Bice allibita piangeva silenziosamente, De Nittis invece, pallido come un cencio, scrutava nel viso del dottore temendo d'indovinare la commedia di quella collera.
Allora Ambrosi trascese.
—Volete allevare un bambino in questo modo…. e perchè no? Ho visto ben di peggio io in quasi cinquant'anni. Mi dispiace per la bella balia, che vi avevo trovato, perchè a forza di far sempre una scena se il bambino non mangia, se mangia troppo, se non dorme quanto desiderate voialtri, finirete col guastare il latte anche a lei. Se fosse qui la povera contessa Ginevra, so quello che direbbe. La mia opinione eccola chiara e tonda: domani rimando Mea a casa col bambino, o non vengo mai più.
—Dottore!—esclamò Bice giungendo le mani.
—Appunto perchè sono il dottore. Tu sei una sciocchina, che t'immagini una grande novità nel fatto di aver un bambino. Siamo intesi, domani: mi rivolgo a te, Roberto, che sei il padre, e devi capire un po' più di lei. Io resto, torneremo tutti e tre a Bologna, e la balia andrà a casa sua. Sei contenta, Mea? Non è vero che l'alleverai meglio da sola?
—Se Dio m'aiuta!—non potè a meno di rispondere con un atto di gioia.
—Ma vivrà?—proruppe Bice straziantemente, curvandosi ancora ad ascoltare il rantolo del suo respiro.
—Perchè non dovrebbe vivere, dal momento che tu pure sei vissuta? Allora non ti facemmo tante smorfie: lasciatelo dunque dormire una buona volta colla sua balia, e venite con me.
Quella fu nullameno una triste giornata: Bice ogni tanto si asciugava gli occhi, e cercava tutti i pretesti per tornare presso la culla del piccolo Giulio. Il suo spavento si accresceva da questo, che per i bambini non ci potevano essere medicine.
Ma appena rimasti soli, De Nittis aveva afferrato la mano di Ambrosi.
—Tu disperi!
—No ti dico, ma in ogni caso voglio salvare la madre.
—Il pericolo è così imminente?
—Anzi non ve n'è affatto, però colle apprensioni, che avete già nell'anima, non bisogna che il bambino resti qui. Mea a casa propria lo alleverà meglio, perchè sarà più allegra: è questione di mandarle spesso regali, tutta roba di cucina, perchè in casa vorranno mangiare anche gli altri.
De Nittis restava tetro.
—Tu non dici tutto.
—Adesso vuoi fare tu una scena? Ti ripeto, il bambino vivrà, lo spero: la balia è un miracolo di salute. Naturalmente, se tu vedessi, il suo è un'altra cosa; ma se Giulio restasse qui, e per caso si ammalasse seriamente, Bice ne morrebbe. A Bologna la distrarremo.
E gli volse le spalle per andare a riprendere Bice dalla camera della balia.
La mattina seguente, quando Bice si destò, Mea per ordine del dottore era già partita verso i propri monti, dentro il vecchio calesse della contessa Ginevra, con un monte di fagotti e di regali. Bice tornò a piangere; allora Ambrosi mutando tono si fece affettuoso.
—Figlia mia, ho rimandato la balia col bambino appunto per risparmiarti quest'emozione. Quando si è madre, bisogna sapersi frenare e dar retta a chi capisce più di noi: la balia, qui con te, si sarebbe guastata perchè, la conosco, è golosa; a casa sua invece, tutto andrà d'incanto. Giulio, l'ho esaminato un'ora fa, era fresco come una rosa, ma tu non sei donna da saperlo allevare; a forza di riguardi, di vietargli l'aria, di misurargli il sole, gli avresti comunicato le tue paure finendo coll'indebolirlo. Ho dunque deciso io: se non mi credi più, scusami tanto…. vorrà dire che mi sono rimbambito.
Bice gli si buttò nelle braccia, ma nel salire in carrozza, mentre il dottore parlava con Margherita, susurrò all'orecchio di De Nittis:
—Te lo dissi, che avremmo dovuto tanto soffrire!
A Bologna la loro vita continuò come prima, apparentemente calma e modesta, ma un terrore angoscioso di quel matrimonio, nel quale Dio li puniva coll'inane debolezza del figlio, separava ogni giorno più profondamente i due sposi. Bice era anche più severa verso sè medesima. Perchè aveva dunque voluto diventare sposa e madre, sapendo intimamente di dovere quella sottile esistenza di ventitrè anni solamente alla sapiente carità di tutti i suoi amici? Essi avevano potuto strapparla alla morte, ma non darle la vita rigogliosa e feconda delle altre donne. Invece, dopo aver ricusato Lamberto, bello come un atleta, ella si era messa pazientemente, tristamente, ad insidiare la tenerezza del maestro togliendolo alla propria pace crepuscolare per gettargli nell'anima la più dolorosa di tutte le tragedie, quello spasimo dei padri costretti ad assistere l'agonia dei figli, e a rimproverarsela. Nessuna passione poteva scusare tale crudele egoismo. Lamberto, sposandola nell'equivoco di una prima simpatia fanciullesca, avrebbe sempre potuto consolarsene con altre donne, mentre De Nittis doveva invece morirne fra le querele della propria coscienza e le ironie del mondo. Quindi ella sentiva di amarlo più vivamente, appunto per questo rimorso di essere la irreparabile sciagura della sua vita, ora che sformata dal parto non aveva nemmeno più nulla da offrirgli come donna.
Infatti la pelle del volto, macchiata qua e là di trasparenze perlacee, le cadeva flosciamente rugandosi ad ogni piccolo moto, mentre il ventre, rimasto grosso, faceva sembrare anche più dolorosa la curva rientrante del suo petto. Una invincibile prostrazione, dopo qualunque più lieve fatica, le toglieva persino quella prima vivacità giovanile, della quale aveva potuto farsi una grazia, lasciandola quasi senza vita dinanzi allo sguardo malinconico di lui. In tale avvilimento di sè medesima una delirante passione le saliva dal cuore di cadergli ancora fra le braccia per ottenere il suo perdono in un abbandono di singhiozzi e di baci. E siccome il parto li aveva separati, quella solitudine sul grande letto matrimoniale, di notte, nella camera fiocamente illuminata, le rinnovava quasi le paure da bambina fra voci di pianto e invocazioni di nuovi dolori, che la ritornassero un'altra volta degna di essere sposa e madre.
Talvolta invece, credendo d'aver sorpreso nell'occhio di lui un lampo inquietante, si rifugiava ai piedi della Vergine in un'angoscia anche più acuta di felicità. Egli l'amava dunque ancora? Tutto era dunque possibile; e Giulio, il piccolo Giulio, rifiorirebbe egli pure, perchè i bambini sono davvero come i fiori, e basta una goccia di rugiada o un raggio di sole a decidere del loro rigoglio! Poi le malinconie la riprendevano da capo dinanzi a lui, che non sapeva più dove passare le giornate. De Nittis usciva poco di casa, non aveva più lezioni all'università per distrarsi, nè brighe nell'amministrazione già abbastanza bene riordinata; invece cercava di esserle vicino tutto il giorno con una evidente intenzione di consolarla. Malgrado tutta la propria perspicacia, ella non avrebbe mai potuto indovinare con quali più tristi accuse egli segretamente si torturasse per non aver saputo resistere alla propria passione senile, togliendo così a lei l'aiuto di un'altra giovinezza più forte, come la natura avrebbe voluto. Quella, che in Bice era stata inesperienza e fascino di un primo affetto, in lui, già passato attraverso tutte le tragedie della vita, era divenuta corruttela. Questa abbietta parola adesso gli stava confitta nella mente come un marchio di pena. Qualunque fosse la passione, che il suo cuore aveva finito per sentire verso di lei, il senno più volgare e la più ordinaria onestà avrebbero dovuto imporgli di soffocarla: a che dunque tanti anni di filosofia, se non bastavano ad impedire un matrimonio, nel quale un vecchio maestro povero, oramai senza sangue nelle vene, abusava della giovinezza ammalata di una scolara milionaria per farsi sposare?
Tutte le scuse, che allora lo avevano persuaso, scoprivano adesso la propria inanità. Certamente il piccolo Giulio morrebbe! Egli lo sentiva, era necessario, era giusto… Perchè, e sopratutto di che, quella creaturina avrebbe vissuto? Si ricordava la tristezza di Prinetti, durante la grande cerimonia civile, tra quella fredda e latente ironia di tutti gli invitati; i modi così mutati del dottore che, conoscendo di non potersi opporre a simile follia, aveva voluto lasciarvi quel poco di allegria permessa da un'ultima illusione. E anche ora mentiva ostinatamente con lui e con Bice, dichiarando che il bambino non correva alcun pericolo; ma egli pure aveva studiato abbastanza biologia e fisiologia per non potersi più consolare di tali menzogne.
Che gli restava dunque della vita? Quella solitudine senza passato, senza avvenire, senza amici, senza idee, dalla quale aveva creduto di fuggire sposando Bice, si dilatava adesso nella sua vita come sopra una steppa gelata. Era solo, e forse lo diventerebbe maggiormente, perchè sua moglie e suo figlio, sottomessi precocemente alla morte dalla sua vecchiezza, agonizzavano già, silenziosamente, vicino a lui.
Era così, lo aveva voluto.
Indarno il dottore e la contessa Maria tentarono ogni modo di distrarli, poichè l'anno di lutto non essendo ancora trascorso, persino i teatri rimanevano loro chiusi. Quindi per uno di quegli accordi taciti, che solo i grandi dolori suggeriscono, ciascuno evitava di parlare del piccolo Giulio; solo il dottore, che andava spesso a trovarlo, riassumeva tutte le notizie in un solito:
—Va bene.
Quelle sere i volti erano più ansiosi; ma dopo queste parole sacramentali, la conversazione stentava ancora più a riannodarsi.
Verso Natale Bice insistè per vederlo.
Malgrado tutta la salute della balia e l'aria balsamica dei monti, il bambino deperiva quotidianamente; De Nittis, avvertitone da Ambrosi, andò a visitarlo di nascosto, colla scusa di una gita a Firenze, e ne ritornò colla morte nel cuore. Allora non fu più possibile rattenere Bice; ma, a rovescio di ogni previsione, ella si mantenne nella più grande tranquillità davanti al piccino, che le parve quasi come tutti gli altri, poichè il dottore era riescito abilmente a far sparire di casa l'altro della balia per cansare il confronto.
Da quel giorno, per una di quelle coincidenze, delle quali la superstizione è sempre pronta a giovarsi, il piccolo Giulio parve migliorare; quindi le visite alla balia si ripeterono ogni due settimane, poi tutte le domeniche, talora anche senza il permesso del dottore, meravigliato anch'egli di tale risveglio. Bice, d'accordo colla contessa Maria, spese duemila franchi in una magnifica festa alla Madonna nella chiesa della parrocchia, spogliando per quel giorno tutte le proprie serre. E il bambino prosperò ancora al ritorno della primavera. Certo rimaneva sempre mingherlino, con una pelle cinerea e la testa così grossa, che sembrava non potergli reggere fra le spalle, ma adesso suggeva tutto il latte della balia e cominciava a tenersi ritto sulle gambine. Era più di quanto abbisognava per illudere un cuore di madre.
Il dottore invece non se ne mostrava molto più lieto, però non ebbe più bisogno di persuadere a Bice di lasciarlo in campagna.
Poi anch'egli ammalò. Sulle prime non era parso nulla; si lagnava d'improvvise fiacchezze e s'andava addormentando ovunque sulle sedie; quindi una mattina, sull'uscio di casa, un colpo apoplettico lo aveva fatto cadere sul pianerottolo. L'illustre clinico dell'università, accorso precipitosamente alla prima chiamata, potè dichiarare che per questa volta il caso non era grave. Bice, avvertitane necessariamente da De Nittis, diede subito in convulsioni, ma appena rinvenuta andò risolutamente a vederlo, e non volle più uscire dalla sua camera. Quel vecchio servo contadino pareva rimbecillito. Allora De Nittis e la contessa Maria si aggiunsero a lei per circondare il malato di cure così affettuose, che lo facevano piangere.
Era rimasto alquanto impedito nella lingua, ma colla mente lucida. In capo a una settimana non serbava di quell'insulto che un intorpidimento nella gamba sinistra e qualche difficoltà di pronuncia a certe sillabe. Ma la sua faccia non era più quella: sembrava che un velo bianco ed opaco gli si fosse incollato sulla pelle, gli occhi guardavano incerti, si era curvato, spesso traballava. Colla caparbietà dei vecchi forti non ne volle però convenire. La prima mattina, che uscì di casa per riprendere il giro delle sue solite visite, ingiuriò il servitore perchè voleva accompagnarlo, e ricusò persino di salire in fiacre.
De Nittis, trovandolo per strada, potè appena trarselo a casa colla scusa di fare tutti insieme colezione con Bice.
—Volete strapazzarmi, non vengo.
—Lo meriteresti.
—Perchè non rimango in casa ad aspettare il secondo accidente, che mi porti via!—borbottò scrollando le spalle.—So presso a poco quanto può tardare alla mia età, colpito dove sono stato colpito: sarà finita finalmente.
A colezione combinarono per la prima domenica di andare dal piccoloGiulio.
Fecero il viaggio in calesse con un bel sole; il dottore pareva allegro, ma la sua allegria cessò subito davanti al bambino.
—Non dite dunque niente?—gli si volse Bice inquieta.
—Non c'entro più…. io me ne sarò andato da Bologna prima che lui ci venga.
E fu vero. Quasi due mesi dopo, un'altra mattina, il servitore lo trovò morto nel letto; il piccolo Giulio, già slattato, non tornò invece dal Sasso a Bologna che sui primi di novembre.
Allora Bice sentì che della propria giovinezza non le rimanevano più che i ricordi; altri doveri, altri orizzonti di sposa e di madre le si aprivano alla coscienza. Ne divenne più calma, con quella mite severità della contessa Ginevra, alla quale veniva sempre più somigliando anche nei gesti e nelle inflessioni della voce. Comprendendo la necessità di non chiudere la propria casa in una città come Bologna, ne parlò con De Nittis perchè vi attirasse quanti ne sarebbero stati degni per la finezza della educazione e la coltura della mente; ma quantunque persuaso della bontà di tale idea, egli se ne schermì. Stavano tanto bene così, che non v'era motivo di mutare; poi il tempo non mancherebbe mai per accogliere qualche nuovo amico, e magari apprestare qualche festa.
L'anno di lutto era già finito da un pezzo, senza che Bice avesse ancora posto il piede in alcun teatro. Tutta la sua vita era intorno al bambino, del quale aveva fatto porre la magnifica culla nella propria camera, presso il grande letto, compiacendosi ella stessa a fargli da governante, quando si destava per qualche bisogno improvviso. Ma oramai il miracolo della guarigione era fatto per sempre. Quindi il suo cuore si fondeva in una riconoscenza devota al ricordo del vecchio dottore, che opponendosi ai suoi naturali egoismi di madre, glielo aveva salvato col mandarlo in campagna, a casa della balia. Già nel primo impeto di riconoscenza, allorchè Mea col marito aveva riportato il piccino alla villa, Bice aveva dato loro un libretto della cassa di risparmio, intestato all'altro bambino, per una somma di cinquemila lire.
—È Giulio che vuole così, per il suo fratellino di latte.
Poi Mea aveva dovuto, naturalmente, promettere di tornare spesso aBologna..
E da principio tutto andò bene. Bice non si ricordava quasi più del marito, se non per sorridergli come al padre del bambino, o preoccuparsi tratto tratto di quanto avesse potuto ancora fargli piacere. Quindi aveva tolto dalla propria camera di sposa, divenuta come una cappella colla presenza del bambino, tutte le mondanità della toeletta, per aggiungervi invece un altro gran quadro della Vergine al disopra della culla. De Nittis dormiva in fondo all'appartamento, in una camera attigua al proprio gabinetto di lavoro.
Un altro cuoco aveva sostituito Tonina, occupata ora della vecchia Rosa, che perduta quasi affatto la conoscenza e la vista, non si muoveva più da sedere. Era diventata anche sorda.
Solo Bice, parlandole forte nell'orecchio, aveva ancora la facoltà di trarla da quella sonnolenza di bruto; poi la vecchia tornava ad abbandonare la testa sul petto, e i suoi occhi senza sguardo rimanevano fisi in una opacità oleosa d'impannata. Laonde tutti i tentativi per farle riconoscere il bambino erano riusciti vani; glielo avevano messo sul letto, sulle ginocchia, quasi fra le mani, con una di quelle ostinazioni, alle quali è così difficile dare un nome; ma il piccino era sempre scoppiato a piangere, ed ella non aveva avuto che un gesto vago.
Bice, superstiziosa come tutte le mamme, si era sentita stringere il cuore da un'angoscia inesprimibile. Nella sua immaginazione malata, Rosa era a poco a poco divenuta il genio misterioso della casa, che ne custodiva nella profonda coscienza tutti i segreti; quindi si ricordava di non essere mai riuscita, malgrado la propria superiorità, a celarle qualche cosa di se stessa o a ribellarsi contro i suoi oscuri voleri. Ma quando l'aveva interrogata su quel matrimonio con De Nittis, la vecchia era rimasta in silenzio. Perchè? Ella non aveva osato ripetere la domanda. Però, da quel giorno, Rosa rientrata più profondamente nel silenzio della propria solitudine, non aveva sentito altro nella casa, nè le feste del matrimonio, nè la morte della contessa Ginevra, nè la nascita del piccolo Giulio; Bice veniva a vederla due o tre volte al giorno, ma il suo cuore si distaccava insensibilmente da quella figura di mummia, già fuori della vita.
Il piccolo Giulio assorbiva tutte le sue preoccupazioni.
Era piccino, coi capelli radi e riccioluti sopra la fronte troppo convessa e la testa troppo grossa. I suoi occhi frangiati da ciglia di una lunghezza impressionante, che a lei ignara del probabile significato patologico di questa bellezza facevano battere il cuore d'orgoglio, erano azzurri, di una limpidità cristallina e fosforescente; avea la pelle non fresca, ma così fine che vi si contavano tutte le più piccole vene di un turchino scialbo, come fili stinti sotto uno strato diafano di polvere. Ma, sebbene parlasse già e conoscesse benissimo tutti, la sua viva predilezione era di restar lungamente seduto sopra un'alta scranna a guardare delle stampe nel gabinetto di Bice, mentre essa fingeva di lavorare sorvegliandolo con intensa passione. Entrambi parevano quasi sempre tristi: egli permaloso per ogni nonnulla resisteva ostinatamente a tutti i tentativi di riconciliazione, e allorchè, pigliandolo in collo dolcemente, ella si metteva a passeggiare pel gabinetto, la sua pesante testina le si piegava a poco a poco, lenta e smorta, sui capelli neri come sopra il cuscino di una bara. Quindi Bice, non osando accompagnarlo fuori di casa per paura del freddo, aveva fatto disporre due grandi saloni con molti vasi di piante, a giardino, perchè potesse svagarvisi come per una campagna; ma poco appresso, impaurita da qualche gesto del bambino, che si portava spesso la mano alla testa, credette che i profumi di quei pochi fiori gli facessero male, e fece rimettere i saloni come prima. Solamente nelle belle giornate di sole, quando faceva quasi caldo, usciva con lui in carrozza sul mezzogiorno, dopo averlo ben bene affagottato.
Poi, ai primi soffi della primavera, tornarono al Sasso. Il bambino deperiva lentamente, diventava cereo, colle mani crespe, senza più voglia di camminare. Margherita, quando era sola con lui, doveva soffrire mille pene per fargli muovere qualche passo sul prato; ma, se Bice sopravveniva, lo ripigliava subito in braccio, e se ne andava dondolandolo guardingamente.
De Nittis, anche più inquieto di Bice, taceva. Già prima di partire pel Sasso, avendo interrogato vagamente l'illustre clinico dell'università, questi gli aveva risposto in modo così scoraggiante, da fargli quasi sospettare che potesse avere esaminato il bambino; e però soffocando in cuore le paure, che ne guizzavano ogni minuto, lo sorvegliava anch'egli di continuo, con una acutezza di osservazione resa anche più dolorosa dalla necessità di nasconderla.
Bice invece sembrava reagire contro quelle dolorose impressioni, come sforzandosi a negarle con una insolita volubilità; ma una sera che il sindaco era venuto a salutarli col medico condotto, un giovane secco e bruno, di una fisonomia volgarissima, la sonnolenza del bambino e il suo schermirsi incessante dalla luce colle manine la colpirono più vivamente. Glielo mostrò.
Il dottor Leoni, che lo aveva già guardato, parve quasi rifiutarsi, poi disse che senza spogliarlo qualunque serio esame era impossibile.
—Vuoi andare a nanna, Giulietto?
Egli rispose di sì col capo.
Allora il dottore seguì Bice. Era diventato improvvisamente più serio, studiando il piccino nudo, che dormigliava in piedi; ella si sentiva sopraffatta da un freddo terrore.
—Si è un po' smagrito,—tentò di dirgli.
Ma il dottore rimaneva concentrato, poi rispose:
—Lo mostri a qualche altro.
Bice si voltò di scatto.
—Ma non ha nulla: le accerto che, da quando l'ho ripreso a casa, non è mai stato a letto un giorno solo.
Ella non volle dir nulla a De Nittis, ma la mattina dopo il bambino ebbe uno sforzo di vomito, mentre Margherita lo rizzava in piedi per vestirlo, e si mise a piangere dal dolore di testa, nascondendogliela nel seno per non vedere la luce.
Il dottore, mandato a chiamare in fretta, entrò nella camera vestito peggio della sera prima, con una giacca di fustagno e due scarpe gialle, giacchè un servitore lo aveva trovato, mentre col biroccino si dirigeva verso San Quirico, alla casa di un colono.
Anche De Nittis era nella camera.
—Dottore, mio Dio!—esclamò Bice, andandogli incontro.
Egli non sembrò commuoversi a questa angoscia di madre: fece rizzare il bambino da Margherita e gli scrutò acutamente gli occhi.
—Veda,—si volse a De Nittis,—la pupilla destra è leggermente strabica: non mi pare che ieri sera fosse così. Il bambino ha sempre avuto questo difetto?
—Mai!—gridò Bice precipitosamente, curvandosi per guardare anche lei, ma il bambino aveva già chiuso gli occhi e, quando glieli vollero aprire per appressarvi una candela accesa, tentò un gesto disperato per respingerla, rompendo in un urlo di pianto, che gli rinnovò gli sforzi del vomito.
—Lo calmi, lo calmi,—disse il dottore.
Poi, siccome il bambino si teneva abbracciato a Margherita per il collo, Bice e De Nittis trascinarono il dottore alla finestra; egli s'imbarazzò, aveva conosciuto De Nittis all'università, e benchè condannasse i suoi principii filosofici come retrivi, provava una certa soggezione del suo ingegno e per la signorilità delle sue maniere.
—Sentano,—rispose finalmente, non senza durezza: se si trattasse del figlio di un povero, io potrei dire la mia opinione, ma con loro…. Chiamino Murri; lei, professore, è stato suo collega.
Bice si strinse la fronte nelle mani.
—Non c'è nessun pericolo per ora…. potrei anche ingannarmi, ma fra due o tre giorni la diagnosi sarà chiara. Anche quelle ciglia così lunghe sono sempre un sintomo….
—Di che?
L'altro non volle rispondere.
De Nittis comprese che era inutile insistere.
—Avrete la bontà, dottore, di ripassare oggi? Intanto io scriverò al mio amico Murri che voi desiderate di consultarlo.
Ma la voce gli venne meno.
Questa delicatezza parve impressionare il dottore; Bice li ascoltava come trasognata.
—Tornerò tutte le volte che vogliano. Allora aspettiamo altri due giorni, pericolo non ce n'è ancora, poi nemmeno ci sarebbe….—ma s'interruppe per tornare su la culla ad ascoltare il respiro del bambino, che si era addormentato.
Questi pareva calmo, senonchè attraverso il suo rantolo lieve, tratto tratto, passava qualche piccolo strido.
Poi quella scena così spezzata, profondamente repressa, sconcertò lui pure: avrebbe voluto dire qualche parola gentile per andarsene, ma invece non trovava nemmeno come salutarli.
Quando finalmente fu uscito, Bice afferrò De Nittis per l'abito mormorando con accento di terrore:
—Quell'uomo ci odia, l'ho sentito.
—Almeno non ci ama perchè siamo signori;—egli rispose con un sorriso doloroso.—Quasi tutti i giovani medici condotti oggi sono socialisti.
—Scrivi subito a Murri.
—Aspettiamo, mia cara: vedi bene che, se ci fosse ombra di pericolo, egli ce lo avrebbe detto, dal momento che invoca il controllo di Murri per la diagnosi. È un giovane, che mi pare intelligente.
Alle nove della sera lo strabismo della pupilla destra non era aumentato, sebbene il vomito si fosse ripetuto con qualche piccola convulsione, e l'addome del bambino apparisse anche più retratto; ma tornando per la terza volta verso le undici, il dottore trovò Bice e De Nittis ancora nella stessa posizione, a fianco della culla, che lo attendevano.
Il piccino batteva i denti nel sonno. Al rumore dell'uscio gettò un grido acuto, lacerante, quel grido speciale, idrocefalico, che pei medici è uno dei sintomi più sicuri in tale malattia. Il dottore si fermò sulla soglia, mentre gli altri due, invece di venirgli incontro, si erano già rivolti verso la culla. Nella camera una lampadina opaca, da notte, rompeva le tenebre: Margherita entrò poco dopo, senza il solito grembiale bianco, recando un cerino: tutti parlavano piano, girando sulle punte dei piedi, come in un mistero di terrore.
Gli altri sintomi della malattia erano già comparsi; le pupille ristrette, le glandole del collo tumefatte, e soprattutto quegli sforzi ripetuti per infossare la testa nel cuscino, che rivelavano le contrazioni dolenti dei muscoli cervicali. Un lampo d'orgoglio illuminò la faccia del dottore: De Nittis se ne accorse. Ma Bice non staccava gli occhi dal piccino.
—Ha un gran male alla testa, poverino! perchè non gli date qualche cosa, dottore? Vi debbono pure essere dei rimedi!
Egli invece tornò a ripetere l'esame, poi voltandosi di preferenza a De Nittis, del quale la faccia apparentemente calma gl'inspirava maggior fiducia:
—Senta,—disse,—io non assumo di fare alcuna ordinazione. Si potrebbe mettergli il ghiaccio sulla testa e tentare un'applicazione di mignatte dietro le orecchie; una volta somministravano anche il calomelano coi fiori di zinco…. ma non credo alla razionalità di tali rimedi. Scriva a Murri, vedremo che cosa decide.
—Non vedete come soffre alla testa?—tornò ad esclamare Bice, che non aveva badato a tutte quelle parole scientifiche, pronunciate dal dottore con visibile importanza.
Ma De Nittis lo trasse alquanto in disparte, mentre Margherita, indovinando la gravità della situazione, cercava d'intrattenere Bice col ricomporre i cuscini nella culla.
—Dottore,—gli disse piano con voce tremula,—non ho altro dirittoper chiedervi un favore che questa mia miseria…. la vedete!Oh!—sospirò frenandosi con un ultimo sforzo:—andate voi stesso aBologna da Murri, conducetelo qui subito. Non vedete Bice?
—A quest'ora sarà difficile che mi riceva.
—Non c'è proprio nessun rimedio? Credo di aver capito, è una meningite.
—Basilare tubercolosa: talvolta si guarisce.
—Ma non vi sono rimedi?
—Credo di no.
—Dottore, andate per carità nella mia carrozza. Avete altri ammalati gravi?
—No.
—Andate, non è vero?
E la sua voce aveva un accento così triste che l'altro si arrese, sicuro che l'illustre clinico non l'avrebbe ricevuto a quell'ora, e molto meno si sarebbe alzato per un caso, del quale la gravità non presentava nessun carattere di urgenza.
Infatti non tornò che l'indomani, alle due dopo mezzogiorno; Bice e De Nittis non si erano coricati, vegliando assiduamente il bambino. Quando l'illustre clinico entrò nella camera, l'aspetto smorto, disfatto di quei due parve impressionarlo. Era quasi un bell'uomo, alto, ancora giovane, dai capelli già bianchi e il viso malinconico; coll'abitudine di simili scene, invece di perdere tempo in complimenti inutili, andò difilato alla cuna. Margherita aveva già spalancate le finestre. Il dottore, che gli aveva parlato più di una volta lungo il viaggio su quel caso, non fiatava, spiandolo nel volto con un'ansia mal dissimulata, ma si accorse subito di aver indovinato, sebbene la faccia di lui rimanesse impassibile sotto lo sforzo di tutte quelle emozioni, che la tentavano. Bice, De Nittis e Margherita non respiravano più, mentre il bambino, colla testa affondata nel cuscino, gettava tratto tratto quel grido insopportabile.
Poi l'illustre clinico scambiò col dottore un segno quasi invisibile di assenso.
Era la morte, nessuno s'ingannò.
—Si può mettere una piccola vescica di ghiaccio,—disse colla sua voce chiara;—questo lo calmerà un poco, e aspetteremo. Quanto alle sanguisughe sarebbero un errore: avete fatto benissimo, dottore; l'esudato essendo negli spazi sotto aracnoidali, non si vede come una sottrazione sanguigna dietro l'orecchio potesse limitarne l'afflusso o deciderne il riassorbimento. I fenomeni flogistici in questo caso sono troppo secondari, per poter essere combattuti nemmeno con una cura sintomatica.
Pareva in clinica facendo la solita lezione: ma si riscosse prontamente e, volgendosi a De Nittis, gli strinse con nuovo affetto la mano:
—Coraggio, mio caro professore! il caso è piuttosto grave, ma abbiamo anche esempi di guarigione. Non bisogna tormentarlo e nemmeno tormentarsi così, signora mia: ella ha fatto malissimo a non andare a letto; io la consiglierei a coricarsi subito, altrimenti correrà pericolo di ammalarsi pei troppi strapazzi. No, no, non pianga: ho avuto casi di guarigione, che ci permettono ancora di sperare; poi la natura, specialmente nei bambini, è piena di risorse.
Ma sotto la cortesia dei modi si sentiva l'indifferenza professionale.
Bice si drizzò delirante, con un gesto vago di minaccia, mentre DeNittis le si gettava davanti per rattenerla.
—Morirà!
—No, signora, non ho detto questo, anzi dobbiamo sperare che guarisca. Ella non si agiti così inutilmente, perchè noi faremo tutto il possibile per salvare questa cara creaturina. Creda un poco anche a noi; non sempre la malattia è più forte della scienza.
Ma ai singhiozzi di Bice anche De Nittis diede in pianto tenendola abbracciata, e si stringevano il collo, la faccia nella faccia, cogli occhi chiusi in una cecità disperata, mentre il sole entrando per le finestre spalancate stendeva come una larga pezza d'oro su per quel pesante letto di quercia, e nell'angolo la piccola navicella, coperta da un gran velo bianco di merletti, pareva oscillare mollemente fra le alghe del proprio piedestallo.
Ad un cenno dell'illustre clinico il dottor Leoni lo aveva seguito, uscendo adagio, quasi inavvertiti, colla scusa di andarsene subito per altre visite, ma profittando invece di quel momento per sottrarsi al finale di una scena indarno straziante. Margherita corse loro dietro ad offrire un rinfresco, che accettarono in piedi: anch'ella capiva dai loro volti che tutto era finito, ma l'indifferenza dell'accento, col quale adesso parlavano della malattia, le faceva male. Il dottor Leoni mostrava un rispetto quasi servile verso il gran clinico.
—Tornerà ella, professore?
—A che scopo?
Margherita aveva rovesciato una bottiglia dichartreuseverde nel deporla sulla tavola; il suo grosso seno tremava di un singulto represso, poi quando vide che andavano verso l'uscio:
—Non c'è proprio rimedio!—gridò—Oh poveri padroni…. due santi!
Il dottor Leoni, che si ritraeva già all'uscio per lasciar passare il professore, si volse di scatto a questa parola.
—Due santi!—ripetè poscia ironicamente, con quella brutalità, della quale i medici spesso non si rendono conto, appena fu salito con lui nella carrozza.
—Già! De Nittis è un grande ingegno mistico.
—Un degenerato superiore!
L'illustre clinico sorrise enigmaticamente a questa affermazione di una tra le più volgari teorie della nuova scuola psicologica.
—In ogni caso la generazione non è dei santi ma dei forti,—concluse; mentre la carrozza s'allontanava, e il dottor Leoni tornava a parlare del carrettiere, che voleva mostrargli, sfruttando quella occasione di una visita pagata da De Nittis.
Da quel giorno alla villa tutto parve mutato: i servitori non si vedevano quasi più, le finestre rimanevano chiuse al bel sole di primavera, e dentro il silenzio era anche più tetro. Giuseppe, il vecchio cocchiere, rimaneva quasi tutta la giornata nell'altro caseggiato delle stalle, ove il cuoco e i giardinieri andavano a trovarlo parlando a bassa voce, giacchè la coscienza di quel disastro era uguale in tutti. La casa andava in isfacelo. La signora Bice non avrebbe potuto sopravvivere alla perdita del bambino: e dopo? come finirebbe? Essi amavano già in De Nittis la grande bontà del carattere, ma non lo conoscevano abbastanza per sapersi sicuri dell'avvenire, mentre Margherita e Tonina invece si obbliavano in quell'angoscia di morte, che lo minacciava. Già la mattina dopo, avendo vegliato anche la seconda notte presso la culla, non era più riconoscibile; Bice terrea, cogli occhi infossati e cerchiati di una lividezza sinistra, pareva diventata anche più curva. Le sue labbra contratte avevano quel colore indefinibile delle cicatrici, che non possono guarire. Tutte le sue ribellioni erano cessate in quella disperata certezza della morte, come se il bambino le si spegnesse lentamente dentro l'anima: tratto tratto credeva di non pensare più, poi al primo grido gli si curvava precipitosamente sul viso con un'altra sensazione inesprimibile, che egli stesse per affogare travolto da una corrente rapidissima, e le tendesse le manine inutilmente nel passarle dinanzi.
Dentro la camera, quasi buia, l'ombra in quei primi caldi di maggio diventava pesante: i mobili si vedevano appena, solo quel grande merletto gettato sopra la culla biancheggiava al chiarore della lampadina opaca, riparata nell'angolo dietro l'inginocchiatoio, mentre in alto qualche riverbero correva per la vecchia cornice dorata della Madonna sospesa al disopra del letto nelle tenebre.
De Nittis, seduto a' piedi della culla, guardava ora Bice ed ora il bambino, quasi ugualmente agonizzanti, senza che la sua anima, immobile dinanzi a quella dissoluzione pigra ed inesorabile di tutto ciò che aveva amato, potesse gettare un lamento. Il bambino non gli apparteneva già più, era una cosa che si disfaceva sotto i suoi occhi nella insignificanza di tutte le morti materiali, che il dolore non può sollevare sino alle sfere dello spirito.
Adesso non aveva più nè moglie nè figlio. Quel dolce sogno di amore, fra la donna e il bambino, vanito come uno di quei vapori d'autunno sopra i prati montani al primo soffio freddo del vento, lo lasciava più solo di prima. Dopo l'ultimo scoppio di pianto alle parole cortesemente inesorabili dell'illustre clinico, Bice era piombata nel silenzio; non un lamento, un'accusa ingiusta e reciproca, che li sollevasse con un mutamento di dolore. Anch'essa accettava l'espiazione. Il loro amore era stato come una rivincita di anime, ebbre della propria immortalità, contro le leggi della natura, la quale si rinnova nelle stagioni, e perisce quando non può rinnovarsi. Si ricordava l'esultanza delirante dei loro cuori su quel ponte, lungo la strada, che lambiva il cancello della villa allorchè, avvolti nell'ombra diafana e tra i sorrisi delle stelle, si erano parlati col linguaggio dei poeti, credendo di ricevere dalla notte le supreme rivelazioni della vita. L'incanto della loro passione simile a quello dei santi, che non vivono più che in Dio, e ai quali la natura rinnovella sempre col proprio contatto il senso doloroso di una caduta, avrebbe dovuto dileguare nel sogno di quella notte come un altro sogno più leggero, oltre i confini dell'ombra, là dove tutto quanto fu diviso si riunisce, e il mistero delle apparenze si dissipa. A che prò ridiscendere fra la moltitudine delle esistenze suscitate dal sole sulla terra, e sottomesse alle necessità di una distruzione faticosa? L'amore non può diventare divino che nella morte, ma le sue leggi nella vita sono quelle stesse della natura, che si vendicava adesso sul corpo del loro bambino spazzandolo come un inutile rifiuto. Quella meningite colpiva appunto il figlio dove il padre aveva peccato: era caso, era legge? Era forse null'altro che una pietà suprema, o un risparmio brutale della materia, colla quale tutti i corpi si rinnovano? Tutta la scienza del suo pensiero soccombeva davanti alla terribilità di questi problemi; egli non era più uomo; quella morte lo isolava per sempre in se stesso, nell'inconsolabile vergogna della propria inanità. Comunque si succedessero i giorni, e splendesse il sole e la gente esultasse intorno a lui, egli sarebbe solo a fianco di Bice ancora giovane, e nullameno condannata a guardare nella vita senza la speranza di potervi mai più partecipare.
Adesso vivevano chiusi in quella camera, uscendone appena per il pranzo e ritornandovi subito dopo, quasi sempre senza aver mangiato, ad attendere il dottor Leoni, che veniva tre volte al giorno. Ma tale insondabile dolore muto aveva sconvolto anche in lui tutte le idee di giustizia colla rivelazione di un altro ordine ben più tragico della gerarchia, che egli rinfacciava alla società, e nel quale la grandezza dei mali si misurava non alla miseria dei salari ma alla superiorità dello spirito. La sua anima, più volgare che bassa, ne subiva inconsciamente il fascino cedendo ad una ammirazione sempre più viva per De Nittis, del quale l'ingegno gli scopriva talora in poche frasi di un pessimismo lacerante tutta la inanità della medicina, condannata fatalmente a non comprendere nemmeno il perchè dei pochissimi rimedi, e a stabilire le proprie leggi sull'incertezza di alcuni fenomeni.
Ma quella meningite basilare tubercolosa non consentiva nemmeno di essere lenita, giacchè il piccino aveva fatto ogni sforzo, rantolando affannosamente, per torsi dal capo la vescica del ghiaccio. Bisognava assistere per otto, forse per quindici giorni, al suo lento supplizio, immobili, senza potergli neppure nelle crisi più spasmodiche porgere il conforto di una carezza. Entro quella ricca cuna sommersa nell'ombra della camera, e fra il chiarore incerto delle trine, che orlavano i cuscini e i piccoli lenzuoli egli appariva vagamente come una macchia; ma non appena aprivano le finestre all'arrivo del medico, e questi lo pigliava fra le mani per esaminarlo, il suo volto cinereo, lucido di un sudore viscoso, coi labbruzzi scuri come una foglia imputridita, ricadeva d'ogni lato pesantemente, sempre con quel rantolo interrotto da grida sottili. Le sue pupille, salite sotto le palpebre, vi rimanevano coperte a mezzo, come stravolte nello spavento di una visione dileguata; però, adesso che il loro azzurro pareva essersi dilatato, la luce non le offendeva quasi più. Poi il respiro gli si faceva improvvisamente tranquillo, e un fuggevole rossore gli colorava le gote, permettendo quasi di sperare in un ritorno vittorioso della vita, mentre il coma si manteneva sempre così grave, e subiti scatti di convulsioni facevano da capo sbalzare tutte le sue piccole membra, come sotto il morso di una scottatura.
Allora il dottore s'affrettava a rimetterlo sotto le lenzuola, ordinando di socchiudere le finestre per velare loro quello straziante spettacolo.
Bice non gli domandava più nulla, De Nittis lo accompagnava pel giardino sino al cancello, e più di una volta lo aveva interrogato sullo stato di lei. C'era infatti da impensierirsene: la sua magrezza diventava tutti i giorni più livida, molte sere doveva aver avuto la febbre, ma fortunatamente la tosse non era ricomparsa. Ella invece, appena uscito il medico, andava a gittarsi sull'inginocchiatoio ridomandando smaniosamente alla Madonna il miracolo di quella guarigione. Non era quello il solo momento che potesse farlo, quantunque De Nittis non abbandonasse quasi mai la camera, ed ella non volesse farsi vedere da lui in tale supremo tentativo di forzare la volontà onnipotente della Vergine; ma lo sceglieva: con un raffinamento adulatore di fede, per umiliare quella abdicazione della scienza umana troppo spesso così orgogliosa contro Dio.
Era andata anche due o tre mattine nella chiesa parrocchiale a farvi la comunione durante la messa, senza avvisare alcuno. Ella solamente come madre poteva ottenere la grazia: era la carne della propria carne, l'anima della propria anima, quella che domandava a Dio. Per quanto De Nittis soffrisse, non avrebbe mai potuto paragonare il proprio dolore al suo; egli non era che padre per il contatto di un attimo con quella creatura, che ella aveva composto di sè stessa. Poi De Nittis non credeva come lei; adesso nella paura delirante, che la ricacciava verso Dio, le pareva che solamente una fede senza alcun egoismo di speranza potesse commuoverlo.
—Oh Signore, voi potete!
Ma colla Madonna invece piangeva e chiedeva. Ella non poteva aver dimenticato un tale dolore nella gloria della propria assunzione, dacchè aveva voluto rimanere sugli altari all'adorazione degli infelici come una Mater Dolorosa. Era questo il suo culto più gradito, l'immagine lasciata di sè stessa alle povere donne votate a soffrire dopo di lei. Bice la pregava con un'intimità pressante, parlandole mentalmente come a persona viva, senza che la visione poetica le s'intorbidasse mai tanto, da dover ricorrere come il volgo ad immagini materializzate per sempre nella deformità di un culto idolatrico. Anzi ella non avrebbe nemmeno saputo dire in che consisteva questa sua fede nella Madonna: sentiva che Dio, l'inaccessibile, l'infallibile, era il padrone, e tutto veniva da lui, tutto vaniva innanzi a lui, anche gli spiriti che aveva più amati e la Vergine, nella quale si era compito il suo più grande mistero; ma ella amava nella Madonna il simbolo divinizzato dell'amore materno coll'agonia di tutti i dolori e il trionfo finale sulla morte, in quel rapimento di angeli osannanti, che l'avevano trasportata vivente sul trono di Dio.
Non ostante la febbre di tali esaltazioni, la natura stremata la costringeva a prendere qualche riposo. Da principio s'addormentava di un sonno inquieto sulla sedia, presso la culla, poi dovette cedere alle istanze e mettersi a letto; anche De Nittis aveva consentito a fare altrettanto, dividendo le ore di veglia con lei, Margherita e Tonina. Erano già passati otto giorni. Tutte le sere arrivavano lettere di amici da Bologna, che domandavano notizie colle solite frasi d'incoraggiamento; Prinetti, venuto di nascosto alla villa per evitare a Bice un'altra commozione, non aveva parlato che con De Nittis, e non era più ritornato. Anche a lui crescevano i dolori: una nipote gli era fuggita con un giovinastro senza lasciare traccia, gli altri erano già lo scandalo del paese.
Ma Bice, immemore di tutti, non aveva nemmeno notato la sua assenza. Invece pensava talora al povero Giorgi, la sola anima di santo che avrebbe potuto parlarle di quel dolore, mentre tutti gli altri, compreso De Nittis, non lo intendevano abbastanza.
La mattina del decimo giorno, una domenica fiammeggiante di sole, il bambino stava peggio: erano già tutti alzati intorno alla culla, colle finestre socchiuse. Fuori, nell'aria limpida e vibrante, passavano tutti i soffi del maggio, si udivano stormire le foglie e cantare gli uccelli. Ella n'ebbe un risveglio lacerante, poi Margherita corse da Giuseppe perchè andasse a cercare il medico, ma questi era in visita, lontano sui monti, ai confini del comune.
Quando Margherita rientrò ansante per la corsa e si appressò alla culla, il bambino respirava a stento; le pupille gli erano un po' discese dalle palpebre, ma parevano anche più opache.
Non parlarono. Margherita aveva scambiato un'occhiata con De Nittis, bianco nel volto come nei capelli, e colla barba non rasa da tre giorni, che gli faceva una fisonomia più ammalata.
—Il dottore?—egli si rivolse a Tonina sopraggiunta in punta di piedi.
L'altra, senza capire bene, andò a guardare dalla finestra, ma Bice scorgendola solamente allora, fece un gran gesto e scappò dalla camera verso quella di Rosa, della quale non si era ricordata più in tutto quel tempo. Margherita e Tonina la seguirono dietro un cenno di De Nittis.
Ella correva; aperse l'uscio precipitosamente e cadde in ginocchio dinanzi alla vecchia seduta, secondo il solito, nella larga poltrona di paglia coi bracciuoli imbottiti e ricoperti di una vecchia stoffa unta.
Era diventata cieca del tutto.
Bice le si strinse contro, riempiendosi la bocca col suo grembiule turchino per soffocare i singhiozzi; la vecchia ne traballò, poi con una mano gialla, ossuta, le tastò il capo, e sul suo volto di mummia parve passare una luce bianca.
—Rosa, Rosa…. il mio bambino!—l'altra gridò con un singulto anche più violento, urtandole col petto le ginocchia in una invocazione delirante.
Ma la vecchia si ritirò in grembo la mano, cadutale come morta lungo il fianco, e seguitò a dondolare automaticamente la testa, cogli occhi anche più appannati di quelli del bambino.
Bice si rizzò lentamente, colla faccia arida, per ritornare nella propria camera. Un raggio di sole arrivava al davanzale della finestra. Adesso il grido continuo del piccino era diventato più sottile, e le pupille gli si muovevano come galleggiando dentro gli occhi.
Ella rimase in piedi con ambe le mani attaccate alla cuna; aveva una vestaglia scura a righe sanguigne, i capelli scarduffati come da un colpo di vento. Ogni tanto batteva i denti. Ma una convulsione scosse ancora tutto quel povero corpicino sotto le lenzuola, che s'incresparono come l'acqua di un piccolo gorgo, nel quale fosse caduto un sasso. Pareva che istintivamente tentasse di alzare la bocca aperta, agitando le manine tutte grinze, colle piccole unghie diventate lunghe.
—Mio Dio, muore!—si lasciò sfuggire Margherita chiudendo gli occhi.
Quando li riaperse, lo vide colla testina rivolta sul lato sinistro, presso all'orlo della culla, che ripigliava lentamente il respiro.
Bice e Margherita gli stavano ai lati, De Nittis ai piedi della culla, tutti e tre evitando di guardarsi. Questa volta era l'agonia, un epilogo più incomprensibile ancora di quella muta tragedia, perchè il bambino non aveva mai potuto parlare; ma sebbene il suo corpicino apparisse anche troppo fragile, le convulsioni vi scoppiavano con una violenza quasi di odio. La sua piccola testa sparuta s'affossava sempre più faticosamente nei cuscini, mentre le braccia sottili come due stecchi, sui quali le larghe e fini maniche della camicia penzolassero, battevano tratto tratto l'aria nello sforzo di respirare. Ma ogni volta le vene del collo parevano gonfiarsi sotto una mano invisibile, che glielo stringesse con calcolata lentezza: poi rimaneva senza fisonomia, colle pupille spente in un canto dell'occhio, e la bocca bagnata da un velo diafano di bava.
Che cosa era dunque la morte per lui? Che cosa uccideva?
Nessuno poteva chiederselo per la stessa impossibilità di fondere la propria anima in quella sua agonia di animalino. Egli moriva così, soffrendo senza capire, come tante volte si vede per strada morire qualche altra bestia, percossa da lunghi brividi, colla faccia insignificante. De Nittis, immobile ai piedi della culla, stringendosi di quando in quando la fronte sotto una fitta lancinante, sentiva il proprio spirito diventare di una limpidità cristallina. Nulla gli sfuggiva nè degli altri nè di sè stesso. Il suo mondo era lì, in quelle tre creature, che stavano per rimanervi isolate, appena la più piccola sparisse; ma tutto il suo ingegno e il suo cuore non bastavano a trovare un'altra espiazione, un baratto insensato di devozione e di dolore per placare l'esigenza della morte. Doveva morire il più piccino, quello che aveva appena cominciato a vivere, mentre lui, stanco ed oramai inutile, resterebbe a galleggiare nella vita come una tavola di naufragio sul mare. E quella agonia di una bestiolina conchiudeva il grande dramma del suo pensiero, diventava la catastrofe finale del suo spirito rigettato per sempre dalle correnti della generazione! Adesso avrebbe voluto udirlo piangere, gridare: aiuto! toccando così l'ultima vetta del dolore, piuttosto che vederlo sparire in quell'agonia senza significato. La sua anima vi assisteva come cristallizzata da un freddo siderale, che nulla potrebbe più vincere. La morte non avrebbe dovuto essere così, ma compiersi nello spirito, come l'ultimo atto della sua incomprensibile tragedia, fra l'orrore del nulla e lo spavento di Dio. Quale differenza rimaneva dunque fra la morte di quel bambino e la morte di un agnello? A che era esso nato? Che significava la sua apparizione di un istante? Se la religione aveva saputo immaginare un al di là per l'uomo, il bambino, non potendo recarvi nè merito nè colpa, vi diventava inintelligibile.
Queste domande passavano per la limpidezza del suo spirito come raggi sottili, mentre le sue viscere ricevevano tutti i contraccolpi di quelle convulsioni nel medesimo punto, come se una stessa carne soffrisse in ambedue. E non pertanto erano già separati per sempre. Fino dal primo giorno di quella malattia la sua anima di padre era morta, e tutto il resto non era stato nemmeno più dolore, perchè non si può forse chiamare così ciò che soffre il pesce in secco, sulla riva. Ma in quel momento lo strazio delle due donne tornava a farlo tremare di un'altra pietà più profonda: a che pensavano esse? Come non avevano una seconda volta domandato del dottore! Perchè si erano scordate di far chiamare il parroco? De Nittis se lo chiedeva per quella terribile facoltà nei pensatori di riflettere sempre, anche nelle crisi più atroci, assistendo così allo spettacolo di sè medesimi. Infatti non gli era sfuggito l'allegro tremolìo della luce su tutti i mobili al soffio delle tende respinte dal vento, sino quasi a mezzo della camera. Era un mattino palpitante di risa e di grida, che si udivano al di fuori per la campagna: le piante si scrollavano nel sole, tutto vibrava di vita.
In quel momento una grossa voce parlò sul prato; Margherita corse alla finestra, poi uscì dalla camera.
L'immobilità delle loro due figure si fece più tragica; da venti minuti non avevano pronunciata una parola o scambiato uno sguardo. Bice sentì che un'altra più formidabile convulsione stava per scoppiare e piegandosi sulla culla, tese le mani per prenderlo sotto le ascelle: difatti potè appena afferrarlo, che il suo corpicino sbalzava già per tutte le membra, come sotto l'urto di detonazioni elettriche. La testa gittata indietro, dondolava con un rauco gorgoglio di soffocamento, facendosi tratto tratto pavonazza, mentre le braccine sferzavano l'aria disperatamente, e le gambe a certi sforzi gli rientravano sotto la corta camiciola fino al ventre rigonfio. Ma questa volta la convulsione si ripeteva sempre più violenta; ella lo stringeva fra le mani cercando istintivamente di farlo star dritto, sebbene i piedini gli si ritraessero come respinti da una molla al contatto delle lenzuola, e la testa gli si arrovesciasse sempre più pesantemente. Un momento, fra il rantolo che lo soffocava, gli sfuggì uno strido stentato, sibilante.
—Muore!—gridò De Nittis, che non poteva vederlo così nascosto contro il petto di Bice, ma ella si volse impetuosamente per dire di no.
Una fiamma bianca le bruciava negli occhi, come se vi fosse salita da tutto il volto marmoreo: quindi rialzò il piccino quasi all'altezza del proprio mento per appressargli la bocca alla bocca; lo tenne così qualche minuto trionfalmente, sentendo fra le dita il battito affrettato del suo piccolo cuore, e adagio, curvandosi senza baciarlo, lo ricompose sul cuscino.
De Nittis aveva chinato il capo.
Ella strinse nella mano destra l'altro orlo della culla piegandosi col volto, del quale De Nittis non poteva vedere che una tempia, quasi a sfiorare quello del bambino ridivenuto tranquillo. In quella lotta delirante della sua anima contro la morte, Bice lo avvolgeva dentro lo splendore dei propri occhi, giungendogli sino al fondo di tutte le fibre coll'irresistibile penetrazione della luce. Non voleva che morisse, non sapeva nemmeno che cosa fosse più la morte, ma era come se le ritirassero qualche cosa dall'intimità del proprio essere, e la sua volontà s'irrigidisse per impedirlo. Aveva quasi cessato di soffrire, non si ricordava più di nulla; il suo bambino era solamente il suo bambino, senza i lineamenti caratteristici del suo Giulio, era dentro la sua volontà stessa, inseparabile dalla sua vita, che nulla ancora minacciava.
Infatti sotto la pressione di quegli sforzi egli si era addormentato. Un sudore gli argentava le guance livide, respirava appena, colle palpebre lente sulle pupille dilatate, che gli riempivano di un azzurro scialbo quasi tutto l'occhio. Il suo corpicino raggomitolato sotto le lenzuola vi faceva appena il rilievo di un cartoccio.
Ella lo contemplava, già rilassata sopra di lui nella dolcezza di una prima vittoria. Il suo respiro sempre più calmo le passava sul volto come una carezza, richiamandole la memoria di tutte le preoccupazioni, quelle tenerezze vigilanti, piene di moine, colle quali le mamme sanno persuadere ai bambini anche il sonno: ma quello del piccolo Giulio proseguiva oramai al sicuro da ogni altro attacco sotto la protezione del sorriso, che le illuminava ora tutto il volto. Quindi la coscienza le ritornava nella stanchezza di una tensione troppo prolungata. Improvvisamente provò un gran dolore sotto la scapola sinistra in quell'atteggiamento faticoso, riempiendo così la culla con tutto il proprio busto; ma non potè staccarsene.
Era sempre lo stesso coma, insistente, invincibile, anche a questo ultimo sforzo della sua volontà.
Il bambino respirava ad intervalli più radi, con un suono sordo di bolle, che gli si rompessero dentro il petto, e la bocca immobile in una contorsione, che il sonno non ha o non serba lungamente. Poi un altro odore acido, nauseante, gli salì intorno, di fra le lenzuola, senza che egli avesse mutato posa o si fosse anche lievemente scrollato. La sua manina sinistra, fuori della coperta bianca, ne teneva una piega sottile fra le dita.
Allora Bice gli appressò un'altra volta le orecchie alle labbra per udirne il soffio, contemplandolo intensamente colla sensazione mostruosa di non riconoscerlo più; infatti la sua fronte aveva la stessa opacità inanime delle grandi pupille azzurre, sulle quali le frangie delle palpebre socchiuse ricamavano un'ombra stagnante, mentre un'altra ombra pareva uscirgli dalla bocca su per tutto il viso. Ma il rallentarsi stesso del respiro provava la tranquillità del suo riposo. Non era più la lotta, quella lacerazione di prima, a strappi, contro la quale la volontà poteva ancora irrigidirsi; ma una insidia invisibile, che li avvolgeva entrambi, senza possibilità di resistenza, in un oblìo sempre più scuro di ogni cosa. Ella aveva appoggiata la testa sul cuscino accanto alla sua, cogli occhi egualmente socchiusi entro l'ombra più larga dei propri capelli, e sotto quella bandiera di merletti, che si gonfiava bianca nel vento.
Il bambino muoveva ancora le labbra di quando in quando, ma ad ogni respiro il rantolo gli si abbassava; poi un brivido leggero come un riverbero gli passò sulla faccia, e i piedi gli si allungarono sotto le lenzuola.
—Ah!—ella gridò spasmodicamente balzando in piedi, perchè in quel momento lo aveva sentito morire, ma ripiegandosi quasi nel medesimo istante sopra di lui; mentre De Nittis l'afferrava alla cintura per sostenerla, e ancora più pallido si chinava per cogliere l'ultimo respiro del proprio bambino.
—Ma perchè fai così?—gridò la signora Giulia al rumore del vaso, che traballava, e corse precipitosamente con un grande svolazzo di sottane verso di lui.
Era stato Nello, il suo magnifico bambino di quasi quattro anni, che arrampicandosi pel vaso di una gardenia se lo era tirato addosso col pericolo di restarvi sotto, ma invece aveva saputo cansarlo, saltando subito dopo sull'arbusto per spiccarne un largo fiore bianco dalla vetta.
E rideva trionfalmente.
Anche Lamberto e De Nittis si erano alzati.
—Sei insoffribile!—seguitava la signora Giulia tentando indarno d'ingrossare la voce, vinta dalla tenerezza orgogliosa delle mamme davanti alla monelleria di quel bimbo grasso e ricciuto, così poco spaventato dalla sua aria, che si accostava tendendole una falda dell'abitino azzurro tutto impolverato:
—Puliscimi, puliscimi.
Ella non seppe resistere, gli scosse la polvere con una mano, e ritornò verso di loro tenendolo in braccio.
Anch'ella alta, coi capelli di un biondo ardente, il petto largo e voluttuoso, era ammirabile in quel momento; benchè il bambino fosse pesante, lo aveva sollevato con allegra facilità, e rideva sonoramente, mentre egli le provava il fiore fra i capelli agitandosi così che qualunque altra donna ne avrebbe traballato.
—Bada a non farti male,—intervenne Lamberto:—via, fallo discendere.
Ma Nello le si teneva stretto al collo.
La scena durò qualche minuto.
Quel giorno Lamberto, tornato nell'inverno di guarnigione a Bologna col grado di capitano, era appunto venuto colla signora Giulia, sua moglie, a trovare Bice in quella magnifica villa del Sasso conducendo seco il bambino. Difficilmente si sarebbe potuto vedere un gruppo più bello. Egli era diventato anche più robusto, con un principio di pinguedine, che accresceva la poderosità delle sue forme ancora eleganti; ella fulgida di gioventù, non fine nei lineamenti, ma con una espressione di sana giocondità, che attirava subito le simpatie.
Non vi fu neppure un'allusione al passato.
Bice, dopo quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza anche più inquietante per la stessa cortesia dei suoi modi, nella quale s'indovinava la rassegnazione di un dolore inconsolabile. Non vestiva più che di scuro, una specie di mezzo lutto, senza affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora devota, già svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carità. Infatti non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a poco a poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che nelle maggiori solennità dell'anno. Erano quelli i giorni più tristi per lei.
Il sole tramontava dietro l'Apennino in mezzo ad un frastaglio d'oro, che pareva incendiarvi le vette, mentre i grandi alberi del giardino ondulando al primo vento del vespero rispondevano con susurro discreto al murmure del fiume vicino. All'intorno tutto era pieno di fiori, l'aria ne rimaneva fragrante, i passeri si chiamavano l'un l'altro per l'aria verso un alto cipresso, in fondo, dietro gli abeti.
Nello era scappato un'altra volta in mezzo alla grande aiuola, poi tornò da Bice per mostrarle uno scarabeo dalle ali di smeraldo, che aveva sorpreso sopra una foglia. Coll'istinto infallibile dei bambini egli aveva subito sentito la bella impressione, che le aveva fatto.
—Ma Nello,—ricominciò sul medesimo tono la mamma.—tu annoi la signora: le vuoi bene?
—Sì,—ribattè aggrappandosele alle sottane.
Ella ebbe un divino sorriso, e gli prese fra le mani ceree la grossa testa ricciuta per aiutarlo a salire; allora Lamberto credette di dover intervenire.
—Lascia, lascia,—gli si rivolse Bice, che aveva ripreso con lui il tu da fanciulla, adesso che quei due matrimoni avevano tutto cancellato.
—Vieni a giocare con me,—diceva Nello pestandole gli abiti per mettersele a cavalcioni sulle ginocchia.
—Come vuoi giocare?
—Adesso, quando andremo via, ti lascio qui,—lo minacciò la signoraGiulia col solito vezzo delle mamme.
Egli si voltò.
—Ci staresti colla signora?—ripetè imprudentemente.
Ma Nello spaurito si era già lasciato strisciare sino a terra guardando Bice, che gli tendeva le mani per nascondere il dolore cagionatole da quella scena; poi corse alle sottane della mamma.
—Va via, cattivo, che mi sciupi tutta. Ma è davvero un supplizio con questo birichino,—e sorrideva beatamente,—che non sta fermo un minuto! Anche ieri è cascato da una sedia, sulla quale era montato per prendere un album da un tavolino.
Lamberto la guardò di sfuggita per troncare il discorso, conoscendo il pettegolezzo vuoto della moglie.
Egli parlava con De Nittis di Roma, ove sperava di poter ritornare presto. La grande città, così elegante ed aristocratica nella moltitudine dei propri saloni affollati di tutta la nobiltà del mondo, gli aveva lasciato nell'anima una impressione incancellabile. Anzitutto vi aveva ottenuto molti trionfi femminili, era stato presentato a corte e accettato finalmente al Club della Caccia, il più difficile di tutti i clubs. Nella volgarità della propria vita militare egli non aveva capito altro di Roma; poi sua moglie, figlia unica di un grosso mercante di campagna, gli aveva portato una ricca dote, colla quale potevano tenere carrozza, abitando nello stesso palazzo del padre un appartamento, abbastanza ricco per darvi qualche ricevimento.
A Bologna invece tutto gli era apparso noioso.
Ma De Nittis finiva coll'impacciarsi in quella conversazione insignificante.
Già la colezione del mezzogiorno non era stata allegra; qualche parola sventata della signora Giulia aveva rievocato memorie dolorose, attirandole brusche occhiate da Lamberto, che l'avrebbero imbarazzata maggiormente, senza le continue diversioni, colle quali la petulanza di Nello la soccorreva. Evidentemente quella loro visita non si sarebbe ripetuta per un pezzo. Lamberto aveva perduto ogni rimasuglio di spiritualità in quella vita di caserma e di salone, nella quale una rivista od un ballo diventavano i massimi avvenimenti; Bice e De Nittis, spogliati di ogni foglia e di ogni flore, non erano più che due piante che si essicavano lentamente in un lungo autunno.
Quindi Lamberto per non sapere cosa dire lo interrogò sulla grande opera, cui lavorava da tanti anni.
L'altro scosse tristemente il capo.
—Quale costanza!—replicò Lamberto:—capisco che i capolavori esigono spesso tutta la vita.
—Bisognerebbe poter fare della vita il proprio capolavoro! A che giova la gloria, quando non si può più viverla? Le spalline di capitano adesso valgono per voi meglio del nome di Napoleone.
L'altro credette di sentire una ironia nel complimento.
—Napoleone alla mia età era già Primo Console.
—Ecco perchè egli è ancora così vivo nell'ammirazione di tutti: la gloria non è vera che giovane. Dante aveva più ingegno di Napoleone, ma non si è cominciato a valutare davvero la sua opera che al principio del nostro secolo. Chi oggi vorrebbe essere stato Dante? Chi non ha sognato di essere Napoleone I? Forse il poema di Dante non ha procurato al pensiero tante soddisfazioni quante la biografia di Napoleone! La sua leggenda è stata l'ebbrezza di questo secolo.
—Pare che in Francia si prepari un risveglio napoleonico.
—Non credo: la reazione vi è piuttosto contro l'abbassamento socialistico, dal quale siamo minacciati, che contro la repubblica. L'umanità, condannata a comprendere so stessa solamente nei propri grandi uomini, non potrà uscire mai dall'ideale messianico, mentre il socialismo moderno, negando nella religione la prima poesia di ogni vita, e sopprimendo colla gloria la sola poesia della morte, contraddice ai due più profondi bisogni dell'anima umana. Ecco perchè Napoleone risorge ora nella fantasia popolare come un sogno consolatore di grandezza, una rivincita della individualità, che non vuole essere preterita. Vedete: oggi si moltiplicano le società per l'abolizione della guerra, e il popolo invece non si sente vivo che sognandone un'altra maggiore di tutte le passate, quella di classe.
—Lei non crede dunque alla pace perpetua?—chiese Lamberto, contento come capitano di trovare nell'illustre filosofo le proprie idee, che credeva solamente pratiche.
—La pace perpetua! cioè tutte le guerre tranne quella delle armi, la meno micidiale. Se la civiltà è formata di stratificazioni, come una razza potrebbe sovrapporsi alle altre senza schiacciarle più o meno? Adesso la razza bianca si trova nuovamente in lotta con la gialla e la nera per dare davvero alla propria civiltà un carattere mondiale: vi giungerà senza guerra? Se il socialismo è l'avvento di una nuova classe per mettere un'altra giustizia nell'ordine e una diversa autorità nel potere, vincerà senza guerra?
—Parlano di nazione armata….
—Ancora la guerra di tutti contro tutti, quando ogni proroga di riforma sarà esaurita! Ma forse neppure voi, capitano, benchè siate ancora giovane, vi ci troverete.
E De Nittis, accorgendosi che la signora Giulia si annoiava, cercò di mutare discorso.
Aspettavano l'arrivo del sindaco, del dottore Leoni e del parroco, invitati a pranzare da Bice per far meglio passare il tempo ai due ospiti, giacchè il treno non ripassava verso Bologna che sulle undici.
Infatti non tardarono molto ad arrivare: il curato fu l'ultimo. Era un vecchio molto semplice, con tutti i capelli bianchi e gli abiti poco puliti, ma senza quella solita servilità del clero verso i signori. Per molti anni aveva insegnato filosofia nel seminario di Bertinoro, poi disgustato dalla guerra sleale mossagli da tutti gli altri colleghi per la paura che diventasse vescovo, era ritornato a Bologna presso il cardinale Morichini, uno degli ultimi prelati liberali e gentiluomini del quarantotto; e alla morte di questo protettore aveva accettato di andare in campagna. Da un anno si trovava al Sasso, curato della chiesa principale, ove lo avevano battezzato settant'anni prima, il giorno stesso della morte di Napoleone. Naturalmente era presto diventato amico dei signori della villa e, dacchè Bice vi era ritornata, veniva spesso a trovarla per una segreta speranza di poterle giovare. La sua esperienza di vecchio confessore gli aveva fatto subito indovinare la posizione reciproca dei due sposi, dopo la morte del bambino, sulla quale la brutalità dei medici non aveva al solito saputo tacere.
Però non aveva ancora osato affrontare con lei questo tema. La sua vecchia faccia scarna, rischiarata dalla bontà di due grandi occhi neri, cercava di farsi anche più dolce nell'intimità, quando poteva trovarla sola; mentre dinanzi a De Nittis non sapeva difendersi dalla soggezione nell'abbarbaglio troppo frequente di qualche grande idea, sebbene la sua fede di piccolo professore cattolico non ne rimanesse turbata. Invece il dottore si era sentito trascinare verso Bice da una simpatia quasi inconscia, poi mano mano più viva, fatta di pietà e di amor proprio, giacchè dopo tutte quelle sue premure quasi affettuose verso il piccolo Giulio negli ultimi giorni, ella gliene era rimasta vivamente grata. Quindi al suo primo onomastico gli aveva offerto una magnifica busta chirurgica, comprata appositamente a Londra, un capolavoro ed un lusso degno di un clinico. Certo ella era tutt'altro che bella, con quel grande naso ducale sopra un viso così sparuto, e un pallore quasi cereo, senza nessuna delle più labili e minute civetterie femminili; ma forse appunto per questo, egli sino allora quasi superbo della propria sana brutalità, finiva per ammirare passionatamente quella spirituale delicatezza, cui la stessa miseria del corpo pareva accrescere la grazia.
D'altronde Bice e De Nittis erano le sole persone colle quali al Sasso potesse qualche volta assorgere dalle pesanti volgarità del proprio mestiere.
Ma la presenza di Lamberto era subito bastata a rieccitare in lui tutti gli istinti di odio contro l'attuale ordine della società, ancora offesi dalle ingiustizie subite nei tre anni passati per forza, come medico, in un reggimento di fanteria.
Stavano sul prato in circolo, davanti alla grande porta della villa, ornata di tende in tela grigia a liste azzurre, dietro le quali si travedeva nell'andito un mobilio severo di cassettoni scolpiti, e un tavolo oblungo, nel mezzo, dai piedi di drago. Come accade spesso in simili casi, il bambino serviva all'imbarazzo generale, ricevendo colla propria adorabile disinvoltura di piccolo monello le carezze di tutti. Ma il sindaco, sempre pieno di pretensioni cortesi, affettava già di parlare colla signora Giulia di Roma, dove si era laureato ingegnere gli ultimi anni del governo pontificio; mentre con quel delizioso accento romano, così indeterminabile nella canzonatura, ella si divertiva invece ad imbrogliargli i ricordi con bruschi accenni ai grandi lavori edilizi, che ne avevano, secondo lei, mutato affatto la fisonomia.
Invece Don Gregorio vi era stato per le ultime feste del giubileo.
—Vorrei potervi tornare.
—Verrete con me, Don Gregorio, se vi andrò più.