PAOLINA LEOPARDI.

PAOLINA LEOPARDI.

Sopra un'altura a breve distanza dal mare, in una posizione incantevole, è Recanati: poco lungi, sopra un altro colle, sorge Loreto con la sua Sacra Casa, oggetto da secoli di pii pellegrinaggi; intorno, nell'ampio orizzonte chiuso lontano da la linea del mare e da la catena degli Appennini, si elevano il maestoso Monte Morello, oggi ameno passeggio, ma rozzo, ermo, selvaggio al principio del secolo, il Monte Tabor signoreggiante la vallata che il Potenza solca con l'argentea linea delle sue acque, il Monte Sanvicino.

Il borgo, o cittadina, se la si vuol chiamar così, un'ampia strada principale da cui si partono alcune vie traverse, non ha la tristezza, l'aria selvaggia che molti gli suppongono, e non potrebbe esser tetro in quella ubertosa regione tutta vigneti ed olivi che nell'argentode le loro foglie nascondono i rami contorti e nodosi, sotto la diffusa luce del sole meridionale, in quella regione ridente, dinanzi al mare, che ne profuma l'aria di fresche, salubri esalazioni, fra i suoi monti sonanti d'acque pure e i suoi floridi campi ove il grano s'indora nel luglio ardente e fioriscono candidi e rosei meli e ciliegi nel puro aprile. Non è tetro Recanati, ma nella gioiosa festa de' suoi dintorni ha un'aria seria e severa al par di molte città e villaggi antichi nostri; nelle mura vetuste, nelle strette vie, nelle chiese severe, quali il duomo e Sant'Agostino, nei conventi, nei campanili, quali la torre di piazza o torre del borgo, quella, antichissima, di Sant'Agostino, che con l'alto cono attirava i fulmini e fu perciò abbattuta, nei neri palazzi Carradori, Roberti, Antici, Leopardi spira l'austerità del passato. Quiete e silenti quasi sempre le vie, ove suonava di rado (parlo del secolo scorso, ma si potrebbe dir lo stesso del nostro) il cigolío di un carro pesante e il rintocco pensoso di una campana, il canto di una donna, il gorgheggio dei rosignoli, non infrequenti ospiti degli ampi giardini, più verdi che fioriti.

Un palazzo grande, severo, di antica architettura, da le alte finestre ad inferriate, in mezzo a' due giardini, uno a levante l'altro a ponente, quello più aperto, adorno di gruppi divasi d'aranci e limoni e d'una vasca, questo più ombroso e fresco co' suoi alberi fitti che ne fanno una specie di boschetto, ove mesti s'ergono alcuni cipressi e s'apre amena una loggia: al primo piano un vestibolo a colonne, con armi, bassorilievi, qualche cosa di severo e solenne, qualche ampia sala tappezzata di damasco, ornata di specchi e di mobili dorati, parecchie altre vaste, quasi nude nel semplicissimo arredamento: ecco il palazzo avito dei conti Leopardi. In esso al conte Monaldo e a la contessa Adelaide, dopo i due primi figliuoli, Giacomo e Carlo, nasceva addì 5 ottobre 1800 una bambina, venuta prematuramente a la luce di sette mesi e cui vennero posti i nomi di Paolina, Francesca, Saveria, Salesia, Placida, Blancina, Aloisia. Fu battezzata dal canonico Ettore Leopardi ed ebbe a padrini il marchese Carlo Antici, fratello di Adelaide, e la marchesa Francesca Della Branca Mosca, la quale, malcontenta di restare in Pesaro, tornato a la repubblica italiana o cisalpina, era andata in Recanati nella casa del nipote, dove morì nell'aprile del 1801.

Paolina crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipe de' loro giuochi, educata rigidamente al par di loro, istruita con loro e assai più seriamente che non si solessero istruire le fanciulle del suo tempo. Nella casa severa, tra gli austeri genitori, attorniati da una brigatadomestica numerosa, ma non lieta, di cui facevan parte lo zio di Monaldo, Ettore canonico, l'ex-gesuita Don Giuseppe Torres, il cappellano Ferri, Don Sebastiano Sanchini di Mondaino, Don Vincenzo Diotallevi; brigata, cui veniva non di rado ad aggiungersi la compagnia di parenti ed amici per lo più aristocraticamente gravi, di ecclesiastici tutti compresi di politica reazionaria; sempre sorvegliati dai genitori, dal precettore o dal pedagogo, i ragazzi Leopardi, affettuosissimi d'indole, si stringevano fra loro, ad un tempo compagni, amici, fratelli, e sin da allora prendeva radice nei loro cuori quel vivissimo affetto che li legò così saldamente e che tanto conforto diede a la loro gioventù.

Giacomo, esile, ma allora diritto e snello, pieno di vita, avea la carnagione bianca, gli occhi azzurri, dolci e fieri insieme; Carlo, più robusto e nerboruto, era di una natura meno profonda e riflessiva, e, anche bambino, bello, spiritoso e mordace come fu di poi; Paolina, vestita sempre semplicissimamente di nero, piccola e gracile, aveva capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e rotondetto; era brutta, ma di una gentilezza, di una bontà, che potevan farla parere graziosa a chi la conoscesse intimamente. Ella si adattava ai chiassosi giuochi dei fratelli, benchè preferisse i divertimenti più tranquilli; lepiaceva soprattutto dir la messa dinanzi ad un altarino, e per questo e pel suo aspetto, Giacomo e Carlo solevan chiamarla Don Paolo, nome che le rimase a lungo. Il primogenito, com'era il più pronto d'ingegno, era anche il più prepotente, e ad ogni costo voleva primeggiare su tutti; la sorella cedeva di buon grado e, ancora fanciulletta, cominciava ad avere per lui una specie di culto devoto, tanto più che negli studi la supremazia di lui era evidente e che egli non soleva mai farsi pregare per dar aiuto ai fratelli nello svolgimento dei loro temi o nelle risposte da dare al maestro. Primo insegnante dei ragazzi fu Don Torres di Vera Cruz, che era stato anche precettore di Monaldo; ma questi, memore del pessimo insegnamento ricevuto, benchè conservasse per sempre un'affettuosa amicizia per quell'ex-gesuita, volle che i figli ricevessero un indirizzo migliore, e li affidò a Don Sebastiano Sanchini, tenuto in casa e verso cui si aveva ogni riguardo, come verso l'altro pedagogo Don Vincenzo Diotallevi, buon uomo questo, grasso e florido, il quale, con l'ostentazione d'un coraggio che non era punto nella sua natura, dava talora occasione agli scherzi dei fanciulli. Il Sanchini non fu un portento, ma certo doveva meritare assai più encomio che biasimo, se ben presto in tutti i suoi scolaretti fu vivissimo l'amore a lo studio,amore che in Paolina (non parlo di Giacomo) non venne mai meno e fu di conforto a la malinconica vita. Questa prima istruzione era rivolta a la lingua italiana, a la latina, a la francese, a le scienze naturali, a la storia, a la geografia, ed aveva a fondamento l'educazione religiosa e morale. Paolina non raggiungeva ancora nove anni, quando, il 30 gennaio 1808, in uno di quei pubblici saggi che Monaldo soleva far dare a' suoi figliuoli, rispose a dieci questioni di dottrina e ad altre dieci, e non facili, di storia e di geografia antica; l'8 febbraio del 1810 in un altro saggio rispondeva a venti questioni di filosofia e di scienze naturali, queste ultime riguardanti le meteore, il terremoto, il sole, la luna, i pianeti, le comete, gli ecclissi, il flusso e riflusso del mare: in quello stesso giorno ella doveva parlare de la storia di Spagna, del Portogallo, di Svezia, di Danimarca e Norvegia, da le più antiche memorie che ce ne restano sino al 1800. Ella aveva coi fratelli una parte nei dialoghi che Monaldo componeva e faceva loro recitare pubblicamente. Il Sanchini in una lettera (1º ottobre 1810) che da Mondaino, ov'era andato a passar le vacanze autunnali, scriveva a' suoi alunni, ha un paragrafo tutto per Paolina: «Mulieri invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit fortassedissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates quoque ediscendæ sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris. Sed de hoc satis ne aliquis dicatsutor, ne ultra crêpidas. Cura valetudinem tuam. Vale.»[14]

Nel decembre del 1811 Paolina scriveva una lettera in latino a Monaldo, dandogli relazione de' suoi studi; questa lettera, che fu pubblicata da l'Avoli negliStudi in Italia(anno V, vol. 2º, pag. 692), prova il buon indirizzo e la severità de l'insegnamento che le veniva dato.

In una grande stanza ben arieggiata e luminosa stavano disposti l'uno dietro l'altro i quattro tavolini da studio dei ragazzi, ultimo quello di Paolina; a tutti insieme (anche al piccolo Luigi) dava le sue lezioni Don Sanchini, compreso de la gravità del suo ufficio e armato d'un lungo staffile, ch'egli però brandiva, dice la Teja, più per la forma che per l'azione. Agli studi s'alternavano ancora i giuochi nei due giardini di casa, le allegre scampagnate, il chiasso coi cugini e le cuginette. Paolina amava in quella prima età gli scherzi e l'allegria, era di carattere affettuoso e franco, e nella soggezione in cui viveva coigenitori, specialmente con la rigida Adelaide, si stringeva a Carlo e ancor più a Giacomo, pel quale si sarebbe gettata nel fuoco. Non aveva che dodici anni, quando per fargli un favore, ricopiava il manoscritto d'un suo compendio di logica e ne riceveva per ringraziamento questa graziosa ed erudita lettera:

«All'Ill.mo Signore, Padrone colendissimo»Il Signor Don Paolo Leopardi.»Casa.

»Recanati, 28 gennaio 1812.

»Amico carissimo, ricevo in questo momento il plico, che voi m'inviate, accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri popoli della Grecia, i quali, dovendo rispondere in lettera ad alcuna inchiesta, non iscrivevano talvolta che la semplice parola: No. Il piacere che voi mi avete fatto col tòrre a copiare il mio picciolCompendio di Logica, non vi sembrerà forse sì grande, quanto lo è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve vantaggio l'averne ritrovato uno, che sia conforme al mio desiderio. Il restauratore dell'italiana Poesia, Francesco Petrarca, lamentavasi che, avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro latinoDe Fortuna, etc., non potea dopo più anni averne copia, che pienamenteil soddisfacesse, poichè di mille errori eran ripiene tutte quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo, avrei facilmente appacificate ed acquetate le sue querele coll'insinuargli di darvi a copiar la sua opera, e son certo che, malgrado la sua delicatezza in questa materia, egli ne sarebbe rimasto soddisfatto. Nè crediate che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio, uno de' più grandi Imperatori d'Oriente, s'impiegava ancor egli nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non operava in tal modo, perchè di sè degno riputasse un tal genere di lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà e virtù cristiana; ma io, per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi, vi apporterò un altro esempio. Non ci dipartiamo dal Petrarca. Egli avendo intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e ritrovata, cammin facendo, un'opera di Cicerone, di cui non avea per anche contezza, non istimò cosa vile il copiarla da capo a fondo. Ma è ormai tempo di finirla, poichè mi avvedo che, avendo fatto l'elogio dello stile laconico, sto per cadere nei difetti dello stile asiatico. Sono affezionatissimo per servirvi di cuore

»Giacomo Leopardi.»[15]

Paolina, crescendo, andava arricchendosi oltre che d'un'ottima cultura generale, di una cognizione chiara e non superficiale de la letteratura italiana, latina e francese; meno profondamente, conobbe anche lo spagnuolo. In italiano scriveva con facilità e con semplice eleganza, tanto che del suo modo di scrivere Giacomo le fece lode più volte; egli chiamava le sue letterine e il suo stile così gentili da non parer non solamente recanatesi, ma neanche italiani; e pensava forse a la lunga ed accurata lettura che Paolina aveva fatto de le lettere di Mad.ede Sévigné, ch'ella chiamava la suaopera classica, asserendo di saperle tutte a memoria. L'approvazione di Giacomo faceva strabiliare la sua modesta sorella, che gli confessava di vergognarsi quasi di scrivere a lui, temendo ch'egli scoprisse l'inganno di quelli che la lodavano pel suo stile.

Il Viani nel pubblicare l'epistolario, a la pagina in cui Giacomo encomia le lettere di Paolina, appone una nota in cui conferma quel giudizio e aggiunge che la coltura, l'ingegno e la gentilezza de la contessina erano veramente singolari. Ad aprire la mente di lei certo giovavano assai le lunghe conversazioni con Giacomo, che, timidamente ritroso e chiuso in sè con tutti, taciturno, malgrado l'immenso suo tesoro d'idee, non soltanto nelle conversazioni, ma sol che si trovasse fra due o trepersone riunite ed anche con gli stessi genitori, era espansivo coi fratelli; con loro voleva e poteva discutere, perchè in fondo in quasi tutte le idee generali andavan d'accordo, e questa era la condizione ch'egli credeva indispensabile per poter discutere utilmente e piacevolmente con qualcuno. Paolina, oltre a fargli da copista, a scriver lettere per lui, ad esser confidente di tutte le sue pene e prima ammiratrice dei suoi scritti, era con Carlo la sua unica compagnia, quando i gravi mali, di cui egli sofferse agli occhi, lo costringevano a passare le intere giornate chiuso al buio in una stanza, fremendo e delirando pel nuovo dolore di non poter studiare, che veniva ad aggiungersi a le sue tante pene. Ella era così abituata a creder ciecamente nel primogenito, a prender parte a tutti i pensieri, a tutti gli affetti di lui, che ritroviamo nel suo cuore in gran parte il cuore di Giacomo: al par del fratello ella nascondeva sotto un aspetto timido e un'abitudine di taciturnità, che in lei pure era mal giudicata come prova di uno spirito arcigno, un'anima ardente, assetata d'amore, pronta ad affezionarsi, anzi a darsi tutta con un entusiasmo che aveva qualche cosa di romanzesco e di sentimentale, a chi le dimostrasse qualche tenerezza. Come Giacomo, ella portava nell'amicizia il linguaggio passionato de l'amore, e, quantunque pregiassesopra ogni cosa la intelligenza, la coltura, la finezza de l'educazione, pure persino a le persone di servizio si affezionava talmente da durar a pianger parecchi giorni quando qualcuna di esse a lei cara lasciava la casa. Vivacissima anch'ella di fantasia, anch'ella odiava Recanati, sognando di là da quei monti e da quel mare un mondo meraviglioso, un'ignota felicità; il pensiero che vi fosse qualche cosa ch'ella non doveva veder mai, le era un vero e proprio tormento; e quando rifletteva, come Giacomo giovanetto, quante belle cose ha il mondo, si sentiva struggere, anelava a i ghiacciai de la Svizzera, al cielo di Napoli, a le aurore boreali de la Russia, e non era ancora riuscita a vedere i tanti e bellissimi punti di vista del suo paese. Se ne le letture, che eran tutta la sua distrazione, ella trovava belle pitture di luoghi, bei racconti di viaggi, gettava via il libro e scoppiava in pianto. Anch'ella nel confronto de la povera realtà coi sogni superbi, si sentiva profondamente infelice, e peggio era quando i suoi non riuscivano a capire, essi che adoravano la loro casa, quel ch'ella desiderasse, e venivano osservandole che infinite persone si sarebbero chiamate felici di poter cambiar sorte con lei, di non mancar mai del pane, di poter dormire a proprio grado, lavorare o no a proprio talento. Capiva ella stessa di dover parer incontentabile,ma non sapeva rassegnarsi, sentendo in sè tanta vivacità di fantasia e soprattutto tanta inutile potenza d'affetti; e si lasciava prendere da un'infeconda tristezza che le annebbiava il mondo, le amareggiava la vita. Comune con Giacomo aveva l'amore a la natura, ne la contemplazione de la quale le pareva che si addolcissero le sue pene e che il suo spirito trovasse qualche cosa de le ineffabili bellezze e de le dolcezze sognate: «Io credo,» ella scrisse più tardi, «che oramai non resti all'uomo dabbene altro piacere da gustare che nel contemplare le bellezze infinite della natura: tutto il resto non è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare.»[16]Come Giacomo sentiva rinnovarsi la vita, risvegliarsi ai più teneri moti l'anima sua al ricomparire de la primavera, così Paolina aveva unaestrema predilezioneper i bei mesi di aprile e di maggio, in cuivediamo fiorite le siepi; e pareva che ne la natura e ne la primavera ella amasse di riposare il suo cuore offeso da la vita e dagli uomini. La commovevano profondamente le due arti sorelle: poesia e musica; ed il suo amore per esse era tanto intelligente, quanto vivo: adorava i veri poeti, non poteva soffrire non pure i cattivi, ma neanche i mediocri; e più tardi le sue amiche Brighenti, per quanto facessero, non poterono piegarlaa indulgenza verso il Cagnoli e il Perretti, loro intimi.

La musica, in particolare le appassionate melodie di Bellini, che parve nelle sue note trasfondere tutti gli entusiasmi de la gioventù, tutte le ardenti lacrime de le alte sventure, commoveva ineffabilmente Paolina, che avrebbe voluto ascoltarla tutta sola, libera di ridere, di piangere, di gridare, secondo le impressioni de l'animo suo. Giudicò la morte del grande maestro una disgrazia immensa; al primo sentirne la notizia, mandò un grido di dolore, e sospirava tutte le volte che le accadeva di riparlarne.

Paolina giovanetta era religiosa, ma lontana da ogni mistico esaltamento, dal suo cuore la prece usciva sincera e fervida, ma i suoi occhi cercavano la terra, le bellezze e le gioie d'una vita pura e onesta sì, ma umana. E quegli occhi intelligenti e buoni eran la sola leggiadria de la giovanetta, sempre piccola, esile, bruna e di più difettosa nella persona.

S'intende facilmente come anch'ella rodesse a fatica il freno ne la casa paterna e come, quando tra i fratelli ed il padre l'accordo fu rotto e incominciò quella lotta muta e tanto penosa per gli uni come per l'altro, ella fosse tutta con Giacomo e con Carlo, prendesse parte a le piccole e disgraziate cospirazioni,a le rivolte più pensate che reali, e soffrisse con loro de le sempre mancate speranze, degli scoramenti che li opprimevano. Ella pure piangeva la sua vita e il suo cuore sepolti in quelsoggiorno abbominevole e odiosissimo, in quella notte tenebrosa, e non trovava sollievo che in questo pianto, in questa commiserazione di sè stessa, ne la coscienza di esser considerata nulla, ma di valer pur qualche cosa.

Quando nel novembre del 1822 il marchese Carlo Antici, dopo lunghe preghiere ed insistenze, ottiene di condur seco Giacomo a Roma, Paolina resta sconsolata, non sa credere a la lontananza di quel suo compagno di tutte le ore, di tutti i momenti, di tutti i pensieri, lo cerca sempre ne la casa che le par più triste e più vuota, sempre le pare di sentire i suoi passi e si muove ad incontrarlo. Le lettere del fratello le sono di scarsa, ma vera consolazione, e ancor più l'idea ch'egli deve amarla sempre e ricordarsi spesso di lei; rispondendogli, ella mette tutta l'anima ne le proprie parole: le piace di sentire ch'egli trova a Roma persone sciocche, ridicole ed incolte, pensando che a queste egli deve pur preferir la sua sorella: gli chiede notizia de le donne di Roma, dei parenti, del Mai, gli narra con grazia le piccole novità di Recanati, lo prega di averla sempre cara, s'interessa atutte le cose sue, smania di poter fargli alcun che di gradito, e per questo gli parla dei libri nuovi che arrivano in casa e del loro contenuto. Poi si sfoga con lui de la sua noia, de le speranze che persin esse le mancano; gli confessa il suo intimo desiderio di morir giovane, di non veder la fine de l'anno che incomincia (1823): finirà col farsi monaca per disperazione; nulla di nuovo le è accaduto, ma ogni giorno che passa accresce la sua infelicità. Infine confida a lui le sue speranze di matrimonio. Simile anche in questo al fratello, ell'era insieme d'una timidezza e di un riserbo che a chi non l'avesse conosciuta, potevan parere indizio d'animo freddo, ma nascondeva sotto queste apparenze un cuore appassionato e un desiderio d'amore che occupava tutto il suo spirito, la sua fantasia, i suoi pensieri, e come un divino miraggio oscurava tutto il resto del mondo a' suoi occhi. «Fervidissima era l'anima sua assetata d'amore, sempre in traccia d'un affetto cui consacrare tutta sè stessa, a cui donare tutto il tesoro de' suoi affetti e de' suoi entusiasmi, ma d'un affetto degno veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo carattere.»[17]

La povera anima, diceva Carlo, era costumata a l'idea de' sacrifici, ma non le era ancora concesso di farne. Una prima probabilitàdi matrimonio le arride nel progetto di dar la sua mano a un tal Peroli di Sant'Angelo in Vado o di Urbino, uomo già innanzi con gli anni, di punto spirito, di poca amabilità, bruttissimo, però creduto ricco ebuon uomo, come Monaldo lo chiama, e che mostrava di potersi molto affezionare a la giovanetta, la quale lo vedeva troppo disprezzato e fors'anche deriso, e lo sentiva troppo inferiore a se per poter accoglierlo con trasporto; tuttavia lo accettava, parendole che un avvenire ignoto dovesse pur sempre esser migliore de la sua monotona, malinconica vita.

Fu ben altro quando ella amò per la prima, anzi per l'unica volta nella sua vita, chè, com'ella disse più tardi a le sue amiche Brighenti, per lei le occasioni di sentirsi battere il cuore erano rare ed ella somigliava a le Francesi e ripeteva con una di esse:Je suis si heureuse quand le cœur me bat!(Lettera 29 aprile 1831.) Molte vive, improvvise, ma fuggevoli simpatie ella ebbe, un solo amore; e ne confidava il secreto a le Brighenti: quando esse le annunciavano che Giacomo era in compagnia d'un tal Ranieri, giovane signore napoletano, Paolina, arrossendo e delirando d'ansia e di dolore, chiedeva le dicessero se quegli fosse veramente napoletano e se non si chiamasse Ranieri di nome, invece che di cognome; e narrava d'aver amatoun giovane marchigiano di nome Ranieri, il quale verso il '29 era a Bologna; d'averlo adorato con un ardore da non potersi immaginare, d'esser stata sua sposa, poichè tutto era combinato, e persino il consenso dei Leopardi era stato ottenuto, sebbene egli non fosse ricco, nè di nobiltà paragonabile a quella di lei. Egli era quale ne' suoi sogni ella aveva sospirato il proprio compagno, giovine, amabilissimo, intelligente, colto; ma un dì le venne un dubbio ch'egli non seppe sciogliere, e che le distrusse ogni felicità, ogni speranza, le fece ricusare il fidanzato, pur rimanendo con la sua immagine indelebilmente scolpita nel cuore e col dolore crudele di non aver saputo inspirargli l'amore ch'ella sentiva per lui,ardente, furioso. D'allora in poi bastò il nome di Ranieri per farla palpitare e, sentendo che Giacomo era con un giovane di tal nome, s'era fissata fosse insieme a colui ch'ella non poteva scordare e che, volti a la peggio i suoi affari, era andato prima a Bologna e poi a Roma, senza che da un pezzo ella potesse più saperne nulla: «Ma se so ch'egli è felice, quasi lo sono ancor'io,» soggiungeva con vera femminile tenerezza.

A proposito di questo amore il Costa scrive: «Una sola volta parve che il bel sogno (di Paolina) fosse divenuto realtà, quando un giovane marchigiano di nome Ranieri, del qualeè ignoto ancora ch'io mi sappia il casato, non avendone parlato nessuno degli studiosi di cose leopardiane, parve innamorato di lei.»[18]Il Costa scriveva queste parole nel 1887, ma d'allora in poi non è a mia cognizione che alcuno tentasse sollevare il velo del pudico secreto di Paolina.

Carlo il 9 febbraio 1823 scriveva a Giacomo d'essere stato a la cena del gonfaloniere vicino di tavola di Roccetti e gli narrava d'aver trovato quel giovane amabile, geniale di fisonomia e di talento e cultura sufficiente, non ignaro di lettere, ammiratore dei versi di Giacomo, e autore egli stesso di qualche buona poesia. Carlo ricordava come altre volte gli fosse venuto in pensiero di dar a quel giovane Paolina, che in varie occasioni l'aveva visto, aveva parlato con lui e l'aveva trovato assai piacente; ma non ne aveva fatto più nulla, saputo della poca entrata di lui. «Ora,» egli racconta, «sembra che tanto Paolina, quanto il partito superiore, sieno disposti a passar sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più ricco, veste benissimo e il suo fare riservatamente polito e nello stesso tempo sicuro e disinvolto ha una certa somiglianza con quello di Camillo. Begliocchi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto; ora si aspetta ch'egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi d'un affare in cui egli è quello che guadagna.» Giacomo rispondeva che veramente poche consolazioni avrebbe potuto provare uguali a quella di veder effettuato quel progetto circa il matrimonio di Paolina; era certo che Carlo dal lato suo non avrebbe lasciato cosa che potesse giovare a questo effetto; e aggiungeva non poter sapersi se la sorella dovesse nel nuovo stato e con quel compagno esser contenta; ma che certo per lei non v'era altro partito, se non quello di maritarsi presto e possibilmente con un giovane. (Lettera 20 febbraio 1823.) Paolina, tutta lieta di questo assenso del fratello, pochi giorni dopo gli scriveva d'essereestremamente contentadi Roccettiper la sua figura, ch'ella non avrebbe potuto desiderare migliore,per il suo spirito, per la sua cultura, educazione ecc.; ma un dubbio le restava e tale da farla tremare: i costumi di quel giovane, dei quali aveva sentito parlare altra volta dai fratelli, costumi tali da spaventarla. Ell'era persuasa d'aver a rimpiangere il vecchio Peroli, o almeno l'amore ch'egli le avrebbeportato, e ch'ella non si credeva capace d'inspirare ad un giovane, neanche avendone infinito per lui: «Come» scrive «ne avrei per Roccetti, che se avessi veduto più a lungo, me ne sarei innamorata; e sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne capezza niente.» (Lettera 3 marzo 1823.) Giacomo di rimando le dava consigli e le diceva: «Circa l'affare di R.... è verissimo che a me pare che vi convenga. È anche vero che R.... è un giovane cometuttigli altri.» Aggiungeva però che un uomo di talento, quale era Roccetti, dopo essersi divertito assai ed anche annoiato de la galanteria, doveva sentire il bisogno di una che lo amasse da vero e che unisse a la tenerezza, la gioventù e il buon cuore. S'egli aveva tal desiderio, nessuna avrebbe potuto soddisfarlo meglio di lei, che sapeva amare ed era istruitaal di sopra di quattro quinti delle sue pari; ed egli stesso doveva essere ottimamente disposto a divenire un buon compagno; non già che Paolina non dovesse in tal caso aspettarsi da lui nessun tratto di gioventù, ma certo egli si guarderebbe da l'offenderla, proverebbe pena se credesse di averne procurata a lei, o sarebbe sempre suo, o mostrerebbe di essere, e tornerebbe presto e veramente a lei, quand'anche se ne fosse mai allontanato per qualche momento. (Lettera 19 marzo 1823.)

Poco a presso Carlo scriveva al fratello che Roccetti, fatto interpellare, aveva detto definitivamente d'essere in trattato con un'altra; ove non avesse potuto combinare, ben volentieri avrebbe accettato Paolina. Carlo aggiungeva sapersi chi era quest'altra: una vedova uscita da la casa mercantile Cesaretti di Ancona, con una dote minore o al più uguale a la loro sorella, giovane però e avvenente. (Lettera 6 marzo 1823.)

Il 27 marzo, pregando Giacomo d'informarsi se Paolina avesse potuto convenire al cavalier Marini di Roma, Carlo aggiungeva: «Roccetti non ha detto più nulla.» Ma due anni di poi Monaldo scriveva al suo primogenito: «Ti piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato Roccetti, venne qua e tutto fu combinato.» (Lettera 30 agosto 1825.) Monaldo non poteva alludere certo a quelle prime trattative col Roccetti, che non avevano punto impegnata Paolina; bisogna dunque credere che nel frattempo, e cioè mentre Giacomo era a Recanati dopo il suo ritorno da Roma, poichè in nessuna lettera a lui se ne trova notizia, tali trattative fossero state riprese e condotte a buon fine, benchè poi l'impegno venisse sciolto.

Paolina Mazzagalli, che, come vedremo, fu intima della contessina Leopardi, espandendoin un'affettuosissima lettera la sua amicizia, scrive a la cugina: «S'io vi possedessi, confesso tremerei.... tutte le volte che dovrei allontanarvi da me, perchè è vero che tutte le cose preziose si conservano con gelosia; e persuadetevi che anche Rossetti avrebbe fatto così, se.... ma io dimenticavo che egli è infelice e che per questo voi non l'amate più!!.. Questa idea mi spaventa e mi fa temere per la nostra amicizia.»[19]

Credo che quelRossettisia un errore di lettura del manoscritto o di stampa e che si debba invece leggereRoccetti. Una volta ancora troviamo questo nome tra le carte leopardiane ed è in una lettera di Paolina a Giacomo: «Così per una curiosità, se hai veduto e sentito nominare a caso Roccetti che fosse costì dimmelo un poco. Che se non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne far motto, che è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una compagnia comica, e si dice che faccia il carabiniere dopo avere dato sacco a la roba sua.» A questa lettera del 10 giugno 1827, Giacomo rispondeva punto per punto il 18 giugno, ma di Roccetti non faceva parola.

Da le lettere citate risulta chiaramente come Paolina amasse questo Roccetti e se ne interessasse ancora dopo parecchi anni, com'egli fosse giovane, assai piacente, di poca fortuna e di poca nobiltà, come ella gli sia stata promessaed infine (se è proprio di lui che parla la Mazzagalli) come verso il 1828 egli fosse infelice; appare ancora probabile, poichè Paolina ne chiede, che sul finire del '27 egli si trovasse a Bologna in pessime condizioni economiche. Se si pensi ora quel che la contessina confessava a le amiche intorno al suo Ranieri: che era giovane, amabile, non ricco, non molto nobile, poichè in un'altra lettera ella scriveva: «Mi pareva impossibile di poter lasciare il mio cognome, cui voglio assai bene, per uno tanto meschino. Quando ero sposa del mio Ranieri, non mi pareva sacrifizio quello che andavo a fare, poichè l'amore velava il tutto»; marchigiano (e il Traversi, il solo, ch'io sappia, che abbia fatto cenno una volta, ma brevissimamente del Roccetti, lo asserisce di Filottrano); per qualche tempo fidanzato a lei, più tardi disgraziato negli affari, e che nel 1828 era a Bologna, apparirà, s'io non erro, più che probabile che il Roccetti e Ranieri sieno tutt'uno; Roccetti il cognome, Ranieri il nome.

Ero a questo punto de le mie induzioni quando l'egregio signor conte Giacomo Leopardi, ora degno rappresentante di quella illustre famiglia e premurosissimo per gli studi leopardiani, pregatone da me, fece fare de le ricerche a Filottrano e mi comunicò poi la seguente lettera:

MUNICIPIO DI FILOTTRANO.Gabinetto.

Lì 10 agosto 1897.

Preg.moSig.rConte,

Dai nobili signori Giuseppe Roccetti e Geltrude Melchiorri nasceva qui in Filottrano il 9 settembre 1795 un bambino, cui venne imposto il nome di Raniero, tenuto al Sacro Fonte dai nobili Giacomo Martorelli-Mazzoleni-Fiorenzi di Osimo e Virginia Mosca, moglie del conte Giacomo Leopardi da Recanati. Così nel registro dei nati del suddetto anno. Il giovane Roccetti Raniero, dalle informazioni avutesi da qualche persona vecchia del luogo, che lo conobbe, corrispondeva perfettamente alla descrizione che se ne fa nella lettera del conte Carlo. Si sa pure di esso che, attesi dissesti di famiglia, entrò al servizio del governo pontificio nella carriera giudiziaria, raggiungendo, a quanto si ricorda, il grado di governatore. Morì in fresca età a seguito di malattia mentale, ma non sa dirsi il luogo. Del resto a Filottrano non si sa abbiano esistito altri Roccetti di nome Ranieri, ma lo si ripete, la descrizione della lettera fa esser certi si tratti di quello di cui si dettero i pochi cenni biografici. Offrendomi per ogni occasione mi pregio protestarmi....

Il Sindaco.

Il romanzo di Paolina, così splendido ne la sua fantasia e nel suo cuore, così povero ne la realtà, finiva miseramente; ed è probabile che il dubbio di cui ella parla, inducesse lei a lasciare il fidanzato, come che le peggiorate condizioni di lui persuadessero i Leopardi a non dargli la figliuola.

Per un momento si pensò a combinare un matrimonio fra Paolina ed Osvaldo Carradori, ma pare che le cose sieno andate poco più innanzi del pensiero. Adelaide, che più degli altri si preoccupava di trovar marito a la figlia, saputo che il cavalier Marini di Roma, vedovo, voleva riprender moglie e la desiderava savia, ben educata, di ottime qualità morali, piuttosto che ricca, faceva chiedere a Giacomo se potesse esser quello un partito accettabile per Paolina; ed anche Monaldo parlava al suo primogenito de l'istesso argomento, narrandogli avergli l'Antici proposto il cavaliere come genero. Monaldo l'aveva conosciuto ventidue anni prima, ed era in forse se quell'uomo, certo tutt'altro che giovane, potesse non dispiacere a Paolina. Giacomo, rispondendo, tratteggiava tosto il ritratto del cavaliere, di cui già prima avea talvolta parlato per incidenza a' suoi e sempre con simpatia: il Marini mostrava quarantacinque o cinquant'anni, non appariva punto vecchio con la sua amabile e ridente fisonomia, col colorito sano e la persona non alta,ma ben proporzionata; di maniere piacevolissime, d'indole quieta e inclinata a la vita di famiglia, possedeva ottimamente l'arte di farsi amare. Era stato affezionatissimo a la sua prima moglie, zoppa e brutta, possedeva un buon patrimonio, del quale facevan parte alcune campagne ne le vicinanze di Roma, ed a la figliuola, che stava per maritare, dava una dote di ventimila scudi. Bastava molto meno per esaltare Paolina, incantata dal solo progetto di andare ad abitare in una grande città. Ma mentre Giacomo le dava ogni buona speranza, narrando a Monaldo che il Marini, cui era stata fatta la proposta, se n'era mostrato assai contento, l'Antici scriveva non esserci più illusione di combinare; e Paolina ne strabiliava e si raccomandava al fratello, aspettando le sue letterecon un palpito terribile, piangendo di speranza e di timore; mentre fremeva per la pauraterribileche si avesse intanto a combinare con unpretendentevecchio e diorrido paese e cognome. Malgrado i filosofici consigli di Giacomo, che procurava di calmare le sue smanie e di farle acquistare quel poco d'indifferenza verso le cose proprie, senza la quale non è possibile, non pure esser felici, ma neanche vivere, ella non sapeva metter un freno a le sue inquietudini, e gli scriveva: «Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non proverò mai più dei sentimenti cosìvivi di agitazione, di speranza, di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà indifferente qualunque altra sorte incontrassi; chè certo non potrà essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)

Questa esaltazione parve a taluno strana, ridicola e financo spregevole; ma credo inspiri solo compatimento in chi ripensi a l'insoddisfatto bisogno d'affetto che Paolina aveva ne l'animo, a la monotona e triste vita ch'ella conduceva in realtà e che la sua fantasia le faceva parere peggiore che mai; ed è da notare ancora che del Marini aveva Giacomo scritto tutto il bene, anche prima che si trattasse di dargli Paolina, che questa aveva nel fratello una fede cieca e si era fatta forse di quell'uomo un ideale racchiudente per lei tutte le seduzioni del mondo. Ne l'agosto del 1825 ell'era finalmente fidanzata al Peroli, ma non lieta per questo. In fondo a l'anima le restava il dubbio che, quantunque fosse fissato persino il giorno de le nozze, il quale doveva essere il 21 di novembre, si finisse col non farne nulla; poi quel suo sposo non giovane, bruttissimo, senza spirito, non soddisfaceva punto il bisogno ch'era in lei d'essere orgogliosa de l'uomo di cui avrebbe portato il nome;si aggiunga la pena di vedersi derisa per quel fidanzamento, annunziando il quale ella scriveva a Giacomo: «Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi di quelli che in fatti mi si preparavano, giacchè finora (almeno nel mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi in appresso, quando avrò cambiato stato.» (Lettera 19 agosto 1825.) Il parentado venne lungamente protratto, finchè fu sconchiuso in causa de la dote, che il Peroli pretendeva di sei mila scudi, mentre i Leopardi non volevano darne che quattro o cinquemila.

Il progettato matrimonio doveva far però provare a Paolina il tenero compiacimento di vedersi indirizzata da Giacomo la bellissima canzoneNelle nozze della sorella Paolina.

Questa canzone, composta ne l'estate del 1821, quando pendevano le prime trattative per accasare la contessina Leopardi col Peroli, «segna un nuovo momento artistico nella vita di Leopardi.»[20]Come Giacomo amasse Carlo e Paolina appare da tutto l'Epistolario; cito una frase sola, ma eloquente, della lettera con cui egli ringraziava il conte Alessandro Cappi d'un capitoloDell'amor fraterno: «Se lodassi i sentimenti come vorrei, forse le mie lodi nonsarebbero senza sospetto, perchè ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor fraterno ch'Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra.» (Vedi Lettera da Bologna, 12 maggio 1826, pagg. 118 e 119 de l'Appendice a l'Epistolario.) Ma se vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, le consuetudini de la famiglia, la ritenutezza, che soffocava ogni espansione, e lo stato d'animo di Giacomo, il quale nel suo dolore vedeva tutto triste e solo ne l'antichità credeva di scorgere il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: esso non è inspirato da' domestici affetti, ma da l'amor patrio. Pare che dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il Consalvo, il poeta s'irrigidisse nel suo severo concetto di virtù eroica spartana, e che pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua non si commovesse più di palpiti soavi, ma mirasse fredda a un eccelso ideale. Qualche cosa di affettuoso è solo ne l'introduzione, in quel nido paterno, silenzioso, popolato da le vaghe illusioni, da le sorridenti immagini de la giovanezza, quel nido che la sorella dovrà abbandonare, entrando, sposa e perciò più libera, nel mondo di cui conoscerà le vicende. L'idea di questo mondo, del quale tante volte doveva aver dolorosamenteparlato a Paolina, si affaccia tristissima al poeta: corre un'etade obbrobriosa, un tempo di lutto per l'Italia, i figli de la sorella avranno bisogno di forti esempi, perchè l'empio destino nega a la virtù ogni dolcezza e non regge impavido colui, che non fu severamente educato. Nel suo sentenziare vi ha la rigidezza che egli crede necessaria al virtuoso:

O miseri o codardiFigliuoli avrai. Miseri eleggi. ImmensoTra fortuna e valor dissidio poseIl corrotto costume.

O miseri o codardiFigliuoli avrai. Miseri eleggi. ImmensoTra fortuna e valor dissidio poseIl corrotto costume.

O miseri o codardi

Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso

Tra fortuna e valor dissidio pose

Il corrotto costume.

Questa severità par additare a Paolina, in quel poco lieto matrimonio, il conforto de la virtù e de la maternità. Uno dei concetti principali del Leopardi giovane era che la natura umana, invecchiando, decadesse; egli abborriva la vecchiezza, e la sua idea de l'umanità si conformava a quella de l'uomo: il mondo antico era giovane e perciò stesso grande e generoso, l'età moderna, decrepita, aveva perduto e forza e virtù. Ma solo al Cielo spettava il provvedervi: a Paolina egli consiglia d'educare i suoi figli nonamici, ma sprezzatori de la fortuna, cuori vigorosi più alti d'ogni vile timore e d'ogni speranza fallace: non saranno felici, ma avranno l'ammirazione dei posteri, poichè la nostra schiatta che, ignava, disprezza la virtù viva, ipocritamente la celebra estinta.E rivolgendosi a le donne vanta il loro potere, chiedendo loro ragione dei vizi presenti; amore, il vero amore è sprone al bene, ne è capace soltanto l'uomo coraggioso, che solo dovrebbe essere amato; il ricordo de la giovanetta sposa spartana, che cinge il brando a lo sposo e poi spande le negre chiome sul corpo esangue e nudo di lui, ritornato sopra il suo scudo; il ricordo di Virginia, la bellissima fanciulla, che scende volonterosa a l'Erebo per la salvezza de la patria, son posti come degni esempi a le donne italiane; e se ne la prima parte del canto predomina il sentenziare austero, che ne la rigida forma, scevra d'ogni soave calore d'affetto, d'ogni dilettosa immagine di fantasia, sembra simboleggiare la severità e le gramaglie de la virtù, cui l'empio fato interdice ogni aura soave, in questa seconda parte il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi, e si commuove al loro dolore e a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori e ci fa rivedere la giovane sposa china sul corpo del marito morto, che ricopre co' neri capelli disciolti, Virginia vaghissima ne la sua gioventù piena di lieti sogni, quando il rozzo acciaro del padre le rompe il bianchissimo petto. La canzone ricorda l'Alfieri ed il Foscolo, che entrambi accendevano in quel tempo di affettopatrio il cuore de gl'Italiani; foscoliano è l'intento civile di questi versi e il fare sdegnoso e fiero; ad una del Foscolo somiglia pure l'immagine de la sposa spartana. L'Alfieri ci ha dato una Virginia più romana di quella del Recanatese, perchè l'Alfieri dinanzi a lei è rimasto scrittore e soprattutto cittadino: il Leopardi ha creato, come ben disse il De Sanctis, una Virginia umana, perchè innanzi ad essa si è sentito uomo ed artista, ha provato un doloroso schianto davanti a quelrozzo acciaroche ha ucciso la vaga fantasima de la sua mente. Con l'immagine di Virginia il poeta chiude il suo canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna; evita un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italico per la femminile virtù.

Ho parlato a lungo di questa canzone perchè essa è il più bel monumento che ricordi ai posteri Paolina, e perchè, quantunque il poeta poco si fermi su di lei propriamente, se la credeva capace d'intendere e di gradire questo severo e in alcune parti sublime canto, doveva di lei aver ne la mente una ben alta idea; doveva crederla una di quelle donne da cui la patria ha diritto d'attender molto.

***

Sciolta dal Peroli, Paolina conservò ancora per lungo tempo la speranza di trovare un marito.

Nel 1832 moriva un tal Staccoli di Urbino ch'ella avevacorso pericolo di sposare; e in quello stesso anno ell'era incerta se accettare o no un tale che l'aveva chiesta parecchie volte ne la sua prima gioventù e che Giacomo stesso non avrebbe trovato strano di vederle fidanzato e marito. Era un buon giovane recanatese, alieno da le compagnie allegre, religioso, ma non colto, di poco spirito, di poco talento, di bassa famiglia, e l'altera contessina, che non poteva esser scevra dei pregiudizi de la sua casa, soffriva al solo pensiero di lasciare il suo nome per prenderne uno popolano, e capiva di non poter ricambiare l'amore che quel tale le avrebbe portato. Monaldo di matrimoni per la figlia non ne voleva più sentir parlare: Adelaide invece, avversa a un tempo a questo giovane, ora gli si mostrava propensa. A Marianna Brighenti, che le aveva consigliato di accettare, Paolina rispondeva: «Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome, va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, checonti, come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in ogni genere: l'amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi miei perchè io non posso nè stimarla, nè amarla — e se un'occhiata della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Staël, questa occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla, e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch'essa sia realmente amata di fatto e non di solo diritto.» (Lettera 23 agosto 1832.) Certo ne la decisione di Paolina l'orgoglio di casta aveva qualche parte, tanto più possiamo convincercene, quando vediamo come seccamente a le amiche Brighenti, che avevano supposto ella avesse amato un tal Monaldo Fidanza, suonatore, ella rispondesse: «Sappi che da suo padre noi compriamo il panno bleu per le livree.» (Lettera Sabato Santo 1832.) Certo però ne la sua decisione, oltre a molta ragionevolezza, vi è molta dignità, e il sacrifizio ch'ella faceva,ricalcando i suoi ferri da sè stessa, aveva per compenso la sualibertà e la soddisfazione di sè. Una de le sue subite simpatie per un forestiero, di cui ella non sapeva nulla, le aveva fatto capire in quei giorni ch'ella avrebbe avuto la forza di fare qualunque sacrificio, ma per un uomo che ne fosse degno. Di queste improvvise simpatie ne troviamo parecchie ne la vita di Paolina, di cui l'animo era ardente, quanto fredda l'esistenza. Nel 1831 un tal Lanyres, tenente degli usseri, ebbe alloggio per qualche giorno in casa Leopardi; era un bel giovane, pieno d'ardire e d'entusiasmo, e Paolina fu assai presso ad innamorarsene; ma, quando seppe la parte ch'egli aveva presa nei fatti d'arme provocati da le varie insurrezioni scoppiate allora in Italia, parte che la coscienza di lei non approvava, la sua simpatia cessò, ed ella vide partire il bell'ufficiale senza versare una lacrima.

Nel '34 un'amica di Pesaro scriveva a la contessina che un dottore ed avvocato di Bologna, vedovo da poco de la contessa Muzzarelli ferrarese, uomo di cinquant'anni, bravo e religioso, cercava in moglie una signora senza curarsi d'averne una gran dote. Paolina ne chiedeva a le Brighenti, le quali le rispondevano dandole pessime informazioni di quel tale, ex maestro di casa, avarissimo; e questa volta pure, Paolina rinunziava senz'altro al progetto. Le lunghe delusioni l'avevanotroppo amareggiata, perch'ella volesse ancora coltivarle ne l'anima; come Giacomo per le donne, ella ebbe pungentissime parole per gli uomini, i quali dichiarava indegni d'un sospiro e meritevoli di odio per lo sprezzo con cui riguardano quelle che non rimangono impassibili a le loro proteste, meritevoli di esecrazione per la gioia trionfante che provano, facendo del male con la coscienza di farne.

Come Giacomo ricordò per sempre con un'estasi malinconica il primo entrare di giovanezza, i giorni vezzosi, inenarrabili, quando per la prima volta le fanciulle sorridono al rapito mortale e ogni cosa intorno gli sorride, mentre il mondo par che lo accolga festeggiando e gli s'inchini; così Paolina s'era accorta ben presto che l'esistenza non è bella come la promettono i sogni; era entrata piena di confidenza ne la vita, sperando di trovarla un continuo incanto, sicura d'incontrarvi un cuore, almeno un cuore, che l'amasse, ma d'un amore purissimo, qual'ella sentiva di meritarlo, perch'era preparata a corrispondergli con tutto il fuoco de l'anima sua, e perchè non si sentiva in nulla inferiore a quelle anime fortunate, che avevano pur trovato in terra la felicità. «Poi troviamo che questo mondo delizioso si converte in luogopieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni de' nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt'altro da quello ch'eravamo, poichè non v'ha dubbio che il rischio è grande.» (Lettera... settembre 1831.) Non cambiò natura la buona Paolina; ma se conservò fino a la più tarda età un ingenuo desiderio di piacere, seppe rassegnarsi filosoficamente al suo stato ed anche scherzarne con una grazia amabile: «Anche lo spirito santo dice cheomnia tempus habent, e il tempo mio è un pezzo che già è passato»; scriveva nel 1845 a la sua Marianna, dichiarandole, che, se anche i mariti fossero piovuti da tutte le parti, ell'era ben decisa di morire con la verginale corona di biancospino in capo; voleva il biancospino e non i soliti gigli, come emblema del suo vivissimo amore per la primavera, e concludeva: «Non parlar dunque più dell'idea o della speranza di vedermi moglie di un Modenese o di un Bolognese, ma odora piuttosto l'essenza del biancospino e ricordati allora della tua amica, che morirà prima di aver provato un istante di vera gioia al mondo.» (Lettera 17 agosto 1845.)

***

Simile anche in questo al suo grande fratello, Paolina poco felice ne l'amore, fu fortunatissima ne l'amicizia; e la prima e la più ardente fu quella per Giacomo, il quale prima di andarsene da Recanati, non aveva intimità che con lei e con Carlo. E quando da' suoi viaggi ritornava al borgo natío, passava le lunghe serate con la sorella, raccontandole «tante storielle, tante avventure, tante osservazioni filosofiche, antropologiche ec.» Quando il Giordani nel 1818 fu a Recanati, Paolina l'accolse con entusiasmo e con venerazione, pendeva, come i fratelli, da le labbra di lui, che dimostrò d'interessarsi affettuosamente a la sorte de la contessina e continuò per molto tempo a chiederne con gentile premura le notizie.

Ma Giacomo e Carlo, cresciuti in età, non furono più i suoi indivisibili compagni, e Paolina sentì vivissimo il desiderio de l'amicizia ed in questa trasfuse tutto il fuoco de l'anima sua, cui era negato l'amore. La prima intima amica sua fu la cuginetta Paolina Mazzagalli, bellissima giovane, bianca e bionda, d'un'indole tutta bontà e d'un'intelligenza non volgare.

La Leopardi se n'era fatto un idolo, pensava a lei vegliando e dormendo, non aveva altro desiderio che quello de la sua compagnia, ne la quale, in seri ma piacevoli discorsi, passava spesso le lunghe serate; e il suo trasporto aveva talmente ingelosito Adelaide, che la figliuola ne era disperata. Ma peggio fu qualche anno di poi, quando Carlo, che in parecchie lettere al fratello parla de la Mazzagalli con simpatia sempre crescente, se ne innamorò d'una tale passione da voler farla sua, anche contro il divieto de' genitori, i quali (a quel che ne dice Paolina) trovavano scarsa la dote de la giovane. A questa ragione deve certo aggiungersi la contrarietà eccessiva di Monaldo pei matrimoni fra cugini, che, anche ottenuto l'assenso de la chiesa, gli parevano peccaminosi.

Di più la bellezza, la gioventù, lo spirito, la vivacità de la fanciulla, facevan temere ai severi Leopardi, ch'ella non fosse per riuscire una buona moglie, dubbio smentito poi dai fatti.

Mentre Monaldo era a Roma per una lite, Carlo sposò la cugina, ed il padre suo ne sofferse oltre ogni credere; ne le lettere agli altri figliuoli egli sfoga un dolore sincero e profondo: gli par d'aver perduto per sempre il figliuolo e vuol stringersi al cuore quelli chegli rimangono, come se temesse di vedersi sfuggire anche loro. Dal suo matrimonio in poi, Carlo lasciò la casa paterna, e s'immagini con quanto dolore di Paolina, cui erano tolti insieme due dei più cari affetti, il fratello e l'amica; ella ne pianse disperatamente, e con le sue lacrime e le sue preghiere ottenne dal padre che Carlo venisse riammesso in casa, almeno per qualche breve visita. Bandita invece ne rimase la sposa, che Paolina però ebbe sempre assai cara, ed invero le affettuosissime lettere de la Mazzagalli provano com'ella meritasse tutto l'amore de la cognata.

Ne l'ottobre del 1829 Giacomo, desiderando notizie dei Brighenti, incaricava Paolina di scriver a Marianna figlia de l'avvocato Pietro, bella ed amabile giovane, che gli era stata assai cara; la cattiva salute che gli rendeva penosa qualsiasi occupazione gl'impediva di scrivere da sè, e fors'anche egli, sempre assai affezionato a la sorella, pensava di procurarle così, come le procurò infatti, un'amicizia preziosa.

La Brighenti rispondeva premurosamente, e Paolina poco tardava ad inviarle un'altra sua, mostrando vivissimo desiderio d'aver nuove de leimpresee de legloriede la giovane cantante. La contessina ne le sue giornate solitarie e claustrali bramava saper qualche cosa de la vita che si mena nel mondo; e di Mariannail fratello le aveva lungamente parlato in quelle conversazioni che la interessavano talmente da serbarsene ne la memoria i particolari anni ed anni più tardi; per darne un esempio, ne la sua lettera del 15 febbraio 1828, fa cenno di quella madama Padovani che Giacomo aveva conosciuto a Bologna nel 1826 e ch'ella suppone da lui già pienamente dimenticata. Paolina prima ancora d'aver l'affetto de la Brighenti, cercava il nome di lei nei giornali teatrali e godeva di vederla lodata; quando poi la semplice corrispondenza divenne tenera intimità, la Leopardi non ebbe più secreti per l'amica sua. Adelaide non voleva veder lettere, dirette a la figlia e perciò quel buon vecchio del Sanchini aveva consentito che Marianna indirizzasse a lui le sue: quando ne era giunta qualcuna, per darne subito avviso a Paolina, egli metteva un vaso su la sua finestra, che era di faccia a la finestra di lei; e a tarda sera poi le portava in biblioteca i desiderati caratteri de l'amica, cui ella rispondeva di notte senza che la madre se n'avvedesse. Morto il Sanchini, Paolina, a quanto pare, confessò ogni cosa ad Adelaide, che le permise di continuare, dice il Costa, quella corrispondenza durata già parecchi anni. Noto però che ancora per qualche tempo Paolina si fece indirizzare le lettere a falsi nomi.

La Brighenti, che aveva apprezzato Giacomo ed a cui egli certo aveva parlato di sua sorella, come ne parlava spesso agli amici e più spesso a le amiche stimate e care, mostrò per la Leopardi un interessamento, una premura, cui la povera giovane non era troppo avvezza e che la intenerirono. Morto Luigi, uscito di casa Carlo, Giacomo lontano, Pier Francesco ancora ragazzo, ella non aveva più un cuore cui aprire il proprio, e non le sembrò vero di confidarsi a la nuova amica, di narrarle de la noia di Recanati, dei rigori de la madre, de le continue delusioni, de la malinconia sempre più grande: ne riceveva parole così delicatamente buone che ne restava commossa fin ne l'intimo: «È venuta finalmente quest'altra (lettera), ed io la tengo, e la metto sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così nuove e così dolci, ch'io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.» (Lettera 15 giugno 1830.) Così Paolina a l'amica ch'ella non solo amava, ma ammirava pe' suoi continui trionfi d'artista, invidiando gli spettatori che avevan potuto sentirla. A mani giunte le chiede il suo ritratto, promettendo di tenerlo come cosa preziosa, anzi come il più caro oggetto ch'ella potesse possedere, e quandoMarianna gliel'invia, ella è felice e lo bacia lungamente, benchè non lo trovi quale lo sognava e non lo creda somigliante; abituata a le sue vesti più che semplici, ella prova un vero diletto nel notare il ricco abbigliamento e l'elegante acconciatura de l'amica. Terza ne la corrispondenza entra intanto Anna, la seconda figlia del Brighenti, a la quale pure Paolina si affeziona ben presto, e quando esse le propongono d'andar a Recanati per vederla (marzo 1831) ed ella deve rifiutare in causa dei rigori d'Adelaide e de la nessuna libertà che gode, ne piange di dolore e di dispetto. Poi le due sorelle vanno a Fermo, ella che le sa così vicine e pur si sente tanto divisa da loro, lamenta la suasovrana infelicitàed invidia l'incertezza de la sorte di quelle sue care, quel non sapere dove andranno in breve, le vaghe speranze ch'esse debbono veder sorridersi, e che la farebbero andar in estasi. Allorchè Marianna ai primi del '37 deve andar a l'estero, Paolina se ne mostra così afflitta che le scrive: «Quando tornerai in Italia chi sa se la tua Paolina sarà più viva: ma se n'è dato ne l'altra vita di pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh sii certa che tu sarai sempre la mia diletta.» Speranze e sventure, gioie e dolori, tutto la Leopardi confida a le amiche, e quandogiunge a Recanati la funesta notizia de la morte di Giacomo,piangendo e delirando, la contessina si getta fra le braccia di Marianna e in una tenerissima lettera sfoga il suo crudele dolore e cerca la pietà di colei, che era pur stata cara al suo perduto.

Quella fatale notizia veniva ad aggravare di un nuovo lutto la famiglia Leopardi, che in quei giorni era profondamente afflitta perchè Pier Francesco aveva promesso di sposare una donna non degna di lui, e per questo aveva lasciato la casa paterna, dove venne ricondotto a forza. Il terrore, la disperazione di Monaldo e d'Adelaide per quella temuta vergogna de la loro famiglia eran tali che parvero aver occupato tutto l'animo loro, in modo da non lasciarvi posto al cordoglio per la morte di Giacomo, cordoglio che poco a presso essi sentirono veracemente. Ma l'affettuosa Paolina ne fu colpita subito. Quantunque da lungo ella scrivesse poco o nulla a Giacomo, quantunque egli stesso mostrasse di temere che la sua lontananza avesse affievolito l'amore dei congiunti per lui, Paolina, appena sa ch'egli non è più, prova un'angoscia, di cui a pena credeva capace il cuore umano, e sospira di raggiungere il diletto fratello con cui ogni sorriso le è mancato nel mondo. Ella ritorna con desolata tenerezza ai ricordi de la fanciullezza ede la gioventù per trovarvi l'immagine del suoMuccio; ama Antonio Ranieri come un fratello ed invidia la sorella di lui, che ha prestato a Giacomo gli estremi soccorsi. «Per compiacere a Ranieri ho dovuto ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri, poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com'egli le aveva lasciate, che mi pareva ch'ei dovesse tornare e voleva che trovasse a suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni nella fronte per quell'orribile pensiero che tutto è già finito, e per quell'inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24 agosto 1837.)

Riavutasi lentamente da quel colpo così doloroso, Paolina raccolse tutto il suo affetto sui genitori, particolarmente su Monaldo, verso il quale ella, come Carlo, si mostrò ne l'età matura molto più indulgente che ne la giovanile. E coi genitori amò doppiamente i fratelli che le eran rimasti ed i nipoti: l'intelligentissima Luigia seconda figlia di Carlo, morta poi quasi bambina nel 1842, e i figliuoli di Pier Francesco, soprattutti la Virginia, che era divenuta proprio tutto il suo cuore. Anchea le cognate Cleofe Ferretti e Teresa Teja si mostrò sempre affezionatissima.

A le Brighenti continuò a scrivere sempre, però più raramente; la compagnia de la sposa di Pier Francesco e dei nipotini le faceva forse sentir meno vivamente il bisogno d'altri affetti, e l'ardore de la sua gioventù, venuto a poco a poco calmandosi, non aveva più necessità di sfoghi confidenziali. Ad ogni modo Paolina non dimenticò mai le amiche, le quali prima felici, ammirate, festeggiate, dovettero poi ritirarsi a Modena dove caddero in miseria, soccorse di aiuto materiale e di morali consolazioni da lei, che già parecchi anni prima aveva premurosamente cercato, benchè invano, di procurar un impiego a l'avvocato Pietro.

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A Paolina ed a' suoi la sorte non aveva risparmiato le sventure: le sorde lotte de' figli col padre prima; poi la partenza di Giacomo, l'allontanamento di Carlo da casa, le dolorosissime perdite di Luigi, di Giacomo, di Paolina Mazzagalli, de le due figlie di Carlo; infine le nuove discordie di Carlo co' suoi, dopo il matrimonio di Pier Francesco. Monaldo e Paolina cercarono del pari un conforto neglistudi, e il primo, quasi a compensarsi de la scarsa autorità che avea in casa, si volse ad occuparsi di cose pubbliche, stampò parecchie opere e diresse anche per alcuni anni il giornaleLa Voce della Ragione. Paolina, che ne la sua prima gioventù aveva acquistato una buona cultura, continuò sempre ad amare le lettere, a veder molti libri e soprattutto ad approfondirsi ne la letteratura francese, di cui i capolavori le eran sempre stati cari: aveva una predilezione speciale per le due grandi scrittrici Madame de Sévigné e Madame de Staël. Quando le sue illusioni giovanili vennero mancandole, ella cercò più che mai distrazione ne lo studio, i libri la riavvicinarono a Monaldo, poichè ella cominciò a prestare a lui quell'aiuto che, giovanetta, aveva dato a Giacomo; anzi, mentre pel fratello era stata in generale una copista ed un'ammiratrice, per Monaldo fu un collaboratore. Ella soleva tradur molto dal francese; dal Nobili nel 1832 fece pubblicare il libretto «Viaggio notturno intorno alla mia camera—[21]de l'autore del Viaggio intorno alla mia camera.» Probabilmente anteriore a questa è un'altra pubblicazione di Paolina di cui si fa cenno in questo brano di lettera ad Anna Brighenti (Bologna, 18 luglio 1838): «Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in italiano; poiad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la portò in Germania.»

Quando Monaldo attese a redigereLa Voce della Ragione(dal 1832 al 1835), Paolina leggeva per il padre i libri, opuscoli e giornali francesi, notava quel che poteva fare al suo caso, traduceva gli articoli che le parevano opportuni pel giornale, correggeva le prove di stampa, così che il conte in una sua memoria dichiara d'aver avuto il massimo aiuto pel suo periodico da lei che «travagliava giorno e notte per quest'impresa, con uno zelo ed un disinteresse di che potrà solo ricevere il premio da Dio.» Clemente Benedettucci suppone che la contessina abbia dato aiuto al padre anche per altre pubblicazioni e la cosa non appare improbabile. Ella inoltre mandò parecchie traduzioni dal francese a la gazzetta di ModenaLa Voce della Verità. In questa comunità di spirito con Monaldo ella, che non aveva mai amato i liberali, i quali le parevano aver dimostrato troppo chiaramente quantoson diverse le cose dalla teorica alla pratica, venne accostandosi ognor piùa lo zelo religioso e a le idee politiche del padre.

Probabilmente prima ancora de' suoi vent'anni aveva cominciato per abitudine a far estratti de le sue letture e traduzioni; questi suoi lavori si conservano in quarantacinque volumi ne la biblioteca di casa Leopardi.

Gli ultimi giorni di Monaldo furono consolati da le amorose cure de la figliuola, che, vistoselo rapire il 30 aprile del 1847, sentì riaprirsi nel suo cuore tutte le vecchie ferite; nè sapeva darsi conforto, quantunque gli ultimi momenti di lui fossero stati tranquillissimi e consolati da la religione e da la filosofia: «Quando ha veduto prossimo il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male istesso, ci ha chiamati d'intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne ha esortati ad imparare comesi muore in conversazione, poichè egli ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma.» (Lettera 7 maggio 1847.)

Finchè era vissuto Monaldo, i suoi figliuoli, anche avendo sempre in cuore la memoria di Giacomo, non osavano parlarne, perchè il padre avea fatto chiaramente intendere che questo discorso l'addolorava; Paolina però aveva pregato caldamente le Brighenti di procurarletutto quello che vedevano scritto intorno al suo grande e poveroMuccio, ed anche tutte le edizioni che s'andavano facendo de le opere di lui. Ella riceveva e conservava ogni cosa di nascosto del padre; morto questi, ella potè manifestare più apertamente il suo culto per la memoria del fratello, di cui comprendeva ed adorava la grandezza, così da provar quasi un senso di affettuosa riconoscenza per tutti gli ammiratori di lui. Il Piergili descrive accuratamente un libretto, una specie di diario, in cui Pier Francesco e Paolina, aiutati talora da Vito Frati, annotavano quanto, a loro cognizione, veniva scritto intorno al poeta di Silvia e di Nerina: libri, giornali, manoscritti. Questo diario fu presto interrotto, perchè i critici del grande Recanatese non tardarono a moltiplicarsi indefinitamente. Ancor vivente Giacomo, Paolina voleva esser sempre nel novero de gli associati a le opere di lui, e quando sperava di presto accasarsi, si proponeva di aver un esemplare di ciascuna edizione nel suo nuovo soggiorno. Più tardi la cura per le cose di Giacomo fu uno de' suoi più cari pensieri, quantunque ella fosse divenuta tanto ferventemente religiosa da non poter persuadersi che il fratello fosse morto senza fede, giungendo fino a benedire la bugia del Ranieri e le invenzioni del Curci. I più chiari studiosi di coseleopardiane si rivolsero a lei, che diede gentile ascolto a tutti e non si stancò di promuoverne gli studi e le ricerche. Ella pregò caldamente il Brighenti di scrivere la vita di Giacomo; e quando il Viani, che fu suo intimissimo, ed ebbe da lei numerose notizie, le mostrò il desiderio ch'ella stessa scrivesse una biografia del fratello, ella gli dichiarò di non sentirsene capace e pregò Carlo, il confidente intimo di Giacomo, di togliersi lui quest'incarico: ma neppur Carlo credette che le forze gli bastassero; e Paolina scriveva al Viani, «Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig. Viani, per una stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. O no non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda. Verso di Giacomo non potrei, chè lo piango giorno e notte; verso di Lei neppure chè... Mi creda piuttosto disgraziata.»[22]A lo stesso Viani, Paolina scriveva o narrava molti ricordi de la vita del fratello. Notevole, fra le altre, è la lettera di lei ad Antonio Erculei, professore nel seminario di Roma, che voleva dettare una dissertazione su Giacomo Leopardi, diffondendosi particolarmente su la morte del poeta. Ella gli narra tutto quel che ne sa; gli copia una lettera del padre Curci e parecchi frammenti del Ranieri a Monaldo, del Brighenti a lei, di V. Balietti,che nel '37 era segretario de la Nunziatura di Napoli, a la contessa Ippolita Mazzagalli.[23]Ella giudicava povera cosa l'elogio di Giacomo scritto dal Montanari di Pesaro, godeva de le asserzioni del Curci e fremeva di dolore e di sdegno a le ingiurie contro la memoria del suo diletto, consolandosi quando il Giordani sorgeva a farne vendetta.

La pubblicazione de le lettere di Giacomo al Brighenti la contrariava e l'amareggiava quanto mai, perchè il buon nome del padre le era caro, quanto la gloria del fratello, e più tardi per difendere Monaldo ella dettava la breve memoriaMonaldo Leopardi e i suoi figli, in cui di sè null'altro dice se non che d'esser stata per tutta la vita compagna indivisibile del padre.

Anche il Carducci giovane rivolgeva a Paolina una lettera calda d'ammirazione pel poeta e di venerazione per lei; e, accennando a lei, il Drach, nella prima delle sue conferenze, dice fra l'altro: «.... dans la famille Leopardi la science semble être héréditaire comme ses titres de haute noblesse.»

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Oltre a quelle accennate, altre due sventure colpirono la povera Paolina: nel 1851perdette il fratello Pier Francesco, nel 1857 la madre.

Finchè Adelaide visse, Paolina, anche innanzi e ben innanzi con gli anni, fu tenuta sempre come una ragazza: non poteva uscir sola, e d'ordinario, già cinquantenne, soleva farsi accompagnare da una buona donna di Recanati, Artemisia Fucili, divenuta sua confidente, e seguire dal servo Benedetto Benedettucci in livrea. Un di ottenne d'andar a Loreto con l'amica, ma venne rimproverata perchè fu di ritorno troppo tardi, e quando la sua compagna per scusarla notò timidamente ch'ella non usciva quasi mai di casa, si narra che Adelaide soggiungesse: «Bella ragione, è tanto grande la nostra casa, altro che Loreto!»[24]Morta la madre, ella si trovò ricca, e mentre da un lato, divenuta usufruttuaria del patrimonio, frugalissima per natura e di abitudini modeste, ella spendeva poco e mal volentieri anche per la cura de le campagne; da l'altro, ancora bambina ne l'animo, benchè poco lungi dai sessant'anni, godeva di vestire con grande sfarzo, di seguir a puntino le mode più capricciose, facendo venire una sarta appositamente per lei, da Ancona a Recanati. Un ritratto ce la rappresenta già vecchia con un amplissimo abito a enormi scacchi ornato di trine; nel suo buon visoavvizzito solo l'altissima fronte ricorda Giacomo, benchè molti asseriscano che ne la sua gioventù ella gli somigliasse assai.

Generosa di cuore, malgrado quella ritenutezza a spendere, che parve in lei ed in Carlo una malattia de l'età, di rado sapeva negare il suo aiuto, e al servo Benedettucci donò persino la culla di Giacomo, che sarebbe stata per la famiglia un preziosissimo ricordo. Ella amava trattenersi a tarda sera sola in giardino, e guardando quelle paterne aiuole, su cui scintillavano le vaghe stelle de l'Orsa, ascoltando la rana gracidante nei campi e il canto di qualche contadino, certo rievocava l'immagine del fratello, cui quei luoghi e quei suoni avevano inspirato tanta dolcezza di poesia. Una sera, così passeggiando, s'incontrò in un ladro che stava per rubare dei limoni; senza gridare, nè chiamare aiuto, ella cacciò con severe parole l'intruso.

Negli ultimi anni uscì di Recanati parecchie volte: con la Fucili fece una gita di tre giorni in Ancona, un'altra a Grottamare, divertendosi come una bambina. Nel 1867 volle andare in pio pellegrinaggio a Napoli per visitarvi la tomba di Giacomo e de le liete reverenti accoglienze ricevute fu orgogliosa e commossa.

Di tali sentimenti duole ella parli assai poco ne le lettere scritte ad Artemisia Fucili; è danotare però che questa era una buona, ma povera donna, da cui forse certe espansioni non sarebbero state comprese.

Timorosa del freddo che la faceva soffrire assai, ne l'inverno del 1869 Paolina scelse Pisa per sua residenza temporanea, memore de l'amore che Giacomo aveva avuto per quella gentile città e del sollievo che quel dolce clima gli aveva dato; e forse mentre i suoi occhi stanchi avranno contemplato il divino spettacolo del tramonto riflettente le sue fiamme ne le acque de l'Arno, il suo cuore si sarà commosso al ricordo del grande fratello che ne la bellezza de la natura aveva trovato uno dei pochi sublimi conforti a la vita travagliata. In una gita a Firenze ammalò di bronchite e tornata a Pisa dopo pochi giorni vi morì il 13 marzo 1869. La Teja, che l'assistette negli ultimi momenti, scrive: «Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa l'11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi con la sua grazietta infantile: hai fatto bene di venire, perchè non so come avrei continuato a scrivere.» A la Teja nel suo testamento lasciava con affettuose parole alcuni mobili, il suo ritratto e una carrozza: suo erede instituiva il nipote Luigi.


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