Chapter 3

—Sia bene, ora faremo i nostri piani per colpirli proprio in mezzo al cuore tutti quanti.

Stette un momento silenzioso immergendosi in tristi pensieri, poi, fattosi versare un bicchiere dibilbel, specie di birra fatta con maiz edòkòn, di sapore dolcigno, e tracannatala, s'alzò, piantandosi dinanzi al nubiano.

—Takir, disse con voce grave. Se tu fosti nei miei panni che faresti?

—Assassinerei tutti e tre quei miserabili, rispose il negro senza esitare.

—Sarebbe una vendetta troppo dolce, eppoi, bisogna che serbi Fathma per me ed Abd-el-Kerim per mia sorella.

—Allora che fare? È una gran disgrazia che vi siate innamorato di quell'alteraalmea.

—Taci, Takir; io l'amo alla follia, l'amo furiosamente. È tanto bella e tanto giovane che sarebbe un peccato farla morire. Ma non credere che l'ami solamente, no, ira di Dio! L'amo tremendamente, ma nel medesimo tempo l'odio ferocemente.

—E dunque che volete fare?

—Innanzi a tutto bisogna che abbia in mano uno dei due, meglio se avrò prima Abd-el-Kerim.

—Abd-el-Kerim! esclamò Takir sorpreso. E per che farne?

—Una volta in mia mano penseremo a strappargli quella passione che ha per Fathma e a gettarlo nelle braccia di mia sorella. Coi tormenti a tutto si riesce.

—Si capisce che volete tormentarlo per bene.

—Sì, e terribilmente. Odimi ora, Takir.

Tornò a sedersi, vuotò la fiaschetta delbilbel, e facendo cenno al nubiano di avvicinarglisi:

—Tu comprendi, che senza aiuti sarà difficilissimo se non impossibile, d'impadronirsi di Abd-el-Kerim. Conosci tu qualche hossanieh poco scrupoloso che si possa comperare con un bel pugno d'oro?

—So che alle ruine di El-Garch sta accampato lo sceicco Fit Debbeud con un seguito abbastanza numeroso. Questo beduino, che io conosco a fondo, per un bel gruzzolo d'oro potrebbe mettersi ai vostri servigi. È un uomo forte, coraggioso, capace di pugnalare cento uomini senza commuoversi.

È quello che io cercava, Takir. Tu ti recherai nelle foreste e gli parlerai, poi monterai sul tuomaharie trotterai verso Chartum. Ho bisogno assoluto di mia sorella Elenka per vincere Abd-el-Kerim.

—Oh! fe' il nubiano, Elenka qui, al campo?

—Sicuro, la condurrai a Hossanieh ed ella non indugierà a venire quando tu le avrai raccontato come stanno qui le cose. Orsù, mettiti in cammino e recati a parlare con Fit Debbeud.

E voi?

—Io verrò con mio comodo, quando tu avrai spianata la via e messo al corrente di tutto lo sceicco.

Il nubiano riprese gli oggetti che aveva deposti a terra e tornò a partire. Notis, dopo d'averlo visto a correr come un'antilope, verso le foreste, esaminò la sua ferita, vi sovrappose un cataplasma di erbe medicinali e si sedette dinanzi a un vaso ripieno di ebrèk, cibo assai appetitoso e rinfrescante composto didurahridotto in pasta sottile e un po' agro per meglio conservarsi.

Finito il pasto che inaffiò con un abbondante sorso dimerissak, sorta di birra inebriante fatta condurahfermentato, e fumato un sigaretto, discese la collina e salì sulmaharidi Takir, spingendolo a lento passo verso le foreste che chiudevano, all'est, l'orizzonte.

Alle tre dopo il mezzodì giunse ai primi alberi e incontrò il nubiano che veniva in cerca di lui, accompagnato da un beduino avvolto in un grantaub, armato d'una lungaharba(lancia) e munito di unadaraga, grande scudo di legno coperto di pelle di elefante.

—Tutto va bene, gli disse Takir. Lo sceicco Fit Debbeud è a secco di talleri e purchè voi riempiate le sue tasche vi ammazzerà dieci volte Abd-el-Kerim. Siate prudente, col danaro, so non volete venire assassinato sulla porta della tenda.

—Non temere, Tahir; rispose Notis. So cosa è il beduino.

—Allora in marcia e che Allàh ci protegga.

S'internarono tutti e tre sotto la foresta seguendo un sentiero ombreggiato da magnifici tamarindi e giunsero, dopo una mezz'ora, dinanzi a una gran spianata cosparsa di colonne infrante, d'arcate cadenti ornate di mille ghirigori in mezzo ai quali spiccava l'ibisreligiosa degli antichi nubiani e seminata da grandi sfingi, di statue colossali semi-coperte dalle piante arrampicanti e da ammassi di rottami.

—In mezzo a quelle ruine, chiamate d'El-Gareh, s'alzavano otto tende d'un color bruno sporco a striscie gialle, alte appena da potersi tenere in piedi, ma vastissime, sostenute da pali piantati irregolarmente, e gli orli rovesciati all'insù, di maniera che l'aria vi potesse circolare liberamente.

Dispersi qua e là, fra una mandria dimaharie di cammelle, alcuni seduti e altri sdraiati sui tappeti laceri, se ne stavano due dozzine di beduini avvolti nei loro mantelli bianchi forniti di cappuccio infioccato, occupati a fumare pacificamente nei loroscibouko nei loronarghilek. Essi inviarono al greco un saluto e si recarono a baciargli la mano a lo condussero nella tenda del loro capo, che era più elevata e più vasta delle altre.

Nel mezzo di essa, Notis scorse, sdraiato indolentemente su di un mucchio di tappeti dikikidi tessuto di pelo di cammello, Fit Debbeud, il capo o meglio losceiccodella piccola banda beduina.

Era questi un uomo sui trent'anni, di mezzana statura ma di forme vigorose ed elastiche. La sua pelle, di color pan bigio, portava numerose cicatrici bianche ricevute in diverse battaglie; aveva naso acquilino, labbra sottili, zigomi poco salienti, occhi neri, tetri, che brillavano stranamente e una barba arruffata, ancora più nera, che dava alla sua faccia un'aria cupa, selvaggia, poco rassicurante. Il suo costume componevasi di un paio di calzoncini corti fino al ginocchio, attillati in modo di mostrare il rilievo dei muscoli, di untaub, sorta di mantello orlato di rosso, d'una cintura di cuoio nella quale eranvi passate una lunga sciabola, specie dijatagancoll'elsa di ferro in forma di croce, alcuni pistoloni a pietra, un sacchetto di marocchino rosso pieno di preziosi amuleti e una corona di chicchi di vetro giallo de' Mussulmani. Sul capo portava una calotta rossa, una specie di fez turco.

Appena vide Notis, s'alzò, senza troppo scomporsi, e secondo l'usanza gli baciò la mano dicendogli colla più squisita cortesia:

—Salem alek(la pace sia teco) frase sacramentale la cui abitudine risale a più secoli.

—Allàh ybarèk fik: (Dio ti benedica) rispose Notis non meno cortesemente.

Sceicco e greco si guardarono per alcuni istanti in silenzio, con reciproca curiosità, poi il primo fece cenno al secondo di accomodarsi su di un tappeto, il migliore che si trovasse nella tenda.

Quasi subito entrò uno schiavo portando un vecchio vassoio di lamiera di ferro, su cui stavano numerose tazze coll'orlo rotto, fesse, abbominevoli, vecchie chi sa da quanti anni e comperate chi sa mai in quale bazar di Cairo, di Costantinopoli o forse anche di Bagdad. Ve n'erano di tutte le grandezze e di tutte le forme; di porcellana europea, di finta porcellana chinese, di ferro o di argilla, un campionario infine di quanto di triviale e orrendo, si fabbricano in tutto il mondo. Un bricco indescrivibile, di piombo, tutto sformato e coperto d'ammaccature, conteneva il caffè mescolato con un'abbondante porzione d'ambra grigia.

La bevanda confortante e veramente eccellente fu sorseggiata nel più profondo silenzio, dopo di che lo sceicco, acceso automaticamente il suo anneritoscibouke aspirate alcune boccate di fumo odoroso, si volse verso Notis dicendogli sempre colla più squisita cortesia:

—E ora, mio caro amico, sono a tua disposizione.

—Sai di che si tratta? chiese Notis.

—Takir tutto mi disse.

—Sei tanto coraggioso da imprendere questa guerra controAbd-el-Kerim.

—Odimi, amico, disse lo sceicco con orgoglio. Un giorno dodici Egiziani mi assalirono e io li ammazzai dal primo all'ultimo portando le loro teste al miomarabutoche le mostrò all'intera tribù; un altro giorno sorpresi una famiglia di Arabi miei nemici, addormentata nel deserto. Strappai a loro gli occhi, tagliai le orecchie, il naso, le gambe e le braccia e frastagliai minutamente, col miojatagan, i corpi dei loro bambini. Sono coraggioso e feroce!

—Troppo feroce per ammazzare degli inoffensivi ragazzi.

—È il costume delle nostre tribù sì del Sahara che del Mar Rosso.

—Ti senti, adunque, capace di affrontare il mio rivale.

—Se tu vuoi che io cacci il miojataganfra le spalle di quell'arabo e tronchi d'un sol colpo la vita, io la troncherò. Vuoi che io lo passi da parte a parte colla miahàrba? Io lo trapasserò e poi gli caverò gli occhi, gli taglierò il naso, le gambe e le braccia. Vuoi che io rapisca la tua bella che si mostra verso di te tanto ritrosa? Io la rapirò per quanti urli e per quanto mi maledica. Allàh, da qualche tempo non mi manda carovane da depredare ed io e la mia banda siamo a secco di talleri: paga come un sceicco che nuota nell'argento e io e i miei uomini siamo ai tuoi comandi.

Notis estrasse dalla saccoccia una grassa borsa di talleri di MariaTeresa, e la gettò allo sceicco che la prese al volo.

—Questo per cominciare, disse.

—Ne hai molte con te di queste borse? chiese il beduino, i cui occhi s'accesero di cupidigia.

—No, disse il greco.

—Dove troverai gli altri talleri?

—Al campo egiziano.

—Sta bene, me li darai quando me li meriterò. Parla ora.

—Bisogna che noi ci impadroniamo del mio rivale.

—Dove trovasi quel cane d'arabo?

—In mezzo all'accampamento d'Hossanieh.

—Hum! fe' lo sceicco, crollando il capo. Sarà affar serio andarlo a prendere laggiù, ma Fit Debbeud ha nel suo sacco mille astuzie. Bisognerà con qualche pretesto farlo uscire dal campo e poi saltargli addosso.

—Lo so, ma non sarà tanto facile.

Il beduino s'accarezzò la barba con compiacenza.

—Bah! esclamò egli sorridendo. Dove trovasi, innanzi a tutto, la sua amante? Assieme a lui o separata?

—Lui trovasi al campo e lei in untuguld'Hossanieh.

—All'ora l'arabo è nostro. Dal campo al villaggio vi corrono più di mille passi e sono bastanti per portar via il tuo rivale prima che gli Egiziani possano accorrere in suo aiuto e inseguirci.

—Ma come lo farai uscire dal campo? Senza un forte motivo non oltrepasserà di notte la linea degli avamposti. Tu sai che hanno paura dei ribelli che si crede che ronzino per la pianura.

—Sta a sentire, padron mio, disse lo sceicco riaccendendo il suoseibouk. Questa sera mando uno dei miei uomini alla tenda del tuo rivale, anzi ci andrò io in persona, e lo avviso che la sua amante lo desidera. L'innamorato, che m'immagino sarà cotto, mi crederà e uscirà senz'altro dal campo. Tu comprendi il resto; i miei beduini saranno imboscati dietro a qualche macchia, gli piomberanno addosso, lo atterreranno e lo porteranno via. Quando gli Egiziani accorreranno, noi saremo assai lontani.

Notis stese la mano al bandito che gliela strinse vigorosamente.

—Se tu riesci nell'impresa, disse, ti darò tanti talleri da comperare cento fucili e una mandria numerosissima di cammelle.

—Lascia fare a me.

—Takir, gridò il greco.

Il nubiano, che fumava sul limitare della tenda fu pronto ad accorrere alla chiamata del padrone.

—È ora che tu ti metti in viaggio per Chartum, disse Notis. Dirai a mia sorella Elenka come stanno qui le cose e la incaricherai d'ottenere dal governatore il mio congedo assoluto, poichè bisogna che io sia libero per lottare col mio rivale e vincerlo. Le dirai altresì che si faccia firmare, dallo stesso, una lettera che obblighi Dhafar pascià a condurre Abd-el-Kerim nel basso Sudan, dovesse trascinarvelo colla forza.

—Perchè? Non vi capisco.

—L'ignoro io pure, il perchè, ma potrebbe darsi che questa lettera mi tornasse utilissima. Va, Takir, e ritorna presto con Elenka. Mia sorella è abbastanza ricca e potente per ottenere dal governatore quello che vuole.

Il nubiano girò sui talloni e s'allontanò. Poco dopo si udì il sonaglio del suomahariche indicava che erasi già messo in viaggio.

—E ora che facciamo? chiese Notis allo sceicco.

—Il sole è ancora alto per dirigerci al campo e io ho una fame da lupo. Pranzeremo allegramente.

Fece distendere dinanzi un tappeto nuovissimo e gettò un leggiero fischio. Un beduino entrò portando sulle spalle, appeso ad una pertica, un agnello intero arrostito e lo depose su di una specie di sporta piatta di foglie di palma.

—Bismillah! (in nome di Dio) disse Fit Debbeud, frase abituale che pronunziano sia per cominciare a mangiare, sia per scannare o torturare il loro nemico.

Lo sceicco divise l'agnello colle dita, essendo sconosciuta la forchetta presso i beduini, tagliò la pelle brunastra, lucida e croccante, in lunghe striscie e servì Notis, che le assalì vigorosamente inaffiandole con latte di cammella fermentato nella pelle di una capra, che sapeva orribilmente di muschio. Lo sceicco, ogni qualvolta che il greco accostava la tazza alle labbra non mancava mai di dire:saa(alla salute) alla quale frase rispondeva Notis:Allàh y selmek(Dio ti salvi).

Dopo la prima portata, un altro beduino recò un gran vaso di terra, una specie digarahs, vecchio di cent'anni, nel quale trovavasi un pasticcio di riso nuotante in una salsa giallognola, pepata in modo orribile, con un miscuglio di datteri secchi pestati e di albicocche. Seguì l'hamis, composto di pezzetti di carne di pollo e di montone fatti dapprima cuocere in istufato con burro e di poi bagnati con acqua calda e conditi con pepe in gran quantità, sale, datteri e cipolle fatte bollire fino a ridurle a completo discioglimento. Il pasto finì colkus-kussu, o cibo nazionale, preparato con pallottoline di farina piccole come pallini da caccia, condite con una salsa piccante e con una sorsata dibilbel.

In quel frattempo densi nuvoloni s'erano accavallati nella profondità del cielo e un vento caldissimo s'era messo a soffiare, scuotendo fortemente le cime degli alberi e piegando le tende. L'oscurità cominciava a farsi rapidamente e prometteva di essere tanto fitta da non poterci vedere a due passi di distanza.

Notis ne fece parola allo sceicco, che finito il pasto, s'era rovesciato sui tappeti, fumando flemmaticamente.

—Tanto meglio, rispose il beduino. L'uragano favorirà la spedizione, e le tenebre proteggeranno la nostra ritirata. Credo anzi che sarà ora di metterci in cammino, e di andar a raccontare all'arabo che la sua bella ha fatto un colpo.

—Non vi è pericolo che tu, recandoti al campo, abbia a venire scoperto?

—Nessuno mi conosce, eppoi, a uno sceicco è permesso di andare dove gli pare e piace senza render conto a chicchessia. Non aver timore che io possa venire preso da quella gente vigliacca. E avutolo in nostre mani, dove lo nasconderemo questo rivale?

—A pochi passi da qui vi è un corridoio che mette capo ad una spelonca orribile, umida quanto mai. Ve lo caccieremo dentro e ve lo rinchiuderemo per bene.

Lo sceicco s'alzò, si gettò a bandoliera il suo lungo moschetto a pietra, imbracciò il suo scudo di pelle di elefante e uscì assieme al greco. I beduini s'erano raccolti di già attorno aimahari, in completo arnese di guerra; ad un suo cenno si posero in sella.

Una parola ancora, prima di separarci, disse lo sceicco. Se il tuo rivale mi chiedesse chi m'incaricò di rapirlo, che devo rispondergli?

—Rimarrai muto come una tomba. Le vendette circuite dal mistero sono le più spaventevoli.

—Sta bene, che Allàh ti guardi!

—Che Allàh t'aiuti, rispose Notis,

Lo sceicco salì sulmaharie diede il segnale della partenza. La banda partì alla carriera in direzione d'Hossanieh.

CAPITOLO VIII.—Il prigioniero.

Dal sud soffiava un vento impetuosissimo, caldo come se uscisse da un forno acceso, il quale curvava e scuoteva fortemente le palme isolate e le piantagioni didurahe sollevava colonne di fine sabbia che s'innalzavano roteando e correndo per la pianura fino a spezzarsi contro le colline o contro ituguldi Hossanieh. Tratto tratto un lampo abbagliante livido, tremulo, rompeva la fitta tenebrosità, seguito poco dopo da un lungo e lontano stridio, paragonabile al rumore che fa un carico di lamine di latta trascinato a corsa per le vie.

I beduini, coltaubtirato in sulla bocca per non avere le fauci riempite dalla sabbia, e l'jatagane lehàrbas(lancie) in mano, per essere pronti a diffendersi, caso mai venissero assaliti, marciando nel più profondo silenzio, in capo ad un'ora giunsero a un duecento passi d'Hossanieh, dove fecero alto fra due colline abbastanza elevate per nasconderli.

Fit Debbeud fece legare imahariin cerchio obbligandoli a inginocchiarsi, pose due uomini di guardia accanto ad essi, e col rimanente della banda si spinse fino nei dintorni del campo egiziano e precisamente dietro ad un macchione d'acacie gommifere, dove potevansi imboscare e saltare addosso ad Abd-el-Kerim appena che fosse vicino.

—Silenzio, disse lo sceicco, chiamando attorno a sè i suoi uomini, e state ad ascoltare quanto vi dico. Io mi reco al campo egiziano, poichè occorre un uomo astuto e coraggioso per tentare l'impresa e saperla condurre a buon fine senza destare sospetti. Vado a prendere l'arabo, lo conduco fuori del campo e mi dirigo da questa parte; al primo fischio che io mando, tutti adosso e poi via di trotto verso imahari, Ricordatevi che qui si giuoca la pelle.

—Sta bene, risposero in coro i banditi.

—E gli Egiziani? chiese uno di essi. Sono distanti appena ottocento passi.

Fit Debbeud alzò le spalle e un sorriso sprezzante sfiorò le sue labbra.

—Gli Egiziani non si muoveranno, ve lo dico io, diss'egli. Urleranno come cani, ma non ardiranno inseguire Fit Debbeud e i suoi beduini.

Si sbarazzò delcoftane dell'archibuso, armò le pistole che si passò nella cintola, si assicurò se l'jataganscorreva nella guaina e marciò dritto verso gli avamposti egiziani che bivaccavano al chiarore dei fuochi a gran pena tenuti accesi.

—Chi va là? gridò una sentinella prendendolo di mira.

—Getta abbasso il tuo fucile che mi reco dal tenente Abd-el-Kerim, rispose il bandito. Anzi conducimi alla sua tenda se non vuoi che Dhafar pascià ti faccia accarezzare le spalle colcorbach(staffile di pelle d'ippopotamo).

Ad un fischio della sentinella un soldato accorse e il bandito fu fatto entrare nel campo e accompagnato verso la tenda dell'arabo.

—Se tu sai, Abd-el-Kerim, trovasi solo nella sua tenda? chieseDebbeud al soldato che lo precedeva.

—Credo che sia col capitano Hassarn.

—Chi è questo capitano?

—L'amico del tenente Abd-el-Kerim.

Il bandito aggrottò la fronte o fece un gesto dispettoso.

La faccenda comincia a diventare imbrogliata, mormorò egli. Se questo Hassarn seguisse l'amico?B'Allai!(Perdio!) Sarà difficile rapirli tutti e due e poi, per che farne dell'altro? Se ci secca gli passeremo una scimitarra attraverso il corpo e lo manderemo diritto in paradiso a tener compagnia al Profeta.

Fermati, disse il soldato, arrestandosi dinanzi ad una tenda.

—Spicciati, rispose il bandito. Digli che io vengo da Hossanieh e che mi manda una bella donna che si chiama… alto là, amico mio.

Il soldato entrò nella tenda e poco dopo uscì.

Il tenente ti aspetta, entra, gli disse.

—È solo?

—No, col capitano Hassarn.

Lo sceicco cacciò fuori una bestemmia, ma non si smarrì. Colla testa alta e colle mani sui calci delle pistole si fece innanzi e si fermò dinanzi all'arabo che stava sdraiato su di un tappeto, vicino ad Hassarn. I tre uomini si esaminarono con curiosità e quasi con diffidenza.

—Tu hai detto di venire da Hossanieh, non è vero? chieseAbd-el-Kerim.

—Sì, e mi mandò una donna che tu conosci, rispose Debbeud, sbirciando di traverso i due uomini.

Abd-el-Kerim si scosse e s'alzò come spinto da una molla.

—Chi è quella donna? chiese egli, avvicinandoglisi.

—Credo che si chiami Fathma.

—Ed essa ti mandò da me? È impossibile!

Fit Debbeud, quantunque fosse coraggioso, fremette, e si guardò indietro per essere pronto a prendere il largo.

—Cosa ci trovi di strano? chiese egli, esitando.

—Fathma ha degli schiavi a sua disposizione.

—Si vede che ha preferito mandar me, ecco tutto.

—E sai che vuole da me? Corre forse qualche pericolo? domandò l'arabo con ansietà.

—L'ignoro, rispose Debbeud. Credo però che farai bene a venire subito a Hossanieh. Mi pareva assai agitata.

Abd-el-Kerim guardò Hassarn che non staccava gli occhi dal volto dello sceicco.

—Che ne dici, Hassarn? gli chiese.

—Non so quale pericolo possa correre Fathma, ora che Notis è morto, tuttavia si può andare a vedere ciò che desidera. Chi sa!

Abd-el-Kerim cinse la scimitarra e si pose in capo il fez. Hassarn lo fermò nel momento che stava per seguire il bandito.

—Abd-el-Kerim, gli disse sottovoce. Sta in guardia.

—Che temi? Ho la mia scimitarra e questo sceicco mi pare che non sia un uomo capace di arrischiare la sua vita contro di me.

—Può darsi; ad ogni modo ti terrò d'occhio fino alla casupola.

Debbeud e l'arabo uscirono. Faceva sempre oscuro assai e il vento soffiava con maggior violenza facendo ondeggiare le tende degli accampati e atterrandone più d'una; in cielo correvano densi nuvoloni che s'accavallavano confusamente e il tuono rullava in lontananza.

Fit Debbeud precedette l'arabo fino agli avamposti, poi gli si collocò a fianco colla dritta sull'impugnatura dell'jatagan.

—Soffia ilsimum, dissegli poco dopo.

—Lo sento, rispose Abd-el-Kerim distrattamente.

—Credo che faremo bene a tenerci sotto le colline per non inghiottire una porzione di sabbia e per non diventare ciechi.

—Come vuoi.

Un lampo rischiarò la pianura e sotto la macchia dove si tenevano imboscati i beduini, brillarono delle armi. Abd-el-Kerim si fermò.

—Chi si tiene sotto quel macchione? diss'egli.

—Alcuni basci-bozuk, rispose Fit Debbeud. Gli ho veduti poco fa quando passava accanto a quel gruppo di acacie.

—Sei sicuro di non esserti ingannato? Si dice che alla notte alcuni ribelli vengono a ronzare attorno al campo.

—Ho parlato con loro e m'inviarono la buona notte. Non hai nulla a temere, tenente. Allunghiamo il passo.

Erano giunti a pochi passi dalla macchia. Fit Debbeud si mise a zuffolare un'aria dongolese; d'un tratto passò dietro all'arabo e l'afferrò per le braccia tentando con una brusca scossa di rovesciarlo.

Abd-el-Kerim, che per l'avvertimento d'Hassarn tenevasi in guardia, fu pronto, con una vigorosa strappata, a liberarsi e a fare un salto indietro.

—Ah! traditore! esclamò egli, sguainando la scimitarra.

Lo sceicco lo caricò furiosamente coll'jatagan, spiccando salti da leone, girandogli vertiginosamente attorno per colpirlo alle spalle. Vibrò tre o quattro colpi che furono ribattuti, ricevendo anzi una scalfittura in una spalla.

—A me, beduini! gridò egli, digrignando i denti come una iena.

La banda saltò fuori, correndo addosso all'arabo e circondandolo.

—Aiuto, Hassarn, urlò Abd-el-Kerim, cercando respingere gli assalitori.

Tre o quattro fucilate scoppiarono verso il campo e s'udirono le sentinelle gridare l'allarme. Una seconda scarica mandò a gambe levate due beduini.

Non vi era da perdere un solo istante; un forte drappello di Egiziani si avanzava a passo di corsa colle baionette in canna e alcuni basci-bozuk bardavano in furia i cavalli. Fit Debbeud si scagliò fra le gambe dell'arabo che gli cadde sopra lasciandosi sfuggire di mano la scimitarra.

—Afferratelo! afferratelo! esclamò il bandito trattenendolo per la cintola.

Abd-el-Kerim tentò con uno sforzo disperato di risollevarsi, ma uno dei beduini lo fece ricadere assestandogli sul capo un terribile colpo col calcio dell'archibuso. In un batter d'occhio fu legato solidamente e trascinato via, nel mentre che una terza scarica di fucili partiva dal campo gettando a terra un altro bandito.

I beduini, preceduti da Fit Debbeud attraversarono come un uragano la pianura, si gettarono in mezzo alle colline e in men che lo si narri giunsero ai loromahari. Fit Debbeud salì in sella coll'arabo, che stordito dalla percossa non opponeva la più debole resistenza e diede subito il segnale della partenza.

I ventimaharieccitati dalla voce e dalle sferzate partirono celeramente dirigendosi verso le foreste del Bahr-el-Abiad, lontane una diecina di miglia. Alcuni basci-bozuk si diedero a inseguirli mandando alte grida e agitando freneticamente le loro lancie, ma alcune archibusate li misero in fuga.

—Bravi, ragazzi! esclamò Fit Debbeud. Sferzate! Sferzate!

Le tenebre ed il vento che continuava a sollevare cortine di sabbia, favorirono la ritirata che si effettuava colla rapidità prodigiosa. Le sferzate e gliich! ich!pronunciati in furia mettevano le ali aimahariche divoravano la via.

Fit Debbeud, nel mentre che galoppavano in gruppo serrato, si chinò suAbd-el-Kerim che teneva stretto fra le braccia e lo toccò in voltocolla punta del suojatagan, facendogli uscire una goccia di sangue.L'arabo aprì gli occhi e lo guardò fissamente.

—Bravo arabo, disse lo sceicco sorridendo. Si vede che tu sei di buona razza, formato tutto di ferro di buona tempra. Mi conosci tu?

—Aspetto che tu mi dica chi sei, rispose Abd-el-Kerim freddamente.

—Mi chiamo Fit Debbeud, ma nel Dongola mi si conosce meglio per laJena del Sudan. È probabile che tu oda questi nomi per la prima volta.

—Mi vanto di non aver mai udito questi nomi che puzzano da bandito a una giornata di cammino.

—Come sai tu che io sono un bandito? Sono lo sceicco di questi beduini.

—Per venire al campo, assalirmi a tradimento e portarmi via non bisogna essere che briganti o figli di quel cane di Mahdi. Queste piastre vuoi pel mio riscatto?

—Si vede che hai dello spirito, cane di un arabo. Voglio vedere se ne avrai altrettanto quando porrò sulla tua bruna pelle certe bestioline.

—Quale scopo hai per rapirmi? chiese sprezzantemente Abd-el-Kerim.

—Fra poco lo saprai, rispose lo sceicco.

Chiuse la bocca al prigioniero con un pugno che gli fe' sanguinare i denti, poi rizzandosi sulla gobba delmaharigridò:

—Dritti alle ruine d'El-Garch, ragazzi miei.

La banda era allora giunta sul limitare delle grandi foreste del Bahr-el-Abiad, i cui alberi si curvavano con mille scricchiolii e con mille gemiti sotto i soffi delsimun.

Fit Debbeud spinse il suomaharisul sentieruzzo stretto e tortuoso e s'arrestò dinanzi a El Garch, le cui ruine si alzavano come fantasmi fra la profonda oscurità.

—Alto là! comandò egli, volgendosi verso la sua banda.

Fece inginocchiare ilmaharicon un semplice:khh! khh!sospirato, si gettò sulle spalle Abd-el-Kerim e dopo averlo avvolto strettamente nel suotaublo consegnò ai suoi satelliti.

—Lo condurrete nel sotterraneo, gli disse. Se oppone resistenza torcetegli i polsi fino a snodarli.

Entrò nella sua tenda dove il greco sonnecchiava fra un monte di tappeti. Con un fischio lo fece saltare in piedi.

—Eccomi tornato, mio padrone.

—Ah! esclamò Notis, sei qui finalmente? Come andarono le cose?

—Il colpo è riuscito pienamente, rispose Fit Debbeud. Ho perduto tre uomini ma tu me li pagherai con sei cammelle.

—È in tua mano adunque? Mille tuoni!…

—Sì e senza essere stato avariato dagl'jatagan.

—Ah! cane d'un rivale! gridò il greco con gioia feroce. Se non vi fosse Elenka di mezzo, vorrei farti, sotto questa tenda e in mia presenza, uscire tutto il sangue che hai in corpo.

—Se vuoi che glielo faccia uscir io mi divertirò immensamente.

—No, non lo posso per mia disgrazia. Morrebbe, e a me interessa che non muoia.

—Si potrà fargliene uscire mezzo, incalzò lo sceicco.

—Odimi prima, disse il greco con voce collerica. Un dì, quell'uomo fu il fidanzato di mia sorella, e l'amò furiosamente e ne fu contraccambiato, poi vide Fathma, si dimenticò della prima per amare la seconda.

—Ciò vuol dire essere spergiuri e traditori, ragione di più per farlo morire lentamente e fra i più atroci tormenti.

—E mia sorella?… Elenka lo ama, e forse più di prima.

—La faccenda diventa imbarazzante. E che vuoi fare adunque?

—Fra due o tre giorni Elenka sarà qui e bisogna che prima del suo arrivo schiacci o meglio svelga dal cuore dell'arabo l'amore che ha per Fathma.

—Non trovo altro mezzo che quello di strappargli addirittura il cuore, disse tranquillamente il bandito.

—Ti ripeto che non deve morire.

—Aspetta un momento. E se io mi spacciassi per un amante di Fathma?

—Ebbene?

—Lascia pensare a me o tu vedrai che gli farò perdere ogni speranza di rivedere Fathma e gli farò comparire Elenka come una salvatrice. Il Profeta stesso non potrebbe fare di più.

—Se vi riesci compero da te Fathma a peso di talleri.

—Non chiedo di più. Ora andiamo a trovare il mio rivale e poniamo in opera i nostri progetti.

Lo sceicco s'inumidì le labbra con una tazza dimerissak, accese un ramo d'albero resinoso, uscì dalla tenda e guadagnò l'entrata di un corridoio che aprivasi sotto una specie di piramide smussata e che si sprofondava tortuosamente sotto terra.

Vi entrò camminando con precauzione fra rottami d'ogni sorta e s'arrestò, pochi minuti, dopo dinanzi ad una porticina ferrata e bassa. Tese l'orecchio: al di fuori s'udiva brontolare il tuono e ruggire il vento sotto le grandi foreste e nel sotterraneo s'udivano le bestemmie e i lamenti del prigioniero. Un satanico sorriso apparve sulle labbra dello sceicco.

—Il mio prigioniero si trova a disagio nel sotterraneo, mormorò egli beffardamente. Lo faremo diventare idrofobo.

Aprì la porticina ed entrò in una specie di cantina umidissima e tanto fredda da gelare le membra. In un canto scorse subito Abd-el-Kerim, addossato alla parete, coi pugni chiusi, la faccia contratta dalla collera e dal dolore e gli occhi fuori dalle orbite che schizzavano fiamme. Fit Debbeud emise un grande scroscio di risa che l'eco ripetè più volte.

—Che fate, giovanotto mio? chiese egli, sghignazzando.

L'arabo scattò in piedi come una belva e lo guardò torvamente.

—Miserabile! urlò con voce strozzata, facendoglisi addosso colle braccia tese.

Lo sceicco trasse flemmaticamente un pistolone e puntandolo verso di lui, disse duramente:

—Se tu alzi una mano verso di me, ti faccio scoppiar la testa.

—Sei un brigante! urlò l'arabo furibondo.

—Si vede che tu conosci bene gli uomini. Non ti sei ingannato qualificandomi per un bandito.

Abd-el-Kerim lo guardò sorpreso.

—Ma che vuoi fare di me? Perchè mi hai rapito? Che ti ho fatto io per cacciarmi in quest'inferno? Chi te l'ordinò? Chiese con ira concentrata.

—Non credeva che un uomo par tuo si sentisse in vena di parlar tanto.Meglio così; noi discorreremo come vecchi amici.

Impiantò la torcia in terra, si sedette su di un mucchio di rottami, trasse di saccoccia il suoscibouk, lo riempì e accesolo aspirò tre o quattro boccate di fumo con una flemma che avrebbe fatto invidia ad un Inglese.

—Tu mi chiedevi il perchè ti seppellii in quest'inferno, diss'egli, calcando su ogni parola. Se vuoi che te lo dica schiettamente, una donna è la causa di tutte le tue disgrazie.

Abd-el-Kerim indietreggiò fino al muro e sentì un freddo sudore imperlargli la fronte. Un timore, un presentimento sinistro l'assalì.

—Una donna!… balbettò. Una donna!

—Conosci tu un'almeache si chiama Fathma?

—Fathma! Fathma tu hai detto? Che vuol dire? Per Allàh, tu mi schianti l'anima!…

—È proprio per schiantarti l'anima che io sono sceso in quest'inferno, disse beffardamente lo sceicco.

—Ah! sciagurato! urlò il povero arabo facendo atto di saltargli addosso.

—Non muoverti, per mille saette! gli intimò lo sceicco ripigliando il pistolone con gesto minaccioso. Sta in guardia, ti ripeto.

Abd-el-Kerim si cacciò disperatamente le mani nei capelli e mugghiò come un toro.

—Ma che ti feci io, assassino? che vuoi da me? chiese.

—Odimi, ma non muoverti, se vuoi che ci lasciamo da buoni amici. Io sono lo sceicco Fit Debbeud ed amo alla follìa la donna che tu ami.

—Chi?… Fathma?…

—Sì, amo Fathma, ma l'amo, come ti dissi, alla follìa. Io seppi che tu l'amavi e che ella ti corrispondeva, e giurai in cuor mio di togliere l'ostacolo che mi sbarrava il cammino. Ebbi la fortuna di pigliarti e ti seppellii quaggiù per farti crepar di gelosia e sopratutto di fame.

—Non è possibile!… Non è possibile!… urlò Abd-el-Kerim. Fathma non ama che me, mi ha giurato che sarà mia, e mia sarà.

—È ben perchè ha giurato che sarà tua, che io ti spedisco all'altro mondo. Morto te, mi amerà voglia o non voglia.

—Ah! Cane!…

—Zitto, giovanotto mio. Se vuoi vi è un mezzo per riscattare la libertà.

—Quale? chiese l'arabo che ebbe un raggio di speranza.

—Quello di recarti da Fathma e di sputarle in volto in segno di supremo disprezzo.

—Taci, miserabile, taci!… Io ti sbrano co' miei denti!

—Addio, giovanotto, disse il beduino alzandosi. Oggi stesso partirò per Chartum con Fathma e tu rimarrai seppellito in questa tana che sarà anche la tua tomba.

L'arabo cacciò un urlo disperato e si gettò sul bandito, ma questi stava in guardia. Si trasse prontamente da un lato e gli scagliò su un fianco un sì terribile pugno che il prigioniero cadde come morto.

—Addio, giovanotto, ripetè lo sceicco sogghignando.

Lasciò cadere una manata di datteri, spense la torcia e se ne andò tranquillamente, sbarrando la porta dietro alle spalle.

Per dieci minuti lo sventurato Abd-el-Kerim non fu capace di muoversi tanto era stato forte il pugno scagliatogli dal bandito, poi con uno sforzo disperato si rizzò in piedi e si precipitò innanzi, colla speranza d'arrivare alla porta. Ma le tenebre erano profonde ed andò ad urtare contro un muro umido viscido al quale contatto rabbrividì.

—Aiuto!… Aiuto! urlò egli con voce semi-spenta.

L'eco del sotterraneo solo rispose alla disperata invocazione. Egli si mise a correre all'intorno come un pazzo, urlando e bestemmiando, chiamando Fathma che ormai credeva perduta, incespicando ad ogni istante, cadendo e risollevandosi. Trovò la porta, vi cozzò furiosamente contro cercando di scassinarla, ma non riuscì nemmeno a scuoterla. I capelli gli si rizzarono sulla fronte, la disperazione lo prese e per un istante gli balenò in mente l'idea d'infrangersi il capo contro le pareti.

—Aiuto! Aiuto, Fathma! urlò ancora lo sventurato.

Retrocesse barcollando come un ubbriaco e tese gli orecchi. Al di fuori tuoneggiava fortemente e s'udiva il vento urlare nel corridoio; un tuffo impetuoso d'aria umida giunse fino a lui.

—Dove sono? si chiese egli con una voce che più nulla aveva d'umano. Che è successo? Perchè mi han rapito? Dov'è Fathma, la mia povera fidanzata, la mia disgraziataalmea? Sono in preda forse ad un terribile incubo?…

Si stropicciò gli occhi, e si persuase d'essere proprio sveglio e prigioniero in quell'orrido sotterraneo. Allora si risovvenne delle parole dettegli dallo sceicco Fit Debbeud.

—Dio!… Dio!… esclamò egli con profondo terrore. Sarebbe mai possibile che quell'uomo fosse mio rivale? Sarebbe mai possibile che egli avesse a rapirla deludendo la sorveglianza di Hassarn?… Fathma! Fathma!… che farò io abbandonato in questa spaventevole prigione, senza speranza d'aprirmi un varco, senza un'arme per tentare la fuga, solo, isolato nel mezzo delle foreste del Bahr-el-Abiad?… Ho paura, ho paura, io divento pazzo!…

Due lagrime gli solcarono le brune gote; si lasciò cadere a terra, nascose la faccia fra le mani e pianse. Le ore passarono lente, lente, ma nessun uomo scese nel sotterraneo, nè alcun rumore s'udì fuorchè gli urli della tempesta che continuava a imperversare.

Quanto tempo passò? Egli non lo seppe mai, ma probabilmente più giorni scorsero.

Aveva già perduta ogni speranza e s'era accoccolato in un angolo della prigione, fiaccato dalla fame e dalle angoscie, rassegnato a morire, quando un fischio repentino lo tolse dalla sua disperazione.

Si alzò dopo incredibili sforzi e si guardò d'attorno. Un vago chiarore trapelava da una piccola screpolatura, aperta fra le umide pareti. Vi si trascinò sotto e raccogliendo tutte le sue forze chiamò aiuto.

Udì un nuovo fischio poi una voce, quella del bandito Debbeud, gridare:

—Olà! Saltate su, che Elenka è in vista!

Abd-el-Kerim gettò un ruggito d'ira; la benda gli cadde dagli occhi, comprese tutto. Egli si slanciò come una tigre verso la fessura, ma le forze gli vennero meno e cadde a terra sfinito, coi pugni minacciosamente chiusi e la schiuma alle labbra.

Proprio in quell'istante la sorella di Notis arrivava alle ruine d'El-Garch.

CAPITOLO IX.—Elenka.

Elenka, chiamata la bella greca, era la più affascinante e nel medesimo tempo la più ardente creatura che potesse incontrare in tutta la regione dell'alto Egitto. Poteva avere diciott'anni a giudicarla dalle forme assai pronunciate; era di statura alta piuttosto che bassa, dalla vita flessuosa, dal portamento altero, superbo come era superba e altera nel gesto e nella parola. Aveva capelli nerissimi a riflessi metallici, che le cadevano come vellutato mantello sulle spalle, una fronte piccola come quella delle statue greche, due occhi scintillanti che parevano talvolta accendersi, ombreggiati da sopracciglia di un nero assoluto e di una regolarità perfetta, un naso insensibilmente aquilino le cui nari mobilissime, dilatavansi nelle collere e due labbra rosse come corallo che spesso aprivansi ad un sorriso strano, diabolico, ma sempre affascinante.

Appena era giunta a Chartum, due anni addietro, assieme a suo fratello Notis, reduce allora, dal Cairo, aveva fatto girare la testa a tutti gli Arabi, Egiziani e Turchi della città. Pascià,cadi, ufficiali e mercanti si erano subito messi a corteggiarla, ma strana e superba quale era, aveva disprezzato gli uni, deriso gli altri e scoraggiato in fin dei conti tutti. Uno solo fra tanti era rimasto al suo posto, irremovibile come una rupe, determinato a qualsiasi costo, ad aprire una breccia in quel cuore inaccessibile e questo uomo era l'arabo Abd-el-Kerim.

Una passione gigantesca era nata nel suo animo, passione che egli credeva non poterla spegnere nemmeno colla morte. La seguì ostinatamente per mesi, incrollabile fra gli sprezzi e le derisioni della bella greca e dei propri rivali, aspettando ansiosamente l'occasione per vibrare la prima freccia. Un giorno ladahabiad[1] che conduceva Elenka e Qualagla si rovesciò in causa di uno scontro con un battello a vapore; Abd-el-Kerim si gettò nel fiume e salvò la greca nel momento che annegavasi.

[1] Barca del Nilo.

Non ebbe nemmeno un ringraziamento, nemmeno un sorriso, anzi neppure uno sguardo; ognuno avrebbe perduto ogni speranza di conquistare quella superba creatura, ma l'arabo non si scoraggiò ancora, anzi il suo amore crebbe sempre fino a toccare la pazzia.

Una sera che Elenka tornava dal villaggio d'Undurmàn assieme al suo schiavo fu assalita da una banda di predoni Sennarèsi. Abd-el-Kerim, che come il solito la seguiva, accorse a difenderla, ammazzò mezzi assalitori e fugò gli altri. Riportò una ferita in mezzo al petto, ma che montava? La prima freccia aveva ormai colpito l'inaccessibile cuore della superba greca.

Essa cominciò ad ammirarlo, poi il suo cuore cominciò a battere con maggior violenza, scaturì una scintilla, la scintilla avvampò e scatenò un incendio. Amò l'arabo, ma l'amò furiosamente, tremendamente tanto che per lui si sarebbe gettata anche nel fuoco e l'unione dei due cuori fu stabilita.

Sopraggiunse la guerra e Abd-el-Kerim partì col suo battaglione sotto il comando di Dhafar pascià. Elenka voleva seguirlo, le fu proibito e si rassegnò, dopo aver a lungo pianto, ad aspettare il suo ritorno. Quando Takir le portò la terribile notizia che Abd-el-Kerim s'era gettato nelle braccia di Fathma credette impazzire dalla gelosia e dal furore. Poi una sete ardente di vendetta la prese e giurò in cuor suo di dilaniare coi propri denti il cuore dell'abborrita rivale.

Partì subito anelante, furibonda, fuori di sè, quasi delirante. Non arrestò un sol minuto, neppure alla notte, fuorchè per cambiare imahariche dilombava nelle continue e rapidissime corse e in meno di due giorni giunse in vista delle capanne di Hossanieh. I beduini vegliavano nella pianura e la condussero innanzi a El-Garch proprio nel momento che Notis svegliato di soprassalto dalla voce di Fit Debbeud, appariva sul piazzale.

Fratello e sorella, appena si scorsero si precipitarono nelle braccia l'un dell'altra, stringendosi quasi con rabbia e si guardarono mutamente per alcuni minuti con gli occhi scintillanti di collera e di gioia. I loro volti si contrassero stranamente e un sorriso feroce agitò le loro labbra.

—Vieni, Elenka, disse d'un tratto Notis, prendendola per mano.

La condusse lontana dalle tende, vicina ad una gran sfinge e la fece sedere sopra di un gigantescotarbuschdi pietra che altre volte doveva essere stato un cippo mortuario.

—Ebbene chiese Elenka con voce che sibilava fra i denti stretti.

—Abd-el-Kerim ti ha tradita, rispose Notis.

—È proprio vero adunque, che dopo di avermi tanto amata ha infranto l'amore che ci univa?

—Vero, Elenka, ti ha lasciata per correre dietro ad un'almea.

La greca s'alzò come una iena furibonda, e le sue mani si chiusero come se avessero voluto stritolare qualche cosa. Chiuse gli occhi e li riaprì più scintillanti di prima fissando in istrana guisa Notis:

—Io soffoco dall'ira e muoio di sete, ma ho sete di sangue, diss'ella con selvaggio trasporto. Dimmi dov'è questa mia rivale, ond'io vada a strapparle il cuore colle mie unghie; dimmi dovo posso vederla. Mi sentirei capace di avvelenarla col solo mio sguardo!

—Calma, Elenka, disse Notis. In queste faccende bisogna essere freddi.

—Nelle mie ire non so dominarmi, tu lo sai, Notis. Sono quattro giorni che ho il cuore straziato da una terribile gelosia, sono quattro giorni che mi sento presa da una smania feroce di uccidere o di essere uccisa. Dammi questa rivale e tu mi vedrai diventare più crudele della iena, la più sanguinaria che sia vissuta nei deserti dell'Africa.

—E Abd-el-Kerim, l'hai dimenticato?

—Abd-el-Kerim! esclamò Elenka con aria cupa.

—Che faresti di questo traditore se lo avessi in tua mano?

—Non lo so… Dove si trova egli?

—In un posto sicuro.

Elenka lo guardò con sorpresa.

—È forse vicino? domandò con viva emozione.

—Sta sotto i nostri piedi.

—Morto forse!… esclamò ella, dando indietro, spaventata. Notis!…

—Non ancora.

—Dov'è, dimmi Notis, dov'è?

—Chiuso in un sotterraneo.

—Conducimi da lui, voglio vederlo! disse Elenka, scattando in piedi.

Notis si mise a ridere, lisciandosi tranquillamente la nera barba.

—L'ameresti ancora? domandò egli beffardamente.

—Non so se l'odio o lo ami, so solamente che voglio trovarmi dinanzi a lui per dirgli che la sua rivale la calpesterò, la farò a brani, la polverizzerò come fosse di creta.

—Non la toccherai! Io amo la tua rivale e voglio farla mia, dovesse andar di mezzo la mia e la tua vita.

—Tu! tu ami la mia rivale!

—Sì, io l'amo, io l'adoro e tanto che senza di lei non potrei vivere.

—Tu ami una spregevolealmea!

—È bella come un urì del paradiso di Maometto e più superba di te.

Elenka si slanciò su di lui e l'afferrò per le braccia con tal forza da strappargli un grido di dolore.

—Ma io l'odio, l'odio, la esecro questaalmea! urlò ella.

—E io l'amo, l'adoro! urlò Notis.

—Vuoi adunque che ci facciamo la guerra? Io sarò senza pietà.

Il greco le mostrò i beduini che stavano osservandoli appoggiati indolentemente ai loro moschettoni.

—Basterebbe un mio cenno per fiaccare Abd-el-Kerim, le disse. Tu sei pazza, Elenka, e io più pazzo di te per suscitare simili questioni inutili. Tu vuoi Abd-el-Kerim e io te lo cedo; io voglio Fathma e io l'avrò.

—Hai ragione, rispose Elenka, sforzandosi a sorridere, noi siamo pazzi. Che devo fare ora? Io voglio vedere Abd-el-Kerim, conducimi da lui adunque e lascia a me la cura d'affascinarlo come l'affascinai a Chartum.

—Adagio, sorella, andiamo adagio, disse Notis con un fare misterioso. Tu sai già in qual modo Abd-el-Kerim fu rapito e come egli mi creda morto da un bel pezzo. Lo sceicco Fit Debbeut lo rinchiuse nel sotterraneo fingendosi un amante di Fathma e dicendogli che l'avrebbe fatto morire di fame. È giusto quindi che tu sii capitata fra queste ruine per puro caso o dietro ad un semplice indizio e che assumi l'aria di una liberatrice anzichè di una affascinatrice. Ti pare?

—Satana stesso non sarebbe stato capace d'architettare un piano migliore.

—Grazie, sorella, rispose Notis ridendo. Tu adunque scenderai nel sotterraneo in compagnia di due dongolesi e lo libererai dopo di avergli parlato dell'antico vostro amore e d'averlo persuaso a dimenticare Fathma.

—Bene e della mia rivale che accadrà?

—Bisogna che tu estirpi dal tuo cuore ogni idea di vendetta poichè l'almeadiverrà mia moglie.

—Sei pazzo, cento volte più pazzo di Abd-el-Kerim. Non so cosa darei per tuffare le mie mani nel sangue caldo della mia rivale.

—E io darei dieci anni della mia vita per vedere il mio rivale agonizzante ai miei piedi. Siamo in pari condizioni, lasciamo adunque che scampino. Vattene a trovare adunque il traditore e che Allàh ti assista.

Il greco gettò un fischio prolungato; tutti i beduini gettarono gli archibusi ad armacollo, piegarono le tende, caricarono i loro utensili suimaharie sui cammelli e s'internarono nella foresta. Fit Debbeud li seguì dopo d'essersi assicurato che ogni traccia dell'accampamento era scomparsa e di aver comandato a due dongolesi di andare a mettersi presso la galleria.

—Quando avrai finito, manda un fischio e io apparirò, disse il greco a sua sorella, dopo di che si allontanò a rapidi passi nella direzione presa dalla banda.

Elenka se ne rimase lì, ritta, colle braccia abbandonate lungo il corpo, le ciglia aggrottate e come in preda a un profondo pensiero. Si guardò lentamente d'attorno quasi sorpresa di vedersi sola, poi si rizzò fieramente con un gesto risoluto e s'avvicinò ai due dongolesi che l'aspettavano immobili come due statue all'entrata dell'oscuro corridoio.

—Conducetemi dal prigioniero, diss'ella con una emozione che invano cercava di nascondere.

I dongolesi accesero le torcie e s'inoltrarono nel corridoio camminando con somma precauzione, per la tema di calpestare sulla coda di qualche aspide che poteva tenersi celata in fra i rottami. Elenka li seguì in silenzio, guardandosi attorno con crescente curiosità.

Man mano che procedeva sentiva il cuore battere con maggior violenza e vaghi timori l'agitavano. Si avrebbe detto che aveva paura di trovarsi di fronte al fidanzato, al traditore, là, sotto quelle cupe ed umide vôlte e in presenza di due selvaggi, e guardava con orrore il fondo del corridoio e le umide pareti sulle quali strisciavano con un ronzìo lugubre migliaia di scorpioni grigi, di vermi, di lucertole e di spaventevoli tarantole. Le pareva di essere in preda ad uno spaventevole sogno.

—Gran Dio! andava mormorando. Così terribilmente l'odiava Notis per seppellirlo in quest'orrida tomba?

D'un tratto uno dei dongolesi s'arrestò e si volse verso di lei con un crudele sorriso sulle labbra.

—Udite? chiese con una voce che l'eco rendeva sepolcrale.

Elenka rabbrividì e tese l'orecchio. Dal fondo del corridoio venivano dei gemiti interrotti, del mormorii vaghi che andavano man mano crescendo per poi morire improvvisamente come se colui che li avesse emessi fosse d'un sol colpo morto.

—Chi è? chiese ella spaventata.

—Il prigioniero che muore di fame, rispose il dongolese.

—Miserabili!…

—Il greco così ha voluto.

—Tira innanzi, disse Elenka con aria minacciosa.

I dongolesi ubbidirono e poco dopo si arrestavano dinanzi alla porticina ferrata sulla quale scorgevansi delle sculture rappresentanti degli ibis, uccelli tenuti per sacri dagli antichi Egizi e Nubi cui dedicavano spesso dei templi. Elenka tremò tutta nell'udire i lamenti e le sorde imprecazioni dello sventurato Abd-el-Kerim, che contorcevasi fra gli spasimi della fame.

La porta venne con gran fatica aperta. Ella strappò una torcia dalle mani dei dongolesi, fe' a loro cenno di aspettarla all'uscita del corridoio ed entrò risolutamente nel sotterraneo umido e freddo.

In sulle prime non fu capace di vedere che dei pipistrelli che svolazzavano mandando strida di spavento all'apparire di quella improvvisa luce, poi scorse in un angolo, sdraiato a terra, colla testa fra le mani, l'Arabo Abd-el-Kerim. Tutta la sua collera che ancora rimanevagli in fondo al cuore svanì come la nebbia al sole: una profonda compassione generata dall'immenso amore che nutriva ancora pel traditore, la prese e rimase ritta sulla porta senz'essere capace di dir verbo.

—Chi è l'assassino che viene ad assistere alla mia agonia? chiese con voce rauca l'arabo fissando due occhi stravolti su Elenka.

Quella voce ferì il cuore di Elenka.

—Abd-el-Kerim, diss'ella.

—Chi mi chiama? Chi mi cerca quaggiù in questa tomba? continuò l'arabo con trasporto feroce che la eco rendeva doppiamente cupo.

—Non mi riconosci più adunque?

Vi rispose un brontolio lungo simile a quello di una belva irritata.

—Guardami in volto, Abd-el-Kerim, guardami bene.

—Chi sei? domandò l'arabo facendo uno sforzo per alzarsi.

—Elenka, la tua fidanzata, che viene a salvarti.

—Tu!… Tu!… ruggì l'arabo con indefinibile accento d'odio.

S'aggrappò ai muri come un pazzo, si alzò, si spinse innanzi barcollando, poi retrocesse come se avesse visto una spaventevole apparizione.

—Ah! esclamò egli ironicamente. Sei tu, Elenka, la bella e buona Elenka che diceva di amarmi tanto e che mi fece cacciare in quest'orrida tomba perchè morissi di fame e di gelosia. Vattene orribile creatura, vattene!….

Elenka s'appoggiò al muro e lo guardò con occhio smarrito per qualche istante.

—Sei pazzo, Abd-el-Kerim, disse di poi con voce che tremava.

—Che vuoi da me, esecrabile donna, che vuoi? Ogni legame fu infranto, un abisso fu scavato fra noi, non sono più tuo, vattene e lasciami morire in pace giacchè fosti senza pietà nella tua abbominevole vendetta!

La greca lo guardò con ispavento e sentì mancarsi le forze dinanzi all'accusa che era mille miglia lontana dall'aspettarsi. Come mai l'arabo sapeva che era stato cacciato in quell'orrido sotterraneo per vendetta che egli attribuiva a lei? Era un semplice sospetto oppure qualche spia gli aveva comunicato qualche cosa? Elenka si chiese per la seconda volta se sognasse.

—Abd-el-Kerim, diss'ella facendo uno sforzo straordinario per dominare il suo sgomento. Tu mi accusi a torto te lo giuro. Io veniva a questa volta per recarmi al campo d'Hossanieh colla speranza di trovarti e di riannodare l'amore che in un momento di follia spezzasti. Un beduino mi narrò come passando di qui avesse udito dei gemiti e m'affrettai a discendere. Vengo a liberarti non per vendicarmi.

—Taci, Elenka, taci, disse l'arabo con impeto selvaggio.

—Abd-el-Kerim, ti prego, ritorna in te, allontana questi sospetti che per me sono altrettanti pugnali che mi straziano il cuore.

L'arabo la guardò torvamente, poi le si avvicinò e afferrandola bruscamente per le braccia la scosse con furore.

—Ero là, diss'egli, che attendeva la morte, quando udii il bandito che mi cacciò quaggiù gridare: Olà, ecco Elenka!…. Aveva una benda agli occhi, ma in quel momento mi cadde: compresi tutto, tutto!…

Elenka gettò un grido d'angoscia. L'arabo con una violenta spinta la mandò a cadere sulle ginocchia, presso la porta.

—Sciagurata! esclamò egli con profondo disprezzo.

Nel sotterraneo regnò un lungo silenzio rotto solo dall'affannoso respirar della greca e dal monotono rumore delle goccie d'acqua che battevano sulla viva roccia.

—Abd-el-Kerim, mormorò Elenka con voce rotta. Abd-el-Kerim!

L'arabo le volse le spalle e si rinchiuse in un feroce silenzio.

—Ebbene sì, continuò la greca, fui io a rinchiuderti in questa prigione, ma non ti torturai; fu il bandito Fit Debbeud. Avevo paura che tu mi fuggissi, la gelosia, mi acciecò e ti volli in mia mano prima che nel tuo cuore si spegnesse l'ultima scintilla di amore che ardeva per me. Fui colpevole, lo so, fui miserabile, fui terribile nella mia vendetta, ma tu mi avevi fatta diventare una iena assetata di sangue Abd-el-Kerim, perdonami in memoria di quell'amore che….

—Quell'amore s'è spento nel mio cuore, l'interruppe l'arabo sordamente.

—Oh! non è possibile, non lo voglio credere, tu mi ami ancora.

—No!… No!…

—Ma che ti feci mai io, perchè tu avessi a dimenticarti di me? Non ti ricordi adunque, di quelle notti serene e beate, quando io stava seduta sulle sponde del Bahr-el-Abied sotto la misteriosa ombra dei palmizi e che tu sdraiato ai miei piedi mi giuravi eterno amore, mi promettevi felicità sconfinate? Non ti rammenti più adunque di quei felici momenti, quando tu suonavi larabâdae mi cantavi le canzoni del tuo paese frammischiandovi dolci parole d'amore? Tu allora mi ammiravi, tu allora adoravi la superba Elenka che avevi vinta e domata colla potenza dei tuoi profondi sguardi, del tuo immenso bene, del tuo coraggio. Sono adunque diventata sì orribile al tuo sguardo?

—Non parlarmi di giuramenti che io li ho infranti.

—Non ti parlo di giuramenti, ma solo di memorie.

—Le ho estirpate dal mio cuore.

—Sei proprio inesorabile con me, colla donna che tu un tempo idolatravi? Tu, che m'hai assassinato il fratello, l'unico uomo che mi proteggesse, l'unico che mi rimaneva al mondo della mia famiglia, vuoi per di più far impazzir me, vuoi far morire anche me! Ah! Abd-el-Kerim sei un miserabile!

—Taci… taci Elenka, balbettò l'arabo con voce arrangolata.

—Dimmi che tu mi ami ancora, dimmi che tu tornerai ad essere mio e io ti perdonerò l'assassinio di mio fratello. Sono sola Abd-el-Kerim, sola al mondo… m'affido a te e ti giuro che ti amerò fino alla morte.

—Non lo posso… non lo posso… ho tutto infranto… ho scavato un abisso impossibile a varcarsi. Lasciami così, fammi morire se vuoi, vendicati della morte di tuo fratello che pur uccisi in leale combattimento, ma vattene, vattene…

L'arabo si nascose il volto fra le mani, barcollò, si sedette su di una pietra poi si alzò e si mise a passeggiare pel sotterraneo. Frequenti sospiri uscivano dalle sue labbra contratte, straziate e insanguinate dai denti.

—Abd-el-Kerim, continuò Elenka con voce affascinante. Non respingermi, non lasciarmi sola al mondo, non tradirmi. Che ti feci mai io per essere trattata così crudelmente? Forse che sono colpevole di averti troppo amata? Non è vero che tu mi ami ancora? Non è vero che il tuo cuore palpita ancora per me? Dimmi di sì, dimmelo Abd-el-Kerim, oh! dimmelo, fammi ancora una volta felice.

—No, impossibile, impossibile ti dico. Ti odio, lo capisci, che ti odio ora!…

—Sei proprio inesorabile?

—Inesorabile.

—Guarda, io, un dì tanto superba, sono ai tuoi piedi supplicante. Fa di me quello che vuoi, sarò tua schiava, e subirò i tuoi più strani capricci senza un lamento, senza un sospiro.

La faccia dell'arabo s'alterò visibilmente e girò il capo verso Elenka che tendevagli le mani supplicanti. Scosse il capo come un forsennato e s'allontanò vieppiù con un gesto d'orrore.

—Vattene, le disse. Ho spezzato e dimenticato tutto.

La greca si raddrizzò come una verga di ferro fino allora piegata. I suoi occhi s'infiammarono d'ira e di vergogna.

—Per chi è che tu m'hai dimenticata? chiese ella con voce stridente.

—Per Fathma!

—Ah! traditore!

Si scagliò innanzi come una belva; aveva in mano un pugnale che alzò.

—Abd-el-Kerim; noi siamo soli e tu sei in mia mano!…

—Uccidimi se ti piace; io morrò più presto.

—No, sarebbe una morte troppo dolce. A me occorre una vendetta raffinata, una vendetta lenta, una vendetta terribile. Ah!.. continuò la greca con ira, tu credevi di tradire così la superba Elenka? Ebbene, t'inganni. Ho una rivale, questa rivale si trova al campo d'Hossanieh, io la raggiungerò e le farò uscire il sangue goccia a goccia!…

Vi era un tale accento d'odio, un tale accento selvaggio e guizzava un baleno così feroce negli occhi della greca, che l'arabo indietreggiò sino al muro inorridito, spaventato.

Comprese subito che era finita tanto per lui quanto per Fathma e che non vi era da sperare nessuna pietà da quella superba creatura divorata dalla gelosia a assetata di vendetta. I capelli gli si rizzarono sulla fronte.

—Elenka, diss'egli con voce angosciata, nella quale sentivasi la preghiera e la minaccia. Straziami il cuore se vuoi, ma non toccare l'almea. Guai se tu le torci un sol capello, guai a te!

Un riso stridulo e beffardo uscì dalle labbra contratte della greca.

—Vi schiaccerò tutti e due sotto i miei piedi!

—Taci, miserabile, taci!

La greca camminò fino alla porta, poi volgendosi verso di lui colle mani tese:

—Abd-el-Kerim, diss'ella, cupamente. Trema!… Trema!

CAPITOLO X.—Le due rivali.

Quando uscì dal sotterraneo, dopo di aver chiusa la porta, non era più la stessa donna che abbiamo veduta entrare. La sua faccia bella, fiera sì, ma niente affatto truce, era stravolta in modo da far paura; la tinta pallida era scomparsa per dar luogo a una tinta bronzina che una collera illimitata rendeva sempre più cupa fino a diventare mattone; gli occhi profondi, scintillanti, che magnetizzavano, eransi ingranditi in modo strano e vi si vedevano dentro certi guizzi feroci da credere talvolta che gettassero fiamme; le labbra di solito sorridenti, erano increspate che lasciavan vedere i candidi denti convulsivamente serrati e sulla fronte spiccava una vena azzurra che ingrossavasi a tratti.

Una sete inestinguibile di vendetta ardeva quella donna veramente terribile nelle sue sfrenate passioni, una smania feroce l'agitava, una smania di schiacciare l'arabo prima e la sua rivale dopo, che l'avevano offesa nel suo orgoglio e che le avevano straziato il cuore.

Ella percorse l'oscuro corridoio come un lampo e s'arrestò dinanzi ai due dongolesi.

—Il prigioniero? chiesero.

—Silenzio, disse Elenka, raucamente. Chiamatemi Notis.

Uno di essi si mise a urlare per tre volte imitando il lamentevole urlìo dello sciacallo; il canto melodioso dellosberegrig(merops) vi rispose subito.


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