—Fuori un altro leone!
—Ahmed Mohammed scattò in piedi colle braccia alzate, gli occhi volti al cielo, e con voce d'ispirato gridò:
—Popoli del Kordofan! Quell'uomo è stato toccato dalla grazia diAllàh e io lo nomino mio guerriero. Tutti a terra!
I guerrieri caddero col volto nella polvere. Solo un uomo rimase in piedi colle pugna tese verso Abd-el-Kerim. Quest'uomo era il beduino.
—A morte l'infedele! tuonò egli con voce furente.
—A terra! ripetè il Mahdi. A terra!
Il beduino fu atterrato dalla mano nervosa dello sceicco El-Mactud.
—Taci se non vuoi perderti, gli sussurrò all'orecchio lo sceicco.
—Popoli del Kordofan, fedeli seguaci della vera religione, ripigliòAhmed Mohammed. Io dichiaro quell'uomo libero, non solo, ma gliconferisco il grado di sceicco. Allàh mo lo comanda. Che i voleri diAllàh siano esauditi.
CAPITOLO IV.—Il delatore.
Erano le dieci di sera.
Le innumerevoli orde del Mahdi si erano ritirate nel campo e dormivano profondamente, alcune sdraiate sotto ituguldi foglie, altre, sotto le tende prese agli egiziani nelle ultime battaglie, o a ciel sereno ma tutte colle armi accanto, sempre pronte al primo rullar deinoggàraa rimettersi in marcia.
Qua e là ardevano dei fuochi attorno ai quali vegliavano le sentinelle appoggiate alle lancie o ai fucili, borbottando sottovoce preghiere.
Silenzio profondo per ogni dove, ma che di tratto in tratto veniva rotto degli ululi lamentevoli degli sciacalli o dagli scrosci di riso delle iene, che rese audaci dalla oscurità si arrischiavano a metter piede nel campo cercando gli avanzi delle cene. Proprio in quell'ora due uomini accuratamente ammantellati sfilavano come ombre fra le tende, fra i tugul, fra i fasci di fucili e fra i cannoni, arrestandosi di quando in quando per girare intorno uno sguardo indagatore.
—Ci siamo? chiese ad un tratto il più alto di essi, nel cui accento si riconosceva il beduino che si era mostrato tanto accanito contro Abd-el-Kerim.
—Non ancora, rispose l'altro, che era loscièkEl-Mactud. Ma arriveremo presto.
—Per che ora ti diede l'appuntamento?
—Per la mezzanotte.
—Io ho sempre creduto che Ahmed alla notte dormisse.
—Io l'ho messo in curiosità.
—Credi che mi accoglierà bene?
—Ti accoglierà come deve essere accolto uno che ha pugnato come un leone per la santa causa, rispose lo sceicco.
—E la rivelazione?
—Lo farà andare in bestia. Io lo conosco bene quell'uomo e so che ama ancora quella donna.
—Che farà di Abd-el-Kerim?
—Lo farà sbranare dai leoni.
—Ma io devo salvarlo a qualsiasi costo.
Sul volto dello sceicco si dipinse una vivissima sorpresa.
—Ma come! esclamò. Questa mane lo volevi morto e ora vuoi salvarlo.
—Ho cambiato idea. A proposito, sai nulla della donna che io cerco?
—Assolutamente nulla. Parlai con tutti i guerrieri che combatterono a Kasghill e sul Bahr-el-Abiad, ma senza frutto. Dalla descrizione che feci ed essi alcuni supposero che la donna che tu cerchi fosse la favorita del Mahdi. Il medesimo sospetto è venuto anche a me.
—V'ingannate tutti, s'affrettò a dire il beduino che impallidì. Somiglia assai all'ex-favorita ma non è lei. Adunque non se ne sa nulla?
—Proprio nulla. Sarà caduta a Kasghill.
—No, non è morta a Kasghill, poichè ho esaminato ad uno ad uno tutti i cadaveri. Può essere caduta nelle mani degli sceicchi che combattono i baggàra del lago Tscherkela.
—Può essere.
—Aprirò bene gli occhi, quando gli sceicchi torneranno al campo, disse il beduino.
—Ma che vuoi fare di questa donna?
—Te lo dirò al momento opportuno.
—Alto! esclamò loscièk. Siamo giunti.
Dinanzi a loro stava iltuguldi Ahmed Mohammed, sulla cui cima maestosamente ondeggiava la verde bandiera dell'insurrezione.
Sul dinanzi ardeva un gran fuoco che gettava sinistri bagliori sulle scabrose pareti, sui cannoni e sulle mitragliatrici che erano sparse all'intorno.
Venticinque guerrieri di un provato coraggio, vegliavano, immobili come statue, spiccanti vivamente sulla splendida cortina in fiamme.
El-Mactud si avvicinò al capo di quegli uomini che gli aveva prontamente puntato contro il remington, e gli disse:
—Va a dire all'inviato di Allàh che sono giunte le persone che egli attende.
—Chi sei? chiese il guerriero.
—Lo scièk El-Mactud.
—E quello che conduci?
—Un fedele seguace di Ahmed.
Il guerriero entrò neltugul, e pochi istanti dopo usciva avvisandoli che l'inviato del Signore era pronto a riceverli.
—Coraggio, disse all'orecchio del beduino lo sceicco.
Entrarono nel misero tugurio.
Seduto su di unangareb, se ne stava il Mahdi con una corona di vetro giallo in mano e i piedi nudi vicini ad un focolare formato da due assi e da una bracciata di legna.
Nello scorgere il beduino e loscièk, si alzò lentamente in piedi.
—Ah, esclamò egli. Sei qui El-Mactud.
—Sì, Ahmed, rispose loscièk, baciandogli rispettosamente le mani.
—E quello che conduci è…?
—L'uomo di cui ti parlai.
Ahmed squadrò da capo a piedi il beduino che sostenne quell'esame colla testa alta e le braccia incrociate sul biancotaub.
—Lasciaci soli, El-Mactud, disse poi.
Loscièksi affrettò ad ubbidire, dopo di avere scambiato col beduino un rapido sguardo.
Ahmed fece due o tre giri attorno alla stanzuccia, poi fermandosi improvvisamente dinanzi al beduino sempre impassibile:
—Chi sei? gli chiese.
—Siamo soli? domandò invece l'interpellato.
—Perchè? chiese Ahmed con sorpresa.
—Perchè quello che ho da dirti nessuno deve udirlo.
—Quando è così puoi parlare. Nessuno ardirà udire quello che narrerai.
—Sai già che io non sono un beduino.
—El-Mactud mi disse che tu sei un bianco.
—Sai che ho rinnegato la mia religione per seguire la tua?
—Lo so e ringrazio Allàh che ti fece ravvedere.
—Una volta ero cogli egiziani, poi disertai; sul Bar-el-Abiad caddi prigioniero di El-Mactud e voltai le mie armi contro gli antichi miei compagni, contro gli stessi soldati che io guidavo.
—Mi dissero che tu eri coraggioso come un leone e che a Kasghill fosti il primo a entrare nel quadrato di Hicks pascià. Veniamo al fatto ora: che hai da dirmi?
—Andiamo adagio: Ahmed. Prima di parlare devo proporti un patto.
—Un patto!
—Sicuro.
—E quale sarebbe?
—Sai che io vengo a denunciare un uomo che tu esecri, un uomo che ucciderai appena ti avrò detto chi sia esso e che cosa fece.
—Ebbene?
—Bisogna che tu giuri di abbandonarmi quell'uomo onde io lo faccia morire come meglio mi piacerà.
—E se io non acconsentissi?
—Non saprai nulla.
Ahmed lo guardò con maggior sorpresa. Nei suoi occhi balenò un lampo di collera e le sue labbra si contrassero mostrando i denti.
—Sai che tu sei ben ardito per parlare così, diss'egli sforzandosi di sembrare calmo.
—Non dico di no.
—E se io t'imponessi di parlare?
—Mi mozzerei la lingua onde non abbia ad emettere suono alcuno.
—E se io ti minacciassi?
—Morrei! disse fermamente il beduino.
Ahmed portò le mani alla cintura cavando l'jatangan, ma lo ricollocò a posto e battè tre volte le mani.
La tenda di pelle che separava in due stanze il tugul si alzò e comparve un negro di statura colossale, con una testa orribile ed enorme piantata su di un collo grosso come quello di un toro. Aveva su di una spalla una pelle di leone e teneva in mano una scimitarra dalla larga lama.
—Vedi quest'uomo? disse Ahmed al beduino.
—Lo vedo.
—È il carnefice. Basta un mio cenno perchè ti faccia saltare la testa; basta un mio cenno perchè ti tagli in mille pezzetti, perchè ti strappa la pelle a brano a brano, perchè ti abbruci le carni coi ferri roventi. Parlerai ora?
—No, Ahmed no. Mi occorre l'uomo che io tradisco.
—Vòkara, impadronisciti di quell'uomo. Se si ostina a rimanere muto gli farai cadere la testa.
Il beduino indietreggiò di qualche passo e un tremito agitò le sue membra, ma ricuperò subito la sua impassibilità, anzi un sorriso sdegnoso, quasi di sfida, sfiorò le sue labbra.
Il carnefice gli si avvicinò e lo fece inginocchiare. Provò il taglio della sua scimitarra e attese.
—Persisti ancora a tacere? chiese Ahmed che sentivasi preso da una viva ammirazione per quell'uomo che sfidava così imperterrito la morte.
—Persisto, rispose il beduino.
Ahmed battè le mani. Il carnefice alzò la scimitarra che balenò alla luce del fuoco.
—La morte ti sfiora, disse Ahmed.
—La sfido.
Ad un tratto la scimitarra si abbassò non già sul collo del beduino, ma per terra.
—Tu sei irremovibile come una rupe e io ti ammiro! esclamò il Mahdi.Alzati, parla e io ti giuro che ti darò vivo l'uomo che mi chiedi.
—Grazie, Ahmed.
Il carnefice sparve dietro la tenda. Ahmed si sedette sull'angarebinvitando il beduino a fare altrettanto.
—Parla che ti ascolto, disse.
—Ahmed Mohammed, disse il beduino dopo aver meditato alcuni istanti.Ti ricordi di Fathma, la tua favorita.
Il Mahdi fece un soprassalto sull'angarebe la sua fronte si aggrottò.
—Perchè richiamarmi alla memoria quella donna? chiese egli con ira.
—Lo saprai dopo. Sai tu, con chi fuggì?
—Se l'avessi saputo quell'uomo non vivrebbe più.
—Te lo dirò io. Fuggì con uno sceicco che era ai tuoi servigi.
—Eh!… dov'è questo sceicco?
—Morì nella battaglia di Kadir.
—Maledizione.
—Fathma, rimasta sola, discese al Sud, giunse a Hossanieh dove accampava l'armata di Dhafar pascià e qui si innamorò di un altro uomo che non ebbe paura di amare l'ex favorita dell'inviato di Dio.
Ahmed cacciò fuori un urlo strozzato; gli occhi gli schizzarono dalle orbite e portò ambo le mani al petto cacciandosi le unghie nelle carni.
—Dov'è questo secondo amante che io lo fulmini! ruggì egli.
—In questo campo.
—In questo campo!…
—Sì, Ahmed e tu lo hai salvato, capisci, tu lo hai salvato dalla morte.
—Io!…
—Sì, l'hai salvato questa mane facendogli combattere un leone a cui avevi dato da bere un filtro.
—Perdio! tuonò Ahmed, balzando in piedi. È lui quest'uomo? È lui questo amante della mia favorita?
—Sì, è proprio lui, l'arabo Abd-el-Kerim.
Ahmed si morse le dita rabbiosamente, poi si avvicinò al beduino che sogghignava e lo scrollò furiosamente.
—Non ingannarmi.
—Perchè ingannarti?
—Ma sai che non ti credo? Tu odi quell'uomo e vuoi perderlo.
—Sicuro che l'odio, ma ti giuro che dico la verità.
—Lo giureresti sull'Alcorano!
—Lo giurerei.
Ahmed si slanciò verso la tenda e tornò subito con un libro dalle pagine d'oro sulle quali vi erano incisi dei versetti. Era il libro sacro dei maomettani, ilCorano.
Questo Corano chiamato più comunementeAlcorano, oppureAl Torkan, Al Dhikro ancheAl Kitabè il codice fondamentale delle leggi sì civili come criminali dei maomettani. Esso è una collezione di tutti i frammenti che Maometto, durante il tempo della sua supposta missione, promulgò successivamente come tante rivelazioni del cielo, ciascuna parte delle quali, secondo i Mussulmani, fu scritta dinanzi al trono di Dio con una penna di luce, sulla tavola dei suoi eterni decreti e di cui una copia fu recata in terra e rivelata a Maometto dall'angelo Gabriele.
È diviso in 114 capitoli che portano la data della Mecca e di Medina, e sono chiamati questi capitoli sura. Furono raccolti da Said-ben-Thabet schiavo di Maometto e uniti in libro da Abù Bekr due anni dopo la morte del profeta avvenuta il XIII secolo dell'egira (652 anni avanti Cristo).
Sette sono i principali testi del Corano: due di Medina, uno dellaMecca, uno di Cufa, uno di Bassora, uno di Siria e l'Alcorano volgare.
Uno contiene 6000 versetti, gli altri 6200 e anche 6236, ma tutti contano 77,639 parole e 323,015 lettere.
Ahmed lo aprì dinanzi al beduino e gli disse:
—Giura su l'Alcorano che hai detto la verità.
—Giuro! gridò il beduino senza esitare.
—Sta bene; ora so cosa devo fare dell'uomo che osò amare la favorita dell'inviato di Dio.
—Ahmed! Quell'uomo è mio! me l'hai promesso.
—Non temere che io manchi alla parola data. Ho promesso che te lo darò vivo, ma prima gli strazierò le carni e farò scorrere ai suoi piedi rivi di sangue. Va, e che Allàh ti guardi!…
CAPITOLO V.—La tortura.
Inoggàrabattevano la sveglia, quando venticinque guerrieri della guardia di Ahmed Mohamed, armati sino ai denti, circondavano iltuguloccupato da Abd-el-Kerim. Una folla considerevole di Abù-Rof, di baggàra, di beduini e di foriani, si era radunata all'intorno chiedendosi cosa volessero fare quei venticinque guerrieri al nuovo sceicco, salvato il giorno innanzi dall'inviato del Signore.
Il capo dei guerrieri, dopo di avere appostati i suoi uomini all'ingiro, in modo da impedire ogni scampo, entrò neltugulcolla scimitarra in pugno e con una cert'aria che pareva tutt'altro che rispettosa e pacifica.
Abd-el-Kerim stava appunto alzandosi allora dal l'angarebsul quale aveva dormito. Vedendo quell'uomo piantarglisi minacciosamente dinanzi, squadrandolo con occhio torvo, non potè dissimulare un gesto di sorpresa.
—Che vuoi? gli chiese, sforzandosi di mostrarsi tranquillo.
Seguimi, rispose il capo bruscamente.
—Chi mi vuole?
—L'inviato del Signore.
Abd-el-Kerim trasalì. Nel suo cervello balenò un terribile sospetto, il sospetto che qualcuno lo avesse tradito, che lo avesse denunciato per l'amante di Fathma. Sentì il sangue gelarsi nelle vene e mancare lo forze.
—Che vuole da me Ahmed? chiese egli con ispavento.
—L'ignoro. Mi disse di condurti da lui vivo o morto e io ti condurrò.
—Ma cosa è accaduto per trattarmi peggio di un nemico?
—Non ne so nulla. Ahmed deve avere le sue buone ragioni.
—Si è ingannato.
—È impossibile! esclamò il guerriero con profonda convinzione. Ahmed è infallibile.
—Una parola ancora. Hai veduto qualche straniero entrare neltuguldel profeta?
—Sì, questa notte sono entrati due uomini e uno di essi non l'aveva mai visto al campo.
—Ah!…
—Seguimi. Ahmed non è uomo da aspettare molto.
Abd-el-Kerim, pallidissimo, voleva cingere la scimitarra regalatagli la sera innanzi dal Mahdi, ma il guerriero gliela strappò di mano spezzandola.
—Sei prigioniero, e i prigionieri non devono essere armati, gli disse.
Lo afferrò bruscamente per un braccio e lo trasse a forza fuori daltugul. I suoi uomini lo circondarono colle pistole e glijataganin mano; facendogli capire che al primo tentativo di fuga gli avrebbero fatto saltare le cervella.
—Sono perduto! pensò lo sventurato arabo. Qualcuno mi ha tradito. Chi?… Che farò mai io se mi si gettasse in faccia la tremenda accusa che io fui l'amante di Fathma?
«Che farà di me Ahmed che si mostrò così feroce così implacabile parlando di quella donna!… Allàh! Allàh! quando la finirai tu di perseguitarmi? Non ti basta adunque di avermi privato di colei che tanto amavo, di avermi infranto il cuore?… Vuoi adunque anche la mia morte?
Un sordo gemito gli uscì dalle labbra; gettò uno sguardo disperato all'intorno, forse meditando una fuga che era assolutamente impossibile. Non vide che una turba di guerrieri che lo serrava strettamente, guardandolo con occhi torvi e minacciosi. Sulle labbra di alcuni errava un atroce sogghigno, un sogghigno di soddisfazione. Tutti, lo si vedeva, comprendevano che il nuovo sceicco era caduto in disgrazia e si compiacevano di tale avvenimento.
Maledetti! mormorò l'arabo.
Chinò il capo sul petto e si rinchiuse in cupi pensieri. Non lo rialzò che quando si trovò dinanzi altuguldi Ahmed, attorno al quale si era radunata una intera tribù di baggàra. In mezzo ad essa egli scorse un beduino ammantellato che si coprì il volto con un lembo deltaub. Abd-el-Kerim, senza sapere proprio il perchè, tremò tutto e fissò involontariamente gli occhi su quell'uomo che affrettossi a confondersi fra i negri.
Fu fatto entrare neltugule lasciato solo. Le prime cose che colpirono il suo sguardo furono un palo che era rizzato in mezzo alla stanzuccia, un rotolo di strisce di pelle e un braciere ardente sul quale arrossavano alcunijatagand'una forma speciale.
—Oh! esclamò l'infelice che sentì corrersi per le ossa un brivido.
Volle dare indietro ed uscire, ma non ne ebbe il tempo. Ahmed entrò colla fronte abbuiata, gli occhi accesi da una cupa fiamma, le braccia incrociate convulsivamente sul petto.
Abd-el-Kerim fece involontariamente un passo indietro. Si sa che era coraggioso, ma nel vedersi dinanzi quel possente uomo, che con un cenno poteva far rotolare ai suoi piedi mille teste, così cupo, così minaccioso, ebbe paura.
Per alcuni istanti nella capanna regnò un profondo silenzio, rotto solamente dagli scoppiettii del braciere che arrossava gli istrumenti di tortura.
Pareva che Ahmed provasse una feroce compiacenza delle tremende angoscie della vittima.
—Siedi! disse ad un tratto, accennandogli l'angareb.
L'uomo ubbidì macchinalmente senza aprire bocca.
—Abd-el-Kerim, continuò Ahmed, con un tono di voce che tradiva la collera che ruggivagli in petto, frenata solamente da uno sforzo straordinario. Sai perchè ti feci arrestare e tradurre qui come un prigioniero?
—Come vuoi che io lo sappia, disse l'arabo che comprese subito l'immenso pericolo che correva e che la sua vita era appesa ad un semplice filo.
Un sogghigno beffardo, simile a quello di una iena che si dispone a divorare la preda, contorse le labbra del terribile Profeta.
—Sei certo di non saperlo? chiese.
—Ma perchè tale domanda? Spiegati, Ahmed.
—Perchè sei così agitato? La tua coscienza non è tranquilla,Abd-el-Kerim.
—Non è vero! T'inganni!
Ahmed scattò in piedi colla vivacità di una tigre. Gli si avvicinò, gli posò le mani sulle spalle e gli disse con aria tetra:
—Tu tremi!…. perchè tremi? Perchè la tua coscienza non è tranquilla? Perchè il tuo cuore non batte quasi più?… Perchè il tuo sguardo è smarrito?… Non negarlo a me che leggo nel più profondo dei cuori, non negarlo a me che leggo i tuoi pensieri, Tu sai la terribile accusa che gravita sul tuo capo e tremi, tremi.
Abd-el-Kerim, cinereo, tremante, alterato, spaventato, non rispose. Non si sentiva capace di allontanare la terribile accusa che doveva perderlo. Egli si chiedeva solamente chi era il miserabile che lo aveva tradito.
—Ebbene? chiese l'implacabile Ahmed, scrollando lo sventurato.
—Che cosa vuoi che ti dica? balbettò Abd-el-Kerim, smarrito. Non so…. non capisco…. ignoro ciò che tu vuoi dire….
—Ah! fe' Ahmed con sottile ironia. Non comprendi adunque dove io miri?
—No…
—Te lo dirò io.
Tornò a sedersi ancor più cupo e più minaccioso di prima, saettando d'uno sguardo terribile l'infelice arabo terrorizzato. Stette alcuni istanti raccolto in sè stesso, come se meditasse, poi, con voce calma, marcando ogni parola, disse:
—Ti ricordi di Dhafar pascià?
—Perchè tale domanda?
—Ti ricordi di Hossanieh?
—Hossanieh! esclamò l'arabo diventando ancor più cinereo.
—Mi si disse che un giorno arrivò in quel campo…
—Chi?…
—Una donna!
—Non è vero! urlò Abd-el-Kerim.
Ahmed lo guardò in maniera strana.
—Sai di che donna intendo parlare? chiese egli divorando l'arabo con gli occhi.
—Io!… no!…
—Perchè allora ti sei affrettato a negare che una donna comparve aHossanieh?
Abd-el-Kerim non rispose. Lo sventurato conobbe di essere perduto.
—Te lo dirò io, allora. Fu per allontanare l'accusa che gravita sul tuo capo.
—Ma quale, quale accusa? gridò il prigioniero.
—Di aver amato una donna che si chiama Fathma!
Abd-el-Kerim cacciò fuori un urlo d'angoscia e indietreggiò fino alla parete della capanna, coi capelli irti, gli occhi stravolti.
—Perchè quel grido? chiese Ahmed, il cui volto assunse una terribile espressione di ferocia e d'odio.
—Grazia, Ahmed, balbettò lo sventurato.
—Ah! Tu mi chiedi grazia? Tu sei colpevole adunque? Tu hai amato quella donna adunque! Rispondi, sciagurato, rispondi!
—Ebbene…. sì, ho amato quella donna!
—E non tremi a dirlo?
—Grazia… Ahmed! Grazia…
—Ma non sapevi tu che quella donna era stata mia?….
—Sì, ma lo seppi quando l'amore era diventato così gigantesco da non essere io più capace di soffocarlo, di spegnerlo, di distruggerlo. Che colpa ho io se l'amai ed essa mi amò? Quella donna d'altronde non era più tua.
—Ma non sai adunque, miserabile, che io l'amo ancora?
—Tu l'ami!…, Tu l'ami!….
—Sì, l'amo quella donna bella e fatale, e l'amo a segno che per essa marcerei sull'Egitto, a segno che per essa rinnegherei la mia religione. Comprendi ora quanto Ahmed-Mohammed ama Fathma? Lo comprendi ora?
—Sì…. lo comprendo! esclamò l'arabo con ira.
—Abd-el-Kerim, disse Ahmed con furore, se tu fossi Ahmed-Mohammed ed io Abd-el-Kerim, cosa faresti?
—Perchè tale domanda?
—Fra poco lo saprai. Dimmi, cosa faresti tu?
—Io mi mostrerei generoso.
—Ed io mi mostrerei implacabile. Preparati a soffrire i più atroci tormenti.
—Grazia, Ahmed!… supplicò lo sventurato, cadendo in ginocchio dinanzi a lui.
—Ahmed non perdona.
—Miserabile! urlò l'arabo saltando in piedi, fuori di sè.
Il Mahdi, vedendo che il prigioniero stava per avventarglisi addosso, indietreggiò sguainando la scimitarra e gettò un acuto fischio.
Yokara, il gigantesco carnefice, balzò nella stanza abbrancando a mezzo corpo l'arabo. Gli bastò un pugno solo per atterrarlo e ridurlo all'impotenza.
—Lega quest'uomo al palo, disse Ahmed sdraiandosi indolentemente sull'angareb.
Il carnefice sollevò l'arabo che non dava quasi più segno di vita e lo legò solidamente al palo con forti correggie di cuoio.
—Fallo ritornare in sè, poi gli straccerai le carni a colpi dicorbach.
—Sta bene!
Il miserabile si avvicinò al braciere, levò uno deglijatagan, prese i pollici dell'arabo e li serrò attorno al ferro incandescente.
La carne scoppiettò a quel contatto e per l'aria si sparse un nauseante odore di bruciaticcio. Abd-el-Kerim giuzzò come fosse stato toccato da una scarica elettrica; un rantolo soffocato gli rumoreggiò in fondo alla gola. Riaprì gli occhi girandoli all'intorno.
—Eccolo svegliato, ripigliò il carnefice deponendo il ferro.
—Devo mettere in opera ilcorbach?
—Non ancora, disse Ahmed. Lascialo che rinvenga del tutto.
Infatti Abd-el-Kerim rinveniva. Suo primo moto fu quello di torcere i polsi tentanto di rompere i legami, poi si abbandonò addosso al palo gemendo lugubremente. Le dita calcinate al contatto del ferro rovente dovevano farlo soffrire atrocemente.
—Fathma!… mormorò lo sventurato con voce semispenta. Fathma!…
Ahmed digrignò i denti e la sua ira accrebbe smisuratamente a quell'invocazione disperata.
—Ah! maledetto! brontolò egli. Ancora la chiami? Ma non la vedrai più, te lo giuro. Quando uscirai dalle mie mani per passare in quelle del tuo nemico, sarai un uomo rovinato per sempre.
S'avvicinò alla sua vittima e toccandola in mezzo al petto:
—Mi riconosci? gli chiese.
—Che mi hai fatto? rantolò Abd-el-Kerim. Io soffro… soffro atrocemente… mi hanno arso le mani…
—Mi riconosci? ripetè Ahmed, avvicinandosi vieppiù.
—Sì, ti conosco… vendicativo uomo.
—Rispondi alla interrogazioni che ti farò, se vuoi salvare la vita.Che hai fatto di Fathma? Dove si trova?
—Lasciami in pace…
—Abd-el-Kerim! gridò Ahmed gravemente. La morte ti sfiora colle sue nere ali. Rispondi: dove si trova Fathma?
—Ma non capisci che io l'ho perduta, che fui separato da lei aHossanieh, che mi fu rapita?
—Da chi?
—Da un uomo che era mio rivale.
—Chi è quest'uomo?
—Un soldato un'anima dannata, un… S'arrestò agitando le dita calcinate e gemendo ancor più lugubremente. Un copioso sudore irrigavagli il volto e il petto gli si sollevava affannosamente.
—Dimmi, dov'è quest'uomo? gli chiese Ahmed in preda ad una esaltazione indicibile.
—Non lo so… credo che sia morto…
—Tu vuoi ingannarmi. Olà, carnefice, fa il tuo dovere.
Yokara a quel comando impugnò un grosso staffile, uncorbachdi pelle d'ippopotamo, flessibile e insanguinato. Lo fece girare e fischiare attorno al capo, poi applicò un terribile colpo sul petto di Abd-el-Kerim, tracciando un segno violaceo.
L'infelice gettò un urlo strozzato, un urlo di dolore e si rovesciò contro il palo.
—E uno, contò Ahmed, Percuoti, percuoti, duro fino a che le carni siano lacerate. Allora vi introdurrai la morte.
Il carnefice, cieco istrumento del terribile profeta, si mise a sferrare rabbiosamente l'arabo che era di già svenuto. La pelle si coprì di solchi azzurrognoli, violacei, rossi, poi si lacerò.
Il sangue incominciò a scorrere abbondantemente giù per quell'inanimato corpo, formando in terra una larga pozza.
—Percuoti! percuoti! ripeteva ferocemente Ahmed.
E il carnefice percuoteva senza posa e senza pietà, facendo volare per l'aria goccie di sangue che macchiavano le pareti e il soffitto deltugule staccando lembi di pelle.
Ad un tratto si fermò.
—Padrone, diss'egli esitando, se continuo così lo uccido.
—Lo credi? chiese Ahmed ironicamente.
—Te lo assicuro. È mezzo morto di già.
—Questi arabi sono di ferro, tuttavia basterà così Ora, introduci nelle ferite la morte.
Yokara slegò Abd-el-Kerim che non respirava quasi più tutto scorticato, tutto rosso di sangue, colla faccia spaventosamente alterata e gli occhi stravolti, schizzanti dalle orbite. Lo depose a terra, vi gettò sopra un mastello di acqua poi mandò un fischio.
La tenda si alzò ed apparve uno spaventevole negro, un essere mostruoso, ributtante; orribile a vedersi.
Era alto, scarno, col volto smunto, ossuto, gli occhi infossati e accesi e sul suo corpo dinanzi e di dietro vedevansi dei tumori più o meno grossi di un pugno e di una forma strana. La pelle dell'addome e del petto era screpolata, ulcerata e lasciava qua e là vedere la viva carne.
Ahmed fe' un gesto di ribrezzo.
—Sei pronto a subire l'operazione? chiese tranquillamente il carnefice.
—Quando l'inviato di Dio me lo comanderà, mi farò tagliare in diecimila pezzi, rispose il mostro.
—Distenditi a terra. Mi accontenterò di un solo verme.
L'altro ubbidì. Il carnefice impugnò un coltello dalla lama sottile e ben arrotata, tastò un tumore dei più grossi e si pose a tagliarlo lentamente, a strati, senza che il paziente desse segno di provare il menomo dolore.
Il sangue colava, ma l'operatore continuava a tagliare imperturbabilmente.
Due minuti dopo s'arrestava. Depose il coltello aprì colle dita il tumore e trasse, con grande precauzione, un verme bianco, rotondo, grosso tutt'al più come uno spago forzino e non più lungo di sessanta centimetri.
—Cos'è? chiese Ahmed che seguiva attentamente quella strana operazione.
—Unfilare di Medina, rispose il carnefice.
Ruppe in due lo schifoso animaletto che contorcevasi disperatamente, facendo uscire un liquido biancastro, spesso, granuloso, attaccaticcio. Egli lo raccolse in un guscio d'uovo di struzzo.
—Vedi, disse volgendosi verso Ahmed, questo liquido è formato da piccolissimi vermicelli, i quali non chiedono altro che di essere introdotti nel corpo di un uomo per ingrandire.
—Ebbene?
—Io verso questo liquido sulle ferite del prigioniero. I piccini troveranno alimento nel sangue, ingrandiranno e si costruiranno una specie di nicchia fra la pelle e la carne. Fra qualche mese quel povero diavolo diverrà spaventevole come il negro che tu hai dinanzi.
—E guarirà?
—No, deperirà lentamente, lentamente, a meno che non trovi un uomo tanto abile che gli estragga questi terribili succhiatori di sangue, il che non è probabile. Sarai ampiamente vendicato.
—È orribile.
—Dici spaventevole.
—Non monta, termina.
Il gigante si avvicinò ad Abd-el-Kerim, gli sollevò la pelle lacerata in diversi luoghi, e lasciò cadere goccia a goccia il liquido fatale che doveva ucciderlo.
—Ora, diss'egli, puoi darlo all'uomo che lo aspetta.
Ahmed con un gesto gli intimò di ritirarsi insieme al negro, poi tornò a battere le mani. La porta d'entrata si aprì e apparve il beduino ammantellato fino agli occhi.
Scorgendo Abd-el-Kerim a terra e in quello stato, la sua faccia si illuminò e un sorriso diabolico, un sorriso di feroce gioia, apparve sulle sue labbra.
—Mi sono vendicato, gli disse Ahmed con voce cupa. Ti abbandono il prigioniero e ricordati che se lo ammazzi te ne sarò grato.
—Grazie, Ahmed, rispose il beduino. So cosa devo fare di quest'uomo che odio con tutte le forze dell'anima mia.
Quattro guerrieri entrarono neltugul, gettarono una tela sul corpo dell'infelice arabo e lo portarono via.
CAPITOLO VI.—Lo scièk Abù-el-Nèmr.
Era il dopo pranzo dell'ultimo giorno di luglio. Pel cielo correvano disordinatamente densi nuvoloni di una tinta lattea, spinti da un vento impetuosissimo e caldissimo. Alcuni goccioloni di pioggia tiepida cadevano pesantemente sulle tende e suituguldel campo sudanese, e in lontananza lampeggiava e brontolava di tratto in tratto il tuono.
Le innumerevoli orde del Mahdi, secondo il solito, erano tutte in movimento, occupate ad esercitarsi coi cannoni, colle mitragliatrici e coi remington, tolti agli egiziani a Kasghill, od a destreggiarsi con finte scaramuccie, o a marciare per colonne o in quadrato o a operare ritirate e tentare assalti, o a costruire fortini, trincee, terrapieni o bastioni sotto la condotta dei loro sceicchi.
In mezzo al campo, sulla cima di una collinetta, se ne stava tutto solo un individuo che pareva non si occupasse affatto di quanto succedeva a lui d'intorno. Questo individuo era un beduino, quello stesso che aveva tradito Abd-el-Kerim.
Ammantellato accuratamente, egli passeggiava innanzi e indietro, colla testa china sul petto, la fronte aggrottata e gli occhi accesi da una cupa fiamma.
Di tratto in tratto arrestavasi, volgeva uno sguardo di fuoco verso le tempestose nubi e colla faccia alterata si chiedeva:
—Verrà?…
Aveva di già compiuto più di cento volte il giro della collina ripetendo altrettante volte quella interrogazione che facevalo diventare sempre più cupo, quando un fischio stridulo, vibrato, bizzarro, pervenne al suo orecchio. Alzò vivamente le braccia e girò intorno un rapido sguardo; le rughe della sua fronte si spianarono e le sue labbra si contrassero ad un sorriso.
Un negro, lo sceicco El-Mactud, era sbucato improvvisamente da una macchia e saliva rapidamente la collina. Il beduino s'affrettò a muovergli incontro.
—Ebbene? gli domandò con ansietà che invano cercava di nascondere.
—La va male, rispose lo sceicco asciuttamente.
—Ira di Dio!… È morto?
—Tutt'altro, è vivo. Le ferite si sono rinchiuse.
—E allora?….
—Siedi ed ascoltami attentamente.
Il beduino e lo sceicco si sdraiarono per terra.
—L'ho visitato or ora assieme ad un mio amico che se ne intende di medicina, ripigliò El-Mactud, il povero diavolo è fuori di pericolo, ma abbiamo scorto sul suo corpo lo traccie di un terribile male che lo condurrà alla tomba.
Un trasalimento nervoso scompose per alcuni secondi il viso del beduino.
—Qual male? chiese egli con maggior ansietà.
—Il corpo dell'arabo è tutto coperto di tumori grossi quanto i tuoi pugni e che sembrano lì per lì per iscoppiare. Io ho paura che sotto quei tumori vi sieno dei vermi, deifilari di Medina.
—Dei vermi?….
—Sì, dei vermi che a poco a poco ridurranno in uno stato compassionevole Abd-el-Kerim. Lo faranno diventare uno scheletro.
—Ma chi mai introdusse questi terribilifilarinel suo corpo?
—Probabilmente un uomo.
—Chi?
—Il vendicativo Ahmed.
Un ruggito irruppe dal petto del beduino.
—Ah! cane! esclamò egli con trasporto furioso.
—Non offendere l'inviato di Dio, disse gravemente El-Mactud.
—Ma questo inviato di Dio ha mancato alla sua parola, mi capisciEl-Mactud. Mi aveva giurato di darmi nelle mani quell'uomo vivo.
—E non te lo ha dato vivo?
—Ma colla morte nel sangue.
—Ahmed è più furbo di noi, ecco tutto.
—È più birbante.
—Zitto, non offendere.
—Sia pure, giacché lo vuoi. Dimmi non vi è alcuna medicina che possa guarire l'arabo? Mi narrarono che parecchi uomini colpiti dall'identico male furono salvati.
—Lo narrarono anche a me, ma ci vuole un medico esperto per far uscire ifilari, e nel campo non ve n'è che uno.
—Chi è?
—Ahmed, credo.
—Ma non vorrà mai fare una tale operazione.
—Certamente, poichè fu lui ad introdurre ifilarinel corpo dell'arabo.
—E allora?
—Potresti parlargli. Non perderai nulla a tentarlo.
—Quanto potrà vivere Abd-el-Kerim?
—Non saprei dirtelo, ma probabilmente parecchi mesi, forse anche qualche anno.
—Andrò subito a parlare ad Ahmed. Bisogna che lo salvi.
Lo sceicco lo guardò con stupore.
—Non capisco più nulla, disse. Lo tormenti e vuoi salvarlo.
—Ho le mie buone ragioni per agire così, rispose il beduino.
—Così deve essere.
—Dov'è Ahmed?
—L'ho visto or ora entrare nella capanna dei missionari.
—Se va a trovare i prigionieri dev'essere di buon umore. Andrò alla capanna.
—Ed io, che cosa devo fare?
—Ritornerai al baobab. Questa sera ti raggiungerò e probabilmente parlerò col prigioniero.
—Ti riconoscerà?
—Non dubitarne.
—Il beduino tornò ad ammantellarsi e discese la collina inoltrandosi fra le tende.
Cinque minuti dopo giungeva in mezzo all'accampamento e precisamente dinanzi ad una capanna semi-cadente, costruita con rami e coperta di foglie. Attorno v'erano numerosi guerrieri e parecchidervis.
—Dov'è Ahmed-Mohammed? chiese il beduino, facendosi largo.
—Nella capanna, rispose un guerriero d'atletica statura. Là dentro si muore.
—Chi è che muore?
—Una delle prigioniere.
—Brigante di Ahmed, borbottò il beduino.
Si avvicinò alla porta e guardò nell'interno con viva curiosità.
Là, nel mezzo, sulla nuda terra, giaceva una donna orribilmente pallida smunta, ischeletrita, in preda agli ultimi aneliti. Attorno ad essa v'erano undici persone dalla tinta bianca, ischeletrite dalla fame, dalle sofferenze, dall'angoscia, dai terribili calori del sole equatoriale, coi capelli arruffati e le scarne membra appena coperte da cenciose camicie pullulanti di schifosi insetti.
Quei miseri, condannati a soffocare là entro, colla scimitarra sempre sospesa sopra la loro testa, erano i missionari veronesi don Luigi Bonomi, il laico Regnotto, suora Gregolini, suor Caprini, suor Chincarini e suor Venturini, la negra Coassè, allieva dell'istituto veronese don Mazza, il chierico Locatelli di Bergamo, don Rossignoli di Frascati, don Ohrwalder Trento e suor Corsi di Barletta[1].
[1] I missionari erano stati fatti prigionieri, assieme alle suore parte a Gebel-Nuba e parte a El-Obeid. Il Mahdi aveva ordinato alle sue orde di tormentarli qualora uscissero della loro capanna.
L'illustre missionario don Luigi Bonomi, mi narrò che un giorno, il Mahdi, esasperato perchè non abbracciavano la sua religione, in pieno mezzogiorno, alla presenza di tutto l'esercito, li fece scendere in campo minacciandoli di morte. Visto che il terrore non faceva effetto, li lasciò languire quattro lunghi mesi nella loro capanna, quasi ignudi e senza mezzi di sussistenza.
Da quel giorno i guerrieri furono lasciati liberi di maltrattare i poveri missionari e si può immaginare in qual modo ne abusassero.
Due suore e un laico morirono.
La misera che stava per spirare, uccisa dalle febbri e dagli spaventi, era suor Pesavento di Montorio Veronese.
Il beduino, vedendo il Mahdi ritto in mezzo alla capanna cogli occhi fissi sulla moribonda, cercò di entrare ma fu respinto dalla guardia baggàra.
—Lo aspetterò, diss'egli sedendosi a poca distanza dalla capanna.
Mezz'ora trascorse prima che Ahmed uscisse. Era assai preoccupato, ma a quanto pareva, non di umore nero.
Il beduino lo seguì fino alla cima di una collina che dominava il campo e arditamente gli si presentò.
—Ah! sei tu amico! esclamò Ahmed, con un sorriso ironico. Come sta l'uomo che ti donai?
—Molto male. Ahmed, rispose il beduino. Ha la morte nel sangue.
Sulle labbra del Profeta spuntò un secondo sorriso ironico non meno beffardo del primo.
—È avvelenato forse? chiese con sottile ironia.
—Peggio che avvelenato. Ha il corpo zeppo difilari di Medina.
—Me ne duole per te, del resto lo sapevo.
—Allora devi anche sapere chi lo ridusse in tal modo, disse il beduino acremente.
—Che vuoi dire? chiese Ahmed, corrugando le sopraciglia.
—Voglio dire che tu conosci la mano colpevole che rovinò il mio uomo.
—Tu sei pazzo. Chi vuoi che sia stato?
—Un uomo che aveva interesse perchè l'arabo crepasse.
—E quest'uomo si chiamerebbe?
—Ahmed Mohammed, disse il beduino audacemente.
—E tu hai coraggio di dirmelo in faccia?
—E perchè dovrei tacere?
—Sai che ti trovo ben ardito?
—A un beduino è permesso di essere ardito.
—Se un altro avesse detto tanto non avrebbe più la sua testa sulle spalle. Vattene!
—E il mio uomo?
—Che muora.
—Tu manchi ai tuoi giuramenti, Ahmed! esclamò il beduino furibondo.
—Vattene temerario.
—Oh mai! Io voglio che si liberi Abd-el-Kerim daifilariche lo rodono o che…
—Olà gridò Ahmed. Impadronitevi di quest'uomo e consegnatelo al carnefice.
Già idervis, tratte le scimitarre, s'avanzavano e già il beduino aveva impugnato le pistole, quando in lontananza scoppiarono formidabili detonazioni e acutissime grida.
Ahmed e idervisudendo quel baccano scesero in fretta la collina. Il Profeta s'era strappata dal fianco la scimitarra e l'impugnava come un vero guerriero che si prepara a scagliarsi nella mischia.
—Il nemico!… si urlava da tutte le parti.
Il beduino, rimasto solo, approffittò di quell'incidente capitato così a buon punto per salvarlo. Si raccomandò alle proprie gambe e andò a intanarsi in mezzo ad una folta macchia.
—Ira di Dio! mormorò egli. Che succede?
Girò gli occhi all'intorno: tutto il campo era in movimento. I guerrieri si radunavano in furia disponendosi confusamente in linea di battaglia, cogli scudi in mano e le lance in resta. La cavalleria si ordinava alla meglio empiendo l'aria di urla selvaggie.
Si trascinavano i cannoni e le mitragliatrici, si caricavano i moschetti e i remington, si abbattevano le tende e si occupavano le capanne le trincee, i terrapieni, i ridotti di terra. Gli sceicchi galoppavano per ogni dove cercando i propri battaglioni, comandando, strepitando.
—Il nemico! il nemico! si vociava dappertutto.
—Ira di Dio! ripetè il beduino. Cosa succede? Che sia il colonelloCoetlegan che attacca queste canaglie? Non ci mancherebbe che questo.Oh!…
L'esclamazione gli fu strappata da un formidabile rullare dinoggàrae didarabùkee da un grido immenso che echeggiò in lontananza:
—Viva loscièkAbu-el-Nemr!
Le file degli insorti si ruppero come per incanto. Lasciarono i cannoni, le trincee e persino le armi per riversarsi verso il sud ripetendo il grido.
—Viva loscièkAbù-el-Nemr!
Fra una grande nuvola di polvere, il beduino scorse una grossa tribù di guerrieri che moveva rapidamente verso il campo colle bandiere del Mahdi spiegate. Respirò rumorosamente, liberamente, come se gli si fosse levato di dosso un gran peso.
I creduti nemici erano i guerrieri delloscièkAbù-el-Nèmr che ritornavano dalla guerra. Alla loro testa comminava un bel nero dal nobile portamento, colle braccia e le gambe cariche di anelli di rame, un turbante verde ricamato d'argento, sul capo, e avvolta attorno al corpo una granfardaazzurrina trapunta in oro.
Le genti del Mahdi si affolavano attorno a lui urlando sempre con crescente forza:
—Salute ad Abù-el-Nèmr!
Il cavaliere diresse il bianco destriero verso Ahmed che si era fermato ai piedi della collina circondato dai suoidervise dalla sua scorta di Baggàra, saltò a terra e gli baciò la mano.
Fra loscièke l'inviato di Dio vennero scambiate alcune parole, poi quest'ultimo prese per la mano il primo e lo condusse sulla collina, facendo segno a tutti gli altri di non seguirlo.
Essi si arrestarono a pochi passi dalla macchia, in mezzo alla quale tenevasi prudentemente celato il beduino.
—Ebbene, Abù-el-Nèmr, disse Ahmed dopo di aver gettato uno sguardo all'ingiro come per assicurarsi che nessuno poteva udirlo. Come andò la spedizione?
—I Scilluk che si erano ribellati li abbiamo interamente distrutti, rispose lo sceicco. Trionfiamo su tutta la linea.
—Non abbiamo più nemici, adunque, dinanzi a noi?
—Non abbiamo più nessuno. La battaglia di Kasghill ci ha aperto la via che mena a Chartum.
—Dov'è il colonello Coetlegan? Mi si disse che accampava sulla rive del Bahr-el Abiad.
—Appena ebbe sentore della strage di Kasghill si è affrettato a guadagnare Chartum ed ora sta organizzando la difesa di questa città.
—Credi che opporranno resistenza gli abitanti di Chartum?
—No, anzi ci aiuteranno a massacrare le truppe egiziane. Ho mandato deidervisin quella città e fanno attiva propaganda. Quasi tutti gli arabi e i sennaresi abbracciano con entusiasmo la nuova religione.
—Sicchè fra qualche mese noi potremo rimetterci in marcia.
—Anche domani se tu lo volessi; la strada è libera.
—E di Osman Digma, ne sai nulla tu?
—Si trova sulle rive del mar Rosso, rispose lo sceicco, e tira a sè tutte le tribù beduine che trova sul suo cammino. Tra non molto tenterà un attacco contro Suakim.
—È questa città che mi occorre sopratutto.
—Perchè?
—Per passare il mare e sbarcare alla Mecca
—Ah! Tu hai questo progetto!
—Sì, lo ho, e ti giuro su Allàh, Abù-el-Nèmr, che io lo compierò: è la missione impostami da Dio. Sarà là che io abbatterò il Sultano dei turchi; sarà là che lancieremo la scintilla destinata a sollevare a ribellione tutti i popoli maomettani; sarà là che noi sfideremo la potente Europa che deride, che perseguita, che cerca di schiacciare, noi, arabi. Coll'aiuto di Allàh e col nostro valore, noi assorbiremo ed Europa, ed Africa e Asia.
—Il progetto è bello, superbo. Ma riusciremo noi?
—Si riuscirà. Lo sento.
Ad un tratto la fronte di Ahmed s'oscurò e un profondo sospiro gli uscì dalle labbra. Lo sceicco lo guardò con sorpresa.
—Che hai, Ahmed? gli chiese. Forse che qualche presentimento ti ha morso il cuore?
—No, mormorò il Mahdi.
—E allora?…
Ahmed lo guardò in silenzio per alcuni istanti, poi gli si avvicinò e prendendogli strettamente le mani gli disse con impeto selvaggio:
—Ne hai udito parlare tu?
—Di che? chiese lo sceicco.
—Di quella donna che io ho tanto cercato, di Fathma infine.
Lo sceicco trasalì. Parve sorpreso e insieme sgomentato. Non seppe cosa rispondere a quella brusca interrogazione che forse era mille miglia lontano dal aspettarsi.
—Mi hai compreso? gli chiese Ahmed.
—Sì, ti ho compreso, balbettò Abù-el-Nèmr
—Ebbene, hai saputo nulla di lei?
—No, no, nulla… assolutamente nulla!
—Maledizione!
—Hai forse saputo… dove sia?
—Se l'avessi saputo a quest'ora sarebbe nelle mie mani. L'ho cercata per ogni dove, ho interrogato mille persone e senza frutto. Speravo che tu mi recassi qualche notizia.
—Ma che vorresti fare di Fathma? Non l'hai, adunque ancora dimenticata?
—Non ancora. Oh! se potessi trovarla!
—Ebbene?
—Non sai nulla adunque, cosa è accaduto nel campo?
—No, mormorò lo sceicco che tornò a trasalire.
—Ho trovato l'uomo che fu l'amante di Fathma.
—Oh!…
Abù-el-Nemr aveva fatto due passi indietro e guardava Ahmed con ispavento. Era diventato cinereo e tremava in tutte le membra come se fosse stato assalito da una tremenda febbre. Sembrava istupidito, pietrificato.
—Lui, nelle tue mani! balbettò alfine. Lui prigioniero!… Oh!…
—Ma che hai? gli chiese Ahmed con stupore. Sono dieci minuti che ti osservo e che vedo i tuoi lineamenti scomporsi in istrana guisa.
—Aspetta gli disse Abù-el-Nemr con voce sorda, A quale razza appartiene quell'uomo?
—È arabo.
—Arabo!… E si chiama?
—Abd-el-Kerim!
Una bestemmia uscì dalle labbra dello sceicco.
—È lui!… esclamò.
—Lui!… ma lo conosci tu? Spiegati, Abù, che io non capisco assolutamente nulla.
—Odimi. Ahmed. Un giorno mi trovavo nelle foreste del Fiume Bianco, quando m'imbattei in un ufficiale egiziano ferito. Ebbi compassione di lui, lo posi sulle mie braccia, lo trasportai nel mio campo e lo medicai coll'amore di un fratello… Guarì, mi giurò che avrebbe abbracciato la nostra religione e io gli credetti.
—Ah! fe' Ahmed, con un sorriso ironico.
—Erano passati due mesi, quando una notte ebbi la brutta idea di invitarlo a cacciare il leone. Io camminavo innanzi e lui camminava dietro a me. Avevamo percorso parecchie miglia, quando quel miserabile scagliossi a tradimento su di me cacciandomi la sua scimitarra in una coscia.
—Caddi a terra. Lui mi calpestò, mi sferzò il volto con uncorbachpoi, non contento, mi sputò in fronte. Mi capisci, Ahmed, egli sputò in fronte ad uno sceicco del Kordofan, ad un sceicco che gli aveva salvata la vita anzichè tagliargli la gola.
—Ah! la è così! esclamò Ahmed.
—Sì, proprio così. Io lo cercai questo miserabile, e non fui capace di trovarlo in luogo alcuno. Ora che so che è nelle tue mani, gli farò pagar caro l'insulto e il tradimento.
—Temo che tu sii arrivato troppo tardi, Abù.
—Perchè?
—Abd-el-Kerim è nelle mani di un beduino e credo che sia di già morto.
—Di un beduino?… E chi è costui?
—Un uomo che nella battaglia di Kasghill si distinse assai. Mi narrarono che si battè come un leone facendo strage di egiziani, anzi, fu lui che aggiustò una palla di fucile al petto di Hicks pascià.
—E dove trovasi questo beduino?
L'ignoro. Pochi minuti fa era qui, ora chi sa dove è andato a cacciarsi.
—Sicchè non posso aver Abd-el-Kerim nelle mie mani. Darei mezzo del mio sangue per averlo.
—Se l'arabo è ancora vivo, ti prometto che lo avrai. Domani mattina manderò un drappello d'uomini a cercare il beduino.
—E se non volesse cedertelo?
—È l'inviato di Dio che lo vuole, e nessuno ardirà resistere ai miei ordini. Orsù, la notte cala, vieni nella mia capanna che abbiamo ancora da discorrere. Ceneremo assieme.
—Sono a tua disposizione fino a mezzanotte.
Ahmed e lo sceicco pochi momenti dopo scendevano la collina dirigendosi a lenti passi verso iltugul.
CAPITOLO VII.—Un morto che risuscita.
Non erano ancora n'entrati nella capanna che il beduino, che tutto aveva udito, slanciavasi fuori dai cespugli.
Era pallido, anzi livido; aveva le ciglia aggrottate, lo sguardo acceso, le labbra contratte e i denti bianchi e aguzzi come quelli di uno sciacallo, collericamente stretti. Sul suo volto leggevasi l'ira appena frenata.
Egli guardò più volte d'attorno con circospezione, con le mani chiuse nervosamente attorno ai calci delle pistole che uscivano dalla larga fascia rossa, poi si spinse fino sul pendìo della collina volgendo gli occhi verso iltuguldi Ahmed.
Ira di Dio! esclamò egli con rabbia. Chi è questo cane che si intromette nelle mie faccende? Chi è questo Abù-el-Nèmr che ci tiene tanto per avere in mano sua Abd-el-Kerim? Io scommetterei che la storiella che ha narrato l'ha inventata di sana pianta. Quello stupido di Ahmed, quantunque si spacci per un profeta, se l'ha bevuta, ma io non la bevo, per Maometto!
«Ah! si vuoi portarmi via Abd-el-Kerim? La vedremo, signori miei, se voi sarete capaci di farla ad un uomo del mio stampo. Orsù bisogna prendere una seria decisione prima che l'uragano scoppi. Qui corro rischio di perdere non solo l'arabo, ma di cadere anche nelle unghie di Ahmed che parmi non mi voglia troppo bene. Andiamo prima al baobab e poi di trotto a El-Obeid.
Diede uno sguardo al cielo coperto da densi nuvoloni che i lampi illuminavano bizzarramente, un altro al campo che cominciava a diventare deserto, cangiò la carica alle pistole onde, al momento opportuno, non mancassero al colpo, e discese con infinite precauzioni la collina. Arrestossi alcuni minuti al basso, guardò a destra, a sinistra, dinanzi e di dietro per assicurarsi che nessuno lo spiava o lo seguiva, poi cacciossi in mezzo altugule alle tende procedendo rapidamente e silenziosamente.
Venti volte si fermò, credendo sempre di avere qualcuno alle calcagna, ed altre venti volte ritornò sui propri passi per assicurarsi che si era ingannato. Alle undici di notte varcava le trincee gettandosi in mezzo alle sabbiose pianure del sud.
Soffiava un vento impetuoso che alzava nembi di impalpabile sabbia e grosse goccie di pioggia cominciavano a cadere. Fra le nubi toneggiava fragorosamente e lampi abbaglianti rompevano di tratto in tratto le fitte tenebre.
—Tutto va a gonfie vele, mormorò il beduino, sorridendo diabolicamente. Con simile notte a nessuno salterà il ticchio di uscire dal campo per venire in cerca di me, nemmeno a quell'animale di Abù-el-Nèmr. Mille saette! Ma chi può essere questoscièkche ha tanta influenza su Ahmed? Uhm! Non so, ma ho il presentimento che lì sotto gatta ci covi! Per Maometto! Abd-el-Kerim me lo dirà e se si rifiuta…. avrà da fare con me!
Si tirò iltaubsugli occhi e riprese il cammino salendo e discendendo le colline di sabbia, curvandosi di quando in quando per resistere ai soffi del vento che talvolta minacciavano di rovesciarlo, tanto erano formidabili. Per mezz'ora avanzò acciecato dai lampi, inzuppato dall'acqua che veniva giù a catinelle, assordato dagli scrosci delle folgori che cadevano a tre, a quattro alla volta, poi fece alto.
Dinanzi a lui, a un duecento passi, alzavasi un albero gigantesco che da solo formava un bosco. Il tronco aveva più di trenta metri di circonferenza, e a tre o quattro metri dal suolo spartivasi in molti rami, alcuni dei quali, più grossi dei più grossi alberi delle nostre foreste, ricadevano verso terra dopo di aver raggiunto un'altezza di dieci o dodici metri.
Il beduino, al di sotto di quell'ammasso immenso di rami e di foglie che il vento scuoteva furiosamente con mille gemiti e mille scricchiolii, scorse tre uomini, distesi per terra, uno dei quali alzossi gridando:
—Chi vive?
—Sta cheto, El-Mactud, rispose il beduino. Sono io.
In pochi salti raggiunse loscièkche aveva di già armato il suo moschettone. Con un cenno della mano lo invitò a deporre l'arma.
—Che nuove? gli chiese.
—Nessuna, rispose loscièk. Abd-el-Kerim dorme pacificamente.
—Lo sveglierò.
El-Mactud fece un gesto di stupore.
—Oh! esclamò.
—Bisogna che io gli parli.
—C'è qualche cosa in aria?
—Altro che! vogliono portarmi via l'arabo.
—Chi?…. Ahmed forse?
—No, s'affrettò a dire il beduino che non si fidava di quel guerriero ancora devoto al Profeta. È un sceicco che tu devi conoscere.
—E si chiama?
—Abù-el-Nèmr.
Lo sceicco digrignò i denti come una iena.
—Ah! maledetto nubiano! esclamò egli con rabbia. Vorrebbe forse immischiarsi nelle nostre faccende? Che non ci si provi nemmeno. Ho dei conti da saldare e potrei saldarli con un buon colpo di scimitarra.