore solo è eterno ed ignora la morte. Che importano l'ombre, che quaggiù si dissolvono in un effimero contrasto, questa rauca tragedia, nella quale le anime si combattono quasi sempre mascherate: che importano, Bice mia, tutte le paure e tutti gli spasimi, quando la stella si scopre improvvisamente all'orizzonte, e un soffio insensibile ci depone sul suo lido? Le nostre parole non sono anch'esse che un'ombra, e dileguano quando i cuori cominciano ad intendersi.

—No, parla, parla.

—Sei tu la parola vivente, io non so più nulla. Non ero mai stato amato, non avevo mai amato: che cosa è ora? Dove sono? La mia vecchia anima, così stanca della vita, è scomparsa. Adesso indovino l'amore di mia madre attraverso la sua indifferenza per me, comprendo che cosa mi dicevano una volta gli sguardi della folla intenta alle mie lezioni: allora mi sentivo solo, perchè tu rimanevi chiusa dinanzi a me. Credevo di amarti solamente come padre, con quella commiserazione del pellegrino stanco, già presso a cadere nei fossi della strada, e che soccorre il fanciullo entratovi allora di corsa; m'immaginavo di essere la sentinella messa a guardia del tuo tesoro, appunto perchè troppo vecchia per cedere al sonno nella notte. Ti ricordi, quando volevano che t'insegnassi? S'insegna forse la vita, s'insegna forse l'amore? Tutto quanto io sapevo, che cosa è più ora, che mi ami?

Erano arrivati ad un ponticello di pietra, che cavalcava un largo fossato di scolo: una grossa quercia lo nascondeva quasi nella propria ombra.

—Sediamoci,—disse Bice.

Ella salì senza sforzo sul parapetto, esclamando poco dopo con gaiezza infantile:

—Vieni anche tu.

Quando si furono seduti, abbracciandosi quasi nel timore di cadere, rimasero un pezzo a guardarsi; ma ella gli trasse il cappello.

—Così almeno ti veggo. Sei pentito adesso, cattivo, di non avermi voluto?

—Io ti volevo, ma non potevo che attendere nel silenzio angoscioso della speranza, quando le si vela l'immagine del premio. Ho sofferto in quei giorni di prova, specialmente quando sentivo la notte cadermi sul capo come un'altra solitudine. Ma questa è la notte vera, quest'ombra, dalla quale tutto traspare, qui con te, dentro al tuo profumo di gran fiore.

Ella gli si abbandonò sul petto vinta da quell'eloquenza.

—Non credere di amare più di me,—mormorò poi:—lo hai confessato or ora che le parole non possono dir tutto. Come sono felice! Soffriremo, sai, lo sento, perchè questa felicità sarebbe troppa senza doverla scontare un qualche giorno, quando non ne saremo più degni. Lasciami dire: tu vuoi farmi un altro complimento, io invece ho bisogno di pensare in questo momento alla morte, a qualche cosa anche di più triste, per poter resistere allo sforzo, che mi soffoca. Vedi, nel sole non potrei dirti questo.

—Non siamo abbastanza forti per il sole,—egli si lasciò sfuggire inconsapevolmente.—La mezzanotte è il meriggio delle anime profonde, che si ameranno sempre, mentre il sole ha bisogno di bruciare tutto ciò che ha creato.

Allora ella gli salì sulle ginocchia, e con ambe le mani aggrappate al suo collo gli adagiò il capo sopra la spalla, sfiorandogli la bocca con un bacio. Il suo scialle bianco, lungo sino a terra, vi si confondeva nell'incerta bianchezza.

—Perchè, non si muore d'amore?—Bice sospirò scossa da un brivido.

Egli le coperse la fronte di baci tuffando il volto nel profumo vaporante da tutte le sue vesti, mentre ella gli si illanguidiva mollemente fra le braccia, e la seta fine dello scialle, che le difendeva il seno, strideva di un riso sottile.

—Parla, parla,—Bice ripetè:—non voglio dormire ancora. Dimmi che mi ami.

—Quando ti sei accorta di amarmi?

—Alla indifferenza, colla quale imparai il tradimento di Lamberto: egli non amerà mai come noi, infelice!

—Anche l'amore è una rivelazione, alla quale l'umanità tenta indarno di sollevarsi, impedita dal peso della propria massa. La gente ama come vive, senza saperlo, precipitandosi verso le prime ebbrezze della voluttà, come il neonato stende brancicando la manina verso la mammella della madre. Ama forse il bambino? Che cosa sanno ancora adesso i cristiani dell'amore di Cristo? Essi si muovono dentro la sua religione, ne portano al collo per emblema la croce, e forse nessuno di essi ha mai pensato al più tremendo di tutti i misteri, al suicidio di un Dio per amore della umanità. Tu pensavi ora a morire, perchè tu ami, e non manca più che la morte alla pienezza della tua vita. Anch'io ne sento l'alito refrigerante in fondo al cuore. Sparire ora, dissolversi in questa notte, che non ridirebbe ad alcuno il nostro segreto, non essere più che un'anima sola, mentre la vita ci divide ancora, e non possiamo amarci che separati! Eppure io ti amo di tutti gli amori; mi pare di essere tuo figlio, tremo di tenerezza e di rispetto tenendoti fra le braccia; tu sei mia sorella, l'amicizia dell'amore, la sua purità più intellettuale; poi tu sei mia, la sola donna fra tutte, la bambina che mi sono allevata, il poema vivente del mio pensiero, la rivelazione suprema della mia anima. Ascoltami, Bice, non ti offendere; guai a me se non fossi vecchio! Mi pare di comprenderlo solamente adesso, eppure ne ho tanto sofferto prima; ora invece ne sono beato. Tu devi essere giovane per sopravvivermi dopo aver difeso colla tua carità la mia vecchiezza. No, lasciami dire: l'amore della donna è pietà; pietà per la forza che ci manca, per la fatica che ci uccide; ecco perchè l'uomo non ha mai tanto bisogno della donna come ritraendosi dalla battaglia. Il nostro amore, quello dell'uomo, è come la gloria, una ebbrezza di essere amato, di essere pensato anche dopo morto. La donna sola ama: Cristo per amare ha dovuto apprenderlo nel seno di Maria. Bice!—proseguì dopo una pausa.

Ella lo guardò coi grandi occhi incantati, rannicchiata sul suo petto sotto la violenza melodica di quelle parole, che le trascinavano il pensiero alla deriva. Ma in quella positura, a lungo andare troppo incomoda, ogni tanto si tirava su al suo collo con le scarpine puntellate nelle sue gambe.

—Niente! adesso io non parlo più,—ella esclamò con un sorriso.

—Sarà tardi: vuoi che ritorniamo?

—Aspetta, la notte è bella. Mi pare strano di non avere paura.

—Di che?

—Non lo so, ma non ho paura: è la prima volta che mi trovo in campagna.

Egli le ravviò lo scialle perchè non avesse a pigliar freddo.

—Se la zia ci vedesse!

—Direbbe che siamo matti, qui, a quest'ora.

Ella si arrese, ma al ritorno non parlarono quasi più: si erano fatti gravi. Bice rabbrividiva al suo braccio camminando a testa bassa, egli trepidante di una emozione a mano a mano più intensa non trovava più modo di riannodare il dialogo, mentre dalla notte profonda le foglie sospiravano lentamente, e per l'aria tiepida il volo invisibile delle nottole discendeva talora quasi sino alle loro teste con fuggevoli soffi irrequieti. La strada parve loro più lunga. Adesso discendevano meglio oltre siepi nei campi, e s'accorgevano della polvere, che si sollevava in nuvolo ad ogni loro passo.

—Tienti su le vesti,—egli le disse, chinandosi per aiutarla a stringerle in pugno, ma ella sorpresa da una improvvisa timidezza non volle.

Il cancello era aperto, Giuseppe li attendeva sul prato, fumando la pipa, sdraiato sull'erba e colla testa poggiata ad un grosso vaso di limone. Al vederli entrare si alzò, essi ne rimasero scontenti.

—La notte è buonissima, non cade rugiada,—si permise di dir loro.

Aveva lasciato la candela accesa dietro il battente della porta: ne accese un'altra, disponendosi ad accompagnarli.

—Date qui,—gli si volse Bice.

L'altro titubava; allora De Nittis gliela prese di mano e, interpretando il pensiero di lei, lo mandò a letto.

La loro camera era al primo piano, Bice saliva le scale tremando. Appena furono dentro, De Nittis andò ad accendere la candela sopra uno dei comodini del letto, presso il quale era un antico inginocchiatoio di quercia con due piccoli cuscini di seta rossa per i gomiti e per le ginocchia. La camera, parata di una stoffa cenerognola, era pallida e mite nel chiarore, che si spandeva da una grossa lampada appannata, sospesa al mezzo del soffitto per una catena di anelloni dorati.

Poi tornò presso Bice per trarle lo scialle, ma le mani tremavano anche a lui; ella invece gli sfuggì correndo all'inginocchiatoio, e curvandovisi tutta col viso fra le palme. A lui parve d'intendere un singhiozzo, fremè. La sua anima ebbe un ultimo spasimo in quel vacillamento misterioso, che ci coglie sempre al momento di entrare in una nuova irrevocabile fase della vita, e le si appressò colle mani tese quasi per sostenerla.

Infatti ella singhiozzava sotto il piccolo ritratto della Vergine.

—Bice!—le mormorò sul capo, mentre con ambo le mani cercava di alzarle il volto.

Ella cedette, arrovesciandosi verso di lui, sempre in ginocchio, colla faccia illuminata dolcemente dai grandi occhi profondi; la sua mano sottile gli accennò tremando la Vergine.

—Anche tu l'adori….—balbettò come un'ultima preghiera.

—In te.

Quando le dissero finalmente di aver trovato la contessa Ginevra morta nel letto per un colpo fulminante di apoplessia, Bice cadde in convulsioni; poi rinvenendo fra il dottore e il marito:

—Se non ti avessi!—aveva esclamato, afferrando con una specie di spavento la mano di questo.

La contessa Maria, ammirabile come sempre di devozione, rimase parecchi giorni al suo capezzale per ammonirla che adesso più alti doveri le imponevano di soffocare le mormoranti ribellioni del suo cuore contro i voleri di Dio. Se la contessa Ginevra era morta senza i conforti della religione, la sua anima era troppo bella e la sua vita troppo pura per temere che Dio non l'avesse accolta fra gli angeli del suo paradiso: e la voce della contessa Maria in queste esortazioni aveva un tono di sicurezza esaltata, alla quale Bice non avrebbe saputo come opporsi. Ma parlandole dei riguardi dovuti alla creaturina, che stava per nascere, ella stessa era ripresa dalle dolci paure del parto, questo mistero dei misteri anche per le madri, e nel quale nessuna luce di pensiero ha ancora saputo penetrare.

Dopo la morte della contessa Ginevra, Bice, come unica erede, aveva seguitato ad abitarne il palazzo senza cangiarvi alcuna disposizione. Tutti i servitori avevano ricevuto la pensione restando in servizio, benchè non avessero più nulla a fare, dal momento che ella non voleva intorno se non Margherita, Tonina e la vecchia Rosa oramai rimbambita. De Nittis, compiuti i trent'anni d'insegnamento, rinunciò alla cattedra per compiacere Bice, paurosa di restar sola ed incapace di occuparsi di amministrazione. Infatti il suo patrimonio, quantunque abbastanza ben amministrato, avrebbe avuto bisogno di molte riforme e di una più intensa vigilanza. Con quella ammirabile duttilità d'ingegno, che era una delle sue doti più caratteristiche, De Nittis vi si accinse quindi alacremente riuscendo in poche settimane a rendersi conto di ogni errore nel sistema e dei vizi delle persone: poi libero da qualunque suscettività avara, e colla bella indulgenza acquistata in quella lunga austera vita di studio, non precipitò a reazioni imperiose. Espose tutto a Bice, che lo ascoltò senza capire consentendo anticipatamente a quanto stava per chiederle. La sua idea, semplice e chiara, era di cedere tutti i terreni in una lunga affittanza, che costringesse il locatario nel proprio medesimo interesse a coltivarli senza risparmi; così il patrimonio sarebbe aumentato di rendite e di capitali. Naturalmente agenti e fattori sarebbero stati pensionati, meno quei due o tre fra i migliori, ai quali verrebbe affidata la sorveglianza degli stessi affittuari. Questo sistema era il solo per non lasciare Bice, nel caso troppo pronto di una vedovanza, in balia di un personale d'amministrazione naturalmente proclive ad ingannarla. Se fosse stato più giovane, si sarebbe messo egli medesimo alla testa di quegli ottanta poderi per compiervi una rivoluzione agraria ed agricola, ma non potendo più averne nè il tempo nè il modo si limitò a guarantire contro la naturale rapacità degli affittaiuoli tutti i vecchi patti colonici dei contadini condonando a questi anche i debiti.

Questa semplificazione, così logica, comportò nullameno molte trattative e disturbi, durante i quali De Nittis rimpianse più d'una volta la propria cattedra, sentendo per un'ultima amara ironia della vita crescervi intorno la celebrità appunto dopo quella volontaria rinuncia. Vi era stata per lui all'università una specie di festa, della quale i giornali avevano parlato anche fuori della provincia; così al momento di abbandonare per sempre quell'aula, nella quale il suo pensiero si era svolto per tanti anni in spirali luminose, la commozione lo vinse.

Doveva essere l'ultima data della sua vita.

Tutti i sogni e i dolori passati gli fecero ressa al cuore: l'aula rigurgitava di scolari, alcuni professori erano presenti. L'applauso, fragoroso ed insistente alle sue prime parole di saluto, gli mozzò il respiro costringendolo ad abbassare la testa per nascondere le lagrime, che gli cadevano grosse dagli occhi. Quella folla volgare, sempre la medesima di tutti gli anni, in tale momento si trasformava anch'essa come accade sempre a tutte le folle sotto la pressione di un qualunque sentimento. Egli era già morto per loro, che salivano gaiamente l'erta della vita: il suo pensiero non li incontrerebbe più, la sua voce non potrebbe più scrollare colle proprie sonorità certe fibre recondite della loro coscienza. Ritto sulla cattedra, come sulla tolda di un vascello che salpi per un altro mondo, egli si sentiva lo sguardo vago e la fronte battuta dal vento.

Qualche cosa piangeva in fondo al suo cuore, come piangono talora gli emigranti poveri, ammucchiati giù nella stiva, quando intendono levare l'ancora.

Il rettore, altri professori, altri studenti sopraggiunti, lo acclamarono con un entusiasmo crescente e mano mano più incomprensibile, quasi solamente allora, disceso dalla cattedra, indovinassero confusamente in lui il grand'uomo. Nell'uscire dal portone dell'università l'ovazione ebbe uno schianto di tempesta, poi un'altra folla sì aggiunse a quella degli studenti per accompagnarlo a piedi sino al palazzo di Bice, rimanendo qualche minuto ad applaudirlo sotto le finestre.

Bice, nel vederlo così pallido, corse ad abbracciarlo dondolandosi a stento, perchè la gravidanza già inoltrata le aveva deformato il ventre, e tolta ogni forza alle gambe.

—Piangi!—esclamò intenerita.

Egli fece uno sforzo per dissimulare:

—Ho assistito ai funerali del mio ingegno, sono cerimonie sempre un po' tristi.

L'intimità della loro vita si restrinse ancora. Prinetti adesso veniva a trovarli tutti i sabati, sempre così grasso e tranquillo in quella scabrosa missione di far da padre a tre nipoti scapestrati, ma evitava di parlarne. Evidentemente il suo cuore soffriva nel proprio profondo di quanto la sua esperienza era costretta a profetare di loro; poi la sera, nel medesimo salotto della contessa Ginevra, non si radunavano più che la contessa Maria, il dottore e qualche volta la vecchia Rosa, in un angolo, muta e rugosa come una mummia.

Naturalmente la grande preoccupazione era il parto di Bice. Una attesa piena di trepidazioni occupava tutti dinanzi al problema di quel rinnovellamento della vecchia casa, una fra le più grosse della città; poi la modestia della sua vita anche più ritirata dopo la morte della contessa Ginevra, il tatto finissimo di De Nittis, diventato finalmente una illustrazione cittadina, avevano finito col disarmare ogni malevolenza. Si seppe loro grado di non fare alcun lusso, si vantarono le loro carità segrete, esagerandole per quella incapacità del mondo a valutare esattamente cose e persone. Bice non compariva quasi mai in pubblico, non si era montato un appartamento, usciva ancora nella carrozza della contessa Ginevra, quasi sempre colla contessa Maria, per rendere le visite d'obbligo. Ma nessuno la disse bigotta.

In quella ineffabile tenerezza del sapersi madre la divozione alla Vergine le aveva rifiorito nel cuore come un mistico roseto bianco. Le pareva di essere ella medesima il tempio del più grande fra i misteri, meravigliandosi di tanta semplicità della vita, che ricominciava nel suo grembo per proseguire chissà attraverso quante generazioni l'opera assegnatale da Dio. Lunghe fantasticherie la traevano nel futuro sulle traccie di coloro, che sarebbero nati dalla sua sostanza, mentre di lei non saprebbero forse nemmeno il nome, e sentiva di amare anche questi sconosciuti, nei quali il suo cuore seguiterebbe a soffrire e a pregare. Poi le paure la riprendevano violentemente di non bastare alla maternità, infondendo col latte e colla parola una seconda vita al proprio bambino: abbandonarlo così, morirne, quasi il bambino potesse mai essere una malattia per la madre! Ella non ne parlava con alcuno, perchè non vi potevano essere risposte a tali domande, e sapeva già anticipatamente quelle che avrebbe ricevuto; ma gli altri spesso la indovinavano. Allora ella cercava di farsi più forte ed allegra specialmente sotto gli sguardi di Ambrosi. Il vecchio medico rispondeva adesso con una indifferenza quasi sprezzante alle interrogazioni, colle quali De Nittis e la contessa Maria lo tentavano qualche volta, quando Bice non era presente. E che era forse un miracolo il partorire? Per quanto questa funzione potesse parere importante nell'organismo e meccanicamente difficile, la natura vi adoperava una tale insondabile riserva di forze che tutte le donne ne erano capaci, anche le più gracili. I pochi casi di morte dipendono sempre da colpevoli strapazzi o da vizi di struttura, anche questi estremamente rari; quindi citava casi su casi di donne, che al vederle avrebbero dovuto soccombere, ed invece avevano trionfato.

—La vita si è assicurata un ingresso facile, sapendo che tutto le sarebbe dopo difficile.

—Quando cesserete dunque di essere pessimista?—esclamò la contessaMaria.

—Quando avrò capito che torna conto a soffrire.

—Credete in Dio.

—Voi ci credete per tutti noi, e vedete bene che non basta.

Ma con questi modi egli otteneva di mantenere in Bice la maggiore disinvoltura possibile. Ella si era voluto far promettere da lui di assisterla.

—Non faccio la levatrice io: guarda un po' che mani da facchino per trattare le donne. Che cosa c'è da assistere? Tutte ipocrisie inventate dai medici per guadagnare quattrini colle signore! Quando sarà tempo, andrai al Sasso, e la levatrice del paese ti servirà. Sai che cosa vidi una volta da giovane? Ho studiato due anni a Torino. In una escursione d'estate, che feci solo sulle Alpi, a tre mila metri trovai una contadina, che custodiva un branco di vacche. Là il bestiame parte per gli alti prati alla buona stagione, e non discende che l'inverno rimanendo sempre all'aria aperta. Quella contadina era sola e gravida di otto mesi; non aveva che un casotto per ripararsi dalle pioggie. Mi stupii di trovarla così in quello stato e in quel luogo: dovrete pur discendere fra poco, quando si avvicinerà il momento? le dissi. Ella sorrise e mi rispose che avrebbe partorito da sola; a casa il marito le era morto, e non restavano che il nonno con un nipotino, figlio di un'altra sua sorella morta.—Partorirete da sola? esclamai.—Coll'aiuto di Dio! Dopo ne ho viste altre partorire improvvisamente così, nella propria camera, senza bisogno di alcuno.

Nullameno Bice rimaneva paurosa, parendole di indovinare un'altra paura in quella esagerazione del dottore sulla facilità dei parti.

Egli temeva in fatti, ma di cosa anche più tremenda.

Fra Bice e De Nittis la passione di amanti si era già purificata nell'amore di quella invisibile creaturina, che stava per apparire nella loro vita. Egli si era fatto timido, mentre ella invece pareva dominarlo con una nuova importanza superiore a tutto ciò che egli potrebbe mai produrre nella loro esistenza di coniugi. Quindi erano inquietudini per il più lieve dei pallori e la più effimera delle nausee, che spesso le salivano dallo stomaco; ogni passeggiata a piedi importava lunghe discussioni; egli la vigilava con una instancabilità dissimulata abilmente, appena qualche improvvisa esasperazione nervosa le turbasse l'ordinaria placidezza del carattere. Una luce sacra avvolgeva Bice ai suoi occhi di pensatore, quell'aureola che le religioni hanno sempre messo intorno alla donna fecondata, e dentro la quale la presentarono alle adorazioni dell'uomo. Tutti i fulgori della bellezza e i profumi della voluttà vaniscono dalla donna al momento di diventar madre: che importa oramai l'uomo, pel quale potè cangiarsi così? Adesso ella vive già nel futuro di colui, che nascerà dalla sua carne, e il suo cuore si rivolge a Dio perchè salvi la misteriosa opera propria.

Infatti Bice, tutte le mattine, andava a messa con Margherita per ripetere sempre le stesse orazioni, e allorchè De Nittis, sapendo di darle la più profonda delle gioie, l'accompagnava, ella si sentiva anche più sicura della bontà del Signore. Ma al rovescio di molte donne, che affettano orgogliosamente la prima gonfiezza del ventre, cercava quasi di nasconderla sotto ampie vesti, soffrendo anche più dolorosamente di De Nittis, nel ricevere fra i soliti complimenti la punta avvelenata di qualche ironia. Adesso parecchie amiche di Bice, rimaste zitelle, fingevano di compassionarla per quello stato, nel quale diventava anche più brutta, come se la maternità fosse una specie di malattia, che nello sformare il corpo impediva per lunghi mesi tutti gli altri divertimenti. Altre mamme, invece, la spaventavano col racconto dei dolori e dei pericoli inseparabili del parto, anche quando la donna vi giunge, non debilitata.

—È la nostra guerra,—le aveva detto un giorno la moglie del professore di statistica, una bionda angolosa, dagli occhi verdi, troppo povera per non invidiare la posizione di Bice—mio marito mi ha spiegato cento volte che il massimo della mortalità per le donne è nel periodo del parto.

—Siamo dunque più fortunate degli uomini, che morendo in guerra possono solamente avervi ucciso,—rispose Bice amabilmente, difendendosi invano da una paura gelida.

Ma quando De Nittis rientrò, corse a rifugiarsi al suo collo: non si lasciavano più. Nei giorni, che a lei pareva di star meglio, tornavano amanti con una tenerezza guardinga e più profonda, non avendo adesso più nulla che non fosse in comune. I loro giuochi, quasi infantili, li facevano spesso ridere con uno scoppio irrefrenabile di gaiezza; ella, seduta sulle sue ginocchia, gli ripeteva per ore con parole spezzate, quasi senza senso, come si usa coi bambini, la medesima carezza, e finiva col fingere di addormentarsi sulla sua spalla. Egli la cullava come una balia, superbo allora che gli riusciva di alzarsi con lei fra le braccia, per trasportarla sopra un sofà. Questa prova di forza gli gonfiava il cuore di giovinezza. E in quelle lunghe conversazioni da soli doveva spesso rinnovarle, sempre colla stessa inutilità, la spiegazione di tutto ciò che la scienza aveva potuto sorprendere nel fatto della generazione. Bice si ribellava; era impossibile che in un certo momento il feto di un uomo fosse identico a quello di un ranocchio o di un colombo, giacchè tale parità nella natura le faceva male al cuore. L'uomo doveva essere un'opera a parte. Invece si compiaceva al racconto delle poesie, entro le quali l'istinto di tutti i popoli aveva sempre rappresentato la nascita umana: il bambino era la prima strofe di tutte le religioni, la prima emozione veramente disinteressata di ogni individuo.

—Chiamami mamma,—ella esclamava sovente:—non lo sono di già, anche se dovessi morirne prima? Dimmelo prima di lui: chissà quanto tempo gli occorrerà per potermelo balbettare!

Intanto il corredino, stupefacente di ricchezza e di minuzie, era già pronto. In questo capriccio di gran signora, Bice non aveva risparmiato nulla di quanto il suo cuore potesse desiderare; ma la culla sopra tutto, scolpita da uno di quei poveri grandi artisti di campagna, nei quali oggi l'industria uccide il genio, e scoperto da Prinetti sui colli di Vergato, era un piccolo capolavoro. Lo scultore, memore di Mosè, l'avea immaginata come una navicella presa fra le alghe di una riva, compiacendosi a lungo nella disperante riproduzione delle foglie e degli steli schiacciati fra il pantano. Bice invece, dopo averla riempita di merletti, come un nido bianco e soffice, s'incantava spesso a contemplarla, vedendovi già la testa di un bambino sorridente nel sonno.

Poi, negli ultimi mesi, Bice parve ingrassare ed acquistare in robustezza, forse per una recondita necessità di quello stesso peso, che le si aggravava dentro il ventre; ma rimaneva sempre troppo bianca, colle gengive smorte, e certe trasparenze ceree agli orecchi, di augurio non buono. Finalmente, verso la fine di aprile, Ambrosi ordinò di andare al Sasso.

Nel lasciare Bologna Bice diede in un pianto dirotto.

—Non la vedrò più, non la vedrò più!—mormorava fra i singhiozzi, ma la bellezza della campagna la rianimò, e appena arrivati nel giardino della villa, era già tutta contenta. Pochi giorni dopo Ambrosi e Prinetti, venendo alla villa, vi trovarono la levatrice, una donna sui cinquant'anni, di famiglia abbastanza buona, già divenuta una cliente di casa. Aveva un naso da uomo sopra una lunga faccia bruna, con una statura quasi di granatiere; De Nittis meravigliato dell'intenderla dichiarare la necessità assoluta delle lavande antisettiche in tutti i parti, come di un ritrovato messo in voga dall'università di Bologna e che ella aveva praticato per la prima nella provincia, ne parlò con entusiasmo al dottore.

Ambrosi, già contento di lei per averla veduta all'opera in altre circostanze, sorrise di tali elogi, combinando in segreto di venire alla villa, quando ne sarebbe il momento, ma senza lasciarsi scorgere da Bice per mantenerla nella illusione di una assoluta facilità. Il parto invece avendo anticipato felicemente di qualche giorno, il vecchio dottore non potè arrivare che per ricevere il bambino dalle mani della levatrice, mentre stava per fasciarlo.

De Nittis era nella camera di Bice.

—Lascia vedere,—disse bruscamente Ambrosi, benchè alla prima occhiata avesse già fatto l'esame del bambino.

Margherita era gongolante.

Il piccino scuro, grinzoso, cogli occhi chiusi e un ciuffetto biondo nella testolina calva, guaiva, con un suono fesso di giocattolo, fra le grosse mani villose del vecchio.

—Che gliene pare?—chiese la levatrice con una specie di famigliarità professionale, gittando a Margherita una occhiata di superiorità.

—Uhm!

La levatrice credette di vedergli tremare una lagrima negli occhi. Margherita invece, che non aveva pratica di neonati, sordamente indispettita di quella severità di giudizio, tese ambo le mani, chiamando il piccino a piccoli gridi sommessi:

—Amore, bell'amorino!

—Tutto il resto, bene?—egli tornò a domandare.

—Dorme già.

—Andiamo a cena.

Invece si affacciò alla camera; Bice dormiva profondamente, con una mano di De Nittis stretta nella propria. Al rumore dell'uscio questi alzò la testa, accennandogli di andar piano per non destarla.

—Hai visto il bambino?

—Va bene.

Appressò il lume al volto della dormiente, le tastò il polso e parve soddisfatto dell'esame.

—Vieni.

—Oh!—esclamò l'altro a bassa voce:—potrei lasciarla ora?

La balia era già in casa, una montanara dell'Appennino, bionda, tozza, dalle spalle larghe e la pelle brinata come le pesche; il dottore la volle seco a cena per ripeterle un'altra volta tutte le istruzioni; ma restava cupo. Da ultimo respinse il piatto dispettosamente: anche la balia non era contenta del bambino.

—Non potrò farmi onore,—disse con ingenuo egoismo.

—Eh! si tratta proprio di questo. Perdio, fa conto che il bambino sia di vetro: guai se non ubbidisci a tutte le mie prescrizioni! Ma in ogni modo non avrai a lagnarti…. ti saranno riconoscenti egualmente.

Ella pure si fece seria. Quei discorsi tristi, in tale momento, le serravano il cuore coi ricordi dell'altro bambino, che essa aveva ceduto ad una cognata per venire a fare da balia in casa della contessa. Ma quello era grasso, grosso, roseo, enorme per i suoi cinque mesi.

—Il mio è un vitellino;—si lasciò sfuggire arrossendo, perchè entrava Margherita.

Benchè il parto fosse andato anche troppo bene, Bice penò a rimettersi. Uno sfinimento la teneva a letto, bianca ed inerte, coll'anima piena di una malinconia, che la vista stessa del suo bambino non bastava a vincere. Infatti il piccolo Giulio sembrava deperire tutti i giorni: la sua testina scura, con la pelle già vecchia, diventava di un effetto impressionante, quando Mea se l'attaccava alla grossa mammella, sfolgorante e resistente come il marmo. Invano Margherita per vincere tali preoccupazioni si ostinava a vantarlo come un amorino, portandolo spesso in giro fra le braccia, e fingendo di palleggiarlo appena Bice o De Nittis potesse vederla. Questi invece soffriva più di tutti, orribilmente, in silenzio: quella creaturina era dunque tutto ciò che la natura aveva consentito alla sua passione per Bice! Quindi una amarezza, mano mano più umiliante, gli toglieva perfino di fingere innanzi agli altri il solito entusiasmo dei nuovi padri pel primo figlio, specialmente se ella, spaurita del pari, si voltava interrogando coi grandi occhi. Tale chiaroveggenza, nella quale un medico avrebbe forse ancora saputo sperare, si esagerava in loro cogli spasimi di una paura delirante di amore. Bice non osava più la menoma osservazione a quanto le ingiungessero, preoccupata di nascondere il proprio stato per non accrescere quella muta desolazione del marito. La sola sua gioia, intensa e repressa, era di contemplare Mea curva sulla faccia del bambino, schiacciandolo quasi con quel suo seno largo di contadina, dal quale il latte zampillava così copioso che doveva possedere le stesse virtù supreme del sangue per il rinnovellamento di una tanto grama esistenza. Allora una specie di contentezza le saliva dal cuore ad umiliare la propria superiorità di signora malaticcia, tanto poco capace di essere madre, davanti alla sua potenza di balia sufficiente per due bambini, e alla sicurezza, colla quale maneggiava talora anche dinanzi a lei, quasi senza riguardi, quel frale corpiciattolo.

Mea, timida da principio, si era accorta presto di questa muta venerazione senza poterne intendere il profondo significato, ma il suo umore facile, eccitato dalla carne e dal vino, col quale a tavola la rimpinzavano, ne era diventato anche più allegro; mentre la sua bellezza nelle nuove vesti sgargianti di seta, col grande fazzoletto bianco di trine, che le involgeva il busto roseo ed azzurro, e un altro fazzoletto attorcigliato sulla nuca alla provenzale, raggiava di più vivo splendore.

Fortunatamente la naturale bontà del suo carattere le faceva amare anche il bambino.

Bice avrebbe voluto farla dormire nella propria camera, ma il dottore si oppose. A che pro? I bambini avevano bisogno di aria pura, anche più degli adulti, e quella stanza non era abbastanza grande per tre; poi la balia, messa in soggezione dalla madre, non avrebbe dormito quanto le occorreva.

—Per questo,—aveva detto Mea imprudentemente,—a me non ci pensino.

Pochi giorni dopo, Ambrosi dovette tornare precipitosamente perchè il bambino, preso da sforzi di vomito, pareva dare in convulsioni; la balia sosteneva che non era nulla, però dal suo accento si capiva che voleva mostrarsi più pratica di quanto lo fosse. Il piccolo Giulio, sepolto fra i merletti della sua navicella scolpita, dormiva di un sonno agitato sotto gli sguardi di Bice, curva su lui col volto disfatto.

Il dottore esaminò il bambino fingendo di non avvertire la febbre, che lo teneva sopito, e scoppiò a strapazzare tutti. Così era impossibile andare avanti! Che cosa credevano adunque? Che quello fosse il primo bambino nato al mondo, da diventare matti tutti quanti, improvvisamente, se avendo deglutito un po' più di latte, aveva necessariamente fatto qualche sforzo per rivomitarlo? Non accadeva anche agli adulti? Adesso con tutte quelle false tenerezze si era riusciti a spaventare anche la balia.


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