Chapter 12

Sulle labbra del beduino spuntò un sorriso diabolico; non potè frenare un moto di contentezza. Guardò attentamente loscièke nei suoi occhi lesse l'espressione di un terribile odio.

—Che ti ha fatto quell'uomo? chiese egli.

—Te lo dirò un'altra volta. Basta che tu sappi che io lo esecro.

—È potente Abù-el-Nemr?

—Molto potente, amico mio. Se egli ci scopre Abd-el-Kerim è perduto.

—Faremo il possibile perchè non ci scopra.

—Ma che cosa vuol fare di Abd-el-Kerim quel cane di Abù?

—L'ignoro, ma temo che lì sotto ci sia un mistero

—Che intendi di fare?

—Di battermela a El-Obeid.

—E porteremo con noi l'arabo?

—S'intende.

—Quando partiremo?

—Appena avrò veduto l'arabo e gli avrò parlato ci metteremo in cammino.

—Allora spicciamoci. Domani mattina Abu-el-Nèmr si metterà in caccia; bisogna trovarsi al sicuro in città prima che spunti l'alba.

—Vado subito. Intanto preparerai una barella e chiamerai qualche altro uomo perchè ci aiuti a trasportare l'arabo.

—Siamo d'accordo, concluse El-Mactud.

Il beduino s'avvicinò al colossale tronco del baobab ai piedi del quale, sulla corteccia, scorgevasi quattro profonde incisioni che venivano a formare un quadrato. Con un pugno sfondò quella corteccia incisa e dinanzi a lui apparve un'apertura che metteva in un antro scavato nell'interno dell'albero.

Stette alcuni istanti in ascolto, poi s'inoltrò sulla punta dei piedi e arrestossi in mezzo a quella bizzarra caverna. Era buio perfetto e faceva un freddo da intirizzire le membra. Un silenzio lugubre, misterioso, regnava là entro, rotto di quando in quando da un respiro affannoso e da un brulichio che doveva indubbiamente provenire da migliaia e migliaia d'insetti che s'aggiravano fra quelle diacciate tenebre.

—Dorme, mormorò il beduino. Lo sveglierò.

Battè l'acciarino, accese l'esca e diè fuoco ad una torcia resinosa impiantata nel suolo, la quale illuminò d'una luce azzurognola l'umida caverna che era poco alta e assai ristretta.

Là, proprio nel mezzo, sdraiato per terra, sonnecchiava Abd-el-Kerim.

L'infelice non era più riconoscibile; incuteva ribrezzo al solo guardarlo.

I suoi lineamenti sparivano, si confondevano sotto una gonfiezza livida. Le sue palpebre erano chiuse e intorno agli occhi si disegnavano due larghi cerchi rossastri che parevano due ammaccature. Una bava sanguigna era radunata agli angoli delle labbra, tumide, semi aperte, contratte per lo spasimo ed un abbondante sudore viscoso irrigavagli il volto contrafatto.

Tutto il suo corpo era avviluppato da pezzi di tela inumiditi, trattenuti da sottili striscie di cuoio e su di essi strisciavano battaglioni di vermiciattoli, di formiche, di insetti d'ogni specie che si cacciavan in mezzo alle fascie con un brulichìo che incuteva terrore e ribrezzo. Qua e là, sul petto, apparivano dei tumori grossi come un pugno, alcuni dei quali, screpolati, lasciavano vedere la viva carne. Il beduino, nel vedere in quale misero stato era ridotta la sua vittima, erasi arrestato. Una forte commozione si dipinse sui suoi lineamenti, ma durò un sol secondo.

Il sarcastico sorriso che mai abbandonava le sue labbra ricomparve e lo sguardo gli diventò assai più cupo. Ebbe persino il coraggio di far risuonare là entro, in quella tomba, uno scroscio di risa che l'eco sinistramente ripetè.

Non dimentichiamo che quest'uomo è mio rivale! mormorò egli con un accento dal quale trapelava un implacabile odio. Del resto non morirà. I vermi che serpeggiano sul suo corpo succhiandogli il sangue, un giorno, se ritroverò la mia povera sorella, glieli farò strappar tutti, dovessi misurarmi coll'inviato di Dio!…

Si passò tre o quattro volte una mano sulla fronte come per iscacciare un doloroso pensiero e sospirò. Qualche cosa di umido, che affrettossi a tergere, brillò nei suoi occhi.

—Povera sorella, bisbigliò.

S'avvicinò ad Abd-el-Kerim che dormiva profondamente, lo esaminò per qualche tempo con molta attenzione poi lo punse leggermente in fronte col suojatagan.

Abd-el-Kerim a quella dolorosa sensazione trasalì e svegliossi. Con una mossa improvvisa, nervosa, che gli strappò un lugubre gemito, alzossi a sedere guardando, ma con uno sguardo da ebete, il beduino che gli stava presso.

—Chi sei? chiese egli, con voce appena distinta.

Il beduino invece di rispondere lasciò cadere all'indietro il cappuccio mettendo allo scoperto il suo volto dalla pelle bianca e coperto inferiormente da una barba nera e inspida.

Abd-el-Kerim non fece alcun moto che dinotasse sorpresa o terrore alla vista di quella faccia; senza dubbio non vedeva bene ancora.

—Chi sei? tornò a chiedere con voce più fioca

—Non mi riconosci adunque? disse lentamente il beduino, facendoglisi ancor più da vicino. Guardami bene in volto, Abd-el-Kerim!

Quella voce fece sul prigioniero un gran effetto. Sobbalzò come stato toccato da una palla e le sue unghie sollevarono l'umido terreno.

Qual voce!…. esclamò egli con profondo terrore. Qual voce!….

—La riconosci?

Abd-el-Kerim non rispose. Con uno sforzo disperato si sollevò sulle ginocchia e avvicinò il suo volto a quello del beduino. Un urlo lacerò il suo petto.

—Notis!….

Una commozione terribile lo scosse dalla testa ai piedi. Anelante, convulso, cieco di rabbia, allungò le mani verso il greco, ma le forze gli vennero meno e cadde pesantemente a terra, ripetendo con voce strozzata, indistinta:

—Notis!… Notis!…

Il greco, poichè era proprio lui truccato da beduino; che caduto nelle mani dello scièk El-Mactud, era passato sotto le bandiere del Mahdi, lo guardò per qualche minuto quasi con compassione.

—Sei sorpreso Abd-el-Kerim di rivedermi? chiese dipoi egli, con ironia. Infatti, è abbastanza strano che io sia ancor vivo dopo di essere stato, per la seconda volta, ferito a morte. Si vede proprio che qualche genio, Dio o il diavolo, veglia su di me. È un peccato, non è vero Abd-el-Kerim?

L'arabo con gli occhi sbarrati lo guardava fisso fisso non sapendo se era vittima di uno spaventevole incubo o se aveva realmente dinanzi a sè il fratello della terribile Elenka.

Ad un tratto le sue labbra s'agitarono come volessero articolare una parola. Il greco che lo osservava attentamente notò quel movimento, anzi indovinò la domanda che pendeva dalle labbra dell'infelice prigioniero poichè la sua faccia assunse un'espressione di diabolica gioia.

—Ti comprendo, disse. Tu vuoi interrogarmi in qual modo io sia qui e che avvenne della donna che ti portò disgrazia. Sta zitto che io te lo dirò.

Guardò intorno, e visto in un angolo ungarah, sorta di vaso di terra cotta che fabbricano le donne del Kordofan, lo rovesciò e si sedette sopra incrociando le gambe alla moda dei turchi.

—Abd-el-Kerim, diss'egli, sforzandosi di parere tranquillo, È la seconda volta che noi ci troviamo l'uno di fronte all'altro io libero e tu prigioniero; è la seconda volta che io tengo in mia mano la tua vita ed è la seconda volta che ti risparmio. Sai il perchè?

—Non mi curo di saperlo, balbettò l'arabo ancora in preda ad una terribile commozione. Uomo o fantasma, vattene che mi fai ribrezzo, mi fai paura! Non sei adunque ancora contento di aver spezzata la felicità che io avevo raggiunto? Non sei adunque contento di avermi lacerato l'anima, di avere fatto di me l'uomo più sventurato della terra, di avermi fatto straziare le carni, di avere innestato nel mio sangue la morte!… Guarda, mostro, in quale orribile stato mi hai ridotto, guarda questi tumori sotto i quali nascondonsi orribili vermi che succhiano il mio sangue, che rodono lentamente le mie carni, che mi stremano, che mi ischeletriscono?… Ah! Notis! Notis! ti sei ben vendicato!

Un singhiozzo sollevò il deturpato petto dell'infelice. Tentennò a destra e a manca, stringendosi fortemente il capo fra le mani, poi, esausto di forze, ricadde a terra.

Notis s'alzò e si mise a passeggiare per l'umido antro colla testa china sul petto e le braccia incrociate. La sua fronte era assai aggrottata e il sorriso ironico che poco prima errava sulle sue labbra era scomparso. Forse quell'uomo di ferro era commosso.

—Notis, ripigliò Abd-el-Kerim, abbi pietà di me, abbi pietà di un infelice che è agli estremi, che sta per morire giacchè ho la morte nelle vene. Dimmi che è avvenuto di colei che noi abbiamo tanto amata, dell'infelice Fathma.

La fronte di Notis s'aggrottò maggiormente. S'arrestò di botto, le sue labbra si agitarono come volessero parlare, ma non disse verbo.

—Notis!… Notis!… gridò con accento straziante Abd-el-Kerim.

—Taci! ruggì il greco. Taci… Abd-el-Kerim!

Un secondo singhiozzo uscì dalle labbra dell'arabo. Una grossa lagrima, una di quelle lagrime amare che erompono da un cuore straziato, a quel modo che il sangue zampilla da una profonda ferita, si sospese alle sue ciglia e rotolò silenziosamente giù per le incavate gote.

Notis gli si avvicinò cogli occhi accesi, ma umidi; non era più lo stesso uomo di prima, nei cui lineamenti leggevasi solo odio o rabbia. Era commosso molto commosso; si vedeva che quell'anima inaccessibile, in quel momento, atrocemente soffriva.

Tu piangi adunque! esclamò egli con una voce che non aveva nulla di umano. E io, credi tu che non soffra, credi tu che non sanguini il mio cuore credi che non pianga?

Si arrestò di colpo. Parve sorpreso, spaventato di quella confessione che gli era uscita, forse senza volerlo, dalla bocca. La violenta emozione che alterava i suoi lineamenti scomparve come per incanto. La faccia ritornò fredda, dura e il sarcastico e crudele sorriso riapparve sulle sue labbra.

—Sono pazzo, mormorò.

Tornò a sedersi sulgarahmandando tuttavia un profondo sospiro.

Abd-el-Kerim disse, con voce grave. Un giorno noi fummo amici, fummo come fratelli, poi fra noi sorse una donna fatale per entrambi, che scavò un abisso immensurabile… Non ti domando di chiudere questo abisso poichè so che sarebbe impossibile, ma ti prego di colmarlo per dieci soli minuti… e ti giuro che non ti pentirai di aver fatto ciò. Acconsenti tu? Te lo chiedo in nome dell'antica nostra amicizia.

L'arabo scosse la testa e non rispose.

—Ti parlerò di Fathma… della donna fatale!

—Ah!… Fathma!… Fathma!… che ne sai tu di lei?… È viva?.. È morta?… Notis, parla e ti abbandono la mia vita.

—Parlerò dopo che tu mi avrai risposto.

—Interrogami che ho colmato l'abisso

—Abd-el-Kerim, ti scongiuro, dimmi che è avvenuto della mia povera sorella, dimmelo.

—Elenka! balbettò cupamente. Tu vuoi che io parli di Elenka! No, mai!

—È il fratello di Elenka che ti prega

—Non parlerò

—Abd-el-Kerim!…

—Mi vendico, Notis!

Il greco scattò in piedi con le gote vermiglie, gli occhi infiammati, le labbra frementi. Le sue mani si aprirono e si chiusero convulsivamente come volessero stritolare qualche cosa.

—Sta bene, disse, con accento minaccioso. Ti pentirai!

Girò tre o quattro volte su sè stesso, si spinse fino all'uscita dell'antro, poi ritornò bruscamente indietro tenendo in una mano una piccola ampolla di vetro.

—Abd-el-Kerim, disse con voce alterata, potrei farti morire lentamente fra le più atroci torture, potrei farti uscire il sangue dalle vene goccia a goccia, eppure non lo faccio perchè ho ancora la speranza che noi un dì ritorneremo amici, anzi…

—Taci! esclamò l'arabo, che lesse il suo pensiero. Non sarà mai e poi mai.

—Tu la odi ancora adunque?

—Sì, e più oggi che due mesi fa.

—Non hai pietà adunque per la povera Elenka.

—Non nominarla; quel nome mi fa atrocemente male.

—Ah! maledetto!

Il greco era diventato violaceo per l'ira. Scagliossi come una pantera sull'arabo, l'afferrò per la gola, poi introducendogli fra le labbra la fiala gli versò in bocca tutto il contenuto. L'effetto di quel liquore fu istantaneo.

Abd-el-Kerim piombò giù come se il sangue gli fosse improvvisamente cessato di circolare. Il capo gli cadde all'indietro battendo in terra con sordo rumore. Un sospiro che rassomigliava a un rantolo di chi agonizza gli uscì dalle labbra e rimase immobile, irrigidito come un morto.

Notis lo contemplò per alcuni istanti con uno sguardo nel quale leggevasi un terribile odio, poi si chinò su di lui, lo afferrò fra le braccia e gettandoselo in ispalla uscì dall'antro.

El-Mactud lo aspettava con quattro baggàra e con una barella improvvisata con rami e resa soffice da un alto strato di foglie di baobab.

Ebbene? chiese loscièk, prendendo l'arabo e deponendolo, con precauzione, nella barella. Ha bevuto il narcotico?

—Gliel'ho fatto bere tutto, rispose Notis.

—Hai saputo nulla?

—Assolutamente nulla, ma lo farò parlare. Andiamo ora a Obeid, che la mezzanotte è passata.

Ad un cenno delloscièkdue baggàra alzarono la barella e la comitiva si mise in viaggio dirigendosi verso la città che disegnavasi confusamente sul fosco orizzonte.

Aveva già percorso più che mezza via, quando le orecchie delloscièkfurono ferite dallo scalpitìo precipitato di un cavallo.

—Oh! esclamò egli, tirando, per ogni precauzione la scimitarra.

Si volse indietro ed al chiaror di un lampo scorse un cavaliere avvolto in un gran mantello bianco, curvo sul collo del suo corsiero, che andava avvicinandosi rapidamente.

—Notis! mormorò egli, coi denti stretti. Guarda!

—Chi è quell'uomo? chiese il greco, aggrottando le ciglia.

—Non lo conosci? È loscièkAbù-el-Nèmr.

—Ira di Dio!… Dove va?

—A El-Obeid, non lo vedi?

Notis fece un salto innanzi e diresse la canna del moschetto verso il cavaliere che gli passava dinanzi a duecento passi di distanza.

—No, disse di poi, quell'uomo può esserci utile. El-Mactud, conduci Abd-el-Kerim nella capanna che tu bene conosci; io seguo loscièkcon Medinek.

—Sta bene, forse hai ragione di seguirlo. Parti se non vuoi perderlo di vista.

Il greco non se lo fece dire due volte e slanciossi dietro al cavaliere seguito dal negro Medinek. Dopo dieci minuti di corsa, Abù-el-Nèmr e quelli che lo seguivano giungevano dinanzi a El-Obeid, sulla cui porta faceva orribile mostra la testa diseccata del barone di Cettendorfs.

CAPITOLO VIII.—Notis in trappola.

El-Obeid, quartiere generale del Mahdi, è la città più bella, più popolosa e più fortificata del Kordofan, di cui è pure la capitale.

Essa sorge nel mezzo di una immensa pianura ondulata, ed è difesa da bastioni di terra e di mattoni cotti al sole, ma in gran parte ruinati in seguito ai ripetuti assalti che dovettero sostenere nell'ultimo assedio.

È divisa in cinque differenti quartieri abitati da una popolazione che supera le 35,000 anime; uno è abitato dai dongolesi, l'altro dai mercanti esteri, il terzo dai coloni di Barnou, il quarto dei nativi di Darfur e così via.

Il principale quartiere chiamato El-Orfa, contiene gli edifizi governativi, delle piccole moschee, una casa ad un piano abitata prima dal governatore egiziano, una caserma, un magazzino di polvere ed una filiale dello missioni cattoliche di Chartum, tutta ruinata dai guerrieri del Mahdi che la saccheggiarono dopo la presa della città.

Tutte le altre case sono misere capanne circolari di venti piedi di diametro, con mura in argilla alte quattro o cinque piedi e sormontate da un tetto conico di paglia disposto in istrati regolari e impenetrabili alla pioggia. Ogni famiglia ne possiede di queste capanne, chiamatetokles, quel numero che è sufficiente ai suoi bisogni ed il gruppo è quasi sempre circondato da una siepe di spine e ombreggiato da palmizi che danno alla città un pittoresco aspetto.

Il Mahdi se ne era impossessato il 15 gennaio 1883 e ne aveva fatto il suo quartier generale, fortificandola alla meglio che aveva potuto e facendola occupare da una parte delle sue orde che bivaccavano nelle vie e nelle piazze sottotugulimprovvisati e sotto tende.[1].

[1] Il Mahdi l'aveva presa con la fame dopo quattro mesi e mezzo di eroica resistenza, e scacciati gli abitanti dopo averli denudati, l'aveva fatta occupare delle sue orde.

Quando Abù-el-Nèmr e quelli che lo seguivano scambiate alcune parole coi guerrieri che vegliavano dinanzi alla porta, entrarono, la città era ancora addormentata.

Nè per le vie, nè per le piazze scorgevasi anima viva; nè da alcuna capanna trapelava un raggio di luce che desse indizio che entro si vegliava.

Persino i guerrieri del Mahdi che accampavano all'aperto, russavano sotto i tugul di paglia o sotto le tende curvate per la pioggia che cadeva a torrenti allagando le polverose strade.

Il silenzio funebre che regnava nella città, era rotto di quando in quando da un colpo di tuono secco secco che faceva tremare itugule dal lugubre scricchiolar delle palme violentemente scosse dal vento del sud-est.

Abù-el-Nèmr, dopo di aver esitato alcuni istanti, prese la via che menava al quartiere di El-Orfa, spingendo il cavallo al piccolo trotto. Notis e il suo compagno, tirato il fiato, gli si misero bravamente dietro, determinati a sapere dove andasse a finire e sicuri di scoprire qualche cosa di nuovo che li riguardava.

Venti minuti dopo loscièksi arrestava dinanzi a una capanna piuttosto malandata, situata all'estremità del quartiere e circondata da un orticello nel quale crescevano superbi tamarindi. Dalle fessure delle pareti trapelavano dei raggi di luce.

—Oh! fe' Notis, arrestandosi di botto e aprendo bene bene gli occhi. Il birbante ha delle persone che lo aspettano. Ira di Dio! Qui sotto gatta ci cova.

Abù-el-Nèmr spostò un lembo di siepe che racchiudeva l'orticello, condusse il cavallo sotto una piccola tettoia poi battè tre volte le mani.

La porta della capanna si aprì lasciando vedere un gran fascio di luce, poi si rinchiuse dietro loscièk.

—Medinek, disse Notis, volgendosi al compagno. Chi abita in quel tugurio?

—Non lo so, rispose il guerriero. Una volta quella capanna era deserta.

—Bisogna sapere a qualsiasi costo chi la abita.

—Uhm! Non è cosa tanto facile. Non trovo altro mezzo che quello di salire sul tetto e di appoggiare gli occhi alle canne.

—Andiamo sul tetto, Medinek.

—Noi corriamo il rischio di venire scoperti.

—Hai il tuojatagan?—

—Sì.

—Hai paura?

—Non lo credo.

—Allora andiamo concluse il greco.

In pochi minuti raggiunsero l'orticello e vi entrarono. Medinek appoggiò un orecchio alla parete per udire se giungeva fino a lui qualche parola, ma non udì che un mormorio indistinto.

—Saliamo, mormorò egli.

—Sta saldo, rispose il greco.

S'arrampicò sulle spalle del guerriero, si aggrappò ai travicelli che formavano l'ossatura del tetto e con un salto giunse in cima.

Stendere le mani al compagno e tirarlo su, fu l'affare di un istante.

—Là, così, borbottò il greco soddisfatto. Ora apriremo un pertugio che ci permetterà di vedere senza essere veduti. Ci bagneremo fino alle ossa, ma ciò che udremo compenserà largamente il bagno.

Trasse l'jatagan, lo cacciò senza far rumore tra le canne inzuppate d'acqua, e lentamente, con infinite precauzioni, praticò un forellino appena capace di lasciar passare due dita. Ciò fatto si distese sul ventre, accostò l'orecchio al pertugio e guardò attentamente, nell'interno della capanna, senza occuparsi della pioggia che lo innondava.

Due uomini erano seduti presso un braciere che spandeva all'intorno una vivissima luce. In uno di essi, Notis conobbe loscièkAbù-el-Nèmr, ma l'altro non fu capace di vederlo in volto pel motivo che volgevagli le spalle, ma si accorse che era un negro.

—Non monta, bisbigliò il birbante. Lo saprò più tardi chi esso sia.Zitto ora, e non perdiamo una parola.

La conversazione fra loscièke il padrone della capanna era di già cominciata.

—Come ti dissi, diceva Abù-el-Nèmr, mi sono presentato questa sera istessa a Mohammed Ahmed. Egli mi ha accolto con molta gioia e mi ha subito parlato dell'uomo che noi cerchiamo.

—Oh! esclamò il suo compagno, facendo un balzo sull'angareb. È proprio vero quello che tu dici?

—Te lo giuro. Egli mi parlò di Abd-el-Kerim.

—E dunque?

—Mi narrò che lo aveva dato in mano ad un uomo che aveva molto insistito per averlo.

—In mano ad un uomo?

-Sì.

—Era un bianco quell'uomo? chiese il negro con viva emozione.

—No, un beduino.

—Respiro, Abù-el-Nèmr. Avevo paura che fosse.

—Chi mai? Forse il rivale di Abd-el-Kerim?

—Appunto credevo che fosse il greco Notis. Ma quale interesse poteva avere quel beduino per averlo in sua mano? Qui sotto ci deve essere qualche raggiro, qualche mistero che bisogna svelare.

—È quello che penso pur io, tanto più che quel beduino scomparve dal campo, nè fu possibile scoprirlo.

—Che sia il greco dipinto? Non so ma il cuore mi batte forte forte e mi sento assalire da forti sospetti.

Notis, che non avea perduto sillaba di quel colloquio, involontariamente rabbrividì.

—Ira di Dio! borbottò. Che mi abbiano scoperto? Chi può essere mai quel negro d'inferno che indovina le cose tanto bene? Ragazzo mio, se posso averti sotto le unghie non ti risparmierò. Udiamo la fine.

—Ad ogni modo, ripigliò il negro, staremo in guardia. Non credo che quel birbante sia ancora vivo nè abbia avuto tanto fegato da spingersi fino a El-Obeid. E che ti disse Ahmed?

—Egli mi promise di cercare attivamente quel beduino. Per ogni precauzione, sarà bene che avvisiamo Fathma di stare in guardia.

—Non mancherò di farla avvisare.

—L'hai condotta dove ti dissi?

—Sì, rispose il negro. All'estremità dellazeribakdei prigionieri le ho costruito una bella capanna.

Notis si rizzò sulle ginocchia così in furia che il tetto gemette. Fu con grande fatica che rattenne il grido di sorpresa e di gioa che stava per isfuggirgli dalle labbra.

—Nellazeribakdei prigionieri! esclamò, tremando per l'emozione.Fathma fra i prigionieri!… Per Dio!…

—Che hai? chiese Medinek.

—Scappiamo!

—Siamo stati scoperti?

—No, ho saputo ove si trova la donna che cerco.

—Ah!… E dov'è?

—Nellazeribakdei prigionieri.

—I furbi!

—Andiamocene Medinek. Non bisogna perder tempo.

Il guerriero si alzò in furia. Quella brusca mossa tornò a far gemere il tetto.

—Ira di Dio! brontolò il greco. Fa piano, animale.

—Chi va là? chiese in quell'istante Abù-el-Nemr.

Notis, quantunque fosse coraggioso, provò un brivido e rimase immobile. Medinek invece saltò giù dal tetto cadendo sopra una tavola di legno che si spezzò con fracasso.

La porta della capanna si aprì e loscièke il suo compagno comparvero con dei tizzoni accesi.

—Alto là! gridò loscièk, vedendo il guerriero che scalava rapidamente il recinto dell'orticello.

Medinek invece di arrestarsi precipitossi nella via allontanandosi a tutte gambe.

—Ah! razza di un cane! gridò loscièk, sparandogli dietro un colpo di pistola.

—Che abbia udito i nostri discorsi? chiese il suo compagno. Se lo inseguissimo?

—A quest'ora deve essere assai lontano poichè correva come un cervo. Chi può essere e quale scopo lo spinse a salire sul tetto della capanna? amico mio, non vedo chiaro in questa faccenda.

—E neppur io se vuoi che te lo dica francamente. Era almeno solo?

—Non ne ho visto che uno, ma faremo bene a dare un'occhiata sul tetto. Chissà, potrebbe darsi che lassù, si tenesse celato qualche altro curioso. Fammi la scala che io salga.

—Prendi l'altra pistola e armala. Non si sa mai quello che può accadere.

—Hai ragione, amico mio. Orsù, sta fermo che salgo sulle tue spalle.

In quella sul tetto s'udì una voce che bestemmiava. Loscièke il suo compagno si guardarono in faccia tirando nel medesimo tempo le scimitarre.

—Oh! oh! esclamò Abù-el-Nèmr. Lassù c'è qualcuno. Aspetta un po' canaglia che ti acconcierò io come si deve.

—Afferralo pei piedi e gettalo giù. Bisogna che cada a qualunque costo nelle nostre mani per vedere con che razza di gente abbiamo da fare, disse il suo compagno, appoggiandosi alla parete della capanna, Per Allàh! Anche questa è bella!

Uno, due….

Abù-el-Nèmr saltò sulle spalle del negro a si aggrappò alla sporgenza del tetto non ostante i torrenti d'acqua che gli cadevano addosso. Prima cosa che vide fu una pistola che lo toglieva di mira a un passo di distanza. Afferrò lestamente la mano che la stringeva e l'attirò violentemente a sè. Un corpo umano scivolò giù dal tetto e cadde pesantemente a terra rimanendo immobile.

Il negro si precipitò sul greco e lo trascinò in fretta nella capanna lasciandolo cadere presso il fuoco.

—L'abbiamo ucciso? chiese loscièk. Mi dispiacerebbe.

—Perdio! esclamò il negro che si era curvato su quel corpo inanimato.Che vedo?… Sogno forse?… È impossibile!

—Che hai? disse Abù. Conosci, forse, questo mariuolo?

Il negro non rispose. Curvo innanzi, colle pugna strette, gli occhi sbarrati, contemplava il greco. Pareva sorpreso e spaventato.

—Di' su, lo conosci? ripetè loscièk.

—Ma sicuro, balbettò il negro. Non mi inganno no, è lui, proprio lui, il birbante, il rapitore, l'assassino… eh! mio caro non mi fuggirai più, te lo dico io. Perdio! Quale incontro! Non me lo aspettavo così presto!

—Lui! Ma chi lui?

—Il nostro mortale nemico, il rivale di Abd-el-Kerim, il greco Notis infine.

—Eh! Sei sicuro di non prendere un granchio? Guardalo bene, amico mio, fissalo ancora.

—Lo guardo, lo fisso, e più che lo guardo più mi assicuro che è lui. Abù, bisogna farlo rinvenire e farlo parlare. Abd-el-Kerim non può essere che in sua mano.

—Ma… e parlerà?

—Vedrai che canterà e molto alto.

Abù-el-Nèmr staccò dal suo turbante una penna d'airone l'abbrustolò al fuoco poi la mise sotto il naso allo svenuto. Un trasalimento nervoso scosse il corpo del greco; distese le braccia, aprì le mani convulsivamente chiuse, emise un sospirone e sbarrò gli occhi arrestandoli sul volto del negro. Un «oh!» di sorpresa e di terrore gli uscì tosto dalle labbra.

Si stropicciò gli occhi più volte, poi gli riaprì tornando a fissare il negro che era sempre curvo su di lui. Divenne pallido come uno spettro e portò le mani alla cintura come se cercasse qualche arma.

—Omar! Omar! esclamò egli a più riprese.

Lo schiavo di Abd-el-Kerim, poichè era proprio lui, proruppe in uno scroscio di risa.

—Si vede, padron Notis, che avete buon occhio, diss'egli. Vi sorprende di trovarmi ancor vivo? Anch'io sono sorpreso di trovarvi qui. Eppure, sul Bar-el-Abiad Fathma vi aveva mandata una palla nelle reni… Perdio! Si vede che avete l'anima incavigliata, padron mio!

Il greco si morse le labbra, e cercò, con un moto repentino, di levarsi in piedi, forse per gettarsi sui due uomini, ma la fredda canna di una pistola che loscièkgli appoggiò alla fronte lo fece ricadere per terra.

—Sono perduto, pensò il greco.

—Padron mio, ripigliò Omar, col medesimo tono beffardo. Non tentate di fare resistenza se non volete che il mio amico Abù vi scarichi la sua pistola in faccia. State cheto e rispondete alle nostre domande.

—Se speri che io parli, t'inganni di molto, Omar, rispose Notis col tono calmo d'un uomo che nulla teme.

—In tal caso ricorreremo agli estremi espedienti. Che direste se il mio buon amico Abù vi pigliasse i piedi e ve li arrostisse sui carboni accesi.

—Miserabile!

—Potete fare a meno di dispensare dei titoli che non ci fanno nè caldo nè freddo. Orsù, padron Notis, carte in tavola: che avete fatto di Abd-el-Kerim?

—Ah! tu vuoi sapere che feci del tuo padrone? Ebbene ti dirò che egli è morto. Le sue ossa spolpate dai denti delle jene e degli sciacalli, giacciono sulle ardenti sabbie di Kasseg.

—Tu menti! urlò Omar.

—Se non vuoi credermi fa di meno.

—Notis, disse Abù-el-Nèmr. Giochi una partita pericolosissima. Ieri sera parlai con Ahmed, ed egli mi disse che Abd-el-Kerim era in mano tua ed ancor vivo. Come vedi, sappiamo qualche cosa.

Il greco strinse i denti.

—Maledetto Ahmed! esclamò egli.

—Non insultare l'inviato di Dio, se ti è cara la vita. Parla: dove hai nascosto Abd-el-Kerim?

—Non lo saprete nè oggi, nè domani, nè mai!

—Sta bene, disse loscièk.

Afferrò il prigioniero per le braccia, e lo trascinò accanto al fuoco non ostante la sua disperata resistenza. Omar gli prese i piedi e li accostò alla fiamma.

Notis cacciò fuori un urlo di dolore. La pelle delle piante, al contatto dei carboni accesi s'annerì e si screpolò mostrando la viva carne.

—Basta!….. basta!….. ruggì il greco pazzo di dolore.

—Parlerai? gli chiese lescièk.

—Sì….. basta ira di Dio! Mille tuoni! Volete bruciarmi vivo?

—Vi brucieremo se non sciogliete la lingua, disse Omar, tirandolo indietro.

Il greco, col volto contraffatto per lo spasimo, rotolò al suolo bestemmiando, gemendo e contorcendosi come un serpente.

—Parlate, padron Notis, riprese lo schiavo.

—No, cane maledetto, rettile schifoso. No, e poi no!

—Come vi piace. Abù, rimettiamolo sul fuoco. Gli consumeremo i piedi fino all'osso.

A quell'atroce minaccia, il greco si sentì mancarsi le forze per resistere oltre. Con un gesto della mano arrestò i due tormentatori che si disponevano ad accostarlo al braciere.

—Parlerò… parlerò, balbettò egli. Ma… ad una condizione… Ira di Dio! Mi avete rovinati i piedi! Sentite, ho una sorella… la mia povera Elenka… voi sapete ciò che è avvenuto di lei… non potete negarlo… Ah! cani di negri!

—Avanti, disse Omar.

—Se voi mi direte dove trovasi… Elenka, vi giuro che parlerò… che vi darò in mano… quel maledetto Abd-el-Kerim.

—Ve lo dirò.

—Giuralo.

—Lo giuro sulla barba di mio padre, lo giuro su Allàh, lo giuro sull'Alcorano.

—Parlate, ma non cercate d'ingannarci. Rimarrete qui prigioniero, e se ci avrete ingannati ve ne pentirete.

Il greco per alcuni istanti rimase muto e pensieroso. Perdere Abd-el-Kerim che tanta fatica gli era costato, che tanti pericoli aveva sfidato per averlo in sua mano, e perderlo proprio nel momento in cui credeva di avere in mano anche Fathma, era per lui un terribilissimo colpo. Si vedeva completamente rovinato, vedeva sfasciarsi il progetto, con tanta arditezza e con tanta pazienza condotto quasi a termine. Nondimeno, vedendo che non vi era più scampo di sorta, che non era più possibile giuocare d'astuzia, e smanioso di sapere qualche cosa sulla sorte di sua sorella Elenka, che infine tanto e tanto amava, prese l'eroica risoluzione—se così può dirsi—di confessare ogni cosa, riservandosi a tempi più propizi di riparare al mal fatto e di vendicarsi.

—Uditemi, diss'egli, facendo uno sforzo supremo, Abd-el-Kerim, da parecchi giorni si trova in mia mano. Lo tradii e Ahmed pagò il tradimento cedendomelo. Ieri sera, sospettando qualche cosa d'insolito, lasciai il campo e lo feci trasportare in una capanna che trovasi all'estremità meridionale del Mercato. Quattro uomini lo guardano e non ve lo cederanno che dopo essersi fatti uccidere…. e ora parlatemi di Elenka che più nulla ho da dirvi su Abd-El-Kerim.

—Posso prestar fede alle vostre parole, disse Omar, che fremeva di gioia e d'impazienza.

—A che pro ingannarvi? Non sono in vostra mano?

—Avete ragione. Voi volete sapere che accadde a Elenka, adunque. Mi dispiace sinceramente, ma devo darvi una brutta notizia.

Il greco si levò sulle ginocchia; una viva ansietà era dipinta sul suo volto. Egli guardò Omar con occhi supplichevoli e portò le mani al cuore che battevagli forte forte. Un terribile dubbio gli balenò in mente.

—Oh! Dio… balbettò.

—Devo parlare?

—Sì… lo voglio.

Omar esitò. Pareva che fosse commosso, e chissà, forse lo era veramente.

—Ma parla, ma parla, ripetè con impeto quasi feroce Notis.

—Ebbene, Elenka è morta. Fu uccisa dai ribelli a Kassegh!

Il greco divenne spaventosamente pallido; un urlo gli lacerò il petto.

—Morta! Morta!… ripetè egli con voce rotta, e quell'uomo dall'animo così fiero, così forte, nascose il volto fra le mani e pianse come un fanciullo.

CAPITOLO IX.—La zeribak dei prigionieri.

Mentre il greco, messo colle spalle al muro e torturato, confessava tutto ciò che i suoi nemici volevano sapere, Medinek, sfuggito miracolosamente alla pistolettata delloscièkAbù-el-Nèmr, trottava come un cavallo per le oscure e fangose vie della città, cercando la capanna delloscièkEl-Mactud.

La paura di venir inseguito, preso e forse fucilato, e la paura di giungere troppo tardi dal suo capo gli mettevano le ali ai piedi. Ogni qual tratto però si arrestava colla dritta sull'impugnatura dell'jatagan, e rattenendo il respiro tendeva ansiosamente l'orecchio, parendogli sempre di udire fra gli urli della burrasca che scatenavasi ognor più violentemente, la voce delloscièkAbù-el-Nèmr e i passi di lui, indi ripigliava la sfrenata corsa, tuffandosi fino alle ginocchia nelle pozze d'acqua e sollevando sprazzi fangosi.

Per sua disgrazia faceva tanto oscuro che non gli riusciva di mantenersi sulla retta via. Ora infilava una stradicciuola che non aveva sbocco, ora andava a dare il naso contro unazeribako contro il recinto d'un giardino e ora batteva vie che non aveva mai percorse.

Non fu che dopo una buona ora di continua corsa che giunse nella gran piazza del Mercato, tutta cinta di capanne e di capannuccie e di piccoli recinti destinati a ricevere i cammelli delle carovane.

Al livido chiaror di un lampo scorse iltugulche cercava, dalle cui fessure trapelavano dei raggi di luce. In pochi salti lo raggiunse, applicando, alla porta semi-sgangherata, un formidabile pugno.

—Chi va là? chiese una voce, appena distinta fra i ruggiti della tempesta.

—Aprite! urlò. Sono Medinek.

La porta si spalancò e apparve sulla soglia loscièkEl-Mactud con una scimitarra in pugno. Scorgendo Medinek egli indietreggiò mandando un grido di sorpresa e di terrore. Aveva indovinato subito che qualche cosa di grave era accaduto.

—Che hai?… perchè sei qui solo? Che è accaduto? chiese egli tutto d'un fiato, trascinandolo accanto al fuoco che ardeva in un angolo deltugul.

—Una disgrazia, El-Mactud. Notis è caduto nelle mani di Abù-el-Nèmr!

Loscièktirò un tremendo pugno contro la parete della capanna.

—Tu vuoi burlarti di me! esclamò egli con collera. È impossibile, non lo posso credere. Come! lui, un uomo come lui, forte e coraggioso come un leone, astuto come un serpente, cadere prigioniero! Tu sei pazzo! Tu vuoi spaventarmi.

—Ti giuro sull'Alcorano,scièk, che ho detto la verità.

La collera di El-Mactud cangiossi in profonda costernazione. Il suo volto divenne cenerognolo e la sua fronte si corrugò.

—Tu giuri, mormorò egli con voce tremante. Ma come si lasciò prendere? Di' su, narra, che sono sui carboni ardenti.B'Allai! Sono tutto scombussolato!

Medinek non si fece pregare. Egli gli raccontò per filo e per segno ogni cosa. La conversazione tenuta fra Abù-el-Nèmr ed il suo compagno, il luogo ove essi avevano nascosta la donna tanto cercata da Notis e infine la presa di quest'ultimo.

—Ma allora è perduto! esclamò loscièkquando ebbe tutto udito.

—Lo credo anch'io.

—Che hanno fatto del mio povero amico?

—L'ignoro. Ho avuto paura e sono fuggito

—La faccenda è seria, e grave.

—Lo so bene. Che facciamo? Fra pochi minuti loscièksarà qui, ne sono sicuro. Egli avrà tormentato il greco per fargli confessare dove ha nascosto Abd-el-Kerim.

—Certamente.

—Se si resistesse colle armi?

—Sarebbe una pazzia. Basta che Abù alzi la voce perchè tutta la guarnigione di El-Obeid accorra a prestargli man forte. Una sua parola sarà sufficiente perchè io lasci la testa in mano al carnefice.

—E dunque? Bisogna prendere una seria decisione.

El-Mactud non rispose. Immobile, curvo, colla fronte stretta fra le mani, pareva annichilito dallo sforzo eccessivo del pensiero. Ad un tratto si raddrizzò. Nei suoi sguardi lampeggiava allora l'imperturbabile audacia di un generale che si risolve ad un cambiamento di fronte sotto la grandine del fuoco nemico.

—Partiamo, diss'egli risolutamente.

—Dove si va?

—Intanto andremo al baobab a nascondervi Abd-el-Kerim, dopo ci recheremo allazeribaka rapire la donna. Al greco penseremo più tardi, poichè ora è assolutamente impossibile il salvarlo. Andiamo!

Essi passarono nella stanza attigua. Colà, disteso su di unangareb, stava Abd-el-Kerim, ancora in preda al potente narcotico fattogli bere da Notis. Quattro guerrieri armati fino ai denti vegliavano presso di lui.

Ad un cenno di El-Mactud essi alzarono l'angarebcon suvvi l'arabo ed uscirono silenziosamente dalla capanna. Medinek si mise dinanzi colla scimitarra sguainata e lo sceicco di dietro col remington sotto il braccio.

All'oriente cominciava ad apparire, fra le tempestose nubi, un po' di chiaro.

La pioggia andava a poco a poco decrescendo, ma il vento continuava a soffiare con estrema violenza, ingolfandosi con mille gemiti attraverso le fessure dei tugul e contorcendo i rami degli alberi e le grandi foglie delle palme e dei banani. Le vie erano ancora deserte, ma non dovevano tardare a popolarsi. Già alle strette finestre delle capanne cominciava apparire qualche volto color dell'ebano, interrogando, con occhi ancora assonnati, lo stato del cielo.

La comitiva aveva già attraversata la piazza e stava per cacciarsi in una oscura e puzzolente viuzza, quando agli orecchi dello sceicco pervenne un lontano rumore che lo fece trasalire.

Era un brusìo di voci, un calpestìo precipitato, al quale univasi talvolta un tintinnar di scimitarre che battevano la via.

—Alto! comandò egli imbracciando il remington.

—Che succede? chiese ansiosamente Medinek.

—Siamo inseguiti.

Un istante dopo sbucava nella piazza un drappello di guerrieri armati di moschettoni e di lancie. Alla sua testa trottava lo sceicco Abù-el-Nèmr colla scimitarra nella dritta e una pistola nella sinistra.

Tre colpi di fuoco echeggiarono. Un guerriero di El-Mactud gettò un acutissimo grido e precipitò a terra colla testa attraversata da una palla. L'angarebcadde rovesciando Abd-el-Kerim in mezzo al fango della viuzza.

—Fuggite! fuggite! gridò El-Mactud, dandone lo esempio.

Altre tre fucilate rintronarono seguite da un secondo urlo di dolore. Un altro guerriero cadde fulminato. Gli altri, vista la mala parata, si slanciarono dietro El-Mactud che trottava furiosamente.

Abù-el-Nèmr e i suoi guerrieri non si diedero la cura d'inseguirli, e si fermarono presso Abd-el-Kerim; i fuggiaschi invece proseguirono la vertiginosa loro fuga, battendo l'una dietro l'altra sei o sette strade. Non si arrestarono che sotto le mura della città.

El-Mactud, fuori di sè, aveva la spuma alle labbra. Egli sfogava la sua ira con torrenti d'ingiurie all'indirizzo di Abù-el-Nèmr e con una interminabile sfilza di bestemmie, senza pensare che se il Mahdi avesse udito o saputo, non avrebbe esitato un sol momento a fargli saltare la testa con un colpo di scimitarra.

Calmatosi un momento, si diede seriamente a pensare sul da farsi. Egli si trovava in un grande imbarazzo. Perduto Abd-el-Kerim, preso Notis, non rimaneva che battersela al campo e lasciare che le acque corressero pel loro verso. La smania però di vendicarsi dello scacco subìto, gli suggerì una eccellente idea.

—Vi è la donna, pensò egli. Questa donna deve interessare vivamente Abù-el-Nèmr e Abd-el-Kerim. Colpiamoli ambedue in mezzo al cuore facendola sparire. Saprò ben io dopo trovare i mezzi per salvare Notis e riavere l'arabo.

Questo ardito piano calmò la sua ira. Si sdraiò sotto ad un tamarindo, si coprì la faccia col mantello, e attese pazientemente che arrivasse l'ora di operare. I suoi compagni credettero bene di accocolarsi ai suoi fianchi.

Il sole alzavasi allora sull'orizzonte, illuminando vivamente i minareti, sui quali strillavano imuezzinomedin, invitando i fedeli all'es-sobho preghiera del mattino.

Le piazze, le vie, le viuzze rapidamente si popolavano. Per di qua e per di là sfilavan drappelli di negri appartenenti a tutte le tribù dell'Africa centrale, chi nudi e chi vestiti con svolazzanti mantelli dalle vivaci tinte; turbe di guerrieri colledarabùkein testa che rullavano furiosamente, turbe di cammellieri che si tiravano dietro i lenti animali, raccogliendo la bava che usciva dalle bocche di essi e fregandosi la barba esclamando: «hadgi baba! hadgi baba!»[1]; ondate di allegre ragazze cariche di giarre piene dimerissak, o di canestri impilati sulle loro teste mantenuti in equilibrio con quello strano talento di equilibrista che posseggono le donne africane; attruppamenti di beduini, di mercanti, di ricchi contadini montati su asinelli o su buoi e accompagnati da piccoli negri affatto nudi, che servono a loro di paggi, facendosi largo fra la folla a colpi di bastone somministrati senza riguardi di sorta.

[1] O padre pellegrino! O padre pellegrino!

Dalle porte della città entravano carovane di cammelli carichi didurah, di gomma, di datteri, di avorio, che si recavano nella piazza del mercato dove i venditori avevano di già rizzato le loro baracche, dove lealmeedavano i loro spettacoli, dove gli incantatori di serpenti e gl'indovini chiamavano i curiosi suonando certi pifferi dal suono acuto e di una forma tutta affatto speciale. E dietro a loro si affollavano cacciatori di elefanti, feroce gente ai servigi di questo o di quel mercante, che approfittano delle loro scorrerie per rubare fanciulli e donne, per saccheggiare, per abbruciare, scannando chi a loro si oppone; poigiallàbaconducenti lunghe file di asini carichi di viveri, e infine bande di schiavi, ignudi, affamati, insanguinati, solidamente legati, spinti innanzi dai loro guardiani a colpi di staffile, a pugni, a calci e che venivano accumulati in orribili tuguri, veri immondezzai, veri focolari di epidemie.

El-Mactud attese che il sole fosse ben alto, le vie affollate, poi si mise in cammino coi suoi tre compagni. Percorse quattro o cinque viuzze, ingombre di cammelli, di asini e di mercanti, e sbucò sulla piazza del Mercato, in un angolo della quale rizzavasi una grande baracca coperta di stuoie, guardata da una diecina di baggàra armati di lance e difesi da scudi di pelle di rinoceronte.

Lì presso era aggruppata moltissima gente ad assistere al supplizio della sferza applicato ad un greco perchè sorpreso a fumare una spagnoletta. In un canto vi era un gruppo di pellegrini venuti chissà mai da qual paese dell'Africa centrale; alcuni pregavano con tale raccoglimento che nulla valeva a distrarli, colla faccia volta alla Mecca, senza fare il minimo gesto onde non correre il rischio che entrasse nel loro corpo il diavolo[1]; altri invece si purificavano ad una fonte lavandosi le mani, le braccia fino al gomito, il viso, gli orecchi, i piedi, risciaquandosi la bocca e assorbendo l'acqua per le nari.

[1] Tale è la credenza dei Maomettani.

El-Mactud s'aggirò per qualche po' intorno allazeribakspingendo lo sguardo al disopra delle stuoie che formavano il recinto, poi, date alcune istruzioni a Medinek, presentossi al capo della guardia baggàra.

Bastò che pronunciasse il proprio nome perchè gli venisse fatto largo. Si calò iltaubin modo da nascondere gran parte della faccia e, dopo aver un po' esitato, entrò.

Là, dispersi pel recinto, sotto un sole torrido che li arrostiva c'erano quaranta o cinquanta egiziani seminudi, spaventosamente sparuti, coperti di ferite non ancora cicatrizzate e di larghe macchie di sangue. Quei poveri soldati erano i prigionieri di Kasghill, appartenenti all'esercito di Hicks.

El-Mactud, girato lo sguardo attorno, si diresse verso un gruppo formato da alcuni vecchi sergenti che sembravano agli estremi.

—Chi di voi sa indicarmi ove nascondesi una donna? chiese egli, urtandoli colla punta del piede.

—Lasciaci dormire, disse uno di quei sciagurati.

—Cane di un egiziano! esclamò lo sceicco, assestandogli un potente calcio. Se non ti affretti a parlare ti taglio ambe le orecchie.

—Lasciaci in pace, brutto negro, urlò l'egiziano.

Lo sceicco, furibondo, aveva tratto l'jatagane stava per scagliarsi su quel gruppo di persone inermi, quando improvvisamente si arrestò cogli occhi sbarrati, le braccia tese all'indietro, istupidito, trasognato.

Da una piccola capanna era uscita una donna di bellezza superba, dalla tinta bruna, ma di un bruno caldo, alta, robusta, dalle forme tondeggianti e stupendamente sviluppate. Un piccolotarbuschcoprivale il capo, lasciando sfuggire una nerissima chioma, cosparsa di monetuccie d'oro; un giubbettino azzurro di seta chiudevale armonicamente il turgido seno, e una gonnella a frange d'oro scendevale fino alle ginocchia cariche di aurei cerchietti che graziosamente tintinnavano.

El-Mactud fece sei o sette passi indietro fissando quell'ammirabile creatura. Il suo volto impallidì e i suoi occhi si sbarrarono smisuratamente.

—Gran Allàh! esclamò egli. Fathma!…

CAPITOLO X.—Il Mahdi e la sua favorita.

El-Mactud era addirittura pietrificato, tanta era la sua sorpresa di vedere colà Fathma, l'ex favorita, quella superba donna che Ahmed aveva avuto la debolezza di lungamente piangere.

Egli si stropicciò dieci, venti volte gli occhi per accertarsi che era sveglio, che non stravisava e dieci e venti volte si convinse che la donna che aveva dinanzi era proprio l'almeaFathma. I suoi occhi neri e fulgidi come diamanti, la tinta della sua pelle, i capelli fluttuanti che scendevanle sulle spalle come un vellutato mantello, le ammirabili sue braccia, la sua taglia, il suo portamento nobile e altero, tutto infine indicava che quella donna era realmente la favorita dell'inviato di Dio.

—Non m'inganno, balbettò lo sceicco. Nessuna altra donna può essere così bella, nè è possibile che ve ne sia una che tanto somigli a Fathma. Ma chi l'ha condotta qui? Con quale scopo? Perchè? Lo sanno i guerrieri dellazeribakche custodiscono l'ex favorita del loro Signore?… Mille fulmini! Noi abbiamo seguite le traccie di Fathma credendo di seguire quelle della fidanzata di Abd-el-Kerim. È curiosa, strana, ridicola. Non è possibile supporre che il greco si sia innamorato di Fathma. Sarebbe un delitto. E Ahmed lo sa che qui si cela la sua favorita. Dieci giorni fa la piangeva ancora come morta, dieci giorni fa la cercava ancora, interrogava i guerrieri che venivano dal Bahr-el-Abiad, giurava di vendicarsi terribilmente di questa donna che lo aveva indegnamente tradito, ed invece è qui e ancor viva. Non capisco più nulla, Lasciamo che se la sbrighino gli altri e cerchiamo di salvar Notis. Forse lui spiegherà questo mistero. To' e se Notis… Ma no, è impossibile, Notis non può aver amato Fathma; sarebbe un delitto.

El-Mactud rimase ancora lì alcuni minuti cogli occhi sempre fissi suFathma, poi volse bruscamente lo spalle e si diresse verso l'uscita.Stava per varcare la soglia dellazeribakquando un'improvvisa idealo arrestò di botto.

—E se Ahmed non lo sapesse? mormorò egli. Con quella donna potrei salvare Notis.

Chiamò il capo dei dieci guerrieri che prontamente accorse.

—Chi ha condotto qui quella donna? gli domandò indicandogli Fathma.

—Un negro, rispose il capo.

—Lo conosci?

—Solamente di vista.

—Cosa ti disse consegnandotela?

—Che vegliassi attentamente su lei e che avessi ogni riguardo. Mi disse che tale era l'ordine del Mahdi.

—Ahmed venne mai a trovarla?

—Mai, il negro invece più volte.

—Sai chi è quella donna?

—L'ignoro.

—Bisogna che tu me la ceda. La condurrò da Ahmed.

—Se tale è l'ordine dell'inviato da Dio, la cedo.

El-Mactud lo congedò con un gesto e prosentossi risolutamente all'almea.

—Fathma, le disse, devo parlarti. Vieni con me.

L'almea, udendosi chiamare per nome da quello sconosciuto trasalì e fissò i suoi grandi e neri occhi su di lui con sorpresa e diffidenza. Pareva che le balenasse un sospetto, nondimeno lo seguì con passo abbastanza fermo.

El-Mactud la condusse nell'angolo più remoto dellazeribak, ma stette parecchi minuti senza aprir bocca. Era imbarazzatissimo e non sapeva in qual modo cominciare. Comprendeva che una parola sospetta, forse un semplice cenno, poteva tradirlo ed allarmare l'almea.

—Fathma, disse finalmente, facendosi animo. Non sei tu la favorita del Mahdi?

L'almeatremò dal capo alle piante e si guardò d'attorno con viva ansietà.

—Imprudente, diss'ella con un filo di voce.

—Perdono, mi dimenticavo che…

—Zitto, non nominarmi più. Dimmi come tu sai ciò, chi sei e chi ti mandò da me.

—Mi chiamo Dullak e sono amico di un uomo che si chiama…

—Chi?… Chi?…

—Abd-el-Kerim, le soffiò all'orecchio lo sceicco.

Fathma si portò una mano alle labbra per soffocare un grido che stava per uscirle. Indietreggiò, poi si slanciò verso lo sceicco e stringendogli le braccia in modo da stritolargli quasi le ossa, gli disse con voce soffocata:

—Ripetimi quel nome, ripetilo! Ho paura di aver compreso male.

—Sono l'amico di Abd-el-Kerim, rispose lo sceicco senza esitare.

—È impossibile, io sogno!

—No, sei sveglia, Fathma.

—Non m'inganni tu?

—No, ti dico la verità. Non aver paura, povera donna.

Un profondo sospiro uscì dalle labbra dell'almea, un sospiro che pareva un grido di gioia soffocato.

—Dov'è, dov'è Abd-el-Kerim? chiese ella. Io voglio vederlo, bisogna che io lo veda a qualsiasi costo. Ti prego, ti supplico, mio buon amico, accompagnami da lui.

—Calmati, andremo subito da lui.

—Dimmi, dove trovasi? Come sta? È vivo, è ammalato, è libero, è prigioniero?

—Si trova in una capanna, a due miglia da qui, vivo e libero.

—Che posso fare per te? chiese ella estremamente commossa.

—Nulla, rispose lo sceicco.

—Ma perchè arrischiarti a venire da me? Tu corri un gran pericolo.

—Le disgrazie di Abd-el-Kerim mi toccarono il cuore e giurai di aiutarlo a riguadagnare la perduta felicità. Ecco perché sfidai, senza tremare e senza esitare, il pericolo.

—Ah! quanto sei buono, mio nobile amico! esclamò Fathma, mettendo le sue mani in quelle callose del traditore. Se un giorno tu avrai bisogno d'un aiuto, pensa a me e ad Abd-el-Kerim. Faremo per te quanto tu avrai fatto per noi.

—Me ne ricorderò, disse lo sceicco con ironia. Usciamo, Fathma.

Attraversarono lazeribaked uscirono. Medinek li attendeva con un vigoroso cammello sostenente sulle gobbe una specie di baldacchino circolare chiuso da tende bianche.

El-Mactud aiutò Fathma a salire, poi si volse verso Medinek e gli disse rapidamente:

—Corri subito dal Mahdi. Gli dirai che gli porto la sua ex-favorita, ma che in cambio mi conceda una grazia.

Pregò poi un guerriero di guidare l'animale alla capanna del Profeta ed entrò sotto il baldacchino dando il segnale della partenza col solito «ich! ich!» aspirato.

L'intelligente animale si mise in cammino con un dondolamento di lupo di mare. Uscito da El-Obeid prese la via che menava al campo di Mohammed Ahmed.

—Fathma, disse ad un tratto El-Mactud, traendo di tasca una pezzuola.Lasciati bendare gli occhi.

L'almeanon potè trattenere un gesto di sorpresa a quello strano comando.

—Perchè? chiese ella.

—Dispensami dal rispondere alla tua domanda.

—E se rifiutassi di ubbidire?

—In tal caso ti ricondurrò allazeribak. Corro dei grandissimi pericoli; è giusto che io prenda delle precauzioni.

Fathma esitava. Quell'ordine le sembrava tanto strano, che non sapeva decidersi. Nondimeno la paura di dover ritornare senza vedere colui che tanto amava, fece sì che si arrese.

Ella presentò la testa ad El-Mactud che gliela bendò strettamente togliendole la vista. Quasi subito in lontananza s'udirono rullare ledarabùkee squillare le trombe.

—Dove andiamo? chiese l'almeacon ispavento. Ho paura che tu mi perda.

—Non temere Fathma, rispose lo sceicco cercando di raddolcire il suo aspro accento. Attraversiamo il campo per abbreviare la via.

Fathma portò le mani alla benda. Ella si sentiva assalire da sinistre inquietudini e cercava di vedere quanto succedeva a lei d'intorno. Lo sceicco, che non istaccava mai gli occhi da lei, fu pronto ad afferrarla pei polsi.

—Non muoverti, le disse minacciosamente. Se mi perdi, ti dò nelle mani di Ahmed.

Quella terribile minaccia irrigidì Fathma; non osò più muoversi, tanta paura aveva di cadere nelle ugne dell'antico suo signore.

Il cammello s'avanzò per altri quindici minuti, aprendosi a gran pena il passo fra i guerrieri del Mahdi che ingombravano il campo, poi si arrestò. El-Mactud aprì la tenda e balzò lestamente a terra.

A pochi passi da lui vi era la capanna del Mahdi, sulla cui porta chiacchieravano i tre vizir dell'esercito, Ibrahim, Juban e Ahmed, il primo comandante delle truppe regolari, il secondo le irregolari ed il terzo l'artiglieria. Presso di loro era seduto Medinek, il quale, appena scorto le sceicco, affrettossi a corrergli incontro dicendogli:

—Ahmed aspetta Fathma. Egli accorda a te qualsiasi grazia. Non avrai che d'aprire la bocca per salvare il greco.

El-Mactud non potè frenare un moto di gioia. Allungò le braccia verso Fathma, la sollevò in aria, e prima che ella potesse opporre la menoma resistenza la trasse nella capanna di Ahmed, lasciandola sola per terra. Fathma, atterrita, in preda a maggiori inquietudini, balzò in piedi strappandosi la benda. Un terribile grido le uscì dalle labbra.

Barcollò, le forze le vennero meno, e cadde in ginocchio nascondendosi il volto fra le mani.

—Perdono!… Perdono!… balbettò ella con voce strozzata.

Dinanzi a lei, pallido, fremente, stava Mohammed Ahmed, l'antico suo signore.

Nella capanna regnò per qualche tempo un cupo silenzio.

Ahmed, inchiodato al suolo, non era capace di muoversi. Il suo volto era spaventevolmente contraffatto, cinereo, anzi nero, rigato da grosse goccie di sudore e il suo petto sollevavasi straordinariamente. Dalle labbra increspate, strette, uscivagli un rauco ruggito che incuteva spavento.

Una terribile burrasca imperversava nel cuore di lui e riflettevasi chiaramente sul suo viso. Si leggeva ne' suoi occhi una smania feroce di vendetta temprata, anzi frenata dalla passione che ancor nutriva per quella donna e che in quel momento scatenavasi più ardente che mai.

Egli rimase uno, due, forse tre minuti immobile irrigidito, quasi direi, istupidito. D'un tratto precipitossi verso Fathma prostrata ai suoi piedi, la sollevò e se la strinse furiosamente al petto.

—Ti amo e ti odio!… le ruggì agli orecchi.

Le rovesciò all'indietro il capo, appoggiò le sue labbra sulla fronte di lei e vi stampò un ardente bacio ripetendo con una voce che i singhiozzi soffocavano:

—Ti amo e ti odio!… Fathma, che ti aveva fatto io per tradirmi, per rendermi infelice, per piombarmi nella disperazione? Mai tu avesti a lagnarti di me, in quei tempi in cui tu eri la mia favorita? Io ti trassi dal fango dove tu ti avvoltolavi, ti strappai dagli amplessi dei soldati, dagli amplessi della canaglia, dagli amplessi di vili schiavi per innalzarti sino a me, per innalzarti fino all'inviato di Dio; e tu, mentre io ti aveva colmata di favori e di onori, mi ingannasti, mi lacerasti il cuore per ritornare nelle braccia di un vile soldato, di un traditore, di un maledetto da Dio! E tu, spregevole donna, invochi ancora il perdono. No, Fathma, non v'è perdono.

Un singulto lacerò il petto di Ahmed. Egli portò le mani agli occhi e quell'uomo fu visto a piangere.

Nella capanna, per parecchi minuti tornò a regnare un penoso silenzio, rotto solo dai singhiozzi che sollevavano il petto del Mahdi e dal respirare affannoso di Fathma.

Tre o quattro volte, Ahmed, attirato da una forza irresistibile, dominato dalla immensa passione che pur odiando ancora provava per quella donna, le si avvicinò, per tre o quattro volte retrocesse: alla quinta non seppe più trattenersi. Egli precipitossi come un forsennato, come un delirante, su Fathma, se la strinse furiosamente al petto togliendole il respiro, tanta era la violenza di quell'amplesso e tempestandola di ardenti baci.

—Sei bella!… Sei bella!… urlò con un tono di voce che più nulla aveva d'umano. Io ti odio, capisci Fathma, mi sento indosso una smania terribile di vendicarmi di tutte le torture che mi hai fatto soffrire, una smania terribile di straziare a colpi di frusta queste tue belle carni che mi avevan fatto fremere di voluttà, una smania terribile di vederti morta ai miei piedi: eppure non mi sento capace di farlo. Nello stringerti fra le mie braccia, nel baciarti, sento ancora che io ti amo, o donna infedele, sento ancora accendermisi il sangue nelle vene, sento ancora palpitare il mio cuore di amore, mi sento trascinato mio malgrado a commettere delle pazzie… Fathma! Fathma!… Dimmi che non mi odii, dimmi che sei fuggita in un momento di aberrazione, dimmi che gli uomini che furono tuoi amanti li odii, dimmi infine che tu mi ami! Dimmi che ritornerai a diventare la favorita del Profeta del Sudan! Io ti innalzerò ancor di più, io ti farò non solo felice, ma assai grande, tanto grande che tutte le donne della terra ti invidieranno. Sono potente oggi, sono invincibile, dinanzi a me non ho più nemici capaci di contendermi il passo, non ho più nemici che scuotere possano la mia potenza. Duecentomila guerrieri, duecentomila fanatici, anzi duecentomila leoni mi obbediscono ed obbediranno pure a te. Io ti trarrò alla città santa, alla Mecca e di là li lancerò contro le nazioni dei due mondi che dovranno cadere una ad una dinanzi al fanatismo degli arabi. Io diverrò il padrone del globo e tu capisci, Fathma, sarai la gran sultana. Egli, completamente fuori di sè, tornò ad arrestarsi avviticchiato ancor più strettamente a Fathma, coprendola di baci.


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