IX.Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la ferrovia essendo stati riservati all'esercito, non fu possibile agli esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti della famiglia si trovarono riuniti.Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite invano, e alfine soddisfatte; lagrime [pg!130] miste ai baci e ai sorrisi. La vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva altra espressione che il pianto.A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così grandi avvenimenti, così atroci dolori!Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del santuario domestico.L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua casa, sentiva il noto odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno [pg!131] quelle pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni dell'infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto ciò era scomparso nell'esilio, si era dileguato nell'età matura, come una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.La patria libera restituiva all'esule la sua casa, ma come una bandiera dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa, il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s'erano fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!—Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della tua vita, scritta dalla natura!Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l'ajuola dei fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove [pg!132] si tagliavano i fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d'agosto erano ancora al loro posto. L'olivo odoroso che imbalsamava l'aria era cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio, il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle tradizioni domestiche.—Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno d'ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule, gli amici accorsero ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso fu il primo a comparire, e stringendosi al seno [pg!133] Gervasio gli pareva di rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d'un fratello perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si ricordava più che le varie vicende d'una lunga intimità.Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si destinava ad entrare in liceo.—In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva, ma l'educazione lo rende capace di grandi cose.Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane memorie giovanili nell'animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:—La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...—Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè vi sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il [pg!134] babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico di Maria.La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia. Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d'alloro, avvolte in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d'arpa che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso [pg!135] mentre suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.All'orazione che rammentava i dolori e le speranze d'Italia, e al suono dell'inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa folla raccolta un fremito di commozione.Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione ufficiale di Venezia al governo italiano.Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati dopo l'assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli stranieri c'erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la gloriosa repubblica, c'era molta gente che aveva veduto i patriotti del 21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte, [pg!136] c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e nell'esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un grido dell'umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della liberazione d'un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno intorno alla terra.Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava sull'oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo. Si udivano per l'aria le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni d'anime soddisfatte.Sono memorie indelebili che valgono cent'anni di vita, rinforzano le membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e [pg!137] conduceva il suo Silvio a visitare Venezia, colla devozione d'un pellegrino cristiano in Terra Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte, le chiese, i palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale. Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi, quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l'annunzio della loro merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce fresco e delle ostriche.Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione, è una memoria famosa o una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca diversa, un'arte stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie, scalcinate, o l'angolo d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra, e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo. Le calli più misere, i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d'umidità, e i licheni sulle colonne, sembrano [pg!138] tutti capricci fantastici d'un genio strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della tavolozza.La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai piedi dell'altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto, ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero. Chi desidera una copia della facciata o dell'interno di San Marco, una veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli artisti d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più minuziosa esattezza. L'artista veneziano non si presta a queste opere monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di [pg!139] pazienza e di esattezza; egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa incantevole sirena.Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni dei canali, e l'incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:—Tu non ami Venezia!...—Anzi mi piace moltissimo, ma.....—Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni che tu disprezzi!...Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per qualche tempo. [pg!140]Il buon padre gli promise di contentarlo.—Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica di avvocato a Venezia.Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo; egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in campagna.Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo. Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente delle abitudini di famiglia.—Ti procurerò delle belle conoscenze, gli disse, ti metterò a parte di alcuni miei segreti che ti saranno utilissimi,—e precedendolo allegramente entrò nel parco, invitandolo a seguirla.Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati, che lasciavano verso terra una stretta apertura:—Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.—Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di scompigliarsi i capelli ben pettinati. [pg!141]—Hai paura? gli disse Maria, guardandolo cogli occhi ridenti, e prorompendo in uno scroscio di risa argentine.—Dove mi conduci? le domandò Silvio.—Nel mio nido prediletto, essa gli rispose, vieni e sarai contento.—E che cosa faremo nel tuo nido?—Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....Silvio la guardava fissamente, esitava ancora, non capiva, gli seccava molto di cacciarsi dentro quell'arruffio di rami intrecciati.—Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....—E tu non sai quello che si fa dentro ai nidi?... Si mangia, si canta, si dorme, andiamo non aver paura, vieni con me;—e così dicendo si mise in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve. E si udiva ancora la sua voce, che gli gridava dall'interno:—Vieni avanti. Silvio non voleva contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio, abbassò la testa, ed entrò.Se l'ingresso era angusto il nido era comodo, e vi si stava benissimo tanto seduti che sdraiati. Era fatto come un casotto da uccellanda. I rami legati coi vimini formavano delle fitte pareti che non lasciavano penetrare il sole. Il sentore della terra e delle foglie fermentate, facevano esalare un profumo boschereccio. [pg!142]Silvio guardando d'intorno con aria sospettosa le disse:—Dimmi un po' non ci sono delle biscie qui sotto?—Ma no di certo, essa gli rispose ridendo, sta pur tranquillo. Le biscie stanno sotto terra o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da questa parte.—E che cosa facciamo qui?—Adesso te lo dirò, abbi un po' di pazienza.Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse due pomi, ne offrì uno al cugino, e si mise subito a sbocconcellare l'altro con grande appetito. Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino voleva tagliarle il frutto.—Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando la bocca, metteva in lavoro i bei denti bianchi che tagliavano meglio del temperino.Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi, ne infilò uno nella lama e glielo offerse. Essa che aveva divorato il suo pomo, gradì anche l'altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi rifrugò nelle tasche, e tirò fuori un cartoccio di biscottini, e si misero a sgranocchiarli. Silvio cominciava a prender piacere a quella merendina, a quell'ombra, a quella quiete, quando si udirono dei passi sulle foglie secche del viale, [pg!143] e poi tutto d'un tratto, Argo ansante balzò come una bomba nel nido, e colle sue goffe carezze apportò il disordine, la confusione, e lo scompiglio. Contento d'aver trovato la sua amica, si mise a esprimerne la gioia leccandole il viso, saltando, scodinzolando e abbaiando, sbattendo la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le zampe polverose sui calzoni.Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente fuori dal buco, e cominciò a spolverarsi col fazzoletto, mandando al diavolo quella bestiaccia impertinente che gli aveva insudiciato il vestito. Maria lo seguì sgridando il cane, e ridendo della sorpresa inaspettata, e della impressione disgustosa che le pareva avesse prodotto sul cugino.Passarono insieme a visitare il frutteto, ove pendevano dagli alberi dei bei pomi rossi, delle pere di varie tinte.Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli un pero carico di frutta, queste non si mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il migliore di tutti, almeno a mio gusto. Questo pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito, [pg!144] quell'altro riesce benissimo nelloStrudel, che il povero nonno non voleva mangiare, perchè diceva che è un piatto tedesco. Poi gl'indicava i ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie, e gl'insegnava gli alberi ove si raccoglievano le frutta più belle. Fiancheggiando un filare di fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i migliori. Prendi questo verdino, assaggia quello della goccia, e il nero di collina, e conchiudeva: Adesso conosci i più squisiti, ma l'esperienza ti renderà più esperto.Poi visitarono le vigne. C'erano delle uve eccellenti, il povero capitano ne aveva fatta una raccolta stupenda.Finita la passeggiata, Maria gli disse:—Adesso passiamo alla presentazione dei miei amici. Non ho bisogno di dirti tutti i pregi di Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele guardiano.Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto si avviarono verso la scuderia. Prima di entrarvi si udì il nitrito di Falcone che aveva riconosciuto i passi e la voce della padrona, e la invitava ad entrare, un po' per affezione, e un poco anche per interesse, perchè essa andava sovente a trovarlo portandogli un pezzetto di pane e dello zucchero. [pg!145]Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti sotto al portico, quando s'avvide che i due giovani andavano a visitare il cavallo, corse ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva certamente qualche cosa da nascondere. Quando entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la buona bestia ripetè l'allegro nitrito, le appoggiò la testa sulla spalla, guardandola affettuosamente coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento colla zampa, per domandare qualche cosa. Maria disse al cugino:—Non gli manca che la parola. Egli distingue benissimo gli amici dai nemici,—e così dicendo fissava con disprezzo il domestico, che col suo grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.La fanciulla si diffuse a vantare le ottime qualità di Falcone, e accarezzandolo si accorgeva che era stato strigliato male, e ne faceva l'osservazione a Pasquale, il quale si giustificava accusando il fieno d'essere pieno di polvere.Dalla scuderia passarono alla stalla delle mucche e dei vitelli. Maria le designava tutte per nome dicendone i pregi.Miraè una grossa friburghese che fa un latte eccellente,Macchiaè sua figlia, è più bella della madre, ma meno lattifera. LaTirolesecon quell'occhio placido, [pg!146] sentimentale, è un bel tipo.La Biancanon manca di buone qualità, ma la poverina cammina male.Le buone bestie voltavano la testa a guardare, e mettevano un lungo muggito, poi cacciavano il muso nella greppia, o stavano ruminando.Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla con un salto, dicendo al suo compagno:—Andiamo a visitare il pollaio.Prima di entrarvi andò a prendere una manata di becchime, poi aperse la porta del cortile. Pareva di entrare nell'arca di Noè, c'era ogni sorta di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti e galline, capponi dalla ricca coda di colori metallici, pollastre calzate e cappellute, e un gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli accesi, la cresta ritta, e due speroni da fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le foglie verdi di cavolo, guardando intorno con occhio vigilante, chiamando le sue galline a beccare i granelli scoperti.Maria sparpagliò il becchime chiamando:pire pire pitte pitte.Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento rumoroso accompagnato da accenti acuti, rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si [pg!147] vide un accorrere ad ali spiegate, un saltellare, uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva si avanzavano le anitre dondolanti sulle gambe corte, che ansiose di raggiungere i compagni annunziavano il loro arrivo: quà quà quà. Ultimi ad arrivare furono i tacchini, quei boriosi perdevano una così bella occasione di satollarsi per mettere in mostra la ruota della coda e le ciliegie scarlatte della loro pappagorgia, come i vanitosi della razza umana.Uno stormo di colombi di tutti i colori era disceso dalla colombaia, e svolazzava intorno alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o prendendole i granelli dalle mani.La campanella del pranzo richiamò in casa i due giovani. Il gatto che sapeva le ore meglio degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone della cucina, e fu l'ultimo presentato. Maria corse ad accarezzarlo, ed egli arcuava il dorso e si fregava al viso della fanciulla, facendo le fusa.—Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti, Mumut viene a riposarsi sul mio panierino di lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta va a coricarsi fra le gambe di Argo, il quale non si muove più per non disturbarlo, e gli lava il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della [pg!148] dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli a coda lunga che rosicano il formaggio, mangiano la farina e il butirro. Ma qualche volta il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci crudi; allora è il gabelliere che fa il contrabbando, e la nonna va in collera.Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni della cuginetta, e degli ottimi consigli che gli aveva dati sulle varie qualità delle uve e delle frutta. Gervasio lodava le cure di suo padre che non aveva lasciato un angolo di terreno senza cultura. La nonna si asciugava una lagrima pensando al suo vecchio compagno, era soddisfatta di udirlo ricordare con riconoscenza dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei due nipoti, che formavano l'unica consolazione della sua vita.Alla fine dell'autunno arrivò alla villa il capitano Alessandro, e fu accolto da tutti colle più cordiali dimostrazioni d'affetto. Maddalena non lo aveva più veduto dall'infanzia. Egli le apportò di quei cari ricordi domestici raccolti nella casa di Brianza, che sono i doni più preziosi che si possono fare a chi visse lungamente lontano dal tetto paterno.Un ritratto in miniatura del colonnello colle assise dei cacciatori della guardia imperiale, un [pg!149] ritratto di sua madre prima delle nozze. Alcuni lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che suo padre scrisse alla moglie da varie parti d'Europa, nelle quali parlava con sommo affetto della loro bambina.Il mese che il capitano passò alla villa fu lieto per tutta quella buona famiglia, che rimase per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai colli d'Asolo e di Conegliano, ai monti ed ai laghetti di Ceneda e Serravalle, le due città congiunte in una sola dal Re liberatore, che le diede il nome famoso e immortale di Vittorio.Tutti andavano a gara per divertire l'ospite gradito, e intanto si divertivano con lui. Ai primi di novembre egli partì, e Gervasio condusse a Treviso suo figlio per cominciare gli studi liceali, gli raccomandò di studiare, e di tenere una buona condotta, e ritornò alla villa.Era la prima volta che Silvio si trovava affatto libero, e ne profittò subito per imparare il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta d'amici, e di sigari; andava ogni sera al teatro e poi a cena, si coricava assai tardi, e alla mattina dormiva profondamente, dimenticandosi le ore delle lezioni, e così evitando la noia della scuola. [pg!150]Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò fino dopo il principio del nuovo anno; a carnevale nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia quasi un mese. In giugno celebrò la festa nazionale con una settimana d'ozio, e in luglio aveva finito il primo anno, ed esaurito a suo modo il programma dello studio, passando anche agli esami.... pel buco della chiave, come egli stesso confessava agli amici.Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava a spasso per la città a farsi vedere come i tacchini della corte. Il cappello sull'orecchio destro, il sigaro in bocca, si dava un'aria spaccona da far ridere le mosche.Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze, di quella vita dondolona, di non vederlo mai con un libro in mano, e si rammentava il sistema diverso del tempo nel quale egli andava alla scuola, l'appello dei professori, il rigore degli esami, il bisogno di studiare che sentivano gli studenti. Silvio gli rispondeva:—Quello era un tempo di pedanti, adesso è l'epoca della libertà!...—Libertà dell'ignoranza! soggiungeva suo padre. Noi ci siamo apparecchiati sui libri a liberare la patria....—E avete fatta della retorica e delle famose [pg!151] corbellerie, che vanno celebri nella storia, col nome diquarantottate!Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!... il 1848 l'aveva lasciato storpio, aveva veduto coi suoi occhi i morti di Marghera, e del Ponte, gli pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la guerra non fossero retorica, ma forse si era ingannato. Egli pensava che la libertà ottenuta avesse bisogno di coltura per conservarla, ma suo figlio lo assicurava che il mondo cammina da sè, e che si diventa dottori anche senza dottrina.«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio, vivo troppo lontano dal mondo per essere in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito, nè dar noia colle mie prediche all'unico figlio.»Talvolta s'intratteneva di questi suoi dubbi, col vecchio maestro Zecchini, il quale gli rispondeva colla sua invariabile convinzione:—L'uomo è un asino!... va avanti fino a un certo punto poi ritorna indietro; i figli sono sconoscenti, i popoli sono ingrati, e dimenticano facilmente i benefizii ottenuti con tanti dolori dai loro padri. Io sono un vecchio testimonio dei tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le lagrime che vennero sparse dalla nostra generazione [pg!152] per ottenere la indipendenza. Adesso che è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del passato, e si apparecchiano all'avvenire con fatua dabbenaggine. Ne vedremo col tempo le conseguenze.Gervasio abbassava la testa, e procurava di distrarsi colle cure del giardinaggio e dei campi, cercava di far conoscenza con delle persone che dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione al lavoro, non solo un vantaggio, ma eziandio un vero piacere.I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era decrepito, il figlio gli pareva un uomo da nulla, ma il figlio del figlio era un giovinotto dell'età di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui cominciò ad intrattenersi di colture, e a metterlo a parte de' suoi progetti. Lo invitava a pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi, seminando, e trapiantando le pianticelle nei vasi. Era amico di Maria, e la nonna gli voleva bene. Per farsi un concetto preciso di questo giovane richiese il parere del maestro Zecchini.—I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti, e grandi ignoranti; il giovane Andrea fu mio scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo da padre in figlio, senza sapere che cosa sia la [pg!153] terra, l'aria, l'acqua, la luce colle quali lavorano, contrariando la natura, e ricavando meschini prodotti.Gervasio cercava d'istruire questo giovane amico, ma gli trovava la testa dura, e si doleva col maestro di quella tarda intelligenza.....—Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava il maestro. Contano sulle dita, ma non fallano mai a loro danno.....—Mi pare che s'interessi alla coltura dei fiori..... diceva Gervasio.—Perchè gli piacciono i desinari della signora Maddalena. È un ghiottone che ama i buoni bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei vostri fiori.Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del povero vecchio, che pareva nato con un paio di occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel mondo.Tuttavia dopo d'aver passato un paio d'anni al contado, anche Gervasio era convinto che cittadini e contadini italiani sono due popoli affatto diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee e costumi differenti. Questa anomalia, questo dualismo della civiltà e dell'ignoranza selvaggia, del lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo alla vera unità nazionale. [pg!154]Tocca alla giovane generazione di fondere insieme queste diverse nature, egli pensava, e mio figlio sta apparecchiandosi all'ardua impresa.Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava allegramente sul prediletto bigliardo, mentre il suo professore si sforzava a dimostrare agli scolari, che «la coltura d'una nazione è la più sicura garanzia della sua libertà.» Finiti gli studi liceali, Silvio andò a Padova a studiare la legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando alla villa dopo il secondo anno di studio cominciò ad accorgersi che sua cugina Maria era proprio una bella ragazza. Guardandola negli occhi gli sembrava di sprofondarsi in un lago senza fondo, e sommerso in quel pelago soave diventava muto come un pesce. Essa pure appariva più impacciata del solito.Correvano ancora come due fanciulli attraverso i prati del parco, o sotto i boschetti, mangiavano insieme le frutta seduti sull'erba, egli la contemplava in silenzio, gli pareva la più bella pesca matura della villa, l'avrebbe divorata viva e la invitava a fare una merendina nel nido come nei primi tempi, ma adesso ch'egli mostrava di andarci tanto volontieri, e senza paura delle biscie, essa non voleva andarci più, e furono vane tutte le preghiere. [pg!155]Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori più rari, ne faceva dei mazzetti eleganti e li presentava alla cugina che se ne mostrava lieta, e sapeva farli vivere lungamente, cambiando spesso l'acqua del vaso, e gettandovi dentro del carbone polverizzato.Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca sul nostro pianeta; e appena s'intravede il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il serpente. Silvio credette di vedere, con profondo rammarico, che quello stolido di Andrea Pigna gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli studi universitari forse anche costui aveva fatta la stupenda scoperta del suo sapiente compagno; aveva trovato che Maria era una bella ragazza, e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto si rammentò la storia di Cristoforo Colombo, e di Amerigo Vespucci, e pensando che non è sempre il primo scopritore che dà il nome alla scoperta, si sentì ferito nell'amor proprio, e cominciò a guardare di mal occhio il supposto rivale.Così ebbe principio una burrasca nell'ambiente ristretto della villa, prodotta dai nuvoloni che si alzavano dal cervello dello studente. Il suo odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto del vero; ne sparlava con suo padre e con la [pg!156] nonna, ma tutti lo difendevano con simpatia, e giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza scorza mostrava delle buone qualità. Allora Silvio parlando con Maria scherzava ironicamente sul bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato con indifferenza, si mosse a compassione, e si mise ad osservarlo con interesse.—Povero Andrea! essa diceva al cugino, è così premuroso nel contentare lo zio, è così attento ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri fiori.—Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a quel ragazzo.—Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti da piccini, abbiamo giuocato insieme, è figlio e nipote di vecchi amici di casa.—Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente concordi e felici, in questa valle di lagrime, che è per voi un vero giardino di delizie!...—Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni enfatiche, ma hai torto di usare delle sgarbatezze a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento. Silvio guardava in cagnesco Andrea, il quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti [pg!157] questi malumori furono causa di malintesi, di equivoci, di risentimenti e di corrucci.Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia, e si credeva in dovere, per tutelare la propria dignità, di nascondere l'amore nascente che covava sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento di tono del cugino, del suo linguaggio bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava le spalle e lo lasciava in disparte, e guardava il povero Andrea con compassione e indulgenza, e tutto ciò incoraggiava il giovine a contemplarla con riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d'una sincera affezione. [pg!158]
IX.Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la ferrovia essendo stati riservati all'esercito, non fu possibile agli esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti della famiglia si trovarono riuniti.Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite invano, e alfine soddisfatte; lagrime [pg!130] miste ai baci e ai sorrisi. La vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva altra espressione che il pianto.A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così grandi avvenimenti, così atroci dolori!Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del santuario domestico.L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua casa, sentiva il noto odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno [pg!131] quelle pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni dell'infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto ciò era scomparso nell'esilio, si era dileguato nell'età matura, come una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.La patria libera restituiva all'esule la sua casa, ma come una bandiera dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa, il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s'erano fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!—Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della tua vita, scritta dalla natura!Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l'ajuola dei fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove [pg!132] si tagliavano i fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d'agosto erano ancora al loro posto. L'olivo odoroso che imbalsamava l'aria era cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio, il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle tradizioni domestiche.—Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno d'ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule, gli amici accorsero ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso fu il primo a comparire, e stringendosi al seno [pg!133] Gervasio gli pareva di rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d'un fratello perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si ricordava più che le varie vicende d'una lunga intimità.Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si destinava ad entrare in liceo.—In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva, ma l'educazione lo rende capace di grandi cose.Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane memorie giovanili nell'animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:—La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...—Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè vi sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il [pg!134] babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico di Maria.La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia. Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d'alloro, avvolte in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d'arpa che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso [pg!135] mentre suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.All'orazione che rammentava i dolori e le speranze d'Italia, e al suono dell'inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa folla raccolta un fremito di commozione.Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione ufficiale di Venezia al governo italiano.Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati dopo l'assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli stranieri c'erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la gloriosa repubblica, c'era molta gente che aveva veduto i patriotti del 21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte, [pg!136] c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e nell'esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un grido dell'umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della liberazione d'un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno intorno alla terra.Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava sull'oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo. Si udivano per l'aria le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni d'anime soddisfatte.Sono memorie indelebili che valgono cent'anni di vita, rinforzano le membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e [pg!137] conduceva il suo Silvio a visitare Venezia, colla devozione d'un pellegrino cristiano in Terra Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte, le chiese, i palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale. Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi, quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l'annunzio della loro merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce fresco e delle ostriche.Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione, è una memoria famosa o una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca diversa, un'arte stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie, scalcinate, o l'angolo d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra, e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo. Le calli più misere, i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d'umidità, e i licheni sulle colonne, sembrano [pg!138] tutti capricci fantastici d'un genio strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della tavolozza.La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai piedi dell'altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto, ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero. Chi desidera una copia della facciata o dell'interno di San Marco, una veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli artisti d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più minuziosa esattezza. L'artista veneziano non si presta a queste opere monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di [pg!139] pazienza e di esattezza; egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa incantevole sirena.Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni dei canali, e l'incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:—Tu non ami Venezia!...—Anzi mi piace moltissimo, ma.....—Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni che tu disprezzi!...Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per qualche tempo. [pg!140]Il buon padre gli promise di contentarlo.—Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica di avvocato a Venezia.Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo; egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in campagna.Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo. Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente delle abitudini di famiglia.—Ti procurerò delle belle conoscenze, gli disse, ti metterò a parte di alcuni miei segreti che ti saranno utilissimi,—e precedendolo allegramente entrò nel parco, invitandolo a seguirla.Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati, che lasciavano verso terra una stretta apertura:—Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.—Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di scompigliarsi i capelli ben pettinati. [pg!141]—Hai paura? gli disse Maria, guardandolo cogli occhi ridenti, e prorompendo in uno scroscio di risa argentine.—Dove mi conduci? le domandò Silvio.—Nel mio nido prediletto, essa gli rispose, vieni e sarai contento.—E che cosa faremo nel tuo nido?—Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....Silvio la guardava fissamente, esitava ancora, non capiva, gli seccava molto di cacciarsi dentro quell'arruffio di rami intrecciati.—Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....—E tu non sai quello che si fa dentro ai nidi?... Si mangia, si canta, si dorme, andiamo non aver paura, vieni con me;—e così dicendo si mise in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve. E si udiva ancora la sua voce, che gli gridava dall'interno:—Vieni avanti. Silvio non voleva contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio, abbassò la testa, ed entrò.Se l'ingresso era angusto il nido era comodo, e vi si stava benissimo tanto seduti che sdraiati. Era fatto come un casotto da uccellanda. I rami legati coi vimini formavano delle fitte pareti che non lasciavano penetrare il sole. Il sentore della terra e delle foglie fermentate, facevano esalare un profumo boschereccio. [pg!142]Silvio guardando d'intorno con aria sospettosa le disse:—Dimmi un po' non ci sono delle biscie qui sotto?—Ma no di certo, essa gli rispose ridendo, sta pur tranquillo. Le biscie stanno sotto terra o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da questa parte.—E che cosa facciamo qui?—Adesso te lo dirò, abbi un po' di pazienza.Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse due pomi, ne offrì uno al cugino, e si mise subito a sbocconcellare l'altro con grande appetito. Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino voleva tagliarle il frutto.—Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando la bocca, metteva in lavoro i bei denti bianchi che tagliavano meglio del temperino.Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi, ne infilò uno nella lama e glielo offerse. Essa che aveva divorato il suo pomo, gradì anche l'altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi rifrugò nelle tasche, e tirò fuori un cartoccio di biscottini, e si misero a sgranocchiarli. Silvio cominciava a prender piacere a quella merendina, a quell'ombra, a quella quiete, quando si udirono dei passi sulle foglie secche del viale, [pg!143] e poi tutto d'un tratto, Argo ansante balzò come una bomba nel nido, e colle sue goffe carezze apportò il disordine, la confusione, e lo scompiglio. Contento d'aver trovato la sua amica, si mise a esprimerne la gioia leccandole il viso, saltando, scodinzolando e abbaiando, sbattendo la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le zampe polverose sui calzoni.Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente fuori dal buco, e cominciò a spolverarsi col fazzoletto, mandando al diavolo quella bestiaccia impertinente che gli aveva insudiciato il vestito. Maria lo seguì sgridando il cane, e ridendo della sorpresa inaspettata, e della impressione disgustosa che le pareva avesse prodotto sul cugino.Passarono insieme a visitare il frutteto, ove pendevano dagli alberi dei bei pomi rossi, delle pere di varie tinte.Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli un pero carico di frutta, queste non si mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il migliore di tutti, almeno a mio gusto. Questo pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito, [pg!144] quell'altro riesce benissimo nelloStrudel, che il povero nonno non voleva mangiare, perchè diceva che è un piatto tedesco. Poi gl'indicava i ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie, e gl'insegnava gli alberi ove si raccoglievano le frutta più belle. Fiancheggiando un filare di fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i migliori. Prendi questo verdino, assaggia quello della goccia, e il nero di collina, e conchiudeva: Adesso conosci i più squisiti, ma l'esperienza ti renderà più esperto.Poi visitarono le vigne. C'erano delle uve eccellenti, il povero capitano ne aveva fatta una raccolta stupenda.Finita la passeggiata, Maria gli disse:—Adesso passiamo alla presentazione dei miei amici. Non ho bisogno di dirti tutti i pregi di Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele guardiano.Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto si avviarono verso la scuderia. Prima di entrarvi si udì il nitrito di Falcone che aveva riconosciuto i passi e la voce della padrona, e la invitava ad entrare, un po' per affezione, e un poco anche per interesse, perchè essa andava sovente a trovarlo portandogli un pezzetto di pane e dello zucchero. [pg!145]Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti sotto al portico, quando s'avvide che i due giovani andavano a visitare il cavallo, corse ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva certamente qualche cosa da nascondere. Quando entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la buona bestia ripetè l'allegro nitrito, le appoggiò la testa sulla spalla, guardandola affettuosamente coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento colla zampa, per domandare qualche cosa. Maria disse al cugino:—Non gli manca che la parola. Egli distingue benissimo gli amici dai nemici,—e così dicendo fissava con disprezzo il domestico, che col suo grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.La fanciulla si diffuse a vantare le ottime qualità di Falcone, e accarezzandolo si accorgeva che era stato strigliato male, e ne faceva l'osservazione a Pasquale, il quale si giustificava accusando il fieno d'essere pieno di polvere.Dalla scuderia passarono alla stalla delle mucche e dei vitelli. Maria le designava tutte per nome dicendone i pregi.Miraè una grossa friburghese che fa un latte eccellente,Macchiaè sua figlia, è più bella della madre, ma meno lattifera. LaTirolesecon quell'occhio placido, [pg!146] sentimentale, è un bel tipo.La Biancanon manca di buone qualità, ma la poverina cammina male.Le buone bestie voltavano la testa a guardare, e mettevano un lungo muggito, poi cacciavano il muso nella greppia, o stavano ruminando.Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla con un salto, dicendo al suo compagno:—Andiamo a visitare il pollaio.Prima di entrarvi andò a prendere una manata di becchime, poi aperse la porta del cortile. Pareva di entrare nell'arca di Noè, c'era ogni sorta di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti e galline, capponi dalla ricca coda di colori metallici, pollastre calzate e cappellute, e un gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli accesi, la cresta ritta, e due speroni da fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le foglie verdi di cavolo, guardando intorno con occhio vigilante, chiamando le sue galline a beccare i granelli scoperti.Maria sparpagliò il becchime chiamando:pire pire pitte pitte.Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento rumoroso accompagnato da accenti acuti, rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si [pg!147] vide un accorrere ad ali spiegate, un saltellare, uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva si avanzavano le anitre dondolanti sulle gambe corte, che ansiose di raggiungere i compagni annunziavano il loro arrivo: quà quà quà. Ultimi ad arrivare furono i tacchini, quei boriosi perdevano una così bella occasione di satollarsi per mettere in mostra la ruota della coda e le ciliegie scarlatte della loro pappagorgia, come i vanitosi della razza umana.Uno stormo di colombi di tutti i colori era disceso dalla colombaia, e svolazzava intorno alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o prendendole i granelli dalle mani.La campanella del pranzo richiamò in casa i due giovani. Il gatto che sapeva le ore meglio degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone della cucina, e fu l'ultimo presentato. Maria corse ad accarezzarlo, ed egli arcuava il dorso e si fregava al viso della fanciulla, facendo le fusa.—Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti, Mumut viene a riposarsi sul mio panierino di lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta va a coricarsi fra le gambe di Argo, il quale non si muove più per non disturbarlo, e gli lava il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della [pg!148] dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli a coda lunga che rosicano il formaggio, mangiano la farina e il butirro. Ma qualche volta il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci crudi; allora è il gabelliere che fa il contrabbando, e la nonna va in collera.Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni della cuginetta, e degli ottimi consigli che gli aveva dati sulle varie qualità delle uve e delle frutta. Gervasio lodava le cure di suo padre che non aveva lasciato un angolo di terreno senza cultura. La nonna si asciugava una lagrima pensando al suo vecchio compagno, era soddisfatta di udirlo ricordare con riconoscenza dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei due nipoti, che formavano l'unica consolazione della sua vita.Alla fine dell'autunno arrivò alla villa il capitano Alessandro, e fu accolto da tutti colle più cordiali dimostrazioni d'affetto. Maddalena non lo aveva più veduto dall'infanzia. Egli le apportò di quei cari ricordi domestici raccolti nella casa di Brianza, che sono i doni più preziosi che si possono fare a chi visse lungamente lontano dal tetto paterno.Un ritratto in miniatura del colonnello colle assise dei cacciatori della guardia imperiale, un [pg!149] ritratto di sua madre prima delle nozze. Alcuni lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che suo padre scrisse alla moglie da varie parti d'Europa, nelle quali parlava con sommo affetto della loro bambina.Il mese che il capitano passò alla villa fu lieto per tutta quella buona famiglia, che rimase per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai colli d'Asolo e di Conegliano, ai monti ed ai laghetti di Ceneda e Serravalle, le due città congiunte in una sola dal Re liberatore, che le diede il nome famoso e immortale di Vittorio.Tutti andavano a gara per divertire l'ospite gradito, e intanto si divertivano con lui. Ai primi di novembre egli partì, e Gervasio condusse a Treviso suo figlio per cominciare gli studi liceali, gli raccomandò di studiare, e di tenere una buona condotta, e ritornò alla villa.Era la prima volta che Silvio si trovava affatto libero, e ne profittò subito per imparare il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta d'amici, e di sigari; andava ogni sera al teatro e poi a cena, si coricava assai tardi, e alla mattina dormiva profondamente, dimenticandosi le ore delle lezioni, e così evitando la noia della scuola. [pg!150]Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò fino dopo il principio del nuovo anno; a carnevale nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia quasi un mese. In giugno celebrò la festa nazionale con una settimana d'ozio, e in luglio aveva finito il primo anno, ed esaurito a suo modo il programma dello studio, passando anche agli esami.... pel buco della chiave, come egli stesso confessava agli amici.Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava a spasso per la città a farsi vedere come i tacchini della corte. Il cappello sull'orecchio destro, il sigaro in bocca, si dava un'aria spaccona da far ridere le mosche.Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze, di quella vita dondolona, di non vederlo mai con un libro in mano, e si rammentava il sistema diverso del tempo nel quale egli andava alla scuola, l'appello dei professori, il rigore degli esami, il bisogno di studiare che sentivano gli studenti. Silvio gli rispondeva:—Quello era un tempo di pedanti, adesso è l'epoca della libertà!...—Libertà dell'ignoranza! soggiungeva suo padre. Noi ci siamo apparecchiati sui libri a liberare la patria....—E avete fatta della retorica e delle famose [pg!151] corbellerie, che vanno celebri nella storia, col nome diquarantottate!Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!... il 1848 l'aveva lasciato storpio, aveva veduto coi suoi occhi i morti di Marghera, e del Ponte, gli pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la guerra non fossero retorica, ma forse si era ingannato. Egli pensava che la libertà ottenuta avesse bisogno di coltura per conservarla, ma suo figlio lo assicurava che il mondo cammina da sè, e che si diventa dottori anche senza dottrina.«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio, vivo troppo lontano dal mondo per essere in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito, nè dar noia colle mie prediche all'unico figlio.»Talvolta s'intratteneva di questi suoi dubbi, col vecchio maestro Zecchini, il quale gli rispondeva colla sua invariabile convinzione:—L'uomo è un asino!... va avanti fino a un certo punto poi ritorna indietro; i figli sono sconoscenti, i popoli sono ingrati, e dimenticano facilmente i benefizii ottenuti con tanti dolori dai loro padri. Io sono un vecchio testimonio dei tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le lagrime che vennero sparse dalla nostra generazione [pg!152] per ottenere la indipendenza. Adesso che è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del passato, e si apparecchiano all'avvenire con fatua dabbenaggine. Ne vedremo col tempo le conseguenze.Gervasio abbassava la testa, e procurava di distrarsi colle cure del giardinaggio e dei campi, cercava di far conoscenza con delle persone che dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione al lavoro, non solo un vantaggio, ma eziandio un vero piacere.I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era decrepito, il figlio gli pareva un uomo da nulla, ma il figlio del figlio era un giovinotto dell'età di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui cominciò ad intrattenersi di colture, e a metterlo a parte de' suoi progetti. Lo invitava a pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi, seminando, e trapiantando le pianticelle nei vasi. Era amico di Maria, e la nonna gli voleva bene. Per farsi un concetto preciso di questo giovane richiese il parere del maestro Zecchini.—I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti, e grandi ignoranti; il giovane Andrea fu mio scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo da padre in figlio, senza sapere che cosa sia la [pg!153] terra, l'aria, l'acqua, la luce colle quali lavorano, contrariando la natura, e ricavando meschini prodotti.Gervasio cercava d'istruire questo giovane amico, ma gli trovava la testa dura, e si doleva col maestro di quella tarda intelligenza.....—Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava il maestro. Contano sulle dita, ma non fallano mai a loro danno.....—Mi pare che s'interessi alla coltura dei fiori..... diceva Gervasio.—Perchè gli piacciono i desinari della signora Maddalena. È un ghiottone che ama i buoni bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei vostri fiori.Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del povero vecchio, che pareva nato con un paio di occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel mondo.Tuttavia dopo d'aver passato un paio d'anni al contado, anche Gervasio era convinto che cittadini e contadini italiani sono due popoli affatto diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee e costumi differenti. Questa anomalia, questo dualismo della civiltà e dell'ignoranza selvaggia, del lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo alla vera unità nazionale. [pg!154]Tocca alla giovane generazione di fondere insieme queste diverse nature, egli pensava, e mio figlio sta apparecchiandosi all'ardua impresa.Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava allegramente sul prediletto bigliardo, mentre il suo professore si sforzava a dimostrare agli scolari, che «la coltura d'una nazione è la più sicura garanzia della sua libertà.» Finiti gli studi liceali, Silvio andò a Padova a studiare la legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando alla villa dopo il secondo anno di studio cominciò ad accorgersi che sua cugina Maria era proprio una bella ragazza. Guardandola negli occhi gli sembrava di sprofondarsi in un lago senza fondo, e sommerso in quel pelago soave diventava muto come un pesce. Essa pure appariva più impacciata del solito.Correvano ancora come due fanciulli attraverso i prati del parco, o sotto i boschetti, mangiavano insieme le frutta seduti sull'erba, egli la contemplava in silenzio, gli pareva la più bella pesca matura della villa, l'avrebbe divorata viva e la invitava a fare una merendina nel nido come nei primi tempi, ma adesso ch'egli mostrava di andarci tanto volontieri, e senza paura delle biscie, essa non voleva andarci più, e furono vane tutte le preghiere. [pg!155]Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori più rari, ne faceva dei mazzetti eleganti e li presentava alla cugina che se ne mostrava lieta, e sapeva farli vivere lungamente, cambiando spesso l'acqua del vaso, e gettandovi dentro del carbone polverizzato.Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca sul nostro pianeta; e appena s'intravede il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il serpente. Silvio credette di vedere, con profondo rammarico, che quello stolido di Andrea Pigna gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli studi universitari forse anche costui aveva fatta la stupenda scoperta del suo sapiente compagno; aveva trovato che Maria era una bella ragazza, e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto si rammentò la storia di Cristoforo Colombo, e di Amerigo Vespucci, e pensando che non è sempre il primo scopritore che dà il nome alla scoperta, si sentì ferito nell'amor proprio, e cominciò a guardare di mal occhio il supposto rivale.Così ebbe principio una burrasca nell'ambiente ristretto della villa, prodotta dai nuvoloni che si alzavano dal cervello dello studente. Il suo odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto del vero; ne sparlava con suo padre e con la [pg!156] nonna, ma tutti lo difendevano con simpatia, e giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza scorza mostrava delle buone qualità. Allora Silvio parlando con Maria scherzava ironicamente sul bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato con indifferenza, si mosse a compassione, e si mise ad osservarlo con interesse.—Povero Andrea! essa diceva al cugino, è così premuroso nel contentare lo zio, è così attento ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri fiori.—Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a quel ragazzo.—Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti da piccini, abbiamo giuocato insieme, è figlio e nipote di vecchi amici di casa.—Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente concordi e felici, in questa valle di lagrime, che è per voi un vero giardino di delizie!...—Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni enfatiche, ma hai torto di usare delle sgarbatezze a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento. Silvio guardava in cagnesco Andrea, il quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti [pg!157] questi malumori furono causa di malintesi, di equivoci, di risentimenti e di corrucci.Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia, e si credeva in dovere, per tutelare la propria dignità, di nascondere l'amore nascente che covava sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento di tono del cugino, del suo linguaggio bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava le spalle e lo lasciava in disparte, e guardava il povero Andrea con compassione e indulgenza, e tutto ciò incoraggiava il giovine a contemplarla con riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d'una sincera affezione. [pg!158]
Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi soldati italiani, si arrestava davanti il cancello della villa Bonifazio una carrozza da viaggio dalla quale scendevano inaspettati Gervasio e Silvio. Il telegrafo e la ferrovia essendo stati riservati all'esercito, non fu possibile agli esuli di annunziare la loro venuta. Le suonate di campanello e i latrati di Argo fecero accorrere Pasquale. Aperti i cancelli entrarono in casa commossi, si gettarono nelle braccia di Maddalena che se li strinse al seno, Maria venne subito dal giardino, e finalmente tutti i superstiti della famiglia si trovarono riuniti.
Il primo effetto del loro incontro furono le lagrime, lagrime di gioia e di tenerezza, sgorgate dal rapido risveglio di tanti ricordi dolci e luttuosi, sereni e strazianti, da tante speranze lungamente nutrite invano, e alfine soddisfatte; lagrime [pg!130] miste ai baci e ai sorrisi. La vecchia madre che abbracciava il solo figlio ancora vivo, ma invecchiato, lontano da' suoi occhi, per diciotto anni di assenza, che vedeva per la prima volta il giovane nipote, il quale finalmente conosceva la nonna; il figlio che leggeva sul volto rugoso e sui capelli bianchi della madre tutte le angoscie sofferte, che trovava un vuoto doloroso prodotto dalla morte del padre, del fratello, della cognata, e d'un vecchio e fedele domestico; i due cugini che si vedevano per la prima volta, tutte queste affezioni, queste gioie, questi dolori, queste sorprese, confusi insieme si fondevano in una tenerezza che non aveva altra espressione che il pianto.
A poco a poco vennero le confidenze, i racconti, le storie. Quante domande, quanto desiderio di espansione dopo sì lunga separazione, così grandi avvenimenti, così atroci dolori!
Quante carezze, quanti dialoghi, che gli stranieri avevano troncati, e che la patria vendicata rendeva sacri e soavi nella intimità del santuario domestico.
L'esule aspirava con sicurezza l'aria della sua casa, sentiva il noto odore di quelle camere, riconosceva quei mobili, quei quadri come antichi amici, amati fino dalla nascita; guardava d'intorno [pg!131] quelle pareti che gli raccontavano coi loro quadri le prime impressioni dell'infanzia, che gli rammentavano le gioie innocenti e le felicità della vita giovanile, gli anniversari, le feste, le ricompense. Tutto ciò era scomparso nell'esilio, si era dileguato nell'età matura, come una nebbia che svanisse quando il sole è già alto sull'orizzonte.
La patria libera restituiva all'esule la sua casa, ma come una bandiera dopo le battaglie, lacerata dalle palle nemiche.
Al di fuori la natura aveva continuato il suo lavoro. Gli alberi del parco erano diventati giganti, avevano sorpassato il tetto della casa, il loro vigore indicava chiaramente i lunghi anni trascorsi; gli arboscelli piantati in gioventù, dolci ricordi di giorni felici, s'erano fatti robusti, e portavano una bella chioma di rami rigogliosi.
Ma quale miscuglio trasandato e confuso di fronde! quale abbandono di piante invadenti, quale arrufìo scapigliato di foglie e di fiori!
—Povera madre! esclamava Gervasio, ecco la storia delle burrasche della tua vita, scritta dalla natura!
Tuttavia qualche angolo era conservato in buon ordine: l'ajuola dei fiori coi quali si facevano i mazzi per gli onomastici e i natalizi era ben coltivata e fiorita. La macchia dei crisantemi dove [pg!132] si tagliavano i fiori autunnali per le ghirlande del giorno dei morti era in ottimo stato; le tuberose predilette che profumavano la casa nel mese d'agosto erano ancora al loro posto. L'olivo odoroso che imbalsamava l'aria era cresciuto rigoglioso. Quel parco era proprio un libro scritto da una potenza superiore, ed era sublime per chi sapeva leggerlo come Gervasio, il quale si proponeva di rispettarlo come stava, in onoranza delle tradizioni domestiche.
—Ecco il sedile sotto la sofora ove il mio povero padre veniva a fumare la sua pipa; e mi pare di vederlo quando girava pei viali colla forbice in mano, visitando le piante come si fa coi soldati in un giorno d'ispezione; e nei tempi dolorosi quando camminava colle mani dietro la schiena, la testa bassa meditabonda. Ogni angolo di questo parco conserva le sue orme, la coltura del giardino era la sua occupazione prediletta, egli amava la sua patria, la sua famiglia, e la bella natura, non si curava del resto, trovava la solitudine migliore della società, e qualche volta anche gli animali migliori degli uomini.
Appena si seppe nel villaggio il ritorno dell'esule, gli amici accorsero ad abbracciarlo. Il più vecchio di tutti era il maestro Zecchini; esso fu il primo a comparire, e stringendosi al seno [pg!133] Gervasio gli pareva di rivedere un figliuolo. Parlava del povero capitano come d'un fratello perduto, egli aveva dimenticato la loro discordia di opinioni, e non si ricordava più che le varie vicende d'una lunga intimità.
Il vecchio precettore provò somma consolazione di riconoscere in Silvio un giovinotto che aveva compiuti gli studi ginnasiali, e che si destinava ad entrare in liceo.
—In natura l'uomo è un asino, egli ripeteva, ma l'educazione lo rende capace di grandi cose.
Anche questa antica teoria del maestro risvegliava le più lontane memorie giovanili nell'animo commosso di Gervasio, il quale ammirava la fermezza del vecchio nel conservare i suoi convincimenti, e gli diceva:
—La lunga esperienza della vita, i grandi avvenimenti trascorsi non hanno ancora modificato le vostre idee filosofiche riguardo all'uomo!...
—Anzi, tutto mi conferma in questo principio, ma so bene che la mia teoria non verrà mai adottata nelle scuole come base filosofica, perchè vi sarà perpetuo ostacolo, l'orgoglio umano.
Gervasio rideva come suo padre, e Silvio pensava: se fosse vero!... A interrompere la discussione vennero i tre Pigna, il vecchio beone, il [pg!134] babbo insignificante, e il giovane Andrea, l'amico di Maria.
La prima visita di Gervasio e di Silvio fu fatta al Cimitero, ove portarono una ghirlanda sulla tomba del padre e del nonno. E quando Treviso celebrò nella cattedrale solenni esequie ai martiri della patria, tutta la famiglia Bonifazio assistette alla grandiosa cerimonia. Maddalena e Maria presero posto fra le donne vestito a lutto, col capo coperto da un velo nero, che occuparono sei file di banchi disposti ai lati della grande navata per tutta la lunghezza della chiesa. Gervasio e Silvio si collocarono in modo da veder bene le cerimonie e da udire il discorso che venne pronunziato in onore dei morti. La cattedrale era tutta parata di nero con bandiere nazionali e corone d'alloro, avvolte in neri crespi. Un immenso catafalco sorgeva nel centro, con analoghe iscrizioni, fra immenso numero di cerei, in mezzo a quattro grandi piramidi composte di canne di fucili, baionette ed altre armi, dalle quali pendevano degli scudi neri, intrecciati di fronde, coi nomi di tutte le battaglie nazionali dal 1848 al 1866.
La messa funebre fu eseguita a grande orchestra, con degli a soli d'arpa che parevano voci del cielo, e produssero un effetto meraviglioso [pg!135] mentre suonavano le campane di tutte le chiese, si udivano le salve di moschetteria che partivano dalle truppe raccolte in piazza, e i colpi di cannone tirati a lunghi intervalli dalle mura.
All'orazione che rammentava i dolori e le speranze d'Italia, e al suono dell'inno nazionale che chiuse la sacra funzione si sentiva nell'immensa folla raccolta un fremito di commozione.
Dieci giorni dopo la festa funebre di Treviso ebbe luogo la cessione ufficiale di Venezia al governo italiano.
Gervasio volle trovarsi presente anche a questo momento storico memorabile, e partì per Venezia con suo figlio, per fargli vedere per la prima volta la incantevole città, in così solenne occasione.
Quale spettacolo! quei soldati austriaci che partivano erano rientrati dopo l'assedio fra lo squallore dei morti nella città bombardata, che dopo un anno d'eroica difesa, non fu vinta che dal coléra e dalla fame.
Nella folla raccolta in piazza, che attendeva compatta la partenza degli stranieri c'erano ancora dei vecchi che avevano vissuto sotto la gloriosa repubblica, c'era molta gente che aveva veduto i patriotti del 21, salire sulla berlina eretta in piazzetta per condannarli alla morte, [pg!136] c'erano molti cittadini che avevano sofferto nelle carceri e nell'esilio. Quando la bandiera italiana fu issata sulle tre antenne di Cipro, Candia e Morea, si udì un clamore che non era un grido d'entusiasmo, nè un gemito di commozione, nè un urlo selvaggio, nè un applauso di trionfo; era una voce strana, inaudita, unanime, di migliaia di persone, una voce che fondeva in una sola espressione tutte quelle passioni compresse, ed echeggiava ad un tratto nell'aria, come un grido dell'umanità che si espandeva fino alle stelle. Questo grido della liberazione d'un popolo, si poteva udirlo da tutti i pianeti che stanno intorno alla terra.
Uno splendido sole illuminava le cupole moresche di San Marco, brillava sull'oro dei mosaici, e sulle invetriate rotonde della basilica, e rifletteva nella calma laguna l'azzurro del cielo. Si udivano per l'aria le più soavi melodie, non si vedevano che volti ridenti, che espressioni d'anime soddisfatte.
Sono memorie indelebili che valgono cent'anni di vita, rinforzano le membra infiacchite dei vecchi, infondono vigore alla gioventù, fanno obliare le amarezze, le umiliazioni, i dolori del servaggio.
Gervasio dimenticava i lunghi anni d'esilio, e [pg!137] conduceva il suo Silvio a visitare Venezia, colla devozione d'un pellegrino cristiano in Terra Santa. Gli faceva ammirare i monumenti, le opere d'arte, le chiese, i palazzi, i canali, e fino le casupole, e gli spiegava la storia locale. Gli mostrava quel popolo buono, ameno, bizzarro, quei ruvidi pescatori figli del mare, quelle donnette goldoniane, quelle gondole uniformi, quelle voci di venditori ambulanti che cantavano l'annunzio della loro merce, vantando i bei cavoli, le belle frutta, i canestrini del pesce fresco e delle ostriche.
Ogni pietra di Venezia è degna d'osservazione, è una memoria famosa o una pennellata pittoresca; la tinta ardita di una insigne tavolozza.
Ogni monumento, ogni palazzo vi ricorda un'epoca diversa, un'arte stupenda, dei nomi illustri di magistrati, di conquistatori o di artisti. Ogni prospetto presenta un quadro ammirabile e singolare, sia un tempio di marmo e di mosaici, sia un gruppo di case vecchie, scalcinate, o l'angolo d'un canale tortuoso coll'acqua verde nell'ombra, e i camini del tetto illuminati dal sole sul fondo turchino del cielo. Le calli più misere, i rii più sporchi, l'erba sulle screpolature dei marmi, o nelle giunture dei mattoni corrosi, le macchie d'umidità, e i licheni sulle colonne, sembrano [pg!138] tutti capricci fantastici d'un genio strambo, che si divertì a intingere il pennello in tutti i colori della tavolozza.
La bicocca a canto al palazzo, gli stracci e gli sbrendoli che si mettono ad asciugare in fianco ai marmi preziosi, il pergolato di vite intorno alla Madonna dei Traghetti, coi gondolieri devoti che la adornano di fiori, vi accendono il fanaletto, e siedono bestemmiando ai piedi dell'altarino, sono tutte bizzarrie veneziane che armonizzano coi suoi prospetti, coi suoi odori, col lusso dei suoi edifizii e le rovine delle vecchie abitazioni. Tutto è bello a Venezia!... anche il brutto, ed anzi è preferito dagli artisti nazionali, i quali hanno una vera ripugnanza per le copie dei monumenti più insigni, che abbandonano agli artisti stranieri, riservandosi la riproduzione delle case rotte, delle catapecchie e dei canali tortuosi, che fanno ammirare dal mondo intiero. Chi desidera una copia della facciata o dell'interno di San Marco, una veduta della piazza, o della chiesa della Salute, deve ricorrere agli artisti d'altre nazioni che accettano la commissione lavorando pazientemente dei lunghi mesi davanti il loro modello, colla più minuziosa esattezza. L'artista veneziano non si presta a queste opere monotone, regolari, ed eterne, meravigliose di [pg!139] pazienza e di esattezza; egli vuole le linee interrotte, i colori smaglianti, le pennellate franche, la tavolozza svariata, il prospetto capriccioso e fantastico.
Silvio divenne entusiasta di Venezia, colla guida del padre imparò ad ammirarla fino negli angoli più remoti, ignoti ai volgari, ma adorati da coloro che sanno scorgere le bellezze più misteriose di questa incantevole sirena.
Un giorno s'incontrarono col cugino Alessandro che era divenuto capitano, e passarono insieme alcune ore girando per la città. Il buon lombardo si lamentava delle viottole anguste, deplorava le esalazioni dei canali, e l'incomodo dei ponti. Gervasio meravigliato gli osservò:
—Tu non ami Venezia!...
—Anzi mi piace moltissimo, ma.....
—Ma non la comprendi. Tu guardi Venezia con occhio profano; tu non la vedi!... Ciò che mi dava la nostalgia nell'esilio non erano i suoi monumenti, ma il suo odore, la sua voce, i suoi colori, le esalazioni che tu disprezzi!...
Silvio che aveva amata Venezia prima di conoscerla, per le descrizioni che gli vennero fatte fino dalla infanzia, dopo d'averla veduta la ammirava alla maniera patema, e mostrava il desiderio di abitarla per qualche tempo. [pg!140]
Il buon padre gli promise di contentarlo.
—Adesso, gli disse, devi pensare agli studi del liceo, ma quando avrai compiuto il corso legale, ed ottenuta la laurea, verrai a far la pratica di avvocato a Venezia.
Silvio era beato, ma il capitano Alessandro non poteva comprenderlo; egli preferiva le ampie strade di Torino, e le lunghe passeggiate in campagna.
Lo invitarono alla villa ove avrebbe potuto soddisfare i suoi gusti di cacciatore, ove sua cugina Maddalena desiderava vivamente di vederlo. Egli promise che avrebbe chiesto una licenza di qualche giorno, e con questa bella promessa il padre ed il figlio ritornarono a casa.
Maria aspettava ansiosamente il cugino Silvio per metterlo al corrente delle abitudini di famiglia.
—Ti procurerò delle belle conoscenze, gli disse, ti metterò a parte di alcuni miei segreti che ti saranno utilissimi,—e precedendolo allegramente entrò nel parco, invitandolo a seguirla.
Giunti ad un boschetto fitto di rami arruffati, che lasciavano verso terra una stretta apertura:
—Abbassa la testa, gli disse, ed entriamo.
—Dove si va? le chiese Silvio, che temeva di scompigliarsi i capelli ben pettinati. [pg!141]
—Hai paura? gli disse Maria, guardandolo cogli occhi ridenti, e prorompendo in uno scroscio di risa argentine.
—Dove mi conduci? le domandò Silvio.
—Nel mio nido prediletto, essa gli rispose, vieni e sarai contento.
—E che cosa faremo nel tuo nido?
—Oh bella! quello che si fa in tutti i nidi....
Silvio la guardava fissamente, esitava ancora, non capiva, gli seccava molto di cacciarsi dentro quell'arruffio di rami intrecciati.
—Ma infine, che cosa faremo nel tuo nido.....
—E tu non sai quello che si fa dentro ai nidi?... Si mangia, si canta, si dorme, andiamo non aver paura, vieni con me;—e così dicendo si mise in ginocchio, abbassò la testa, e scomparve. E si udiva ancora la sua voce, che gli gridava dall'interno:—Vieni avanti. Silvio non voleva contrariarla, si rassegnò, si mise in ginocchio, abbassò la testa, ed entrò.
Se l'ingresso era angusto il nido era comodo, e vi si stava benissimo tanto seduti che sdraiati. Era fatto come un casotto da uccellanda. I rami legati coi vimini formavano delle fitte pareti che non lasciavano penetrare il sole. Il sentore della terra e delle foglie fermentate, facevano esalare un profumo boschereccio. [pg!142]
Silvio guardando d'intorno con aria sospettosa le disse:
—Dimmi un po' non ci sono delle biscie qui sotto?
—Ma no di certo, essa gli rispose ridendo, sta pur tranquillo. Le biscie stanno sotto terra o cercano il sole, io non ne ho mai vedute da questa parte.
—E che cosa facciamo qui?
—Adesso te lo dirò, abbi un po' di pazienza.
Allora cominciò a frugarsi in tasca, ne trasse due pomi, ne offrì uno al cugino, e si mise subito a sbocconcellare l'altro con grande appetito. Silvio la ringraziò e tirato fuori il temperino voleva tagliarle il frutto.
—Non ne ho bisogno, essa gli disse, e spalancando la bocca, metteva in lavoro i bei denti bianchi che tagliavano meglio del temperino.
Silvio pelò il pomo, ne tagliò quattro spicchi, ne infilò uno nella lama e glielo offerse. Essa che aveva divorato il suo pomo, gradì anche l'altra parte e se la mangiò tranquillamente. Poi rifrugò nelle tasche, e tirò fuori un cartoccio di biscottini, e si misero a sgranocchiarli. Silvio cominciava a prender piacere a quella merendina, a quell'ombra, a quella quiete, quando si udirono dei passi sulle foglie secche del viale, [pg!143] e poi tutto d'un tratto, Argo ansante balzò come una bomba nel nido, e colle sue goffe carezze apportò il disordine, la confusione, e lo scompiglio. Contento d'aver trovato la sua amica, si mise a esprimerne la gioia leccandole il viso, saltando, scodinzolando e abbaiando, sbattendo la coda in volto a Silvio, e appoggiandogli le zampe polverose sui calzoni.
Il giovane disperato sgattaiolò rapidamente fuori dal buco, e cominciò a spolverarsi col fazzoletto, mandando al diavolo quella bestiaccia impertinente che gli aveva insudiciato il vestito. Maria lo seguì sgridando il cane, e ridendo della sorpresa inaspettata, e della impressione disgustosa che le pareva avesse prodotto sul cugino.
Passarono insieme a visitare il frutteto, ove pendevano dagli alberi dei bei pomi rossi, delle pere di varie tinte.
Sta bene attento, disse Maria al cugino, indicandogli un pero carico di frutta, queste non si mangiano crude, sono troppo dure, hanno un sapore erbaceo, ma cotte sono eccellenti e zuccherine.
E seguitava: Ti raccomando quel pomo, è il migliore di tutti, almeno a mio gusto. Questo pomo ruggine ti sembrerà brutto, ma è squisito, [pg!144] quell'altro riesce benissimo nelloStrudel, che il povero nonno non voleva mangiare, perchè diceva che è un piatto tedesco. Poi gl'indicava i ciliegi, ai quali cominciavano a cader le foglie, e gl'insegnava gli alberi ove si raccoglievano le frutta più belle. Fiancheggiando un filare di fichi glieli nominava tutti, gli faceva gustare i migliori. Prendi questo verdino, assaggia quello della goccia, e il nero di collina, e conchiudeva: Adesso conosci i più squisiti, ma l'esperienza ti renderà più esperto.
Poi visitarono le vigne. C'erano delle uve eccellenti, il povero capitano ne aveva fatta una raccolta stupenda.
Finita la passeggiata, Maria gli disse:
—Adesso passiamo alla presentazione dei miei amici. Non ho bisogno di dirti tutti i pregi di Argo, tu lo conosci abbastanza, questo fedele guardiano.
Silvio torceva il muso, Maria rideva, e intanto si avviarono verso la scuderia. Prima di entrarvi si udì il nitrito di Falcone che aveva riconosciuto i passi e la voce della padrona, e la invitava ad entrare, un po' per affezione, e un poco anche per interesse, perchè essa andava sovente a trovarlo portandogli un pezzetto di pane e dello zucchero. [pg!145]
Pasquale, il macaco che stava nettando i finimenti sotto al portico, quando s'avvide che i due giovani andavano a visitare il cavallo, corse ad aprire la porta, e li precedette. Egli aveva certamente qualche cosa da nascondere. Quando entrarono, si avvicinava al cavallo che ebbe un tremito di paura, ma poi scorgendo Maria la buona bestia ripetè l'allegro nitrito, le appoggiò la testa sulla spalla, guardandola affettuosamente coi suoi grandi occhi neri, e raspando il pavimento colla zampa, per domandare qualche cosa. Maria disse al cugino:
—Non gli manca che la parola. Egli distingue benissimo gli amici dai nemici,—e così dicendo fissava con disprezzo il domestico, che col suo grugno di scimmiotto faceva lo gnorri.
La fanciulla si diffuse a vantare le ottime qualità di Falcone, e accarezzandolo si accorgeva che era stato strigliato male, e ne faceva l'osservazione a Pasquale, il quale si giustificava accusando il fieno d'essere pieno di polvere.
Dalla scuderia passarono alla stalla delle mucche e dei vitelli. Maria le designava tutte per nome dicendone i pregi.Miraè una grossa friburghese che fa un latte eccellente,Macchiaè sua figlia, è più bella della madre, ma meno lattifera. LaTirolesecon quell'occhio placido, [pg!146] sentimentale, è un bel tipo.La Biancanon manca di buone qualità, ma la poverina cammina male.
Le buone bestie voltavano la testa a guardare, e mettevano un lungo muggito, poi cacciavano il muso nella greppia, o stavano ruminando.
Maria accarezzò i vitellini, poi uscì dalla stalla con un salto, dicendo al suo compagno:
—Andiamo a visitare il pollaio.
Prima di entrarvi andò a prendere una manata di becchime, poi aperse la porta del cortile. Pareva di entrare nell'arca di Noè, c'era ogni sorta di volatili, oche, anitre, tacchini, galletti e galline, capponi dalla ricca coda di colori metallici, pollastre calzate e cappellute, e un gallo adulto, rosso nero ed azzurro, coi bargigli accesi, la cresta ritta, e due speroni da fare invidia a qualunque cavaliere. Egli andava ruzzolando fra la terra smossa, la crusca e le foglie verdi di cavolo, guardando intorno con occhio vigilante, chiamando le sue galline a beccare i granelli scoperti.
Maria sparpagliò il becchime chiamando:pire pire pitte pitte.
Al suono della sua voce si udì uno svolazzamento rumoroso accompagnato da accenti acuti, rauchi, sonori, uno squittire, un chiocciare confuso di chirichichì, di glu glu, di cocodè, si [pg!147] vide un accorrere ad ali spiegate, un saltellare, uno sparnazzare di zampe frettolose, un beccare furibondo di affamati. In coda alla svariata comitiva si avanzavano le anitre dondolanti sulle gambe corte, che ansiose di raggiungere i compagni annunziavano il loro arrivo: quà quà quà. Ultimi ad arrivare furono i tacchini, quei boriosi perdevano una così bella occasione di satollarsi per mettere in mostra la ruota della coda e le ciliegie scarlatte della loro pappagorgia, come i vanitosi della razza umana.
Uno stormo di colombi di tutti i colori era disceso dalla colombaia, e svolazzava intorno alla fanciulla, arrestandosi sulle sue spalle o prendendole i granelli dalle mani.
La campanella del pranzo richiamò in casa i due giovani. Il gatto che sapeva le ore meglio degli orologi, aspettava la sua parte sul balcone della cucina, e fu l'ultimo presentato. Maria corse ad accarezzarlo, ed egli arcuava il dorso e si fregava al viso della fanciulla, facendo le fusa.
—Ecco, disse Maria, il più furbo di tutti, Mumut viene a riposarsi sul mio panierino di lavoro, ma dorme con un occhio solo. Talvolta va a coricarsi fra le gambe di Argo, il quale non si muove più per non disturbarlo, e gli lava il muso colla lingua. Mumut fa la polizia della [pg!148] dispensa, visitata sovente da piccoli ladruncoli a coda lunga che rosicano il formaggio, mangiano la farina e il butirro. Ma qualche volta il briccone preferisce il vitello arrosto ai sorci crudi; allora è il gabelliere che fa il contrabbando, e la nonna va in collera.
Durante il pranzo Silvio rese conto delle presentazioni della cuginetta, e degli ottimi consigli che gli aveva dati sulle varie qualità delle uve e delle frutta. Gervasio lodava le cure di suo padre che non aveva lasciato un angolo di terreno senza cultura. La nonna si asciugava una lagrima pensando al suo vecchio compagno, era soddisfatta di udirlo ricordare con riconoscenza dal figlio, e aveva un sorriso affettuoso pei due nipoti, che formavano l'unica consolazione della sua vita.
Alla fine dell'autunno arrivò alla villa il capitano Alessandro, e fu accolto da tutti colle più cordiali dimostrazioni d'affetto. Maddalena non lo aveva più veduto dall'infanzia. Egli le apportò di quei cari ricordi domestici raccolti nella casa di Brianza, che sono i doni più preziosi che si possono fare a chi visse lungamente lontano dal tetto paterno.
Un ritratto in miniatura del colonnello colle assise dei cacciatori della guardia imperiale, un [pg!149] ritratto di sua madre prima delle nozze. Alcuni lavoretti della sua infanzia, alcune lettere che suo padre scrisse alla moglie da varie parti d'Europa, nelle quali parlava con sommo affetto della loro bambina.
Il mese che il capitano passò alla villa fu lieto per tutta quella buona famiglia, che rimase per tanto tempo dispersa. Si fecero delle belle gite nei siti più pittoreschi della provincia, ai colli d'Asolo e di Conegliano, ai monti ed ai laghetti di Ceneda e Serravalle, le due città congiunte in una sola dal Re liberatore, che le diede il nome famoso e immortale di Vittorio.
Tutti andavano a gara per divertire l'ospite gradito, e intanto si divertivano con lui. Ai primi di novembre egli partì, e Gervasio condusse a Treviso suo figlio per cominciare gli studi liceali, gli raccomandò di studiare, e di tenere una buona condotta, e ritornò alla villa.
Era la prima volta che Silvio si trovava affatto libero, e ne profittò subito per imparare il giuoco del bigliardo, pel quale si sentiva delle disposizioni incoraggianti. Fece una buona scelta d'amici, e di sigari; andava ogni sera al teatro e poi a cena, si coricava assai tardi, e alla mattina dormiva profondamente, dimenticandosi le ore delle lezioni, e così evitando la noia della scuola. [pg!150]
Ritornò a casa per le feste di Natale e vi restò fino dopo il principio del nuovo anno; a carnevale nuove vacanze, e a Pasqua rimase in famiglia quasi un mese. In giugno celebrò la festa nazionale con una settimana d'ozio, e in luglio aveva finito il primo anno, ed esaurito a suo modo il programma dello studio, passando anche agli esami.... pel buco della chiave, come egli stesso confessava agli amici.
Ad ogni vacanza regolare ad arbitraria andava a spasso per la città a farsi vedere come i tacchini della corte. Il cappello sull'orecchio destro, il sigaro in bocca, si dava un'aria spaccona da far ridere le mosche.
Suo padre si stupiva di quelle incessanti vacanze, di quella vita dondolona, di non vederlo mai con un libro in mano, e si rammentava il sistema diverso del tempo nel quale egli andava alla scuola, l'appello dei professori, il rigore degli esami, il bisogno di studiare che sentivano gli studenti. Silvio gli rispondeva:
—Quello era un tempo di pedanti, adesso è l'epoca della libertà!...
—Libertà dell'ignoranza! soggiungeva suo padre. Noi ci siamo apparecchiati sui libri a liberare la patria....
—E avete fatta della retorica e delle famose [pg!151] corbellerie, che vanno celebri nella storia, col nome diquarantottate!
Gervasio restava sbalordito. Le quarantottate!... il 1848 l'aveva lasciato storpio, aveva veduto coi suoi occhi i morti di Marghera, e del Ponte, gli pareva che le congiure, le carceri, i patiboli, la guerra non fossero retorica, ma forse si era ingannato. Egli pensava che la libertà ottenuta avesse bisogno di coltura per conservarla, ma suo figlio lo assicurava che il mondo cammina da sè, e che si diventa dottori anche senza dottrina.
«Divento vecchio! pensava fra sè papà Gervasio, vivo troppo lontano dal mondo per essere in caso di giudicarlo. Non voglio parer rimbambito, nè dar noia colle mie prediche all'unico figlio.»
Talvolta s'intratteneva di questi suoi dubbi, col vecchio maestro Zecchini, il quale gli rispondeva colla sua invariabile convinzione:
—L'uomo è un asino!... va avanti fino a un certo punto poi ritorna indietro; i figli sono sconoscenti, i popoli sono ingrati, e dimenticano facilmente i benefizii ottenuti con tanti dolori dai loro padri. Io sono un vecchio testimonio dei tempi trascorsi. Ho veduto il sangue e le lagrime che vennero sparse dalla nostra generazione [pg!152] per ottenere la indipendenza. Adesso che è raggiunto lo scopo, i neonati si burlano del passato, e si apparecchiano all'avvenire con fatua dabbenaggine. Ne vedremo col tempo le conseguenze.
Gervasio abbassava la testa, e procurava di distrarsi colle cure del giardinaggio e dei campi, cercava di far conoscenza con delle persone che dividessero i suoi gusti, e vedeva nella associazione al lavoro, non solo un vantaggio, ma eziandio un vero piacere.
I Pigna erano tutti agricoltori. Il vecchio era decrepito, il figlio gli pareva un uomo da nulla, ma il figlio del figlio era un giovinotto dell'età di Silvio, e frequentava la famiglia, e con lui cominciò ad intrattenersi di colture, e a metterlo a parte de' suoi progetti. Lo invitava a pranzo, e lavoravano insieme potando gli alberi, seminando, e trapiantando le pianticelle nei vasi. Era amico di Maria, e la nonna gli voleva bene. Per farsi un concetto preciso di questo giovane richiese il parere del maestro Zecchini.
—I Pigna, gli rispose, sono piccoli possidenti, e grandi ignoranti; il giovane Andrea fu mio scolaro, ed è un asino come tutti gli altri suoi pari. Tutti i nostri agricoltori coltivano il suolo da padre in figlio, senza sapere che cosa sia la [pg!153] terra, l'aria, l'acqua, la luce colle quali lavorano, contrariando la natura, e ricavando meschini prodotti.
Gervasio cercava d'istruire questo giovane amico, ma gli trovava la testa dura, e si doleva col maestro di quella tarda intelligenza.....
—Sono ignoranti, ma furbi ed astuti, gli osservava il maestro. Contano sulle dita, ma non fallano mai a loro danno.....
—Mi pare che s'interessi alla coltura dei fiori..... diceva Gervasio.
—Perchè gli piacciono i desinari della signora Maddalena. È un ghiottone che ama i buoni bocconi, che per lui sono i veri prodotti dei vostri fiori.
Papà Gervasio sorrideva del pessimismo del povero vecchio, che pareva nato con un paio di occhiali scuri sul naso, tanto vedeva tetro nel mondo.
Tuttavia dopo d'aver passato un paio d'anni al contado, anche Gervasio era convinto che cittadini e contadini italiani sono due popoli affatto diversi, che vivono sullo stesso suolo, con idee e costumi differenti. Questa anomalia, questo dualismo della civiltà e dell'ignoranza selvaggia, del lusso e della miseria, è un gravissimo ostacolo alla vera unità nazionale. [pg!154]
Tocca alla giovane generazione di fondere insieme queste diverse nature, egli pensava, e mio figlio sta apparecchiandosi all'ardua impresa.
Suo figlio, in quello stesso momento, carambolava allegramente sul prediletto bigliardo, mentre il suo professore si sforzava a dimostrare agli scolari, che «la coltura d'una nazione è la più sicura garanzia della sua libertà.» Finiti gli studi liceali, Silvio andò a Padova a studiare la legge, e a giuocare al bigliardo, e ritornando alla villa dopo il secondo anno di studio cominciò ad accorgersi che sua cugina Maria era proprio una bella ragazza. Guardandola negli occhi gli sembrava di sprofondarsi in un lago senza fondo, e sommerso in quel pelago soave diventava muto come un pesce. Essa pure appariva più impacciata del solito.
Correvano ancora come due fanciulli attraverso i prati del parco, o sotto i boschetti, mangiavano insieme le frutta seduti sull'erba, egli la contemplava in silenzio, gli pareva la più bella pesca matura della villa, l'avrebbe divorata viva e la invitava a fare una merendina nel nido come nei primi tempi, ma adesso ch'egli mostrava di andarci tanto volontieri, e senza paura delle biscie, essa non voleva andarci più, e furono vane tutte le preghiere. [pg!155]
Silvio entrava nelle serre, raccoglieva i fiori più rari, ne faceva dei mazzetti eleganti e li presentava alla cugina che se ne mostrava lieta, e sapeva farli vivere lungamente, cambiando spesso l'acqua del vaso, e gettandovi dentro del carbone polverizzato.
Ma la perfetta felicità non è pianta che attecchisca sul nostro pianeta; e appena s'intravede il paradiso terrestre, ecco che salta fuori il serpente. Silvio credette di vedere, con profondo rammarico, che quello stolido di Andrea Pigna gli vogava sul remo. Senza aver percorso gli studi universitari forse anche costui aveva fatta la stupenda scoperta del suo sapiente compagno; aveva trovato che Maria era una bella ragazza, e la contemplava con piacere. Allora il cuginetto si rammentò la storia di Cristoforo Colombo, e di Amerigo Vespucci, e pensando che non è sempre il primo scopritore che dà il nome alla scoperta, si sentì ferito nell'amor proprio, e cominciò a guardare di mal occhio il supposto rivale.
Così ebbe principio una burrasca nell'ambiente ristretto della villa, prodotta dai nuvoloni che si alzavano dal cervello dello studente. Il suo odio per Andrea glielo faceva vedere più brutto del vero; ne sparlava con suo padre e con la [pg!156] nonna, ma tutti lo difendevano con simpatia, e giustificavano il suo carattere, che sotto la rozza scorza mostrava delle buone qualità. Allora Silvio parlando con Maria scherzava ironicamente sul bellimbusto, ed essa che lo aveva sempre guardato con indifferenza, si mosse a compassione, e si mise ad osservarlo con interesse.
—Povero Andrea! essa diceva al cugino, è così premuroso nel contentare lo zio, è così attento ai suoi consigli, ha tanta cura dei nostri fiori.
—Capisco, capisco, gli vuoi proprio bene a quel ragazzo.
—Ma sicuro gli voglio bene. Ci siamo conosciuti da piccini, abbiamo giuocato insieme, è figlio e nipote di vecchi amici di casa.
—Che il cielo vi benedica! e vi conservi lungamente concordi e felici, in questa valle di lagrime, che è per voi un vero giardino di delizie!...
—Non so cosa vuoi dire colle tue declamazioni enfatiche, ma hai torto di usare delle sgarbatezze a quel ragazzo inoffensivo, e compiacente.
E si bisticciavano sovente sul medesimo argomento. Silvio guardava in cagnesco Andrea, il quale gli faceva degli occhiacci dispettosi. Tutti [pg!157] questi malumori furono causa di malintesi, di equivoci, di risentimenti e di corrucci.
Silvio teneva il broncio acciecato dalla gelosia, e si credeva in dovere, per tutelare la propria dignità, di nascondere l'amore nascente che covava sotto la cenere. Maria indispettita del cambiamento di tono del cugino, del suo linguaggio bisbetico, delle sue ingiustizie, alzava le spalle e lo lasciava in disparte, e guardava il povero Andrea con compassione e indulgenza, e tutto ciò incoraggiava il giovine a contemplarla con riconoscenza, e a sentire i primi sintomi d'una sincera affezione. [pg!158]