Chapter 17

Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remoA cercar la sua morte,

Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remoA cercar la sua morte,

Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remo

A cercar la sua morte,

versi chiariti anche dai commentatori antichi, e per la storia de la volgar poesia del Crescimbeni. Assai severo si mostrò il Carducci per ilConsalvoche a l'opposto è tenuto in gran pregio da lo Zumbini, il quale lo giudica una de le cose più perfette de la nostra poesia.[80]

Qualche cosa delSognorimane in questo Canto, dove le figure sono vaghe, sfumate comespecchiati sembianti. La loquacità rimproverata al protagonista è una reazione al suo lungo silenzio, è il desiderio d'aprire, almeno una volta, a la donna quel cuore che fu sempre chiuso e che tra breve dovrà esser muto per sempre; Consalvo ha col Leopardi il desiderio de la morte, l'abbandono in cuiè lasciato, l'esser schivo de la terra, l'amore cocente e timido, l'illusione di trovare ne l'amore una felicità quasi divina e l'abborrimento de la vecchiezza. Se l'immaginazione del poeta non fu sempre felice in questo Canto, vi hanno però immagini assai belle e sentimento sincero espresso con quella semplicità che è uno dei maggiori pregi leopardiani. Si è dubitato che sotto il nome di Elvira si nasconda una donna veramente amata dal poeta, e supposto da alcuni che questa donna sia la Basvecchi, da altri la donna stessa cantata poi col nome di Aspasia; la signora Caterina Pigorini-Beri ed il prof. Odoardo Valio vi supposero[81]adombrata Paolina Ranieri; queste ultime ipotesi cadono se, come appar logico, il Canto si attribuisce a la prima giovinezza del poeta. Solo riguardo a la Ranieri si potrebbe obbiettare che il Leopardi pensasse a lei nel ricorreggere e quasi rifare il Canto negli ultimi anni de la sua vita. Dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava ilConsalvo, il poeta s'irrigidisce nel suo severo concetto di virtù eroica spartana e, pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua resta assorta impassibilmente da la contemplazione di un classico ideale ne la canzonePer le nozze della sorella Paolina.

Vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, ma le consuetudini de la famiglia, lasevera ritenutezza che toglieva ogni espansione e lo stato d'animo del giovane, il quale nel suo dolore profondo vedeva tutto triste nel presente, e solo ne l'antichità credeva di trovare il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: non è inspirato da i domestici affetti, ma da l'amor patrio; e la donna, che vi si riflette è la figura classica de l'antica matrona. Qualche cosa di affettuoso vi ha solo ne l'introduzione; è però da notare che sarebbe stato crudele vantar le gioie de l'amore a Paolina, che stava per sposare un uomo non giovane, non piacente, certo non amato da lei: se questo si pensa, apparirà delicato e generoso quel mostrarle i doveri de la maternità e darle coraggio e forza per la dura battaglia de la vita. Tuttavia ne la Canzone vi ha l'alto concetto di ciò che la donna può su l'uomo; se ne la prima parte predomina il sentenziare breve ed austero, ne la seconda il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi; si commuove al loro dolore ed a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori.

Con l'immagine di Virginia finisce il Canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna. Evitò un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio:quello che, come il romano, risorga anche il popolo italiano per la virtù femminile.

IlBruto Minoresegna pel poeta il confine fra l'età de l'immaginazione e il prevalere de la scienza e de l'esperienza del vero: con Bruto spira quella giovanezza del mondo, che è rimpianta nel CantoAlla Primavera. La bella stagione tenta ancora il cuore gelido del poeta, che nel fiore de gli anni esperimenta la vecchiezza, e desta in lui un nuovo palpito, che gli fa chiedere con trepidazione s'egli sia ancora capace d'illusioni, se la natura sia ancora viva; gli risorgono dinanzi le belle immagini de le antiche favole, le candide ninfe che con piedi immortali danzano su le rupi scoscese e ne le selve; Diana cacciatrice, scendente a tergere nel fiume da la polvere e dal sangue i fianchi nivei e le braccia virginee; la driade, che palpita ne la scorza d'una pianta; l'innocente naiade, la quale fa sgorgare l'acqua limpida da la sua urna; Eco solitaria che un doloroso amore cacciò da le sue giovani membra, e che per le grotte e pei nudi scogli ripete al cielo le ambascie e gli alti e rotti lamenti umani. In queste femminili immagini mitologiche il poeta mette una vita che ce lo fa parere un uomo antico, veramente pietoso, veramente amante di esse; tale si crede e, al risveglio, tale si duole di non essere. Ahimè, da che il Cielo è deserto de gli esseri amabiliche un dì lo popolavano, egli esclama, il tuono cieco, errando per le nubi e le montagne, spaventa ugualmente innocenti e colpevoli; da che la patria educa le nostre anime malinconiche, restando estranea ad esse, inconscia di esse, tu, o natura, ascolta le nostre cure infelici, il nostro indegno destino e rendi al mio spirito il fuoco de' suoi primi affetti, se pure tu vivi, se havvi cosa alcuna in cielo, in terra o nel mare, non dico pietosa, ma spettatrice almeno de la nostra sorte.

Egli non chiede, non sospira più che l'ardore de' suoi primi affetti, l'illusione, almeno, di trovar un amore, una donna, che gli ridía le gioie de la speranza, se non de la realtà. Pochi sentirono come il Leopardi la potenza e il desiderio de l'amore e poche volte egli medesimo seppe dare a l'impeto de la passione un così delicato velo di tristezza come ne l'Ultimo Canto di Saffo. La Saffo del Leopardi non è la storica figura che la tradizione continua a considerare insieme poetessa eccelsa ed amante sventurata, benchè la critica abbia dimostrato due Saffo essere esistite, l'una contemporanea ed emula di Alceo, l'altra più vicina a noi, infelice innamorata di Faone. Il Leopardi non cura di riavvicinarsi nè a la leggenda, nè a la storia, nè ai versi de la poetessa che ci rimangono; egliintende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero,sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane, intende di sfogare il suo proprio dolore e forse di porsi dinanzi, come un caro fantasma, non la figura, ma l'anima de la donna, che avrebbe potuto comprenderlo. Come a Saffo, eran state care e dilettose a lui la notte, la luna, la stella de l'alba; finchè il destino lo colpì, non d'un tremendo amore al par de la giovane greca, ma d'un insoddisfatto bisogno d'amore, più tremendo ancora. Come Saffo, ne la lotta de' suoi disperati affetti, egli sente un insolito gaudio quando per l'aria e pei campi trepidanti si aggirano i polverosi fiotti del vento e rugge il tuono e sfolgora il lampo, mentre le greggie sbigottite fuggono per le valli profonde; il suono e la trionfante collera de le acque su la riva del fiume gli dà un senso gradito, perchè conforme a lo stato de l'animo suo; e pure egli, come la Greca infelice, sente ancora la beltà del cielo divino, de la rorida terra; la sente, ma è una nuova ferita per lui, cui i numi e l'empia sorte non fecero parte alcuna di quell'infinita vaghezza. Ospite vile, dispregiato amante de la natura, anch'egli la guarda invano supplichevole, da che non gli sorridono più le aperte rive dei ruscelli, nè l'albore mattutino sul lembo estremo del cielo; da che non si sente più salutato dal canto dei variopinti uccelli, dal murmure dei faggi; da che il candido ruscello,dove dispiega le acque pure a l'ombra dei curvi salici, par sottrarsi con disdegno al piede di lui. Come Saffo egli prorompe ne le disperate domande: di qual fallo, anzi di quale eccesso nefando mi macchiai prima di venire al mondo, perchè il cielo e la fortuna mi debbano così disdegnare? Qual peccato commisi bambino, quando la vita è ignara del male, perchè poi la mia spregevole esistenza avesse scema la giovanezza e negata ogni gioia? Così prorompe nel dolore, ma tosto lo signoreggia: incaute parole furon le sue, poichè un'arcana volontà determina il destino, e tutto è misterioso fuor che il nostro dolore; progenie trascurata noi nascemmo al pianto, e solo gli Dei ne sanno la ragione. Benchè questo appaia in linguaggio del freddo criterio, che non vuol lasciarsi sopraffare da la passione, ne le frasi brevi e quasi spezzate si sente un affanno che soffoca la voce in un singhiozzo. Il Padre concesse di regnare nel mondo soltanto a la bellezza; imprese virili, sapienza, poesia, non valgono al virtuoso deforme. Tutto qui è amore e dolore, dolore tanto cocente che la catastrofe giunge prevista, quasi aspettata, e la decisione de la morte par esca da le labbra de la poetessa con un sospiro di sollievo: sparse a terra le membra non degne, l'animo ignudo rifuggirà ne gli eterni regni, emendando il fallo crudele del cieco destino. Fin qui Saffo nonha nè pur accennato al suo amore, ma ora, determinata di morire, lascia sfuggirsi il suo secreto ne l'ultimo addio, che rivolge a l'amato, addio altamente patetico in cui parlan solo i sentimenti, che hanno inspirato tutto il Canto e che determinano la morte: affetto e dolore, ma senz'odio, senz'ira.

La più cara fra le immagini che arrisero a la mente del poeta e che gli furon tormento e conforto, l'ideale vagheggiato ne la dolorosa solitudine, rivive nel CantoA la sua donna, in cui altri vide un'allegoria de la libertà, altri de la felicità. Il Giordani, nel 1826, fu il primo ad affermare che il poeta nascondesse sotto il nome disua donna, gnarus temporum, ladivina idea di libertà, e più tardi (1830) chiamava il Canto un «celestiale inno d'amore a la libertà, il sommo di bellezza che si possa sperare da la poesia;» ma il Borgognoni[82]suppone che il Giordani interpretasse così quel Canto per liberare l'amico da l'accusa che facilmente poteva colpirlo in quel tempo, di cantare ideali e fantasie platoniche. Il Leopardi però quando aveva voluto, malgrado i tempi poco propizi, aveva saputo manifestare apertamente i suoi sensi liberali; e ne fanno prova le CanzoniAll'Italia,Sul monumento di Dante,Nelle nozze della sorella Paolina.[83]Maggior valore de l'autorità di P. Giordani ha la voce del poeta, che ne l'articolo criticonon fa punto supporre d'aver voluto cantare altro che un ideale femminile; e che, se altro si volesse intendere, apparirebbe spesso strano ed oscuro nei versi de la Canzone. L'autore non sa se la sua donna, e così chiamandola mostra di non amare che questa, sia nata fin ora, o debba mai nascere; sa che ora non vive in terra, che noi non siamo suoi contemporanei, e la cerca fra le idee di Platone, ne la luna, nei pianeti del sistema solare, nei sistemi de le stelle.

Come si potrebbe interpretare, pensando a la libertà, il sogno e i campi in cui essa appare, la sua vita ne l'età de l'oro, la sua morte e il trasvolare de l'anima sua tra la gente? E chi sarebbe l'altra, che potrebbe trovarsi pari a leial volto, a gli atti, a la favella, e checosì conformesarebbe tuttavia men bella assai? E certo apparirebbero anche troppo appassionatamente teneri i versi in cui il poeta chiama la vita rallegrata da quella donnasimile a quella che nel cielo indìa. Come mai il senno eterno potrebbe sdegnare di vestir di sensibili forme quest'idea e farle provarfra caduche spogliegli affanni difunerea vita? Sì che nè l'autorità del Giordani, nè quella del Ranieri, che disse ad un amico aver il poeta intitolato da primaA la libertàquesto Canto, nè quella de lo Zerbini che anch'esso volle vedervi adombrata la libertà, valgono a sostenere tale supposizione,accettata tuttavia da molti. Nè pur interamente persuasiva mi par l'altra asserzione che la donna sia la felicità (v. G. Mestica), benchè infine pel poeta l'amore d'una veradonnae la felicità sieno tutt'una cosa. Una osservazione importante è quella fatta da lo Straccali e dal Cesareo, e cioè che la CanzoneA la sua donnane l'edizione del 1824 è posta dopo l'Inno ai Patriarchi, ne le edizioni seguenti e ne la definitiva napoletana venne separata dal gruppo de le poesie civili e posta fra quelle filosofiche e amorose.

L'idealità platonica inspira questa Canzone, la quale tuttavia lungi da l'essere una fredda reminiscenza, sorge dal più intimo del cuore di Giacomo. Questi fin da la sua adolescenza aveva sentito vivissimo ne l'animo il desiderio d'amore, e da l'amore aspettava quell'ineffabile felicità che, illuso, credeva possibile ai mortali, ma che gli sfuggiva dinanzi quando più gli pareva d'esserle presso: la Geltrude Cassi, cui può darsi ch'egli pensasse ne lo scrivere i versi:

. . . . . . . . .s'anco pari alcunaTi fosse al volto, a gli atti, a la favellaSaria così conforme assai men bella,

. . . . . . . . .s'anco pari alcunaTi fosse al volto, a gli atti, a la favellaSaria così conforme assai men bella,

. . . . . . . . .s'anco pari alcuna

Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella

Saria così conforme assai men bella,

o non si era avveduta del suo affetto o non se n'era curata; la Fattorini era morta; ed altre forse ch'egli ammirava, come la Basvecchi, non lo credettero degno d'un loro sguardo.A lui, tenerissimo ed immaginoso, doveva più che ad altri mai arridere una fantastica sembianza di donna bellissima e virtuosissima, capace di render beata la vita a l'amante; questo fu il solo, vero, costante suo amore; non mentì più tardi, asserendo ad Aspasia di non aver amato lei, ma quella diva ch'ebbe vita soltanto nel suo cuore; di questa ricercava avidamente un'immagine reale ne le donne, che gli furon più care. Ne la CanzoneA la sua donnaegli ebbe in animo di esaltare quel femminile eterno che da Dante a Goethe arrise ai poeti; avverata, quella sua dilettissima immagine e pienamente conforme a la sua idea, sarebbe tuttavia men bella assai, per questo solo che sarebbe reale e che il suo incanto maggiore è la luce di sogno che l'avvolge, il suo fascino è la lontananza, il mistero, l'essere irraggiungibile, inafferrabile.

Il De Sanctis, lo Zumbini, lo Zanella, il Bonghi, il Sesler, il Borgognoni, il Colagrosso, il Bacci, lo Straccali, il Cesareo, il Della Giovanna, il Fornaciari, ec., interpretano tutti la CanzoneA la sua donnacome rivolta ad un ideale femminile.

***

La monotonia de la vita di Giacomo veniva rotta dal suo primo viaggio a Roma che nongli dava però alcuna di quelle soddisfazioni del cuore, cui egli aspirava. La zia Ferdinanda era morta, le donne ch'egli poteva frequentare gli parevanobestie femminine, eccessivamentefrivole e dissipate, incapaci d'inspirare uninteresse al mondo. Il teatro lo dilettava, concedendo al suo spirito l'illusione d'un mondo diverso dal reale,[84]eLa donna del lago, data a l'Argentina ed eseguita da voci assai buone, gli parve una cosa stupenda: «Potrei piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso, giacchè mi avvedo pure di non averlo perduto affatto» — scriveva a Carlo a proposito di questo spettacolo (5 febbraio 1823). — Profonda impressione gli faceva il ballo, che gli sembrava comunicasse a le forme femminili un non so che di divino.

Al ritorno a Recanati la sua malinconia si fa più nera. E pure, in tanto sconforto, la grandezza del suo cuore trionfa ed egli ama ancora la virtù. «En vérité, mon cher ami, le monde ne connait point ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu, comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissants, bienfaisants, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible (car jene fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus heureux?...»[85]

Poco profonda, benchè non discara, l'impressione che gli restava del viaggio di Milano. Ben altra cosa può dirsi de la dimora del poeta in Bologna: la tenera simpatia per Marianna Brighenti gli rendeva piacevolissime le ore e le serate ch'egli soleva passare in casa de l'avvocato modenese; questo fu il più dolce suo affetto in quella città, poichè a la dolcezza di esso non venne a fondersi alcun sentimento amaro. Poco fortunato egli fu nel suo affetto per Madama Padovani, affetto rimasto fino a poco tempo fa ignoto ai biografi e di cui diede cenno per primo Camillo Antona Traversi[86]ne l'articoloGli amori bolognesi di G. Leopardi, pubblicato nel periodicoLettere ed Arti(Bologna, 15 novembre 1890); notizie maggiori ne diede il dottor Franco Ridella nel suo libroUna sventura postuma di G. Leopardi.

Esaminando accuratamente l'Epistolario leopardiano, il Ridella ne ricavò tutto quanto a questo proposito se ne poteva trarre, provando come fosse senza dubbio quella Madama Padovani lastregatanto bella, giovane e graziosa di cui parla il Leopardi ne la lettera 3 luglio 1827 al Papadopoli; ma non riuscì nè a saper chi fosse la Padovani, nè ad averne altrimenti contezza.

Ricercando notizie di questa signora a Modena, dove, secondo afferma il Leopardi stesso, viveva il marito di lei, da documenti e da testimonianze orali seppi ch'ella fu senza dubbio alcuno una Rosa Simonazzi, di Antonio e di Domenica Cavazzuti modenese. Rimasta in assai tenera età orfana di padre, fu educata da la madre insieme al fratello Natale, nato il 17 dicembre 1799. Di diciott'anni a pena, nel 1820, secondo i documenti che si trovano ne l'ufficio di Stato Civile a Modena, fu sposa ad un impiegato modenese, Luigi Padovani di Pellegrino e de la Paola Verzoni, ispettore de la civica illuminazione e discreto suonatore di chitarra, maggiore di lei d'undici anni, onesto, buono, di condizione modestissima, per quanto di poi la Rosa si facesse chiamareMadama. Nei primi tempi del matrimonio ella attese a la casa ed ebbe un figlio, Antonio; ma poi, bella, di un brio indiavolato, leggiera, avida di piaceri e di lusso, sentendo lodare la sua voce e la sua naturale disposizione a la musica, tolte a pretesto le condizioni economiche disagiate e la speranza di far fortuna, volle andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Aggiungo che per motivi di gelosia fu divisa dal marito; non so precisamente in quale anno avvenisse la separazione, ma ho ragione di credere prima del 1826. A Bologna la Rosa si allogò, dopoaver dimorato qualche tempo in altra casa, presso quel Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore al servizio di Napoleone I ed avea cantato molti anni prima anche a Modena ne l'opera semiseriaLa Griseldadi Paer lasciando ottima memoria de l'arte sua e de la voce. In casa di lui (Casa Badini presso il teatro del Corso), già vecchio, ma povero malgrado i suoi trionfi e costretto a tener pensione per vivere, la Rosa si trovò con Giacomo Leopardi. La signora era molto amica de la famiglia Stella, scrivendo a la quale Giacomo spesso la nomina; può darsi anzi che per mezzo de gli Stella egli conoscesse la Padovani, poichè appar certo che la conobbe prima ancora ch'ella andasse ad abitare ne la sua stessa casa; infatti il 26 marzo del 1826 egli scrive ad A. F. Stella: «Debbo fare a Lei e a tutta la sua famiglia i complimenti di Madama Padovani, che abitaora quine la mia stessa casa e al mio stesso piano.»

La Padovani era una donna del tipo che inspirò le più ardenti passioni del Recanatese, di cui gli amori tutti ideali e quasi celesti furono rivolti a fanciulle belle, pure e infelici, ma gli amori reali, di natura terrena benchè onesti, ebbero per oggetto donne da le forme giunoniche, da l'aspetto florido, dal portamento regale, da gli occhi luminosi e arditi, superbe e liete come dee de la classica antichità. Taleera Madama Padovani: di statura alta e di forme scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi, scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina, di mordacità. Orgogliosa de la sua avvenenza, di nulla si compiaceva come d'essere ammirata e adorata, e probabilmente nè anche l'omaggio del giovane contino le riuscì discaro, per quanto ella non comprendesse affatto nè l'ingegno, nè l'animo di lui. Ma ella era troppo lontana moralmente da la donna ch'egli vagheggiava per potergli piacere a lungo: bella, non altro che bella, doveva colpirlo al primo momento, lasciarlo poi disgustato; quali altre cagioni di sdegno per lei ebbe il Leopardi (par certo che ne ebbe), rimane un mistero. Desideroso di farle cosa grata, egli chiese per lei un biglietto, probabilmente per qualche accademia o spettacolo, al conte Carlo Pepoli. Ma fra questa domanda e la risposta del Pepoli qualche cosa dovette accadere che cambiò affatto i sentimenti del Leopardi verso la Padovani; un atto di sprezzo o di dileggio di lei? Non è improbabile, perchè la sua educazione era tutt'altro che fine e perchè l'animo del Leopardi, così dolce e così costante, solo da un'offesa al delicatissimo suo amor proprio poteva così improvvisamente esser mutato.

Al Pepoli infatti scrive ne l'aprile 1826 chelo ringrazia del biglietto che gli ha mandato e de le cure che si è voluto prendere per l'altro biglietto richiestogli e lo prega di non darsi altro pensiero di questa cosa, chè egli non vorrebbe veramente far trasgredire al segretario le sante leggi per proprio piacere. Gli dà, su la Signora, dei ragguagli certamente dimandati da l'altro; e ne le sue parole si sente un accento di poca stima e di poca simpatia; non certo un affetto presente, ma piuttosto un affetto deluso, che ha lasciato soltanto de l'amarezza: «La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per un paio d'occhi che a me paion belli e per una persona che a me e ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa cosa....»

Forse il Pepoli aveva detto che se si fosse trattato di una persona digrande distinzionesi sarebbe potuto eccezionalmente ottenere il biglietto.

Ne la lettera a lo Stella del 17 maggio 1826 si fa cenno ancora di Madama Padovani, che è contenta di Bologna e fa progressi sufficienti ne la musica, ma è naturale che anche senza aver più per lei nessuna simpatia, il poeta la nomini a quegli amici di lei, da cui probabilmentegliene erano state chieste notizie. Così a Luigi Stella ne la lettera 25 luglio 1826 fa un cenno asciutto de la signora: «Madama Padovani è ancor qui, ed ho cagion di credere che vi stia contenta.» Hacagion di credere, ma non ne sa più nulla di preciso. Più tardi, tornato a Bologna ne la primavera del 1827, ancor più asciuttamente rispondeva a lo Stella: «Madama Padovani è qui ancora. Essendo morto il suo e mio albergatore, ha mutato alloggio; ed io non l'ho veduta dopo il mio ritorno; ma so che sta bene.» Molto ragionevolmente il dottor Ridella crede che Giacomo alluda a la Padovani ne la lettera al Papadopoli 3 luglio 1827, in cui gli dice che non sa perchè voglia dubitare de la sua costanza nel tenersi lontanoda quella donna; quasi si vergogna a narrare che ella, non vedendolo più andar da lei, mandò a domandargli sue nuove, ed egli non ci andò; che dopo alcuni giorni lo invitò a pranzo, ed egli non ci andò; che partì per Firenze senza vederla, che non la rivide più dopo la partenza del Papadopoli da Bologna; e si vergogna a raccontar questo, perchè par ch'egli voglia provar una cosa di cui l'altro gli fa torto a dubitare; aggiunge infine: «Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono tanto grandi che ci vuol molta forza a resistere.»

Poichè il Leopardi aveva una naturale edelicata ritrosia a confidare le offese fatte al suo amor proprio, non è probabile ch'egli avesse parlato al Papadopoli del fatto che era stato causa de la rottura fra lui e la Padovani; e non parrebbe inverosimile che di questo fatto quell'amico fosse testimonio, cosa che spiegherebbe sempre più la ferma durezza del Leopardi verso quella donna. Un ultimo cenno su la Padovani si trova in una lettera di Paolina, a la quale il poeta doveva aver parlato di quella sua conoscenza. Il 15 febbraio del 1828 la sorella di Giacomo, a proposito di cantanti, narravagli che lasua Madama Padovani[87]aveva fatto il primo teatro a Torino in quell'autunno e con buon esito, ed aggiungeva: «Ma a te che te ne importa? Io già lo so che non te ne importa niente, ma io sempre mi ricordo dei tuoi racconti, delle tue conoscenze.»

La Rosa datasi a l'arte parve riuscire discretamente, ma non lasciò alcuna fama di sè, il suo nome rimase sconosciuto anche ai più diligenti e minuziosi ricercatori di notizie teatrali. Solo ho potuto sapere ch'ella cantò a Milano nel 1829 (reduce da Torino) ne l'operaZelmira, eseguendo la parte diEmma, confidente; ma con poco buon esito, tanto che non fu più scritturata. Pare inoltre da le notizie di quei tempi che anche a Torino fosse piaciuta poco. Per questo essa fu costretta di recarsi a l'estero e di cambiar nome; sì cherimanendo ignoto il pseudonimo da lei preso, manca ogni mezzo per ulteriori ricerche. Alcuni Modenesi già innanzi con gli anni ricordano d'aver sentito parlare di lei artista, rammentano ch'ella fu lungamente a l'estero, specie in Russia, a Mosca, di dove però fece ritorno tanto povera ch'ebbe bisogno di chieder più volte sussidi al comune. Morto Luigi Padovani il 24 maggio 1869, la Rosa il 2 giugno de lo stesso anno domandò una pensione al Municipio; la supplica, che si conserva ne l'archivio comunale di Modena, è corredata da una fede di nascita da cui resulta che la postulante fu battezzata ne la parrocchia di San Bartolomeo in San Barnaba nel 1795, mentre dagli atti matrimoniali appare nata nel 1802; non ho potuto chiarire questa sconcordanza, ma su l'identità de la persona non v'ha dubbio. La Rosa ottenne la pensione che fu di lire settecento venti annue e la godette solo per poco più di due anni, perchè il 18 settembre 1871 finì di vivere. Un vecchio professore, il quale la conobbe personalmente afferma che già carica d'anni e di malanni era tuttavia sempre bellissima e allegra, tanto da far immaginare quale splendida creatura avesse dovuto essere in gioventù; ed asserisce d'averla sentita ricordare Giacomo Leopardi e vantarsi d'averlo intimamente conosciuto, con tali parole da lasciar comprendere chiaramente che ella erastata amata dal poeta; e questo è pure narrato da una vecchia parente de la Padovani. A porre in dubbio l'amore del poeta per la cantante non vale il notare che fra la data de la lettera al Pepoli (aprile '26) e quella de la lettera al Papadopoli (3 luglio '27) corre il periodo de l'amore per la Malvezzi, perchè quando il poeta scriveva la prima, la sua fugace passione per la cantante era già svanita; nè è strano che ancora nel '27 il Papadopoli gli chieda de la Padovani, perchè, stato quasi sempre assente da Bologna, egli probabilmente nulla poteva sapere de l'amore che l'amico suo aveva provato per la Malvezzi. Nè più valore avrebbe l'obbiezione su l'età de la Padovani (la strega, dice il Leopardi, è giovanissima); ora è quasi certo che nel '27 la Padovani aveva venticinque anni; ma ne avesse pur avuto qualcuno di più, qual meraviglia che, bella come era, apparisse giovane assai al Leopardi che amò la Cassi ventiseienne, la Malvezzi già sui quaranta, la Targioni Tozzetti già oltre i trenta.

Più veemente ed altrettanto infelice fu l'amore del Recanatese per la Malvezzi, la colta dama, di cui lo spirito, la grazia e la pietosa affabilità affascinarono il poeta fino a illuderlo ch'ella potesse, se non corrispondere, compatire al suo amore.

***

LeOperette moralicome iCanti, benchè con intento più satirico, ci danno l'immagine de l'animo del poeta, dipingendoci la sua visione del mondo; però assai più di rado vi si riaffacciano la donna e l'amore, a punto perchè più difficilmente il Leopardi osa ridere di essi che di ogni altra cosa. Anzi ne laStoria del genere umano, che è quasi un proemio a tutta l'opera, dopo aver tutto negato e deriso, chiude con l'innalzare un vero inno a l'amore celeste e con tanto sincero entusiasmo, che fa quasi pensare aver egli scritto tutta la prosa per giungere a questa chiusa, come si dice scrivesse la canzoneAll'Italiaper rifare il Canto di Simonide; ma mentre quest'ultima canzone manca di euritmia fra le parti,La storia del genere umanoè ammirabile così per la proporzione, per l'ordine, per la grazia e per la finezza de l'arte, come per l'alta poesia. «Quando viene in sulla terra (l'amor celeste), sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità ed empiendoli di affetti sì nobili e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.»La storia de l'infelicità umana, che è resa in questa prosa secondo il mito pagano, è narrata secondo il mito cristiano ne l'Inno ai Patriarchi; ne la prima il Leopardi si rifugia, come in un ignorato eliso, nel suo sogno d'amore; ne la seconda gli arride lontana l'età de l'oro, in cui l'umana stirpe visse ignara del suo destino: qui e là un sogno lo consola del vero. LaStoria del genere umano, ampliata a significar le sorti de l'intera umanità, è la storia de l'uomo, o meglio la storia del Leopardi, felice ne la prima infanzia, quando la vita è solo vegetativa, men felice, ma bella ancora ne la prima adolescenza, quando l'immaginazione fingeva a lui di là dai monti del suo orizzonte,arcani mondi, arcana felicità. A quei viaggi de gli uomini antichi, i quali vanno visitando lontanissime contrade, corrispondono gli studi di Giacomo, i quali limitano intorno a lui l'universo che lo aveva affascinato con le apparenze de l'infinito e gli fanno, come a quegli antichi, crescere lamala contentezzasì che, non ancor uscito da la gioventù, egli è occupato da l'espresso fastidio dell'essersuo; e come quelli a questo fastidio cercavano un rimedio ne la morte, così egli siede presso la fontana del giardino paterno, pensoso di finire in quelle acque il suo dolore. Giove propaga i termini del creato e lo adorna; così gli studi accrescono l'orizzonte intellettualedel Recanatese, ma il rimedio è peggiore del male, poichè le vaghe immagini e il popolo dei sogni sfuggono dinanzi a lui; e come gli antichi cadono ne l'empietà, così egli perde la fede e se ne consola adorando i divini fantasmi de la virtù, de la gloria, de la patria, insieme ai quali lo alletta per la prima volta l'amore reale. Come quelli egli darebbe volentieri il sangue e la vita per tali fantasmi, ma la sapienza, o meglio, per lui, la meditazione filosofica, lo accende del desiderio de la verità, e questa gli toglie ogni gioia, ogni conforto, gli mostra la vanità di tutto, e solo altissimo sollievo gli rimane l'amore, non materiale come prima, ma ideale e purissimo. Questo sogno di un affetto quasi celestiale fa ripensare a quella specie didelirio e di febbreda cui fu preso, quando l'intima conoscenza de la Malvezzi gli fece sperare d'aver trovato un sublime ricambio d'affetto.

LaStoria del genere umanoal Bouché Leclercq rammentò quei quadri de la scuola bolognese in cui un'apparizione celeste aleggia sopra le figure principali e manda riflessi luminosi fin ne gli angoli più oscuri.[88]

Ma dopo l'inno, la satira; dopo l'entusiasmo del desiderio e il felice delirio del cuore e de la fantasia, il disinganno e un'amarezza, un disdegno che non son quasi che il rovescio di quell'amore e di quel delirio.

Ne l'argutissimaProposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografiuna freccia pungente è rivolta contro le donne, incapaci di fedeltà. Oh in quel sarcastico sorriso quanta mite malinconia! Come egli l'ha cercata dovunque quell'adorabiledonna che non si trova; come l'ha vagheggiata persino ne le pagine del conte Baldassar Castiglione, ed ha invidiato dal profondo de l'animo appassionato e deluso Pigmalione anticoche si potè fabbricare la sposa colle proprie mani; e come gli si stringe il cuore nel non trovar per essa un miglior paragone che l'araba fenice del Metastasio! La donna fedele e che può render felice l'uomo è ancora dainventare; cinquecento zecchini de la cassetta di Diogene (proverbialmente misero) a chi ne sarà l'autore.

Scrivendo questa prosa il Leopardi doveva essere in uno de' suoi momenti meno tristi, poichè un sincero umorismo lo inspira. Si sente, come dice il Bouché Leclercq,qu'il a des larmes dans la voix, si sente ch'egli ha sofferto per colpa dei motteggi e dei biasimi di amici falsi, ch'egli ha sofferto nel sentirsi solo in quella sua alta aspirazione a le opere virtuose e magnanime e sopra tutto ch'egli ha anelato con tutta l'anima a l'amor sincero di una donna, ma la serenità del suo spirito gli permette di scherzare sui suoi errori e su le sue delusioni.

Alcune prose del Leopardi e questa suaProposta di premi, fra le altre, provano quale squisito umorista egli avrebbe potuto essere, se non fosse stato così sconfinatamente infelice; invero quanta felice arguzia in quell'enumerazione di macchine, che si spera saran trovate col tempo: parainvidia, paracalunnie, filo di salute, che scampi da l'egoismo, dal predominio de la mediocrità, da la prospera fortuna de gl'insensati, de' ribaldi e de' vili, da l'universale noncuranza e da la miseria de' saggi, de' costumati e de' magnanimi; e quanta ancora nei premi immaginati!

Nel soggettivismo schietto ritorna il Leopardi col dialogo deLa Natura e di un'anima. Lo spirito, cui la natura dice:vivi e sii grande e infelice, è quello stesso del Leopardi, che desolato di riconoscere vano il suo immenso desiderio di felicità e di sentire ne la propria eccellenza, ne la finezza del suo intelletto, ne la vivacità de la sua immaginazione, altrettante cause d'ineffabile soffrire, sconfortato de la gloria stessa, che non si ottiene in vita e talora nè pure in morte, nè anche da gli eccelsi, maledice la sua grandezza e chiede d'esser conforme al più stupido, insensato spirito e di morire il più presto che si possa.

Non così avrebbe maledetto la vita e l'ingegno, se il sorriso di una Elvira gli avesse aperto il cuore a l'agognata felicità: il paradisoin cui egli avrebbe veduto cangiarsi la terra desolata, non sarebbe stato eterno; ma la visione e il ricordo di esso avrebbero salvato l'infelice da la disperazione.

A l'uomo, cui manchino la potenza di agire e gli affetti, qual rimedio rimane contro la noia, se non i sogni e le fantasticherie? Così il Leopardi nel dialogoTorquato Tasso e il suo gemo familiare(imitazione, ma piena d'originalità, delMessaggerode lo stesso Torquato); il Tasso del dialogo è sempre il Tasso del Canto ad Angelo Mai; mandandolo in terra il cielo preparava a gli uomini l'esempio d'una mente eccelsa, a lui dolore, non altro che dolore, nè pur dal dolcissimo canto confortato. E che è questo Tasso se non il Leopardi medesimo?

Nel dialogo, il Tasso tocca del suo amore per Leonora, e ne le parole di lui senti la voce stessa del Recanatese. Questo dialogo chiarisce la natura di quasi tutti gli amori leopardiani: l'amata gli pare da vicino una donna, da lontano una dea, e quel che più gli duole è che le donne stesse tolgano ogni splendore a l'immagine loro ch'egli si forma con la fantasia: ne l'amore, come in tutto, il vero doveva avvelenargli l'ideale. Quando egli sogna la sua donna, sfugge il giorno dopo di rivederla chè, se pur la rivedesse pari nel volto, ne gli atti, ne la favella a l'immagine sognata, non sarebbepiù la stessa, avrebbe perduto gran parte del suo incanto.

Se l'utilità de i sogni e de le fantasticherie è solo quella di consumare la vita, questo è pure l'unico intento che ci si possa proporre. Lo spirito del Leopardi ne la dolorosa meditazione s'inasprisce: dal sogno, al dolore; dal dolore a l'amarezza; da l'amarezza, al sarcasmo; ecco la storia di quell'anima. Così qui il dialogo tutto ha un'intonazione malinconica e dolce, la chiusa è aspramente sarcastica.Dove sei solito abitare?— chiede Torquato al suo genio. —In qualche liquore generoso, — risponde questo; — da prima il Leopardi aveva scrittonel tuo bicchiere.

Ma il sarcasmo non dura, non può essere abituale in quell'animo altamente buono, che si ritrae in Filippo Ottonieri così originale e profondo ne' suoi giudizi sul mondo e su le umane sventure.

Chiarendo l'ironia di Socrate, il Leopardi spiega la sorte sua: nato con disposizione grandissima ad amare, ma per la sciagurata forma del corpo disperato di poter ottener altro che amicizia, e per la stessa ragione poco atto ai pubblici negozi, e pur dotato d'ingegno grandissimo, che accresceva fuor di modo la molestia di queste condizioni, come Socrate anche il Leopardisi pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumie delle qualità de' suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir così, nella vita. Ma anche in lui la mansuetudine e la magnanimità innata fecero che l'ironia non fosse sdegnosa ed acerba, ma piuttosto riposata e dolce. Le occupazioni, fossero negozi o trastulli, eran ugualmente passatempi per lui, che ai piaceri reali anteponeva d'assai quelli de le false immaginazioni; tutte infelici gli parevan le condizioni de la vita e tutte press'a poco ugualmente povere di beni e ricche di mali, nè rimedio a questi era per lui la filosofia. Come l'Ottonieri, l'autore è un ingegno singolare, che si compiace di scostarsi dal comune de gli uomini e che pur disprezzando nel suo pessimismo e l'umanità e la natura e l'universo, non sa odiare, anzi è naturalmente e quasi inconsciamente disposto a sentimenti affettuosi, i quali non lo compensano, ma lo consolano, alcun poco de gli affetti eroici ed ardenti per cui si sentirebbe nato, e che fortuna e natura gli negano. «Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benchè non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, ne forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno fuorchè me stesso, per necessità di natura, e il meno chemi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri.»

***

A Firenze il Leopardi provò l'ultima terribile passione de la sua vita, un amore ardente come il primo, ma di cui l'illusione durò ben più, e ben più tormentose furono le sofferenze che gliene vennero, quando quel caro inganno gli fu strappato a forza. Alcuni credettero che la donna amata a Firenze dal Leopardi fosse la Carlotta Lenzoni de' Medici, altri la Carlotta Buonaparte. Paolina Leopardi per prima immaginò che de la Buonaparte il poeta fosse innamorato; egli stesso lo nega in una lettera a Carlo.

La Lenzoni, gentildonna abbastanza colta e amantissima de gli studi, radunava in casa propria i più insigni letterati ed artisti di Firenze, fra i quali il Sismondi, il Tenerani che per lei scolpì la Psiche, il Niccolini, il Carena, il Leopardi; amico pure le fu il Giordani. Ella è nota specialmente perchè restaurò la casa di Giovanni Boccaccio, di cui aveva fatto acquisto. Su i rapporti di lei col Leopardi non molto ora si sa, forse le lettere di lei al poeta rimaste al Ranieri diranno di più; ad ogni modo ella fu certo ospitale e gentile verso il Recanatese;ma quel che fu detto e recentemente sostenuto dal professore A. De Gubernatis cioè che ella fosse l'Aspasia, non mi appar probabile. Il sapere che la marchesa Carlotta era amabile, colta, che aveva un albo di autografi preziosi, di cui qualche cosa deve rimanere ancora e in cui scrisse il Leopardi; il ricordo de le sale veramente ricche e profumate del palazzo di lei, la sua amicizia pel poeta, sono insufficienti a farnelo creder innamorato de la dama, mentre molte ragioni avvalorano l'opinione che Aspasia fosse la Fanny Targioni-Tozzetti, de la quale certo furono intimi durante la loro dimora a Firenze il Ranieri e il Leopardi. Conferma che non fosse la Lenzoni il difetto di lei che, essendo gobba, benchè del resto piacente, non avrebbe potuto esser chiamata dal Leopardi così veristabeltade angelica, fonte d'ogni altra leggiadria, sola vera beltà, la più bella fra tutte le donne; debbo aggiunger qui però che altri vuole la gibbosità fosse un'amabile invenzione de lebuoneamiche de la dama, la quale soleva stare un po' curva. Ella quando conobbe il poeta era tra i 45 e i 47 anni. Riguardo a l'albo, l'uso ne le dame d'averne uno era comunissimo e l'aver il Leopardi scritto in quello di lei, poco prova dopo quanto si dirà de la Targioni.[89]Questa era vicina di casa del Leopardi, abitava in via Ghibellina; donna giovaneancora, poco più che trentenne quando lo conobbe, di rara bellezza, univa ad essa una grande amabilità e una perfetta arte di piacere. Antonio Targioni-Tozzetti suo marito, professore ne l'Arcispedale di Santa Maria Nuova e ne l'Accademia di Belle Arti, accademico de la Crusca e direttore del giardino botanico, godeva di gran fama e riuniva spesso in casa sua uomini insigni. Accolto con la gentilezza abituale nei Targioni, e anzi maggiore per il nome già illustre che possedeva, Giacomo vi si trovò assai bene e ammirò la leggiadria e la grazia de la Fanny e l'ingegno del professore. Quando poi la primavera, come sempre, gli avvivò le forze e lo spirito, la simpatia per quella donna divampò in amore. Tutto fa credere che fosse la Targioni la bellissima e amabilissima signora per la quale il poeta con tanta premura domandava e raccoglieva autografi; anzi a questo proposito è da notarsi che per accontentar lei il Leopardi si fece mandare da Paolina il protocollo de le lettere a lui scritte da vari letterati e che di queste lettere anteriori al marzo del 1830, se ne trovarono tre fra le carte di casa Targioni-Tozzetti, nessuna fra quelle dei Lenzoni. La passione risvegliatasi ardentissima nel Leopardi gli fu da prima causa di inenarrabili dolcezze, il suo animo sereno e lieto come non era stato mai, dava adito persino a un compatibile sentimentodi vanità, o di cura almeno de la propria persona, poichè certo il poeta pensava a la donna cui avrebbe voluto piacere, quando scriveva a Paolina (21 agosto 1830) d'aver fatto ridurre a l'ultima moda il suo abito turchino, e si compiaceva che paresse nuovo e gli stesse molto bene.

IlPensiero Dominanteci rivela lo stato d'animo di lui durante il primo periodo di questo suo affetto: il pensiero amoroso lo domina interamente, terribile ma caro dono del cielo; tutti gli altri si dileguano, tutte le opere, tutta la vita son divenute un nulla, una noia intollerabile in confronto a la gioia celeste che quello gli procura; le solite meditazioni, le solite compagnie divenute incresciose, il poeta non intende più come altri possa aver desideri, sospiri non somiglianti al suo. La morte che mai gl'increbbe, gli par ora un giuoco, e la sdegnosa delicatezza de l'animo suo che ha sempre disprezzato i cuori ingenerosi, abbietti, ora è mossa più che mai a subitaneo sdegno da ogni esempio di viltà. L'amore gli pare la sola discolpa al destino, che ci ha posto in terra a soffrire tanto senza frutto, e non indegno l'aver sostenuto tanti anni una così misera vita per giungere in fine a cogliere tali dolcezze; anzi esperto di tutti i mali umani ricomincerebbe il corso de l'esistenza, pur che conducesse a tal meta. In quelnuovo paradiso dimentica lo stato terreno ed è beato di sogni quali han forse gli esseri immortali. Ma il dolce stato d'animo poco dura e ben presto il poeta non sospira più l'amore soltanto, non crede più ch'esso basti a rendere ad ogni modo sopportabile la vita, bensì ripensando al verso di Menandro:

Muor giovane colui ch'al cielo è caro,

Muor giovane colui ch'al cielo è caro,

Muor giovane colui ch'al cielo è caro,

agogna due cose belle,amore e morte: l'uno il più grande dei beni, l'altra fine d'ogni male; ai fervidi, ai felici, a gli animosi ingegni, il poeta augura o l'uno o l'altro di questi dolci signori,

Al cui poter nessun poter somiglia;

Al cui poter nessun poter somiglia;

Al cui poter nessun poter somiglia;

per sè, con tenerezza ineffabile, invoca la morte pietosa, certo ch'essa lo troverà orgoglioso, renitente al fato, non benedire al poter che l'opprime, gittar da sè ogni speranza vana, ogni conforto stolto, aspettar solo serenamente l'ora in cui poter piegare addormentato il volto nel seno virgineo de la funebre dea.

Questa fu la più vera e terribile passione del Leopardi, e si ricollega a gl'impeti del primo amore, ai deliri per la Malvezzi; è una passione pura, ma tutta umana, che probabilmente il poeta, sempre riserbatissimo e timido, perchè conscio de la propria inferiorità materiale e dei doveri de l'ospitalità, non palesò mai a ladonna cara, ma ch'ella dovette comprender benissimo, poichè il Leopardi stesso aveva certa coscienza di esser stato capito.

Le debolezze, cui per tale passione egli si lasciò andare, furon tali che non la donna soltanto, ma anche gli amici di lui compresero il suo secreto e si dolsero e del suo soffrire e del suo non saper resistere a quel disgraziato affetto. Obbligato a seguir l'amico Ranieri a Roma il 1º ottobre de l'anno 1831 e a restar là cinque mesi e mezzo, si duole di quel soggiorno come di un esilio acerbissimo. Malgrado le spiegazioni che ne furon date, mi pare che di questo viaggio non si sia ancora chiarita sufficientemente la ragione. Ilromanzodi cui parla Giacomo al fratello Carlo (15 ottobre 1831) è certamente un romanzosuo, suocosì il dolore esuele lacrime; infatti come altrimenti avrebbe scritto: «Se un giorno ci rivedremoforse avrò forza di narrarti ogni cosa»; e noto pure che ne l'altra lettera de l'ultimo de l'anno 1831, scusandosi col fratello di tacere ancora su le cose che quegli gli aveva dimandate, e cioè, come appare dal contesto, su le cause del suo viaggio, gli dice: «Troppo lungamente dovrei scrivere per informarti delmio statoin maniera sufficiente.» Gli aveva chiesto la Fanny d'allontanarsi per qualche tempo? Non mi pare improbabile. Una volta sola, da Roma, egli le scriveva; ed è una letterarispettosa, riservata, ma ne la quale chi abbia bene studiato il carattere di lui, intravede un profondo sentimento, specialmente se la confronta con le lettere ad altre donne che pure senza dubbio egli amò, per esempio con quella da Recanati a la Malvezzi: non scrisse prima per non darle noia, ma non vuole che il silenzio le paia dimenticanza, benchè ella forse sappiache il dimenticar lei non è facile. Le parla di sè e de le proprie idee con effusione e poi si duole di rattristar con esse leiche è bella e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita e trionfar del destino umano. S'ella si degnerà di comandargli sarà per luiuna gioia e una gloria di servirla. Il 22 marzo era di nuovo a Firenze e passò alcuni giorni lieti; la sua stima per la Fanny non era forse profonda, ma l'amore diveniva intollerabilmente appassionato così ch'egli non viveva che per quella donna, dimenticando dinanzi a lei il proprio orgoglio, la propria fierezza e quasi la propria dignità. La Fanny, annoiata di quella passione, seccata forse da le ciarle che se ne facevano, non trattò più il Leopardi con la consueta gentilezza, ma non per questo riuscì ad intiepidirne l'affetto. Ne l'agosto del 1832, lontana la Targioni che era a Livorno pei bagni, lontano il Ranieri ch'era a Bologna per seguire la Pelzet; ammalato, mancante di mezzi di sussistenza al punto d'aver dovuto chiederel'assegno a la famiglia, Giacomo si sentiva tuttavia rivivere, ricevendo un biglietto de la donna amata, cui rispondeva una lettera timida e rispettosa anch'essa, ma che rivela ancor più de l'altra il suo stato d'animo. Vi dice fra l'altro: «Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. Epure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole, solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle, nè degne dell'uomo...Addio, bella e graziosaFanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla.Ma se, come si dice,il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro.»

L'autunno e l'inverno passarono tristemente pel poeta sempre più malfermo in salute e sempre innamorato. Quale fosse l'epilogo di quest'amore non si sa. Nel maggio del 1832 il Leopardi era sempre accolto con gentilezza e premura dai Targioni; infatti parla certo di loro ne la lettera a Paolina (22 maggio 1832), annunziandole d'averle mandato il pus che Carlo desiderava, avuto da lui per mezzodi uno dei primi medici di Firenze. E la gentilezza più ancora che del Targioni era de la Fanny, la quale s'era provveduta di quelpus per mandarlo ad un suo fratello; poi per fare un piacere al Leopardi, glielo aveva ceduto, aspettando di averne più tardi de l'altro.

Certo la fine di quest'amore fu una delusione compiuta che portò ne l'animo del Leopardi un dolore disperato, e lo persuase a seguire il Ranieri a Napoli. Altri vuole che il Ranieri stesso, il quale era molto ne le grazie de la Fanny, dopo aver incoraggiato l'amore de l'amico e pregato la donna ad essergli compassionevole, finisse con lo svelare a l'infelice come ella, facendosi giuoco di lui, non ristesse dal canzonarlo coi conoscenti. Il poeta perdette allora persino la speranza ne la pietà de l'amata, persino la fede ne la gentilezza de l'animo di lei e scrisse i versiA sè stesso, i più tragicamente desolati che sieno usciti dal suo cuore e forse da cuore umano. Calmata quella tempesta, più tardi a Napoli, ne la primavera del 1834, ricordando, scriveva l'Aspasiae nascondeva sotto questo nome la donna amata, perchè bella, colta, ospitale. La immagine di lei gli riappare spesso, visione superba, e il profumo di una piaggia fiorita, di una via cittadina olezzante di fiori, gli risveglia sempre il ricordo dei vezzosi appartamenti tutti odorati di fiori primaverili in cui la vide con una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli, circonfusa d'arcana voluttà, dotta allettatrice, scoccarebaci sonanti su le labbra de' suoi bambini, stringerseli al petto e porgere a loro, ignari de le sue cagioni, il collo candidissimo.

Il ritratto che il Leopardi fa d'Aspasia è quello d'una donna ammirabilmente bella, civetta, di poco cuore e di non grande intelligenza. Che in questo ritratto vi sia alcunchè di soggettivo è certo; ma calmato il primo furore il poeta non parla più agitato da la passione, bensì ritorna con sufficiente calma ai giorni del suo amore e de le sue pene, una grande amarezza gli resta ne l'anima e un non celato disdegno di quella donna in particolare e de la donna in generale. Ne l'Aspasia, poesia sincera e originale se altra mai, v'è pur qualche cosa che rammentaL'amante rigettatodel Baldovini (sec. XVIII), poesia che il Leopardi conosceva ed ammirava certamente, poichè l'accolse ne la suaCrestomazia poetica. Certo ben altro è il sentimento tragico del Recanatese, da lo scherzo dispettosetto e amaro del Baldovini; pur questo è, per dir così, la prima nota di quella gamma.

Pel Leopardi l'amante vagheggiava ne l'amata il proprio ideale inchinando ed amando questo in quella; conosciuto l'errore, s'adira ed incolpa a torto la donna:


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