Chapter 6

—L'hai incontrato tu, questo schiavo?

—No, rispose Ibrahim. Eppure domandai di lui in tutti i villaggi che toccai.

—Lo conosci forse?

—Niente affatto. Quando conobbi l'arabo Abd-el-Kerim, questo schiavo non era con lui.

—Credi tu che noi dobbiam preoccuparci di questo negro?

—Se è solo non è da temerlo molto. Eppoi si fa presto a spedirlo nell'altro mondo. Una pistolettata o quattro dita dijatagane tutto è finito.

—Parli bene come l'Alcorano, disse lo sceicco, sorridendo. D'altronde staremo in guardia e se dormiremo procureremo di chiudere un solo occhio.

La conversazione fu tagliata dalla comparsa di Notis, che scendeva dalla stanza di Fathma. Era cupo e si vedeva nei suoi occhi la tremenda ira che ardevagli in petto.

—Abbiamo perduto? chiese Debbeud, alzandosi.

—Sì, rispose il greco. Quella donna è una fortezza inespugnabile.

—Per mille saette! esclamò il beduino. Non siete stato capace di piegare quella femminuccia! Ma come è possibile?

—È una leonessa, non una femminuccia. Ella mi derise e rispose alle mie proteste d'amore coi più sanguinosi disprezzi.

—Quando una donna è così irremovibile la si tortura colla fame e col bastone.

—No, disse Notis con stizza. Quell'almeaio l'amo e non mi sento l'animo di farla soffrire.

—E allora?

—Aspetterò ancora tre giorni

—E dopo?

—La farò cedere colla forza.

—Questo chiamasi un bel parlare. Comincieremo col farle assaggiare un po' di ferro rovente o le straccieremo le carni a colpi di frusta.

Il greco alzò le spalle e volgendosi al vecchio Ibrahim.

—Dove hai la tua barca? gli chiese.

—A Quetêna, proprio all'estremità settentrionale del porto.

—Consegnerai i tuoi uomini a bordo e ti terrai pronto a prendere il largo. In questo frattempo ti informerai se è giunto lo schiavo di Abd-el-Kerim a verrai a riferirmi ogni cosa. Puoi andartene ora.

Gli gettò alcune piastre e risalì la scala colle mani sui calci delle pistole.

Ibrahim vuotò l'ultima tazza dimerissak, empì di tabacco il suoscibouk, l'accese e salutato lo sceicco uscì, facendo saltare le piastre nel cavo della mano.

Arenato fra i canneti aveva il suo canotto. Vi entrò, prese i remi e s'allargò, mettendo la prua a Quetêna che era lontana appena quattrocento passi. Si trovava già in mezzo al fiume quando udì chiamare,

—Olà, barcaiuolo, vieni ad approdare che ho bisogno di te.

Si volse e sulla riva destra vide un negro con untaubgettato su di un braccio. Si diresse subitamente a quella volta.

—Vuoi condurmi un miglio più in sù, nella piccola rada? chiese il negro. Ti darò cinque talleri.

—Sei pieno di danaro che paghi come un pascià? chiese Ibrahim ridendo.

—Può darsi: approda.

Il negro saltò nel canotto e si sedette a prua; il barcaiuolo si sedette nel mezzo, volgendogli le spalle e arrangando con gran vigorìa.

—Hai qualcuno che ti aspetta alla piccola rada? chiese ilreis.

—Ho una carovana di cammelli carichi d'avorio, rispose il negro Omar.

—Sei del paese?

—No, sono Nubiano.

—Giunto da poco.

—Ciò non ti riguarda. Allunga la battuta che ho molta fretta.

Il canotto raddoppiò la velocità, salendo la corrente. Quindici minuti dopo giungevano in vista delladarnasdi Daùd.

—Sai a chi appartiene quel bel legno? chiese ilreis.

Omar non rispose. Egli si era levato in piedi e gli si era avvicinato.

—Ilreisstava per ripetere la domanda quando si sentì prendere per le spalle e rovesciare violentemente nel fondo del canotto. Contemporaneamente vide sopra di sè Omar che gli puntava una pistola sulla fronte.

—Se tu ti muovi, gli disse il negro, ti faccio saltare le cervella e poi divorare dai coccodrilli.

Il barcaiuolo ebbe paura di quella minaccia e non ardì fare il menomo tentativo per rialzarsi o per reagire.

—Lasciami la vita, balbettò egli. Ti dò tutto quello che possiedo.

—Non credere che sia un Abù Ròf, disse Omar. Non voglio prenderti nulla.

—E allora che esigi da me?

—Ora lo saprai; lasciati legare.

Ricollocò la pistola nella cintura, estrasse una corda e legò i polsi e le gambe alreis, poi si sedette a prua, prese i remi e spinse il canotto al largo; rimontando come prima la corrente.

—Parliamo, ora, diss'egli. Cosa sei andato a fare in quella casa?

—A trovare un mio amico.

—Il greco Notis, non è vero?

—Come sai questo? esclamò ilreis. Saresti tu lo schiavo di?… possibile!

—Sì, io sono lo schiavo di Abd-el-Kerim. Come facesti a indovinarlo?

—Mi narrarono che tu navigavi verso questo villaggio.

—Eh!… fe' Omar sorpreso. E chi te lo narrò?

—Elenka, quando io approdai a Gez Hagiba.

—E il greco sa nulla?

Ilreisnon rispose e si mise a guardare altrove con aria imbarazzata.

—Parla, gli disse Omar, con tono minaccioso. Il silenzio potrebbe esserti funesto.

—Ebbene, sì, Notis lo sa.

—M'ha veduto forse?

—No, ma ti cerca.

—Basta così. Ora so cosa devo fare.

Egli drizzò la prua alla piccola baia in mezzo alla quale galleggiava il suo legno. Arenò il canotto fra le erbe della riva e chiamò Daùd, il quale fu pronto ad attraversare il ponte e a raggiungerlo.

—Dove hai preso quel canotto? chiese il sennarese.

—A quest'uomo che vedi legato, rispose Omar, afferrando Ibrahim e gettandolo fra le erbe nè più nè meno come fosse una balla di mercanzia.

—Un uomo! esclamò Daùd, Oh! ma quello li è il mio amico Ibrahim!

Il vecchio barcaiuolo alzò a quella voce la testa e si guardò intorno.

—Daùd! gridò egli, cercando di alzarsi. Giusto Allàh, il mio Daùd!…

—Che diavolo succede, disse Omar, Vi conoscete!

—Ma sicuro, Omar, rispose vivamente Daùd, Quest'uomo è il mio miglior amico che abbia sul Bahr-el-Abiad. Come tu me lo conduci così legato. Che può mai aver fatto a te, questo povero Ibrahim. Lascia che io lo liberi.

Così dicendo aveva estratto un coltello e s'era messo a tagliare le corde del vecchio che potè rimettersi nella sua posizione verticale. I due barcaiuoli si strinsero vicendevolmente fra le braccia.

—Spero che tu non ci sfuggirai per tornartene da quel birbante diNotis, disse Omar. Cosa eri andato a fare da lui?

—Tu eri andato da Notis? chiese Daùd sorpreso. Che affari avevi con lui?

Il barcaiuolo li mise subito al corrente delle cose narrando a loro come avesse veduto e parlato con Elenka a Gez-Hagiba e come si fosse messo agli ordini di Notis. Narrò inoltre come il greco avesse intenzione di abbandonare Quetêna fra due o tre giorni in compagnia di Fathma.

—Ah! la è così, disse Omar, grattandosi l'orecchio. Se il maledetto sospetta la mia presenza starà in guardia e sarà difficile liberare la poveraalmea.

—Cercheremo di eludere la sua sorveglianza, rispose Daùd.

—Ma in qual modo?

—Ibrahim ci aiuterà.

—Io! esclamò il vecchio con sorpresa.

Ibrahim, disse gravemente Daùd, Narrami che cosa successe l'anno scorso quando c'incontrammo a Machadat-Abu-Zat.

—Io era caduto in acqua, me lo ricordo bene, e aveva un coccodrillo dinanzi che cercava di afferrarmi a mezzo corpo per tagliarmi in due. Ero perduto se tu non venivi in mio aiuto uccidendo con un colpo di scure il mostro.

—Si vede che hai buona memoria. Quando ti trasportai a riva, ti ricordi cosa mi dicesti?

—Sì, ti dissi che se un giorno tu avessi bisogno di un uomo pronto a dare tutto il suo sangue, pensassi a me.

—Questo giorno è venuto, Ibrahim. Io ho bisogno di un uomo per salvare una donna, e io ricorro a te. Mi aiuterai a liberare Fathma?

—Ma è cosa difficilissima, impossibile anzi.

—Se vi saranno degli ostacoli noi li spezzeremo. Dimmi ora, hai libero accesso nella casa dove trovasi Fathma?

—Sì, posso entrare ed uscire a mio piacimento.

—Quanti uomini ha il greco?

—Una quindicina di beduini comandati dallo sceicco Fit Debbeud.

Daùd e Omar fecero una smorfia.

—Troppa gente, disse Daùd con dispetto. Quanti barcaiuoli hai tu?

—Una mezza dozzina, ma sono ragazzi di ferro che non hanno paura nemmeno della collera del Profeta.

—Tu sei e io quindici e tre che siamo noi formiamo una forza di ventiquattro uomini. Si può ancora tentare la sorte.

—Che intendi dire? chiese Omar.

—Che possiamo assalire l'abitazione ed espugnarla

—È impossibile!

—Perchè?

—Notis al primo allarme si barricherà in casa e per espugnarla perderemo tre quarti della nostra gente. Eppoi, gli abitanti di Quetêna potrebbero venire in massa sul luogo del combattimento e mandare a male ogni cosa.

—E allora, cosa si farà? Pensa che abbiamo tre giorni soli dinanzi.

—Prima di tutto bisogna allontanare Notis e ridurlo all'impotenza.

—Ma in qual modo? il greco non si allontanerà tanto facilmente.

—A questo penso io, disse Ibrahim. Prima di domani sera Notis sarà ridotto in uno stato tale da non poter fare un solo passo per quarant'otto ore.

—Vuoi pugnalarlo forse?

—Niente affatto. Pugnalarlo sarebbe pericoloso; potrebbero sorprendermi e pigliarmi. Lasciate pensare a me e vedrete che tutto andrà bene.

—E liberatici del greco che faremo?

—Coll'aiuto d'Ibrahim entreremo tutti e due nella villa, saliremo da Fathma e ci barricheremo nella sua stanza, disse Omar. Aspetteremo la sera, poi ci caleremo, da una delle finestre, sulla riva del fiume e prenderemo la fuga.

—Bel piano! esclama Daùd. Ma potrebbe darsi che venissimo scoperti, però.

—Ci difenderemo fino all'ultimo respiro. I due equipaggi ci presteranno man forte.

—Siamo intesi. Tu Ibrahim ti rechi a Quetêna a giuocare un brutto tiro al greco. Alla sera noi assaliremo l'abitazione e libereremo Fathma. Orsù, a bordo, che ho una fame da lupo.

—Andiamo Daùd, disse allegramente Omar. Se riusciamo dò duecento talleri a ciascuno di voi. Ah! mio caro Notis, non sai ancora quanto possono fare Abd-el-Kerim ed il suo schiavo.

I due reis ed il negro, alcuni minuti dopo mettevano piede sul ponte del gran battello.

CAPITOLO IV.—Omar e Fathma.

All'indomani, due ore dopo il mezzodì, Ibrahim lasciava il gran battello di Daùd colla ferma idea di allontanare e ridurre a completa impotenza il greco Notis. Imbarcatosi sul suo canotto con pochi colpi di remo prese il largo e venti minuti dopo sbarcava su molo di Quetêna ingombro di Sennaresi e di Arabi che caricavano e scaricavano la lunga fila di barche ancorate sotto la sponda.

Girando lo sguardo all'intorno vide subito che uno dei suoi barcaiuoli lo aspettava seduto su di una balla di mercanzia. Gli si avvicinò sollecitamente:

—Che abbiamo di nuovo Saba? gli chiese, battendogli sulle spalle.

—Stavo a vedere quando tu ritornavi, rispose il battelliere. Questa mane venne a bordo un beduino chiedendo di te.

—Si trova ancora sulladahabiadquest'uomo?

—No, ma mi disse che appena tu giungessi ti mandassi da lui.

—Non ho tempo per recarmi da quell'uomo, disse Ibrahim. Ascoltami ora, Saba.

—Sono tutt'orecchi.

—Farai armare tutti i battellieri di buoni moschetti e dijatagane vi terrete pronti ad entrare in campagna al mio comando.

—Oh!… che c'è in aria?

—Dobbiamo assalire quella villa che tu vedi là, sulla riva sinistra, e salvare una donna che si trova rinchiusa. Hai capito, state pronti a tutto e basta. Recati a bordo ora, portami quella scatola d'oppio che trovasi nella mia cabina, e vieni a raggiungermi al caffè.

—Io corro.

—Va dunque e spicciati.

Il battelliere non se lo fece dire due volte e se ne andò di corsa. Ibrahim si stropicciò allegramente le mani ed entrò nel caffè che trovavasi pochi passi lontano. Non vi era che ilwadgi(caffettiere) che faceva fuoco al fornello alzandosi e abbassandosi per soffiarvi sopra.

—Meglio così, borbottò ilreis. Si addormenterà senza testimoni.

Chiamò ilwadgi, si fece portare una tazza dimokafumante e duescibouk. Aveva appena cominciato a sorseggiare la deliziosa bevanda che entrava Saba.

—L'oppio? chiese brevemente Ibrahim.

—Eccolo, padrone, rispose il battelliere porgendogli una scatoletta.

Ilreisl'aprì con precauzione; conteneva una dozzina di pallottoline d'oppio. Ne prese quattro e le mise in uno deisciboukcoprendolo con un fitto strato di tabacco.

—Le fumi? chiese Saba, sorpreso. Ti ubriacherai terribilmente.

—Zitto, giovanotto, disse Ibrahim con aria misteriosa. Ora ti recherai alla villa che poco fa ti additai, e chiederai del greco Notis, tieni bene in mente questo nome. Gli dirai che venga subito qui che devo parlargli su cose assai interessanti. Va!

Il battelliere uscì di corsa dirigendosi verso il molo, e Ibrahim, empito l'altrosciboukdi tabacco l'accese mettendosi a fumare colla maggior calma del mondo. Mezz'ora dopo entrava in furia il greco Notis.

—Ah! Siete qui, padrone! esclamò Ibrahim con mal celata gioia.Abbiamo delle grandi novità.

—Narra, Ibrahim, disse Notis sedendosi di fronte a lui.

—Accendete ilscibouked ascoltatemi, disse ilreisspingendo verso di lui la pipa carica d'oppio.

Il greco prese ilscibouke vedendo che era di già carico l'accese avvolgendosi fra dense nubi di fumo.

—Ditemi, innanzi tutto, come sta quella donna che voi tenete prigioniera. Essa mi interessa qualche poco.

—Non mi curerò di lei per tre giorni, rispose Notis stizzito. Ma dopo, oh la vedremo chi di noi due la vincerà. Raccontami ora, queste novità.

Ilreisvuotò ilfingiam(vasetto) di caffè e rovesciandosi indolentemente sull'angareb, gli disse a bruciapelo:

—Padrone, lo schiavo di Abd-el-Kerim è arrivato a Quetêna.

Il greco fece un soprassalto sul sedile emettendo un gran oh! di sorpresa.

—Da quando? chiese con ansia. L'hai veduto tu?

—Sono due giorni che è giunto e sa già che Fathma trovasi nelle vostre mani.

—È solo?

—Solo e in miseria per soprappiù.

—Non è da temersi adunque! esclamò Notis che respirò.

—Non c'è da darsene pensiero. Il povero diavolo l'ho veduto ieri sera che rosicchiava una pannocchia didurahsotto unarekuba. Mi pareva assai malandato.

—Come facesti a sapere che era Omar?

—Perchè gli ho parlato assieme.

—Tu!… Scherzi forse?

—Niente affatto.

—E… ti ha conosciuto?

—Non sa nemmeno chi sia.

—Potevi dargli un colpo di coltello e freddarlo.

—Ma parve una fatica inutile. Che ne dite?

Il greco rispose con una risata da ebete. Appoggiò la testa sulle mani e continuò a fumare con maggior furia cogli occhi vitrei fissi dinanzi a sè. Egli provava allora una voglia irresistibile di fumare, un senso di benessere strano, nuovo, una calma inesprimibile, un alleviamento di testa unico e una leggerezza tale che credeva di galleggiare in mezzo all'aria.

Ilreislo guardò attentamente e sorrise. La faccia del fumatore era smorta smorta, attorno agli occhi cominciavano a disegnarsi due cerchi azzurrognoli e muoveva le mani convulsivamente.

—L'oppio opera, pensò il barcaiuolo. Fra poco cadrà nel mondo dei sogni.

—Dunque tu dicevi?… ripigliò Notis, dopo qualche minuto di silenzio.

—Che freddarlo con una coltellata mi pareva fatica inutile.

—Chi?…

—Lo schiavo di Abd-el-Kerim.

—Abd-el-Kerim, balbettò il greco come non avesse ben compreso. Dov'è quest'uomo?

—A Gez Hagiba.

—Non mi ricordo più nulla… ho come della nebbia dinanzi agli occhi… mi pare di galleggiare… di sognare….

Ibrahim non aprì bocca. Il greco continuava a fumare rabbiosamente e tuffavasi, per così dire, fra le ondate del fumo oleoso e pesante.

Passarono cinque minuti. Notis cambiò tre o quattro volte posizione e cercò di riappiccare il discorso, ma dalle labbra tremanti non gli uscivano che frasi interrotte e senza senso. Ad un tratto si rovesciò sull'angareb, chiuse a poco a poco gli occhi e lasciò sfuggire ilsciboukche cadde a terra spezzandosi. Cercò ancora di rialzarsi, agitò le braccia quasicchè cercasse d'abbracciare qualche cosa che danzavagli dinanzi, poi restò immobile.

Ilreissi alzò e mirò per qualche tempo l'addormentato, il quale era così pallidissimo da scambiarlo per un cadavere. Un sorriso di viva soddisfazione e anche di commiserazione apparve sulle labbra di Ibrahim.

—Ecco un uomo terribile ridotto inoffensivo quanto un fanciullo, mormorò egli. Quando si sveglierà io avrò pagato il sacro debito con Dàud ed egli si troverà senza amante. Povero Notis!

S'avvicinò alwadgie gli mise in mano un tallero.

—Quell'uomo là dorme profondamente, gli disse. Dormirà tutto oggi e probabilmente tutto domani. Portalo in qualche stanza senza fargli male alcuno e se dei beduini vengono a cercarlo, rispondi a loro che tu non l'hai nemmeno visto. Se tutto va bene avrai cinque talleri in regalo.

—Non temere di nulla, vecchio Ibrahim, rispose ilwadgi.

Ilreisuscì dal caffè nel momento che il sole precipitava dietro i monti di Semin e di Lao Lao. Respirò una boccata d'aria, poi si diresse verso il molo sul quale passeggiavano impazientemente Dàud e Omar.

—Eccomi a voi, amici miei, disse avvicinandosi.

—Il greco? chiesero al un tempo il negro e il sennarese.

—Dorme come un serpente, nè si sveglierà prima di quarantott'ore. Gli ho fatto fumare una forte dose di oppio.

—Bravo Ibrahim, disse Dàud, stringendogli energicamente la mano.Andiamo ora alla villa a liberare quella cara amante di Abd-el-Kerim.

—E come si entrerà? interrogò Omar.

—Ci arrampicheremo su per una delle finestre, rispose Ibrahim. Le tenebre calano in furia; noi approderemo senza essere visti ed entreremo nella stanza della prigioniera. Ho qui una fune e con questa discenderemo. Avete le vostre pistole?

—Non manchiamo nemmeno deglijatagan. E i tuoi uomini sono avvisati? Potremmo aver bisogno di loro.

—Non aspettano che il comando di partire, Omar. E i tuoi Dàud?

—Sono sotto le armi.

—Quando è così andiamo e che Allàh ci aiuti.

Saltarono nel canotto, lo allontanarono e si misero a vogar verso la riva opposta dandosi l'aria di pescatori. Salirono per un buon tratto il fiume, poi, quando fu notte oscura, ridiscesero cautamente e approdarono dinanzi alla villa di Notis.

—Vedi nessuno Ibrahim? chiese Dàud.

—Assolutamente nessuno.

—Zitto, mormorò improvvisamente Omar. Abbassatevi tutti.

Alcuni uomini che furono riconosciuti per dei beduini, uscivano allora dalla porta che metteva sul Nilo. Essi presero posto in una barchetta che era lì ormeggiata.

—Cercatelo dappertutto, disse una voce che si capì essere quella dello sceicco Debbeud. Vi sono dei pericoli nell'aria e non è prudente rimaner fuori di notte.

—Sta bene, risposero i beduini.

La barca si allontanò scomparendo fra le tenebre e la porta della villa tornò a chiudersi.

—Hai compreso? domandò Omar a Daùd.

—Perfettamente; vanno a cercare il greco.

—Spicciamoci, amici cari. Ecco là quel tamarindo che mi aiutò ieri a salire fino alla finestra di Fathma. Io mi arrampico, entro nella stanza e getto la corda. Voi rimarrete qui a difendermi nel caso che venga scoperto.

—Siamo intesi, non ti perderemo di vista.

Il negro armò le pistole, onde essere pronto a servirsene qualora ve ne fosse stato bisogno e si avanzò fino ai piedi del tamarindo. Tese l'orecchio per udire se vi fosse qualcuno che girasse nei dintorni, lanciò uno sguardo a dritta e a manca, poi abbracciò il tronco e si mise a salire coll'agilità di una scimmia, fino ai rami. Sostò ancora un momento per ripigliare fiato, indi si mise a strisciare sul ramo, che protendevasi fino ad una delle finestre, con mille precauzioni onde il fogliame non susurrasse o il legno gemesse.

—Ci sei? chiese sottovoce Daùd, dopo qualche istante.

—Ci sono, rispose egli. Attenti.

Guadagnò il davanzale della finestra e guardò entro. Una lampada illuminava fiocamente la stanza e seduta su di un divano vide Fathma: respirò.

Allungò una mano e aprì le imposte. Al cigolìo che mandarono girando sui cardini, l'almeasi levò in piedi non dissimulando un gesto di terrore. Omar si slanciò entro cadendo ai suoi piedi.

—Zitto, Fathma, mormorò egli, vedendo che apriva le labbra per mandare un grido. Zitto, che sono io, Omar, il fedele schiavo di Abd-el-Kerim.

L'almeafu ancora in tempo di arrestare il grido che stava per uscirle. Ella prese la testa del negro fra le mani e l'alzò guardandola con occhi umidi.

—Tu, Omar, tu, balbettò con un filo di voce che la gioia e l'emozione rendevano tremula. Gran Dio! Che vieni a far qui, in questa stanza, dove sono prigioniera?

—Vengo a salvarti, Fathma, vengo a strapparti dalle mani di Notis.

—Ma, disgraziato, non sai dunque che vi sono quindici beduini che vegliano e che potrebbero da un momento all'altro entrare ed ucciderti?

—Che importa a me? Del resto sono armato e ho abbasso degli amici che vegliano.

—Degli amici?

—Sì, Fathma, dei cuori generosi che s'interessarono della tua disgrazia. Non temere di nulla; io ti libererò per ridarti al prode Abd-el-Kerim.

L'almeaemise un gemito e portò ambe le mani al cuore.

—Narrami, Omar, dove trovasi colui che tanto amo. Non so più nulla di lui e non lo rividi più da quel funesto dì in cui fummo separati. È vivo ancora?… Pensa egli alla sventurata Fathma? Parla!… Parla!…

—Sì, è vivo, e trovasi a Gez-Hagida ed è sempre innamorato di te. Fu lui che mi comandò di venire qui e che mi procacciò i mezzi necessari per disertare; mi capisci, fu lui. Ah! se tu sapessi quanto ti ama il mio povero padrone e quanto egli è infelice!

—E perchè non disertò?… Perchè, Omar.

—Ha una donna, una furia che veglia su di lui, che lo segue dì e notte in ogni suo passo e che gli impedisce di fuggire.

—Una donna! mormorò Fathma che si sentì mordere il cuore dalla gelosia. Chi è questa donna? Io voglio saperlo. Omar, lo voglio!

—È sempre Elenka.

—Ah! maledetta!

—Ma non aver paura che abbia a vincerlo. Abd-el-Kerim l'odia talmente che se potesse ucciderla la ucciderebbe.

—Ah! quanto bene mi fanno queste parole, Omar. Sono venti giorni che ho il cuore straziato dalla più terribile gelosia, venti giorni che soffro atrocemente!.. Povero Abd-el-Kerim, potessi farti felice.

—Ma che ti ha fatto quel miserabile Notis?… Ho udito parlare di pugnalate, di…

—Zitto disse Fathma. Quello che fu fu, eppoi sono ormai guarita. Dove sono questi tuoi amici?

Omar la prese per una mano e la condusse alla finestra.

—Guarda, le disse.

—Vedo due uomini.

—Sono i miei amici. Hai paura di discendere da questa finestra attaccata ad una corda?

—Discenderei appesa a un filo di seta.

—Quando è così non perdiamo un sol secondo.

Il negro svolse una lunga corda a nodi che teneva arrotolata attorno al corpo, fissò un capo a una sbarra di ferro della finestra e gettò l'altra nel vuoto. Tosto si videro Daùd e Ibrahim accorrere a prenderlo.

—Andiamo, Fathma, coraggio. Fra cinque minuti saremo lontani da qui.

L'almeasalì arditamente sul davanzale e si appese alla corda: Omar vi si mise allato sostenendola con una mano e la pericolosa discesa cominciò nel più profondo silenzio.

Erano giunti già a mezza fune, quando si udì Daùd intimare:

—Ferma!…

Omar e Fathma si arrestarono tendendo l'orecchio. Non si udiva rumore alcuno, eccettuato il gorgoglìo del Nilo che rompevasi sulle sabbie degli isolotti e il lieve susurrìo delle frondi agitate dal venticello notturno.

—Possiamo discendere? chiese Omar che sentiva Fathma tremare.

Risposero un colpo di carabina e un grido straziante. Ibrahim che si teneva ritto sulla riva barcollò e precipitò nel fiume. I coccodrilli che dormivano lì presso furono pronti a saltargli addosso e a farlo a pezzi.

—All'erta!—-gridò una vociaccia.

—Sali, sali, Omar! urlo Daùd. I beduini!

Sei o sette beduini si slanciarono fuori della villa. Daùd scaricò le sue pistole poi saltò nel canotto e s'allontanò arrancando disperatamente.

—Sali, sali, gridò egli un'ultima volta.

Omar e Fathma, quantunque si trovassero in una posizione terribile non si perdettero d'animo. Aiutandosi vicendevolmente, adoperando le mani, ed i piedi e persino i denti, in meno che lo si dica raggiunsero il davanzale e si slanciarono nella stanza ritirando in furia la corda.

Erano appena entrati che si udì picchiare furiosamente alla porta.

—Aprite! comandò una voce imperiosa. Aprite per tutti i fulmini del cielo!

Omar si scagliò contro di essa colle pistole in pugno, ma non ebbe il tempo necessario per giungervi, poichè violentemente s'aprì e due beduini irruppero nella stanza colle scimitarre alzate.

Fathma gettò un grido.

—Non aver paura Fathma, gridò Omar. Uno, due…

S'udirono due detonazioni. I due beduini colpiti dalle palle delle sue pistole caddero l'un sull'altro colle cervella bruciate.

CAPITOLO V.—La Fuga.

Respinti i primi assalitori, Omar e Fathma comprendendo il gran pericolo che correvano se si lasciavano prendere, si gettarono contro la porta della stanza rimasta semi-aperta. Chiuderla, sbarrarla e ammonticchiarvi dietro tutte le mobilie della stanza, fu per loro due l'affare di cinque minuti.

Avevano appena finito che udirono i beduini salire le scale e arrestarsi sul pianerottolo facendo un fracasso orribile. Un colpo violento fu dato alla porta che tenne duro.

—Aprite, razza di cani idrofobi! gridò Fit Debbeud. Ibrahim, è così che tu tradisci il padrone? Se riesco a pigliarti ti tenaglio le carni in modo da non lasciartene un pezzo attorno le ossa. Apri, per Allàh, apri, animale schifoso.

Omar e Fathma invece di aprire si addossarono tutti e due contro la barricata. Il primo passò una pistola alla seconda.

—Sta attenta, padrona, le disse rapidamente. Nel primo foro che si apre introduci l'arma e spara.

—Apri, animalaccio ripigliò Fit Debbeud con voce arrangolata. Sei morto forse con quella donna da trivio? Ah! se fosse qui Notis!

S'udì un secondo colpo ancor più terribile del primo; l'uscio scricchiolò sinistramente.

—Gettatemi giù la porta, comandò lo sceicco. Voglio ben vedere dove si sono nascosti questi due birbanti. Vivi o morti noi li avremo in mano.

—Omar, mormorò Fathma.

—Non tremare padrona, rispose il negro. Prepara la tua pistola e lascia a me la cura di fugare questo branco di beduini.

—Ma se gettano giù la porta?… Dove fuggiremo noi?

—Prima di entrare dovranno chiedere il permesso alle mie pistole e al miojatagan. Sta attenta, Fathma!

I beduini si misero a battere furiosamente coi calci dei moschetti e colle lancie, ma la porta grossa come era, non si scosse nemmeno. Omar e Fathma già si rallegravano di questo primo successo e stavano per accorrere alle finestre onde chiudere le imposte, quando s'udì Fit Debbeud vociare:

—Andate a prendere una scure! La faremo in mille pezzi!

—Siamo perduti, mormorò involontariamente Omar che provò una stretta al cuore. Fra cinque minuti i birbanti entreranno nella stanza.

—E allora?… chiese Fathma con ispavento. Cadrò ancora nelle loro mani? Omar!

—Armiamoci di coraggio, padrona, e difendiamoci strenuamente. Chissà, forse potremo tener testa fino all'arrivo di Daùd e dei suoi battellieri.

—Credi che verrà?

—Sì, Fathma, egli verrà a liberarci. Orsù, eccoli che ricominciamo l'assalto. Sta attenta a scaricare la tua pistola e cerca, se è possibile, di farmi andare a gambe levate qualcuno di questi beduini. Forse riusciremo a fugarli.

La porta scricchiolò sotto il primo colpo di scure e s'aprì una lunga fessura. Altri quattro colpi la ingrandirono e un fucile fu introdotto.

—Indietro, Fathma! urlò Omar, spingendola bruscamente da un lato.

—Arrendetevi! intimò una voce furiosa.

Il negro invece di rispondere afferrò il fucile per la canna, lo rialzò, puntò una delle sue pistole e fece fuoco. Un urlò accompagnò la detonazione, poi seguì il rumor sordo di un corpo che cadeva a terra.

—Ah! cani! vociò Fit Debbeud. Mi assassinano la gente!

Omar scaricò l'altra pistola; s'udì un secondo urlo e un secondo corpo che cadeva, poi un allontanarsi precipitato di passi e alcune fucilate, le cui palle si incastonarono nella porta. I beduini scappavano giù per le scale gettando urla di rabbia.

—Evviva! esclamò Omar, turando la fessura con alcuni guanciali. Sta attenta Fathma!

In quell'istante s'udirono i rami del gran tamarindo che ombreggiava l'abitazione, scuotersi furiosamente.

—La finestra, Fathma, la finestra! gridò Omar.

L'almealo comprese. Si precipitò verso la finestra e vi giunse nel momento istesso che un beduino si aggrappava al davanzale cercando di issarsi su. Egli allungò una mano, l'afferrò per un lembo del suohabbaras, con una violenta strappata le fece perdere l'equilibrio e s'avventò nella stanza come una tigre cercando di strapparsi dalla cintura l'jatagan, ma era troppo tardi.

Fathma s'era gettata a testa bassa su di lui col pugnale d'Omar in mano. Lo afferrò per la gola e gli sprofondò l'arma fino all'impugnatura nel cuore, gettandolo esanime al suolo.

Era tempo. I beduini, aiutandosi gli uni cogli altri, stavano per giungere alla finestra saltando come scimmie fra i rami dell'enorme tamarindo.

Omar abbandonò per un momento la porta ed accorse in aiuto di Fathma che, strappato l'jataganal morto, cercava di respingere gli assalitori. Con due colpi di scimitarra gettò abbasso due beduini col cranio spaccato, poi, malgrado le fucilate che gli sparavano contro quelli che trovavansi sulla riva del fiume, chiuse e sprangò le imposte.

—Presto, Fathma, diss'egli. Va a chiudere l'altra finestra.

L'almeaubbidì, poi ritornarono tutti e due presso alla porta, dinanzi alla quale si erano radunali Fit Debbeud e mezza dozzina dei suoi, cercando di schiantarla a colpi di scure. Bastò un colpo di pistola per tornarli a fugare.

—Là, così va bene, padrona, disse Omar, ricaricando le pistole. Se a quei birboni non salta in capo di giuocarci qualche tradimento, non riusciranno a spuntarla. È già una buona mezz'ora che Daùd è fuggito, quindi fra non molto sarà qui.

—E credi tu, Omar, che riesciranno a sbaragliare gli assedianti?

—Lo spero, padrona. Daùd ha quindici barcaiuoli, quindici sennaresi di buona razza che non hanno paura di nulla. Essi prenderanno i beduini alle spalle e li costringeranno a battere la ritirata se non vorranno essere presi fra due fuochi.

—E se i beduini si barricano in casa?

—Se quel Fit Debbeud è tanto furbo, corriamo un gran pericolo. Ma ad ogni modo noi fuggiremo, te l'assicuro, e prima che si svegli Notis. È ubbriaco d'oppio e dormirà un pezzo.

—E se lo trovano?…

—Ilwadgiha promesso a Ibrahim di tenerlo nascosto e quell'uomo è incapace di tradirci. Eppoi, quand'anche si svegliasse e venisse qui a dirigere l'assedio lo dirigerebbe per pochi minuti. Il mio primo colpo di pistola è destinato a lui.

—Zitto! esclamò Fathma.

—Olà! gridò Fit Debbeud al di fuori. Guardate il fiume! Guardate il fiume per mille barbe del Profeta!

—Il fiume! mormorò Omar. È Daùd che arriva.

Il negro e l'almeas'accostarono ad una delle finestre e pian piano l'apersero guardando sulle rive del Bahr-el-Abiad.

La notte era oscura per le nubi che si accavallavano in cielo, ma si vedeva a qualche distanza. Essi scorsero due lunghi canotti navigar lentamente sul fiume, cercando di dirigersi verso la riva.

—È Daùd coi suoi uomini, disse Omar all'orecchio di Fathma. Se potesse approdare senz'essere scorto.

—È impossibile, mormorò l'almea. Non vedi i beduini imboscati fra le canne?

Omar si curvò sul davanzale della finestra e guardò fra i canneti. Vide muoversi delle ombre, alzare e abbassare delle lunghe aste che riconobbe essere dei fucili, poi sparire fra il fitto fogliame. Non potè trattenere una bestemmia.

—Ah! cane di Debbeud! esclamò. Impedirà a loro di sbarcare.

—Noi che dobbiamo fare?

—Nulla per ora, stiamo a vedere come vanno le cose. Armiamoci le pistole e teniamoci pronti a tutto, anche a tentare una sortita.

I due canotti erano giunti allora a un duecento metri dalla riva e continuavano ad avanzare senza produrre il menomo rumore. Appena si vedeva l'acqua spumeggiare sotto i remi che si tuffavano con estrema prudenza.

—Ehi! gridò in quel momento Fit Debbeud. Arranca a largo!…

I due canotti si arrestarono come indecisi, poi ripigliarono le mosse con maggior rapidità. In mezzo ai canneti s'udì uno scricchiolio come d'armi che vengono montate e uno scambiarsi di parole. Le cime delle canne qua e là si mossero, poi un lampo rossastro ruppe l'oscurità seguito da una fragorosa detonazione.

—Arranca! arranca! urlò una voce partita da uno dei canotti.

—Fuoco sui canotti! vociò Fit Debbeud.

Sei o sette fucilate tuonarono fra le canne. Al chiaror della polvere accesa furono visti i beduini tuffati fino alle anche nell'acqua e i due canotti pieni di negri armati di fucili, ritti in piedi sui banchi. In mezzo a quelli della prima barca Omar vide Daùd colla scimitarra nella dritta e un revolver nella sinistra.

—Daùd!… Daùd! gridò egli con voce tonante.

—Chi mi chiama? domandò il sennarese.

—Io, Omar!… Attento ai beduini che sono fra le canne!

—Per Allàh!… Grazie Omar, tieni saldo che arrivo. Olà, ragazzi, fuoco fra i canneti, tirate!

I due canotti s'infiammarono empiendosi di fumo e una tremenda scarica tempestò il luogo ove tenevasi nascosto il nemico. S'udirono grida, bestemmie, lamenti, poi si videro delle ombre salire in furia la riva e appiattarsi dietro ai tamarindi e alle palme.

Omar impugnò le sue pistole.

—Fathma, disse rapidamente. Pigliamoli alle spalle. Li vedi?

—Li vedo tutti, rispose l'almeatendendo la dritta armata di pistola e mirando il beduino più vicino, Fuoco. Omar!

Quattro colpi di pistola tennero dietro al comando; due degli imboscati batterono l'aria colle mani e caddero pesantemente a terra. I beduini, fuggirono a rompicollo verso l'abitazione e vi entrarono nel momento istesso che i canotti approdavano.

—Avanti, Daùd, avanti! urlò Omar.

I barcaiuoli posto piede a terra si slanciarono di corsa sulla riva coi fucili in mano, ma vennero arrestati da un fuoco infernale che usciva dalle finestre del primo piano. I beduini, barricatisi e nascostisi dietro le imposte, sparavano a colpo sicuro coi moschetti e colle pistole, urlando come anime dannate.

Due barcaiuoli caddero senza aver avuto nemmeno il tempo di scaricare i loro fucili, ma gli altri si dispersero dietro ai tronchi degli alberi e dietro i rialzi del terreno tirando contro le finestre, crivellando le imposte e le pareti.

Daùd alla testa di tre coraggiosi, sfidando il fuoco degli assediati che andava acquistando una terribile precisione, si spinse fino sotto alla finestra di Omar riparandosi dietro al gran tamarindo. I suoi uomini si gettarono a terra scaricando le loro pistole sulle finestre più vicine.

—Getta una fune! gridò il sennarese.

Lo schiavo di Abd-el-Kerim gettò quella che aveva portato con sè, ma fu troncata da una palla di moschetto.

—Tuoni di Dio! esclamò Daùd. Tutto è contro di noi adunque? Puoi scendere afferrandoti ai rami del tamarindo?

—E Fathma? gridò Omar.

—Sei barricato?

—Sì e posso resistere coll'aiuto di Allàh e del Profeta.

—Sii pronto a tutto. Ora mi vedrai all'opera.

Egli ritornò di corsa verso la riva coi tre uomini che l'avevano accompagnato. I barcaiuoli ad un suo fischio si radunarono dietro a una macchia di bauinie, poi uscirono di corsa avventandosi furiosamente contro la porta.

—Avanti! avanti! aveva comandato Daùd.

La porta assalita colle scuri, coi calci degli archibusi, coi remi, fu scassinata non ostante le scariche tremende e incessanti degli assediati.

I barcaiuoli impugnati gl'jataganirruppero nella abitazione andando a cozzare contro una barricata dietro alla quale si erano riuniti in fretta ed in furia i beduini con Fit Debbeud. Malgrado lo slancio irresistibile furono ributtati e costretti ad uscire dalla stanza per non cadere sotto il fuoco degli assaliti.

Altre due volte Daùd diede il comando dell'attacco e ben altre due volte furono respinti, ma al quarto la barricata fu sfondata. Beduini e barcaiuoli, incontratisi fra i rottami si azzuffarono ferocemente adoperando i coltelli, le pistole, i fucili e persino i denti, assordandosi con urla tremende.

I beduini più numerosi non cedevano però d'un passo e già la peggio volgeva pei barcaiuoli, quando sul pianerottolo della casa apparvero Omar e Fathma colle pistole in pugno. Fit Debbeud e tre dei suoi caddero sotto le loro palle. La morte dello sceicco decise la pugna.

Spaventati, presi dinanzi e alle spalle, i beduini perdettero la testa e si diedero alla fuga per le stanze e precipitandosi dalle finestre si salvarono nelle foreste del Bahr-el-Abiad.

Dieci minuti dopo Fathma, Omar, Daùd e i suoi barcaiuoli abbandonavano la villa e s'imbarcavano sui canotti, salendo la corrente del Nilo Bianco.

CAPITOLO VI.—La Dahabiad di Notis.

Era la mezzanotte, quando i superstiti della spedizione e i liberati mettevano piede sul ponte delladarnasancorata nella piccola baia. Daùd dopo di aver fatto trasportare i feriti sotto il capannone di poppa e adagiare sugliangareb, e d'aver invano pregato Fathma perchè si riposasse, comandò di ultimare il più presto possibile i preparativi di partenza.

Pel momento non vi era pericolo, essendo certi che Notis, ubbriaco d'oppio, dormiva ancora e che i beduini si erano smarriti nelle foreste del Bahr-el-Abiad, ma poteva darsi che al mattino venisse preparata in Quetêna la caccia. Prima che questa si organizzasse, premeva di essere assai lontani per potersi liberamente difendere qualora assaliti.

I barcaiuoli al comando del lororeissi misero febbrilmente al lavoro. I canotti in un lampo furono issati sul ponte, le grandi vele latine furono sciolte e orizzontate e l'àncora fu strappata dal fondo. Ladarnasabbandonò la baia, guadagnò il largo e salì rapidamente e in silenzio la corrente del Nilo, sotto un vento fresco del nord-est.

Dàud si mise in persona alla ribolla del timone per dirigere la nave attraverso i numerosi banchi di sabbia e ai bassifondi di cui è ingombro in quasi tutto il suo corso il Bahr-el-Abiad. Omar e Fathma, fatte portare in coperta tutte le armi trovate nella stiva, trascinare a poppa e caricare il piccolo cannone e mandati alcuni uomini sulle cime degli alberi si affrettarono a raggiungerlo.

—Vedi nulla di sospetto? gli chiese Omar, guardando attentamente le boscose rive del fiume e il villaggio di Quetêna che cominciava a sfumare fra le tenebre.

—Assolutamente nulla, rispose Dàud. Mi pare che nessun pericolo ci minacci, almeno per ora.

—Credi che verremo inseguiti, domandò Fathma, ma senza manifestare emozione alcuna.

Il sennarese parve indeciso.

—Non ho paura di Notis, gli disse Fathma sorridendo. Puoi parlare liberamente.

—Temo che ci si dia la caccia, sorellina cara, rispose ilreis.

—Ma abbiamo ucciso più che mezzi beduini, e anche lo sceicco.

—Che monta? Quando si possiede del danaro nel Sudan si trovano sempre dei soldati. Ti sembra che Notis ti amasse molto?

—Alla pazzia.

—Allora ci inseguirà, ne son sicurissimo. Il maledetto si recherà dalmudir(governatore) di Quetêna, gli farà brillare dinanzi agli occhi un bel gruzzolo di talleri e gli porterà via i dieci o dodici soldati egiziani che formano la guarnigione del villaggio. Delledarnaso delledahabiadve ne saranno sempre per imbarcarli.

—Corriamo un serio pericolo, adunque?

—Non quanto tu credi, Fathma. La miadarnasè una delle più veloci che solchino il Bahr-el-Abiad, e prima di domani avremo passato anche il villaggio di Mahawir.

—E se ci raggiungono? chiese Omar.

—Finchè avremo polvere e palle a bordo ci batteremo, poi sbarcheremo sull'una o sull'altra riva e ci salveremo nelle boscaglie. Però, sono persuaso che gli Egiziani non azzarderanno darci l'abbordaggio se noi ci difendiamo gagliardamente. Quegli uomini del nord non hanno fama di essere coraggiosi quanto noi sennaresi, disse con un certo orgoglio ilreis.

—Credi tu, Daùd, che troveremo ancora Dhafar pascià accampato aGez-Hagiba?

—Non lo credo, Omar. Quando noi lasciammo l'isola, mi dissero che fra qualche giorno sarebbe partito per Om-Qenênak.

—E allora, dove ritroveremo Abd-el-Kerim? chiese Fathma con viva emozione. Gran Dio! Se noi non lo ritrovassimo più?

—Non metterti in capo simili idee, Fathma, rispose ilreis. A Gez-Hagiba io ho alcuni amici pescatori ed essi mi sapranno dire quale via avrà preso Dhafar pascià. Se si sarà diretto al sud, noi saliremo il Bahr-el-Abiad fino a Duêm o meglio ancora fino a Hellet-ed-Danàqla e là noi troveremo i cammelli necessari per dirigerci a El-Obeid. Se vuoi, io ti fornirò di una scorta di uomini fidati che ti faranno raggiungere Hicks pascià. Fra dieci o dodici giorni, ti assicuro che vedrai l'arabo ed Elenka.

L'almea, nell'udire il nome della greca, fremette il volto le si infiammò e strinse convulsamente le pugna.

—Ah! esclamò ella con impeto selvaggio. Potessi alla fine trovarmi di fronte a quella iena.

—Che le faresti?

—L'annienterei, la farei a brani, in modo da non lasciarle un pezzo di carne attorno alle ossa.

—La odii immensamente adunque?

—Come un'araba può odiare la sua rivale; come un'araba che fu sferzata dalla sua rivale; come un'araba che fu resa infelice dalla sua rivale. Puoi indovinare ora fino a qual punto io odio Elenka.

—Olà! gridò in quel mentre un barcaiuolo. Guarda a prua!

Daùd alzò gli occhi e vide una gran barca che scendeva silenziosamente la corrente, tenendovi vicina alla riva destra. Gli parve di conoscerla.

—Se non m'inganno, diss'egli ai suoi compagni, quelladarnasappartiene alreisAbu Scioqah mio amico. Sarebbe una bella occasione per avere qualche notizia sugli avvenimenti che accadono nell'alto Nilo.

—Che venga da Gez-Hagiba? chiese Omar.

—Potrebbe darsi.

—Interrogalo, disse Fathma. Potremo avere notizie di Dhafar pascià.

—Olà, Abu Scioqah! gridò Daùd facendo portavoce delle mani.

A prua delladarnasapparve un'ombra biancastra.

—Chi chiama? domandò raucamente.

—Daùd. Da dove venite?

—Ah! sei tu, amico! esclamò quell'uomo con un tono di voce meno brusco. Dove ti rechi? Se oltrepassi Woad-Scelai e l'isola di Gez apri bene gli occhi.

—Perchè? Vi sono degli egiziani?

—Altro che egiziani! La riva sinistra è occupata da una banda di maledetti Abù-Rof. Ti bombarderanno per tre o quattro miglia.

—Hai veduto Dhafar pascià e la sua armata a Gez-Hagiba?

—Sono partiti da una settimana pei monti d'Arax-Kol, Buona fortuna,Daùd, e guardati dagli Abù Rof.

—Grazie, Abu Scioqah, sarò prudente.

Ladarnasdi Abu scomparve poco dopo nelle tenebre.

Daùd per ogni precauzione, spinse la sua sotto la riva destra.

—Avete capito, amici miei? chiese egli, dopo qualche istante di silenzio.

—Ho udito, rispose Omar, ma noi passeremo anche sotto il naso degliAbù-Rof. Per raggiungere Dhafar pascià bisogna che noi approdiamo aHellet-ed-Danàqla. È là che noi sapremo qualche cosa di giusto.

—È quello che penso pur io. Orsù, silenzio adesso e teniamo gli occhi bene aperti e gli orecchi ben tesi. Non dimentichiamo che abbiamo Notis a Quetêna. Tu, Fathma, puoi andare a dormire che ne hai bisogno.

—Ho sempre paura che accada qualche disgrazia.

—Non succederà nulla, sorellina, eppoi, se veniamo inseguiti, ti chiameremo. Va a coricarti nel casotto.

L'almeaubbidì e si sdrajò su di unangarebsotto la tettoia; Daùd e Omar si arrampicarono invece sugli alberi cogli occhi volti verso il nord per vedere se le barche di Quetêna li inseguivano.

Ladarnas, grazie al vento che si manteneva assai fresco, continuò a salire la corrente del Nilo cosparsa d'una moltitudine d'isole, isolotti e bassifondi formanti una rete inestricabile di canali e canaletti, fugando i coccodrilli e gli ippopotami che guazzavano rumorosamente fra le acque.

Le rive del fiume erano sempre deserte. Da una parte e dall'altra non si scorgevano che gigantesche e fitte foreste che venivano a curvarsi nelle acque, qualche pezzo di terreno coltivato adurahin mezzo al quale andavano e venivano allegramente bande d'ippopotami affaccendati a saccheggiarlo, e assai di rado qualche capanna, e quasi sempre crollata o sfondata.

Alle due di notte sulla riva destra apparve il villaggio di Mahawir, attruppamento di capanne coniche e sede di una popolazione di barcaiuoli e pescatori la maggior parte dei quali si alleano agli arabi Abù-Ròf per esercitare la tratta degli schiavi a rubare ragazzi in questa o quella borgata. Daùd avrebbe voluto arrestarsi e confondere la suadarnasin mezzo a molte altre ancorate dinanzi al molo, ma la paura di venire scoperto e forse preso fra due fuochi lo decise a continuare il cammino.

Alle quattro, nel momento che l'alba cominciava a spuntare all'orizzonte, giunsero all'estremità settentrionale di Gez-Hagiba, isola assai allungata che divide il Bahr-el-Abiad in due grandi canali navigabili.

Possiamo arrestarci, disse Daùd a Omar. Abbiamo percorso già un bel tratto di via e sono persuaso che nessuno ci annoierà pel rimanente della notte. Domani, se sarà possibile, chiederò informazioni più precise sulla via presa da Dhafar pascià.

—Non temi adunque che il greco c'insegua?

—No, per ora. Del resto abbiamo su di lui un vantaggio di oltre quarantacinque miglia.

In quel momento si udì in lontananza una scarica di fucili seguita da un grand'urlìo. Omar prese le mani di Daùd stringendogliele fortemente.

—Hai udito? gli chiese con vivacità.

—Sì, rispose ilreis.

—Chi credi che siano?

—Non lo so.

—Che sia il greco?

—Non lo credo. Siamo distanti non troppe miglia da Mahawir e potrebbe darsi che questa scarica sia stata sparata nel villaggio.

—Ma queste grida?…

—Hai ragione, mi parvero vicine. Forse saranno state emesse da qualche banda di Abù-Ròf. Adesso che ci penso, potrebbe trattarsi dell'attacco di qualche carovana che costeggia il fiume. Tu sai già che siamo in un paese di ladroni.

Omar crollò la testa. Una seconda scarica di fucili s'udì accompagnata da grida selvagge. Fathma uscì dalla tettoia correndo verso i due negri.

—Che succede? chiese ella con voce visibilmente alterata. Siamo inseguiti?…

—Non ispaventarti, sorellina, disse Daùd colla maggior calma del mondo. Tirano delle fucilate e nulla di più.

—Non ho mai avuto paura, Daùd, disse con fierezza l'almea. Se corriamo un pericolo puoi parlare liberamente; non farò altro che prendere il fucile e battermi a fianco dei tuoi uomini.

—Lo so che le arabe sono intrepide.

—E dunque?

—Per ora non sappiamo nulla.

—Non ti pare prudente riprendere la navigazione?

—Se ci inseguono ci raggiungeranno lo stesso. È meglio rimanere qui anzichè correre: il rischio di venire assaliti nelle vicinanze di Woad-Scelai. Gli abitanti del villaggio potrebbero moschettarci.

—Ohe! gridò un sennarese dall'alto dell'albero di maestra.

—Guarda unadahabiadche corre su noi!

—Per la barba di mio padre! esclamò Daùd, saltando verso poppa. Che sia proprio il greco?

Si slanciò sul cassero, seguito da Fathma, da Omar e da mezzo equipaggio. A seicento passi da poppa essi scorsero unadahabiadgrandissima che saliva il fiume a vele e a remi. Sul ponte vi erano parecchi uomini vestiti di bianco e armati di fucili colla baionetta inastata.

Daùd impallidì leggermente e la sua destra corse all'impugnatura dell'jatagan.

—Per Allàh! mormorò egli con ispavento. Chi sono essi?….

—Il greco! esclamò Fathma.

—Lo vedi? chiese Omar.

—Sì, eccolo là a prua… È lui, Omar, è lui.

—Tuoni di Dio! Come si è svegliato?…

—Chi va là? gridò una voce partita dalladahabiad.

—Che nessuno risponda, comandò Daùd. Prendete i fucili e stendetevi sul cassero. Tre uomini al cannone!

I barcaiuoli in men che si dica s'impadronirono dei fucili e si sparpagliarono pel ponte e pel cassero nascondendosi dietro a tuttociò che poteva offrire un riparo contro le palle del nemico. Tre di loro, i più abili e i più coraggiosi si gettarono sul cannoncino che fu puntato sulladahabiad; la miccia venne accesa.

—Calma e coraggio, disse Daùd. Tu, Omar, rimarrai al mio fianco pronto a comandare l'abbordaggio se il nemico arriva fino a noi, e tu, Fathma, ritirati sotto la tettoia. Per prenderti bisogna che passino sui nostri corpi.

L'almeasi rizzò fieramente con gli occhi accesi.

—Io qui rimango, diss'ella. Voi vi battete per me e io mi batterò per voi.

—Ma la pugna sarà forse tremenda. Vi saranno dei cadaveri e del sangue.

—E credi tu che laFavorita del Mahdiabbia paura del sangue? Ho assistito senza tremare al massacro degli 8000 egiziani di Yussif a Kadir e meno tremerò oggi che abbiamo a massacrare un pugno d'uomini.

Strappò un fucile dalle mani di un barcaiuolo e andò ad appostarsi dietro a una cassa, gridando:

—Tutti a posto di combattimento. Attenti al comando!

—Brava, Fathma! gridò Daùd entusiasmato. Noi ci batteremo al tuo fianco.

—Chi va là! chiese la voce di poco prima.

—Fathma! rispose l'almeasenza esitare. Chi mi vuole si faccia avanti!

S'udì un urlo di gioia feroce alzarsi sulladahabiad. Daùd e Omar si inginocchiarono ai fianchi dell'almeaarmando rapidamente i moschetti.

—Attenzione! gridò ilreis.

Ladahabiaddi Notis era giunta allora a cinquecento passi di distanza e continuava ad avanzare a vela e a remi con gran furia. Una ventina di soldati egiziani invasero il ponte affollandosi sulla murata di prua e puntando i lororemington.

—Vedete quell'uomo che è ritto a prua? chiese Fathma alzando il moschetto verso di lui.

—Sì, dissero Omar e Daùd. È Notis.

—Ebbene, il primo colpo è destinato a lui. Che il Profeta mi punisca se io non l'abbatto.

—Fuoco! gridò in quell'istante una voce.

Si videro i soldati egiziani abbassare un dopo l'altro iremingtonin direzione delladarnas. Un gran lampo ruppe le tenebre seguito da numerose detonazioni e dal crepitìo di legno che fendevasi sotto la tempesta di palle. Un barcaiuolo che trovavasi a cavalcioni della murata di poppa occupato a caricar il suo moschetto, precipitò nel fiume.

—Fermi tutti! urlò Daùd, vedendo che alcuni uomini correvano alle murate per cercar di pescare il compagno. È uomo morto. A te, Fathma!

L'almeabalzò in piedi come una tigre, colla carabina in mano, slanciandosi a poppa.

S'udì una bestemmia alzarsi sulladahabiadegiziana e fu visto un uomo aggrapparsi a una corda e sollevarsi sulla prua.

—Ira di Dio, è lei! esclamò quell'uomo.

—Sono io, Notis! gli gridò Fathma con inesprimibile accento d'odio.Guardati che ti ammazzo!

Ella puntò verso di lui la carabina. Il greco cercò di scendere, ma s'avvide che non era più in tempo.

—Uccidetela! Uccidetela! urlò egli con voce spaventata.

Alcuni egiziani tirarono su Fathma, ma senza colpirla.

Ella premette il grilletto e Notis capitombolò sul ponte del suo legno, bestemmiando Dio e gli uomini e dibattendosi disperatamente in un lago di sangue.

—Sono vendicata! gridò Fathma. Fuoco sulladahabiad. Daùd! Fuoco!

Ladarnass'empì di fumo. I sennaresi s'alzavano dietro ai ripari scaricando le loro carabine. Gli egiziani che si erano radunati attorno al caduto, andarono sotto sopra, salvandosi dietro alle casse e ai barili, sparando a casaccio le loro pistole. Il cannone cominciò a tuonare schiantando l'albero di maestra che cadde con un gran fracasso sul ponte coprendolo per intero coll'immensa sua vela.

—Bravi, così, fuoco sull'altro albero! urlò Daùd. Ammazzatemi quelle canaglie spaventate, fracassatemi il timone, che vadano a sfasciarsi su qualche isolotto. Fuoco, perdio, fuoco nutrito! Evviva Fathma!

L'albero di trinchetto precipitò come l'albero maestro, rompendosi in due pezzi. Una confusione indescrivibile non tardò a succedere sul ponte delladahabiadche incominciava a indietreggiare, minacciando di arenarsi sulle isole sabbiose. Si comandava, si gridava, si bestemmiava, si sparava e gli uomini cadevano a due a tre alla volta. Parecchi feriti urlavano di già sul ponte, contorcendosi fra i rivi di sangue, sepolti fra i rottami dell'attrezzatura e sotto le vele.

I sennaresi, visto che i nemici non erano più in grado di rispondere, erano saltati fuori dai nascondigli e bersagliavano con una precisione terribile tutti quelli che commettevano l'imprudenza di mostrarsi. Tre o quattro di loro si erano messi al cannone e avventavano tremende scariche di mitraglia che spazzavano da un capo all'altro la barca nemica aprendo larghe fessure nei madieri e schiantando le murate.

Per dieci minuti gli egiziani si lasciarono moschettare perdendo parecchi di loro, ma a poco a poco la calma si ristabilì a bordo delladahabiad. Improvvisata a prua una barricata coi rottami degli alberi e colle casse e le botti, cominciarono ad avanzare a forza di remi rispondendo gagliardamente al fuoco dei sennaresi, mostrando l'idea di venire ad un abbordaggio e quindi ad un combattimento a corpo a corpo.

—Ah! razza di cani! esclamò Daùd, afferrando una scure. Avete del sangue nelle vene! Olà, attenti ad ammazzare il primo che dà l'abbordaggio. Se arrivano sul ponte noi siamo perduti.

—Tutti a poppa! gridò Fathma che caricava e scaricava la sua carabina tenendosi ritta in mezzo al cassero. Attenti all'urto! Al cannone, al cannone!

Fra i due legni s'impegnò una terribile pugna. I sennaresi, che avevano tutto da temere dall'abbordaggio degli egiziani, superiori assai di numero, si precipitarono come un sol uomo a poppa aprendo un foco infernale coi fucili e colle pistole. Il cannone manovrato da Omar ricominciò a tuonare a mitraglia, sconquassando la barricata degli egiziani.

Con tutto ciò ladahabiadprocedeva sempre a balzelloni, urtando spesso contro le isole sabbiose. Spinta innanzi con tutta velocità, andò finalmente a cozzare furiosamente colla prua contro la poppa delladarnas.

S'udì uno scriscio formidabile che fu subito coperto dalle detonazioni delle armi da fuoco e dalle grida dei combattenti. Gli egiziani incoraggiati dalla voce del lororeis, cercarono di salire sul ponte delladarnas, ma si trovarono dinanzi i sennaresi con a capo Omar, Daùd e Fathma. I primi che salirono caddero sotto le loro scuri e i lorojatagan; gli altri dopo di aver tentato di resistere a colpi di baionetta, si ripiegarono in massa a poppa, dove più di un terzo caddero sotto una scarica di mitraglia sparata a bruciapelo.


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