XIX.I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività, poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello della emancipazione [pg!352] dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna, ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle tentazioni che gli esaltavano il cervello.Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi intieramente al giornalismo.Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo, potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente: [pg!353]«Carissimo amico,«Io divido il genere umano in due parti disuguali.«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di vivere più lautamente degli altri; ma c'è posto per tutti, anche per coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il lepre deve contentarsi del gatto.«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e consumo de' suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a nulla, [pg!354] o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa, sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli invalidi.«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell'eterna città.«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d'ingegno e degli stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da proporgli un direttore per laConfederazione Universale, giornale sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi grande ammiraglio della stampa.—Addio.» [pg!355]Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l'uscio della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della liquidazione della sostanza paterna.—Una rendita meschina!—A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d'un giornale cosmopolita.Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la famiglia.Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli e suggerimenti sulla condotta da tenersi.Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea [pg!356] si lamentava con tutti del testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva apprezzare.Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non dovrebbe trascurare per simili frivolezze....—Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...—Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i mosconi le girassero d'intorno, [pg!357]—Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...—Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una vera azione da briccone!...Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate. Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva trovare una parola da rispondere.Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l'insulto e l'agitazione del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata, e gli disse:—Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi m'inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa nè della galera, nè della forca, nè del boia!...Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul [pg!358] vivo, colla doppia ferita del sospetto e della vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente l'infelice. Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:—Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me, non sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel bighellone di vostro marito che ci tradisce tutti due....Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò in volto uno sguardo interrogativo.—Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?... ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare; la rivelazione e l'insulto la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto che la dilaniava da un pezzo si trasmutava [pg!359] in realtà; la speranza di ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una seggiola, nel vestibolo.—Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel forsennato....Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d'occhio di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza degnarsi di proferire una parola.L'aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:—Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea.... fino alla disperazione!... con questa gente!...—Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo credi?...Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella sua camera. [pg!360]
XIX.I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività, poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello della emancipazione [pg!352] dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna, ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle tentazioni che gli esaltavano il cervello.Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi intieramente al giornalismo.Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo, potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente: [pg!353]«Carissimo amico,«Io divido il genere umano in due parti disuguali.«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di vivere più lautamente degli altri; ma c'è posto per tutti, anche per coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il lepre deve contentarsi del gatto.«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e consumo de' suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a nulla, [pg!354] o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa, sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli invalidi.«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell'eterna città.«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d'ingegno e degli stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da proporgli un direttore per laConfederazione Universale, giornale sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi grande ammiraglio della stampa.—Addio.» [pg!355]Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l'uscio della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della liquidazione della sostanza paterna.—Una rendita meschina!—A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d'un giornale cosmopolita.Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la famiglia.Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli e suggerimenti sulla condotta da tenersi.Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea [pg!356] si lamentava con tutti del testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva apprezzare.Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non dovrebbe trascurare per simili frivolezze....—Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...—Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i mosconi le girassero d'intorno, [pg!357]—Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...—Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una vera azione da briccone!...Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate. Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva trovare una parola da rispondere.Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l'insulto e l'agitazione del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata, e gli disse:—Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi m'inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa nè della galera, nè della forca, nè del boia!...Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul [pg!358] vivo, colla doppia ferita del sospetto e della vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente l'infelice. Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:—Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me, non sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel bighellone di vostro marito che ci tradisce tutti due....Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò in volto uno sguardo interrogativo.—Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?... ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare; la rivelazione e l'insulto la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto che la dilaniava da un pezzo si trasmutava [pg!359] in realtà; la speranza di ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una seggiola, nel vestibolo.—Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel forsennato....Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d'occhio di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza degnarsi di proferire una parola.L'aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:—Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea.... fino alla disperazione!... con questa gente!...—Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo credi?...Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella sua camera. [pg!360]
I conti e l'inventario procedevano regolarmente, e si cominciava a prevedere il risultato finale. La parte di Maria, netta da passività, poteva bastare ad una famiglia modesta ed economa, per vivere in una relativa agiatezza; ma l'altra parte, dopo pagati i debiti che vi erano attribuiti, non poteva dare per civanzo che una rendita derisoria.
Era dunque indispensabile di pensare seriamente all'avvenire, e Silvio se ne preoccupava con diversi progetti, eccitato anche dalle sensate ammonizioni del maestro Zecchini che presentiva la rovina.
La dipendenza del suocero avvocato, oltre di riuscirgli pesante, non gli dava che mediocri risultati economici; le corrispondenze ai giornali non erano che un debole aiuto. Il pensiero dominante di Silvio era quello della emancipazione [pg!352] dai suoceri, per liberarsi specialmente dal pesante dominio della signora Emilia, che contribuiva alle sue disgrazie colle abitudini e le idee che ispirava alla figlia. Egli avrebbe rinunziato volontieri alla vita mondana per vivere in libertà nella casa paterna, ma prevedeva l'opposizione ostinata della moglie, si vedeva minacciato da pericoli, e non si sentiva abbastanza forte per resistere alle tentazioni che gli esaltavano il cervello.
Si risolse di rivolgersi ad un suo amico, che gli aveva procurato delle buone corrispondenze, che lo lodava sovente, incoraggiandolo a dedicarsi intieramente al giornalismo.
Gli scrisse una lunga lettera, facendogli conoscere i più minuti particolari delle sue condizioni domestiche e finanziarie, domandandogli consiglio se recandosi a Roma potesse sperare un'occupazione conveniente, avendo i mezzi sufficienti per aspettare qualche tempo, potendo scegliere, senza la fretta pericolosa della urgente necessità.
La risposta non si fece attendere lungamente, ed era la seguente: [pg!353]
«Carissimo amico,
«Carissimo amico,
«Carissimo amico,
«Io divido il genere umano in due parti disuguali.
«Una piccola minoranza che pensa colla sua testa, una grande maggioranza che pensa colla testa degli altri. Noi possiamo vantarci di appartenere alla prima categoria, e viviamo alle spalle della seconda, colla giunta di quelli che pensando colla propria testa, sono curiosi di sapere quello che pensano gli altri. Dunque quasi tutto il gregge umano contribuisce al nostro mantenimento, e chi pensa bene ha diritto di vivere più lautamente degli altri; ma c'è posto per tutti, anche per coloro che vendono idee false, perchè tanto la miglior trattoria quanto la peggiore taverna smaltiscono i loro cibi, e chi non può mangiare il lepre deve contentarsi del gatto.
«Come il cuoco che ammannisce le varie vivande pei suoi avventori, il giornalista apparecchia ogni mattina la politica, la letteratura, la critica, le notizie cittadine, e il bollettino della borsa per uso e consumo de' suoi lettori, molti dei quali attendono con impazienza il giornale, per sapere che cosa devono pensare in quel giorno. Tu sai benissimo che l'ultimo giorno di carnevale, e la festa di Pasqua che non esce il foglio stampato, moltissimi associati o lettori non pensano a nulla, [pg!354] o pensano come la vigilia. Questo immenso prodotto della stampa, sempre crescente, a misura che scemano gli analfabeti, ha continuo bisogno di nuovi coscritti, da mettere al posto dei morti e degli invalidi.
«Chiunque vuol venire a Roma, qualunque sia la sua essenza, carne o carota, è sicuro di bollire nella gran pentola dell'eterna città.
«Dal primo ministro all'ultimo spazzino ciascuno trova il suo posto.
«Ci vengono da tutte le provincie degli uomini d'ingegno e degli stolidi, senza contare tutte le zucche spedite dagli elettori, la cui maggioranza appartiene a coloro che pensano colla testa degli altri....
«Ero giunto a questo punto della mia lettera, quando vidi entrare il nostro comune amico Sacripante che veniva a domandarmi se avessi da proporgli un direttore per laConfederazione Universale, giornale sbattuto dalle onde e dai venti contrari. Ho pronunziato il tuo nome che fu accolto con entusiasmo. Vieni dunque, appena sarai libero, a fare il capitano di questo naviglio in burrasca, e se saprai guidarlo con destrezza, e condurlo in porto, la tua posizione è assicurata, diventi grande ammiraglio della stampa.—Addio.» [pg!355]
Appena giunta questa lettera, Silvio chiamò Metilde, chiuse l'uscio della camera, e le mise sotto gli occhi una tabella piena zeppa di cifre, che indicava in modo positivo il risultato finale della liquidazione della sostanza paterna.—Una rendita meschina!—
A scongiurare così desolante condizione non restavano che due soli espedienti, o rassegnarsi a vivere modestamente in campagna, o partire per Roma, da dove gli veniva offerta la direzione d'un giornale cosmopolita.
Metilde escluse intieramente la prima proposta, e non accettò nemmeno la seconda, riservandosi di rispondere, dopo di aver consultata la famiglia.
Scrisse subito a suo padre, raccontandogli le dolorose contingenze del loro stato dopo la liquidazione disastrosa, notificandogli le proposte del marito, il rifiuto perentorio fatto alla prima, l'esitazione sulla seconda, e unendovi una copia della lettera di Roma, domandava consigli e suggerimenti sulla condotta da tenersi.
Mentre si aspettava la risposta da Venezia, un nuovo incidente venne a rendere più irritante la reciproca condizione delle due famiglie che vivevano insieme alla villa, guardandosi con diffidenza.
Pasquale aveva saputo all'osteria che Andrea [pg!356] si lamentava con tutti del testamento dello zio Gervasio, e dei carichi che gli erano imposti.
La villa gli riusciva troppo onerosa con l'obbligo di conservare il parco passivo, coll'abitazione troppo grande che rappresentava un altro capitale infruttifero, e le convenienze della moglie che lo obbligavano a mantenere due cugini parassiti, che gli costavano cari.
Pasquale pensava che Andrea aveva ereditato più di quanto meritava, e lo giudicava indegno di godere tutto quel ben di Dio che non sapeva apprezzare.
Un giorno erano brilli tutti due, caso che succedeva sovente. Andrea si mise a rimproverare Pasquale per tutto il tempo che passava colla spazzola in mano intorno al cavalletto dei finimenti che non avevano bisogno d'essere tanto lucidi, mentre trascurava molti altri lavori più utili, dei quali dovrebbe occuparsi se non fosse tanto poltrone.
Questa verità fece saltare la mosca al naso del domestico, il quale gli rispose, che anche lui avrebbe qualche occupazione più seria che non dovrebbe trascurare per simili frivolezze....
—Che cosa vuoi dire con queste ciarle?...
—Voglio dire che se io avessi una bella moglie, non vorrei che i mosconi le girassero d'intorno, [pg!357]
—Balordo!... Silvio ha ragione di dire che sei un vero briccone!...
—Ah! il signor Silvio dice questo?... farebbe meglio anche lui di non ingannare sua moglie, facendo la corte alla cugina!... questa sì è una vera azione da briccone!...
Tali parole entrarono nel cuore di Andrea come tante freccie avvelenate. Egli guardava il cocchiere in atto di sdegnoso disprezzo, ma non sapeva trovare una parola da rispondere.
Pasquale con un sogghigno satanico accresceva l'insulto e l'agitazione del padrone, il quale soffocava a stento la gelosia, e il desiderio di vendetta. La vista di quello scherno, la vergogna di parere ridicolo, il furore della gelosia lo spinsero a svelare un atroce segreto che chiudeva gelosamente nel seno. Trasse di tasca un coltello, fece brillare davanti gli occhi di Pasquale quella lama lucente e accuminata, e gli disse:
—Chiunque mi offenda deve pagare, con questa lama nel ventre, tanto chi m'inganna, quanto chi si burla di me; tientelo bene a mente, e vedrai che non mento. Non mi fa paura nessuno!... hai capito? nessuno!... saprò cogliere il momento opportuno.... e mi vendicherò, e non me ne importa nè della galera, nè della forca, nè del boia!...
Pasquale era soddisfatto d'avere colpito sul [pg!358] vivo, colla doppia ferita del sospetto e della vergogna, l'uomo che detestava, e godeva di aver soffiato nel fuoco di quell'odio che divorava internamente l'infelice. Fu poi una dolorosa combinazione che Andrea rientrando in casa fremente di collera si scontrasse con Metilde, la quale vedendolo cogli occhi stralunati lo credette più ubbriaco del solito, affrettò il passo per allontanarsi, mentre egli la chiamava ad alta voce:
—Metilde.... Metilde.... non mi fuggite no, non abbiate paura di me, non sono ubbriaco di vino, sono ubbriaco di collera contro quel bighellone di vostro marito che ci tradisce tutti due....
Metilde si arrestò d'un tratto, davanti alla porta di casa, e gli piantò in volto uno sguardo interrogativo.
—Non vi siete mai accorta, egli continuò, che vostro marito fa la corte a mia moglie?... non sapete che furono amanti, e che lo sono ancora?... ignorate il passato, il presente, tutto?... non sapete fare che delle cerimonie, dei complimenti, delle smorfie!...
Metilde impallidiva, si metteva la destra sul cuore, si sentiva mancare; la rivelazione e l'insulto la colpivano ad un tratto, e l'amaro sospetto che la dilaniava da un pezzo si trasmutava [pg!359] in realtà; la speranza di ingannarsi svaniva davanti quelle parole pronunziate da una vittima. La misera donna traballò per qualche passo, poi andò a cadere sopra una seggiola, nel vestibolo.
—Siamo traditi!... siamo traditi!... le urlava contro quel forsennato....
Attirata dalla schiamazzo comparve Maria; indovinò con un colpo d'occhio di che cosa si trattava, diede uno sguardo severo al marito, senza degnarsi di proferire una parola.
L'aspetto di quella donna calma e serena impose rispetto ad entrambi.
Andrea infilò la porta e si allontanò bestemmiando fra i denti.
Metilde colle mani nei capelli, cogli occhi stravolti, esclamava:
—Mio Dio, quante amarezze in questo deserto!... fino alla nausea.... fino alla disperazione!... con questa gente!...
—Calmati, Metilde! soggiunse Maria.... siamo rozzi ma onesti.... non lo credi?...
Metilde non le rispose. Scoppiò in un pianto dirotto, e si ritirò nella sua camera. [pg!360]