TERESA CARNIANI MALVEZZI.

TERESA CARNIANI MALVEZZI.

A Bologna Giacomo Leopardi trovò così liete accoglienze, quando vi stette alcuni giorni mentr'era diretto a Milano, chiamatovi da lo Stella, che partendone aveva già deciso di ritornarvi per un lungo soggiorno. A pena ebbe combinati con l'editore milanese gli elementi de le due edizioni latina e latina italiana de le opere di Cicerone e compilatine i programmi ne le due lingue, il 26 settembre 1825 partiva da Milano e la mattina del giorno 29 era a Bologna, dove prese a pigione un appartamentino in casa diun'ottima e amorevolissima famiglia, gli Aliprandi, che abitavano presso il teatro del Corso in casa Badini. Essi pensavano anche al suo vitto ed al servizio, chè egli accettava di rado e poco volontieri i molti inviti a pranzo continuamente fattigli. Le premure de' suoi ospiti gli erano care in sè, e piùcare perch'egli capiva che la grande stima in cui lo si teneva era causa di questi riguardi. Troppo aveva sofferto nel borgo natio, vedendosi disprezzato perchè d'aspetto infantile, deforme, misero, perchè amante de la solitudine e tutto dato ai libri, dovendo a sua volta disprezzare quei coetanei e compaesani che non si curavano d'esser qualche cosa, si davano da sè il nome d'ignoranti e gli predicavano che con gli anni egli avrebbemesso giudizioe cioè abbandonati gli studi. Quel suo somigliare un grande ingegno (e certo pensava a sè) apprezzato in Recanaticome la gemma nel letamaioricorda l'orgoglio dantesco del

Faccian le bestie fiesolane strameDi lor medesme, e non tocchin la pianta,S'alcuna surge ancor dal lor letame,In cui riviva la sementa santaDi quei Roman, che vi rimaser, quandoFu fatto il nido di malizia tanta.

Faccian le bestie fiesolane strameDi lor medesme, e non tocchin la pianta,S'alcuna surge ancor dal lor letame,In cui riviva la sementa santaDi quei Roman, che vi rimaser, quandoFu fatto il nido di malizia tanta.

Faccian le bestie fiesolane strame

Di lor medesme, e non tocchin la pianta,

S'alcuna surge ancor dal lor letame,

In cui riviva la sementa santa

Di quei Roman, che vi rimaser, quando

Fu fatto il nido di malizia tanta.

Pure egli non era scettico ancora, sapeva che il mondo è bello, chetante cose belle ci han fatto gli uomini, che vi son tanti uomini buoni e grandi; e avrebbe voluto darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane; ma in un mondo che lo allettasse e gli sorridesse, che splendesse, sia pure di luce falsa; non ne la società di Recanati che lo faceva dar in dietro a prima giunta, glisconvolgevalo stomaco, glimuoveva la rabbia. A Bologna gli parve di rivivere: è vero che quei letterati temendo di trovarlo superbo e soverchiatore lo guardarono da prima con invidia e con sospetto, ma la sua modesta affabilità e quelle maniere semplici che son proprie di tutti i grandi uomini, pur essendo prese dai volgari per indizio di poco valore, com'egli stesso osservò, gli conciliarono presto le simpatie generali; e gli stessi dotti finirono per festeggiarlo, per fargli visite frequenti e per dichiarare che la sua presenza era un acquisto per Bologna. Tuttavia l'inverno passò triste per lui, che soffriva assai pel freddo, si sentivasenza appoggio e senza amore, e non godeva buona salute, specialmente al principio de la stagione cattiva. I primi giorni de la primavera gli apportarono forza e letizia e un compiacimento d'amor proprio per l'invito di recitare qualche cosa ne l'accademia dei Felsinei, ov'egli, in presenza del Legato e de la più alta nobiltà bolognese, lesse infatti l'Epistola al Pepoli, che gli diede ne la città fama ancor più diffusa e gli procurò nuove conoscenze. Tra queste va annoverata quella de la contessa Teresa Carniani Malvezzi, una de le donne più colte e più note de la Bologna di quel tempo.

***

Da Cipriano Carniani ed Elisabetta Fabbroni era nata a Firenze nel 1785 Teresa, che, bambina ancora, dimostrava, così bella intelligenza da invogliar ad istruirla il suo dotto zio Giovanni Fabbroni. Con lui, volonterosa, ella si diede ad approfondirsi ne la geometria, e con lui avrebbe compiuto più alti studi, se la madre, che voleva abituarla a le cure domestiche, lo avesse permesso. Meglio pel suo avvenire parve il darle solo qualche cognizione superficiale d'inglese e di francese, di musica e di disegno. Non aveva che sedici anni quando il conte Francesco Malvezzi de' Medici, bolognese, s'innamorò di lei, che senz'essere bellissima, era tuttavia graziosa e piacente co' suoi bei capelli biondi, la fronte alta e candida, la figura snella e soprattutto con la sua gentilezza di modi e la sua intelligenza. Lo sposo apparteneva ad un'antichissima famiglia, che aveva avuto feudi importanti ne l'Emilia, in Lombardia e nel Napoletano, famiglia ricordata anche dal Muratori fra le più nobili d'Italia.

Nel novembre del 1802 Teresa col Malvezzi andò a Bologna, dove visse quietamente e lietamente, frequentando la buona società, senza perdervi l'amor de la famiglia: ebbe trefigliuoli e le morirono, due a pena nati, la terza di sei anni; poi, il 10 settembre 1819 le nacque un altro maschio, Giovanni, che al suo cuore affettuoso diede tutte le sante gioie de la maternità. Poco occupata da le cure domestiche, la giovane contessa, trovandosi ad aver libera gran parte de la giornata, benchè volesse essere la prima e premurosissima maestra del suo bambino, pensò di impiegare utilmente e con diletto le ore d'ozio, ritornando a gli studi, che di mal grado aveva lasciati, allettata anche da la magnifica biblioteca, raccolta dal suocero suo, dottissimo bibliografo. Più di tutto l'attraeva la poesia, per la quale aveva avuto fin da bambina un grande trasporto e di cui le impressioni sentiva profonde ne l'anima, commovendosene spesso fino a le lagrime. Con l'amore de gli studi sorse in lei il desiderio di conoscere i letterati di cui sentiva far le lodi, e di molti ottenne ben presto l'amicizia: l'abate Giuseppe Biamonti, professore di eloquenza ne l'Università di Bologna, coltivò l'ingegno di lei, dandole lezioni di filosofia e facendole conoscere i principali classici greci; più che maestro, egli le fu amico affezionatissimo, e nei dotti colloqui gli piaceva di comunicarle le proprie osservazioni intorno a Platone e notare ne le risposte di lei il bell'ingegno e il vivo sentimento ch'ella dimostrava. Partito da Bologna,non solo non la dimenticò mai, ma si compiacque di scriverle lunghe lettere, di parlarle diffusamente de' suoi studi, di ricordare le belle ore passate a lei vicino, in città od in villa, di desiderare d'esserle presso per leggerle le sue cosee vedere nel suo volto quale impressioneproducesseronell'anima sua bella.[36]La consolava ne le sventure che l'afflissero (nel 1817 essa perdeva una sorella e ne rimaneva dolentissima), parlandole con quella pietà religiosa, che era fervente in ambidue; le inviava anche i propri lavori stampati e gradiva assai le lodi di lei. Come unamicostimato e caro, piuttosto che come una dama, la trattava anche Paolo Costa, che pure le chiedeva i suoi consigli e fidava ne la sua dottrina e nel suo gusto; a proposito de l'opuscoloDella sintesi e dell'analisi, inviandogliene il manoscritto prima di farlo mettere in buona copia, egli la pregava di leggerlo e notare i luoghi che non le fossero sembrati abbastanza chiari, e d'avvisarlo quando egli potesse andar ad ascoltar le sue osservazioni.[37]

La rimbombante armonia del Frugoni abbagliò da prima la donna studiosa, che nei suoi giovanili tentativi si lasciò andare a l'imitazione di quel poeta: imitazione da cui Paolo Costa la ritrasse, insegnandole l'analisi de leidee e facendole gustare i classici italiani. Intanto col Mezzofanti, allora semplice prete, aveva ripreso la lingua inglese, e con Olimpia De Bianchi, dotta signora, amica di Madame de Staël, lo studio de la lingua e de la letteratura francese; da sè stessa si occupava del latino, e col Garattoni si consigliava circa il modo di studiare più efficacemente Cicerone. Con questi letterati frequentarono pure in vari tempi la sua casa lo Strocchi, che le spiegò Orazio e Virgilio, il marchese Angelelli, l'Orioli, l'Azzoguidi, il Testa, Don Apponte, la Tambroni, il Prandi, il Pozzetti, il Butturini, il Perticari, i cardinali Lante e Spina. Amicissimo le fu il Monti, che ebbe per lei molta stima e vivo affetto e che ne le piacevoli conversazioni in casa Malvezzi cantò in un'ottava estemporanea le lodi de la contessa:

Bionda la chioma in vaghe trecce avvoltaEd alta fronte ov'è l'ingegno espresso;Vivace sguardo, che ha Modestia accolta.Non in tutto nemica al viril sesso;Bocca soave in che d'Arno s'ascoltaLo bello stile, ond'ha fama il Permesso;Agil persona, dolci modi e vezzi,I pregi son della gentil Malvezzi.

Bionda la chioma in vaghe trecce avvoltaEd alta fronte ov'è l'ingegno espresso;Vivace sguardo, che ha Modestia accolta.Non in tutto nemica al viril sesso;Bocca soave in che d'Arno s'ascoltaLo bello stile, ond'ha fama il Permesso;Agil persona, dolci modi e vezzi,I pregi son della gentil Malvezzi.

Bionda la chioma in vaghe trecce avvolta

Ed alta fronte ov'è l'ingegno espresso;

Vivace sguardo, che ha Modestia accolta.

Non in tutto nemica al viril sesso;

Bocca soave in che d'Arno s'ascolta

Lo bello stile, ond'ha fama il Permesso;

Agil persona, dolci modi e vezzi,

I pregi son della gentil Malvezzi.

Per lei componeva anche alcune sciarade e trascriveva di propria mano alcuni versi («Il mioRequiem Æternamall'anno '13»).

La gentile accoglienza che questi dotti ricevevano da la contessa, la sua grazia nobilmenteaffabile e dignitosa era da loro, anche lontani, ricordata a lungo: il Monti da Milano le scriveva due volte (10 novembre e 13 novembre 1813); molto la pregiava anche il Pindemonte, il quale a proposito di lei scrisse una volta ad Antonio Papadopoli: «La signora Malvezzi è per verità donna rara ed io sempre più imparo a stimarla.»

Queste dotte amicizie l'animavano ne gli studi, ch'ella coltivava sempre con più profondo interesse ne la sua vita piuttosto ritirata, ma non tanto che non le desse esperienza de gli uomini e de le cose: frutto di tali studi furono i volgarizzamenti de laRepubblica(Bologna, Marsigli, 1827, in 16º di pagg.VIII-164), de laNatura degli Dei(Bologna, Masi, 1828, in 16º di pagg.XII-170; Milano, Silvestri, 1836), de laDivinazione e del fato(Bologna, Dall'Olmo, 1830, in 16º di pagg.XVI-180), delSupremo de' beni e de' mali(Bologna, Sassi alla Volpe, 1835, in 16º di pagg. 240) e delLucullo, ossia del secondo de' primi due libri accademici di Cicerone(Bologna, Volpe al Sasso, 1836, in 16º di pagg. 105).

Questi volgarizzamenti, fatti con molta diligenza e dettati in quello stile elegante e sostenuto che loro si conveniva, piacquero ai dotti e furono accolti benevolmente dal pubblico, che ammirò la severità de la coltura ne la nobile signora. Urbano Lampredi scriveva daNapoli a Teresa Malvezzi: «Mi dispiace molto che non se le si sia presentato l'occasione di farmi avere la sua versione dellaRepubblica di Cicerone. Ne parlammo nello scorso agosto a Sorrento col celebre scopritore mons. Mai; anzi fu egli stesso che me ne diede la notizia, commendando molto questo di Lei nobile lavoro.» E Giuseppe Mezzofanti giudicava così il volgarizzamento delSupremo dei beni e dei mali(lett. 4 dic. 1835):

«Più volte, insino da miei teneri anni, lessi nell'aureo sermone del Lazio i Libri, ne' quali Marco Tullio ricerca ilSupremo dei beni e dei mali. Con diletto nuovo li rileggo ora, da Lei, Sig.ª Contessa, volgarizzati. Pare che Cicerone stesso, fatto toscano, in riva all'Arno disputi di filosofia, e con le grazie di nostra lingua adorni i suoi ragionari. Io seco Lei mi congratulo, e godo meco medesimo ripensando all'onore ch'Ella mi fece, allorchè volle un tempo che io Le fossi osservatore de' felici suoi progressi ne lo studio degl'idiomi.»

Da l'inglese la Malvezzi tradusse in versi sciolti ilRiccio rapitodel Pope (Bologna, Nobili, 1822) ed ilMessia, egloga del Pope medesimo (Bologna, Nobili, 1827), e di questo volgarizzamento è notabile che fece una diffusa recensione Salvatore Betti nelGiornale Arcadico, settembre 1827. Fra i lavori de la contessa sono inoltre degni di considerazione iseguenti:Alla Maestà di Carlo IV Imperatore esortazione di Francesco Petrarca per la pace d'Italia, volgarizzata da T. C. M. (Firenze, per il Magheri, 1827);Firenze tornata al Granducal Governo l'anno 1815(Bologna, Tipi Governativi alla Volpe, 1854), 31 ottave senza nome d'autore. L'esemplare che si trova ne l'Archivio Malvezzi de' Medici ha correzioni di mano de la contessa Teresa.

Molto si dilettò nel dettare poesie originali, pur riconoscendo modestamente ch'esse non erano gran cosa, tanto che di propria mano, sopra un fascicoletto in cui le aveva raccolte, scriveva: «Questo è il saggio de' miei primi e de' miei ultimi versi e dirò quasi tutti improvvisati. Il cielo mi perdoni.» Queste sue poesiole, se non hanno la vera e grande inspirazione poetica, il soffio divino che crea, l'ardore che infiamma le anime, rivelano insieme a una coltura non comune, specialmente in donna, un'indole dolce e malinconica, tenera ne gli affetti, profonda ne le impressioni de la natura e del bello. Spesso nei sonetti la Malvezzi imita il Petrarca ch'ella prediligeva fra i poeti nostri e di cui scrisse:

No, che alla mesta e dolce melodia,Onde 'l Cigno di Sorga la beltateCanta, e 'l valor di Lei, che in le beateSedi levò sua somma leggiadria,Un cuor di tigre o d'orso non potriaFrenare il pianto, e non sentir pietate;

No, che alla mesta e dolce melodia,Onde 'l Cigno di Sorga la beltateCanta, e 'l valor di Lei, che in le beateSedi levò sua somma leggiadria,Un cuor di tigre o d'orso non potriaFrenare il pianto, e non sentir pietate;

No, che alla mesta e dolce melodia,

Onde 'l Cigno di Sorga la beltate

Canta, e 'l valor di Lei, che in le beate

Sedi levò sua somma leggiadria,

Un cuor di tigre o d'orso non potria

Frenare il pianto, e non sentir pietate;

e ne l'ammirazione di lui sentiva un modesto scoramento a tentarela difficile via del sacro monte. Talvolta la sua mestizia giunge a la tristezza; al zeffiretto che le si aggira intorno mentr'ella è lontana da l'amato dice:

Tu testimon de' miei dogliosi accenti,Digli come nel duol morta ho ragione,Di quale acuto stral trafitto ho il core.E digli come a' miei giorni dolentiSpeme nessuna mai limite pone,Sin che propizio a me nol guida amore.

Tu testimon de' miei dogliosi accenti,Digli come nel duol morta ho ragione,Di quale acuto stral trafitto ho il core.E digli come a' miei giorni dolentiSpeme nessuna mai limite pone,Sin che propizio a me nol guida amore.

Tu testimon de' miei dogliosi accenti,

Digli come nel duol morta ho ragione,

Di quale acuto stral trafitto ho il core.

E digli come a' miei giorni dolenti

Speme nessuna mai limite pone,

Sin che propizio a me nol guida amore.

E poco diversamente, ma con malinconia molto più nera, cantava altra volta:

. . . . . . . . . . . . .io non sapreiTant'eloquenza aver quanti ho martiri.E ripetendo questi mesti accenti,Deh non tacer che'l duol morta ha ragione,E qual pungente stral m'ha fitto in core.E poi di' come a' miei giorni dolentiSpeme nessuna mai termine pone,Se non sia morte a por fine al dolore.

. . . . . . . . . . . . .io non sapreiTant'eloquenza aver quanti ho martiri.E ripetendo questi mesti accenti,Deh non tacer che'l duol morta ha ragione,E qual pungente stral m'ha fitto in core.E poi di' come a' miei giorni dolentiSpeme nessuna mai termine pone,Se non sia morte a por fine al dolore.

. . . . . . . . . . . . .io non saprei

Tant'eloquenza aver quanti ho martiri.

E ripetendo questi mesti accenti,

Deh non tacer che'l duol morta ha ragione,

E qual pungente stral m'ha fitto in core.

E poi di' come a' miei giorni dolenti

Speme nessuna mai termine pone,

Se non sia morte a por fine al dolore.

A le anime beate, che si levarono al soggiorno del cielo e che rifulgonoal vero sole intorno, dove non può turbarlemai tenebra alcuna, chiede perchè la morte, alfine pietosa, non liberi la sua misera anima, sì ch'ella pure goda il cielo presso a loro, e sospira:

Posa quindi sperar forse l'oppressoMio cor potria, chè qui null'altra calmaPorta conforto a mia vita affannosa.

Posa quindi sperar forse l'oppressoMio cor potria, chè qui null'altra calmaPorta conforto a mia vita affannosa.

Posa quindi sperar forse l'oppresso

Mio cor potria, chè qui null'altra calma

Porta conforto a mia vita affannosa.

Al Monti, che le chiedeva quale fosse il fiore ch'ella desiderava dedicato a lei nel giardino de la Feroniade, rispondeva preferendo il giglio soletto ed umile tra le selve, vago tra le siepi incolte, immagine di quella virtù, che può tanto in un cuore gentile. Tra le sue liriche hanno pure pregio un'anacreontica al conte Prospero Ranuzzi suo zio, patrizio benefico e colto, e alcuni versiIn morte di Vincenzo Monti.

La principale sua opera poetica è il poemettoLa cacciata del tiranno Gualtieri accaduta in Firenze l'anno 1343: di cui i primi tre canti furono pubblicati a Firenze dal Magheri nel 1827 (in opuscolo in 16º di pagg. 73). Nel 1832 esso uscì compiuto a Bologna da la tipografia Nobili (in 16º di pagg. 175).

L'argomento è ricavato da la cronaca di Giovanni Villani e da la storia di Bologna del Ghirardacci; le descrizioni di luoghi e di paesaggi da laMontagna bolognesedel Calindri. Nella prefazione la contessa scrive:

«Da lungo tempo bramosa di dare al meglio che per me si potesse un testimonio di filiale alletto alla dolce mia patria, considerai che la cacciata del tiranno Gualtieri, azione per sè medesima tanto meravigliosa e che apre largo campo a tutti e sì vari affetti, poteva, raccogliendosene tutti i particolari, essere materia a un poemetto.»

Capo de la congiura è immaginato un giovanedi ventitrè anni, Averardo di Chiarissimo, avo di Cosimo de' Medici, e per intrecciare la favola l'A. trae partito de la nota amicizia fra Taddeo Pepoli, signore di Bologna, e il tiranno Gualtieri. La materia divisa in nove canti fu trattata in versi sciolti, in vero non sempre armoniosi, ma correttissimi ed eleganti.

Il meraviglioso è derivato dal Cristianesimo, e de le figure mitologiche bandite, tengon luogo le personificazioni di vizi, virtù e sentimenti, le apparizioni d'angeli, l'intervento celeste e quello infernale. Ne la protasi s'invoca la Virtù, che sublima agli eterni secreti le anime eche si sta in cielo veracemente diva. La poetessa narra poi de le crudeltà di Gualtieri, a la cupa figura del quale oppone quella celestialmente luminosa di Angelo degli Acciaioli, arcivescovo di Firenze, implorante da Dio pace su la città oppressa; al santo vecchio una visione scopre vicina, per opera di Averardo, la libertà sognata, fa intravedere i grandi che verranno da la stirpe medicea, e persuade il tentativo d'andar a rimproverare e consigliare il duca, che gli risponde superbamente e non trema punto a le profetiche minaccie di lui. Tornato al tempio, il sacerdote vi trova Averardo, che fuor di sè per lo sdegno e il dolore, lamenta l'uccisione di Naddo Oricellai e la tirannia di Gualtieri, del quale tante vittime invocano vendetta. L'Acciaioli manda l'ardentegiovane da Taddeo Pepoli per esporgli l'infelice condizione di Firenze e commuoverlo così da toglierlo a l'amicizia del duca e ottenerne aiuto di armi e di uomini. Qui finisce il primo canto.

Satana, già roso dal dispetto pel preveduto trionfo de' Medici, s'infiamma di collera, quando giunge laDiscordiaad annunciargli che in Toscana ogni gente si ribella a l'inferno e a Gualtieri, animata dal santo zelo che ha diffuso ne le anime un messaggero celeste. E qui segue un concilio infernale, imitato da laGerusalemmedel Tasso; vi grandeggia la figura di Satana colorita di tinte virgiliane, figura che, come il Mauro Atlante su gli altri monti, si estolle alteramente con le spalle e col capo su gli altri spiriti infernali: gli occhi ha torti e rossi come bragia, la lunga barba affumicata e mista di pel rosso come i capelli, che incolti e rabbuffati gl'ingombrano gote, spalle e petto.

Bélial vanta le glorie de l'inferno in terra, ma Satana non ne è pago, poichè teme de la filosofia divina, di cui la luce va diffondendosi nel mondo, dove è già nato in Amalfi Flavio Gioia, che inventerà la bussola, e sono non lungi la scoperta de l'America e l'invenzione de la stampa. Minacciando a l'Italia sorgono nel concilio infernale l'Ipocrisia, l'Invidia, ilTradimentoe laSimulazione; e Satana impone che tutto il suo regno si adoperi in favore diGualtieri. La malignaFamas'abbatte a Firenze in Morozzo, amico del duca, e lo manda a rivelare la congiura al tiranno, il quale lieto e fidente, perchè Averardo volontariamente si allontana da la città,

Inganno e frode in quel parlar travede,

Inganno e frode in quel parlar travede,

Inganno e frode in quel parlar travede,

e fa uccidere il delatore, che, spirando, maledice a lui ed a la fedeltà serbatagli. Qui termina il secondo canto.

Averardo con l'amico Adimari e lo scudiero si è avviato verso Bologna: passa da Cafaggiolo, che doveva più tardi accogliere Leone X bambino; da Fiorenzuola, edificata da la repubblica fiorentina per frenare le ribellioni degli Ubaldini; da Campeggio, patria di Ugolino da Campeggio, famoso capitano di Pisa; da Loiano, dove un dì soggiornò la contessa Matilde:

. . . .quella scaltra indomita guerriera,Che del German lo insuperbito imperoArdita scosse, e fe' crollarne il trono.

. . . .quella scaltra indomita guerriera,Che del German lo insuperbito imperoArdita scosse, e fe' crollarne il trono.

. . . .quella scaltra indomita guerriera,

Che del German lo insuperbito impero

Ardita scosse, e fe' crollarne il trono.

Nella selva de' Burelli trova seduto sopra un margine verdeggiante e fiorito un uomo pensoso, che sta scrivendo:

Da Certaldo ad onorar FiorenzaScese già pargoletto e il gentil coreAccese allo splendor de' bei costumiE della leggiadrissima vaghezzaDi valorose donne.

Da Certaldo ad onorar FiorenzaScese già pargoletto e il gentil coreAccese allo splendor de' bei costumiE della leggiadrissima vaghezzaDi valorose donne.

Da Certaldo ad onorar Fiorenza

Scese già pargoletto e il gentil core

Accese allo splendor de' bei costumi

E della leggiadrissima vaghezza

Di valorose donne.

È il Boccaccio, che saputo lo scopo di Averardo, si accompagna a lui e lo conduce innanzi al Pepoli, cui il giovine messo narra le crudeltà di Gualtieri e il proposito dei Fiorentini di riacquistare a qualunque costo la libertà. Il signore di Bologna risponde gentilmente che amerebbe dare aiuto alla città amica, ma che prima vuol ponderare quale sia l'avviso migliore e, invitati intanto gli ospiti a le nozze di suo figlio, li conduce ne la sala dove stanno apparecchiate le mense. Sopravviene Francesco Petrarca insieme a Giotto:

. . . . . . . . . .dipintor sublimeChe a Cimabue tolse dell'arte il grido;

. . . . . . . . . .dipintor sublimeChe a Cimabue tolse dell'arte il grido;

. . . . . . . . . .dipintor sublime

Che a Cimabue tolse dell'arte il grido;

il primo reduce dal trionfo di Roma, trattenuto a Bologna dal Pepoli per rendere le nozze piùregali e conte; il secondo, andato a dipingere il palazzo de gli sposi. Messer Francesco accompagna Averardo e il Boccaccio ad ammirare le pitture di Giotto, li seguono i principali patrizi bolognesi, fra cui Bittin de gli Angelelli:

. . . . . . . . . .e grave in vista,Seco venia quel nobil de' Malvezzi,Giulian, de l'arme e della patria onore.

. . . . . . . . . .e grave in vista,Seco venia quel nobil de' Malvezzi,Giulian, de l'arme e della patria onore.

. . . . . . . . . .e grave in vista,

Seco venia quel nobil de' Malvezzi,

Giulian, de l'arme e della patria onore.

E qui finisce il canto terzo.

Satana veduta venirne a l'inferno l'anima di Morozzo, monta in furore e minaccia tutti gli spiriti dannati: ilTradimento, prendendoaspetto di Francesco Brunelleschi, annuncia al Buondelmonte i tentativi di Averardo, e quegli, riuniti gli amici, corre con loro al palazzo ducale e rivela il pericolo a Gualtieri, che, sgomento, si ode consigliare da l'uno il richiamo in patria de le famiglie offese e la clemenza, da gli altri la crudeltà, l'uccisione del Medici, il tradimento. Il duca risolve di tentare a vicenda le arti e la violenza: a Guglielmo affida la vigilanza de la città; manda Buondelmonte a Bologna, Cerrettieri a levare armi ed armati; ritiene Baglioni presso di sè. Il Pepoli intanto festeggia solennemente le nozze del figlio, descritte da la Malvezzi con bella efficacia pittorica; a rallegrare tali nozze venne da Avignone la Corte d'amore, presieduta da Fannetta da Romanino: Amore è così invocato:

Salve stella d'Amor, salve o Fanciullo,Salvete, o Grazie, cui sfavilla Amore!Per voi riprende vita e prende forma,Per voi risplende di letizia veraTutto che il mondo ingenera e governa.Perdon le belve la natía ferocia,L'uom gentilezza acquista e s'avvalora,. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .Almo fuoco d'Amor, per te bellezzaSfavilla e irradia delle grazie il riso!Qui giovani e donzelle ergete i canti,Qui date a piene man ligustri e rose,Che doni son d'Amor grazia e beltate.

Salve stella d'Amor, salve o Fanciullo,Salvete, o Grazie, cui sfavilla Amore!Per voi riprende vita e prende forma,Per voi risplende di letizia veraTutto che il mondo ingenera e governa.Perdon le belve la natía ferocia,L'uom gentilezza acquista e s'avvalora,. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .Almo fuoco d'Amor, per te bellezzaSfavilla e irradia delle grazie il riso!Qui giovani e donzelle ergete i canti,Qui date a piene man ligustri e rose,Che doni son d'Amor grazia e beltate.

Salve stella d'Amor, salve o Fanciullo,

Salvete, o Grazie, cui sfavilla Amore!

Per voi riprende vita e prende forma,

Per voi risplende di letizia vera

Tutto che il mondo ingenera e governa.

Perdon le belve la natía ferocia,

L'uom gentilezza acquista e s'avvalora,

. . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Almo fuoco d'Amor, per te bellezza

Sfavilla e irradia delle grazie il riso!

Qui giovani e donzelle ergete i canti,

Qui date a piene man ligustri e rose,

Che doni son d'Amor grazia e beltate.

Levate le mense, s'intuonano i canti, ed il Petrarca, sorgendo a un tratto dal suo scanno d'oro, prorompe ne la canzone:

Italia mia, benchè il parlar sia indarno.

Italia mia, benchè il parlar sia indarno.

Italia mia, benchè il parlar sia indarno.

Qui finisce il canto quarto.

Gualfredo Tedesco (il Guarnieri de la storia), sceso in Italia con molte milizie, riceve da Cerrettieri gli ordini del duca. Buondelmonte a Felsina si tien da prima celato e con dodici ribaldi assale di notte Averardo, che intrepido difendendosi li fuga. Fallito questo colpo, il traditore tenta la calunnia e incita contro il Medici due valorosi cavalieri, venuti da lungi per giostrare e sempre vinti da l'eroe toscano ch'essi corrono a sfidare su la piazza, dando origine a un tumulto, tosto sedato dal Pepoli. Averardo, che s'è innamorato di Fannetta da Romanino, sentendo ch'essa s'appresta a tornare in Francia, va a salutarla, le rivela il suo amore, ne ottiene dolci parole e incitamento a difender la patria. Cessate le feste, Buondelmonte s'annuncia al Pepoli come ambasciatore del duca, e quegli, benchè spaventato da un sogno infernale, non perde la calma, convoca il Consiglio, dinanzi al quale ode la richiesta che si uccida o si consegni Averardo; di che sdegnato, caccia l'ambasciatore, ma in segno del suo desiderio di pace decreta che il Medici debba partire del pari. Qui finisce ilcanto quinto; ma segretamente gli offre duecento cavalieri, che faran sembiante di seguirlo per proprio volere e che durante il viaggio sono atterriti da lo spettro di Adolfo de' Panici, annunziante orrende vendette. Buondelmonte rapidissimo va da Gualfredo, che ha ricevuto una forte somma dai Bolognesi per lasciarli in pace, e lo persuade a mandare un capitano con mille barbute contro Averardo e i suoi. Ne lo scontro una fiamma celeste, che lambe gli elmi ai seguaci de l'eroe e va a cadere sui masnadieri, anima il prode toscano, il quale, ucciso il condottiero nemico, ne pone le schiere in fuga; ma, mentre con le poche forze che gli restano vuol ridursi in salvo, sopraggiunge, avvertito de la disfatta dei suoi, Gualfredo, che con un colpo de la sua asta ferisce il cavallo del Medici, da la bestia inalberata precipitato in un fiume. A tal vista l'Adimari già ferito cade a terra privo di sensi e i Tedeschi si allontanano: Averardo semivivo è portato da un'onda su di un dirupo, e qui finisce il canto sesto.

Un miracoloso arco di luce gl'illumina la via e gli permette di trascinarsi fin poco lungi da un convento, dove è raccolto e curato. Buondelmonte, credendolo morto, ne reca la notizia a Firenze, causa al popolo di pianto, di gioia al tiranno, che si abbandona a le vendette e, sicuro ormai, licenzia le armi assoldate.

L'eroe convalescente ha una visione in cuiDante gli fa ammirare una fantastica allegoria del creato, gli predice la sua missione di liberar la patria, lo conduce dinanzi a una splendidissima apparizione de laSapienzae qui finisce il canto settimo.

Partito da l'Eremo, Averardo, come gli fu predetto, trova nel bosco un'armatura d'oro, che fu di Cosimo il Pio, ed è salutato da una pastorella, che si muta in fulgente immagine de laVittoriae dispare.

L'eroe vede in una capanna l'amico Betton de' Cini, stato orribilmente martoriato da Gualtieri e moribondo presso la figlia, che, fatto il triste racconto de le loro sventure, spira uccisa dal dolore; il Cini, porgendo un'asta, impone la vendetta a l'amico, il quale manda un pastorello con una sua ben nota armilla a l'arcivescovo, perchè a quel segno lo sappia vivo. Ma il messo è preso e posto anch'egli in fin di vita dai tormenti del tiranno, furibondo nel sapere il Medici a le porte. Un operaio ne l'accomodare l'orologio de la torre, ove il pastore è stato gittato agonizzante, ode il secreto del sopraggiungere di Averardo e ne sparge la novella ne la città, che si leva a tumulto, commossa soprattutto da la voce de l'Adimari, il quale poi, per stornare dal popolo l'ira del duca, si dà prigioniero a questo. E qui finisce il canto ottavo.

Mentre Satana, giunto in soccorso di Gualtieri,è ricacciato ne l'inferno da san Giovanni Battista, sopravviene il Medici; tutta Firenze è in armi, dovunque si combatte, ed il popolo trionfa, costringendo infine il duca, lungamente assediato nel suo palazzo, ad arrendersi e cacciandolo da la Toscana, tornata in libertà.

Una de le scene più belle e che ci danno più chiara idea de la dignità e de la dolcezza con cui la Malvezzi sentiva l'amore, è quella in cui Averardo va a salutare Fannetta; la trova, mentre sta ornandosi del velo il quale cade ondeggiando su l'aurea vesta trapunta e sparsa di fiori,

. . . . . . . .Allor che il videCon pudico elevar d'onesto ciglioSfolgoreggiò d'un candido sorriso.

. . . . . . . .Allor che il videCon pudico elevar d'onesto ciglioSfolgoreggiò d'un candido sorriso.

. . . . . . . .Allor che il vide

Con pudico elevar d'onesto ciglio

Sfolgoreggiò d'un candido sorriso.

L'ode dichiararle il suo amore e il proposito di seguirla:

La delicata bianca man gli porse,E di pietà dipinta, in atto umileGli occhi in sè per vergogna raccogliendo,Sospirò, poi rispose: Mai diviso,Pur mai questo mio cor da te non fia;Ma tempra la tua fiamma ora, e m'ascolta.Più non rimembri 'l tuo fiorito nido,Che fatto preda di spietate genti,Sotto il tuo schermo securtà sol spera?Più non ascolti il popolo infeliceCon qual doglioso e disperato piantoT'infiamma all'armi? Deh! ragion ti vinca,Nè faccia passïon troppo possenteChe mia fama si leda e il mio bel grido.Ah poichè dentro al generoso coreLa mia sembianza consacrar degnasti,Amico porgi a mia virtù conforto,E non tentar la femminil fralezza.Dietro l'orme d'Amor segui la gloria,Amor ti guidi, Amor ti porga aita,Sicchè tua fama segni eterna stampa,E, fatto di virtute a' prodi esempio,Il ciel di Romanin meco t'attende.

La delicata bianca man gli porse,E di pietà dipinta, in atto umileGli occhi in sè per vergogna raccogliendo,Sospirò, poi rispose: Mai diviso,Pur mai questo mio cor da te non fia;Ma tempra la tua fiamma ora, e m'ascolta.Più non rimembri 'l tuo fiorito nido,Che fatto preda di spietate genti,Sotto il tuo schermo securtà sol spera?Più non ascolti il popolo infeliceCon qual doglioso e disperato piantoT'infiamma all'armi? Deh! ragion ti vinca,Nè faccia passïon troppo possenteChe mia fama si leda e il mio bel grido.Ah poichè dentro al generoso coreLa mia sembianza consacrar degnasti,Amico porgi a mia virtù conforto,E non tentar la femminil fralezza.Dietro l'orme d'Amor segui la gloria,Amor ti guidi, Amor ti porga aita,Sicchè tua fama segni eterna stampa,E, fatto di virtute a' prodi esempio,Il ciel di Romanin meco t'attende.

La delicata bianca man gli porse,

E di pietà dipinta, in atto umile

Gli occhi in sè per vergogna raccogliendo,

Sospirò, poi rispose: Mai diviso,

Pur mai questo mio cor da te non fia;

Ma tempra la tua fiamma ora, e m'ascolta.

Più non rimembri 'l tuo fiorito nido,

Che fatto preda di spietate genti,

Sotto il tuo schermo securtà sol spera?

Più non ascolti il popolo infelice

Con qual doglioso e disperato pianto

T'infiamma all'armi? Deh! ragion ti vinca,

Nè faccia passïon troppo possente

Che mia fama si leda e il mio bel grido.

Ah poichè dentro al generoso core

La mia sembianza consacrar degnasti,

Amico porgi a mia virtù conforto,

E non tentar la femminil fralezza.

Dietro l'orme d'Amor segui la gloria,

Amor ti guidi, Amor ti porga aita,

Sicchè tua fama segni eterna stampa,

E, fatto di virtute a' prodi esempio,

Il ciel di Romanin meco t'attende.

Mentr'ella parla e Averardo le bacia la mano, un lume fulgente risplende ne' suoi occhi, una tremula fiammella le lambe la fronte e i biondi capelli:

. . . . . . . .a tanta meravigliaStupido quasi rimirolla fiso.Ed ella il salutò divina in vista,E con occhi di pianto e di pietate,In atto d'amorosa grazia adorno,Dal luogo ov'era, con real contegnoRimossa, dipartissi.

. . . . . . . .a tanta meravigliaStupido quasi rimirolla fiso.Ed ella il salutò divina in vista,E con occhi di pianto e di pietate,In atto d'amorosa grazia adorno,Dal luogo ov'era, con real contegnoRimossa, dipartissi.

. . . . . . . .a tanta meraviglia

Stupido quasi rimirolla fiso.

Ed ella il salutò divina in vista,

E con occhi di pianto e di pietate,

In atto d'amorosa grazia adorno,

Dal luogo ov'era, con real contegno

Rimossa, dipartissi.

Quest'episodio mi pare pregevolissimo per finezza poetica e per delicatezza d'affetti. Tutto il poemetto rivela una profonda venerazione pei grandi poeti, un sincero e non timido amor di patria; è bene architettato, condotto secondo l'imitazione dei modelli classici di cui vi si trovano numerosissime reminiscenze, ricco pure di belle trovate, come quelle che introducono a popolarne la scena le grandi figure storiche del Petrarca, del Boccaccio, di Giotto; soverchia parte vi si dà forse al soprannaturale dicarattere biblico, che non bene si accorda con l'epoca storica; anche l'amore di Averardo, quantunque dia origine ad uno dei migliori episodi, non è forse conveniente a l'efficacia de l'insieme. Altro ancora si potrebbe osservare, ma bisognerebbe pur sempre convenire che il poemetto è opera d'ingegno e di cuore tutt'altro che volgare. A la studiosa contessa non si lesinarono lodi ed onori: nel 1822 le venne offerto il diploma de l'Accademia Felsinea, nel 1823 quello de l'Accademia degliEnteletiin San Miniato di Toscana; nel 1824 quello d'Arcadia, nel 1826 quello de l'Accademia Tiberina, nel 1827 quello de l'Accademia latina, nel 1828 quello de l'Accademia deiFilergitidi Forlì. Lo Stella nel 1829 le chiedeva il suo ritratto, l'elenco de' suoi scritti pubblicati e qualche cenno su quelli cui attendeva, per la collezione da lui intrapresa deiRitratti delle donne europee viventi chiare nelle scienze, nelle lettere, nelle arti belle, collezione di cui la parte letteraria doveva venir affidata ad ottimi scrittori ed i ritratti essere eseguiti da Camilla Guiscardi. (Nell'archivio Malvezzi si conservano le tre lettere 20 marzo, 10 aprile, 9 maggio scritte a questo proposito da Luigi Stella a la contessa.) Questi onori lasciarono la Malvezzi semplice e modesta, e di essi ella diceva: «Gli onori piacciono, è vero, a tutti; ma a chi guarda un po' a dentro, piace più assai ilmeritarli che non l'ottenerli; come piace assai più l'essere che il parere.»[38]

La contessa Teresa amava vivamente il marito e il figliuolo; e quantunque coltivasse gli studi con molto piacere e trovasse un vivo compiacimento ne le dotte conversazioni, serbava la miglior parte di sè a la famiglia: sincera ne la fede religiosa, era di un'austera severità di costumi e, veramente donna ne la tenerezza e ne le abitudini, insieme ai libri amava i lavori femminili, orgogliosa di mostrarsi in quelli assai valente. La sua austerità non escludeva però quella femminile indulgenza, che è forse la miglior prova de la virtù sincera, scevra di ostentazione e d'orgoglio; tale invero doveva conoscerla Paolo Costa, suo intimo, se le scriveva: «..... La nostra Guiccioli ha saputo ieri la nuova funesta della morte del poeta Byron. Ella si duole di questa cosa, ma con dignità. Se Madonna Laura, che amò un canonico, trovò pietà ne' posteri, spero che questa, cui oggi non si perdona d'aver amato un luterano e filosofo, andrà almeno non vituperata, non derisa nel tempo avvenire. Noi certo non ci vergogneremo di compiangerla anche al dì d'oggi.»

***

La Malvezzi aveva circa trentanove anni quando conobbe il Leopardi, allora ventisettenne;se le mancava ormai la freschezza de la gioventù, era sempre bella per l'espressione intelligente de la fronte candida sotto i biondi capelli, per lo sguardo vivace ed aperto e soprattutto piacente, per la graziosa eleganza del portamento e dei modi, per lo spirito e le attrattive de la conversazione, ch'ella sapeva sostenere con amabilità femminile, anche sopra argomenti seri. Ne la sua maturità dignitosa, ella trovava quella calma dolcezza che non ha la gioventù; si teneva libera di ricercare le conversazioni più gradite, le più intime amicizie anche con uomini, e, naturalmente franca, aveva ne le parole e nel fare qualche cosa di sincero e di spigliato che la faceva riuscire amabile quant'altra mai. Avrebbe potuto dire, come argutamente Madame de Sévigné: «Jeunesse et printemps ce n'est que vert, et toujours vert; mais nous, les gens de l'automne, nous sommes de toutes les couleurs.» Nel suo salotto ella esercitava una specie di sovranità gentile; incoraggiato dal suo sorriso, tutto grazia, tutto anima, il Leopardi, riservatissimo, ritrovava un mite coraggio, una franca parola, e la conversazione diveniva profonda senza pedanteria nè ostentazione: egli vi portava la luce del suo intelletto, ella la dolcezza del suo cuore di donna; spesso in uno sguardo s'intendevano senza parlare. Ella doveva riuscir simpaticissima al Leopardi tantosdegnoso e tanto annoiato de le Recanatesi, che avevano poco più, o piuttosto un poco meno di quel che portavano nascendo da la natura; e a proposito de le quali egli diceva che a Recanati le Grazie non erano state mai nè pure di sfuggita a l'osteria; doveva apparirgli cara e interessante la sua conversazione, specialmente a confronto di quella cui era abituato ne la società del suo paese, società che perbuona linguanon intendeva che qualchebrava lingua di porco, società didevoti amanti di libri da far stomaco, dov'era unletteratonequel tale che toscaneggiava solo con l'e', cui immancabilmente ilmi parefaceva da lacchè, e che, sentendo qualificare il proprio stile di squisito, rispondeva con modestia che lo stile del cinquecento è un bello stile.

Quanto diversa la Malvezzi, che veniva giudicata ed era in realtà una de le più colte donne del suo tempo! Salvatore Betti (10 dicembre 1835) le scriveva così:

«Se alcuno mi chiedesse: Qual è la donna che nel secol presente rendesi più benemerita de' gravi studi dei classici? Io risponderei subito: La contessa Malvezzi. E veramente non vedo chi altra poterle paragonare: chè là dove nelle eleganze ci ritrae tutto l'oro che fece bello il trecento ed il cinquecento, nella profondità della dottrina ci fa rivivere quella divina Cassandra Fedele, chedecus Italiæfu salutatadal Poliziano. Di che pensi ella se mi congratuli con questa comune patria: la quale avendo più che mai bisogno di esempi splendidissimi di vero senno italiano, può mirabilmente specchiarsi in questo gran lume del gentil sesso. Ma venendo alla novella opera che ha voluto tradurre di Cicerone, a quella cioèDe finibus, le dirò che la vo leggendo con infinito diletto..... Oh la degna, oh la saggia, oh la critica traduzione di che ella ha regalato le nostre lettere! Per non parlar qui della chiarezza ed eleganza dello stile, e della tulliana pienezza e dignità del periodo: perchè queste son doti che tutti trovano sempre ne' magistrali scritti della contessa Malvezzi.»

La contessa, che amava la compagnia de gli uomini d'ingegno, fu lieta di conoscere il giovane recanatese, di cui la fama, benchè non certo allora ancor adeguata al merito, narrava grandi cose: il fare dignitoso e modesto, l'aspetto malaticcio e sofferente, la malinconia di lui, dovettero commuoverla di una pietà quasi materna, resa più intensa da l'ammirazione per quel grande intelletto. Perciò ella lo accolse con un'affabilità affettuosa e reverente, con un'effusione che aperse a sincera gioia l'animo de l'infelice, avido d'affetto, cui ella apparve come una donna diversa da tutte le altre, come un'amica tenera ed alta, di cui la mano candida gli offrisse ne la strettaaffettuosa un conforto ed un sostegno; diversa da tutte le altre, pure richiamante al suo pensiero le più dilette immagini femminili che avevano allietata la sua giovanezza: modesta e pura come Silvia e Nerina, graziosa ed arguta come la Cassi, gl'inspirava la reverente tenerezza che aveva provato per quelle e l'ammirazione ardente e devota che a lui, ragazzo ancora, sparuto, deforme, ammalato, aveva fatto apparir questa come una divinità. Di più, vicino a la Malvezzi non gli taceva ne l'animo, come presso a le altre, l'amore a la fama, nè i libri cessavano di attrarlo: anzi ella colta, capace d'intenderlo e così calda ammiratrice dei grandi, lo animava più che mai a gli studi e a la gloria. Quando la conobbe era il maggio odoroso, era la primavera che ogni anno risvegliava in lui la vita intima, spesso sopita in un doloroso letargo, la soave primavera che gli rammentava gli occhi ridenti e fuggitivi, il viso bianco e i neri capelli di un'altra Teresa, la Fattorini; se il canto ingenuo di questa lo aveva commosso, l'arguta parola de la Malvezzi lo inebbriava. L'abbandono con cui ella gli apriva il suo cuore, confidandogli i suoi secreti, l'affetto con cui voleva saper tutto di lui, l'aperta franchezza con cui lo rimproverava talora e la ingenua modestia con cui ne accettava rimproveri e consigli, gli parvero qualche cosa di veramente degno de l'animasua e lo fecero vivere nei primi giorni che la conobbe in una specie di delirio e di febbre, chè gli parve d'aver trovatala donna che non si trova, quella cara beltà cercata invano, dove splende più vago il riso di natura e sognata nel secolo, che da l'oro ha nome, fra gli spiriti o ne l'avvenire; la donna capace di rendere beato il vivere anche fra l'immenso dolore de gli umani, capace d'incitare a la lode e a la virtù. Pieno d'entusiasmo, ridesto a le splendide illusioni de la sua prima giovanezza, egli scriveva allora al fratello Carlo: «... questa conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno, anzi una morte completa, durata per tanti anni.»[39]Quasi un commento a queste parole appaiono quelle (benchè scritte parecchio prima e già pubblicate nel 1826) del dialogo diTorquato Tasso e del suo genio familiare, in cui il Leopardi, dopo aver notato come l'uso del mondo e i patimenti sopiscano in ciascuno di noi quel primo uomo ch'egli era, il quale però si ridesta talora, in ispecie nella gioventù, finisce col dire: «Infine io mi maraviglio come ilpensiero di una donna abbia tanta forza da rinnovarmi per così dire l'anima e farmi dimenticare tante calamità.»[40]

Con intima gioia egli sentiva di venir ricuperando quella sua potenza di amare, che gli aveva illuminato di così viva e ardente luce la prima giovanezza e ch'egli aveva sempre creduto il più prezioso di tutti i doni, sol che si trovasse nel mondo un oggetto che ne fosse degno; la compagnia de la contessa gli dava quei momenti di rapimento e d'emozione profonda, che per lui valevano ben più di tutte le gioie volgari: era unamore senza inquietudini, una felicità senza rimorsi. Come il suo cuore, quest'amicizia soddisfaceva il nobile orgoglio del suo grande spirito, che sdegnoso de le lodi volgari si sentiva felice de l'altissima stima di quella donna: «Le lodi degli altri non hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue e mi restano tutte nell'anima.»[41]Ne' suoipensieriegli notava come a lungo andare non rimanga piacevole se non la compagnia di quelle persone da cui ci importi o ci piaccia essere stimati sempre più, e come perciò le donne, volendosi rendere lungamente gradite, dovrebbero studiarsi d'esser tali che de la loro stima rimanesse lungamente vivo il desiderio.

La malinconia de la contessa, malinconia dolce e serena, gli pareva indizio di un'animaelevata, e consuonava col dolore di lui, pur ravvivando il suo spirito e dissipandone le tetre nebbie; così che a la sua tristezzaostinata, nera, orrenda, barbara, succedeva come un'alba soave; a l'orrore di una notte tempestosa, quella malinconiache partorisce le belle cose, più dolce de l'allegria; infinito sollievo gli dava il non doversi più serbare tutti i pensieri per sè; infinita dolcezza il vedere altamente apprezzato ancor più del suo ingegno poderoso, il suo cuore, del quale ardiva dire egli stesso, che poche cose eran degne; e benchè egli si mettesse col pensiero più in su de la gloria e de gli uomini e di tutto il mondo, l'approvazione de l'amica gli tornava così soave che certo per lei sola, come già pel Giordani, quand'anche non ci fosse stato altro spettatore, nè altro premio de la virtù, egli avrebbe voluto esser virtuoso. L'affetto di lei lo animava e lo riscaldava così ch'egli, tanto ritenuto per natura e per abitudine, tanto propenso a la taciturnità, lasciava sgorgare dal suo cuore tutti i sentimenti così a lungo compressi, e a poco a poco, smesse le forme de l'ossequio e le restrizioni de la timidezza, palesava intiera l'anima sua, scopriva quel tesoro di grandi idee, che aveva raccolto nei libri e ne l'osservazione. Il suo immenso desiderio di ritrovare un uomo di cuore, d'ingegno e di dottrina che si degnasse essergli amico, era stato soddisfatto dalGiordani; ma questa nuova amicizia con una donna intelligente, coltissima e gentile, tutta grazia e spirito, aveva un'attrattiva diversa e potentissima su di lui. La Malvezzi, intimamente onesta e abituata ad una pura intimità con altri letterati, probabilmente non pensò nè pure di poter risvegliare una passione nel cuore del poeta: tutto, del resto, doveva rassicurarla: l'età sua, molto maggiore di quella di lui, il contegno riservatissimo ch'egli soleva tenere, la purezza assoluta dei costumi di lui, la nobiltà de l'animo rivelantesi in tutte le sue parole ed i suoi scritti, e la propria intatta fama, che le procurava la riverente stima di tutti; sì ch'ella non nascose punto l'affetto ch'egli aveva risvegliato in lei, e di cui aveva coscienza di non dover arrossire; e, vedendo quanto conforto egli traesse da la sua compagnia, lo accolse con piena libertà ne la propria casa. Ogni sera a l'ave maria egli si recava da lei e vi rimaneva fin dopo la mezzanotte, conversando di lettere e di filosofia, leggendole i suoi versi, dandole probabilmente quegli stessi consigli che in quei giorni dava a la Caterina Franceschi Ferrucci per mezzo del Puccinotti: «Confortala caldamente, non dico a lasciare i versi, ma a coltivare assai la prosa e la filosofia. Questo è quello che io mi sforzo di predicare in questa benedetta Bologna.»[42]Probabilmente anche a la Malvezzi ripeteva non esserpoetico il secolo e che un poeta, anche sommo, avrebbe levato pochissimo grido, e se pur fosse diventatofamoso nella sua nazione, a gran pena sarebbe stato noto al resto dell'Europa, «perchè la perfetta poesia non è possibile a trasportarsi nelle lingue straniere e perchè l'Europa vuol cose più sode e più vere che la poesia.»

Anche a lei, notava, a lei che in parecchie poesie aveva espressi vivi sentimenti d'amor patrio, come andando dietro ai versi e a le frivolezze si facesse espresso servizio ai tiranni, riducendo a un giuoco o a un passatempo le lettere, sola speranza di rigenerazione che rimanesse a l'Italia. Tanto più appar probabile ch'egli le desse questi consigli, se si considera che ne le prose di lei egli ammirava la sobrietà, il buon giudizio, la purità de la lingua e de lo stile; mentre pei versi non ebbe che parole di compatimento; gli è ben vero che quelle lodi eran fatte nel periodo de la loro calda amicizia, mentre il giudizio sui versi, e precisamente sul poemetto, fu dato dopo avvenuta la rottura fra loro.

Il Leopardi leggeva spesso a Teresa i propri versi, ed ella ne era commossa così da piangere di cuore, senz'affettazione, e oh quanto quella commozione doveva piacere a lui, che così ben poteva comprenderla! Quando col fiorire de la sua giovanezza da le spoglie del'erudito venne uscendo in lui il poeta, egli, leggendo Virgilio, senza avvedersene si lasciava andare a recitarlo ad alta voce, infiammandosene tutto e commuovendosene fino a le lagrime; e se a l'improvviso sentiva recitare da qualcuno un verso del mite Mantovano o di Dante austero, il suo cuore prendeva a palpitare e il suo spirito, quasi a forza, teneva dietro a quella poesia. Che cosa doveva provare, notando che i versi suoi producevano quelle stesse emozioni ne l'anima de la graziosissima Malvezzi? Il Mestica, credendo inverosimile che da la meravigliosa illusione di quest'amicizia, il Leopardi non traesse qualche nuova inspirazione, suppone che la contessa piangesse specialmente a la lettura delConsalvo, in cui crede di veder consacrato l'amore del poeta per lei, raffigurata ne la pietosa Elvira, che accorda un bacio a l'amante moribondo.[43]

Il Recanatese s'interessava ai lavori de la Malvezzi, lesse il manoscritto del poemettoLa cacciata del tiranno Gualtieri, chiese a lo Stella (lettera, 3 settembre 1826) se fosse stata mandata a lui, che stava pubblicando un'edizione de le opere di Cicerone, la traduzione delSogno di Scipionefatta da la dama bolognese, traduzione di cui il manoscritto le era stato rubato da un amico e mandato a stampare, non si sapeva dove. Giacomo le procuravainoltre dei libri e forse la consigliava ne le sue letture; infatti in una lettera che non porta data precisa, ma dovrebb'essere de gli ultimi giorni d'ottobre del 1826, il Leopardi, restituendo al conte Pepoli il secondo volume di una delle opere filosofiche del Buhle, gli dice che la Malvezzi non l'ha letto, perchè non le parve tempo di continuare una lettura così grave: non si dia quindi pensiero di procurar altri volumi.

D'amore non parlavano mai, se non per ischerzo, ma quell'intimità tenera doveva illudere ben presto il Grande, che a l'amore anelava con tutte le forze de l'anima: appassionatissimo, sotto il suo aspetto riservato fino a sembrar freddo, egli credette una simpatia incline a tenerezza quella ch'era soltanto un'affettuosissima amicizia; mentre la contessa non vedeva in lui che un fratello, un compagno spirituale, egli non tardò a desiderare, poi a cercare un'amante ne l'amica. Simile al Socrate de' suoiDetti memorabili, egli, d'anima gentilissima, infaustamente, per quanto sublimemente, disposto a l'amore, sciagurato ne le forme del corpo, benchè sapesse ormai di non poter essere amato che soltanto d'amicizia, considerava questa come poco atta asoddisfare un cuore delicato e fervido che senta spesso verso gli altri un affetto molto più dolce. Infine qualche cosa dei sentimenti di lui ella dovette indovinare,perchè mentre da prima gli aveva promesso di scrivergli assai di frequente quand'egli fosse a Recanati, dopo la sua partenza non gl'inviò che il volgarizzamento dellaRepubblicadi Cicerone; il Leopardi si lagnava che le molte aspettate lettere, si fossero ridotte ad una soprascritta e, contando di tornar presto a Bologna, sperava poterle dir a voce tutto quel ch'ella avrebbe voluto sapere, e domandarle tutto quello che avrebbe voluto saper lui, conchiudendo con un'affettuosità velata di complimentosa cortesia: «Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemiyour most faithful friend, or servant, or both, or what you like.»

Che avvenne quand'egli fu ritornato a Bologna ne l'aprile del 1827? Recatosi da la contessa, commosso dal desiderio di rivederla, forse ne l'effusione di quel momento non seppe frenare la dichiarazione del suo amore, illudendosi che quella donna, la quale mostrava un così nobile apprezzamento del suo cuore e del suo ingegno, potesse compatire almeno anche la passione destata in lui. Ella, austera, ne fu offesa doppiamente, e perchè vedeva spezzata così quell'amicizia fraterna, che aveva sognato potesse durar sempre, e perchè quella rivelazione le parve irriverente.

Fu detto e ripetuto da molti che a le focose parole del poeta ella rispondesse, ordinandoad un servo un bicchier d'acqua per lui; il Ridella nega questo fatto, che del resto non appare conforme al carattere de la Malvezzi, dolce e severo insieme, e che avrebbe offeso troppo profondamente il Leopardi, perch'egli potesse desiderare di riveder più tardi la contessa. Certo ella allontanò da sè il Recanatese, che ne sofferse assai, ma finì col riconoscere il proprio torto e forse col rimpiangere quella cara amicizia perduta, se, orgoglioso ed altero com'egli era, le scrisse: «Contessa mia, l'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti e le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venire a salutarvi, ma non ardisco farlo senza vostra licenza. Ve la domando istantemente, desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete, vostro vero e cordiale amico.»[44]

Alcuni giudicano il contegno de la Malvezzi con severità, tanto da giungere a crederla l'Aspasiacon cui ella non ebbe a comune nè la sovrana bellezza, nè la civetteria. Opportunamente il Cesareo notò a questo proposito cheil Leopardi aveva conosciuto Teresa nel 1826, mentre l'Aspasiafu scritta dopo l'autunno del 1830, sì che una tale passione dopo cinque anni non ha nulla di verosimile. Ancora si potrebbe notare che la Malvezzi aveva un figlio soltanto, mentre nell'Aspasia si parla di bambini, e ognun sa come il Leopardi amasse anche nel verso attenersi ai particolari veri. Confutar più lungamente quest'errore dopo gli ultimi studi leopardiani sarebbe cosa inutile.

Nel salotto de la contessa e a canto a lei, il Leopardi passò alcuni fra i migliori momenti de la sua vita, non si può negarlo. Fu certo effetto di bontà d'animo la grande intimità ch'ella gli concesse, e di più effetto de le abitudini onestamente libere ch'ella aveva contratte ne le sue amicizie con molti uomini dotti; come il Leopardi ad esempio, anche il Biamonti soleva passar le serate con lei, trattenendosifino alle 11 e più;[45]ma ad ogni modo quell'amicizia, che doveva essere un conforto per lui, finì col diventare un nuovo dolore.

Nel maggio del 1828, mentre era a Pisa, Giacomo Leopardi, riavutosi in quel dolcissimo clima, e rifiorente, ne l'anima almeno, al ritorno de la bella stagione, scriveva a la sorella Paolina d'aver fatto ne l'aprile, dopo due anni, dei versi,ma versi veramente all'antica e con quel suo cuore d'una volta; sono quelli delRisorgimento, in cui con armoniosa dolcezza cantale pene de l'animo suo nel periodo dal '19 al '28 e la gioia di sentir rivivere in sè gl'inganni aperti e noti, che natura gli diede proprii e che le sventure avevan sopito.


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