PARTE SECONDA

—Basta, così, puoi andartene

Il negro se ne andò dopo d'aver scambiato un rapido sguardo col greco.

—Che fate ora? chiese Notis dopo qualche istante di silenzio.

—Faccio arrestare Fathma e condurre sotto buona scorta a Chartum.

—Ma Abd-el-Kerim la seguirà, innamorato come è, e potrebbe corrompere la scorta e liberare la prigioniera.

—Lo so, ma Abd-el-Kerim lo terrò al campo.

—Ho anzi qui una lettera del governatore di Chartum, il quale vi impone di condurre con voi Abd-el-Kerim ricorrendo, qualora vi fosse bisogno, alla forza.

—Come mai al governatore saltò in capo di obbligarmi a fare questo? chiese Dhafar, leggendo la seconda lettera che il greco aveva levata dalla saccoccia.

—L'ignoro, ma probabilmente deve esserci il suo perchè.

Dhafar guardò fissamente Notis e scosse il capo.

—A chi affiderete il comando della scorta? incalzò il tenente.

—Ad uno dei miei aiutanti di campo.

—E perchè no a me?

Un risolino malizioso apparve sulle labbra del pascià.

—Perchè potreste fare quello che farebbe Abd-el-Kerim. Mi dissero che la causa del duello fu una donna e questa donna è precisamente la stessa che voi accusate. Basta così, ubbidisco e voi ubbidite.

Il greco a mala pena frenò un motto di dispetto Dhafar pascià battè tre volte le mani nel momento istesso che al di fuori echeggiavano le trombe e rullavano i tamburi.

Un aiutante di campo accorse.

—Prendete con voi dieci uomini, gli disse il pascià, e andate ad arrestare Fathma. Viva o morta la condurrete qui.

L'aiutante di campo s'inchinò, uscì e chiamò dieci soldati, ai quali fece caricare le armi e inastare le daghe. Stava per dare il comando di marciare quando fu raggiunto dal greco Notis.

—Kebir, diss'egli, facendogli scivolare in una saccoccia una borsa ricolma di talleri. Guai a te se torci un capello all'almea.

—Non temere di nulla, Notis, rispose l'aiutante. Ti comprendo di volo.

—Va ora, e sta attento ad Abd-el-Kerim.

L'aiutante si pose in cammino seguito dai dieci soldati e ad una certa distanza dal greco che s'era tutto coperto coltaub. Attraversarono il campo nel quale si ordinavano le compagnie e giunsero alla casupola di Fathma nel momento che l'almeaappariva alla porta accompagnata da Abd-el-Kerim e dal capitano Hassarn.

—Alto là! intimò Kebir, sguainando la scimitarra.

Alla vista dell'aiutante di campo di Dhafar pascià colla scimitarra in mano e dei dieci soldati colle baionette in canna, un brivido di terrore era passato per le ossa di Fathma e di Abd-el-Kerim. Essi s'arrestarono, guardandosi in viso con ansietà e con meraviglia, non sapendo spiegare il perchè di quella presenza di soldati armati.

—Che significa ciò? chiese l'arabo con stupore.

—Ho l'ordine d'arrestare uno di voi, rispose Kebir.

—Uno di noi? esclamarono tutti e tre ad un tempo.

—Fathma, disse l'aiutante ponendole una mano sulla spalla, in nome diDhafar pascià io ti arresto!…

Un grido d'orrore e d'angoscia sfuggì dalle labbra dell'almea.

—Io arrestata! balbettò la poveretta… Io… io!…

—È impossibile! gridò Abd-el-Kerim, dando indietro.

—Qui c'è uno sbaglio, disse Hassarn. Tu vuoi scherzare, Kebir.

—Ti dico io, Hassarn, che ebbi l'ordine d'arrestare l'almeaFathma, replicò l'aiutante di campo.

—Ma di che sono accusata?… Non ho fatto male a nessuno, io.

—Ignoro perfettamente il motivo.

—Kebir, disse Abd-el-Kerim con voce rauca. Non ischerzare, o perAllàh io ti spacco il cranio.

—Io obbedisco e nulla di più. Dhafar pascià ti dirà il perchè fece arrestare la tua amante. Orsù, spicciamoci che si sta per partire.

—Ma io non sono colpevole! esclamò Fathma che tremava come fosse assalita da violentissima febbre. Abd-el-Kerim, oh! io ho paura, non voglio venire, non ho fatto nulla per venire arrestata, salvami.

—Coraggio, Fathma, disse l'arabo, cingendola con ambe le braccia. Non temere di nulla che siamo qui noi a difenderti, Dhafar pascià non può essersi che ingannato, vieni con noi senza tremare. Io e Hassarn siamo abbastanza potenti per disperdere un'accusa, se questa vi sarà.

I soldati li avevano circondati tutti e tre. Abd-el-Kerim passò il suo braccio sotto quello di Fathma e il drappello si mosse verso il campo.

—Fathma, disse l'arabo. Fatti coraggio.

L'almeaera pallidissima e camminava a gran pena appoggiandosi o meglio abbandonandosi al braccio del fidanzato.

—Ho paura, mio povero Abd-el-Kerim, diss'ella con voce fioca.

«Ho dei sinistri presentimenti che invano cerco di scacciare, dei presentimenti che mi straziano il cuore e che me lo fanno sanguinare. Se io venissi realmente arrestata? O Dio, qual terribile pensiero!»

—Ci siamo noi e non ti abbandoneremo mai, disse Hassarn.

—Non so, continuò l'almea, ma ho paura che qualcuno ci attraversi ancora la via, che qualcuno cerchi ancora di separarci.

—Ma chi mai? chiese Abd-el-Kerim che nondimeno sentivasi agitato da vaghi timori. Nè Notis, nè Elenka ardivano mostrarsi al campo, e poi, per che fare? Di che accusarti?

—Che ne so io? Sono sì mostruosi quel fratello e quella sorella!

—Guai a loro se avessero ad accusarti dinanzi a Dhafar pascià.

Quando giunsero al campo il piccolo esercito ne usciva, fra uno squillar acuto di trombe, un rullare fragoroso di tamburi e gli evviva della popolazione d'Hossanieh, accorsa in massa a vederlo partire. I fanti marciavano in testa coi fucili in ispalla e le bandiere spiegate, ibasci-bozukcaracollavano superbamente ai fianchi, colle scimitarre in pugno, che brillavano ai raggi del sole equatoriale e l'artiglieria veniva dietro spalleggiata da una moltitudine dimahari, di cammelli, d'asini e di cavalli carichi di viveri, di munizioni e persino d'armi.

Dhafar pascià appoggiato alla sua scimitarra, con una sigaretta fra le labbra, circondato dal suo stato maggiore che teneva un piede nelle staffe degli ardenti corsieri, assisteva impassibile allo sfilamento.

Abd-el-Kerim fu il primo a presentarsi dinanzi a lui.

—Dhafar pascià, gli disse, piantandoglisi dinanzi con aria tutt'altro che rispettosa. Che scherzo avete voluto farmi?

Il pascià a quella domanda direttagli bruscamente e con tono quasi di minaccia, si volse colla fronte alquanto aggrottata.

—Ah! sei tu, Abd-el-Kerim! esclamò. Credeva che tu arrivassi tardi.

—No, arrivo in tempo, ma par chiedervi che scherzo m'avete fatto. Chi vi suggerì l'idea di far arrestare Fathma? Di che la si accusa?

—Sei innamorato di quella donna!

—Tutti lo sanno.

—Credi a me, dimenticala. Essa è una spia.

—Spia! spia! esclamò Fathma, facendosi innanzi coll'ira negli occhi.Mi accusi di essere una spia!

—Voi siete stato ingannato, Dhafar pascià, disse Abd-el-Kerim con violenza. Come accusare questa donna di essere una spia?

—Chi ve lo disse? chiese Hassarn. Io rispondo di Fathma come di me stesso, Dhafar.

—Calma, calma amici, disse il pascià. Rispondi, Fathma. Non fosti tu a El Obeid la favorita del ribelle Mohamed Ahmed?

L'almeapresa alla sprovveduta tremò tutta. Comprese subito l'abisso in cui stava per cadere e fece appello a tutto il suo coraggio per non perdersi.

—No, diss'ella risolutamente. Non conobbi mai il falso profeta.

—Oh! esclamò il pascià. Tu menti, te l'assicuro, tu menti!

—No, te lo ripeto pascià, non conobbi mai ilMahdi.

—Giuralo.

L'almeaimpallidì e si tacque, ma vide gli sguardi penetranti diAbd-el-Kerim fissi nei suoi come per incoraggiarla e non esitò più.

—Lo giuro sul Corano, diss'ella, alzando la destra.

Abd-el-Kerim e Hassarn respirarono. Credettero che fosse salva, ma questa speranza durò un lampo. S'udì il lamentevole urlo dello sciacallo e subito dopo un selvaggio fendè il cerchio formato dallo stato maggiore. Era il dongolese che Notis aveva presentato a Dhafar pascià. Egli camminò dritto verso l'almeae toccandole con un dito il seno le gridò:

—Spergiura!

S'udì un mormorio di sorpresa. Gli ufficiali si strinsero vieppiù attorno a quel gruppo ansiosi di vedere come la sarebbe finita.

—Spergiura! ripetè il dongolese.

Abd-el-Kerim fece un salto innanzi colla faccia alterata e le mani sulla guardia della scimitarra.

—Chi sei? gli chiese con voce arrangolata.

—Un dongolese che militò sotto le bandiere delMahdie che poi disertò per passare sotto quelle di Yossif pascià. Sono un superstite della strage di Kadir.

—E tu dici?…

—Che quella donna mente.

—Io! esclamò la poveraalmea, che perdeva il suo sangue freddo.

—Sì! tu menti, ripetè il dongolese con maggior forza. Io ti vidi aEl-Obeid quando tu eri la favorita delMahdi!

Fathma mandò un grido terribile e tentò gettarsi sul dongolese, ma i soldati l'afferrarono pei polsi. Abd-el-Kerim mise mano alla scimitarra.

—Miserabile! urlò egli.

Gli ufficiali però lo disarmarono, trascinandolo via come pure disarmarono il capitano Hassarn che aveva puntata una pistola sul delatore.

—Arrestate quella donna, disse Dhafar pascià, e conducetela aChartum.

—Non fatelo! Non fatelo!… urlò Abd-el-Kerim che fuori di sè dibattevasi disperatamente fra gli ufficiali.

—Arrestate quella donna, e trascinatela via, replicò Dhafar imperiosamente.

I soldati afferrarono l'almeae la portarono via malgrado le strazianti sue grida e i suoi sforzi sovrumani.

—Aiuto, Abd-el-Kerim, aiuto, Hassarn, ripeteva la poveretta.

L'arabo cercò di correre in suo aiuto seco trascinando gli ufficiali ma si fermò dinanzi al pascià che, tratto dalla cintura un revolver, lo toglieva di mira.

—Se tu la segui io ti ammazzo, gli disse Dhafar.

—Lasciami andare che io diserto la mia bandiera, lascia che io segua colei che amo più della mia vita, urlò Abd-el-Kerim, che pareva un pazzo. Degradami se vuoi ma lascia che io vada con lei a Chartum, che io la protegga, che io la discolpi.

—Abd-el-Kerim, ho ordini formali del governatore di Chartum di condurti meco e io ti condurrò al sud.

Ad un suo cenno dodici o quindici neri s'impadronirono dello sventurato arabo, lo rovesciarono, lo legarono saldamente e lo trascinarono a viva forza. Hassarn che aveva sguainata la scimitarra, circondato da ogni lato, fu costretto ad abbandonare ogni difesa e a lasciarsi arrestare.

—A cavallo, comandò il pascià.

Lo stato maggiore salì in sella e si affrettò a raggiungere il piccolo esercito che si dirigeva verso i monti Kaid. Nel medesimo istante echeggiò un gran scroscio di risa beffarde e il greco Notis apparve.

Egli tese le mani l'una verso il sud dove veniva trascinatoAbd-el-Kerim e l'altra verso il nord dove veniva trascinata Fathma.

—Io al nord ed Elenka al sud, diss'egli. I greci hanno vinto gli arabi.

CAPITOLO XIV.—La caccia all'almea.

L'esercito egiziano era ormai scomparso dietro le colline quando il greco lasciò il campo.

Egli raggiunse il villaggio d'Hossanieh, ben avvolto neltaub, attraversò rapidamente quel laberinto di viuzze ingombre di cammelli carichi per lo più di gomma o didurahe guadagnò un'altura sulla quale il dongolese che aveva accusata l'almea, canterellava dei versetti dell'Alcorano.

—Ah! sei qui, disse il greco. Ti ringrazio innanzi a tutto del servigio che hai reso alla favorita delMahdi.

—Ringraziate vostra sorella che mi diede l'imbeccata, rispose il dongolese. Bisogna proprio dire che è una gran furba.

—È greca e ciò basta. Hai veduto alcuno?

—Fit Debbeud e i suoi sono nascosti a cinquecento passi da qui e non attendono che il segnale per venire.

—Non perdiamo tempo allora.

Trasse una pistola e la sparò in aria; una detonazione analoga facevasi udire pochi secondi dopo.

Quasi subito una banda dimahariuscì da un macchione di palmedelebe si diresse a tutta corsa verso l'altura. In testa cavalcava Fit Debbeud, riconoscibile pel suofezrosso e le bardature lucenti del suo cammello, e al suo fianco cavalcava, Elenka colla carabina in mano e la lunga capigliatura, cosparsa di monete d'oro, sciolta al vento.

Giunti ai piedi del colle lo sceicco e la greca discesero di sella e raggiunsero Notis che aveva acceso pacificamente il suoscibouk.

—Ebbene, fratello, chiese Elenka con voce un po' alterata e pigliandogli una mano.

—Tutto è andato bene, rispose Notis.

—Ah!.. esclamò la greca con gioia feroce. I Greci hanno battuto gliArabi.

—Si, sorella, i Greci hanno vinto gli Arabi.

—Fathma adunque?…

—È condotta prigioniera a Chartum.

—E lui?…

—E lui segue l'esercito.

—L'ha abbandonata forse?…

—Oibò! Abd-el-Kerim è più innamorato di prima.

Sulla nivea fronte della greca si disegnò una profonda ruga.

—Ancora, diss'ella con dispetto. Come è avvenuta la separazione?

—Furono separati colla forza e poco mancò che Dhafar pascià non uccidesse l'arabo con un colpo di revolver. Il maledetto aveva tratta la scimitarra per accorrere in aiuto di Fathma.

—E che facciamo ora?

—Io vado dietro l'almeae tu ad Abd-el-Kerim; questo è quello che ci rimane a fare.

—Ma se Abd-el-Kerim è così fortemente innamorato di Fathma, alla prima occasione diserterà per raggiungerla.

—Ecco quello che tu dovrai impedire. Dhafar pascià ti darà man forte per trattenerlo al campo.

—Ho paura di non riuscire nel mio intento, Notis. Se ama tanto l'almeagiammai acconsentirà a diventare mio fidanzato dopo quel che feci.

—Bah? fe' il greco, alzando le spalle. Il tempo cicatrizza le ferite e cicatrizzerà anche quella di Abd-el-Kerim. Seguilo, mostrati premurosa e sottomessa a lui, salvalo quando puoi salvarlo e affascinalo appena che lo potrai fare senza pericolo. Hai il tuomahari, armi e argento, unisco a tutto ciò il mio schiavo Takir onde ti protegga: va con Dio!

—E tu!

—Io vado dietro a Fathma, la raggiungo, sbaraglio la sua scorta e me la porto a Quetêna oppure in qualche altra città, forse a Chartum.

—Sicchè forse non ci rivedremo più.

—Chi sa? Se Dio lo vuole! Del resto non c'è altra scappatoia: o andare o restare, che equivale a vincere o perdere. Scegli!

—Parto pel sud.

—Ed io parto pel nord.

Il greco prese Elenka per mano e scesero la collina seguiti dallo sceicco che non apriva bocca.

—Va, sorella, che il tempo stringe e sii forte e prudente, disseNotis, quando giunsero al piano.

—È per me doloroso separarci per sempre, fratello.

—Dio lo vuole.

Elenka salì sul suomahari, dopo aver abbracciato il fratello; gli strinse un'ultima volta la mano e partì rapidamente accompagnata dal nubiano. Tre volte volse la testa indietro salutando col fazzoletto…. poi sparve in mezzo ai campi didurahe alle foreste di tamarindi.

—Povera sorella, mormorò Notis sospirando. Ho il presentimento di non rivederla più mai!

Egli rimase lì colle braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso verso il luogo ove era scomparsa Elenka. Lo sceicco lo trasse da quei tetri pensieri battendogli sulle spalle.

—Non bisogna stare qui troppo, gli disse.

—Hai ragione, Fit Debbeud, rispose il greco.

—Che via prendiamo?

—Quella di Chartum. Prima che il sole tramonti bisogna che Fathma sia in mia mano.

—E colla scorta, come si farà?

—Adopereremo le nostre armi e li uccideremo dal primo all'ultimo.

—Quando è così, siamo tutti pronti. In sella compagni!

Il drappello si mise in marcia senza troppo affrettarsi, volendo raggiungere la scorta in sulla sera, nel momento che accampava, onde impedirle che potesse salvarsi colla fuga. Notis aveva sommo interesse che nessuno sopravvivesse, onde evitare che si recassero a Chartum a denunciarlo e quindi a perderlo.

Passato Hossanieh essi s'inoltrarono nelle vaste pianure del nord adorne di cespugli, di gruppi di palme e di grandi zone di papaveri alti più di un metro e carichi di capsule grosse come uova di gallina nel cui interno, non di rado, contengono più di trentaduemila semi, e abbelliti da grandi fiori bianchi, rossi, rosei, violetti e più spesso screziati.

Notis e lo sceicco si misero alla testa, ritti in sulla gobba degli animali onde abbracciare maggior orizzonte e gli altri si misero a loro dietro in lunga fila, colle lancie gettate a bandoliera e i moschettoni e glijataganin mano.

—Credi che abbiamo fatto molta strada? chiese Notis dopo qualche tempo.

—Dalle traccie lasciate sul suolo arguisco che i loromahariandavano di corsa, rispose Fit Debbeud. Credo non ingannarmi se dico che siamo lontani da loro un cinque o sei miglia.

—Dove ti sembra che si dirigano queste traccie?

—Per ora si mantengono diritte ai monti Arab Mussa, ma sono sicuro che non tarderanno a piegare verso il Bahr-el-Abiad.

—Credi tu che si rechino a Chartum pel fiume?

—Sì, vi andranno pel fiume. Tu sai che vi sono delle bande d'insorti disperse per le Gemaije che vivono di saccheggio e che trafficano in carne umana. Gli Egiziani s'imbarcheranno, se non a Mahawir, almeno a Quetêna.

—Non bisogna lasciare loro il tempo di giungere al fiume, disseNotis.

—Non avere paura, padrone; questa notte accamperemo nella pianura.

—Bisogna che noi li circondiamo per bene se vogliamo ammazzarli tutti quanti. Fathma cadrà in mia mano e allora sfido Allàh a portarmela via.

Non bestemmiare, disse losceiccosorridendo. E quando l'avrai, ritornerai tu a Chartum? Non mi pare che sia cosa prudente.

—A Chartum vi andrò quando Fathma avrà dimenticato Abd-el-Kerim e che mi amerà. Se ve la conducessi prima sarebbe capace di tradirmi.

—Uhm! sarà difficile estirpare dal suo cuore l'amore che aveva pel tuo rivale. Questo arabe, quando amano, rimangono fedeli fino all'ultimo respiro.

—Ti ricordi quello che ho detto poco fa a mia sorella?

—A proposito di che?

—Le dissi che il tempo cicatrizza le ferite e che cicatrizzerà anche quella di Abd-el-Kerim. Così il tempo guarirà quella di Fathma. Non ho fretta, sono paziente e aspetterò che nel cuore di quell'almeasi apra un'altra breccia.

—E se non s'aprisse?

—L'aprirò colla forza rispose Notis risolutamente. Ogni resistenza sarà vana dinanzi al mio amore che ormai è diventato gigantesco, impossibile a domarsi e più impossibile ad estinguersi.

—Sta bene; e tua sorella Elenka riescirà ad affascinare quell'arabo dell'inferno?

Il greco sospirò più volte, crollando il capo, e sul suo volto passò un'ombra malinconica.

—Ho paura che mia sorella non ritorni mai più dal Sudan, mormorò egli. Ho un brutto presentimento radicato fortemente nel cuore. Povera Elenka! Povera mia sorella!

—Nessuno può vedere tua sorella senza fremere, senza sentirsi toccare il cuore, disse lo sceicco. Se Abd-al-Kerim non l'ha dimenticata del tutto, ho la certezza che tornerà ad amarla.

—E credi tu che per questo sia salva? Il Sudan è tutto insorto e non dò un tallero di tutti gli Egiziani che hanno i pascià Hicks e Aladin. IlMahdiè troppo possente per venire schiacciato.

Tua sorella è forte, Notis, più forte di una delle nostre donne, anzi più forte di un beduino. Eppoi, non si uccide una donna bella come lo è lei. Sono sicuro che se i ribelli vincono gli Egiziani, la risparmieranno, forse per darla alMahdi.

—Allora sarà perduta.

—Chi sa, potrebbe diventare una favorita e tu sai quanto sono possenti le favorite.

Notis curvò il capo sul petto e si immerse in dolorose meditazioni, dimenticando persino l'almea. Losceiccosi spinse innanzi collo sguardo fisso ora all'orizzonte e ora a terra dove vedevansi le traccie fresche della scorta, mettendosi a recitare i versetti del Corano.

Tutto il giorno la piccola carovana camminò ora al passo e ora al trotto, sempre dietro alle traccie che mantenevano una linea rigorosamente dritta in direzione di Quetêna, villaggio situato sulla riva destra del Bahr-el-Abiad.

Era quasi sera, quando losceiccoche si alzava di frequente sulla gobba delmahari, scorse in distanza un gruppo di cammelli montati da uomini armati. Riconobbe subito la scorta che conduceva Fathma.

—Alto là! diss'egli, alzando una mano verso i suoi uomini. Gli abbiamo raggiunti, Notis.

Il greco trasalì e si alzò in piedi sul collo delmahari. Egli potè distinguere i dieci egiziani e il loro caporale, che facevano corona a due cammelli portanti una specie diangarebsul quale scorgevasi qualche cosa di bianco che il venticello della sera alzava e abbassava a capriccio.

—La vedi l'almeagli chiese losceicco.

—Sì, rispose Notis che tremava per l'emozione. Essa è stesa su quell'angareb, forse malata.

—Probabilmente prostrata di forze, disse Fit Debbeud. Tanto meglio per noi; la faremo prigioniera senza che opponga resistenza.

—Dobbiamo seguirli o arrestarci qui?

—Se li seguiamo così possono scoprirci e allarmarsi: ci conviene lasciare qui imaharie seguirli a piedi. Non faremo tanta strada, lo vedrai, poichè le tenebre stanno per calare e tu sai che di notte, ora che il Sudan è sollevato a rivolta, nessuno si arrischia a viaggiare. Guarda che essi si dirigono verso quelle colline, probabilmente per accampare là presso.

Ad un suo comando i beduini smontarono e i cammelli vennero radunati in cerchio e legati gli uni cogli altri. Un uomo fu lasciato a guardia di loro e gli altri si misero in cammino rassentando i gruppi di bauinie, ora raddoppiando il passo e ora rallentandolo e nascondendosi quando qualcuno della scorta volgeva il capo indietro.

Dopo un'ora gli egiziani fecero alto su di una piccola elevazione del terreno, nelle vicinanze di un fiumicello che scaricasi nel Bahr-el-Abiad poche miglia, sotto Quetêna.

Alzarono le tende, accesero i fuochi della notte per allontanare le zanzare e le bestie feroci, condussero i cammelli a dissetarsi, poi si sedettero all'aperto aspettando il pasto. I beduini si arrestarono sdraiandosi fra le erbe.

—Che nessuno si muova finchè non lo comando, disse Notis.

Egli, in compagnia dello sceicco, strisciò fino ad una collina isolata e guardò attentamente all'ingiro.

Il paese era deserto e il luogo era propizio per tentare l'assalto dell'accampamento egiziano. Non si vedevano che gruppi di alberi e cespugli folti; non untugulche indicasse la presenza di qualchebaggàra[1] o di qualchemaazi[2]; nemmeno unzeribaknel cui interno potesse celarsi qualche essere umano. Erano proprio soli, senza testimoni di sorta.

[1] Mandriano. [2] Caprajo.

—Possiamo marciare innanzi, disse Notis. Il primo colpo di fucile è destinato a quella sentinella che veglia ai piedi del rialzo e il secondo al caporale. Ucciso il comandante, gli egiziani si lascieranno scannare come montoni.

—Lascia fare a me, disse losceicco. Abbiamo deimaharie delle armi da guadagnare. Spicciamoci, padrone.

Scesero di corsa il pendìo, fecero levare i beduini e diedero il segnale di avanzare colla massima prudenza. Il loro progetto era di irrompere improvvisamente sull'accampamento, di circondare gli egiziani e di sgozzarli prima che potessero riaversi dalla sorpresa e dallo spavento.

I cinquecento passi che li separavano dall'accampamento li percorsero senza venire scoperti. Essi sostarono dietro ad una macchia colle armi in mano e gli occhi sanguinosamente fissi sui fuochi del campo.

—Dov'è Fathma? chiese losceiccocon un filo di voce.

—Sotto quella tenda là, rispose Notis. Attenzione!

Alzò il remington e mirò la sentinella che fumava colscibouhappoggiata al tronco di un ambag. Una fragorosa detonazione ruppe il silenzio della notte accompagnata da un grido disperato.

—Allàh-el-gader!(Dio possente!) esclamò la sentinella e cadde a terra con una palla in fronte.

—Avanti! tuonò losceiccocoll'jataganin mano.

I beduini si slanciarono innanzi come una banda di lupi affamati gettando urla selvagge e irruppero nell'accampamento colle lancie in resta.

Gli egiziani sorpresi dalla rapidità dell'assalto, non avevano avuto nemmeno il tempo di accorrere ai fucili legati in fascio. Sguainarono le daghe e cercarono di tener testa, ma sin dal primo urto quattro di essi caddero a terra passati da parte a parte.

Beduini ed egiziani si mescolarono azzuffandosi ferocemente, urlando ed urtandosi, menando disperatamente le mani, afferrandosi ed atterrandosi. Notis, incontratosi col caporale gli fece saltare le cervella, poi si gettò addosso alla tenda dove sapeva trovarsi Fathma. Proprio nell'istesso istante che vi giungeva vide dalla parte opposta uscire una bianca figura e fuggire a rompicollo giù per l'erta. La riconobbe subito.

—Aiuto! esclamò egli. Fathtma mi fugge!

Losceiccoe sei o sette beduini accorsero a lui, mentre gli altri finivano a colpi dijatagangli egiziani.

—Fermati, Fathma, intimò il greco rabbiosamente.

L'almeanon volse nemmeno il capo indietro e raddoppiò la corsa andando or qua e or là come fosse smarrita o cieca. Il greco in pochi salti le fu vicino.

—Ira di Dio, fermati Fathma! rantolò egli.

L'almeasi volse, fece un rapido movimento con una mano, traballò come percossa da una folgore, gettò uno straziante singulto e cadde di peso fra le erbe.

Il greco le si precipitò sopra, ma indietreggiò vivamente cogli occhi fuor dall'orbite, la faccia sconvolta, le mani nei capelli.

—Dio!… Dio!… urlò egli. È morta!…

L'almeas'era trafitta il cuore con un colpo di pugnale!

L'Insurrezione del Sudan

CAPITOLO I.—Omar

La mattina del 2 Ottobre 1883, vale a dire venti giorni dopo gli avvenimenti precedentemente narrati, unadarnasscendeva a vele spiegate la maestosa corrente del Bahr-el-Abiad in quel tratto che è compreso fra Mahawir al sud e Quetêna al nord.

Questadarnasera una delle più grandi e delle più magnifiche barche che solcassero il Nilo, lungo oltre venti metri e larga otto, piatta, con due alberi, l'uno a prua e l'altro al centro, fatti di più pezzi e riuniti con rilegature di pelle di bue cucita fresca, sostenenti due vele latine altissime che si manovravano con un congegno primitivo di corde. Costrutta tutta in durissimosunddell'alto Nilo, tagliato in grossissime tavole, ricongiunte, anziché come tutte le barche in linea perpendicolare, in linea orizzontale, aveva la prua scolpita rozzamente a guisa di coccodrillo, un timone di dimensioni veramente gigantesche colla ribolla pure foggiata a coccodrillo e a poppa una grande e solida tettoia, una specie direkuba, sulla quale salivasi con scale laterali.

Sul ponte gironzava una quindicina di barcaiuoli sennaresi, unti di fresco con burro o con grasso, quasi interamente nudi, alcuni affaccendati a tirar le corde, altri a far bollire il caffè sul cassone di legno che serve di fornello e altri ancora a disporre in buon ordine gli attrezzi di bordo.

A prua, seduti sulle murate, colle gambe penzolanti lungo il bordo, fumavano due uomini accuratamente ammantellati in candiditaubinfioccati.

Il primo di essi era un bel negro di mezzana statura, con muscoli sviluppatissimi che indicavano in lui una forza non comune, e una faccia maschia energica, con fronte alta, occhi nerissimi e grandi, naso dritto e profilato come i nubiani, una capigliatura nera e ondata anzichè crespa e la tinta della pelle cupa ma con riflessi rossigni.

Il secondo invece era alto, scarno, di colorito bruno occhi grandi ma stupidi, lineamenti insignificanti colle labbra, le palpebre e le sopracciglie tinte d'azzurro, le unghie delle mani tinte di zafferano e la pelle unta di grasso di cammello mescolato a zibetto che tramandava un profumo fortissimo.

Fumavano da un bel pezzo in silenzio, cogli occhi fissi sulle acque in mezzo alle quali nuotavano furiosamente enormi coccodrilli sollevando colle possenti loro code delle vere ondate, quando il bel negro chiese al compagno:

—Quanto ci manca ad arrivare a Quetèna?

—Una dozzina di miglia, Omar, rispose l'interrogato, nella cui pronuncia si capiva il sennarese. Ci arresteremo in quella cittadella?

—Puoi immaginartelo, Dàud. Visiteremo tutti i villaggi delle rive delBahr-el-Abiad fino a Chartum.

—Speri di trovarla?

—Sempre, anzi più oggi che ieri. L'una e l'altro, te lo giuro, li scoprirò.

—È adunque molto bella questa donna che ha tanti amanti?

—Tanto bella da mettere il fuoco nelle vene del Profeta se potesse vederla per cinque soli minuti.

—E si chiama?

—Fathma.

—Bel nome! esclamò Dàud, E chi fu a portarla via?

—Dhafar pascià l'aveva fatta arrestare malgrado le proteste del mio padrone Abd-el-Kerim e del capitano Hassarn, ordinando che fosse condotta a Chartum sotto buona scorta, ma io dubito che vi sia giunta. Temo che Notis siasi slanciato sulle sue traccie e che l'abbia presa dopo di aver macellato gli egiziani che l'accompagnavano.

—Chi è questo Notis?

—Un greco che amava alla follìa Fathma e la sorella che amava invece alla follìa il mio padrone.

—Sicchè questo Notis e il tuo padrone erano rivali.

—Sicuro, e rivali accaniti.

—E la sorella del greco dove trovasi?

—Segue l'armata di Dhafar pascià, rispose Omar colla speranza cheAbd-el-Kerim dimentichi Fathma e finisca coll'amare lei.

—E il tuo padrone invece?…

—La esecra, la odia, la disprezza. Non respira che per la sua Fathma.

—E tu adunque, Omar, vuoi trovare questa donna?

—Sì, bisogna che la trovi. Quando disertai giurai ad Abd-el-Kerim di ricondurla a Chartum sana e salva, corrompendo la scorta.

—Io sono sorpreso come non abbia disertato anche il tuo padrone.

—È custodito più rigorosamente di un prigioniero di guerra. Sei volte cercò di darsi alla fuga non fosse altro per non vedersi più innanzi la sorella del greco, ma fu sempre ripreso. La maledetta donna veglia dì e notte attentamente.

—Se questa donna è così terribile doveva torcerle il collo.

—Se fosse stato libero forse l'avrebbe uccisa, tanto egli la odia.

Omar si tacque e si mise a guardare le ubertose rive del Bahr-el-Abiad coperte di magnifiche camerope a ventaglio (camerope umilis) coronate alla sommità da magnifici ciuffi di trenta o quaranta foglie nel mezzo delle quali apparivano bellissimi fiori disposti a pennacchio e da foreste disannute di bauinie, popolate da moltitudini di scimmie-leoni e di scimmie rubra che facevano un baccano del diavolo.

Dàud stette alcuni minuti al suo fianco, guardando invece i banchi di sabbia sui quali sonnecchiavano bande di mostruosi coccodrilli, finì di fumare il suoscibouke poi si diresse a poppa, prendendo la ribolla del timone.

Era già un'ora che la gran barca navigava lentamente, quando apparvero a un miglio di distanza sulla riva destra, un gruppo ditugule di casuccie di mattoni cotti al sole, dominato da un minareto che slanciavasi sottile e ardito verso il cielo.

—Ecco Quetêna, disse Dàud avvicinandosi a Omar.

—Governa dritto a quel piccolo seno che vedi laggiù, rispose il negro.

—E perchè non approdiamo dinanzi al villaggio?

—Non voglio che mi vedano sbarcare. Se il greco si trova a Quetêna potrebbe venire informato del mio arrivo e prendere il largo.

—Hai ragione, Omar, Olà! drizzate la prua a quel seno, gridò Dàud.

La barca s'accostò alla riva destra passando fra numerosi bassifondi semi nascosti da piante di loto galleggianti, e andò a gettar l'ancora nel luogo designato, in una insenatura contornata da grandi tamarindi che si curvavano graziosamente sulle acque.

—Odimi bene, Dàud, disse Omar, passandosi fra le pieghe della fascia un paio di pistole e unjatagan. Tu rimarrai qui colla tua barca, nè ti muoverai senza mio ordine. Passeranno due, tre, quattro o forse più giorni senza che io mi faccia vedere, ma non dartene pensiero, Servimi bene e io pagherò da principe te e i tuoi battellieri.

—Sono due anni che noi ci conosciamo e ciò basta. Mi offrissero mille talleri per noleggiare il mio naviglio, rifiuterò sempre. Se tu, poi avrai bisogno d'aiuti, vieni da me e metterò a tua disposizione i miei uomini e la mia scimitarra.

—Grazie, Dàud, disse il negro, commosso. Abd-el-Kerim ti sarà riconoscente.

Fece gettare una tavola fra la barca e la riva e discese a terra, tirandosi sugli occhi il cappuccio Dato uno sguardo al paese circostante che appariva deserto prese un sentiero che costeggiava il fiume, ombreggiato da una parte d'alti alberi e dall'altra d'alte canne e si diresse a rapidi passi verso Quetêna.

Man mano che si avanzava, il paese cangiava aspetto e si popolava come per incanto. Alle foreste si succedevano rigogliosi campi didurah, d'orzo e di miglio, in mezzo ai quali andavano e venivano bande di schiavi occupati alla raccolta o alla mietitura e che rompevano il silenzio con bizzarre e selvagge canzoni che si ripercuotevano sulle rive opposte del fiume, sempre coperte da boscaglie. Qua e là apparivano deituguldi paglia dalla cui sommità o dai fori laterali sfuggivano getti di fumo, e più lontano dellezeribakoccupate da mandrie di vacche. Di tratto in tratto piccole carovane si mostravano fra le piantagioni, alcune in riposo coi cammelli inginocchiati che sbadigliavan sotto i torbidi raggi solari e altre in movimento, accompagnate dal dolce tintinnìo dei campanelli appesi al collo o alla fronte degli animali.

Omar si diresse verso untugulsotto la cuirekùba(tettoia) stava indolentemente sdraiato su di unangarebun giovane sennarese che dall'aspetto pareva un barcaiuolo. Egli si sedette vicino a lui e dopo di avergli inviato, come è l'abitudine, il saluto, gli chiese:

—Sei di Quetêna?

—Sì, rispose il sennarese, senza muoversi. Omar estrasse un pugno diparàe glieli gettò nella farda. Il sennarese lo guardò sorpreso, ma senza aprir bocca e li raccolse meccanicamente.

—Parla, disse semplicemente Omar. Hai veduto arrivare in Quetêna dei soldati egiziani, che conducevano una bella donna?

—No.

—Nemmeno dei beduini guidati da un greco?

—Dei beduini sì, portavano una donna che dalle vesti mi parve un'almea.

Omar fece un soprassalto sull'angareb, sbarrando tanto d'occhi.

—Non m'inganni tu? chiese egli con veemenza.

—A che pro? rispose il sennarese alzando le spalle.

—L'hai veduta coi tuoi occhi quest'almea?

—Sì, e mi parve assai bella, una specie d'urì del paradiso delProfeta.

—E tu dici che la portavano?

—Sì, la portavano su di unangarebsostenuto da duemahari.

—Era ammalata forse? chiese Omar, che si sentì un brivido correre per le ossa.

—Mi si disse che era pericolosamente ferita.

—Come?…. Ferita mortalmente?…. Da chi?…. Quando?….

—Che ne so io! Non conosco gli uomini che la conducevano, nè so da dove venissero.

—I beduini erano guidati da un greco d'alta statura con barba nera e ispida?

—Sì, il greco era alto e barbuto, anzi lo scorsi mezz'ora fa seduto sulla riva del Bahr-el-Abiad a quattrocento passi da qui.

Omar saltò in piedi colla dritta sull'impugnatura dell'jatagan. Sul suo nero volto brillava una gioia selvaggia, feroce.

—Egli è a quattrocento passi di qui! esclamò egli afferrando per le spalle il sennarese e ficcando i suoi occhi in quelli di lui.

—Ti assicuro che lo vidi e scommetterei che vi è ancora.

—E l'almeadove fu alloggiata?

—In una palazzina della riva sinistra ed è circondata da un palmeto.

—Grazie, giovanotto, grazie, ripetè Omar, gettandogli nella farda un nuovo pugno dipara.

Uscì dallarekùbacome un lampo, si calò il cappuccio fino al mento, e si slanciò sul sentiero avanzandosi a rapidi passi.

—Il greco è un uomo morto, mormorò egli. Lo getto nel Nilo a pasto dei coccodrilli e poi salvo Fathma. Non temere mio povero padrone, che Omar ritornerà a farti felice. Era da prevedersi che avrebbero assalita e distrutta la scorta per avere in loro mani l'almea, ma Omar vi punirà tutti, tutti!

Si gettò in mezzo ai canneti, procedendo a salti, sollevando bande di pernici, di pavoncelle, di cornacchie e di superbi fenicotteri che fuggivano gridando maledettamente, e giunse a trecento passi dai primituguldi Quetêna. Qui si arrestò di botto come fosse stato d'un colpo pietrificato.

A dieci metri di distanza, seduto su di una piccola rupe tagliata a picco sul Bahr-el-Abiad, aveva scorto un uomo avvolto in una ricca farda, colla faccia semi-coperta da una barba nera e ispida. Lo riconobbe subito; un tremito di collera agitò le sue membra e i suoi lineamenti.

—Notis! esclamò.

Lo fissò attentamente, trucemente, rattenendo il respiro. Il greco aveva gli occhi rivolti su di una bella abitazione, piantata sulla riva opposta del fiume e che specchiavasi nelle tranquille acque. Sulla cima di quella villetta ondeggiava la bandiera greca, e tutto all'intorno crescevano superbe palme e grandissimi tamarindi che deliziosamente ombreggiavano. Omar sussultò e spinse i suoi occhi verso le finestre riparate da leggiere persiane.

—Fathma è là! mormorò egli. Il cuore me lo dice e lo sguardo del greco fisso su quelle finestre mi assicura che il cuore non si inganna. Sta bene: ora a noi due, Notis.

Levò dalla cintura una pistola, l'armò silenziosamente, versò alcuni grani di polvere nello scodellino per essere più sicuro del colpo e l'alzò, mirando la testa del greco.

Gli faccio scoppiar il cranio, pensò il negro. Capitombolerà nel Nilo e i coccodrilli s'incaricheranno di far sparire il cadavere.

La canna dell'arma si era arrestata all'altezza della fronte di Notis; già stava per far partire la carica, quando udì sulla riva opposta un:

—Olà!

Abbassò la pistola, nel mentre che il greco saltava in piedi. Guardò e vide staccarsi dalla villetta una piccola barca montata da un beduino, il quale arrancando vigorosamente, fendè la corrente del Bahr-el-Abiad.

—Sei tu, Fit Debbeud? chiese Notis.

—E chi vuoi che sia? rispose lo sceicco.

—Fit Debbeud! mormorò Omar, Questo è il nome dei sceicco che rapì il mio padrone e che lo chiuse nei sotterranei di El-Gark. Che succede mai?

Si nascose meglio che potè fra le canne colla pistola sempre impugnata. Il beduino toccò la riva, si arrampicò sulla piccola rupe e baciò la mano che il greco gli porgeva.

—Finalmente! esclamò Notis, mandando un sospirone. Come vanno adunque le cose laggiù? Posso o non posso vederla e parlarle senza pericolo?

—Fathma è in piedi ed è completamente ristabilita, rispose lo sceicco sorridendo. La ferita si è cicatrizzata mercè le mie erbe miracolose e tu puoi parlarle d'amore senza che abbiamo a temere una ricaduta. Quella donna bisogna che sia di ferro per guarire da un colpo di pugnale così terribile.

Omar sentì le carni raggrinzarsi e sul volto correre grosse gocce di sudore. Guardò lo sceicco e il greco stupefatto.

—Guarita!… un colpo di pugnale!… balbettò egli. Cosa è successo mai? Che l'abbiano pugnalata per impadronirsi di lei? Ah! miserabili!…

—Sa che io sono qui? chiese Notis dopo qualche istante di silenzio.

—Non ti ha mai nominato ma deve saperlo. Non ha parlato altro che diAbd-el-Kerim.

Il greco fece un gesto d'impazienza e digrignò i denti come una jena.

Sempre quell'uomo esclamò con rabbia. Che non l'abbia a dimenticare mai adunque?

—Chissà, forse col tempo la ferita si rimarginerà.

—Non col tempo, io ho fretta di farla mia, capisci, Fit Debbeud.L'amo e sempre più furiosamente e voglio che lei mi ami.

—Tenta, forse vi riuscirai. E di Elenka sai nulla?

—Assolutamente nulla, Eppoi, in quale modo? Ho paura di non udir parlare più mai di lei, ora che trovasi giù nel Kordofan.

—E nemmeno del tuo rivale?

—Nemmeno.

—Vuoi recarti dall'almea?

—Sì, ma come mi accoglierà? chiese Notis incrociando le braccia.

—Probabilmente assai male, ma dinanzi alle minaccie cederà, rispose lo sceicco. Le dirai, per ispaventarla, che gl'insorti hanno ucciso Dhafar pascià e tutti gli uomini che lo seguivano.

—Ma non vorrà credermi.

—Oggi, ma domani o posdomani ti crederà, ne ho la certezza.

Il greco fissò i suoi occhi sull'abitazione, esaminando le finestre e sorrise con compiacenza.

—Vieni Fit Debbeud, disse.

Tutti e due scesero dalla rupe e guadagnarono la barca arenata fra i canneti. Omar saltò fuori e li vide prendere i remi, attraversare il fiume e sbarcare dinanzi all'abitazione. Una bestemmia gli uscì dalle labbra; le sue mani tormentarono il grilletto delle pistole.

—Che accadrà mai? si chiese egli coi denti stretti. Ho una smania furiosa di sparare loro addosso, ma quand'anche gli uccidessi poco guadagnerei. Orsù, siamo pazienti.

Guardò attentamente la riva opposta e gli alberi che circondavano l'abitazione. Un'improvvisa idea gli balenò in mente.

—La riva è deserta, mormorò egli, e nessuna barca solca il fiume. Io vado là, salgo su quel tamarindo che allunga i suoi rami fino alle finestre e udrò tutto e vedrò tutto. Se il greco alza un dito verso Fathma, accada qualunque cosa io lo ammazzo.

In un batter d'occhio si spogliò, nascose le vesti in una fitta macchia di bauinie, si legò sul capo l'jatagane le pistole e raggiunta la riva scese risolutamente nell'acqua, nuotando vigorosamente.

CAPITOLO II.—Fathma.

Nel momento che lo schiavo di Abd-el-Kerim affrontava arditamente la corrente senza darsi pensiero alcuno dei coccodrilli, che forse erano lì vicini, Notis entrava nell'abitazione. Egli si arrestò alla vista di un vecchio reis che imbacuccato in una stracciatafardastava appoggiato al muro fumando in un orribilesciboukannerito.

—Allàh sia benedetto? esclamò il capo battelliere, movendogli incontro. Cominciava a perdere la pazienza.

—Sei tu, mio vecchio Ibrahim, disse Notis non dissimulando la sua sorpresa, Qual vento ti ha portato qui?

—Mi credevate ancora alle bocche del Bahr-el-Abiad? Gli affari sono scarsi colla insurrezione e bisogna navigare dappertutto. Dove mai siete stato che son quasi due mesi, vale a dire dal giorno che vi trasportai da Chartum a Machmudiech, che non vi ho più visto?

—In questi tempi non è facile incontrarsi. Che nuove mi porti adunque e come mai ti trovi qui?

—Sono due giorni che vi cerco in Quetêna e più di quindici che domando di voi in tutti i villaggi che tocco.

—Quindici giorni che mi cerchi! esclamò Notis. Perchè.

—Vi reco notizie di vostra sorella Elenka.

—Di Elenka! Parla, narra, di' su qualche cosa che io abbrucio dall'impazienza. Dove trovasi ella? Come l'hai trovata? Come sta?

—Sedici giorni or sono, sul far della sera, approdai al villaggio di Gez-Hagiba. Saputo che sulla riva opposta, al di là dell'isola, si trovasse accampato Dhafar pascià, mi si recai sperando di trovar voi e vostro cognato Abd el-Kerim. Seppi che si trovano al campo vostra sorella ed il suo fidanzato.

—Ah! fe' Notis ironicamente.

—Mi recai alla tenda di Elenka e la trovai. Ella mi raccontò come fra lei ed Abd-el-Kerim tutto fosse stato spezzato.

—Lascia questo e dimmi a quale punto si trovava coll'arabo.

—Mi disse che fra loro ferveva una tremenda guerra e che disperava ormai di farsi riamare.

—Ira di Dio! Tira innanzi, Ibrahim.

—Parecchie volte Abd-el-Kerim tentò di fuggire dal campo ma ella lo fece riprendere e Dhafar pascià lo fece legare, minacciandolo di farlo passare per le armi se avesse ritentata la fuga.

—Ed Abd-el-Kerim lo sa che fu mia sorella a impedirgli di fuggire.

—Sì, ed è appunto per questo che l'arabo la esecra.

—Ogni speranza adunque è perduta?

—Perduta, ella mi disse.

—E che fa ora?

—Continua a seguirlo e a sorvegliarlo. Andasse anche il capo al mondo, Elenka mi ha giurato che lo accompagnerà.

—L'ama sempre la disgraziata?

—Forse l'odia e arde dal desiderio di vendicarsi del traditore.

Il greco si prese la testa fra le mani e sospirò.

—Povera Elenka, mormorò a più riprese. Ah! Fathma! Fathma! sei stata la causa di tanti mali.

Se non ti amassi sempre alla follìa, vorrei farti soffrire indicibili torture. Dimmi Ibrahim, gli egiziani ebbero scontri con le orde dalMahdi?

—Perdettero un terzo dei loro compagni in tre o quattro combattimenti.

—E sanno almeno dove trovasi l'armata di Hicks pascià?

—L'ignoro.

—Tutto cammina di male in peggio, adunque? Orsù, che ti disse ancora?

—Mi disse di avvisarvi che lo schiavo di Abd-el-Kerim era fuggito dal campo, forse diretto per Chartum.

—Chi!… Il negro Omar?

—Sì, Omar fuggì durante una notte oscura, nè più ricomparve al campo.

Notis rabbrividì, ma poi si mise a sorridere.

—Quel negro mi fa paura, disse. Ad ogni modo terrò gli occhi aperti onde non possa farmi qualche brutto giuoco. Olà, date da bere un vaso di birra a questo uomo, aggiunse di poi, alzando la voce.

—Un beduino armato sino ai denti e che vegliava appiè della scala accorse.

—Rimani qui, Ibrahim, e mi aspetterai disse Notis. È probabile che abbia bisogno della tua barca per trasportarmi a Chartum. Accomodati laggiù in quella stanza e bevi quantomerissakpuò contenere il tuo stomaco.

Fe' un legger saluto accompagnato da una strizzatina di occhi come per raccomandargli silenzio e salì a quattro a quattro i gradini d'una tortuosa scala. Sostò dinanzi a una porta coperta da un fitto tappeto e tese l'orecchio.

—Non si ode nulla, disse con voce visibilmente alterata. Forse dormirà.

Aprì pian piano la porta ed entrò in una vasta stanza, coperta da morbidi tappeti tinti a smaglianti colori, e arredata con divani alla turca e con grandi vasi di fioriingioròche spandevano all'intorno un olezzo delicato che aveva del gelsomino e della rosa. Là, proprio in mezzo se ne stava l'almeaFathma, avvolta in un grandeferedgèdi seta bianca, la faccia cupa, e i lunghi capelli, neri come l'ebano, sciolti in pittoresco disordine sulle semi-nude spalle. Aveva le braccia incrociate sul seno che sollevavasi sotto i frequenti sospiri e teneva lo sguardo malinconicamente fisso sulle ridenti sponde del Bahr-el-Abiad che disegnavansi dinanzi alle persiane delle finestre.

Il greco s'arrestò sul limitare della porta come trasognato, come rapito in estasi, cogli occhi fissi fissi su quella seducente donna che egli amava alla follia. Il suo volto era alterato, irrigato da goccioloni di sudore, e sentiva il cuore saltellare nel petto e il sangue accendersi d'ardenti brame.

La contemplò così per un minuto, due, tre, rattenendo persino il respiro, poi fece silenziosamente alcuni passi innanzi colle braccia tese e le mani aperte come volesse afferrarla, e le labbra sporgenti come cercasse un bacio su quelle palpitanti carni.

—Fathma, mormorò con un fil di voce e con un tono commosso, supplichevole.

L'almeaa quella voce trasalì. Si volse lentamente verso di lui, lo mirò con sorpresa, poi con ispavento e indietreggiò vivamente con un gesto di orrore, come avesse visto una schifosa bestia.

—Oh! Fathma! esclamò lo sciagurato con una voce rotta. Non trattarmi così!

L'almeaper tutta risposta girò su sé stessa e gli volse le spalle. Il greco traballò come avesse ricevuto una palla nel cuore e la vista gli si intorbidì. Qualche cosa rumoreggiò nel fondo del suo petto, come un ruggito strozzato, furioso, e le sue mani si strinsero così fortemente che le unghie gli penetrarono nelle carni.

—Non disprezzarmi!… non deridermi Fathma… non respingermi! urlò.

Si precipitò innanzi e le si gettò alle ginocchia afferrandola per le mani. L'almeacon una brusca mossa si liberò da quella stretta.

—Vattene!—diss'ella con veemenza, tornando a indietreggiare. Vattene mostro, che tu mi fai paura, che mi fai ribrezzo!

Il greco la guardò con occhio truce; nondimeno qualche cosa di umido gli brillò sotto le ciglia e la sua faccia si coprì di un pallore cadaverico per l'ira. Si raddrizzò con violenza, colle braccia alzate, le mani aperte e le si avvicinò vacillando, cogli occhi stravolti, iniettati di sangue.

—Ma io ti amo, Fathma! esclamò quasi delirante, io ti amo, ti adoro e tanto che per te mi ucciderei.

—Ucciditi allora, disse l'almeacon fredda ironia

—Che mi uccida!…

S'arrestò guardandosi attorno con smarrimento.

—Ah! mormorò egli coi denti convulsivamente stretti.

Parve ancora esitare, poi si scagliò come un forsennato sull'almeaafferrandola così strettamente per le braccia da strapparle un grido di dolore. Egli la scosse con furore.

—Odimi. Fathma, disse con voce rauca. Che ti feci io? Quali azioni ti usai? Perchè tu provi per me una ripugnanza così insuperabile? Perchè mi disprezzi, mi deridi, mi respingi?… Dimmelo, Fathma, perchè?… perchè?…

L'almeanon rispose; ella cercò di sciogliersi da quella stretta, ma senza riuscirvi. Impallidì orribilmente.

—Tu non sai adunque fino a qual punto io ti ami? ripigliò il greco con passione furiosa. Tu non sai adunque quanto io soffersi per te, da quel giorno che tu mi apparisti a Machmudiech? Quel giorno tu mi affascinasti, quel giorno tu avvelenasti il mio sangue, mi straziasti il cuore. Ho provato torture indicibili, gelosie tremende, a segno che io mi domando come possa ancora amarti invece di esecrarti. Mi sembra di essere pazzo, ma un pazzo furioso che vive solamente per te!… Mi hai udito, o Fathma?

—Ti ho udito, rispose l'almeacupamente.

—E dunque?…

—Ti disprezzo, e più oggi che quindici giorni fa!

Il greco emise un urlo di furore e la scagliò addosso a un divano.

—Sciagurata, tu mi schianti il cuore! esclamò con straziante accento.

Si mise a girare per la stanza col volto nascosto fra le mani e i capelli irti, poi ritornò verso Fathma che si era raccolta su sè stessa come una tigre, risoluta a difendersi contro gli attacchi di quel miserabile.

—È tutto finito adunque fra noi? le chiese con voce cavernosa.

—Lasciami sola, che la tua presenza mi fa male, disse Fathma. È impossibile che io ti ami, perchè sento per te un odio così profondo che non si estinguerà che colla mia morte. Comprendi, Notis?

—Ma dimmi che ti feci io, terribile donna, dimmelo?…

—Chi fu a infrangere la mia felicità? Chi fu a condurmi qui a morire lentamente, fra mille angoscie? Chi mi spinse a pugnalarmi? Chi fu quel vigliacco che mi denunciò a Dhafar pascià per una spia del Mahdi? Come posso io dimenticare tante cose!

—Si, fui io, ma ti amava e fu solo l'amore che fece di me una spia.

—Hai scavato un abisso, questo abisso è insuperabile. Vattene adunque e ridonami la libertà, lascia che io ritorni nel Sudan. Solo a questo patto potrei dimenticare quelle azioni codarde che mi usasti e forse col tempo a provare per te, se non dell'amore, almeno della compassione.

—Ridonarti la libertà?… Lasciarti ritornare nel Sudan?… E perchè?

—Per raggiungere colui che io amo sopra tutti, disse l'almeacon slancio appassionato.

—Ira di Dio! esclamò il greco. Tu pensi ancora a quell'arabo adunque? Il tuo cuore batte ancora per Abd-el-Kerim? Ma io non lo permetterò mai, capisci Fathma, mai, mai, mai!…

—Sarai tu che impedirai al mio cuore di palpitare per Abd-el-Kerim?

—Si, io, perchè te lo schianterò di nuovo quel cuore. Voglio strapparti quella passione che ti uccide e insediarvi la mia!… Sei in mia mano, Fathma, proseguì Notis con accento pieno di fiele e di minaccia.

L'almeafe' un gesto come avesse intenzione di gettarsi fuori dalla stanza, ma s'avvide che la porta era chiusa e s'arrestò fremendo.

—Non sperare nella fuga, disse Notis che s'era accorto della mossa. Quand'anche tu riuscissi a oltrepassare quella soglia, ti troveresti di fronte ai beduini dello sceicco Debbeud.

—Vuoi adunque ridurmi una seconda volta alla disperata risoluzione di uccidermi? Sta in guardia, vigliacco, perchè sarei capace di ritentare la prova.

Ma oggi i pugnali sono spuntati.

—Vi sono delle pareti per spezzarsi la testa.

—Fathma! esclamò Notis. Se tu ti uccidi, uccidi nel medesimo tempo…

—Chi?… chi?…

—L'arabo Abd-el-Kerim.

—Abd-el-Kerim! esclamò l'almeaportandosi le mani al seno che tumultuava angosciosamente. Allàh!… Allàh!…

Girò su sè stessa chiudendo gli occhi e piombò sul divano; due lagrime le irrigavano le abbronzate guancie.

Il greco spaventato accorse a lei, ma non giunse nemmeno a toccarla.

—Indietro! gridò ella risollevandosi. Non toccarmi.

—Fathma, disse Notis furente, non disprezzarmi oltre, o che io…

S'era gettato innanzi per afferrarla, ma si era subito arrestato, sorpreso e quasi spaventato. Il ramo gigantesco che ombreggiava le finestre aveva mandato un legger crepitìo e s'era udita una sorda bestemmia.

—Chi è là? chiese egli sguainando la scimitarra.

Nessuno rispose. S'avvicinò ad una delle finestre, ma non vide o almeno credette di non vedere alcuno.

—Chi può essere stato? si chiese egli.

Guardò Fathma che si teneva ancora ritta presso il divano in atteggiamento fiero e sprezzante.

—Fathma, disse, fa quello che tu vuoi, ma fra tre giorni tornerò a vederti. Se non avrai cangiato parere, se ricuserai di diventare mia, guai a te. Ti farò versare fiumi di lagrime e ti strazierò il cuore come giammai un carnefice fu capace di straziarlo!

L'almeanon rispose. Notis la guardò trucemente, poi le volse le spalle sbarrando dietro di sè la porta.

La sventurata Fathma, rimase ritta per qualche istante poi ripiombò sul divano piegandosi su sè stessa.

—Dio!…. Dio!…. ripetè ella. Tutto è perduto, tutto è finito! Potessi almeno veder un'ultima volta colui che tanto amo, e poi morire.

Ella si nascose la faccia fra le mani e il suo volto si inondò di lagrime. Il fragore di un vaso di fiori che si infrangeva la fece saltar in piedi.

Si guardò attorno e scorse a terra un grosso ciottolo appeso al quale eravi qualche cosa di bianco. Lo prese, continuando a guardarsi attorno per la tema di venire scoperta, e s'accorse che quel bianco era un pezzetto di carta scritta. Lo spiegò e lesse in arabo:

«Ho visto e udito tutto. Ho disertato per ordine di Abd-el-Kerim e non ho altra missione che quella di salvarti. Non temere nulla: prima dei tre giorni sarai libera.

«Omar».

L'almearattenne a malapena un grido di gioia che stava per sfuggirle e corse alla finestra. Ella vi giunse nel momento che un negro semi-nudo, uscito dalle acque del Nilo, saliva la sponda opposta.

—È lui! Omar: esclamò con voce tremante. Allàh, fa che egli mi salvi!

CAPITOLO III.—Il reis Ibrahim

Il vecchioreisIbrahim, lasciato che fu da Notis, non aveva perduto il tempo. Sedutosi per terra, s'era fatto portare due grandi vasi dimerissake si era messo a bere sbocconcellando un enorme pezzo diebrèk, sorta di pane fatto con maiz agro, e che mangiasi usualmente bagnato con brodo o con latte zuccherato. Lo sceicco Fit Debbeud, entrando allora allora, si era bravamente seduto di fronte a lui e lo aiutava efficacemente a vuotare i vasi di birra, intavolando una viva conversazione.

—Dunque, tu narravi al padrone, diceva lo sceicco, che hai vedutaElenka a Gez Hagida.

—Sicuro, rispondeva ilreis, vuotando l'una dietro l'altra parecchie tazze. L'ho veduta e le ho parlato più di una volta.

—E ti raccontò tutta la faccenda?

—Già, mi narrò gli amori di Abd-el-Kerim con un'almea, che, se non erro, chiamasi Fathma e tutto quello che ne seguì.

—E ti avvisò che lo schiavo dell'arabo aveva disertato?

Ilreisfece col capo un cenno affermativo, tracannando la dodicesima tazza di birra.


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