PAOLINA RANIERI.

PAOLINA RANIERI.

Un'ultima soave figura di donna ci appare amica e confortatrice presso Giacomo Leopardi ne gli estremi dolorosi anni de la vita di lui: Paolina Ranieri, sorella di Antonio, del quale l'amicizia pel poeta fu a lungo considerata come uno dei più belli ed eroici esempi di umano affetto. Il Ranieri vecchio fece torto a sè medesimo con quel disgraziato libro che fu ilSodalizio, libro di cui egli stesso, ne gli ultimi anni, parve sentire rincrescimento, perchè cercò di ritirare dai librai tutte le copie che potè trovarne.

A difendere il morto poeta molti sorsero, commossi da la pietà reverente pel grande infelice, e questa pietà portò forse a qualche esagerazione; certo però si può ormai affermare che in quel legame da cui i due amici furon stretti, non tutto il vantaggio era dallato del Leopardi, non tutta la generosità da quello del Ranieri; e che il patriota napoletano ne l'età senile non godette una perfetta sanità di mente. La bella figura d'amico, comparabile a quelle classiche de l'antichità, rimase oscurata ne le ultime ricerche de gli studiosi[59]ed un'ombra parve offuscare anche la gentile immagine di Paolina Ranieri, che la storia letteraria ci mostra così strettamente congiunta a quella dei due amici: dicoparve oscurare, poichè in realtà nessuno ebbe motivo di negare il disinteresse e la virtù di lei, nessuno anzi osò muoverne nè pure un dubbio; persino il Ribella, così severo verso Antonio, ha solo parole di lode per la sorella di lui, che dice d'animo mite, gentile, corrivo a la pietà, affettuoso per gl'infelici.

Se Antonio — chi non voglia in lui, dal giovane generoso, ardente, intelligente, dal patriota che per la causa di una patria adorata con sacro culto, seppe soffrire esilio, persecuzioni, carcere, distinguere in modo assoluto il vecchio accasciato da le sventure e dal male e miseramente mutato ne l'animo come nel corpo — se Antonio desta un senso di rammarico e quasi di pietà per non essersi saputo, o megliopotutomostrare sempre, come ne gli anni giovanili, ugualmente degno de l'amiciziad'un Leopardi, Paolina non risveglia che ammirazione, anche quando le smisurate lodi del fratello per lei si vogliano considerar soltanto come esagerazioni di una mente turbata: Paolina è una di quelle purissime, candide creature dinanzi a le quali la povera umanità ha diritto di sentirsi un momento orgogliosa di sè e di levar la fronte verso le stelle.

***

Francesco Ranieri e Luisa Conzo furono i genitori di Paolina, che nacque il 26 marzo 1817 a Napoli in un palazzo di via Piliero e fu battezzata in San Giacomo co' nomi di Paolina, Virginia, Nunzia, Tudegarme. La famiglia era numerosissima, poichè contava dieci figliuoli, di cui Antonio era il primo, dopo di lui eran nati tre maschi, il maggiore fra i quali, Giuseppe, fu il più affezionato al primogenito. Per quanto le cure del padre, de la madre, dei congiunti, possano essere intelligenti, assennate, vi ha un'educazione che difficilmente essi riescono a dare a un figliuolo rimasto unico: quella fraterna; quanto apprendono l'un da l'altro i ragazzi, che lezioni d'affettuosa pazienza, di compatimento gentile, di pietà, di sacrificio! Di queste lezioni, Paolina, naturalmente buona, profittò più che altri mai.

Francesco Ranieri, uomo operoso e di discretoingegno, viveva agiatamente, perchè a lo stipendio che gli fruttava il suo ufficio altissimo ne le poste del Regno, veniva ad aggiungersi la rendita de la dote de la moglie e di qualche capitale ch'egli possedeva. Più in apparenza che in realtà era severo coi figliuoli, che amava di vero affetto; mentre tenerissima, senza cercar di nasconderlo, era di loro la madre, la quale ad un animo tutto affettuoso, univa l'operosità ne la cura continua e vigilante de la casa e dei figli. Abitavano a l'angolo de la piazza del Municipio, in via San Giacomo, e quivi i figliuoli crebbero in un'infanzia e in un'adolescenza tranquilla. Paolina però non venne risparmiata da la sventura: era ancora bimba, quando, colpita da un ascesso al fianco, dovette sopportare una dolorosa operazione, che il chirurgo Gaspare Pensa riuscì a compiere con buon esito, benchè non potesse ridare a la fanciulla la salute perfetta. Queste infantili sofferenze lasciarono un'impronta nel carattere di lei, che serena, ilare sempre, era tuttavia pietosissima d'ogni dolore; ogni dolore intendeva od intuiva, e di nulla piacevasi come del recar sollievo ai malati.

Antonio, giovane e di carattere ardente, non sapeva sopportare il durissimo giogo di Francesco I; aveva stretta amicizia con parecchi liberali ed era intimo di Carlo Troya; per tutto questo dava assai da pensare al padre,impiegato del governo napoletano e sinceramente devoto a questo, sì che ad evitare impicci e dispiaceri più che probabili, fu deciso in famiglia che il giovane andasse a studiare a Roma. Partì un giorno a l'improvviso, mentre a pena albeggiava, baciando, senza risvegliarla, la sorellina prediletta, che dormiva tranquilla, ignara di tutto, e doveva poi chiedere con doloroso stupore del suo Antonio. Di questa partenza la data più probabile è il 1826. Da Roma il giovane passò a Firenze, dove appreso d'una grave malattia di sua madre, chiese il passaporto, e stava per partire a la volta di Napoli, quando ebbe notizia del proprio esilio.

La madre era veramente ammalatissima, nè le forze de la sua età ancor florida opponevano sufficiente resistenza al male; sentendosi mancare, ella chiamava sempre ad alta voce, dolorosamente il figlio lontano, non consolata de la mancanza di lui, da le vigili amorose cure del marito e de gli altri figliuoli, tutti stretti intorno al suo letto, agitati da speranze vane e da timori sempre più gravi, sinchè la morte ridiede loro quella sconsolata calma, in cui l'anima trova il solo conforto di non averne nessuno. Il pensiero de la cara perduta rimase ne l'animo de la giovanetta come un sacro ricordo, chè la provvida natura, benchè talvolta crudelmente separi la madre da' suoi nati, permettealmeno che la purissima memoria rimanga santamente vigile e feconda di affetti, di pensieri, di azioni buone nel cuore de gli orfani, i quali non sono tali interamente quando hanno il tesoro di quel ricordo.

Paolina fu istruita seriamente da maestri eccellenti, fra i quali Giovanni Smit livornese, non oscuro letterato, e quel Costantino Margaris, che per la Grecia natia aveva combattuto con valore e che, venuto in Italia, conservava vivissimo l'affetto a la sua nazione; di lui il Ranieri scrisse poi la vita. Il Puoti e il Troya, amici di casa Ranieri e di casa Ferrigni (ne la quale Paolina stette parecchio tempo, dopo la morte de la madre, presso la sorella Enrichetta), furono larghi di consigli a la giovine. Ella coltivava gli studi con piacere, pur preferendo ad essi le cure de la casa, cui la madre l'aveva abituata, e non isdegnando nè pur le più umili: era bella, di carattere amabile e, quantunque assai pietosa d'animo e riflessiva e seria per abitudine, serena e sorridente. La sua non fu nè allora, nè mai la bontà arcigna e pedantesca, che fa sentir a tutti il peso de la propria superiorità; nè la purezza sua di donna fu mai quella

Virtù da istrice,che, stuzzicato,si raggomitoladi punte armato,

Virtù da istrice,che, stuzzicato,si raggomitoladi punte armato,

Virtù da istrice,

che, stuzzicato,

si raggomitola

di punte armato,

come argutamente la caratterizzava il Giusti; la virtù che si chiude al contagio del mondo nel lazzeretto di sè stessa. Buona, rimase semplice, quasi col suo sorriso amabilissimo volesse farsi perdonale quella nobiltà di sentimento, che è l'aristocrazia de l'animo; onestissima, cercò le gioviali compagnie; rimase, pur non amando, sempre degna d'amore.

Nel 1831 Antonio era stato richiamato, e volontieri avrebbe fatto ritorno a Napoli, se non avesse temuto di non poterne più uscire; di che persuaso il padre stesso, che pur da prima desiderava vivamente di riabbracciarlo, finì col cedere a lasciarlo lontano; ritornò invece ai primi di ottobre del 1832 e rimase a Napoli fino a l'aprile del 1833.

Fra lui e il Leopardi si era già stretta a Firenze una viva amicizia; insieme erano stati parecchi mesi a Roma, fra il 1831 e il 1832; causa di questo viaggio l'amore del Ranieri per la Maddalena Pelzet Signorini, attrice fiorentina, si è detto, non so con quanta verità. Ritornato a Firenze, e ricaduto ne le reti di Aspasia, che doveva tanto farlo soffrire, il Leopardi si trovò privo anche de l'amico, che giunto a Napoli corse a la villa dov'era allora la sua famiglia e rimase piacevolmente meravigliato dinanzi a l'aspetto grazioso e serio di Paolina, ch'egli ricordava bimba, quando fermandosi a la porta del suo studio stava guardandolo,e, interrogata che facesse, rispondeva, quasi ancor balbettando: — Ti guardo studiare. Nel lieto pranzo che riunì tutti i suoi, Paolina, felice del ritorno di quel fratello tanto caro, rimaneva tuttavia preoccupata, vedendo in lui qualche cosa di mesto; chiestogli, a pena furon soli, che l'affliggesse, e saputo ch'egli avea lasciato a Firenze un grande poeta ammalato, cui solo intelligenti e amorose cure potevan prolungare la vita, ella, che di quel poeta aveva letto, non senza lacrime, leCanzoniristampate a Napoli in una strenna da Carlo Mele, amico di casa Ranieri, gli propose di andar a riprendere l'amico e condurlo fra loro: «Ed io ti prometto di fargli da suora di carità»; così, secondo narra Antonio, disse la giovinetta; ma se pur la critica, che dubita di tante cose, esita a credere anche che queste precisamente fossero le parole de la fanciulla, del fatto non può dubitare; e certo il fatto non le smentisce, poichè Paolina fu veramentela suora di caritàdi Giacomo Leopardi.

L'epistolario leopardiano ci rivela come il grande Recanatese si decidesse ad andare a Napoli solo per l'amichevole insistenza del Ranieri e persuaso di non restar che poco in quella città; aveva bisogno di distrarsi, l'animo suo era oppresso più che mai: «Io non penso più alla salute, perchè di salute e di malattia non m'importa più nulla; del resto, specialmentequanto all'applicare, sto presso a poco al solito, cangiato molto nel morale, non nel fisico.»[60]Non si cura de la gloria che chiama un fumo e che gli fa nausea, e del guadagno ancora, di cui pure ha necessità per vivere, gl'importa poco. Una funebre stanchezza si rivela in tutta la lettera del 3 luglio 1832 al padre: chiede un assegno, ma con una malinconia profonda, una invincibile indifferenza verso di sè e un disperato desiderio di morire. A la sovrumana gioia che gli veniva dal pensiero amoroso, stato tutto per lui, unico pregio, unica ragione de l'esistenza e che gli aveva fatto apparire per un momento la vita più gentile de la morte, innalzandolo a lo stupendo incanto di una nuova immensità, di un paradiso ignorato, era succeduto, insieme a la triste stanchezza, che derivava dal languire de la speranza, mentre la terra gli pareva ormai inabitabile senza quella nova, sola, infinita felicità che gli figurava il suo pensiero, l'angoscioso timore de la grave procella presentita e che gli faceva invidiare con ardenti sospiri il sempiterno obblio de la gente morta. Poi giunto l'epilogo doloroso de la sua passione, tutti quei sentimenti s'eran perduti ne la tragica disperazione, in cui egli sentiva morto per sempre il suo cuore, spenta non che la speme, il desiderio di cari inganni; dettavaallora i terribili versi in cui dice al proprio cuore:

T'acqueta omai. DisperaL'ultima volta. Al gener nostro il fatoNon donò che il morire. Omai disprezzaTe, la natura, il bruttoPoter che ascoso, a comun danno impera,E l'infinita vanità del tutto.

T'acqueta omai. DisperaL'ultima volta. Al gener nostro il fatoNon donò che il morire. Omai disprezzaTe, la natura, il bruttoPoter che ascoso, a comun danno impera,E l'infinita vanità del tutto.

T'acqueta omai. Dispera

L'ultima volta. Al gener nostro il fato

Non donò che il morire. Omai disprezza

Te, la natura, il brutto

Poter che ascoso, a comun danno impera,

E l'infinita vanità del tutto.

Persuaso da l'amico ad allontanarsi da la donna che l'aveva fatto tanto soffrire, egli accettò di andare a Napoli (1º ottobre del 1833) e di vivere con lui, pur provvedendo co' suoi mezzi, per quanto scarsi, ai pochi bisogni de la sua modestissima vita. Non acconsentì il vecchio Ranieri di aver in casa sua ospite il figlio con l'amico, di cui egli aveva in abborrimento le opinioni irreligiose; e, benchè non ne resti prova alcuna, mi pare altresì che Giacomo, fiero e sdegnoso, anche nei suoi economici disagi e ne le misere condizioni del suo corpo malato, non avrebbe consentito ad esser di peso al padre d'Antonio. Perciò Costantino Margaris, amicissimo di tutta la famiglia, cercò e trovò pei due sodali, che vi scesero a pena giunti, un quartierino su la loggia di Berio, vicino a Toledo, di dove presto, perchè quell'aria era troppo bassa pel Leopardi, passarono in via Santa Maria Ogni Bene.

***

Paolina Ranieri quando conobbe il Leopardi aveva diciassette anni e riuscì simpatica a lui come a tutti quelli che la conoscevano. Ella premurosa provvide tosto con la sua sagacità di donnina precoce che l'appartamento nel palazzo Cammarota fosse in modo conveniente arredato con le masserizie dal vecchio Ranieri concesse al figlio; e punto sdegnosa de l'umile prosa che è la vita d'ogni giorno, badò di procacciare al fratello e a l'amico di lui tutte le piccole comodità che pur valgono tanto. Commovente è la storia de la lunga lotta ch'ella sostenne con se stessa e co' suoi prima di lasciare la casa del padre per stabilirsi con Antonio e col Leopardi. Il vecchio Ranieri trovava la cosa sconveniente, ma in fine la fermezza de la fanciulla trionfò. Da prima ella fu solo una cara compagna di qualche ora pel Leopardi, ma quand'egli col Ranieri andò il 4 maggio 1835 ad abitare in un quartierino al Vico Pero, nº 3, presso Capo di Monte e mercè di lei vi si fu in breve ben accomodato, Antonio ottenne dal padre il permesso di condurre seco le due sorelle Paolina e Teresa; quest'ultima però stette poco insieme a loro, perchè la casa paterna avea bisogno d'una donna, ed ella vi fu richiamata. Paolina invece si fissò coi due amici, dirigendo la domesticaeconomia e procurando specialmente al poeta, sempre sofferente, quel sollievo che una modesta agiatezza ed un cuore di donna devota possono dare. E non parlo solo de le cure materiali, che pur hanno la loro importanza; intendo ancora del morale conforto. La giovanetta massaia non era solo una infermiera e una direttrice de la casa; era anche un'anima eletta, colta, abituata a guadagnarsi con la grazia e lo spirito l'amicizia de gli uomini notevoli per ingegno e dottrina, di cui la compagnia le era stata familiare sin da' suoi primi anni ne la casa paterna. Rade volte, — diceva il Recanatese, — ci si risolve ad amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima; ed è vero; altrettanto vero è ancora che la virtù riceve da la bellezza e da la grazia una luce che non le dà la fortuna, nè la gloria, un fascino, cui pochi resistono. Nè di tali pochi era il Leopardi che, fino ne l'accasciamento del suo doloroso scetticismo, serbò nel più alto segreto de l'anima il culto di ogni morale grandezza, e cui la bellezza pareva

. . . . .splendor vibratoDa natura immortal su queste arene;Di sovrumani fati,Di fortunati regni e d'aurei mondiSegno e sicura spene.

. . . . .splendor vibratoDa natura immortal su queste arene;Di sovrumani fati,Di fortunati regni e d'aurei mondiSegno e sicura spene.

. . . . .splendor vibrato

Da natura immortal su queste arene;

Di sovrumani fati,

Di fortunati regni e d'aurei mondi

Segno e sicura spene.

Il poeta paragonava Paolina a la propria sorella, di cui gli era caro ch'ella portasse ilnome. Abituato a l'amicizia ed a l'ammirazione di molti uomini insigni (e fra quelli che lo frequentarono a Napoli si possono ricordare il filologo tedesco Enrico Guglielmo Schultz, il poeta Augusto Platen divenutogli assai intimo, il marchese Basilio Puoti, ne la scuola del quale egli andava non di rado, Carlo Troya, Giuseppe Ferrigni, Costantino Margaris, col quale assai di frequente discuteva di cose greche), ritrovava una dolcezza diversa e ben più cara ne l'affettuosissima e reverente intimità di Paolina. Come la tenera Desdemona di Shakespeare, la bellissima giovanetta, cui la vita e il mondo sorridevano, sentì più forte d'ogni attrattiva di mondani piaceri, l'incanto de la pietà per un'anima grande e sventurata, l'ardore del santo desiderio d'esserne la confortatrice; non meno triste e tragica era la storia di questo grande che non fossero le vicende ardue, le battaglie, i pericoli d'Otello; e come Desdemona, Paolina ora pendeva intenta al racconto, ora era condotta altrove da le cure casalinghe, ma sempre ritornava a bere con avido orecchio le parole che le riempivano l'animo di pietà e di commozione; e come il cupo eroe de la tragedia inglese, anche il poeta del dolore dovette sentirsi vinto da quel sorriso di femminile pietà e stringere con tutta l'anima la candida mano così nobilmente stesagli. Egli che prendeva ben poco piacere de lecose che alla maggior parte de gli uomini soglion esser care, più di ogni altro sentiva il bisogno, la sete d'affetto; benchènon procurasse e non affettasse di apparire diverso dalla moltitudine in cosa alcuna, era troppo veramente grande, perchè le persone non volgari potessero confonderlo con quella moltitudine; e non volgare era certo Paolina, che, sotto l'aspetto riposato e dolce, quanto modesto di lui, riconobbe e apprezzò la nobiltà del sentire e l'elevatezza de l'ingegno e si compiacque di essergli confidente compagna. «Nei discorsi sempre si esercitò colle persone giovani e belle più volontieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio e compiacendosi d'essere stimato da coloro da cui molto maggiormente avrebbe voluto essere amato,» scrisse il Leopardi di Socrate e certo pensò di sè, come quell'antico ripugnante d'aspetto, eccellente d'ingegno e ardentissimo di cuore. Egli sentiva che una donna di venticinque o trent'anni ha più d'attrattive ed è più atta a destare un amore ardente e appassionato, ma credeva ancora che niente possa uguagliare quel non so che, quasi divino, che ha nel volto, ne le movenze, ne le parole, una giovinetta dai sedici ai diciott'anni. «Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù; quella speranza vergine,incolume, che si legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, de' patimenti; quel fiore in somma, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto.»[61]

Parecchi hanno supposto che il Leopardi fosse innamorato di Paolina Ranieri, ma è una pura supposizione, di cui per prima parlò la chiara signora Caterina Pigorini-Beri, che nel suo studio su Giacomo Leopardi, premesso a lePoesie e prose scelte ed annotate per le giovanette(Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 66 e segg.) afferma non esser possibile che il Recanatese non amasse la dolce giovane di cuila devozione intrepida, intelligente, quasi sublimegli confortò gli ultimi anni; ella crede che Paolina sia la donna delConsalvoe delPensiero dominantee si duole che il Ranieri, il quale disse tante cose che sarebbe stato bello passare in silenzio, abbia taciuto di questoamore così puro e timido, il quale forse riconciliò con la vita il poeta del dolore. Io non credo che Paolina sia la donna delConsalvoe delPensiero dominante; troppe ragioni in contrario sono state addotte e si potrebbero addurre: prima di tutte, la data del Canto, che, senza dubbio, benchè corretto posteriormente, è opera giovanile; certo però il sentimento che il Leopardi dovette provare per Paolina Ranieri fu di affetto altissimo, in cui si raccoglieva tutto il calore che le lunghe inenarrabili pene avevan lasciato ancora ne l'animo di lui; parmi fosse affetto piuttosto di venerazione che di passione terrena; se parlando di una donna giovanissima, bella e pura in generale, egli diceva che noi vi scorgiamo qualche cosa di celeste che ce la fa riguardare come di una sfera divina, superiore a la nostra e cui non possiamo aspirare; a ben maggior ragione dovea parergli sacra Paolina, che era per lui l'ospite generosa ben più che di doni materiali, di cure affettuosissime, di conforto morale, l'amica, che con tanta semplicità e con tanta modestia sacrificava i bellissimi fra i suoi anni per curare un malato estraneo a la famiglia e vigilar il focolare domestico de' due amici, il quale, malgrado il loro reciproco affetto, sarebbe stato probabilmente ben freddo e monotono senza di lei.

Paolina dovea sembrargli una creatura venutadal lontano mondo de' suoi sogni per ridargli la visione di esso e la dolcezza, ricordo d'una patria ideale perduta, speranza e conforto insieme. Se ce la figuriamo diciassettenne a pena, quando lo conobbe, ventiduenne quand'egli morì, bella, colta, graziosa, con un affetto che la sua estrema gioventù non consente di chiamar materno, ma che pure de la materna tenerezza ha l'abnegazione e la soavità, e che la sua divina purezza non ci lascia chiamar d'amante, benchè forse solo l'amore possa spiegare certi eroismi sublimi, se ce la figuriamo sorridente e pensosa, seduta ne le lunghe serate, ne le giornate lunghissime, presso la poltrona del malato, ne la semioscurità che talora gli era necessaria, o ne la diffusa luce dei meriggi d'estate da cui talora egli voleva inondata la sua camera, parlargli con semplice grazia, leggergli, dissipare con un sorriso, con una stretta di mano, con un amichevole sguardo di rimprovero la sua cupa tristezza, la sua tormentosa inquietudine, ella ci apparirà la piùveradonna che Giacomo Leopardi abbia conosciuta, la sorella di Silvia, la compagna di Nerina.

Pare che lo stesso dottor Mannella avesse parlato del pericolo che poteva correre la fanciulla in quei primi anni de la sua giovinezza, vivendo sempre vicina ad un uomo così gravemente infermo qual era il Leopardi, ma quelpericolo ella non curò punto, anzi esso non giunse mai a turbare un momento la serenità del suo spirito. E Giacomo sentì allora chepietosa al mondo dei terreni affanninon era la morte soltanto e che un altrovirgineo senopoteva dargli conforto.

Quel potente e terribile pensiero che l'aveva avuto in sua balìa e gli aveva dati tanti tormenti, consorte terribile dei suoi lugubri giorni, diveniva un grande austero compagno, ora ch'egli poteva comunicarlo ad anime degne d'intenderlo; e a quegl'intimi colloqui, di cui tanto è da dolersi non abbia il Ranieri lasciato ricordo alcuno, doveva rivolgersi il poeta vogliosamentedal secco ed aspro mondano conversare, come il suo pellegrino, fra i nudi sassi de la via montuosa, volge bramoso gli occhi

A un campo verde che lontan sorrida.

A un campo verde che lontan sorrida.

A un campo verde che lontan sorrida.

Il professor Odoardo Valio, dopo aver parlato dei vari amori di Giacomo Leopardi per la Fattorini, la Basvecchi, la Belardinelli, la Malvezzi ed Aspasia soggiunge: «Nessuno di siffatti amori riescì ad appagarlo appieno, nessuno a trasfondergli un verace conforto, nessuno a conciliarlo un po' con la vita. Invece tutto ciò raggiunse la Ranieri, il fascino della quale addirittura lo soggiogava, perchè era un incontro di vergine amore e di vergine pietà insieme, di amore in lui per lei, e di pietà inlei per lui; ond'ella, a differenza di tutte le altre, ebbe il merito supremo di far risplendere, ancora una volta, un raggio di speranza in quello spirito desolato. E la bella figura muliebre nel carme mirabile delConsalvoè appunto quella di Paolina Ranieri.»[62]Ho già detto che se Paolina sia l'Elvira delConsalvoè cosa da lasciarsi per lo meno in dubbio, ma certo è che ella fu pel Leopardi la più dolce e generosa fra le amiche, quel che la donna gentile, la soave Mocenni, pel Foscolo, anzi assai più; e che se il grande Recanatese tanto fiero, altero e talvolta anche strano, visse di buon grado lunghi anni presso i Ranieri, oltre l'amicizia di Antonio, doveva attrarlo la delicata premura e il nobile affetto di Paolina, in cui gli pareva di ritrovare la sorella che aveva tanto amato ne la sua prima giovanezza e di cui il ricordo serbò carissimo per tutta la vita, benchè temesse ch'ella, al par di Carlo, non fosse rimasta sempre ugualmente tenera in quel loro fraterno legame.

Certo Antonio nel suoSodalizioesagerò grandemente, o almeno pose sotto una falsa e antipatica luce i sacrifizi sostenuti da lui e da la sorella pel Leopardi, ma non v'ha dubbio che sacrifizi dovettero essere e gravi. Tutto avrebbe giustificato, in Paolina specialmente, desideri ed aspirazioni ben diverse da la vitach'ella conduceva; ed accresce pregio al sacrifizio la spontaneità con cui fu compiuto, la grazia serena in cui il Leopardi non poteva mai scorgere un'ombra di rimprovero o solo di rimpianto. Non è però da tacersi che se da un lato il poeta per le sue infermità, talora per l'umor malinconico, che però abitualmente non si scorgeva in lui, se non come un atteggiamento pensoso e grave, non discaro, e per talune strane abitudini o voglie di malato, poteva riuscir gravoso a gli ospiti (quantunque Giuseppe Ranieri affermasse che egli eramite, buono, modestissimo ne' suoi desideri, di nessuna pretesa, affabilissimo poi quasi sempre, arguto nel conversare)[63]la sua amicizia e la sua conversazione dovevano essere un non lieve compenso per i Ranieri; e lo riconobbe Antonio stesso, anche mentre, con animo tutto mutato da l'antica amicizia, scriveva ilSodalizio. Le serate troppo a lungo prolungate nel cuore de la notte per leggere, studiare o ragionar con Giacomo riuscivano materialmente una fatica e una pena, ma intellettualmente erano ben altra cosa. Egli doveva tornar loro inoltre di morale conforto, come egli medesimo trovava sollievo e dolcezza ne la loro compagnia e nel loro affetto fra gl'inevitabili dispiaceri che spesso venivano ad aggiungersi al suo vecchio e terribilecarico di dolori. Soverchia suscettibilità indusse molti anni dipoi il Ranieri a supporre sconoscente l'amico verso di lui, mentre tutto ci fa credere gli fosse teneramente grato; infatti di nessun contemporaneo disse quel che di lui e designandolo propriamente col suo nome: «Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch'egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo suo nome...;»[64]e presentandolo al Visconti lo chiama: «giovane d'ingegno raro, di ottime lettere italiane, latine e greche e di cuore bellissimo e grande.» Invero se talvolta il Leopardi ne l'Epistolario ha parole pungenti per Napoli e i Napoletani, nulla fa credere ch'egli parli dei Ranieri, e Antonio stesso sapeva che l'ospite fu talvolta giustamente irato contro certi falsi amici, se egli medesimo, come notò il Piergili, racconta nelSodalizioche Giacomo venutogli un giorno innanzi con un piccolo bastone gli disse: Io vado fuori a bastonare qualcuno.

Nulla scrisse il poeta che apertamente ricordi la Ranieri, ma forse a l'anima alta, gentile e pura, l'affetto per la nobile amica dettò l'ultimo canto, quel canto dolcissimo fra tutti, fra tutti sublime, che ogni poeta pensò, iocredo, e nessuno scrisse, quel canto, cui la parola non limita, nè scolora, nè intiepidisce; che solo l'artista intende e solo sa e solo gode; ma se Paolina ne gli occhi stanchi, cui nè pur arrideva più la dolcezza del sogno, vide un raggio de l'intima luce ch'ella aveva avvivata, ella ebbe un compenso degno di lei. Il corpo era disfatto e lo spirito abbattuto, ma il cuore del poeta batteva ancora per gli affetti più gentili, e questo, gentilissimo, gli richiamava i puri, ardenti desideri d'un tempo, i generosi entusiasmi, le subite fiamme, fra le tristi negazioni e i sogghigni amari del suo scetticismo.

Presso i Ranieri, il poeta visse modestamente, tranquillamente; sempre affabile e semplice nei modi, sempre assorto ne l'intima vita del suo spirito, ma non punto disdegnoso con alcuno e caro a moltissimi che gli manifestavano con mille gentilezze la simpatia e l'ammirazione. Dal Ferrigni in particolare il Leopardi ricevette molte cortesie, spesso fu ospite nel palco di lui al teatro del Fondo e ne la villa di Torre del Greco.

«Mi ricordo,» narra il Dalbono in una lettera, «che una sera eravamo in casa Ferrigni dove avevano condotto il conte Leopardi. Il Leopardi a un divano e Carlo Troya vicino a lui su di una sedia. Parlavano di geografia antica. Sapete che Troya era chiamato dagli amiciCarlone,perchè ci eraCarlino, che era Carlo Mele. Io ero molto giovane e ordinai una di quelle che si chiamano quadriglie e feci ballare le ragazze che c'erano, e principalmente le figliuole del Ferrigni. Io facevo da direttore che non ho mai ballato! Mi ricordo che la più grandicella della Ferrigni era Argia, che poi diventò valente nel dipingere ad olio; e allora era piccolissima. Ci era Paolina (Ranieri) giovinetta, unasimpatia di prima forza, e quella cara Donn'Enrichetta, già moglie del Ferrigni. Ricordo ancora che fui grandemente applaudito perchè il conte Leopardi si era divertito molto a vedere il ballo di queste fanciulle e a udire le grida del direttore, vostro servo, che si affannava a farle andar bene.... Quella sera in casa Ferrigni ci era il meglio di quel tempo.»

Il Ferrigni, marito de l'Enrichetta Ranieri, giovò ai due amici ottenendo dal vecchio Ranieri, che da prima non voleva saperne, un assegno ad Antonio perchè vivesse fuori de la casa paterna; curava anche gl'interessi del Leopardi, riscuotendo per lui i danari che gli mandava la famiglia. Giuseppe Ranieri accompagnava spesso il Leopardi ne le passeggiate ch'egli soleva fare quasi sempre verso il mezzodì, perchè temeva gli fosse nociva l'aria de la sera; di solito andavano dietro a SantaTeresa, poi nel largo de le Pigne e verso Foria. Fra gli amici che frequentavano il Ranieri e il Leopardi, v'era ancora Alessandro Poerio, ad essi molto affezionato.

Ne gli anni che passò a Napoli o ne la campagna napoletana il Leopardi ebbe momenti di bella inspirazione, benchè il calore de la sua giovanezza lo avesse abbandonato e i cari inganni, le immagini splendide, che già gli avevano sorriso, non fossero più che una soave, morente luce di tramonto su l'ultimo lembo d'un orizzonte già tutto tenebroso. A quegli anni appartengono fra i suoi Canti (per non dire delPensiero dominante, diAmore e Morte,A sè stesso,Aspasiaprobabilmente limati soltanto a Napoli),Sopra un bassorilievo antico sepolcrale,Sopra il ritratto di una bella donna,Palinodia al marchese Gino Capponi,Imitazione,Scherzo, ilTramonto della luna,la Ginestra; cui sono da aggiungersiI Paralipomeni della Batracomiomachiaed alcune prose. Nel CantoSopra un bassorilievo antico e sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi, prevale lo sconsolato scetticismo, che vede misera la prole umana, checchè speri, a qualsiasi età de la vita si rivolga,qualunquecosa ricerchi per suo conforto; ma vi ha ancora, se non l'ardore giovanile, tutta l'affettuosità del poeta, che dinanzia l'immagine de la bellissima fanciulla chiamata da la morte si commuove; non sa se debba chiamarla cara o sgradita al cielo, ma sospira fra sè stesso; freme a l'idea di coluiche la morte sente de' cari suoi, e descrive con tenerezza desolata l'addio ad una diletta persona con cui si è passati insieme molti anni, addio senza speranza di ritorno e cui segue il triste abbandono.

Forse, descrivendo quest'addio de l'amico a l'amico, del fratello al fratello, de l'amante a l'amore, egli ripensava ad Antonio ed a Paolina con cui aveva speranza di passarmolti anni insieme.

Anche il CantoSopra il Ritratto d'una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesimaha concetti elevatissimi. Ne la villetta fra Torre del Greco e Torre dell'Annunziata, dove il poeta passò la primavera e l'autunno del 1836, egli scrisseIl tramonto della luna, disperato rimpianto della giovanezza, che sola colorisce di una luce d'aurora la vita mortale.

La ginestra, scritta ne lo stesso anno e ne lo stesso luogo, è tragicamente terribile, pur apparendo calma e tranquilla nel ragionamento: il poeta vi dipinge i cespi di quei gialli fiorellini odorati su l'arida schienadel formidabil monte sterminator Vesevo; la ginestra contentade' deserti, che cresce fra le rovine di Roma, come sui nudi pendii del Vesuvio

. . . . . . . . . . . . .di tristiLochi e dal mondo abbandonati amante,E d'afflitte fortune ognor compagna;

. . . . . . . . . . . . .di tristiLochi e dal mondo abbandonati amante,E d'afflitte fortune ognor compagna;

. . . . . . . . . . . . .di tristi

Lochi e dal mondo abbandonati amante,

E d'afflitte fortune ognor compagna;

il fiore gentile che, quasi i danni altrui commiserando, manda al cielo un profumo dolcissimo, conforto al deserto, gli ricordava forse la pietà di Paolina Ranieri, anch'essa, come quel fiore, pietosa de le sventure, anch'essa amante dei reietti dal mondo, gentile nel consolarli; l'esempio de l'abnegazione di lei, di quel verace affetto di carità e di generosa amicizia che la faceva sorella de gli sventurati e particolarmente di lui, tanto infelice quanto grande, può aver contribuito ad inspirargli quei versi de laGinestrache sono moralmente fra i più elevati ch'egli abbia scritti, in cui chiama nobile natura quella che si mostra grande e forte nel soffrire e non aggiunge al fardello de le proprie miserie il peso più grave di ogni altro, de gli odi e de le ire fraterne, e stima l'umanità congiunta e ordinata per combattere le nemiche forze de la natura:

Tutti fra sè confederati estimaGli uomini, e tutti abbracciaCon vero amor, porgendoValida e pronta ed aspettando aitaNegli alterni perigli e nelle angosceDella guerra comune.

Tutti fra sè confederati estimaGli uomini, e tutti abbracciaCon vero amor, porgendoValida e pronta ed aspettando aitaNegli alterni perigli e nelle angosceDella guerra comune.

Tutti fra sè confederati estima

Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo

Valida e pronta ed aspettando aita

Negli alterni perigli e nelle angosce

Della guerra comune.

Nè forse Paolina era lontana dal suo pensiero, quando tra le amare derisioni deiParalipomeni, egli ritrovava un raggio de l'antico entusiasmo per cantare la virtù:

Bella virtù, qualor di te s'avvede,Come per lieto avvenimento esultaLo spirto mio. . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,Sempre si prostra: e non pur vera e salda,Ma immaginata ancor di te si scalda.

Bella virtù, qualor di te s'avvede,Come per lieto avvenimento esultaLo spirto mio. . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,Sempre si prostra: e non pur vera e salda,Ma immaginata ancor di te si scalda.

Bella virtù, qualor di te s'avvede,

Come per lieto avvenimento esulta

Lo spirto mio. . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,

O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,

Sempre si prostra: e non pur vera e salda,

Ma immaginata ancor di te si scalda.

***

Ne gli ultimi mesi di sua vita pare che il Leopardi non prevedesse imminente la propria fine, almeno così afferma Antonio Ranieri, il quale asserisce ancora aver talvolta il poeta detto a lui ed a Paolina, che altri quarant'anni l'avrebbero avuto con loro. Pure vi hanno tratti de le lettere leopardiane in cui il presagio de la morte è chiaro e solenne; basti ricordare le gravi e meste parole de l'ultima lettera al padre, che tanto ricorda quella di Torquato Tasso moribondo; forse egli, come molti ammalati, passava alternativamente da le illusioni a la coscienza del vero, fors'anco la speranza, la fiducia ch'egli mostrava di giungere ad una tarda vecchiezza, era un delicatotratto d'affetto verso gli ospiti amorosi, ch'egli non voleva affliggere di soverchio; ciò spiegherebbe ancora come egli mostrasse di non intendere quanto i medici napoletani gli dicevano chiaramente, più chiaramente che il Ranieri non avesse voluto, e cioè di qual gravità fosse il suo male.

Era il tempo de l'epidemia colerica, e mentre la carrozza attendeva i due amici e Paolina che dovevano recarsi in villa, il Leopardi si sentì male e desiderò il medico; ma, vedendo un po' turbato Antonio, si alzò, sorrise e lo rassicurò, stringendogli la mano. Mentre il Ranieri andava per il professor Mannella, Giacomo rimase con Paolina, che l'assistette e volle fosse adagiato sul letto, da cui tre volte egli si levò per rimettersi a mensa, sperando sempre di vincere il male e forse di dar animo a la buona amica. Quando Antonio ritornò col medico, il Leopardi era su la sponda del letto, appoggiato ad alcuni guanciali ammonticchiati per sostenerlo; sorrise e parlò col Mannella del proprio male e del desiderio di levarsi per andar in villa; ma il dottore accortosi de la fine imminente, avvertì di mandar tosto per un prete. Paolina era sempre a canto al moribondo, gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore, e a lei, secondo narra il Viani d'aver sentito da un amico di casa Ranieri, furon rivoltele ultime parole di Giacomo: «Ci vedo più poco.... apri quella finestra, fammi vedere la luce»; dopo le quali spirò senza acute sofferenze, in questo desiderio de la luce ch'egli avea abborrita talora, come simbolo de la verità crudele e nefasta.[65]

Il Chiarini, dopo aver notato che l'affetto, quand'è disinteressato e puro, d'una donna per un poeta è una de le più nobili ricompense serbate al genio, la più dolce per l'uomo che ha cuore,il più lusinghiero diploma di poesia, come dice il Sainte Beuve, ricorda che tal diploma ebbero Giorgio Byron, non già da Lady Carolina Lamb o da la contessa Guiccioli, ma da la ignota giovanetta inglese, che vicina a morire di consunzione gli scrisse per ringraziarlo del piacere che le avevano procurato le sue poesie; Alfredo de Musset non da la Sand, ma da la gentile madrina; ed Enrico Heine da la dolce sua Mouche. Questa gloriosa e delicata corona ebbe anche Giacomo Leopardi, che più de gli altri la meritava, perchè più soave e più profonda fece risuonar ne' suoi versi la nota de la passione e del dolore, rimanendo scevro de la licenziosità de gli altri; e l'ebbe da le candide mani di Paolina Ranieri.

«Ogni nobile scrittore,» scrisse il Sainte Beuve, «raccatta su la sua strada e si porta dietro i suoi nemici, i suoi invidiosi occulti,esseri ignobili, accaniti contro di lui, che si attaccano a lui e vivono di lui; è giusto che ci sieno al mondo alcune anime generose che lo compensino di ciò: è giusto che egli abbia le sue gioie nascoste, certe dolcezze di felicità riserbate a lui solo.»

***

Morto il Leopardi, Antonio e Paolina tornarono ne la casa paterna, forse per cercarvi un conforto o ad ogni modo perchè non v'era più ragione che ne stessero lontani. Due anni a presso tutta la famiglia mutò dimora e andò ad abitare nel palazzo De Flavis, di fronte a quella casa Giura del vico Pero, che doveva ricordar ai fratelli il caro defunto. Paolina ed Antonio, che non volevano lasciare il rione di Santa Teresa, nel 1851 fecero di nuovo famiglia da sè, andando ad abitare nel palazzo Mantone, dove più tardi Antonio comperò l'appartamento nel quale dimorava.

Qual fosse l'animo di Paolina dopo la morte del Leopardi non sappiamo, ma possiamo facilmente immaginarlo, se ripensiamo a l'affetto ch'ella gli avea dimostrato. Antonio dice che fu lei ad avere il primo pensiero del monumento che Michele Ruggiero eseguì e che rimane ne la chiesetta di San Vitale, modestosepolcro, ma tale da commuovere ogni animo gentile, come il Leopardi si era già commosso presso a l'umile tomba di Torquato Tasso in Sant'Onofrio.

«Là, — disse il Nencioni, — il suo cuore irrigidito si commosse — e il poeta di Nerina e d'Aspasias'inginocchiò e piansesu le ceneri del poeta di Erminia e di Armida.»

.... tomba fregiar d'uom ch'ebbe regnoVuolsi e por gemme ove disdice alloro:Qui basta il nome di quel divo ingegno(Alfieri.)

.... tomba fregiar d'uom ch'ebbe regnoVuolsi e por gemme ove disdice alloro:Qui basta il nome di quel divo ingegno(Alfieri.)

.... tomba fregiar d'uom ch'ebbe regno

Vuolsi e por gemme ove disdice alloro:

Qui basta il nome di quel divo ingegno

(Alfieri.)

Il sepolcro del grande Recanatese è vicino a quello di Virgilio ed a quello del Sannazzaro; ma egli non deve lamentarsene come gli pareva che avesse avuto a pentirsi il Guidi d'aver desiderato d'esser sepolto poco lungi dal cantore de la Gerusalemme; non ha da lamentarsene, perchè quale che sia la gloria del divino Virgilio, non mancheranno a le ceneri di lui, non meno grande del grande Latino e tanto infelice, le lacrime di una reverente pietà e di una calda ammirazione.

Pur nella tomba che la tua soverchiaDeclinò l'aurea stellaRavvivatrice del figliuol d'Anchise.Ti dorme accanto que' che un dì s'assisePresso la riva, e fe' dall'onde fuoriVeramente apparir Ninfe e Pastori.. . . . . . . . . . . . . . .D'amor cantando in mille dolci guise.Ahi sopra l'urne povere di fioriSol fa mesto lamentoTra foglia e foglia il vento,Nè paterno sospir vola ove giaci,Nè sorella ti diè gli ultimi baci;

Pur nella tomba che la tua soverchiaDeclinò l'aurea stellaRavvivatrice del figliuol d'Anchise.Ti dorme accanto que' che un dì s'assisePresso la riva, e fe' dall'onde fuoriVeramente apparir Ninfe e Pastori.. . . . . . . . . . . . . . .D'amor cantando in mille dolci guise.Ahi sopra l'urne povere di fioriSol fa mesto lamentoTra foglia e foglia il vento,Nè paterno sospir vola ove giaci,Nè sorella ti diè gli ultimi baci;

Pur nella tomba che la tua soverchia

Declinò l'aurea stella

Ravvivatrice del figliuol d'Anchise.

Ti dorme accanto que' che un dì s'assise

Presso la riva, e fe' dall'onde fuori

Veramente apparir Ninfe e Pastori.

. . . . . . . . . . . . . . .

D'amor cantando in mille dolci guise.

Ahi sopra l'urne povere di fiori

Sol fa mesto lamento

Tra foglia e foglia il vento,

Nè paterno sospir vola ove giaci,

Nè sorella ti diè gli ultimi baci;

scrisse la Giuseppa Guacci Nobile, che cantò molto gentilmente del Leopardi ne l'anno stesso de la morte di lui.

Secondo il Ranieri, grande parte ebbe Paolina nel preparare ed ordinare l'edizione dei due volumi di Giacomo Leopardi, fatta da Felice Le Monnier a Firenze; e se si vuole che Antonio abbia esagerato ne l'attribuire a leitutto in quella laboriosissima edizione, i pensieri manifestati ne la Vita, la correzione de le bozze, le dispute col revisore canonico Bini; non appare affatto repugnante a la verità ch'ella, vissuta in tanta intimità col poeta ed intelligentissima, potesse dare per quell'edizione qualche buon consiglio. Così certamente non sarà tutto vero quel che Antonio afferma riguardo a lei, e cioè di doverle il metodo d'intendere e di condurre la storia, iQuattro secoli, applicazione di tal metodo;La teorica del doloreeFrate Roccoe leVite di alcuni grandi italianie leOtto interpretazioni dantesche; e leAvvertenze circa il modo da tenere per rendere la Divina Commedia popolaree persino leMemorie giuridiche; ma si può senzatroppa credulità affermar tuttavia che Paolina, indivisibile dal fratello, vivendo con lui e per lui soltanto, abbia potuto, anzi dovuto interessarsi ai suoi lavori e dar qualche inspirazione specialmente a quelli che son opera più d'affetto che di dottrina, come laGinevra, che fu scritta quando Paolina era giovanissima, poco più che sedicenne, ma già abbastanza donna, perchè la causa dei poveri e de gli oppressi dovesse commuoverla, soprattutto perchè il suo cuore, in cui i sentimenti di una pietà materna erano innati, dovesse battere pei bimbi derelitti.

In causa de laGinevraAntonio Ranieri fu messo in carcere e vi rimase due mesi. «L'angelo mio mi fu sempre allato,» scrive; «mi rappresentava ad ora ad ora la felicità del patire per quei poveri bimbi derelitti; e mi fece di quella prigionia la più cara memoria della mia vita.»[66]Narra ancora il Ranieri come il marchese Carlo Torrigiani gli avesse chieste firme per una medaglia a Gian Pietro Vieusseux; e, coniate poi le medaglie, gli chiedesse a chi doveva mandarne. La lettera, letta da la polizia napoletana, fece credere chi sa che, immaginare che si trattasse di medaglie a Mazzini o a Garibaldi, ed Antonio fu di nuovo incarcerato. Paolina, che in villa aveva visto arrestare il fratello, corse a Napoli e si raccomandòad alcuni alti amici che ottennero subito la secreta venisse mutata ne la miglior sala de la questura, dove sorella e fratello rimasero fino al mattino seguente in cui vennero liberati.

Paolina amava ascoltare le parole dei liberali, animarli a l'opera, diffondere l'affetto patriottico e l'ardore di lotta, non sola in questa nobile impresa, cui tante altre insigni Napoletane parteciparono, ma non per questo men degna d'ammirazione. Il Ranieri non volle prender parte ai moti politici del '48, perchè, appartenendo come il suo amico Niccolini a la piccola schiera dei Ghibellini, non prestava fede ad un rivolgimento iniziato in nome del papa; il governo borbonico non potè quindi perseguitarlo e perciò la sua casa tra il '20 e il '60 fu un centro del movimento liberale napoletano, movimento cui Paolina prese parte con entusiasmo. Basilio Puoti, Carlo Pepoli, G. P. Vieusseux, Atto Vannucci, G. B. Niccolini, Giuseppe Giusti le furono amici, e le portò vivo affetto anche quella Lucia De Thomasis di cui il Ranieri scrisse l'elogio, dedicandolo a la propria sorellache l'amò tanto. In onore di Paolina, narra Antonio, il Giusti lesse a veglia per la prima voltaIl Gingillino, e tra le carte del Ranieri si conserva l'autografo di questa poesia con una dedica affettuosissimadel poeta a la donna gentile. Quando nel 1860 i liberali, combattendo contro i Borboni, cadevano eroicamente, Paolina non aveva altro pensiero che quello di lenire le sofferenze dei feriti e dei moribondi, cui preparava filaccie, fasciature, biancheria, mandava aranci e limoni; li volle anche assistere di persona, dopo la battaglia di Capua. Secondo narra lo stesso Antonio, un garibaldino disse a Paolina: «Non soccorra quell'altro, che è un soldato del Borbone,» ed ella, accorrendo pietosa a quel nemico, esclamò ad alta voce: «Qui non c'è che fratelli.» Ne l'ottobre del '60 una deputazione di Napoletani si recò da Vittorio Emanuele, che trovavasi con l'esercito ne le Marche perchè valicando i confini de l'ex regno entrasse in Napoli; di quella deputazione col Settembrini, il Dragonetti, il Bonghi ed altri insigni fece parte anche Paolina. Durante la guerra del 1866 ella mandava pure ai feriti tutti i soccorsi che poteva.

Vennero per lei giorni più tranquilli, quando ritornata in calma l'Italia e divenuto ricco il fratello, che dopo la morte del Leopardi si diede ad esercitare l'avvocatura e vi trovò fortuna, tutto pareva arriderle, ma forse, benchè con rara abnegazione ella si fosse dedicata tutta ad Antonio, rifiutando le invidiabili proposte di matrimonio che le erano state fatte da uominipreclari (fra i quali, mi fu detto, Giuseppe Giusti) talvolta, affettuosissima qual era, ella sentì il rincrescimento di non aver una famiglia propria. Amò i poveri con vivissimo affetto e trovò in essi, ne la loro riconoscenza ai suoi benefizi, un soave conforto. Sempre dolce e pazientissima, sopportava, senza quasi avvedersi del proprio sacrifizio, le stranezze divenute con l'età sempre più frequenti nel carattere d'Antonio; e de la casa di lui fece modestamente gli onori nei diciott'anni in cui egli fu deputato di Napoli; mai si allontanò dal fratello, nè pur quand'egli dovette frequentemente viaggiare per recarsi al Parlamento, benchè tali viaggi per lungo tempo senza ferrovie, riuscissero assai disagevoli. A Firenze, dove ella venne spesso con Antonio, seppe acquistarsi la stima e l'amicizia d'uomini insigni: basti fra questi aver ricordato G. B. Niccolini.

Singolare fra le sue virtù fu la modestia: narra Antonio che un dì a Firenze ella andava esponendogli certi suoi altissimi concetti su la storia dei popoli, quando presso la Santissima Annunziata incontrarono Gino Capponi, e benchè Antonio si studiasse senza affettazione di vincere la consueta ritrosia de la sorella, non gli fu possibile farle più uscire da le labbra una parola dei ragionamenti dianzi esposti contanta limpidità. Ma se, come già dissi, non si voglia considerare autorità sufficiente la parola del Ranieri, oppresso dal dolore per la perdita di quella cara, non è possibile porre in dubbio l'alta virtù del suo cuore e mai, de le tante gentili manifestazioni di questa virtù, niuno seppe cosa alcuna da lei.

Il Ranieri, che adorava la sua Paolina, rimase colpito da terrore vedendola cader malata di uno scirro al petto, e invano tutto tentò per salvarla, da le cure più affettuose, ai consigli dei medici più illustri. Quand'egli la perdette (il 12 ottobre 1878) non fu dolore il suo, ma disperazione, e tale che le lacrime non la calmavano, gli amichevoli uffizi de le più care persone non riuscivano a dargli il minimo conforto; ad una signora egli scriveva: «Tutto mi rammenta, tutto mi commuove, tutto è per me lacrime, singhiozzi, convulsioni inenarrabili, incomprensibili. Io spero che Iddio mi salverà presto da un tale inaudito martirio.» E chiudendo il suo discorso su la morte de la sorella diceva: «Non seppi, fra gli spasimi e gli strazi che mi distruggono, trovare altro conforto, che deporre queste lacrime e queste rozze e tumultuarie parole, nel vostro seno fraterno. Troppe altre me ne resterebbe a dire: ma non ne avrò il tempo. Sopravvivere mi è impossibile: ed ho una viva speranza, anzi unprofondo presentimento, che Iddio richiamandomi in breve ora a sè e ricongiungendomi all'angelo suo e mio, s'inclinerà a liberarmi da un dolore sterminatamente più grande di quel tanto che la natura mortale può sopportare.»

Antonio fece erigere a Paolina un sepolcro marmoreo nel campo santo ed un grande bellissimo monumento ne la chiesa di Santa Chiara, dove sono le tombe degli Angiò e dei Borboni. Il monumento, cui cooperò l'arte del Morelli, del Solari, del Ruggiero e del De Marco, rappresenta la Ranieri giacente, bella, ma con un'espressione di stanchezza e di sofferenza ne la snella persona e nel volto gentile, appoggiato a la mano; ha gli occhi socchiusi e tiene un libro ne la sinistra. Antonio visitava spesso, e mai senza lacrime, quel monumento, e volle ricordata la pia sorella anche ne la chiesetta popolare di Piedigrotta, vicina al luogo ov'ella nel 1860 aveva assistito i feriti garibaldini de la battaglia del Volturno; un medaglione di marmo vi rappresenta l'effigie di Paolina.[67]Il ricordo di lei rimase incancellabile ne l'anima del fratello e così doloroso da turbargli la salute ed in parte anche la ragione.

Per onorare la memoria de la perduta egli fece leggere, a l'Accademia di Archeologia, Belle Lettere ed Arti dal segretario Minervini,un discorso che la ricorda e che se pure esagerato in qualche parte, doveva aver gran fondamento di verità per poter venir letto in quel serio consesso, dove gli accademici, quasi tutti napoletani, non avrebbero potuto rimaner facilmente ingannati: essi, e se si vuole anche per pietà del collega e per procurargli un conforto, adottarono la fratellanza di Paolina, che considerarono degna di non perituro ricordo per le sue virtù e per quanto lega il suo nome a la storia de le lettere italiane ed a quella de la nostra politica unità.

L'Accademia de la Crusca, ringraziando il Ranieri che aveva fatto donare a ciascun accademico le parole da lui dettate in morte de la sorella, gli scriveva: «I dolori di Giacomo Leopardi non potranno mai essere ricordati disgiuntamente dalle consolazioni onde furono alleviati dalla sorella di Antonio Ranieri; e se in Giacomo ammiriamo la mente, nella Paolina amiamo il cuore.» Il Ranieri rispondendo, ricordava la devozione de la sorella per quelsacrario del Verbum italiano, e gli studi che su la lingua di Toscana aveva fatto la eletta donna. In un'altra Lezione tenuta ne la Società Reale il Ranieri dava notizie di una scoperta linguistica attribuendola a la sorella, vantando in lei unintuito fulmineo, una viva luce di singolare intelletto. Intitolandolei suoiScritti vari, Antonio scrive: «No, angelo di Dio, fra te e me non v'è più Tempo. V'è solo l'eternità perchè sola ci ricongiunge... La tua vita è stata un raggio celeste, cui il Sommo Amore consentì che si fosse prolungato, alcun tempo, sulla Terra. Dov'è, su questa Terra la cosa santa sulla quale quel santo raggio non si sia ripercosso?»

Tutto il patrimonio (di 720,000 lire circa) lasciò il Ranieri al Monte della Misericordia di Napoli, perchè con esso venisse formata unaConfidenzaoMonte Paolina Ranieri, avente per iscopo la fondazione di un ospedale pei bimbi e le bimbe o per le sole fanciulle dai tre ai dodici anni, ospedale che dovrà intitolarsi pure al nome di Paolina.

***

Due anni dopo la morte de la sorella, Antonio Ranieri pubblicava iSette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi; io credo che se la sua gentile Paolina fosse vissuta, i consigli di lei avrebbero potuto, quel che non poterono le parole del fratello Giuseppe, dissuader l'autore dal dare al pubblico il disgraziato libro, il quale non menoma punto l'ammirazione, accrescendo la pietà pel poeta di Silvia e di Nerina, ma offusca quel raro esempio d'amiciziache gl'Italiani erano ormai abituati a venerare. Forse Antonio non avrebbe nè pure scritto quel libro, mentre gli stava a fianco la pia, cui da la sovrana infelicità del Leopardi non era venuto alcun senso di repugnanza, di egoistica sofferenza propria, ma che sentì invece con l'ammirazione per quel grande spirito, il bisogno gentile di alleviarne gl'immensi mali, l'attrattiva che avvince ladonna veraa chi soffre.


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