Chapter 7

Il ponte si coprì di cadaveri e di feriti. Ladahabiadabbandonata a sè stessa, senza alberi, senza remi, col timone fracassato e la prua tutta sconquassata e sdruscita, si sbandò sul tribordo crepitando e si allontanò rasentando gl'isolotti e solcando i bassi fondi ingombri di piante acquatiche.

Per qualche tratto fu visto arrestarsi or qua e or là vibrando di bordo, poi sparve da una svolta del fiume. S'udirono ancora in lontananza grida, comandi, bestemmie, gemiti, detonazioni, poi il silenzio tornò, rotto appena appena dal gorgoglìo della corrente che si rompeva sulle sabbie dei banchi.

CAPITOLO VII.—Gl'insorti.

Respinti gli egiziani, medicati in furia i feriti che fortunatamente non oltrepassavano la mezza decina e riparati alla meglio i danni sofferti dalladarnas, Daùd radunò attorno a sè i suoi uomini per consigliarsi su quello che dovevasi fare. Quantunque avessero la sicurezza che Notis era morto o almeno gravemente ferito e che ladahabiadfosse stata ridotta in uno stato deplorevole, avevano paura che i superstiti riuscissero a guadagnare il villaggio di Mahawir e che lì organizzassero una seconda e assai più forte spedizione. Questa supposizione decise i sennaresi a sciogliere le vele e rimmettersi prestamente in viaggio prima che capitassero altri malanni anzi alcuni proposero di cacciarsi nel braccio sinistro del fiume onde evitare di passare dinanzi al villaggio di Woad-Scelai che trovasi sulla riva del braccio destro, proposta che fu dalreisaccettata.

Alle quattro del mattino ladarnaslasciava l'ancoraggio, inoltrandosi nel canale formato dall'isola di Gez-Hagiba, qua e là cosparso di banchi sabbiosi e di isolette boscose sulle quali russavano fragorosamente bande d'enormi ippopotami e sonnecchiavano mostruosi coccodrilli. I barcaiuoli per meglio dirigere la navicella, diedero mano ai remi, misurando la battuta con un canto monotono che ilreisdi quando in quando intonava.

Erano pochi minuti che navigavano, quando in lontananza si udirono fragorose scariche di fucili e urla indescrivibili che andavano man mano crescendo d'intensità. Daùd, Omar e Fathma che si trovavano a prua segnalando i bassi fondi, furono presti ad accorrer a poppa per vedere di che si trattava. In sulle prime non distinsero nulla, ma poco dopo, ad un miglio di distanza, videro alzarsi al disopra degli alberi una grossa nube di fumo biancastro.

—Oh! fe' Daùd, crollando la testa. Quello là è fumo di fucilate. Cosa mai succede laggiù? Che accada un combattimento?

—Pare di sì, disse Fathma. Odi queste grida? Se non m'inganno sono grida di guerra.

—Forse sono due tribù che si scannano, osservò Omar. La guerra dura eterna in questi luoghi.

—Per Allàh! esclamò Daùd battendosi la fronte. Attaccano ladahabiaddegli egiziani. Deve essersi arenata su qualche isolotto a un miglia di qui, ne sono sicurissimo, poichè non potevano più dirigerla.

Amici miei, la fortuna c'è ancora una volta propizia.

—Ma chi vuoi che attacchi dei soldati egiziani?

—Gl'insorti, Omar, i guerrieri di Mohamed Ahmed. Non hai udito un'ora fa, prima che venissero assaliti, una scarica di fucili? Erano i ribelli che pigliavano a moschettate ladahabiad.

—Vuoi che gl'insorti si sieno spinti di già fino al Bahr-el-Abiad?

—E perchè no? Da El-Obeid al Nilo non vi corre una grande distanza. Eppoi, tutto il paese è insorto e le popolazioni si mettono in campagna da un'ora all'altra.

—Non vi sono inglesi adunque da queste parti? chiese Fathma.

—Sì, ho udito dire che il colonnello Coetlegan, con un corpo ragguardevole di egiziani, si aggira sulle rive del Nilo, passando or qua e or là per tenere lontani i ribelli, ma non può essere dappertutto. Vi dico io che i guerrieri del Mahdi attaccano ladahabiad.

—Allora corriamo pericolo anche noi di essere assaliti.

—Sì, se non ci spicciamo a salire il fiume. Per fortuna la darnas è abbastanza solida per affrontare delle fucilate e siamo ancora in buon numero per rispondere all'attacco.

—Zitto, state a udire, disse Fathma.

Ognuno zittì e tese gli orecchi. Le scariche di fucili cessarono tutto d'un tratto e così pure le grida di guerra degli insorti, ma un momento dopo nuove urla echeggiarono per l'aria, ed erano disperate, strazianti, come di persone che vengono assassinate. Daùd involontariamente rabbrividì.

—Gli hanno scannati! mormorò egli con ispavento.

Un sorriso sinistro increspò le labbra di Fathma.

—La vendetta è completa, diss'ella freddamente. Se Notis non era morto, ora lo è. Il Profeta ha esaudito i miei voti.

—L'odiavi ben terribilmente, Fathma.

—L'odiavo a morte, Daùd. Or che lui è morto non mi resta che Elenka da combattere, e per quanto sia feroce e forte, io la infrangerò. Si tratta di sapere ora dove Dhafar pascià l'avrà condotta.

—Noi lo capiremo, padrona, disse Omar, e fra non molto. Il campo egiziano, quando io disertai, era situato a sei o sette miglia da qui. È probabile che noi abbiamo a trovare qualche arabo che ne sappia qualche cosa.

—E se non lo trovassimo?

—Scenderemo fino all'isola di Tura-el-Chadra, giacchè abbiamo preso questo braccio del fiume, e andremo a Keranek dove mi si disse che si aveva accampato Hicks pascià. Andiamo, Daùd, di' ai tuoi uomini di allungare la battuta, prima che gl'insorti abbiano a raggiungerci. In questi luoghi spira vento poco buono per noi.

—Hai ragione, Omar, rispose il reis.

Emise un grido gutturale e intonò a mezza voce la seguente strofa:

«Quando la donna bianca cammina, la terra toccata da' suoi piedi mette odor di muschio».

I barcaiuoli subito dopo allungarono la battuta dei remi, raddoppiando la forza e rispondendo festevolmente:

—Elissa!

Ladarnassotto quei vigorosi colpi accelerò la corsa, fendendo rumorosamente l'acqua coll'affilata prua e lacerando le grandi distese di piante di loto che formavano inestricabili reti fra i banchi subacquei.

Cominciava allora ad albeggiare all'oriente e permetteva ai naviganti di osservare le due rive della gran fiumana, magnifiche sì, ma affatto deserte. Non un villaggio, non untugul, non unazeribak, ma invece grandi e pittoresche foreste che si curvavano sulla corrente e ai loro piedi, immerse in parte nell'acqua, grandi piantagioni di papiri, i famosipapyrusdegli antichi, piante alte dai due ai tre metri, grosse come un braccio d'uomo, ristrette superiormente e terminate da un ombrello amplissimo, elegante, formato da otto larghe foglie spadiformi ornate di bellissimi fiori bianchi. Gli egiziani, cui danno il nome diberb, se ne servivano anticamente per fabbricare la carta da scrivere colle lamine della corteccia, intrecciando il fusto in forma di tessuto, facevano vasi superbi colle lunghe e striscianti radici, costruivano barche che incatramavano e, secondo Plinio, ricavavano persino vestimenta e vele colla corteccia interna tessuta.

Di quando in quando dalle foreste uscivano svolazzando rapidamente bellissime ibis religiose, uccelli grossi come polli, colle penne bianchissime ma orlate di nero alle estremità delle ali ed al collo, muniti di lunghissimi becchi ricurvi di cui se ne servono per pescare i molluschi o i vermi delle rive del Nilo. Talvolta invece uscivano bande di pellicani grossissimi, con brevi gambe, forti ali, coda rotonda becco enorme la cui mandibola inferiore ha la figura di due branche e che sostiene una specie di sacco formato da una membrana sottile, nuda, che serve a loro di deposito per collocarvi il pesce pigliato. Ve n'erano delle centinaia sui banchi, di questi uccelli, occupati a spennacchiarsi e facendo un baccano del diavolo.

Per tutto il dì ladarnascontinuò a navigare costeggiando ora le due grandi isole che dividono il fiume in due bracci distinti, il vero Bahr-el-Abiad e il Ch-el-Ale, sperando sempre di scorgere qualche posto di egiziani dell'esercito di Dhafar pascià, ma senza nulla trovare.

Verso le sei della sera, con buon vento giunse nelle vicinanze della costa meridionale dell'isola Tura-el-Chadra, all'est della quale sorge il villaggio di Duêm. Fathma avrebbe voluto scendere a terra per vedere se potevasi trovare qualche barcaiuolo o qualche contadino e interrogarlo sulla direzione presa da Dhafar, ma Omar, che temeva e non a torto, che nelle vicinanze accampasse qualche banda d'insorti, credette bene di opporsi e di tirare innanzi.

La notte non tardò a scendere con quella rapidità che è propria nelle regioni equatoriali, avvolgendo in un nero manto le boscose rive dalla fiumana. Daùd, che non si sentiva del tutto tranquillo, fece spiegare tutta la tela che era a bordo per non essere raggiunto da qualche canotto di insorti che poteva tenersi celato fra i papiri o le canne e si mise in persona alla ribolla del timone dopo di aver fatto caricare il cannone e portare armi e munizioni in coperta.

Erano le dieci di sera. La luna si alzava scialba scialba dietro le montagne di Arax-Kol, i cui picchi aguzzi apparivano al disopra delle foreste e un venticello fresco fresco corrugava la placida superficie delle acque e piegava con lieve mormorìo le canne e le grandi foglie dei papiri.

Sulle rive del fiume ruggivano, ridevano o urlavano leoni, jene e sciacalli che si dissetavano e in mezzo alla corrente scherzavano giganteschi coccodrilli spruzzando ladarnascolle possenti loro code. D'improvviso in distanza echeggiò un gran grido rauco, selvaggio, ma umano. Si avrebbe detto un segnale, un richiamo, un grido d'allarme.

Daùd e i barcaiuoli appena uditolo si erano tutti alzati scrutando attentamente le rive del fiume. Presentivano istintivamente che qualche pericolo li minacciava.

Passarono sei o sette minuti, poi quel grido tornò a ripetersi, più vicino, più forte, più vibrante facendo cessare d'un subito il concerto orribile delle belve attruppate sulla riva. Ilreissi affrettò a portarsi a prua dove s'incontrò con Omar che stava armando la sua carabina.

—Hai udito? chiese il sennarese a bassa voce.

—Perfettamente. Daùd, rispose il negro.

—Che ne dici?

—Che quel grido fu un segnale.

—Degli insorti?

—Ho tutte le ragioni per crederlo mandato da qualche sentinella degli insorti. Stiamo attenti, Daùd che possiamo venire attaccati.

—Se ritornassimo?

—Gl'insorti ci attaccheranno egualmente, ne sono sicuro. Tiriamo invece innanzi più rapidamente che ci è possibile, Se possiamo giungere all'estremità sud dell'isola potremo salvarci a Keranek che non dista che poche miglia dalla riva sinistra del fiume e una volta…

—Taci! disse improvvisamente ilreis. Odi?

Omar tese l'orecchio. Sulla riva sinistra si udiva il cigolìo monotono ed insieme lamentevole che fanno le ruote dei mulini girando sui consunti perni ed un muggito di buoi. Quasi subito, ad una svolta del fiume, apparvero tre o quattro ruote gigantesche in movimento.

—Vi sono dellezacchie, disse Omar. Allora vi sono dei guardiani.

Infatti erano quattrozacchieche inaffiavano dei campi didurah. Questezacchie, che sono numerosissime sulle rive del Nilo, consistono in una ruota perpendicolare alla quale sono attaccati con corde moltissimi vasi di terra. Ogni ruota comunica con un'altra orizzontale fornita di un grosso perno mosso dalla forza di due tori che girano scambievolmente dì e notte su di un impalcato di legno cosparso di terra. Gli Egiziani e i Sennaresi amano molto il cigolìo di queste ruote, prodotto artificiosamente con un miscuglio di grasso e di carbone pesto e apprezzano lezacchieche cigolano forte poichè tengono sveglio il ragazzo che vigila sui tori, quindi queste non si fermano, e allontanano gl'ippopotami che potrebbero ucciderli. Hanno anche premura che il cigolìo continui sempre poichè credono che se cessasse, cesserebbe pure la vita del proprietario.

La presenza di quellezacchieche continuavano a girare cominciava a rianimare i barcaiuoli, i quali supponevano che il grido udito fosse stato mandato da uno dei guardiani. Omar già stava per chiamare uno di quegli uomini per chiedere che significasse quel segnale, quando un urlo prolungato, straziante, ruppe il silenzio che regnava sul fiume. Qualche cosa di grande e di nero cadde nell'acqua sollevandola a grande altezza. Quasi subito si videro i coccodrilli nuotare in furia verso la riva sinistra e li udirono chiudere le grandi mascelle con un rumore analogo a quello che fa un cassone chiudendosi.

—Oh! fe' Omar che cadeva di sorpresa in sorpresa. Che diavolo succede?

Un altro grido scoppiò poco dopo seguito da un altro tonfo. Altri coccodrilli che sonnecchiavano sui banchi di sabbia, si slanciarono in acqua nuotando verso lezacchie. Tutti i barcaiuoli, ansiosi e un po' sgomentati, si precipitarono a tribordo coi fucili in mano, cercando di indovinare ciò che succedeva sulla riva sinistra.

—Che succede? chiese una voce calma dietro a Omar.

—Ah! sei tu padrona? disse lo schiavo riconoscendo Fathma.

—Sì, che significano queste grida e questi tonfi?

Omar in poche parole la mise al corrente dell'accaduto, esponendo i suoi timori sulla probabile vicinanza degli insorti.

—Credi tu che queste grida provengano dai guardiani dellezacchie? domandò l'almeaquando egli ebbe finito.

—Sì e temo che quei corpi gettati nel fiume e che i coccodrilli stanno disputandosi, non siano altro che quelli dei poveri diavoli assassinati.

—Allora corriamo un serio pericolo.

—Sicuro, padrona, ed è per questo che non sappiamo se avanzare o dare indietro, disse Daùd. Che faresti tu?

—Andrei innanzi, rispose Fathma senza esitare. Non ho paura dei ribelli.

—E così sia; sforzeremo il passo.

Non aveva ancora finito l'ultima parola che un baccano spaventevole scoppiò sulla riva sinistra. Era un misto di urla, di fischi, di abbaiamenti, la più spaventevole cacofonia insomma, che mai abbia ferito l'orecchio umano. Sei o sette fuochi s'accesero comunicandosi allezacchieche in un batter d'occhio furono in preda alle fiamme e al chiarore rossastro di quegli incendi furono visti grossi attruppamenti di negri imboscati fra le piante didurahe fra i papiri.

—Attenzione! gridò Daùd, balzando indietro.

Una scarica formidabile partì dalla riva seguita da urla ancora più formidabili; una grandine di palle cadde sibilando sulladarnasforando le vele, recidendo le corde, colpendo coloro che non avevano avuto il tempo di ripararsi dietro la bordatura.

—Fuoco! tuonò la voce di Fathma.

Ladarnass'infiammò come un cratere. Al crepitar della fucilata si unisce il rimbombo del cannone che tira a mitraglia contro le ardentizacchiee contro gl'insorti che le circondano. S'odono urla di dolore, bestemmie, comandi precipitati, tonfi di uomini che colpiti a morte cadono nel fiume. I coccodrilli si gettano confusamente verso la riva presso la quale galleggiano numerosi torsi d'ebano già resi immobili od ancora in preda a spaventevoli convulsioni.

—Ai remi, ai remi, grida Daùd.

Alcuni barcaiuoli, sfidando il fuoco degli insorti che cresceva terribilmente, si slanciarono ai remi, ma caddero a mezzo ponte. Ladarnas, abbandonata a sè stessa per la morte del timoniere, girò di bordo e andò ad arenarsi colla prua contro un isolotto. L'urto che accadde fu così violento che gli alberi si spezzarono cadendo colle immense loro vele. Due barcaiuoli rotolarono sul ponte colle teste sfracellate.

Sulladarnasregnò in breve la confusione. I barcaiuoli, perduto il loro sangue freddo, si slanciarono a poppa coll'intenzione forse di abbandonare la barca e salvarsi sulla riva opposta, ma il fiume era pieno di coccodrilli venuti da tutte le parti per prendere parte a quell'orgia di carne umana, di più la fucilata dei ribelli continuava terribile, lacerando l'aria per ogni dove.

—Mille saette, tutti a prua! urlò Daùd. Tutti a prua, cani di barcaiuoli!

—A prua! a prua! ripetè Fathma, che rispondeva bravamente al fuoco del nemico.

I barcaiuoli compresero il pericolo e ritornarono dietro la bordatura di prua, riparandosi meglio che era possibile. Era tempo.

Gl'insorti, vista ladarnasarenata, si erano gettati tutti in acqua fugando i coccodrilli a colpi di lancia e si arrampicavano a dozzine sui banchi sabbiosi portando seco enormi travi colle quali speravano di sfondarla. La fucilata, interrotta, ricominciò ancora più furiosamente, serrata, implacabile, mortale.

La mitraglia fischiava sollevando le acque, scarnando orrendamente coloro che venivano tocchi dai proiettili; il sangue correva a torrenti e arrossava le onde del Nilo. Le canne dei fucili scottavano: erano ardenti.

I ribelli arrivano a decine, a dozzine, a ventine, a trentine, agitando freneticamente le scimitarre, le lance, le mazze, i fucili, sfidando imperterriti il fuoco infernale delladarnase cercando di arrampicarsi sul bordo urlando a chi più può. I barcaiuoli, ai quali l'imminenza del pericolo infondeva un disperato coraggio, si difendevano strenuamente coi fucili, colle pistole, cogl'jatagan, colle scimitarre, colle scuri e persino coi remi, martellando, puntando, forando, schiacciando, tagliando in piena carne. Daùd, Omar e l'intrepida Fathma colle scimitarre in pugno troncavano tutte le mani che cercavano di aggrapparsi al bordo delladarnase spaccavano orribilmente le teste che s'alzavano verso di essi.

Era una carneficina, uno spaventevole massacro che la luce rossastra dellezacchiein fiamme rendeva ancor più orribile. I barcaiuoli, anneriti dalla polvere, madidi di sudore e di sangue che colava dalle ferite, non potevano più far fronte a quell'onda di ribelli che ingrossava ad ogni istante e che si precipitava ciecamente all'assalto mugolando come una banda di tigri. Già più che mezzi sfiniti, esangui, avevano abbandonato il posto ed erano caduti sul ponte rantolando, quando un cozzo formidabile avvenne a prua.

Ladarnas, spinta all'indietro da una forza irresistibile, lasciò il banco e tornò a galleggiare, indietreggiando. Una trave avventata da quindici o venti uomini uniti, l'aveva percossa sotto la ruota di prua schiantando due o tre madieri; tutti i barcaiuoli, perduto l'equilibrio, caddero sul ponte fra le urla indescrivibili dei negri che non ardivano gettarsi in acqua ove nuotavano sempre numerosissimi coccodrilli occupati a rimpinzarsi della carne dei cadaveri.

Quando si rialzarono per accorrere ai remi un gridò d'angoscia sfuggì da tutti i petti. Ladarnas, spezzata a prua dalla spaventevole botta, imbarcava enormi getti d'acqua, affondando rapidamente!

CAPITOLO VIII.—La zattera.

La situazione era disperata, spaventevole: s'avvicinava una tremenda catastrofe. Ladarnas, colla prua sfondata, il timone schiantato, senz'alberi, senza vele, andava disordinatamente alla deriva virando da babordo a tribordo sotto il fuoco infernale degli insorti, che vista la preda sfuggire, urlavano furiosamente. L'acqua entrava a gran flotti dalla falla, fischiando fortemente e invadeva a poco a poco il ponte sul quale cercavano di issarsi a colpi di coda mostruosi coccodrilli colle mascelle spalancate.

Per alcuni momenti a bordo delladarnasregnò una confusione indescrivibile. I barcaiuoli, ridotti a soli sette, più o meno feriti, pazzi dal terrore, si erano rifugiati a poppa invocando disperatamente Allàh e Mohamed, aggrappandosi ai rottami delle antenne e degli alberi, sordi alle minacce e alle preghiere di Fathma, di Omar e di Daùd che avevano conservato il loro sangue freddo anche in terribile frangente. La paura però di cadere nelle mani degli insorti che seguivano ladarnassaltando d'isolotto in isolotto; la paura di trovarsi nell'acqua fra la banda dei coccodrilli che non avrebbe mancato di gettarsi su di loro e le percosse e le minaccie dei loro capi, li decisero di ritornare a prua per cercare di arrestar l'acqua che non ristavasi dall'entrare.

Ognuno si munì del primo mastello che trovò sotto mano e si mise a vuotare il liquido elemento che erasi alzato di già d'un mezzo piede. Daùd, a rischio di ricevere una dozzina di palle, salì sul tetto dellarekubache formava il cassero delladarnasvi prese un barile e lo incastrò fortemente nella spaccatura della prua. L'affondamento si arrestò.

—Bene! esclamò il bravoreis. Ai remi, Omar ai remi colla tua padrona! Bisogna guadagnare a qualsiasi costo la riva opposta. Su, voi altri, vuotate per la barba di mio padre! Vuotate tutti, vuotate!

Omar e Fathma si slanciarono ai remi, l'uno a babordo e l'altra a tribordo e si misero ad arrancare con tutte le loro forze allontanandosi lentamente dalle isole e isolette sulle quali vociferavano e sparavano gl'insorti, ingrossati di numero.

Mezzo fiume era stato di già attraversato quando avvenne un urto. La poppa si drizzò su di un banco subaqueo incagliandosi profondamente nelle sabbie o nel fango, e la prua, abbassatasi per l'inclinazione affondò. S'udì un urlo terribile emesso da sei o sette voci. I barcaiuoli, perduto l'equilibrio, capitombolavano con Daùd nella corrente, andando a ridosso della banda dei coccodrilli.

Fathma e Omar, abbandonati i remi, si slanciarono verso prua in soccorso dei loro disgraziati compagni, ma era troppo tardi. I coccodrilli, spalancate le enormi mascelle, si erano di già gettati sulla preda insperata e cominciavano il banchetto. Per tre o quattro minuti si videro i sennaresi lottare disperatamente gettando urla strazianti, poi scomparvero fra le onde insanguinate. Alla superficie dell'acqua non risalirono che pochi brandelli di carne ancora palpitante, qualche membro smozzato e qualche testa frantumata che la corrente portava attraverso le scogliere e le galleggianti foglio del loto sacro.

Fathma e Omar, inorriditi dallo spaventevole dramma svoltosi lì per lì sotto i loro occhi, si erano arrestati a mezzo ponte, tenendosi fortemente per la mano, girando gli sguardi smarriti sul fiume rosso di sangue in mezzo al quale nuotavano ancora i coccodrilli disputandosi furiosamente gli ultimi avanzi degli sventurati.

Un rauco singhiozzo lacerò la gola del povero negro.

—Daùd!… Daùd!… esclamò egli con voce rotta.

Vi risposero le urla dei ribelli e le detonazioni delle loro armi da fuoco. Alcune palle fischiarono ai suoi orecchi conficcandosi profondamente sul ponte inclinato delladarnasche continuava affondare.

—Daùd!… Daùd!… ripetè il negro.

Egli cercò di liberarsi dalla mano di Fathma per spingersi sulla prua.

L'almeainvece lo trasse violentemente a sè.

—A poppa! a poppa! gridò ella. Affondiamo!

Infatti la prua si tuffava. Ladarnass'inclinò con uno scricchiolìo sinistro, fremette, ondeggiò, poi spezzossi a metà con gran fracasso. La poppa si rialzò piegandosi su di un fianco e disarticolando larekubail cui tetto in gran parte si sfondò.

I due superstiti non pensarono più che alla propria salvezza, Aggrappandosi ai tronchi delle antenne e alle gomene che ancora pendevano dalle murate, aiutandosi l'un l'altro, sotto il fuoco dei ribelli che non cessava un sol minuto, guadagnarono il rottame fortemente incagliato, cacciandosi lentamente sotto larekubasemi-sventrata.

I ribelli, che non lasciavano le isole, salutarono la loro scomparsa con una grandinata di lance affatto innocua.

—Coraggio Omar, disse Fathma che tremava malgrado il suo straordinario sangue freddo. Abbiamo assoluto bisogno di essere forti per lottare contro l'avversità che ci perseguita. Si direbbe che il Profeta congiura contro di noi e che protegge la rivale. Dimmi, che faremo ora, che non abbiamo più i mezzi per tirare innanzi e che i ribelli ci assediano?

—L'ignoro, padrona, balbettò il negro. Temo che per noi la sia finita.

—No, finita! esclamò Fathma con veemenza. Sono ancora troppo forte per arrendermi.

—Ma che volete fare? Non sappiamo più su di chi contare ora che tutti sono stati divorati. Ho dei terribili presentimenti che mi fanno perdere quel po' di coraggio che ancora mi resta.

—Se tu hai dei presentimenti devi scacciarli, Omar. Qui abbiamo bisogno di risolutezza, forza e coraggio per uscire da questa pericolosa situazione. Orsù, fatti animo, tutto ancora non è perduto.

—Che si deve fare? Se colla mia vita potessi salvarvi, potessi conservarvi viva al mio padrone, sarei pronto a perderla, ma pur troppo non gioverà a nulla. Maledetto Mahdi!

—Taci, non imprecare contro quell'uomo, disse Fathma, con voce alterata.

—Perdono, padrona, non mi ricordava più che…

—Basta così, parliamo invece di qualche cosa di meglio. Credi tu che tutti i Sennaresi siano stati divorati?

—Non ho veduto alcuno ritornare a galla, nè ho udito alcun grido d'aiuto dopo il primo assalto dei coccodrilli. Non bisogna contare più su di loro.

—Sta bene, disse freddamente l'almea. Non conteremo che sulle nostre forze. Dimmi, ora, credi che gl'insorti tenteranno di abbordare il rottame?

—Non lo credo. Il fiume è ingombro di coccodrilli e mi pare che anche gl'insorti abbiano paura. Potrebbe darsi però che costruissero delle zattere o che facessero venire dei canotti.

L'almeaprovò un brivido e impallidì leggermente.

—Che non si possa lasciare questa carcassa? si chiese ella con rabbia.

—In qual modo? Siamo proprio in mezzo al fiume. Il primo che ardisce tuffarsi cadrà inevitabilmente sotto le palle del nemico o sotto i denti degli anfibi.

—E se si costruisse una zattera?… E perchè no?

—Una zattera!… ah! la bella idea! esclamò Omar, picchiandosi fortemente la fronte. Abbiamo tanto legname quanto ci abbisogna e di più armi da tagliarlo e corde a nostro piacimento. Per Allàh! Se si potesse farla bella a quei cani d'insorti!

—Credi tu che affidandoci alla corrente verremo scoperti?

—Questo lo sapremo dopo. Il fatto è che bisogna allontanarsi prima che spunti l'alba e senza destare l'attenzione dei ribelli. Se ci vedono faranno cadere su di noi una tale pioggia di palle da fare dei nostri corpi un crivello.

—E i coccodrilli ci attaccheranno?

—Forse, ma ci difenderemo senza far troppo rumore. Dispenseremo colpi di scimitarra sui loro occhi o nelle loro gole. Andiamo a vedere come stanno le cose al di fuori, Fathma, e se l'oscurità è tanto fitta da impedire che quelli della riva ci scorgano.

Presi i fucili, Fathma e Omar tenendosi per mano guadagnarono la parete sfondata che guardava verso la riva sinistra, nascondendosi dietro un mucchio di rottami. Lezacchieardevano ancora spandendo all'intorno una luce rossastra che illuminava sempre però più debolmente la corrente e i campi didurah. Dense nubi di fumo, miste a scintille, s'alzavano vorticosamente al di sopra dei crepitanti legni, ondeggiando capricciosamente qua e là a seconda che il vento soffiava.

Sulle isolette del fiume vociferavano più di due centinaia di ribelli cogli occhi fissi sul rottame. Alcuni erano immersi nell'acqua fino alle gambe e scagliavano di quando in quando qualche lancia che si fissava fortemente sul ponte inclinato del legno, altri invece si studiavano di guadagnare degli isolotti per avvicinarsi vieppiù, ed altri ancora si affaccendavano a costruire dei piccolituguldi rami e foglie.

—Mi pare che quei birbanti abbiano intenzione di fissare la loro dimora su questi isolotti, bisbigliò Omar all'orecchio della compagna.

—Lo credi?

—Non vedi che stanno costruendo persino deitugul. Essi calcolano di pigliarci colla fame, ne sono sicuro.

—E allora?

—Allora bisogna abbandonare il rottame più presto che sia possibile. La luna sta per nascondersi dietro a quella fascia di nubi, l'incendio sta per scemare e le stelle sono offuscate dalla nebbia della notte. Fra una mezz'ora vi sarà oscurità perfetta e potremo prendere il largo senza essere scorti.

—Quando è così fabbrichiamo la zattera. Allàh e il Profeta ci aiuteranno.

Essi ritornarono a poppa. Omar, salito sul capo di banda si lasciò discendere adagio adagio nel fiume tenendosi aggrappato ad una fune. Ben presto si trovò sul banco subacqueo coll'acqua fino alle ginocchia.

—Ci sei? chiese Fathma con un filo di voce.

—Sì, rispose il negro che tastava coi piedi la sabbia. Non vi è che mezzo metro d'acqua e il terreno mi pare sodo. Calami abbasso quanto legname puoi e quante fune trovi. Non fare rumore, sopratutto e non perdere di vista i ribelli.

—E i coccodrilli?

—Non ne vedo attorno al banco, eppoi ho la scimitarra. Il primo che vedo uscire dall'acqua e avvicinarsi a me gli rompo la testa. Orsù, affrettiamoci prima che l'oscurità sia perfetta.

I rottami non mancavano. Il tetto dellarekùbacostruito in legno, come già dicemmo, al momento dell'urto era in gran parte caduto e questo era sufficiente per costruire una zattera capace di sostenere due persone. Di più il ponte era ingombro di pezzi d'albero e di antenne fornite ancora di numerose corde.

Fathma data un'occhiata ai ribelli che bivaccavano parte sulla riva e parte sulle isole senza più darsi pensiero delladarnas, si mise alacremente all'opera. Afferrò un pezzo di tetto e radunando tutte le sue forze lo trascinò a poppa e lo gettò sul basso fondo. Omar fu lesto ad afferrarlo e a montarvi sopra.

—Là, così va bene, mormorò il negro stropicciandosi allegramente le mani. Animo, Fathma, getta giù dei pezzi d'albero o d'antenna che formi lo scheletro della nostra imbarcazione. Giù, giù!

La speranza di scampare all'immenso pericolo che la minacciava, triplicava le forze dell'almea. Ella gettò a Omar sei o sette tronconi d'albero, tavoli, pezzi di murata, pezzi direkùbae cordami in grande quantità. Il negro valendosi dellezacchieche ancora ardevano, tenendosi sempre riparato dietro poppa della darnas per non essere scoperto dai ribelli, in capo a mezz'ora costruì la zattera, lunga quattro o cinque metri e larga appena due, ma solidissima. Egli vi imbarcò due remi, due fucili, munizioni, due scimitarre, alcuni vasi dimerissakdelkèsra, (sorta di pane didurahcotto su di una lastra di pietra) e parecchie libbre di carne fritto nel burro che si conserva lungamente.

Aveva appena terminato che sulla riva opposta, si udirono degli schianti seguiti da fischi sonori. L'oscurità diventò profonda.

—Bene, mormorò il negro. Lezacchiehanno finito di ardere e i rottami sono capitombolati nel fiume. Presto, padrona, discendi.

Fathma non se lo fece dire due volte. Salì sul bordo, si aggrappò ad una fune e si calò lentamente sulla zattera che minacciava di rompere l'ormeggio sotto la spinta della corrente. I due fuggiaschi si sdraiarono sul ponte colla scimitarra dinanzi e i remi in mano.

—Coraggio, Fathma, disse Omar. Giuochiamo la nostra vita.

—Passeremo inosservati?

—Lo spero.

—Quale via terremo?

—Scenderemo il fiume fino a domani mattina. Sta attenta a respingere i coccodrilli che non mancheranno di assalirci.

—E perchè non approdiamo all'isola di Turà-el-Chadra? Siamo lontani appena duecento metri e si potrebbe, in dieci o dodici ore, giungere a Duên.

—Temo che i ribelli siano accampati nelle foreste e forse il borgo di Duên è caduto in loro mani. Lascia fare a me e vedrai che noi giungeremo più presto che lo credi nelle vicinanze di El-Obeid. Hicks e Dhafar devono accampare a poche miglia dalla capitale del Mahdi. Attenzione, padrona.

Il negro tagliò d'un colpo solo l'ormeggio. La zattera girò per alcuni istanti su se stessa, poi discese silenziosamente la corrente sfiorando a tribordo una larga zona di piante di loto.

L'oscurità era diventata allora profonda. Appena appena si scorgevano le due rive coperte di tenebrosi boschi ai cui piedi urlavano e ridevano atrocemente sciacalli e iene occupate a dissetarsi. I ribelli si distinguevano assai vagamente sdraiati sulle isole, quantunque qua e là ardessero dei fuochi a gran pena tenuti accesi sulle umide sabbie.

I due naviganti si misero a remigare nel più profondo silenzio guardandosi attentamente attorno; i loro cuori battevano di speranza e di timore, e non ardivano quasi quasi di respirare per paura di attirare l'attenzione dei loro nemici.

Avevano di già percorso quasi duecento passi quando la zattera urtò contro qualche cosa arrestandosi bruscamente. Nè l'uno nè l'altra ardirono muoversi.

—Che c'è, chiese sottovoce Fathma dopo qualche minuto d'angosciosa aspettativa. Ci siamo arenati?

—Zitto, disse Omar. Ora andrò a vedere. Tu non muoverti qualunque cosa accada.

Egli strisciò silenziosamente a prua e immerse un braccio nell'acqua. Egli sentì sotto mano un agglomeramento fitto fitto di piante acquatiche che impediva il passaggio.

—Bene, siamo dinanzi ad una barra, mormorò il negro.

Questebarrealtro non sono che vaste distese di piante palustri che si formano sui fiumi africani e segnatamente sul Nilo cagionando lo stagnamento delle acque e quindi miasmi mortali. Non di rado questebarresi estendono per tre quattro e anche cinque chilometri, impedendo il transito persino ai battelli a vapore che solcano il Bahr-el-Abiad e il fiume delle Gazzelle.

Omar, appena si fu assicurato che non vi era mezzo di passare sopra quellabarra, ritornò presso Fathma che non si era mossa.

—Padrona, diss'egli, bisogna deviare verso la riva sinistra. Abbiamo unabarrache fiancheggia la riva destra.

—Deviare sulla riva sinistra! esclamò Fathma, Ma allora ci avviciniamo agli insorti e verremo scoperti.

—Potrebbe darsi, ma non vi è altra via da prendere. Chissà forse passeremo ancora inosservati; la notte è sempre oscura.

—Tutto congiura contro di noi; maledetta sorte!

—Allàh così vuole. Orsù, deviamo e cerchiamo di non far rumore. È carico il tuo fucile?

—Sì.

—Quando è così, andiamo avanti e che il Profeta ci protegga.

La zattera sotto la spinta dei due remi comincia a deviare lentamente radendo la barra, sulla quale alzavasi una nebbiolina carica di esalazioni pestifere. I due naviganti, curvi, taciti, in dieci minuti raggiunsero l'estremità di quel colossale agglomeramento di piante. Già stavano per virare di bordo ed entrare nella libera corrente quando sei o sette coccodrilli uscirono dalle piante avvicinandosi alla zattera. Il più ardito allungò le mascelle spalancate verso di loro cercando, con un formidabile colpo di coda, di issarsi sul ponte.

—Omar! mormorò Fathma che sentiva la zattera inclinarsi spaventosamente a tribordo.

—Sta zitta. Ci sono.

Il negro aveva afferrata la scimitarra. Egli scagliò una tremenda botta fra i due occhi del mostro che si inabissò rumorosamente sollevando una nube di spuma. Quasi subito una voce partì dall'isolotto più vicino, sul quale bivaccavano alcuni insorti.

—Ehi! gridò un arabo. Guarda laggiù in mezzo alla corrente!

—Che vedi? chiese un'altra voce.

—Che Allàh e il Mahdi mi puniscano se quella là non è una zattera.

—Ne sei sicuro? mi pare un rottame.

—Ho veduto qualcuno alzarsi, anzi mi parve di aver visto una scimitarra in aria. Non hai udito una botta e un tonfo?

—Infatti ho udito. Che siano gli uomini della darnas?

—È quello che noi vedremo; prendi il moschetto..

Fathma e Omar avevano distintamente udita la conversazione dei due ribelli. Spaventati avevano abbandonati i remi e si erano sdraiati sul ponte colle mani convulsivamente strette attorno ai fucili.

—Non muoverti, padrona, bisbigliò con voce tremante Omar.

—Non mi muoverò nemmeno se vengo ferita, rispose Fathma con voce ferma. Attento alle palle.

Non avevano ancora terminato che due detonazioni echeggiarono sull'isolotto. I due naviganti udirono le palle penetrare nel legname a pochi pollici dalle loro teste. Rimasero immobili, irrigiditi.

—Ah! esclamò uno dei tiratori. Sono due cadaveri gettati sopra di un rottame.

—Che stupidi a sprecare polvere e palle, rispose l'altro. Buon viaggio razza di cani! Che il diavolo vostro patrono vi conduca a salvamento.

I due ribelli ruppero in uno scroscio di risa e tornarono a sdraiarsi sulle sabbie. La zattera, mercè la corrente che era alquanto forte, in dieci minuti soli oltrepassò tutte le isole occupate dai nemici. I due naviganti, persuasi ormai di non correre più pericolo alcuno, afferrarono i remi e si misero ad arrancare disperatamente, percuotendo a destra e a sinistra, senza riserbo, i coccodrilli che li minacciavano.

Alle tre di notte giungevano sani e salvi alla foce di un largo corso d'acqua, affluente di sinistra del Bahr-el-Abiad, e che ha le sue sorgenti nelle vicinanze di Sciula. Essi vi entrarono salendolo per cinque o seicento metri.

—Alt! comandò Omar. Qui non corriamo più il pericolo di venire raggiunti. Abbiamo percorso più di quindici miglia e questa distanza mi pare sufficiente per essere sicuri di passare tranquilli il resto della notte.

—Che facciamo adunque? chiese Fathma. Approdiamo?

—Mai più. Abbiamo dei leoni e delle jene sulle rive. Questa notte ci ancoreremo qui e domani vedremo cosa potremo fare. Sdraiati, padrona, e cerca di dormire.

Egli impiantò profondamente il remo su di un bassofondo, vi legò saldamente la zattera, accese ilscibouke si sedette a prua col fucile sulle ginocchia. Fathma, affranta, si sdraiò sul ponte e non tardò ad addormentarsi, malgrado i ruggiti e gli scrosci di risa dei leoni e delle jene che vagolavano sulle boscose rive del fiume.

CAPITOLO IX.—Lo scièk Abù-el-Nèmr.

Erano le quattro del mattino quando Fathma si svegliò. Il sole alzavasi allora sull'orizzonte, rapidamente, versando torrenti di luce incandescente sul paese circostante che presentava un magnifico colpo d'occhio, tutto affatto speciale delle regioni dell'alto Nilo.

Il fiume scendeva tranquillo tranquillo descrivendo una gran curva, fra due magnifiche rive, coperte di superbi alberi, che si specchiavano quasi con civetteria nelle trasparenti acque, prolungando capricciosamente i loro rami sui quali andavano, venivano e saltellavano con sorprendente agilità numerose schiere di scimmie-leoni dal pelame cenerino azzurro, con una folta criniera affatto simile alla giubba dei leoni e il muso e le natiche d'un bel colore carneo.

Sugli isolotti sabbiosi sonnecchiavano pacificamente colossali ippopotami, grossi più dei rinoceronti, con testa enorme, muso assai rigonfio, nari larghe e sporgenti, gambe brevissime ma grossissime e la pelle cosparsa di rade setole e così grossa da sfidare le palle di fucile.

Alcuni di quei mostri talvolta si tuffavano con un fragore formidabile, portando sulla schiena i loro piccini grandi quasi quanto un bue e ricomparendo poco dopo nitrendo come cavalli.

Per l'aria volteggiavano invece stormi di fenicotteri, di pellicani, di ibis bianche e nere, di tantali, di anastomi, di pivieri e di falchi, che si incrociavano in mille differenti guise con un gridio incessante, precipitandosi di tratto in tratto nel fiume per uscirne quasi subito con un pesciolino nel becco.

Fathma e Omar, dopo di essersi rinforzati con una sorsata dimerissak, visto che le rive erano deserte, s'affrettarono a spingere la zattera verso quella di destra e sbarcarono caricandosi delle armi, delle munizioni e di quanti viveri potevano portare.

—Dove andiamo? chiese l'almea, indecisa sulla via da prendere.

—Questo è il bello a sapersi, rispose Omar, imbarazzatissimo. A mio parere bisognerebbe guadagnare il villaggio più vicino per procurarsi dei cavalli o dei cammelli, senza i quali non riusciremo a raggiungere El-Obeid, Se ben mi ricordo a una quindicina di miglia da qui trovasi Sciula.

—Vi potremo entrare? Temo che i ribelli l'abbiano occupata.

—Lo so bene io, ma non c'è altra via da scegliere. Chissà forse i ribelli non l'hanno ancora assalita. Ad ogni modo ci avvicineremo con precauzione.

—La via sarà libera poi?

—È difficile saperlo. Sono certo che prima di giungervi incontreremo dei ribelli.

—La situazione nostra non mi sembra brillante.

—È quello che penso pur io, mormorò Omar sospirando. Mettiamoci nelle mani di Allàh che tutto può; è quanto ci resta da fare.

—Quando è così mettiamoci in cammino, disse Fathma risolutamente.Arma il fucile e apri per bene gli occhi. Che Allàh ci protegga.

Essi salirono la sponda e s'inoltrarono coraggiosamente sotto le foreste, aprendosi a gran pena il passo fra quegli immensi vegetali, dai tronchi colossali i cui rami s'intrecciavano a perdita d'occhio come gli archi gotici di una cattedrale sconfinata. Regnava là sotto un caldo soffocante, una temperatura da stufa che toglieva il respiro e che faceva zampillare addirittura il sudore dalla fronte degli intrepidi viaggiatori. Un silenzio lugubre rendeva la marcia più penosa, più monotona.

Dopo di aver percorso più di un miglio, essi si trovarono dinanzi ad una foresta di baobab. Nulla di più meraviglioso della vista di questi giganti delle boscaglie africane, ai quali non si esita a dare una longevità di seimila anni, dal tronco sproporzionato che supera spesso i venticinque metri di circonferenza dai rami bassissimi ma immensi che formano da soli un boschetto picchiettato da capsule legnose che sembrano zucche, lunghe venticinque o trenta centimetri, di tinta verdognola, coperte di bianca peluria, e delle quali sono ghiottissime le scimmie.

Fathma e Omar si erano arrestati ai piedi di uno di quei colossi per prendere un po' di riposo, quando a sei o settecento metri lontano echeggiò improvvisamente una detonazione seguita poco dopo da un formidabile ruggito e da un grido straziante.

Scattarono simultaneamente in piedi coi fucili in mano, gettando un rapido sguardo all'intorno paventando di veder sbucare dai cespugli qualche banda di ribelli.

—Che è successo? chiese ansiosamente Fathma, riparandosi prudentemente dietro una fitta macchia.

—I ribelli forse! esclamò Omar che tremava, suo malgrado, verga a verga.

—No, ho udito il ruggito del leone.

—Ma la detonazione? E quel grido?

—Che sia stato qualche cacciatore?

—Non credo, disse Omar. Quale cacciatore può avventurarsi in queste foreste battute dalle orde del Mahdi? Fathma ripieghiamoci sul fiume prima che capitino malanni.

—Ripieghiamoci, ma sta bene attento. Vi sono dei pericoli in aria.

Stavano per ritornare nella foresta di palme e di tamarindi, quando udirono una voce lamentevole gridare ripetutamente:

—Aiuto! aiuto!…

—Fathma si fermò bruscamente stringendo forte forte il braccio dello schiavo.

—Vi è qualcuno in pericolo, diss'ella…

—Lascialo che muoia, rispose il negro. Che dobbiamo farci noi?…

—Forse quell'uomo non è un ribelle.

—Peggio per lui. Non possiamo esporre le nostre vite per soccorrere uno sconosciuto. Vieni con me Fathma, spicciamoci a guadagnare il fiume.

L'almeascosse il capo.

—Aiuto!… Aiuto!… ripetè la voce lamentevole.

—Non è possibile abbandonare così un povero uomo, Omar, disse Fathma. Accada ciò che vuole, io vado a soccorrerlo. Forse quell'uomo può esserci ancora di qualche utilità, forse… Vieni, io lo voglio!

Vi era tanta autorità in quel comando che Omar non ardì opporsi altro. Uscirono dalla macchia e si slanciarono di corsa verso il luogo ove erasi udita l'invocazione disperata.

Cinque minuti dopo giungevano in una piccola radura circondata da bauinie. Là in mezzo eravi un leone che si dibatteva nelle ultime convulsioni della morte, colla testa bruttata di sangue a pochi passi da lui stava sdraiato per terra un bel negro, di statura alta colle braccia e le gambe ornate di anelli d'oro, un ricco turbante ricamato d'argento sul capo e una farda rossa avvolta intorno al corpo. Gemeva lugubremente e colle mani stringevasi fortemente la gamba destra scarnata fino all'osso. Un torrente di sangue nero e spumoso sfuggiva a rapide pulsazioni dall'enorme ferita.

Appena egli scorse Fathma e Omar si rovesciò all'indietro raccogliendo un pistolone che puntò rapidamente verso di essi.

—B'Allai!(perdio!) bestemmiò egli facendo fuoco.

La palla andò a forare ilfezdi Omar, un pollice appena sopra la testa. Fathma puntò il fucile verso il ferito.

—Se ti muovi ti ammazzo come un cane! diss'ella con un tono di voce da non mettere in dubbio la minaccia.

A quella voce il volto del ferito s'alterò. S'alzò bruscamente a sedere fissando l'almeacon due occhi che fiammeggiavano.

—Fathma! esclamò egli con profondo terrore.

Il fucile sfuggì di mano all'almea.

—Fathma! mormorò ella sorpresa.

—Fathma! ripetè Omar, che cadeva dalle nuvole. Cosa vuol dir ciò?…

L'almeae il ferito si guardarono per alcuni istanti fissamente senza dir parola. La prima era sorpresa di udirsi chiamare per nome da quell'uomo che non aveva mai veduto; il secondo invece pareva sorpreso di non essere riconosciuto da quella donna che aveva veduta più di cento volte.

—Chi sei? chiese alfine Fathma. Come sai il mio nome?

Un sorriso apparve sulle labbra del ferito.

—Non mi conosci?

—Non mi ricordo d'averti veduto.

—Non sei tu Fathma l'almea?

—Non lo nego.

—Non sei stata tu a El-Obeid?

—Sì, disse sordamente l'almea. Vi fui.

—Non sei stata un tempo una donna potente? continuò il ferito che pareva avesse dimenticata completamente la sua gamba scarnata.

Il volto dell'almeas'alterò spaventosamente, burrascosamente. La sua fronte si aggrottò e i suoi occhi parvero incendiarsi.

—Lo fui, diss'ella dopo qualche istante di silenzio.

—Allora non m'inganno più. Tu fosti la favorita di Mohammed-Ahmed.

—Come tu sai questo? Chi te lo disse?

—Lo so perchè ti vidi cento e più volte quando io era guardiano dell'haremdi Mohammed-Ahmed.

L'almeagettò un grido di spavento e di sorpresa e retrocesse vivamente.

—Chi sei?… Chi sei?… chiese ella tremando.

—Sono loscièkAbù-el-Nèmr luogotenente del Mahdi, comandante gli insorti del Bahr-el-Abiad.

Omar aveva rapidamente puntato il fucile verso di lui.

—Ah! cane d'un ribelle! esclamò il negro.

L'almeacon un brusco gesto abbassò l'arma, poi traendo una pistola e posando la fredda canna sulla fronte del ferito gli disse con calma glaciale:

—Abù-el-Nèmr, tu sei in nostra mano. Se tu giuri di farci uscire sani e salvi da questa foresta io ti guarisco, se tu invece rifiuti ti faccio saltare le cervella. Scegli!

—Perchè vuoi che io alzi la mano su chi fu un tempo la mia signora? disse dolcemente il ferito. Avrei paura che Allàh mi fulminasse. Comanda e io farò per l'antica favorita del Mahdi, tutto quello che ella vorrà.

—Grazie Abù-el-Nèmr, mormorò Fathma con voce commossa. Non credeva d'avere ancora degli amici fra i ribelli. Distendi la tua gamba ferita; io ti guarirò.

Loscièkubbidì. L'almeaesaminò accuratamente la ferita che continuava a sanguinare. Era orribile: il leone con un potente colpo d'artiglio aveva lacerato la carne fino all'osso della coscia. Comprese subito che un ritardo di pochi minuti poteva riuscire funesto.

—Vammi a prender dell'argilla in quel fossatello, diss'ella a Omar, e raccogli un po' d'acqua fresca.

Il negro partì come un lampo e ritornò poco dopo con una grossa palla d'argilla grigiastra e morbida e una fiasca d'acqua. Fathma ravvicinò delicatamente le labbra della ferita, vi sovrappose un pezzo di tela bagnata, e coprì il tutto con un grosso strato di creta che impediva al sangue di trasudare. Tre o quattro foglie e alcune braccia di corda terminarono l'operazione. La gamba del ferito si trovò chiusa in una specie di manicotto ben legato.

Ora, diss'ella, bisogna lasciare il più presto possibile questa foresta e raggiungere qualche luogo abitato. Dove possiamo trovar gente?

—L'ignoro, rispose il ferito con voce debole, tergendo il sudore che colavagli abbondante dalla fronte. Ho lasciato da due giorni il campo e mi sono smarrito in questa foresta.

—Quale distanza corre dal fiume a Sciula?

—Meno di una giornata di cammino. Se tu mi conduci là troverò i miei guerrieri.

—Ma… e noi?

—Oh! non temere! esclamò vivamente loscièk. Io sono il loro capo e sventura a colui che ardirà alzare una mano sopra di voi.

—Sta bene, ma come ti trasporteremo? Bisognerà costruire una barella.

—Ho il mio cavallo che deve pascolare nei dintorni, se non fu divorato da qualche leone.

—Chiamalo. Non bisogna perdere tempo; la febbre e forse il delirio fra poche ore ti assaliranno.

Abù-el-Nèmr accostò le mani alla bocca e mandò un lungo fischio. Quasi subito si udì un calpestìo precipitato e un cavallo comparve movendo sollecitamente verso il padrone.

Era questo un superbo corsiero, Abù-Ròf puro sangue, piuttosto piccolo, dalla fronte larga e un po' schiacciata, l'occhio vivo e intelligente, le nari molto aperte, orecchie piccole, corte, sottili, le ossa zigomatiche molto sporgenti, muso elegante, gambe secche e vigorose, petto sviluppatissimo e ventre assai ristretto che annunciava quella grande sobrietà che è propria degli animali dei deserti sudanesi.

Omar e Fathma sollevarono con molte precauzioni il ferito che non lagnavasi malgrado soffrisse atroci dolori e lo misero in sella. L'almeavi salì dietro sostenendolo fra le vigorose braccia e il negro prese l'animale per le briglie.

—Avanti, disse Fathma.

Essi si misero in viaggio percorrendo un largo sentiero che un tempo doveva essere stato una via per le carovane. Il ferito si lasciò sfuggire suo malgrado un gemito soffocato.

—Soffri molto? gli chiese l'almea.

—Un po' lo confesso, rispose titubando loscièk. Il moto del cavallo mi fa orribilmente male.

—Appoggiati bene sul mio petto.

—Ah! esclamò il ferito. Quanto sei buona Fathma eppure sono un ribelle.

—Questo ribelle un tempo fu mio suddito, disse con voce commossa l'almea.

Il ferito si volse verso di lei e la guardò con tenerezza.

—Fathma, perchè hai abbandonato il mio signore che tanto ti amava e che ti avrebbe resa tanto potente?

—Non chiedermelo se non lo sai, disse con aria tetra l'almea.

—Fu la fatalità forse?

—Forse.

—Sai che quel giorno che tu sparisti io l'ho veduto piangere il mioSignore?

La faccia dell'almeadiventò ancor più cupa.

—Che fece egli quando io scomparii? chiese ella.

—Ti cercò per una settimana intera mandando guerrieri in tutte le borgate del Kordofan. Ti amava alla follia, e quando ritornarono senza che sapessero dire ciò che era accaduto di te lo vidi piangere come un bambino, lui, Mohamed Ahmed, l'inviato di Dio!

—Povero Ahmed, mormorò Fathma con un rauco sospiro. Fu il destino che mi spinse ad abbandonarlo.

—Ma che ti aveva fatto?

—Nulla.

—E allora?

—Non parliamo di ciò. Dimmi, mi si crede morta?

—No, Ahmed ha saputo che tu sei viva.

L'almeatrasalì

—Chi glielo disse?

—L'ignoro, ma bada a me, Fathma, non farti più mai vedere inEl-Obeid. L'amore di Mohamed Ahmed si è cangiato in terribile odio.

—Mi guarderò da lui; d'altronde sarà difficile che mi si veda nella capitale del Kordofan.

—Dove vai adunque che scendi al sud?

—A unirmi all'armata egiziana.

—Tu!… tu cogli egiziani!… esclamò loscièkcon dolorosa sorpresa. Vedremo adunque noi la favorita del nostro signore, militare nelle file nemiche e volger il ferro contro i suoi antichi sudditi?

—No, non volgerò mai le mie armi contro gl'insorti, a meno che non mi costringano loro. Appena avrò raggiunto l'uomo che cerco e che avrò compiuta una vendetta che da due mesi aspetto, ritornerò per sempre al nord.

—Ah! tu hai delle vendette da compiere?

—Sono araba.

—Ma sai almeno dove puoi trovare Hicks pascià?

—No, ma lo troverò dovessi percorrere cento volte il Kordofan. Ah! se io potessi saperlo!…

—Lo vuoi proprio?

—Tu lo sai? Ah!…

—Sì Fathma, lo so, giacchè a noi nulla può sfuggire. Il 10 ottobre era giunto a Sange-Hamferid; ora si troverà nei dintorni di Kaseght. Il maledetto marcia rapidamente sulla capitale, ma Ahmed lo romperà e farà uno spaventevole massacro delle sue truppe, te l'assicuro.

—Grazie, Abù-el-Nèmr.

—Non ringraziarmi, Fathma. Forse questa indicazione ti riuscirà fatale.

—Perchè?

Loscièknon rispose. Egli si curvò verso terra portando una mano all'orecchio e ascoltò attentamente.

—Alto! diss'egli raddrizzandosi.

Aveva appena terminato il comando che da ambo i lati del sentiero scoppiava un clamore spaventevole. Il cavallo, colpito da una lancia nella testa, cadde sulle ginocchia gettando a terra coloro che lo montavano. Una cinquantina di guerreri armati di lance, di sciabole e di mazze saltò fuori dalle macchie empiendo l'aria di urla feroci.

Omar e Fathma furono pronti a levarsi afferrando le pistole e la scimitarra, ma loscièk, invece non si mosse. La caduta, la perdita del sangue e lo sfinimento l'avevano fatto svenire.

—Fermi tutti! gridò l'almea. Abbiamo con noi loscièkAbù-el-Nèmr!

Gl'insorti nell'udire il nome del loro capo si erano arrestati colpiti da stupore: ma questo stupore durò un istante. Essi circondarono Fathma e Omar e in meno che lo si dica li atterrarono strappando a loro le armi. Sei o sette si precipitarono sulloscièk; vedendolo a terra pallido come un morto ed immobile lo credettero assassinato.

Loscièkè stato ucciso! gridò una voce. Ah! cani di arabi!

Tutti i ribelli si erano affollati attorno ad Abù-el-Nèmr urlando furiosamente. Un guerriero d'alta statura colle braccia armate di numerosi braccialetti d'oro e un ricco turbante sulla testa, s'inginocchiò accanto allo svenuto e lo esaminò attentamente per alcuni istanti.

—Chi ha ferito il mio capo? chiese egli, lanciando un'occhiata torva sui due prigionieri.

—Un leone, risposo Fathma senza perdersi d'animo.

—Tu menti, lingua di vipera, gridarono in coro gl'insorti digrignando i denti.

—Lo giuro su Allàh e sull'Alcorano. Noi l'abbiamo trovato ferito e lo medicammo, rispose l'almea!

—Non è vero disse il guerriero d'alta statura. Dove lo conducevi ora?

—Al vostro campo.

—Non è vero; tu volevi condurlo nel folto del bosco per assassinarlo a tuo comodo. Olà! miei prodi accendete un bel fuoco e abbruciamo questi arabi.

Omar e Fathma nell'udire quell'atroce comando, sentirono raggrinzarsi le carni e gelare il sangue nelle vene dallo spavento. Compresero di essere irremissibilmente perduti se loscièknon tornava più che presto in sè.

—Prodi guerrieri! gridò l'almeacon uno slancio disperato. Frenatevi, aspettate che Abù-el-Nèmr rinvenga, aspettate che egli parli, che egli solo ci giudichi. Noi siamo suoi amici, ve lo giuro, ed egli punirà orribilmente colui che avrà alzato la mano su di noi.

La sua voce invece di calmare gl'insorti parve che li eccitasse maggiormente. S'udì un solo grido tremendo, formidabile:

—Al fuoco gli arabi! A morte gli assassini dello scièk.

Ad un cenno del guerriero d'alta statura, che pareva fosse il sotto-capo, gl'insorti sollevarono con infinite precauzioni loscièkche era sempre svenuto.

—Portatelo altugulche trovasi in capo a questo sentiero, diss'egli, e voialtri accendete un bel fuoco e quando Abù-el-Nèmr ritornerà in sè gli mostreremo le ossa carbonizzate dei suoi feritori.

Il comando venne immediatamente eseguito. LoscièkAbù-el-Nèmr fu collocato su di una specie di barella formata con lancie incrociate e gli altri si misero a schiantare alberi o raccogliere legne morte, formando una catasta colossale attorno ad una palma isolata.

Il supplizio spaventevole s'avvicinava. Omar e Fathma, vedendo che ormai ogni speranza era perduta, tentarono salvarsi colla fuga. Gettati a terra con una repentina scossa coloro che li trattenevano, si scagliarono a testa bassa sul cerchio dei ribelli impegnando una disperata pugna colle mani, coi denti e persino coi piedi.

Per cinque minuti riuscirono a tener testa al nemico, poi scomparvero sotto una montagna di corpi. Atterrati, legati, percossi a sangue, colle vesti a brandelli, i due disgraziati, malgrado le disperate loro grida e i loro contorcimenti furono trascinati sul rogo e legati saldamente al tronco della palma.

Fathma gettò un grido d'angoscia.

—Aiuto Abù-el-Nèmr! Aiuto! urlò ella.

Le grida selvaggie dei ribelli e il fragore delladaràbuka[1] soffocarono la sua voce e le imprecazioni di Omar che si dibatteva furiosamente insanguinandosi i polsi. Erano perduti.

[1] Sorta di tamburone.

Già un uomo si avvicinava con un tizzone per mettere fuoco alla pira, già i ribelli alzavano le lancie per saettare i corpi dei due prigionieri, quando si udì una voce tonante, imperiosa, gridare:

—Fermi tutti! voi abbruciate la favorita di Mohamed Ahmed!

LoscièkAbù-el-Nèmr era improvvisamente apparso sul sentiero, portato a braccia da quattro guerrieri, I ribelli, nello scorgerlo col volto contraffatto dall'ira, e nell'udire quelle parole, si erano arrestati come pietrificati, guardando con occhi smarriti ora il loro capo e ora i due prigionieri che tendevano le braccia verso il salvatore.

Abù-el Nèmr con un gesto imperioso li fece cadere tutti in ginocchio col volto nella polvere.

—Sciagurati! esclamò egli. Liberate la favorita del vostro signore e ringraziate Allàh che m'abbia fatto giungere in tempo per salvarvi dalla vendetta dell'inviato di Dio!

Il guerriero d'alta statura che aveva ordinato il supplizio si avvicinò umilmente ai due prigionieri e tagliò i loro legami. Egli s'inginocchiò quindi dinanzi a Fathma baciandole i piedi.

—Perdono! perdono! balbettò con voce tremante.

L'almea, lo rialzò con un gesto da regina.

—Ti perdono, diss'ella. Vattene.

—Ma non io! gridò Abù-el-Nèmr baciando impetuosamente la mano di Fathma. Chi alza un dito sulla favorita dell'inviato di Allàh merita la morte e non una volta, ma cento, ma mille. E'l-Maktud, tu non puoi sopravvivere, io non lo voglio.

—Ti obbediscoscièk, disse il guerriero puntandosi una pistola sulla fronte. Che Allàh mi perdoni.

Fathma e Omar si slanciarono verso di lui per disarmarlo ma non ne ebbero il tempo, il guerriero, obbediente al comando del suo capo, premette il grilletto, facendosi saltare le cervella. Cadde su di un banco col volto inondato di sangue.

—È orribile! esclamò Fathma con ribrezzo.

—No, è giustizia, disse loscièkfreddamente.

—Quell'uomo non mi conosceva, Abù-el-Nèmr.

—Peggio per lui. Fathma, perdonami se io non giunsi in tempo per impedire che questi cani diBaggàraavessero a maltrattarti. La caduta mi cagionò un dolore sì atroce che svenni. Orsù ritorniamo alla capanna che mi sento estremamente debole. Tu rimarrai qualche giorno con me?

—Non è possibile, Abù; ho fretta di raggiungere Hicks pascià, ora che so dove trovasi.

—Ti preme molto, adunque, quella vendetta?

—Molto, rispose Fathma.

—Con chi partirai?

—Col mio schiavo Omar.

—Non arriverai a Sciula che cadrai in mano degli insorti. Quasi tutti i villaggi che conducono a El Obeid sono occupati dalle bando di Mohamed Ahmed.

—Allàh mi proteggerà.

Abù-el-Nèmr stette alcuni istanti pensieroso.

—Vuoi proprio lasciarmi? chiese alfine.

—Sì, e subito, se è possibile.

—Sta bene, Fathma. Olà Mustafah!

Un guerriero lungo e magro, ma dai muscoli di ferro dalla figura ardita e feroce, semi-nudo, spalmato tutto di grasso di cammello, e con un pugnale legato al braccio destro si fece innanzi.

—Mustafah, disse loscièk, barderai tre dei migliori cavalli, li caricherai di provvigioni e partirai colla favorita del nostro signore. Tu le obbedirai come a me stesso, e le farai strada fra le orde dei ribelli.

Il guerriero partì come una freccia e cinque minuti dopo ritornava conducendo tre magnifici cavalli Abù-Rof puro sangue, bardati e carichi di provviste e con parecchie otri piene di fresca acqua, appese ai fianchi. I tre viaggiatori balzarono in arcione.


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