XXI NOVEMBRE MDCCCLXXXIII.

XXI NOVEMBRE MDCCCLXXXIII.PER LE NOZZEDIAnnetta de' conti GuicciardiniCOL NOBIL GIOVANECarlo Martelli.

PER LE NOZZEDIAnnetta de' conti GuicciardiniCOL NOBIL GIOVANECarlo Martelli.

A chi ha letto queste pagine di carteggio familiare così schiettamente donnesche, sì urbanamente fiorentine, con tal semplicità assennate, con tanta dignità affettuose, se non dove un po' di malinconia talvolta le annebbia, chiedo di poter comunicare alcuno de' pensieri che a me, cavandole dagli originali,[461]si aggiravano per la mente. E prima lo chiedo a Lei, gentileAnnetta, che non isdegnerà riporre questo libretto fra i preziosi ricordi della casa donde esce, figliuola e sorella dilettissima, per adornare del suo ingenuo sorriso, allegrare del suo tenero affetto, confortare della sua mite e serena bontà, la nuova famiglia, che alla sposa desiderata apre festeggiante le braccia. Le memorie della casa sono sacre ad ogni animo bennato: e il lustro del nome, la nobiltà dei natali, ne impongono più gelosa la custodia, quando esse non sono patrimonio solamente domestico ma cittadino. Pio culto, pel quale da secolo a secolo le tradizioni si rannodano, gli esempi rinverdiscono, e si avvicinano in certo modo e congiungono gli spiriti. Nè con altri intendimenti io hoquasi chiamata partecipe alla gioia delle sue nozze questa onoranda matrona dei Guicciardini, moglie di Luigi, cognata di quel Francesco il quale fra le glorie italiane è delle maggiori e che per volger d'età non tramontano.

E pensavo, trascrivendo per Lei queste lettere, quanto la Isabella ritragga in atto di quell'ideale di donna, che ne' loro libri di governo familiare delinearono i nostri buoni antichi. I quali, «avendo sopra tutte le cose per la più gioconda il far bene i fatti propri» (diciamolo con le parole dell'aurea fra quelle scritture), ma non per essi dimenticando il dovere di «attendere e servire alle cose pubbliche», volevano ripartiti acconciamente i carichi e le incombenze, e lodavano «chi alla donna sua lascia il governo della casa e delle cose minori, e per sè ritiene ogni faccenda virile e debita agli uomini»; di guisa che «l'uomo rechi a casa, la donna serbi e difenda le cose e sè stessa con timore e sospezione; l'uomo difenda la casa la donna e i suoi e la patria, non sedendo, ma esercitando l'anima e il corpo, con virtù con sudore e con sangue.» Così madonna Isabella, pel marito Commissario in Arezzo, in Romagna, in Pisa, in Pistoia, curava le faccende domestiche; e gliene scriveva di villa queste lettere, che tanto è a dolere non ci siano rimaste in maggior numero, quant'è certo che il marito, uomo di poco facil contentatura, le aveva carissime. «Quando sarai stata qualche dì a Poppiano, scrivimi come vi stanno le cose,» leggiamo in una sua «.... e se la frasconaia posta questo anno mette bene, et e' capperi et e' nocciuoli posti questo anno,.... e come mostrono li ulivi e le vite....». Ed ella medesima a lui: «Abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io ancor vorrei....».

Intendo le difformità che i mutati tempi pongono trail vivere, anche domestico, di ora e di allora: leggi, costumanze, istituzioni, dissimili; differenza di sentimenti, impressioni, affetti; relazioni sociali altramente determinate; civiltà che dell'invecchiamento ha le migliorie e le magagne; agi alla vita procacciati dalle gloriose vittorie dell'umano ingegno sulla natura; animi e corpi diversamente temperati: nè Ella certamente ritornerebbe oggi di villa in città, nel modo che all'ava sua, ancorachè di salute mal ferma e di età inoltrata, pareva non disadatto, cioè «sulla mula», lasciando stare la lettiga come morbidezza troppo squisita. Nonostante tuttociò, sia lecito a noi poveri studiatori di carte antiche, vagheggianti a lume di lucerna gli splendori di quelle età, credere che anche nel pratico della vita, fatta pur ragione di quante diversità ed eccezioni si vogliano, le memorie de' nostri vecchi possano utilmente risuscitarsi; che possa qualche volta una gentildonna del secolo decimonono rammentarsi opportunamente di ciò che facevano e come facevano quelle che hanno portato il suo nome tre o quattrocent'anni fa. Al qual proposito mi sembra che in queste pubblicazioni nuziali dall'antico, delle quali è ormai invalsa la lodevole usanza, sarebbe gentil cosa si preferissero scritture, non dirò sempre di donne, ma che abbiano comecchessia del domestico: lettura più da sposi; e contributo alla storia, sì de' fatti e sì delle parole, non meno importante di qualsivoglia altro.

PIEROdi Iacopo di Piero di Luigi1454-1513m. Simona di Bongianni Gianfigliazzi.FRANCESCO1482-1540m. Maria d'Alamanno Salviati.DIANORAm. Giov. Arrigucci.GIROLAMO1497-1555.Senatore nel 1551.m. Costanza de' Bardi.BONGIANNI1492-1549BONGIANNI† 1490 fanciullo.IACOPO1480-1552oratore per la Repubblicae a quella rimasto devoto,m. Cammilla de' Bardi.MADDALENAm. a) Bartolommeo Nasi. b) Iacopo Vettori.COSTANZAm. Lodovico Alamanni.LUIGI1478-1551.m. ISABELLA di Niccolò Sacchetti1480-1559.GUGLIELMETTA† 1509 fanciulla.MARGHERITAm. a) Francesco Tornabuoni.b) Piero Bini.PIERO1511-1527LORENZO1505-1509NICCOLÒ1500-1557m. Caterina di Lorenzo Iacopi.SIMONAm. Pierantonio de' Nobili.SIMONA1509-1512SIMONAm. Piero Capponi.LUCREZIALAUDOMIAm. Pandolfo Pucci.LISABETTAm. Alessandro Capponi.Cinque figliuoli, tra' quali una Isabella e un Francesco.

Nei fatti chi prendesse occasione d'entrare dal carteggio di Luigi Guicciardini, troppe cose avrebbe a mano; e lungo anche sol l'accennarle. Quella famiglia, de' cinque figliuoli di messer Piero,[462]aspetta uno studio, e darebbe materia importante a un volume: e della vita di Francesco e degli atti suoi temo non si darà con sicurezza un giudizio compiuto, se prima non si faccia, poichè lo possiamo, un tal libro. Il quale mostrerebbe in che modo e per quali vie, entro agli animi di alcuni cittadini, e de' più valenti, l'amore della libertà e della patria e della roba si contemperassero nella devozione alla fortuna, di lunga mano preparata e quasi casa per casa, de' discendenti di Cosimo e Lorenzo de' Medici; e darebbe delle ambizioni, che ci paiono oggi pressochè parricide, non di messer Francesco Guicciardini solamente ma anche di altri altrettanto famosi, le ragioni di fatto, se non la morale giustificazione. Di quel libro personaggio principale sarebbe Luigi; e documenti importantissimi, le lettere fra lui e il figliuolo messer Niccolò, nel quale la famiglia presumeva rinnovare (secondochè parve ai contemporanei) con la dignità di dottore la grandezza dello zio Francesco: ma da questa era Luigi, almanco per certe qualità, un po' meno lontano. Fiero uomo Luigi Guicciardini; ed ebbe occasione di dimostrarlo: con lode di valore e di fermezza, quando si trovò Gonfaloniere di Giustizia nell'aprile del 27 a reggere la città che si rivoltava contro i Medici; con biasimo di crudeltà, quando Commissario mediceo a Pisa nel 30, ricevuta la città dal suo predecessore per la Repubblica, fece lui morire fra' tormenti. Nè quelle sue lettere, che sono a stampa, scritte al fratello dopo caduta la libertà, discordano da tali atti; come la descrizione, ch'ei volle dedicata a Cosimo duca, delSacco di Romalo chiarisce avverso a quella prepotenza straniera o, come dicevano, di barbari, della quale i Medici avrebber voluto, e fu impossibile, non aver a valersi nell'assoggettamento della patria. Ma sarebbero da cercare i suoi dialoghi e trattati; che ne scrisse e di politici(in alcuno de' quali pare intendesse vendicarsi del Machiavello, che l'avea figurato, tra gli altri medicei, nell'Asino d'oro), e di altro argomento intitolandoli dagli Scacchi. «Luigi se ne stava in villa,» scrive al Varchi il Busini, dandogli notizie della cittadinanza nel 27 ai tempi della libertà, «dove compose gliScacchi, agguagliando quel giuoco a un buon padre di famiglia»: ma in effetto cotesto trattato (che si conserva fra i manoscritti Magliabechiani), dedicato a sua Eccellenza esso pure, è una «comparazione degli Scacchi all'Arte militare»; e mi par da rincrescerne, e da desiderare che il Busini non avesse sbagliato nell'attribuire a Luigi ciò ch'e' credette, al vedere, cosa da lui: perchè, invero, lassù in villa, cioè a Poppiano, nel vecchio riparo de' suoi maggiori, con la valente sua donna, erano luogo e compagnia adattissimi a scriver bene di quella materia familiare, come dimostrano le Lettere che io oggi do in luce.

Alle quali ogni discreto concederà volentieri il pregio delle parole: e parole vuol dire cose parecchie e importanti. Perocchè la parola, o la congegni il magistero d'uno scrittore o nel vivo de' fatti si atteggi spontanea, ha, come testimonianza storica, tanto grande valore morale, quanto forse nessun altro de' segni con che all'uomo è dato figurare il pensiero e l'affetto: massime se di secoli, come a noi i tre primi della nostra cultura, durante i quali lo scrivere, sì meditato e sì usuale, esemplava dalla consuetudine de' parlanti tuttavia incorrotta le schiette e native proprietà dell'idioma. Non so se cento, od anche meno, anni più tardi ci occorrerebbe in lettere di donna fiorentina una così graziosa pittura villereccia, come in queste di madonna Isabella, nè con tanto senso del vero. Leggendole, noi la vediam proprio, quell'accigliata massaia, tra le fantesche e i lavoratori, e i mugnai, e i maestrimuratori, e i fattori, e gli opranti, assegnare, distribuire, pagare, registrar partite, riveder conti, conferire col cognato Bongianni, che di que' fratelli era come chi dicesse il castaldo; poi scrivere un po' per giorno, tra l'una faccenda e l'altra, le sue lunghe e particolareggiate lettere al marito, e riferirgli, e dimandare, e rammentare, e suggerire, e proporre: e il grano, e il vivaio, e la gora, e la vendemmia, e il vino e l'olio, e il forno e le legna, e il mercato a San Casciano, e le bestie da soma col garzon che le mena, e le provviste invernali compresovi un porcellino per insalare, e i lavori alla casa e alle fosse e al mulino; e poi le ragioni di chi dee dare e chi avere, e' contadini che lasciano i poderi e i nuovi che vi tornano, e chi son eglino, e i discorsi con loro che par di esserci presenti; e poi confortare il povero prete di Poppiano, afflitto da malattia disperata; e tribolarsi con le fanti, pur raccomandando al marito d'aver egli pazienza co' servitori; e dietro a tutto questo, «le sue faccenduzze», che teme per tanto lavorìo e tanto scrivere debbano «andarle in disordine». Ma ell'era donna da riparare a tutto, e da avanzarle tempo e lena per pensare e alla figliuola sua Simona, prima da maritare e maritar bene, in modo da «esserne consolati», poi allogata e da doverle mandar le nuove e riceverne; e al suo messer Niccolò, i cui fatti le importano, alla madre, più di ogni altra cosa del mondo; e al marito, cui consiglia della salute, o ammonisce di cose più alte, o lo rimbrotta che in quelle sue commesserie non gli piaccia portarla seco e far una casa sola, come e' farebbe (dice amaramente) se gli fosse toccata moglie più degna; ma in quella stessa lettera non crede poter lasciar la villa e le «molte cose» nemmeno per una visita promessagli di quindici giorni, salvo che proprio egli voglia così, chè allora verrà,anche se «dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione».

La vena del malumore trapela spesso da queste lettere, «essendo lei di natura» scriveva Luigi al figliuolo «che si accuora assai le cose che non li vanno per el verso»; ed ella stessa al marito, «Pensate che io non posso istare coll'animo in pace, chè sapete che io penso sempre al peggio»; e in quasi tutte essa fa un lungo discorrere de' suoi malori: ma come quelli non le impedirono di arrivar presso agli ottanta (nata de' Sacchetti nel 1480, morì, dopo una vedovanza di otto anni, e due dopo al figliuolo, nel 1559), così quella sua natura alquanto rubesta e inquieta e crucciosa non la faceva sdare nè rimetter punto della operosità di madrefamiglia e massaia. Del resto le lettere di Luigi mostrano che l'austerità de' loro caratteri non impediva l'amore. «Benchè sia vero» le scriveva una volta dalla Romagna «che io sia qui chiamato da ogniuno Signore, e che ciascuno mi stia inanzi senza nulla in capo, e che abbi quelli servidori voglio, e che secondo el paese non mi manchi le cose ragionevole, nondimeno hai a tenere per certo, che infiniti dispiaceri ci ho avuti d'animo per le cose di costì e qui, e che non ci ho una ora di riposo o consolazione alcuna, chè non che altro chi ordinariamente conversa meco non mi satisfa; e che arei più senza comparazione piacere potere vedere le cose mie, te e la brigata, e parlare alli amici mia, e vedere le cose di villa, che queste signorie e sberrettate, et altre cose ci sono qua e che ci posso avere. Però mi pare mille anni ogni ora, potere venire costì per 8 giorni almeno.» E altra volta, che ella da buona moglie e madre si sgomentava di certe grosse spese domestiche, così egli, anche allora Commissario, piacevolmente e con affettuosaconfidenza la rassicurava: «Circa alle spese grande abbiamo avuto questo anno, e per l'advenire aréno ancora, per finire le muraglie e fornire le case, è verissimo; e se non fussi questa sorte abbiamo avuto, non aremmo potuto reggere a cosa alcuna, non che fare tutto; che penso si finirà ogni cosa e fornirà le case bene, e si porrà da canto qualche danaio, e più somma non pensi, per le cose che potessino accadere: e se non ho trovato qui una cavetta d'oro, come scrivi, ci ho trovato una certa vena che getta in modo dolcemente che col tempo comparisce; e sta' di buona voglia, chè a tutto si riparerà facilmente.... Stammi un tratto allegra, e pensa che questa volta siamo usciti del fango, e resteremo in modo che non ci potremo dolere della sorte; perchè le cose ragionevole non ci mancheranno, e presumi che questa vena che getta sopperirà a tutto. A Iddio piaccia possiamo goderci insieme lo stato nostro, e che noi siamo sani.» E tutto il carteggio di Luigi con la sua «carissima Isabella», o dove parla di lei, è improntato di affetto e stima e fiducia e reverenza grandi, con bizzarra mescolanza di altro, come per esempio le superstizioni astrologiche; secondo le quali e' le designa e prescrive i giorni e le ore a punti di luna e di stelle, per andare o stare, partire o tornare, e perfino sgomberare stanze, votar la cantina, far manipolare medicamenti dallo speziale.

Alcuni tratti di queste lettere di madonna Isabella ricordano la più viva e fiorita lingua de' comici e novellieri di quel secolo; in altri potrebbe il lessicografo abbellirsi di voci e locuzioni specialmente attinenti a cose di villa; ve n'ha infine che ci offrono pensieri e sentimenti espressi con singolare potenza. La discendente dai collaterali di Franco Sacchetti, la cognata di FrancescoGuicciardini, non fa torto al suo sangue nè al suo parentado.

Quel mugnaio dappoco, che non ispira punta fiducia alla giudiziosa signora, ci par di vederlo: «molto debolino d'animo, d'ingegno, e di cervello, e di persona»: dove ciò che un valga, e per le facoltà morali e per le intellettive e per le animali e per le fisiche, è annoverato e distinto a capello, con proprietà inappuntabile. Piena di gentilezza, ed espressa come meglio non si potrebbe, è questa sentenza (da altra lettera, di quelle che lascio inedite) sul correr troppo a credere, massime se vi si mescola l'apprensione per coloro che ci son cari: «Sempre si dice e pensa più che non è; e chi sente e teme non può fare non gli dispiaccia». E in un'altra, più da giovane, del 1517: «Sapete che la mia condizione è, sempre pensare a quello che io non vorrei». E prima aveva detto che contro tali apprensioni ricorreva alla «orazione»: ma «el timore era maggiore, perchè mi pareva meritare ogni male»; con finir poi a riconoscere, lietamente e grata, «esser Iddio più misericordioso che giusto.» È parlante il ritratto di quel servitore che dà tanta briga al magnifico Commissario in Arezzo: «faceva così in casa: ha una mala lingua, e commettitore di scandali, e bestiale, e senza pensare a nulla»: e qui l'Isabella, senza di certo volerlo, danteggia garbatamente (vediInf.XXVIII, 35); cioè attinge anche questa volta (confronta a pag. 253) dalle medesime sorgenti popolari donde il Divino Poeta; come altrove gli rivendica una desinenza dalla tirannia della rima (vediInf.,XXXIII, 120), quando ripetutamente scrive «fighi» e non «fichi». Rivendicazione più compiuta che non quella filologica del Nannucci (Nomi, pag. 64), il quale di altre desinenze inigopericoadduce esempi, ma non proprio difigo. (Enelle lettere del cognato Bongianni,grego; e qui a pag.269, 275,bianghi:bianchi, invece, a pag. 263). E que' suoi contadini? l'uno «un bel promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene» (e soggiunge modestamente, «a questo voi ci sarete, a Dio piacendo»); l'altro «parla poco, par sensata persona». E d'ambedue poi si rimette alla più antica sapienza del mondo: «Bisogna giudicare alla giornata; come dice il proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio; e puossi male vedere se non si pruova.» Così dov'ella descrive il vivaio de' pesci, toccatole non sa da chi: e alle sue grida e «molto rimore», i lavoratori «pareva che tutti si maravigliassino», e le dicono ragioni, ma non la persuadono. E dov'ella è tutta dolente per la «botte del vecchio» che s'è sfasciata: così «l'avess'ella venduto tutto! chè pensava, e le riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi, e era buono, e aranne a ricomperare....». E dove al marito ritrae sè medesima malaticcia, «così trista per camera, come molte volte m'avete vista»; e in altra lettera, delle inedite, «e così per casa mi sto tristerella»: quando poi a scrivere dei malanni proprî o degli altrui la si mette a distesa, ne fa relazioni da disgradarne il Redi.

Ma l'animo suo e la parola sanno, quand'ella vuole, levarsi in alto: anzi è osservabile, non meno del continuo inframezzare alle cure materiali i pensieri e gli affetti della famiglia, il temperare che ella fa talvolta alcuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del servitore Ottaviano soggiunge subito: «Siamo tutti pieni di difetti; bisogna sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci morremo». Di quel ch'ell'è malcontenta, se ne conforta sperando meglio da Dio; «a Dio piaccia se ne pigli ilmigliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza»; da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere incominciano e finiscono. E il sentimento di Dio e del dovere e della morte e dell'eterno empie di sè e annobilisce questi altri tratti: «Or sia come si voglia: tutto à fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell'anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo penso: che ormai mi veggo presso al tempo di rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.... — Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e massimo nell'età nostra, che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella futura vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Iddio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia.... — Vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere.... Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in tormento; e pensare che 'l tempo vola....». E in una delle inedite, al marito Commissario in Pistoia nel 37 per le stragi intestine di Cancellieri e Panciatichi: «A Dio piaccia por fine a tante discordie e tribulazioni, che sono causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato con cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi nascere; e considerate donde sono nate tante loro angustie; e sopra tutto raccomandarsi a Dio, che ci mostri el lume e la via, chè mi pare siamo in tempi da avere bisogno dell'aiuto suo.» Ma l'aiuto di Dio quei valenti uomini e donne, nell'atto che l'invocavano, se nefacevano degni menando attorno gagliardamente le mani: «col suo aiuto aiutarci,» sono pur parole della Isabella «e isperare in lui».

Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le cui ricordanze, mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei,Annettagentile. Nomi e ricordanze di generazione in generazione si mutano e si rinnovano: ma ch'e' non passino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione e l'esempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei falsi e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che sopravvivono: pietà di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi aromi, conforta di aure avvivatrici, la sacra fiamma di questo mito immortale.

San Donato in Collina, nell'ottobre del 1883.

406.Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini; Piero, morto giovinetto nel 27; Guglielmetta e Lorenzo, morti fanciulli nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi nello Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, commissario ducale a Pisa, dove morì nel 57.

406.Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini; Piero, morto giovinetto nel 27; Guglielmetta e Lorenzo, morti fanciulli nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi nello Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, commissario ducale a Pisa, dove morì nel 57.

407.«Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini, alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con varî poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale di Poppiano.» Così il Repetti (Dizionario geogr. fis. stor. della Toscana), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal Verino nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano «originarî di cotesto Poppiano»; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.

407.«Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini, alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con varî poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale di Poppiano.» Così il Repetti (Dizionario geogr. fis. stor. della Toscana), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal Verino nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano «originarî di cotesto Poppiano»; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.

408.Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo dimessere, che si dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e il fratello Francesco, il grande storico e statista, e (come qui) il figliuolo Niccolò.La brigata, intendi la famiglia di lui, che dal 1526 aveva in moglie la Caterina di Lorenzo Iacopi. Vedi a pag. 256.

408.Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo dimessere, che si dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e il fratello Francesco, il grande storico e statista, e (come qui) il figliuolo Niccolò.La brigata, intendi la famiglia di lui, che dal 1526 aveva in moglie la Caterina di Lorenzo Iacopi. Vedi a pag. 256.

409.lo stare, il soggiorno.

409.lo stare, il soggiorno.

410.con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie non si strapazzino.

410.con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie non si strapazzino.

411.cantine.

411.cantine.

412.casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade. Nel qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hannoarcail Boccaccio (IV,X), l'Ottimo, e in locuzione figurata Dante (Parad.,XII, 120;XXIII, 131).

412.casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade. Nel qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hannoarcail Boccaccio (IV,X), l'Ottimo, e in locuzione figurata Dante (Parad.,XII, 120;XXIII, 131).

413.Quell'affettuosissimo della Beatrice dantesca (Inf.,II, 69) «L'aiuta si ch'io ne sia consolata», suona in bocca di altre donne fiorentine: la Nostra qui, e d'un secolo innanzi l'Alessandra Macinghi negli Strozzi (Lettere a' figliuolipubblicate da C. Guasti, pag. 72): «Prego Iddio gli dia tal virtù e grazia, ch'io ne sia consolata»; e anch'essa parlando di figliuoli, consolazione suprema, davvero, o tormento.

413.Quell'affettuosissimo della Beatrice dantesca (Inf.,II, 69) «L'aiuta si ch'io ne sia consolata», suona in bocca di altre donne fiorentine: la Nostra qui, e d'un secolo innanzi l'Alessandra Macinghi negli Strozzi (Lettere a' figliuolipubblicate da C. Guasti, pag. 72): «Prego Iddio gli dia tal virtù e grazia, ch'io ne sia consolata»; e anch'essa parlando di figliuoli, consolazione suprema, davvero, o tormento.

414.Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15 settembre 42 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò: «Circa alla Simona non dirò altro, se non che sono molto inclinato a Bernardo Vettori; perchè altri non truovo che mi piacci tanto per ogni conto quanto lui. Quello de' Ridolfi debbe avere el capo a gran dota, più che non doverrebbe essendo molto ricco. Se fussi vivo Pier Francesco Ridolfi, l'arei fatto tentar da lui, perchè era amico di Lionardo suo avolo: non ci essendo, bisogna pensare ad altri mezzi. Credo che l'essere mio costì gioverebbe: pure lo star qui non doverrebbe nuocere. La importanza è risolversi, e non guardare in 300 scudi più per acconciarla bene, essendo l'ultima. Però va' disegnando di qualcuno spicciolato e non così nominato, purchè sia ricco, non ignobile, et abbi cervello: chè essendo tu costì, «e parlandone con Piero Bini, non potrà essere non troviate, delli due sopradetti e quello de' Nerli, chi sia a proposito.» Ella sposò poi, come vedremo, Pierantonio di Pierfrancesco de' Nobili, unospicciolato, ossia d'una di quelle minori famiglie che Luigi e gli altri, al pari di lui, appartenenti a famiglie, come dicevano, grosse o di consorteria, guardavano d'alto in basso (cfr.F. Guicciardini,Opere inedite; III, 130, 239).

414.Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15 settembre 42 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò: «Circa alla Simona non dirò altro, se non che sono molto inclinato a Bernardo Vettori; perchè altri non truovo che mi piacci tanto per ogni conto quanto lui. Quello de' Ridolfi debbe avere el capo a gran dota, più che non doverrebbe essendo molto ricco. Se fussi vivo Pier Francesco Ridolfi, l'arei fatto tentar da lui, perchè era amico di Lionardo suo avolo: non ci essendo, bisogna pensare ad altri mezzi. Credo che l'essere mio costì gioverebbe: pure lo star qui non doverrebbe nuocere. La importanza è risolversi, e non guardare in 300 scudi più per acconciarla bene, essendo l'ultima. Però va' disegnando di qualcuno spicciolato e non così nominato, purchè sia ricco, non ignobile, et abbi cervello: chè essendo tu costì, «e parlandone con Piero Bini, non potrà essere non troviate, delli due sopradetti e quello de' Nerli, chi sia a proposito.» Ella sposò poi, come vedremo, Pierantonio di Pierfrancesco de' Nobili, unospicciolato, ossia d'una di quelle minori famiglie che Luigi e gli altri, al pari di lui, appartenenti a famiglie, come dicevano, grosse o di consorteria, guardavano d'alto in basso (cfr.F. Guicciardini,Opere inedite; III, 130, 239).

415.Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha solo un esempio del Burchiello.

415.Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha solo un esempio del Burchiello.

416.risicano d'esser presi da altri.

416.risicano d'esser presi da altri.

417.il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove Luigi era Commissario.

417.il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove Luigi era Commissario.

418.con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri meriti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo le bellezze della figliuola fidanzata (pag. 6): «.... in verità non ce n'è un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha tutte le parti». Dove l'editore di quelleLettere, che l'hanno anche altrove, cita in raffronto ciò che della futura nuora scriveva (vedi in questo mio libro, a pag. 236) Lucrezia Tornabuoni ne' Medici: «La fanciulla à dua buone parti, ch'è grande e bianca....»

418.con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri meriti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo le bellezze della figliuola fidanzata (pag. 6): «.... in verità non ce n'è un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha tutte le parti». Dove l'editore di quelleLettere, che l'hanno anche altrove, cita in raffronto ciò che della futura nuora scriveva (vedi in questo mio libro, a pag. 236) Lucrezia Tornabuoni ne' Medici: «La fanciulla à dua buone parti, ch'è grande e bianca....»

419.ultimo; nè altramente anc'oggi in contado.

419.ultimo; nè altramente anc'oggi in contado.

420.se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).

420.se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).

421.attempata. Confronta a pag. 263 e 271: le «persone di tempo».

421.attempata. Confronta a pag. 263 e 271: le «persone di tempo».

422.Il figliuolo Niccolò e la Caterina Iacopi sua moglie: vedi la nota a pag. 252.

422.Il figliuolo Niccolò e la Caterina Iacopi sua moglie: vedi la nota a pag. 252.

423.Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco l'istorico, maritata a Piero Capponi. Aggiunsedi messere(confronta la cit. nota) nell'interlinea. Ambedue i fratelli avevano rinnovato in una figliuola il nome della propria madre, Simona di Bongianni Gianfigliazzi.

423.Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco l'istorico, maritata a Piero Capponi. Aggiunsedi messere(confronta la cit. nota) nell'interlinea. Ambedue i fratelli avevano rinnovato in una figliuola il nome della propria madre, Simona di Bongianni Gianfigliazzi.

424.Oggi si farebbe a forme: ma di que' secoli, anche la Strozzi ha «quattro coppie di marzolini»; e il Firenzuola, «una coppia di questo cacio»; e nelle lettere di Michelangiolo, «Io ho avuto i raviggiuoli, cioè sei coppie».

424.Oggi si farebbe a forme: ma di que' secoli, anche la Strozzi ha «quattro coppie di marzolini»; e il Firenzuola, «una coppia di questo cacio»; e nelle lettere di Michelangiolo, «Io ho avuto i raviggiuoli, cioè sei coppie».

425.Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava. Confronta le lettere III e V.

425.Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava. Confronta le lettere III e V.

426.persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. È in una lettera del Machiavelli a Francesco Guicciardini, parlandogli di uomo tardo a risolversi, irresoluto: «Io non mancai dimostrargli che quelli rispetti erano vani,... e combatte'lo un pezzo; tanto che se egli non fosse un uomo un poco legato, io ci arei drento una grande speranza».

426.persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. È in una lettera del Machiavelli a Francesco Guicciardini, parlandogli di uomo tardo a risolversi, irresoluto: «Io non mancai dimostrargli che quelli rispetti erano vani,... e combatte'lo un pezzo; tanto che se egli non fosse un uomo un poco legato, io ci arei drento una grande speranza».

427.Sentenza, nientemeno che di Tacito: ma l'Isabella, che la ripete a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore: vedi la lettera di lui a pag. 267. «Negotia pro solatiis accipiens», ha il grande Annalista (IV,XII): e il nostro Davanzati, «pigliandosi per conforto i negozi»; tutt'altro che preferibile, mi pare, alla inconsapevole traduzione della sua concittadina.

427.Sentenza, nientemeno che di Tacito: ma l'Isabella, che la ripete a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore: vedi la lettera di lui a pag. 267. «Negotia pro solatiis accipiens», ha il grande Annalista (IV,XII): e il nostro Davanzati, «pigliandosi per conforto i negozi»; tutt'altro che preferibile, mi pare, alla inconsapevole traduzione della sua concittadina.

428.da vecchi.

428.da vecchi.

429.a San Casciano.

429.a San Casciano.

430.Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa l'olio.

430.Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa l'olio.

431.quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a suo tempo. Quest'uso del verboservire, che ricorre anche nella pagina seguente e a pag. 274 in nota, è nuovo ai Vocabolarî: vivo anc'oggi nel contado.

431.quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a suo tempo. Quest'uso del verboservire, che ricorre anche nella pagina seguente e a pag. 274 in nota, è nuovo ai Vocabolarî: vivo anc'oggi nel contado.

432.Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva l'acqua de' fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne rivolge il corso ad uso di mulini od altro simile. I pescaiuoli poi sono Piccole pescaie costruite attraverso alla gora, per trattenere le acque di essa e così impedire le corrosioni dell'alveo e de' cigli. Qui si parla (vedi anche a pag. 272) delle acque del torrente Virginio o Vergigno, sulla cui destra sorge Poppiano; e ne aveva scritto a Luigi anche messer Niccolò, appunto dieci giorni innanzi, da Firenze: «Al Vergigno s'è acconcio la gora e quasi el resto.»

432.Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva l'acqua de' fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne rivolge il corso ad uso di mulini od altro simile. I pescaiuoli poi sono Piccole pescaie costruite attraverso alla gora, per trattenere le acque di essa e così impedire le corrosioni dell'alveo e de' cigli. Qui si parla (vedi anche a pag. 272) delle acque del torrente Virginio o Vergigno, sulla cui destra sorge Poppiano; e ne aveva scritto a Luigi anche messer Niccolò, appunto dieci giorni innanzi, da Firenze: «Al Vergigno s'è acconcio la gora e quasi el resto.»

433.di questa gente del contado. Icontadiniproprio del podere, sino ai tempi dell'Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso e in altri luoghi di queste lettere,lavoratori(vedi la Crusca, Vª impressione).

433.di questa gente del contado. Icontadiniproprio del podere, sino ai tempi dell'Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso e in altri luoghi di queste lettere,lavoratori(vedi la Crusca, Vª impressione).

434.quercia, sottintendi.Mal fastelloè, come altri di sopra, nome di luogo in que' loro possessi; e consimile indicazione è pure la seguente,da' capperi. Noterò poi qui che io stampoghiande, sebbene la penna, facile del resto a trascorrere, dell'Isabella abbiachiande; e lo stesso dico dipacherà,custo,ciornata, e cosiffatti. Ho rispettato altre sue grafie, dissuete ma che hanno ragion d'essere.

434.quercia, sottintendi.Mal fastelloè, come altri di sopra, nome di luogo in que' loro possessi; e consimile indicazione è pure la seguente,da' capperi. Noterò poi qui che io stampoghiande, sebbene la penna, facile del resto a trascorrere, dell'Isabella abbiachiande; e lo stesso dico dipacherà,custo,ciornata, e cosiffatti. Ho rispettato altre sue grafie, dissuete ma che hanno ragion d'essere.

435.secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo lo permetta. Confronta a pag. 260.

435.secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo lo permetta. Confronta a pag. 260.

436.i giorni corti; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una giornata, scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'Agricolturadel Crescenzio (I,XIII) il padrone «fa ragione col villano, ovvero castaldo, delle opere e de' dì»: schietta frase, che ricorda Esiodo.

436.i giorni corti; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una giornata, scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'Agricolturadel Crescenzio (I,XIII) il padrone «fa ragione col villano, ovvero castaldo, delle opere e de' dì»: schietta frase, che ricorda Esiodo.

437.Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non credo che la gentildonna facesse più che pigliarla dal popolo.

437.Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non credo che la gentildonna facesse più che pigliarla dal popolo.

438.com'è la sola acconciatura degli usci.

438.com'è la sola acconciatura degli usci.

439.mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso prender purganti. Forseal purgarmioin el purgarmi.

439.mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso prender purganti. Forseal purgarmioin el purgarmi.

440.Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È ricordato frequentemente nelle loro lettere.

440.Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È ricordato frequentemente nelle loro lettere.

441.cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.

441.cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.

442.Grande osservatrice delle fasi lunari era l'Isabella, sì per le faccende della villa e si pel governo della salute. In altra sua lettera, da Poppiano, al figliuolo: «... Ècci istato 2 giorni tenpo terribile di vento e freddo. Vedréno tenpo lascerà questa quintadecima (luna piena), e come tratterà me, e piglieréno qualche partito el quale migliore ci parrà.»

442.Grande osservatrice delle fasi lunari era l'Isabella, sì per le faccende della villa e si pel governo della salute. In altra sua lettera, da Poppiano, al figliuolo: «... Ècci istato 2 giorni tenpo terribile di vento e freddo. Vedréno tenpo lascerà questa quintadecima (luna piena), e come tratterà me, e piglieréno qualche partito el quale migliore ci parrà.»

443.Opinionedi gen. masc. (nè l'Isabella ha mai altramente) fu comune agli antichi, massime nell'uso del popolo. Il quale inla opinione, pronunziato come si suolel'opinione, frantendeva l'art. masc.lo; e taluna di consimili confusioni fra articolo e prima sillaba del nome mantiene ancor oggi, specialmente nel contado.

443.Opinionedi gen. masc. (nè l'Isabella ha mai altramente) fu comune agli antichi, massime nell'uso del popolo. Il quale inla opinione, pronunziato come si suolel'opinione, frantendeva l'art. masc.lo; e taluna di consimili confusioni fra articolo e prima sillaba del nome mantiene ancor oggi, specialmente nel contado.

444.Il prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo «onorando patrone», come si ha da una lettera che gli scriveva il 28 di ottobre di quello stesso anno. Vedi anche qui, a pag. 269.

444.Il prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo «onorando patrone», come si ha da una lettera che gli scriveva il 28 di ottobre di quello stesso anno. Vedi anche qui, a pag. 269.

445.visitare.

445.visitare.

446.La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.

446.La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.

447.e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.

447.e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.

448.Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui; e dipoi non v'ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete auto e l'altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe. Quanto sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo che apresso ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto discosto, che con altro che co l'orazione vi potevo aiutare; e pensate che a questo non mancai di farne nè di farne fare: chè subito che intesi el male vostro, mandai a parecchi monasteri a far fare orazione per voi, e fra l'altre alle monache degli Angioli, che so ne fanno continuamente e con più amore che l'altre, perchè v'ànno più obrigo; che n'ebbono ancora loro dispiacere e grande. Pure ora per la grazia d'Iddio intendo voi stare benissimo, che a Dio piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci possiamo rivedere e godere, el tenpo che ci abbiàno a stare, in pace e con allegreza, che a me pare mil'anni che voi torniate; e così madonna Isabella, che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare, che quest'anno v'à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere che à fatto: pure ora da 4 dì in qua s'è un poco diritto el tenpo, e non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo tenpo, non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del continuo mi raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene: a Dio piaccia mantenerci, e così voi; e 'ngegnatevi di riguardarvi da tutte le cose sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè altro. A voi di nuovo mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di Firenze, il giorno 3 di dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona.»Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contemporanei gli attribuiscono: «.... Quanto al male, dice maestro Marcantonio (chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che del polso non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non ne tiene conto alcuno; e dell'altre cose vi andiate regolando più con la buona vita che con le medicine. Et a me pare savio consiglio, rispetto all'età vostra et a quella del medico che vi consiglia; che non vorrei facessi sperienzia su' casi vostri del cervello suo: e fidomi più su la prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè uno medico ha bisogno di experienzia e prudenzia oltra la scienzia. Ma di questo non dirò altro, se non che il tedio dell'animo e del corpo el pigliare le faccende per piacere ve lo caverà assai, e sopra tutto el leggere qualche cosa sacra, che a me a cotesto difetto ha sempre molto giovato, e maxime la Bibbia. E Cornelio Tacito dice di Tiberio,quod summebat solatium a negociis. Pur che non abbiate troppa voglia di ringiovanire con e' rimedi, che da el lapide in fuora tutti vi invecchieranno. E se avete Marco Tulliode senectute, leggetelo; chè mi dilettò assai, leggendolo fanciullo, et a voi credo piacerà e diletterà assai, ma ingegnatevi intenderlo bene. Quanto alle cose di villa....» E qui viene alla materia della quale si dilettava tanto madonna Isabella, e poi alle cose pubbliche, intorno alle quali padre e figliuolo hanno un carteggio da dirsi veramente prezioso per la storia di quelli anni. Non però, che prima di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da Firenze), non afferri altre occasioni di sentenziare e citare: «.... chènemo dat quod non habet, e come dice la Canzona di Daniel,Ogni animal fa simil creatura....»; la quale ultima sentenza, a chiunque ella appartenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa dottrina il magnifico Commissario.

448.Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui; e dipoi non v'ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete auto e l'altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe. Quanto sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo che apresso ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto discosto, che con altro che co l'orazione vi potevo aiutare; e pensate che a questo non mancai di farne nè di farne fare: chè subito che intesi el male vostro, mandai a parecchi monasteri a far fare orazione per voi, e fra l'altre alle monache degli Angioli, che so ne fanno continuamente e con più amore che l'altre, perchè v'ànno più obrigo; che n'ebbono ancora loro dispiacere e grande. Pure ora per la grazia d'Iddio intendo voi stare benissimo, che a Dio piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci possiamo rivedere e godere, el tenpo che ci abbiàno a stare, in pace e con allegreza, che a me pare mil'anni che voi torniate; e così madonna Isabella, che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare, che quest'anno v'à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere che à fatto: pure ora da 4 dì in qua s'è un poco diritto el tenpo, e non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo tenpo, non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del continuo mi raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene: a Dio piaccia mantenerci, e così voi; e 'ngegnatevi di riguardarvi da tutte le cose sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè altro. A voi di nuovo mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di Firenze, il giorno 3 di dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona.»

Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contemporanei gli attribuiscono: «.... Quanto al male, dice maestro Marcantonio (chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che del polso non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non ne tiene conto alcuno; e dell'altre cose vi andiate regolando più con la buona vita che con le medicine. Et a me pare savio consiglio, rispetto all'età vostra et a quella del medico che vi consiglia; che non vorrei facessi sperienzia su' casi vostri del cervello suo: e fidomi più su la prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè uno medico ha bisogno di experienzia e prudenzia oltra la scienzia. Ma di questo non dirò altro, se non che il tedio dell'animo e del corpo el pigliare le faccende per piacere ve lo caverà assai, e sopra tutto el leggere qualche cosa sacra, che a me a cotesto difetto ha sempre molto giovato, e maxime la Bibbia. E Cornelio Tacito dice di Tiberio,quod summebat solatium a negociis. Pur che non abbiate troppa voglia di ringiovanire con e' rimedi, che da el lapide in fuora tutti vi invecchieranno. E se avete Marco Tulliode senectute, leggetelo; chè mi dilettò assai, leggendolo fanciullo, et a voi credo piacerà e diletterà assai, ma ingegnatevi intenderlo bene. Quanto alle cose di villa....» E qui viene alla materia della quale si dilettava tanto madonna Isabella, e poi alle cose pubbliche, intorno alle quali padre e figliuolo hanno un carteggio da dirsi veramente prezioso per la storia di quelli anni. Non però, che prima di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da Firenze), non afferri altre occasioni di sentenziare e citare: «.... chènemo dat quod non habet, e come dice la Canzona di Daniel,Ogni animal fa simil creatura....»; la quale ultima sentenza, a chiunque ella appartenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa dottrina il magnifico Commissario.

449.Vedi a pag. 260.

449.Vedi a pag. 260.

450.Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue lettere, che molte sono anch'esse villerecce e assai belle [ed io ne ho poi pubblicate col titolo diLettere d'un campagnuolo fiorentino], se ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.

450.Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue lettere, che molte sono anch'esse villerecce e assai belle [ed io ne ho poi pubblicate col titolo diLettere d'un campagnuolo fiorentino], se ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.

451.«.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno»Dino Compagni, II,X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.

451.«.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno»Dino Compagni, II,X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.

452.Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (Franco Sacchetti, nov.CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile intendimento, diciamo,non si sbaglia; in costrutto con l'infinito, mediante la prep.a, come l'Isabella (che ve la sottintende), e altrove (nov.CLXXXVII) lo stesso Franco: «E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro che bene».

452.Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (Franco Sacchetti, nov.CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile intendimento, diciamo,non si sbaglia; in costrutto con l'infinito, mediante la prep.a, come l'Isabella (che ve la sottintende), e altrove (nov.CLXXXVII) lo stesso Franco: «E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro che bene».


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