Tosto i cespugli gommiferi s'aprirono e Notis apparve seguito a corta distanza dallo sceicco Fit Debbeud e da tutta la banda. Egli s'affrettò a raggiungere Elenka che spezzava nervosamente i robusti steli di alcuniingioròdai fiori caliciformi, di un bel colore roseo.
—Ebbene, sorella? chiese Notis ansiosamente.
—Nulla, rispose Elenka con un amaro sorriso.
—Come? Non ti capisco.
—Il traditore è irremovibile come una roccia.
—Tuoni e fulmini!…
Sì, m'ha disprezzata e rifiutata. Tutto ho tentato per affascinarlo, ho pregato, ho supplicato, ho minacciato, ma tutto fu inutile. Non so poi il come, seppe che fu cacciato nel sotterraneo per vendetta che egli attribuì a me invece che a Fit Debbeud.
—È impossibile! esclamò il greco. Da chi lo seppe?
—L'ignoro, il fatto è che m'ha udito arrivare.
—E tu che gli hai detto?
—Era impossibile negarlo e gli confessai tutto, attribuendo la colpa a me.
Il greco respirò come gli si fosse levato un gran peso che gravitavagli sul petto. L'idea di essere scoperto lo sgomentava.
—Ignora adunque che io sia vivo? chiese egli con ansietà.
—Perfettamente.
—E adunque, che fai ora?
—Che faccio? E tu me lo chiedi? Vado al campo e pugnalo la mia rivale.
—Alto là, sorella. Fathma io l'amo, è impossibile quindi che io ti dia il permesso di ammazzarmela.
—Ma io la esecro questa miserabile che mi rubò Abd-el-Kerim.
—Ed io esecro Abd-el-Kerim che mi cacciò un pollice di lama nel petto e che mi rubò Fathma, disse il greco con ira mal frenata.
—E allora?… Notis, fratello mio, io ti darò tutto ciò che vorrai purchè mi lasci spegnere questa sete di vendetta che mi brucia l'anima.
—Odimi, sorella. Perdere Fathma per me è come perdere la vita, tanto io amo quella donna. Io ti abbandono Abd-el-Kerim che conquistai colla mia astuzia, ti lascio ampia libertà di tormentarlo, se vuoi anche di farlo morire fra le più atroci torture, ma bisogna che tu m'abbandoni completamente l'almea, che mi aiuti per di più a rapirla dal campo. È un contratto quello che ti propongo e nulla più.
—Io rapirla! esclamò la greca.
—E perchè no? Tu sei forte, astuta, conosci Hassarn e Dhafar pascià, e tutto puoi. Se rifiuti io spezzo il cuore al mio rivale.
La greca lo guardò per alcuni istanti in silenzio cogli occhi accesi; una subitanea idea le balenò in mente e l'afferrò di volo.
—Accetto, diss'ella colla maggior tranquillità.
—Me la porterai proprio qui?
—Sì, qualora io riesca a rapirla. Se per te è impossibile a trarla in agguato per me sarà difficile, tu ben lo sai.
—Non ti dico di no, ma farai quello che potrai. Se non riesci allora cercherò io qualche altro mezzo più violento. Quando parti?
—Subito, se così vuoi. Mi darai per aiutarmi i due dongolesi.
Il greco fece un cenno a Fit Debbeud che stava seduto lì vicino. Subito dopo tremahariaccuratamente bardati vennero condotti vicino a Elenka che esaminava la batteria di una carabina Martini.
—Sorella, le disse Notis. Non tentare nulla contro l'almease non vuoi che capiti sfortuna ad Abd-el-Kerim.
—Non temere di nulla: mi frenerò.
Imaharivennero fatti inginocchiare ed Elenka e i due dongolesi salirono in sella.
—Che Iddio ti protegga, sorella, disse Notis gravemente.
—E che Iddio protegga Abd-el-Kerim, rispose su egual tono la greca.Non dimenticare che muore di fame.
L'ich! ich!venne emesso dai due dongolesi e imaharipartirono di corsa inoltrandosi su di un largo sentiero coperto dialfekspinoso e fiancheggiato da grandiardèb(tamarindi) dai rami lunghissimi ed assai flessibili sui quali strillavano e facevano mille versacci bande di scimmie di un pelo verde-dorato bellissimo (cercopithecus fistulosa).
Elenka si volse due o tre volte verso le ruine di El-Garch, e le sue labbra s'aprirono ad un sorriso sardonico e quasi compassionevole.
—Hai torto, fratello, mormorò ella quando perdette di vista le ruine. Tu t'affidi a me e io approfitterò di questa fiducia. Quando il leone ha fame divora carne ed io gli darò da divorare la carne di Fathma!
Un lampo sinistro guizzò nei neri suoi sguardi e la sua fronte s'aggrottò. Le sue manine accarezzarono con feroce compiacenza la brunita canna della carabina, sospesa all'arcione.
La traversata della foresta delBahr-el-Abiadsi compì felicemente in poco più di tre quarti d'ora. I tremaharisostarono un momento presso le ultime palmedelebpoi ripresero la celere loro corsa attraverso le pianure, dirigendosi verso Hossanieh i cuitugulapparivano distintamente, inondati dai cocenti raggi del sole che cominciava a discendere all'occaso.
Trottavano da un'ora ed erano giunti ad un gran macchione di acacie, quando Elenka gettò improvvisamente ilchrr! chrr!pronunciandolo così in furia che imaharis'arrestarono di colpo a rischio di far balzare di sella coloro che li montavano.
—Che succede? chiesero i dongolesi, portando istintivamente lo mani alla loroharba.
—Fermi tutti, disse Elenka con un tono di voce che non ammetteva replica.
Fece inginocchiare il suomahari, saltò a terra e si internò silenziosamente nella macchia fino a raggiungere il lembo estremo. Ella s'arrestò cogli occhi fissi su due uomini che si dirigevano a lenti passi a quella volta.
—Bene, mormorò ella con gioia. Quello là è Hassarn, lo riconosco, e l'altro è Omar, lo schiavo di Abd-el-Kerim. Dove si dirigono essi?
Si cacciò sotto ad un cespuglio aggomitolandosi su sè stessa come una serpe e attese pazientemente che le passassero vicini. Non corse molto tempo che udì i loro passi e Hassarn che diceva al compagno:
—Sei proprio sicuro che furono dei beduini a rapirlo?
—Sì, capitano, rispose Omar. Mussa che era in sentinella vicino gli ultimituguld'Hossanieh, li vide saltar fuori da una macchia e gettarsi su di lui come tanti leoni. Il mio povero padrone fu oppresso dal numero.
—E ti dissero che?….
—Che presero la via che conduce a Sceh-el-Mactud.
—A me parve che fuggissero verso le foreste del Bahr-el-Abiad.
—Mussa sostiene il contrario. Tirava vento e la notte era troppo oscura per vederci bene; è probabile quindi che vi siate ingannato.
—Povera Fathma! esclamò Hassarn, sospirando.
—È agitata?
—Ho paura che abbia a diventare pazza, Omar. Chi mai lo fece rapire? A quale scopo? Se fosse vivo Notis, ma è morto da un bel pezzo. Orsù, cerchiamo verso Sceh-el-Mactud, Chi sa?…
Essi s'allontanarono senza aggiungere parola, dirigendosi verso il sud a passi più rapidi. Elenka appena li perdette di vista saltò fuori e si diresse di corsa verso imahari.
—Fathma è sola, mormorò ella. Ci troveremo l'una di fronte all'altra!
Saltò in sella, e lanciò ilmaharialla carriera sempre seguita dai due dongolesi. Dopo dieci minuti giungevano dinanzi al villaggio arrestandosi presso un gruppo di arabi occupati a dissetare le loro vacche dal pelo tigrato.
—Voi rimarrete qui, disse Elenka ai dongolesi. Quando mi vedrete uscire da quella casupola che vedete laggiù, mi seguirete alla lontana, e non perderete di vista la donna che avrò meco. Al primo fischio che io emetto vi getterete su di lei e la ridurrete all'impotenza. Vi sono dieci talleri da guadagnare.
—Contate su di noi, risposero i dongolesi.
La greca s'avvolse accuratamente nel suo candidotaubnascondendosi parte della faccia e s'incamminò verso la casupola di Fathma statale precedentemente descritta da Notis. Un negro armato di fucile la fermò nel momento che varcava la soglia.
—Sono la sorella del capitano Hassarn, diss'ella pacatamente.Lasciami libero il passo; devo parlare a Fathma.
Il negro non ardì a respingerla. Elenka salì i gradini come spintavi da una molla, colla fronte aggrottata, la collera negli occhi e una mano sull'impugnatura d'ebano del suo pugnale, passato fra le pieghe della fascia.
Il cuore saltellavale nel petto, nubi di fuoco passavanle dinanzi alla vista e sentiva il sangue accendersi e turbinare nelle vene. Ebbe paura di non potersi dominare in presenza dell'odiata rivale.
Ella si slanciò come una leonessa nella prima stanzuccia che si vide dinanzi; subito si fermò lasciando sfuggire una esclamazione sorda.
Sdraiata su di unangarebtra morbidi tappeti trapunti d'oro, se ne stava Fathma coi lunghi capelli neri sciolti sulle nude spalle, colla testa appoggiata ad una mano ed il suo tamburello d'almeaai piedi. La sua faccia tanto bella e tanto fiera portava le traccie di atroci sofferenze e i suoi occhi rilucevano d'un fuoco selvaggio. Pareva in preda a una cupa disperazione che invano sforzavasi di vincere, e tratto tratto qualche cosa d'umido solcava le vellutate e abbronzate gote.
Alla vista della sconosciuta che entrava in quella furia, ella s'alzò lentamente squadrandola più con curiosità, che con collera. Elenka sostenne imperterrita quello sguardo di fuoco che gareggiava in potenza col suo.
—Chi sei? chiese l'almeacon voce brusca.
Elenka si volse indietro, chiuse la porta col chiavistello e si mise in tasca la chiave. L'almeanon dissimulò un gesto di sorpresa e fece due passi verso la finestra, forse per chiamare il negro che vegliava sulla via, ma la greca fa pronta a sbarrarle il passo.
—Chi sei? ripetè l'almeaduramente.
—Non mandare un grido, non tentare nulla, disse Elenka risolutamente.Voglio parlarti.
—Non ti conosco.
—Mi conoscerai fra poco. Non sei tu Fathma?
—Ebbene?
—L'amante dell'arabo Abd-el-Kerim?
Abd-el-Kerim! esclamò l'almea. Che sai tu del mio fidanzato? Dove trovasi egli? Vieni a dirmi qualche cosa? Parla, parla, che ho il cuore infranto.
Un beffardo sorriso apparve sulle labbra della vendicativa greca e il cuore le si allargò dalla gioia. La rivale soffriva; era per lei una felicità.
—Io so più di quello che tu credi, ma voglio sapere una cosa prima, diss'ella.
—Parla, parla, io sono tua, rispose l'almeacon emozione. Io ti dirò tutto quello che tu vorrai, purchè mi additi ove trovasi il mio Abd-el-Kerim, il mio fidanzato.
—Dimmi da dove vieni, bisogna che io lo sappia.
—Da El-Obeid. Fui la favorita di Mohamed Ahmed ilMahdidel Sudan.
—Ah! fe' la greca sogghignando. Fosti la favorita del ribelle Ahmed!
—Che trovi tu di strano? Io vo' superba d'aver appartenuto a un tal uomo, all'inviato d'Allàh.
—Non trovo nulla di straordinario. Un'almeasarà sempre un'almea.
Fathma alzò il capo con fierezza e le lanciò una occhiata sprezzante.
—Quale scopo avevi quando salisti da me? domandò ella. Non ti conosco, sento istintivamente che tutto ho da temere da te, che tu hai degli strani progetti nel tuo capo; vattene che io non ti cerco. Abd-el-Kerim saprò trovarlo da me.
—Sai chi io sono? disse la greca senza muoversi.
—Non mi curo di saperlo.
—Voglio che tu lo sappi.
—Non abusare della pazienza di Fathma. Irritata diventa una leonessa.
—Ed io una iena assetata di sangue capace di sbranare anche la leonessa.
L'almeafremette di collera e le additò superbamente la porta.
—Fathma, disse la greca con rabbia concentrata. Hai mai saputo tu, che Abd-el-Kerim abbia lasciata a Chartum una fidanzata?
Quella domanda gettata là freddamente fece su Fathma l'effetto di un morso al cuore. Ella balzò indietro gettando un ruggito furioso, coi denti convulsivamente stretti, pallida d'ira e le sue braccia s'allungarono verso un tavolo sul quale stava unjatagansnudato.
—Chi sei?… Chi sei?… gridò con voce strozzata.
Elenka svolse lentamente iltaube lo gettò a terra. Ella apparve dinanzi all'almeavestita colla sua casacchetta a maniche strette con sottili spallini listati in oro allargantisi in punta, colla sua tunica a pieghe, stretta in vita e che non oltrepassava il ginocchio, cinta da una fascia di seta rossa e oro, bella, superba, affascinante nel suo costume greco. Ella posò una mano sul calcio di una pistola e l'altra sul pugnale passati nella cintura.
—Guardami in volto, Fathma, io sono Elenka la fidanzata dell'araboAbd-el-Kerim!…
—Elenka! esclamò Fathma con accento feroce.
Le due rivali si erano raccolte su se stesse come per islanciarsi l'una addosso all'altra; l'almeaaveva impugnato l'jatagane la greca aveva levata la pistola e l'aveva armata. Esse si squadrarono per alcuni istanti provocandosi collo sguardo.
—Fathma, disse d'un tratto la greca con voce stridula. Io ti odio!
—Ed io ti disprezzo e vorrei averti nelle mie mani per dilaniarti le carni.
—Odimi, abborrita rivale. Noi amiamo tutte due Abd-el-Kerim; è quindi necessario che una di noi scompaia dalla terra.
—Non chiedo altro che di misurarmi con te e di assassinarti, risposeFathma che fremeva tutta dall'ira.
—Se noi ci assaliamo in questa stanza qualcuno potrebbe udire le nostre grida e venire a separarci. Sei tu tanto coraggiosa da seguirmi nella foresta? Nessuno ci vedrà e potremo scannarci a nostro agio.
—Vieni, maledetta greca!
—Prendi un fucile, che noi ci batteremo a fucilate. Ti conviene?
—Sì, perchè ti spezzerò il cuore con una palla.
—Ed io ti fracasserò quel superbo capo che dopo aver affascinato il ribelle Ahmed affascinò Abd-el-Kerim. Lo deformerò così orribilmente che nessuno riconoscerà più nel tuo cadavere l'almeaFathma.
Un sorriso sprezzante e insieme incredulo sfiorò le labbra dell'araba; lanciò lungi da sè l'jatagan, si gettò sulle spalle una magnificafardaricamata in oro e staccò da un chiodo una carabina rabescata e incrostata d'argento.
—Con quest'arma abbattei più che dieci leoni, diss'ella fissandoElenka che s'avvolgeva nel suotaub. Oggi abbatterò te!…
—È ciò che io voglio vedere, o mia rivale. Vieni! rispose la greca.
Le due rivali abbandonarono la stanza e scesero nella via, nel mezzo della quale stavano i tremahariguardati dai dongolesi. Bastò un cenno di Elenka perchè due degli animali venissero condotti dinanzi ad esse; vi salirono e pochi secondi dopo trottavano verso le foreste del Bahr-el-Abiad.
CAPITOLO XI.—La vendetta di Elenka.
Quando giunsero ai primi palmeti, il sole cominciava a nascondersi dietro le immense ombrelle dei colossalibaobab. L'oscurità cominciava a farsi sotto le cupe volte di verzura dei tamarindi e delle palmedelebe il silenzio più assoluto si succedeva all'allegro cinguettio dei pivieri e dei pappagalli che si affrettavano a guadagnare i loro nidi e ai clamori bizzarri delle innumerevoli bande di scimmie che eseguivano le più strane giravolte sui rami.
Le due rivali, legati imahariai tronco di una acacia gommifera, presero le carabine e si cacciarono risolutamente nel folto della foresta. Prima però di mettersi in cammino, Elenka gettò uno sguardo nella pianura e non potè frenare un gesto di diabolica gioia, vedendo i due dongolesi che si avanzavano strisciando come serpenti, fra le erbe.
—Avanti, comandò ella seccamente.
Percorsero un seicento passi, aprendosi con gran fatica il passo fra i cespugli e gli arrampicanti che s'intrecciavano in tutte le guise immaginabili, e si arrestarono ai piedi di un grande tamarindo, il quale stendeva i suoi giganteschi rami su di una piccola radura.
Le due rivali, di comune accordo, caricarono con grande attenzione le carabine, dopo di aver fatto scoppiare tre o quattro capsule per accertarsi del buono stato della batteria.
—Senti, disse Fathma con voce ferma e così glaciale che faceva fremere. È qui, in questa foresta che una di noi lascierà le ossa a cibo dei leoni e delle formiche termiti. Se tu hai paura vattene, ma vattene a Chartum, nè ardisci comparirmi giammai dinanzi a disputarmi l'amore dell'eroico Abd-el-Kerim. Lo vedi, io sono ancor generosa come ii leone.
—Non parlarmi di questo, Fathma, rispose la greca con disprezzo. Voglio vedere il superbo tuo capo deformato dalla palla della mia carabina.
—Sta bene, ma ti giuro che fra pochi minuti te ne pentirai.
—Povera Fathma, disse Elenka ironicamente.
—Lascia la ironia e preparati invece a morire. Spicciati, maledetta greca, poichè fra poco non ci si vedrà più, e gli abitanti della foresta usciranno dai loro covi in cerca di preda. Io prendo questo sentieruzzo che va a dritta, tu prendi quel sentiero che va a sinistra e passati che sieno cinque minuti, mettiamoci ambedue in caccia.
—Addio,almea. Fra dieci minuti voglio averti nelle mie mani.
Fathma alzò le spalle con disdegno e prese il sentiero di destra allontanandosi lentamente e senza produrre il menomo rumore. Elenka la guardò a lungo sogghignando, si gettò sul sentiero di sinistra, poi, quando fu persuasa che l'almeaera tanto lontana da non udirla, invece d'imboscarsi come era stato stabilito, si mise a correre come un antilope verso il limite della foresta.
Corse così per quattro minuti poi emise un fischio debole ma penetrante come quello di un serpente. S'udirono i rami muoversi impercettibilmente, i cespugli s'aprirono con somma precauzione e comparvero i due dongolesi.
—Eccoci, rispose uno di essi. Che dobbiamo fare?
—State bene attenti, disse Elenka con un filo di voce. La mia rivale trovasi imboscata a seicento passi di qui; aspettando che io apparisca per spararmi addosso. Bisogna che io l'abbia in mia mano inerme, anzi legata.
—Non sarà tanto difficile.
—Anzi difficilissimo. È armata di una carabina ed è più astuta di un serpente. Se voi non riuscite ad avvicinarvi a lei senza che abbia ad accorgersene, correrete pericolo di ricevere una scarica in pieno petto.
—Lascia pensare a noi, disse il dongolese. Press'a poco dove trovasi imboscata?
—Nel mezzo di un gruppo di acacie a quanto mi parve.
—Tu non puoi seguirci, poichè una donna è impossibile che passi dove passerà un uomo. Quando udrai il nostro fischio accorri e troverai l'almealegata.
—Venti talleri se voi riuscite a farla prigioniera.
Non ci voleva di più per incoraggiare i dongolesi, Essi si cacciarono sotto le macchie, scostando lentamente le foglie e i rami, strisciando come serpenti o inerpicandosi sugli alberi quando riusciva a loro impossibile trovare un passaggio, tirandosi su l'un l'altro e senza fare più rumore d'una formica bianca. D'un tratto il profondo silenzio che regnava sotto la foresta fu rotto dall'urlo dello sciacallo.
I due dongolesi s'arrestarono di botto guardandosi in faccia l'un l'altro.
—Hai udito, Alek? chiese sottovoce il più anziano.
—Perfettamente, Nagarch, rispose l'altro.
—Che ne dici?
—Che questo urlo non fu emesso da uno sciacallo.
—È quello che penso pur io. Scommetterei che lo mandò l'almeaper ingannare la greca e tenerla lontana.
—Deve essere così. Procediamo cautamente e stiamo attenti all'urlo.
Ripresero la silenziosa marcia guidati dal lamentevole urlo che di tratto in tratto udivasi. Dopo di aver percorso un cinquecento passi, dall'alto di una palmadumscorsero qualche cosa di bianco in mezzo a un fitto gruppo dibauinie.
—Eccola là l'almea, disse Nagarch.
—La vedo, rispose Alek. Ora dividiamoci e stiamo bene attenti alla sua carabina. Io vado di qui seguendo le bauinie e tu va dietro a quelle acacie. Su spicciamoci.
Nagarch apparve fra le acacie, e Alek strisciò diritto verso la macchia, nel mezzo della quale stava sdraiata l'almeacolla carabina puntata dinanzi a sè. Di quando in quando mandava il lugubre urlo dello sciacallo così bene imitato da crederlo naturale.
Già Alek era giunto a soli pochi passi di distanza, quando un ramo si spezzò sotto i suoi piedi L'almeascattò in piedi colla rapidità del lampo, vide il dongolese, puntò rapidamente l'arma e fece fuoco.
Alek girò su se stesso portando una mano al petto, poi si scagliò innanzi con impeto disperato rigando la via di sangue che sgorgavagli abbondante da un fianco.
—Arrenditi! urlò egli.
Fathma aveva impugnato la carabina per la canna e assestò un colpo sì tremendo al dongolese, che cadde al suolo colle cervella schizzanti dal cranio spaccato. Gettò un urlo, ma uno solo, un urlo straziante, supremo, poi s'aggomitolò su sè stesso e non si mosse più.
—Sono tradita, mormorò l'almea. Ah! maledetta greca.
Ella si gettò fuori della macchia con un pugnale in mano, ma non fece dieci passi che si sentì afferrare per di dietro e gettare violentemente al suolo. Nagarch, poichè era lui, le pose un ginocchio sul petto, le prese ambe le mani serrandole fra le sue come in una morsa, e dopo di averle intorpidite con una violenta torsione le legò per bene.
L'almeaquantunque stordita dal colpo e sorpresa dall'improvviso attacco si dibattè furiosamente cercando di risollevarsi ma le fu impossibile. Si mise a ruggire come una leonessa prigioniera.
—Sta ferma, le disse brutalmente il dongolese percuotendola col rovescio del suo scudo. Se continui a muoverti tornerò a torcerti le braccia fino a slogartele.
—Lasciami andare, maledetto da Dio! urlò l'almeadigrignando i denti. Lasciami andare, vigliacco!
Il dongolese per tutta risposta si mise a fischiare.
—Lasciami andare, orribile mostro, o io ti sbrano colle mie unghie!
—Sta in guardia,almea, disse Nagarch. Fra poco verrà una donna che ti farà pagar caro l'amore che tu nutri per quell'arabo e ti farà rimpiangere la tua bellezza.
—Chi? chi? chiese con voce strozzata Fathma.
—B'allai! La bella greca, la rivale che volevi ammazzare.
L'almeafece un soprassalto così brusco che per poco il dongolese non fu rovesciato.
—Uccidimi piuttosto che darmi a lei! esclamò la sventurata. Cacciami l'jatagannel petto, ma non gettarmi fra le braccia di quella maledetta!
—Sei pazza! La bella greca pagherà la tua cattura come una principessa.
—Se tu mi lasci libera ti darò tanti talleri quanto tu pesi, se ti rifiuti Dhafar pascià ti farà morire sotto ilcorbach(staffile).
—Non ho che una parola e questa parola la diedi alla greca, d'altronde ecco che viene la tua rivale.
Infatti Elenka veniva innanzi correndo come una pantera, stringendo uncorbachdi pelle d'ippopotamo lungo o flessibile. Un sorriso atroce, un sorriso di gioia sconfinata errava sulle sue labbra e negli occhi balenavagli un lampo feroce, un lampo spietato. Gettò un grido di trionfo alla vista dell'almeache contorcevasi come un serpente sotto i ginocchi del dongolese.
—Ah! sei in mia mano, finalmente! esclamò ella precipitandosi verso la rivale colcorbachalzato.
—Miserabile! urlò l'almeaebbra d'ira, tendendo le pugna verso di lei.
—Dov'è il tuo compagno, chiese la greca a Nagarch.
—Questa furia l'ha ammazzato, rispose egli.
—Ah! Tu ammazzi la mia gente, dannataalmea?
—Sì, e se potessi farei a brani anche te! gridò Fathma. Vattene di qua, vigliacca, vattene via traditora, maledetta, assassina.
—Nagarch, legala al tronco di quel tamarindo. Il dongolese afferrò fra le sue robuste braccia l'almeache esausta di forze non era più capace di opporre resistenza e la legò al tamarindo con forti corregge di pelle. La greca si mise a sogghignare.
—Che direbbe Abd-el-Kerim se ti vedesse così? diss'ella beffardamente.
—Taci, non nominarmelo almeno. Vuoi uccidermi, giacchè per tradimento sono caduta nelle tue mani, uccidimi ma non tormentarmi.
—Ah! Credi tu che una greca si vendichi d'una rivale uccidendola? No, Fathma non sperarlo da me, che ti esecro e che giurai d'essere senza pietà. Giacchè il parlare di Abd-el-Kerim ti produce l'effetto di una stretta al cuore, parliamo di lui.
—Non ti ascolterò, jena codarda.
—Non me ne importa. Sai dove trovasi il tuo amante così misteriosamente sparito?
—Non te lo chiedo. Hassarn lo troverà e guai a coloro che l'avranno rapito, guai!
—Se tu nol sai, Abd-el-Kerim trovasi in mia mano!…
L'almeaprovò una scossa come fosse stata tocca da una pila elettrica. Impallidì orribilmente, chiuse gli occhi e li riaprì che roteavano in un cerchio sanguigno.
—No!… tu menti!… tu menti! ripetè ella con disperazione.
—Te lo giuro Fathma. Trovasi in un sotterraneo delle rovine diEl-Garch, e lo tormento dì e notte dissanguandolo lentamente.
—Ah! feroce iena!… Ma che vuoi farne?
—Voglio farlo morire, ma farlo morire a oncia a oncia.
—Ma io lo salverò.
—Non ti lascerò il tempo. Domani sarai uno scheletro roso dal dente dei leoni e dei sciacalli.
L'almearabbrividì e si sentì prendere dallo spavento.
—Mostro! balbettò la disgraziata.
—Orsù, vendichiamoci, disse la greca spietatamente. Tu spregevolealmeahai alzato gli occhi fino al fidanzato di una greca di sangue nobile. È un'offesa che non si lava che a colpi dicorbache io strazierò le tue belle carni colla correggia del mio staffile.
L'almeafece uno sforzo supremo per ispezzare i legami e gettarsi su quel mostro in gonnella, ma le corde resistettero alla potente torsione. Ella si dimenò forsennatamente facendo crocchiare le ossa delle braccia.
—Non toccarmi! non toccarmi! rantolò.
Elenka, si avvicinò alla rivale, con un violento strappo le lacerò la riccafardatrapunta in oro e l'habbarasdi seta azzurrina che la copriva, e su quelle carni bronzine e vellutate applicò un furioso colpo dicorbachche tracciò una riga violacea.
L'almeacacciò fuori un urlo strozzato, furibondo, un urlo d'angoscia, di vergogna, d'ira e si piegò come fosse stata spezzata in due, cogli occhi fuor dall'orbite e con una bava sanguigna sugli angoli delle labbra contorte per lo spasimo.
—Basta, disse il dongolese. È troppo lacerarle quel seno da urì.
La greca alzò una seconda volta lo staffile, ma lo riabbassò e lo gettò lungi da sè. L'almeaera svenuta e rimaneva sospesa per le corde.
—Ecco come si vendica una greca, disse Elenka con un sorriso feroce.
—Che facciamo ora di lei? chiese Nagarch. Devo staccarla.
—Mai più, la lasceremo qui sola e legata.
—Ma le tenebre cominciano a calare e fra pochi minuti sarà notte.
—E che importa a me se fa notte.
—Voglio dire che i leoni, le pantere, le jene e gli sciacalli usciranno dai loro covi e che si getteranno sull'almea.
—È quello che desidero, disse la greca
—Oh! fe' il dongolese. E voi lascerete divorare quella bella donna?Ricordatevi che vostro fratello vi ordinò di condurgliela.
—Mio fratello non rivedrà più quest'almea. Se questa donna scampa potrebbe ancora attraversarmi la via e diventare mia rivale. Spenta che ella sia, Abd-El-Kerim perderà ogni speranza, ritornerà per forza da me e mi amerà ancora.
—Ma che dirà vostro fratello?
La greca trasse dalla cintola una borsa rigonfia e la pose nelle mani del dongolese.
—Nagarch, gli disse. Qui vi sono cento talleri e altrettanti ne avrai se tu non lascerai uscire dalle tue labbra una sola parola di quanto hai fatto e veduto. Noi diremo a Notis che ci fu impossibile fare prigioniera Fathma perchè trovasi sotto la protezione di Dhafar pascià e attendata proprio nel mezzo del campo egiziano.
—Sarò muto come un morto. Ah! voi siete ben terribile. Non ho mai incontrato in vita mia una donna simile.
—Almeno non dirai più così. Andiamo che le tenebre calano.
Il dongolese le accennò il cadavere di Alek. Si avvicinò al compagno, scavò coll'jataganuna fossa e ve lo seppellì colla faccia rivolta alla Mecca come prescrive il Corano. Quando tornò, Elenka era ferma dinanzi all'almea, colle braccia incrociate.
—Andiamo, diss'egli ponendosi in cammino
—Povera Fathma! esclamò Elenka con ironia. È atroce perdere il fidanzato e la vita in un sol colpo!
Soffocò uno scroscio di risa, raggiunse il dongolese e pochi minuti dopo scomparivano in mezzo alle palme, lasciandosi dietro la vittima.
Era trascorsa una mezz'ora: quando la povera Fathma tornò in sè. Riaprì gli occhi strambasciati e roteanti in un cerchio di sangue, si raddrizzò con impeto felino addossandosi contro il ruvido tronco del tamarindo e si guardò attorno con un misto di spavento, di ansietà e di profonda sorpresa.
Non vide nulla. Provava sulle carni un bruciore infernale, sentiva come un peso enorme che la accasciava, che le mozzava il respiro e la testa che le girava come una fionda. In sulle prime credette di essere in preda ad un terribile incubo.
Tornò a guardarsi attorno. Le parve impossibile di trovarsi sola, le parve impossibile di non vedersi dinanzi la sinistra figura della vendicativa Elenka colcorbachin mano in atto di straziarle le nude carni. Credette che la rivale si tenesse celata dietro a qualche tronco d'albero, ma dovette ben presto convincersi che era affatto sola in mezzo alla foresta. Indovinò subito a quale orribile supplizio l'aveva destinata e tremò tutta d'angoscia e di spavento.
Le balenò in mente la fuga prima che la notte calasse e che le jene e i leoni venissero a divorarla. Radunò tutte le sue forze triplicate dalla disperazione e si dimenò come una pazza furiosa al punto di fare quasi scoppiare la pelle sotto la tensione dei muscoli; i polsi, contorti s'insanguinarono ma le corregge resistettero. Si mise a chiamare aiuto, e a urlare destando tutti gli echi delle foreste ma nessuno rispose alle disperate invocazioni. Uno spavento inesprimibile s'impadronì di lei; si vide perduta ed emise uno straziante gemito.
La notte calava rapida, rapida.
Il sole declinò all'occidente dopo di aver illuminato le più alte cime della foresta e succedette il crepuscolo, vago, rossastro, brevissimo, che andò subito oscurandosi lasciando il posto alle tenebre che s'addensavano già sotto la vôlta di verzura.
Gli uccelli, dopo di aver lanciato le ultime note, si tacquero; le scimmie zittirono, gl'insetti ronzanti s'addormentarono e in capo ad una mezz'ora la gran foresta divenne silenziosa e si seppellì fra l'oscurità.
Fathma, man mano che gli ultimi bagliori del crepuscolo sparivano, sentiva accrescere lo spavento. Fra poco quel silenzio sarebbe stato rotto dagli scrosci di risa delle iene, dalle urla dei sciacalli, dal possente ruggito dei leoni e dai sibili dei serpenti e lo spaventevole supplizio sarebbe cominciato. Oh! quanto avrebbe dato per arrestare quelle tenebre che s'addensavano sempre più.
Fece appello a tutto il suo coraggio e frenando i tumultuosi battiti del cuore s'irrigidì contro il tronco dell'albero, rattenendo persino il respiro onde non attirar l'attenzione delle fiere, cogli occhi fissi sotto gli alberi e gli orecchi tesi per raccogliere il menomo rumore.
Passarono dieci minuti di angosciosa aspettativa. D'improvviso, a tre o quattrocento passi di distanza ecco scoppiare una gran risata che si avrebbe potuto credere emessa da una gola umana, da un negro in delirio, Fathma rabbrividì fino alla punta dei capelli nel riconoscere il riso sgangherato della jena.
Succedette un po' di silenzio, rotto solo dal susurrìo delle grandi foglie delle palme che si accarezzavano vicendevolmente sotto i soffi del venticello notturno, poi echeggiò un altro scoppio di risa più vicino, un terzo a destra, un quarto a sinistra, poi un quinto, un sesto e in breve succedette un concerto capace di far morire di paura una donna meno coraggiosa dell'almea. Era ora un ridere spaventevole e ora un brontolìo rauco; ora erano i gemiti strazianti come di persone agonizzanti e ora un urlìo lugubre, diabolico. Fathma non ardiva fiatare e rimaneva immobile, confusa al tronco del tamarindo.
Il concerto non cessò un sol istante. Più volte un sciacallo si avvicinò all'almeae le urlò contro, ma senza ardire di assalirla; un fischio di lei bastava per fugare quegli animali eccessivamente vigliacchi.
D'un tratto udì il riso d'una jena avvicinarsi sensibilmente al tamarindo e poco dopo comparve un grosso animale dal mantello color cenere oscuro su cui risaltava una doppia fila di peli grossi ed irti che dall'occipite scendevano in linea retta sul dorso. Procedette col muso verso terra, con passo sciancato quasi da credere che fosso ferito e fissò due grandi occhi verdastri sull'almeache tremava in tutte le membra.
Era una jena mostruosa, la quale s'arrestò a pochi passi di distanza mandando atroci scrosci di risa. Fathma fe' atto di slanciarsi, ma l'animale, al contrario dei suoi congeneri, s'avanzò e si mise a girare e rigirare attorno al tamarindo, come cercasse d'assalire a tradimento l'impotente vittima.
Lo spaventevole supplizio durò un quarto d'ora, durante il quale Fathma non ardì mai muoversi annichilita dallo spavento e dall'angoscia, poi la jena arrestò i suoi cerchi. Fissò la povera prigioniera, le mosse incontro, si rizzò sulle zampe posteriori e appoggiò le anteriori sullo spalle di lei accostando l'orribile bocca irta di denti, al suo volto.
Fathma gettò un urlo straziante, terribile e s'abbandonò fra lo zampe della belva che la circondarono lacerandole ilferedgé.
CAPITOLO XII.—Il salvatore.
Nel mentre la vendicativa Elenka poneva in esecuzione la mostruosa vendetta contro la rivale. Abd-el-Kerim languiva negli umidi sotterranei delle ruine di El-Garch. L'infelice, da che aveva avuto la visita dell'antica sua fidanzata, e da che aveva udito le sue minaccie e i suoi propositi di vendetta, non aveva avuto più pace.
In sulle prime, quando trovossi solo, si era avventato come un pazzo contro la ferrata-porta rompendosi le dita e le unghie, cercando di scuoterla e d'atterrarla, chiamando disperatamente la greca, supplicandola di nulla tentare contro la poveraalmea, poi quando s'avvide di non essere udito nè di poter uscire, fu preso da un tremendo accesso di furore che poteva chiamarsi delirio.
Si credette rinchiuso in quell'umida spelonca per morirvi di fame. Si mise a correre attorno alle gelide pareti cercando un'apertura, urlando come un dannato, bestemmiando Dio e il Profeta, si gettò per terra rotolandosi fra le pozzanghere, e tre volte precipitossi contro le pietre colla testa bassa, colla idea fissa di spaccarsi ii cranio, ma fosse un barlume di speranza, la paura di lasciar sola Fathma nelle mani della vendicativa greca o che altro, sempre s'arrestò. Quando le forze gli vennero meno, lo sciagurato si trascinò in un angolo e si rannicchiò su sè stesso, piangendo e ruggendo ad un tempo, coll'anima schiantata da paure e da angoscie inenarrabili.
Egli fu strappato da quell'abbattimento sei o sette ore dopo, da un vago chiarore che penetrava sotto la fessura della porta ed un avvicinarsi di passi che l'eco della spelonca ripercuoteva distintamente. Una subitanea idea balenò nel suo cervello quantunque scosso da tante sofferenze fisiche e morali, una idea ardita, quasi impossibile, l'idea di tentare la fuga colla speranza di salvare Fathma prima che cadesse nelle mani della sua spietata rivale.
Era allora ritornato completamente in sè e le forze, poche ore prima esauste dal delirio, gli erano se non del tutto, almeno in parte tornate. La sete della libertà, in quel momento decisivo gliele raddoppiò, più ancora, gliele triplicò.
Con un salto andò ad appostarsi dietro alla porta, colle mani tese innanzi pronto a piombare sull'individuo che scendeva e torcergli il collo prima che potesse gettare un grido e difendersi.
I passi che rapidamente s'avvicinavano, si arrestarono dinanzi alla porta; fu tirato il chiavistello e un beduino apparve con una torcia nella dritta e un paniere dilogna(grano triturato sulla moràka e ridotto in pasta) nella sinistra. Era appena entrato che Abd-el-Kerim gli saltava addosso stringendolo alla gola con tal forza da strozzargli la voce e farlo cadere sulle ginocchia. Con un pugno su di una tempia lo gettò a terra mezzo morto.
—Zitto, miserabile! disse l'arabo fremente.
—Grazia, balbettò il beduino.
Abd-el-Kerim gli strappò l'jatagandalla cintura e prima che l'altro potesse parare il colpo glielo cacciò attraverso il ventre. Con una seconda sciabolata lo irrigidì.
—E uno, mormorò l'arabo freddamente. Se Allàh e il Profeta m'aiutano,Fathma è salva!
Tolse al morto le pistole e le munizioni, inghiottì in furia alcuni bocconi dilognaper calmare la fame e si cacciò risolutamente nel corridoio coll'jataganin mano.
Faceva oscuro assai, essendosi la torcia del beduino spenta, di più, la via era ingombra di rottami che rendevano malagevole il cammino, ma Abd-el-Kerim non si smarriva. Tastando le pareti, cadendo e rialzandosi, facendo il meno rumore che fosse possibile, giunse in brev'ora a una ventina di passi dall'uscita. S'arrestò vedendo un beduino fermo dinanzi, il quale, scorgendolo gridò:
—Olà! spicciati Sceiquek che non abbiamo tempo da perdere.
L'arabo non sapendo cosa rispondere e temendo che riconoscesse la sua voce, credette bene di tacere e di tirarsi lestamente indietro.
Il beduino fece due o tre passi nel corridoio.
—Chi è là? chiese egli. Sei tu Sceiquek?
Non ricevendo ancora risposta s'avanzò coll'hàrbain resta, Abd-el-Kerim si diede alla fuga e si nascose in una incavatura della parete coll'jataganalzato.
—Per la barba del Profeta rispondi, gridò per la terza volta il beduino. Non fare scherzi, maledetto Sceiquek.
Abd-el-Kerim emise un gemito lugubre. Il beduino si fermò indeciso e forse spaventato, poi si fece animo e tirò avanti colla lancia sempre innanzi a sè. Egli passò rasente al muro opposto a quello dove trovavasi l'arabo e continuò a camminare chiedendo di quando in quando:
—Rispondi, Sceiquek, maledetto dal Profeta. Dove ti sei cacciato tu?
Abd-el-Kerim aspettò che si fosse allontanato, poi saltò fuori e si precipitò verso l'uscita del corridoio, ma non ebbe il tempo necessario per condurre a buon fine l'audace progetto. Dieci o dodici beduini sbarravano l'apertura e l'accolsero con urla minacciose dirigendo verso di lui le lance e glijatagan.
Per un momento il fuggiasco ebbe l'idea d'avventarsi furiosamente contro di loro e d'aprirsi il passo colla forza, ma male armato e mal fermo com'era, non lo ardì e retrocesse di corsa. A mezza via si incontrò col beduino che era poco prima entrato, il quale gli si faceva addosso a testa bassa.
—Arrenditi, cane d'un arabo! gli urlò l'assalitore.
Abd-el-Kerim evitò un colpo di lancia tiratogli proprio in mezzo al petto, spezzò col rovescio dell'jataganl'arma e s'internò nel corridoio scaricando una delle sue pistole. S'arrestò vicino alla porta prendendo l'altra pistola, risoluto di difendersi sino all'estremo prima di farsi ammazzare e guardò se il nemico s'avanzava.
Non distinse nulla ma udì le grida minacciose dei beduini e i loro passi. Un freddo sudore gli colò sulla fronte e un tremito di spavento e d'angoscia lo prese.
—Sono perduto, mormorò egli.
Le voci andavano avvicinandosi lentamente e a quelle univasi un cozzar di daghe. Si rannicchiò dietro a un macigno e caricò rapidamente la pistola che aveva scaricata.
—Piano, piano, gridò una voce, che riconobbe per quella dellosceiccoDebbeud. Dove è andato a finire, innanzi a tutto, quel povero diavolo di Sceiquek?
—Se quel cane d'arabo era nel corridoio l'avrà ammazzato, rispose un'altra voce.
—Ma come? egli non possedeva alcuna arma che io sappia, ed era mezzo morto di fame. Hai veduto nulla tu Mussa?
—Non potei arrivare alla porta, ma nell'uomo che fuggiva riconobbi perfettamente il prigioniero ed era armato di unjataganche mi tagliò l'hàrba.
—Olà! gridò una vociaccia imperiosa, tirate innanzi, ira di Dio!L'arabo, vivo o morto, ma possibilmente vivo, bisogna pigliarlo.
Quella voce fece scattare in piedi Abd-el-Kerim.
—Sogno! esclamò egli con profondo terrore. Gran Dio!…
Si sporse innanzi, rattenendo il respiro, colla faccia livida, tutto in sudore, i pugni chiusi convulsivamente attorno alle armi.
—Ira di Dio! gridò la medesima voce. Avanti tutti!
Abd-el-Kerim gettò un grido strozzato e retrocedette suo malgrado.
—Notis! Notis! ripetè egli. Non l'ho dunque ucciso io?… Ah! mostro!
Varcò la porta e andò a tasteggiare il suolo fino a che trovò il cadavere del beduino. L'alzò, se lo gettò in ispalla, se lo fece scivolare sul petto in maniera che gli servisse in certo qual modo di scudo, e si spinse innanzi, cieco di collera e assetato di vendetta.
—Avanti, Notis! gridò egli con terribile accento. Io t'ho scoperto!
—Ira di Dio! urlò il greco. È lui!
Da una parte e dall'altra s'udì un rumore delle pistole che si montavano, poi la voce tonante di Fit Debbeud urlare:
—Tutti avanti!
Abd-el-Kerim s'appoggiò al muro indeciso, non sapendo se arrischiare la vita per una quasi impossibile vendetta o d'asserragliarsi nel sotterraneo e aspettare gli eventi. Stava per ritirarsi quando vide le torcie dei beduini.
Tese la dritta armata di pistola, mirò un secondo e fece fuoco. La detonazione fu seguita da un urlo straziante e uno dei beduini capitombolò al suolo cadendo sulla torcia che portava.
—Aiuto! rantolò il poveretto, dibattendosi e cercando di alzarsi.
Abd-el-Kerim con una seconda pistolettata lo fece ricadere al suolo. Tutti gli altri batterono rapidamente in ritirata scaricando le loro armi, che a causa dell'oscurità, non riuscirono a far male alcuno all'arabo.
—Ira di Dio! tuonò Notis. Arrenditi Abd-el-Kerim!
—Ah! se ti potessi cogliere, maledetto morto risuscitato, gridò l'arabo. Fatti avanti che ti veda in faccia se sei un fantasma od un uomo!
Per risposta s'ebbe due colpi di pistola e un proiettile andò a colpire il cadavere che teneva in ispalla. Al chiarore della polvere accesa, egli scorse in quel momento, di fronte a lui, presso la volta della galleria, un gran crepaccio che pareva s'internasse assai nella parete. A mala pena rattenne un grido di gioia che stava per uscirgli dalle labbra.
—Ah! mormorò egli.
Retrocesse d'alcuni passi e gettò a terra il cadavere, poi, senza por tempo di mezzo, messesi le armi alla cintura, si raccolse su sè stesso, spiccò un gran salto e introdusse le mani nell'orlo di quel foro. Issarsi a forza di braccia e guadagnarlo, fu per lui l'affare di un sol momento.
Si trovò in una specie di bassa galleria che s'addentrava nelle viscere della terra, le cui pareti erano coperte da bizzarre sculture assai sporgenti. Proprio in quell'istante i beduini tornavano alla carica a passo di corsa colle lancie in resta, animandosi l'un l'altro con selvaggie urla di guerra.
Temendo d'essere scoperto si mise a strisciare innanzi a tastoni, salendo e scendendo dei cumuli che non riusciva bene a distinguere che cosa fossero, ma che di spesso erano sì accuminati e taglienti che gli ferivano le ginocchia. L'atmosfera era calda, pesante, viziata e pareva certe volte che mancasse sicchè l'arabo esitava a procedere temendo di morire asfissiato.
Non udiva allora più le grida selvaggie dei beduini, ma per l'aria udiva certi svolazzamenti, certi stridi che facevangli supporre di trovarsi in mezzo a bande di pipistrelli; anzi provava sulla faccia il freddo contatto delle loro ali e più d'uno s'aggrappò alle sue vesti. Dieci e più volte s'arrestò, per paura di smarrirsi fra le gallerie che si succedevano le une alle altre sempre più tortuose, ma la speranza di trovare uno sbocco e la tema di ricadere nelle mani di quel mostro che chiamavasi Notis e nelle mani della vendicativa Elenka, lo spingevano suo malgrado innanzi.
D'un tratto si trovò in presenza di una parete che chiudeva il passo, ma girando per di qua e per di là trovò una apertura per la quale si cacciò e sbucò in una caverna di quindici metri di diametro richiarata da una vaga luce che scendeva dall'alto.
Si guardò attorno sorpreso. Vide dei sepolcri fregiati d'ibis religiose e di piante di loto sacro, e negli angoli dei coccodrilli mummificati, infissi nel petto come usasi fare, cogli scarabei che voglionsi conservare, e avvolti per metà in istuoie. Sul terreno vi erano monti d'ossami alcuni appartenenti ad animali ma molti altri a uomini.
L'arabo non si smarrì. Aggrappandosi alle sporgenze delle pareti, aiutandosi colle mani e coi piedi, giunse a una gran fessura dalla quale veniva quel po' di luce e si trovò all'aperto in mezzo a sei o sette sepolcri sormontati datarbuschcolossali. A cento passi da lui v'era la foresta e a duecento vi erano le tende e i cammelli dei beduini. Un dongolese solo vegliava, appoggiato alla suahàrba, fumando flemmaticamente in un gransciboukmalandato.
—Se posso fuggire senz'essere visto da quell'uomo, sono salvo, mormorò l'arabo. La notte cala, la foresta è vicina e i beduini sono nel sotterraneo. Mi caccierò in mezzo ai cespugli e sfido i cani a trovarmi. Ah! Elenka, guai a te se riesco a sorprenderti neltuguldell'adorata mia Fathma!
Si gettò contro terra e si avanzò a carponi tenendosi dietro ai cumuli di rottami, ma il dongolese aveva buoni occhi e vegliava attentamente.
—All'armi! gridò egli.
Gli sparò addosso una pistolettata che aveva tratta rapidamente dalla cintura.
Abd-el-Kerim evitò la palla abbassandosi bruscamente, poi si rialzò e si precipitò in mezzo alle boscaglie, nel momento istesso che Fit Debbeud e i suoi beduini saltavano fuori dalla galleria.
Non si volse nemmeno per vedere se l'inseguissero. Prese un sentiero e si die' a fuggire rapido come una saetta, ora correndo come una palla di cannone e ora deviando e saltando, lacerando i cespugli, lasciando mezze vesti fra le spine, cozzando o incespicando fra i rami e le radici che le tenebre non gli permettevano ben di distinguere.
Udì dietro di sè le voci rauche dei beduini poi tre o quattro colpi di moschetto ma non s'arrestò. Percorse così più d'un chilometro e stava per rallentare la corsa quando si trovò improvvisamente dinanzi a una donna che veniva avanti a gran passi.
—Fermati, Abd-el-Kerim! esclamò quella donna con tono minaccioso.
L'arabo dette indietro e barcollò come se fosse stato colpito da una coltellata. Dinanzi gli stava Elenka, tutta trafelata, sconvolta, colle mani tese innanzi come per arrestarlo.
—Tu! Tu! ruggì egli. Tu, Elenka!
—Sì, Abd-el-Kerim, ancora io che giungo in tempo per salvarti!
L'arabo la guardò cogli occhi strambasciati e nei quali balenava una fiamma d'ira, d'immenso furore.
—Fermati, Abd-el-Kerim! ripetè la greca. Dove vai? Dove fuggi? Chi ti liberò?…
—Sciagurata!… Che hai fatto dell'almea? chiese l'arabo con voce strozzata.
—Non chiedermi conto di quell'odiata rivale. Vieni con me, ritorna fra le braccia della tua Elenka che tanto ti ama.
Un'ondata di sangue montò alla testa dell'arabo: si scagliò sulla greca ebbro di collera e cercò di rovesciarla, urlando come una belva inferocita.
—Dov'è l'almea? Dov'è l'almea?
Tutti e due rotolarono l'un sull'altra. La greca se lo strinse contro il seno e invece di difendersi gli stampò sulle labbra un ardente bacio.
—Ti odio e ti amo immensamente! esclamò ella delirante.
Quel bacio fece sull'arabo l'effetto di un morso di serpente. Le sue mani nervose si strinsero attorno il collo di cigno della greca ed ebbe per un momento l'idea di strozzarla.
Ma s'arrestò subito senza forze e senza coraggio e cercò d'alzarsi spaventato, inorridito e fors'anche affascinato. Alcuni beduini apparvero a duecento passi di distanza agitando freneticamente le armi.
—Fermate! Fermate! urlarono essi correndo.
Abd-el-Kerim comprese il pericolo e si raddrizzò, ma la greca si era aggrappata disperatamente alle braccia di lui.
—Lasciami, mostruosa creatura! balbettò egli fuori di sè.
—Abd el-Kerim, ti amo, ti adoro, perdonami! mormorò con voce fiocaElenka. Fa di me quello che vuoi ma rimani!
Egli la trascinò seco per dieci o dodici passi, poi con una violenta scossa l'atterrò e l'abbandonò mezza stordita fra le erbe, ripigliando la fantastica corsa sotto gli alberi.
Il sangue gli oscurava la vista, le arterie gli battevano febbrilmente e parevagli che delle lingue di fuoco gli serpeggiassero per le vene e salissero su, su fino al cervello. Gli parve di essere diventato pazzo o di essere in preda ad uno spaventevole incubo che perdurava per quanto facesse per risvegliarsi.
Corse per un'ora, smarrendosi fra i meandri della gigantesca foresta, fugando le iene e gli sciacalli che rompevano il silenzio della notte con orribili scrosci di risa e urla interminabili, poi si fermò, anelante, spossato, colla spuma alle labbra.
Tutto ad un tratto udì un grido straziante, terribile, prolungato; era un grido d'angoscia, una invocazione suprema, un appello disperato. Nell'udirlo, i capelli si rizzarono sulla fronte e il sangue poco prima infiammato gli si gelò nelle vene.
—Dio! Dio! qual voce! balbettò egli. Dove ho udito io questa voce?Sono o non sono sveglio. Avanti! avanti!
Partì come una freccia coll'jataganin mano, dirigendosi verso un macchione di piante di palme dal quale era partito il grido e sbucò in una piccola radura.
Là legata ad un gigantesco tamarindo, semi-nuda, stava una donna e ritta dinanzi a lei una spaventevole jena che la stringeva fra i suoi artigli. Abd-el-Kerim gettò un urlo selvaggio, furioso, strozzato.
—Fathma!… Fathma!…
Ruinò come una valanga addosso alla jena che stava per sbranare la sventurataalmeae con un terribile fendente le spaccò il cranio.
—Fathma! mia adorata Fathma! esclamò l'arabo con istrazio.
Tagliò rapidamente i legami e ricevette fra le braccia quel corpo inerte e semi-gelato: gli occhi dell'arabo s'inumidirono.
—Rispondi, Fathma, rispondi, continuò egli, baciandola sulle gote.Gran Dio! che è successo mai?… Come sei qui e in questo stato?…
Un debole sospiro uscì dalle labbra dell'almeae poco dopo aprì gli occhi e li fissò in quelli dell'amante.
—Dove sono? chiese ella con un filo di voce.
—Fra le mie braccia, al sicuro d'ogni offesa! esclamò Abd-el-Kerim che rideva e piangeva ad un tempo. Non aver paura, Fathma, sono qui io a difenderti, sono qui io a salvarti.
L'almealo mirò per alcuni istanti con occhi smarriti, poi gli gettò le nude braccia attorno al collo e se lo strinse al seno.
—Tu, tu, mio amato Abd-el-Kerim! Allàh, fa che io non sogni! esclamò ella.
—No, non sogni mia povera Fathma, sono proprio io, il tuo Abd-el-Kerim giunto in tempo per infrangere il capo a quell'immonda jena che stava per dilaniare le tue spalle.
Fathma fece un gesto d'orrore.
—Ah sì, mi ricordo… mi ricordo… L'aveva dinanzi a me… era salita sulle mie spalle, mi guardava ferocemente… mi mostrava i denti… mi soffocava fra le sue zampe… Oh Dio! quale spavento! Oh Dio, quale angoscia!
—Ma chi fu quel mostro che t'abbandonò legata in questa selva a pasto delle bestie! Dimmi chi fu, che io vada a strappargli il cuore!
—La greca, la mia rivale, Elenka, balbettò Fathma tremando di rabbia. Mi tradì, mi flagellò, poi mi lasciò sola… Se tu sapessi quanto odio quell'orribile creatura!
—Elenka!… esclamò Abd-el-Kerim con trasporto furioso. Maledetto il momento in cui non la strozzai! Guai, guai, mostruosa donna se riesco a riafferrarti!
La sua voce fu soffocata da una scarica di fucili che risuonò in lontananza e da uno scoppio di urla feroci.
—Abd-el-Kerim! esclamò Fathma con ispavento.
Egli la sollevò e se l'appoggiò al petto come una madre fa d'un fanciullo.
—Vieni, Fathma, diss'egli sordamente. Sono inseguito dai beduini che mi rapirono. Vieni, vieni!
Egli fuggì a grandi salti e colla medesima facilità come se portasse un leggero fardello, tanta era la forza che infondevagli l'amore e la gioia d'aver ritrovata colei che egli credeva per sempre perduta.
Attraversò sempre correndo l'ultimo tratto della foresta e giunse nella pianura d'Hossanieh proprio nel momento che un plotone dibasci-bozuksbuccava alla carriera da una gola formata da due ripide colline.
—Fathma! esclamò Abd-el-Kerim, con emozione. Ibasci-bozuk!
L'uomo che cavalcava alla testa dei soldati, venne a loro incontro a tutta velocità e gettò un gran grido:
—Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim!
—Hassarn! gridò l'arabo.
Il capitano balzò di sella e li raggiunse colle braccia aperte;Abd-el-Kerim e Fathma si precipitarono incontro a lui.
—Ah! esclamò il capitano Hassarn stringendoli ambedue in un tenero amplesso. Vi credeva per sempre perduti!
CAPITOLO XIII.—Il Delatore.
All'indomani il campo egiziano era tutto in confusione. Fanti, artiglieri e cavalieri andavano e venivano frettolosamente e lavoravano con febbrile alacrità; gli uni piegavano le tende e le arrotolavano accuratamente, altri scioglievano fasci di fucili e li consegnavano ai rispettivi proprietari, altri ancora si aiutavano reciprocamente a mettersi in ispalla gli zaini, a incinghiare le gamelle e le giberne. Si tiravano i cannoni e se li aggiogavano ai muli o agli asini, si insellavano i cavalli, si caricavano i cammelli e si conducevano in furia ai pozzi a rinnovare le provviste d'acqua e ad una estremità dell'accampamento si formavano le compagnie che tosto si muovevano quale avanguardia.
Si capiva subito che gli Egiziani levavano il campo. Alla notte erano giunti i rinforzi da Chartum, consistenti per lo più in artiglieri, e Dhafar pascià aveva dato il comando di prepararsi per mettersi in viaggio onde raggiungere l'esercito comandato dai pascià Hicks e Aladin.
Nel momento che maggiore era l'animazione, un uomo avvolto accuratamente in un grantauballa beduina che gli lasciava scoperti solamente gli occhi, entrava nel campo, senza essere quasi visto.
Lo sconosciuto si fermò un momento dietro ad un gruppo di cammelli inginocchiati che aspettavano il carico, guardò con grande attenzione qua e là come cercasse qualche volto di sua conoscenza, poi tirò innanzi con passo quasi furtivo, oltrepassò in furia le tende degli ufficiali e dello stato maggiore coprendosi coltaubpersino il capo e s'arrestò dinanzi alla tenda di Dhafar pascià sulla cui cima ondeggiava la bandiera egiziana.
—Alto là! gli intimò la sentinella che vegliava dinanzi l'entrata.
Lo sconosciuto mostrò il suo volto e fece volare in aria un tallero. La sentinella si tirò prestamente da un lato presentandogli l'arma non senza un gesto di sorpresa e di terrore.
—Non aver paura che non sono uno spettro, disse lo sconosciuto, sorridendo. Quando parte il grosso della truppa?
—Fra due ore, rispose la sentinella.
—Con chi è Dhafar pascià?
—Coi suoi aiutanti di campo.
—Va a dirgli ch'io debbo parlargli immediatamente ma che desidero sia solo.
La sentinella chiamò un compagno, gli consegnò il fucile ed entrò precipitosamente nella tenda. Poco dopo uscì seguito da tre aiutanti di campo.
—Vi aspetta, diss'egli.
Lo sconosciuto entrò e trovò Dhafar pascià in piedi dinanzi ad un tavolino ingombro di carte geografiche.
Il pascià retrocesse vivamente, quando lo sconosciuto lasciò cadere a terra iltaub.
—Notis! esclamò egli con terrore. Non è possibile!
—Sì, sono Notis, Dhafar pascià, rispose il greco. Quel Notis che tutti credevano morto nelle foreste del Bahr-el-Abiad.
—Ma come mai siete vivo?… M'avevano narrato che Abd-el-Kerim vi aveva cacciato la scimitarra attraverso il corpo e che eravate caduto in uno stagno profondissimo.
—È vero, disse Notis, ma i greci hanno l'anima incavigliata.
—Non capisco come siate risorto.
—È facilissimo, pascià! Quando Abd-el-Kerim mi lasciò nello stagno, non ero ancora spirato. Un beduino, passando poco dopo per la foresta, udì i miei gemiti e mi raccolse. Languii più giorni nella sua tenda ma finalmente guarii ed ora ritorno al campo.
—Per riprendere il comando della vostra compagnia?
—Niente affatto, Ecco qui una lettera firmata dalmudirdi Chartum il quale mi concede il congedo di due anni; mia sorella me la recò tre giorni or sono.
—Ah! fe' Dhafar sorpreso. È qui vostra sorella Elenka?
—No, è accampata alle ruine di El-Garch.
—E allora che volete da me? chiese il pascià dopo di aver letta la lettera che Notis gli porgeva.
—Siamo perfettamente soli?
—Assolutamente soli.
—Dhafar pascià, disse Notis gravemente, nelle vostre file avete una spia di quel cane diMahdi.
—Nelle mie file, esclamò il pascià. Chi può essere mai?
—Una donna che fu la favorita delMahdie che ora divenne l'amante di Abd-el-Kerim.
—Fathma!
—Sì, proprio l'almeaFathma, mandata qui dal suo signore per tradirvi tutti quanti e farvi uccidere prima che abbiate a raggiungere l'armata d'Hicks pascià.
—È forse una rivincita che tentate contro Abd-el-Kerim?
—Non mi curo più di quell'arabo. Lo disprezzo e ciò per me basta.
—Ma sapete che se è vero quello che asserite Fathma è perduta?
—Che farete di quella donna? chiese Notis la cui voce tremavagli leggermente.
—La faccio fucilare subito.
Il greco impallidì ma non fece nessun motto che tradisse la violenta emozione che agitavalo. Comprese subito che era andato troppo innanzi e che correva rischio di perdere per sempre Fathma, ma non si scoraggiò.
—Se la fate fucilare, è una grande disgrazia, disse.
—Perchè mai? I ribelli non meritano compassione, anzi nemmeno quartiere.
—Io, se fossi in voi, la manderei a Chartum e ve la terrei come ostaggio. IlMahdil'ama, e potrebbe servirsi per scambiarla contro qualche personaggio importante che avesse la sfortuna di cadere nelle mani dei ribelli.
—Confesso che voi ne sapete più di me, ma chi mi assicura che essa fu la favorita delMahdi? L'accusa è gravissima.
—Lo assicurerà un dongolese che la vide più volte a El-Obeid.
—Dove si trova quest'uomo?
Il greco uscì dalla tenda e mandò un fischio stridulo, poi sparò in aria un colpo di pistola. Tosto si vide accorrere verso il campo un selvaggio seminudo, armato di una lunga lancia; in poco tempo giunse alla tenda e fu condotto alla presenza del pascià.
—Tu sei dongolese, non è vero? chiese Dhafar, guardandolo con curiosità.
—Si, padrone, rispose il negro,
—Da dove vieni?
—Da El-Obeid dove accampava il ribelle Mohamed Ahmed.
—Conosci tu Fathma?
—Sì, era la favorita delMahdi, La vidi più volte a El-Obeid.