PARTE TERZA

Le trombe diedero il segnale di cominciare il fuoco e il combattimento accanito, terribile, sanguinosissimo, cominciò.

Il fracasso diventò ben presto spaventevole. Gli egiziani, assaliti da tutte le parti da migliaia e migliaia di guerrieri, tiravano furiosamente, all'impazzata e assaltavano colla baionetta; i cannoni tuonavano, ruggivano, vomitando veri torrenti di ferro e le mitragliatrici stridevano sui fianchi dei reggimenti tempestando i cespugli, fracassando i tronchi degli alberi, sollevando per ogni dove il terreno, sventrando i cavalli, i cammelli e gli uomini.

Dalle negre boscaglie, avvolte da giganteschi vortici di fumo che il vento sbatteva e lacerava, uscivano senza posa correndo e urlando, drappelli di nudi guerrieri i quali si precipitavano contro le baionette a corpo perduto, sfondando i battaglioni e diradando con ispaventevole rapidità le file.

Gli uomini cadevano a dozzine, a cinquantine, a centinaia, dinanzi, a destra, a sinistra, senza quasi sapere da qual lato venivano colpiti, chi colle braccia tronche, chi colle gambe fracassate, chi colla testa nettamente portata via, chi forato da cento colpi.

Era una carneficina, un mostruoso massacro. Fathma, Omar e O'Donovan, riparati dietro i loro cavalli sventrati dalla mitraglia, guardavano con angoscia l'assottigliarsi di quelle schiere. Mai avevano assistito ad un macello simile; mai avevano visto tanti morti e tanti feriti; mai avevano udito tuonare assieme tanti fucili e tanti cannoni; mai avevano visto tanta rabbia e tanta ostinazione.

Alle undici, quando maggiore era la mischia, l'uragano che da alcune ore minacciava di scoppiare, venne ad accrescere l'orrore di quella notte di sangue.

Le cateratte del cielo improvvisamente s'aprirono e una pioggia furiosa si rovesciò sui combattenti mescolandosi ai torrenti di sangue che correvano pei boschi. Il vento cominciò a ruggire, la folgore a scrosciare, i lampi guizzarono illuminando d'una luce livida, infernale, l'orribile macello. Anche il cielo era contro i disgraziati che Hicks pascià conduceva contro il profeta del Sudan.

A mezzanotte urla strazianti s'udirono a destra del quadrato di Hicks e poco dopo un'onda di soldati sfondava uno dei reggimenti precipitandosi all'impazzata verso i muli, i cammelli e cavalli.

O'Donovan arrestò uno di quegli uomini.

—Che succede? gli chiese.

—Il quadrato del colonnello Farquhard è stato distrutto.

—Maledizione! ruggì ilreporter.

La situazione diventava spaventevole. I mahdisti, ebbri di sangue e di carneficina, raddoppiavano gli assalti, sfondando una dopo l'altra le linee di battaglia. Di quando in quando si udivano, mescolati agli scrosci delle folgori, al rombo dei cannoni e alle fucilate, le urla strazianti degli egiziani che venivano spietatamente macellati.

Alla una del mattino un altro quadrato veniva sfondato e poco dopo venivano respinti, aperti, spezzati, tagliuzzati gli altri tre.

Più non restava che il quadrato di Hicks pascià ma in quale stato! Non vi erano più ufficiali che si erano fatti ammazzare alla testa dei loro battaglioni; non vi erano più basci-bozuk, distrutti totalmente in due cariche tentate contro quel formidabile nemico; non vi erano più artiglieri, morti accanto ai loro pezzi smontati o scoppiati.

V'erano invece enormi ammassi d'uomini, di cavalli e di cammelli orrendamente scannati, dietro ai quali tiravano ancora i superstiti anneriti dal fumo, ubbriachi di polvere colle dita abbrustolite dalle canne di remington diventate ardenti.

Alle quattro e pochi minuti, Fathma che distesa a terra sparava dove appariva confusamente il nemico, vide Hicks pascià che trovavasi solo, cinquanta passi più innanzi, portare le mani al volto, vacillare, abbandonare la sciabola e precipitare da cavallo.

—O'Donovan! gridò ella. Il pascià e caduto.

Ilreportere Omar, che si trovavano alcuni passi indietro riparati da un cannone smontato, a quel terribile grido si slanciarono verso l'almeamalgrado le palle che continuavano a fioccare.

—Perdio! esclamò l'irlandese. Siamo tutti perduti. Dov'è caduto?

—Là in mezzo a quel gruppo di cadaveri.

—Accorriamo, amici, e non una sillaba. Se gli egiziani lo sanno siamo tutti morti.

O'Donovan e i suoi compagni, scalarono intrepidamente i cumuli dei cadaveri dal disotto dei quali sfuggivano torrenti di nero sangue, e giunsero là, ove era caduto il pascià.

In sulle prime, fra i vortici di fumo non iscorsero che un cavallo riccamente bardato che s'impennava nitrendo, ma poi in mezzo ai cadaveri dello Stato Maggiore, steso sul dorso, colle braccia incrociate sotto la testa scopersero l'infelice pascià.

O'Donovan, coi capelli irti, tremante, pallido, inondato di freddo sudore, si curvò su di lui e l'alzò. Il pascià aveva la faccia marmorea e alterata, la barba irrigata dal sangue che eragli uscito dalla bocca e la tunica forata da due palle.

—Gran Dio! balbettò ilreporter. È morto.

Balzò in piedi, afferrò Fathma per una mano e disse:

—Fuggiamo o siamo perduti.

—Ma dove? chiese l'almeapallida di terrore.

—Ho visto una rupe laggiù. La scaleremo.

—Ma il nemico circonda il quadrato.

—Non importa, venite o sarà troppo tardi. Vieni, Omar.

Ilreporter, l'almeae lo schiavo attraversarono il quadrato ingombro di morti e di moribondi, di armi, di cannoni, di cavalli e di cammelli e giunsero ai piedi di una gigantesca rupe che difendeva, verso oriente, le linee egiziane.

—Omar, vedi dei nemici sulla cima? chiese ilreporter.

—No, rispose il negro.

—Hai una fune?

—Sì, l'ho.

—Sei capace di raggiungere quella sporgenza che scorgesi a mezza altezza della rupe?

—Sarà cosa difficile, ma lo tenterò.

—Sali adunque, ma fa presto. I ribelli stanno per rompere il quadrato e scannare tutti i soldati.

Il negro si liberò dalla casacca, dei calzoni e del turbante, si arrotolò attorno alle reni la fune e cominciò la pericolosa scalata mentre la mitraglia continuava a grandinare e i mahdisti macellavano le schiere egiziane che ancora resistevano ai loro furiosi assalti.

Aggrappandosi agli arrampicanti, appoggiandosi ai cespugli, cacciando le dita nei crepacci della rupe cominciò a elevarsi malgrado la pioggia che lo acciecava e le palle che fischiavano ai suoi orecchi.

Ogni qual tratto una scheggia staccavasi dalla rupe e rotolava al basso facendo guizzare Fathma e ilreporterche seguivano con viva trepidazione e col cuore sospeso l'ardita manovra del negro. Qualche volta era invece un ramo che spezzavasi e si vedeva Omar dondolarsi sopra l'abisso, sospeso ad un ramoscello o ad una semplice radice.

Dopo cinque minuti di sforzi incredibili, lo schiavo riuscì a raggiungere la prima piattaforma che trovavasi a mezza altezza della rupe.

Legò la fune ad un grosso macigno e gettò l'altro capo ai compagni che se ne impadronirono vivamente.

—A voi Fathma, disse ilreporter, dominando colla sua voce il rombo dei cannoni, lo scrosciare delle folgori, le urla dei ribelli e le grida strazianti dei moribondi. Presto, presto o sarà troppo tardi.

Fathma non se lo fece dire due volte. Afferrò la fune e si issò nell'aria raggiungendo Omar.

—O'Donovan! gridò poi.

La sua voce fu coperta da urla terribili. I ribelli avevano sfondato il quadrato e macellavano spietatamente gli egiziani che si erano addossati ai cavalli ed ai cammelli.

—O'Donovan! ripetè Fathma.

Ilreporters'avvinghiò alla fune e si issò malgrado le palle che grandinavano fitte fitte. Era giunto a mezza altezza quando fu colpito alla testa da una scheggia di mitraglia. Mandò un grido disperato.

—Sono morto!

Fu visto arrestarsi e cercare un appoggio nei crepacci della rupe, ma una nuova scheggia lo colpì al petto. Aprì le mani e precipitò roteando nell'abisso spaccandosi il cranio sulle roccie sottostanti.

Fathma e Omar, agghiacciati dal terrore, si curvarono sull'orlo della rupe cercando di scorgere lo sventuratoreporterdelDaily-News, ma invano.

—O'Donovan! O'Donovan! gridò Fathma con disperato accento.

La sua voce si perdè fra gli urli feroci dei mahdisti.

—Scendiamo! gridò ella.

S'aggrapparono agli arbusti per discendere, ma il tempo mancò. Dall'alto della rupe venivano giù precipitosamente dei nudi guerrieri agitando le loro lancie e le loro scimitarre.

—Siamo perduti! gridò Omar.

—Indietro cani! urlò Fathma, strappandosi dalla cintura l'jatagan.

Gl'insorti anzichè arrestarsi s'avventarono a testa bassa contro l'almeae il suo schiavo, li circondarono, li disarmarono e li curvarono sull'abisso. Già stavano per precipitarli nel vuoto, quando una voce tonante, imperiosa, urlò:

—Fermi tutti! Chi li tocca è uomo morto!

Un guerriero riccamente vestito discendeva dall'alto della rupe con rapidità vertiginosa. Giunto sulla piattaforma egli si precipitò ai piedi di Fathma.

—Ah! mia povera padrona! esclamò egli baciandole le mani.

Fathma e Omar lo riconobbero subito.

—Abù-el-Nèmr! gridarono con gioia.

—Sì, amici miei, disse loscièk. L'Abù-el-Nèmr che voi salvaste dalla morte quando il leone lo ferì nelle foreste del Bahr-el-Abiad e che ora viene a pagare il sacro debito. Amici, voi siete salvi e sotto la mia possente protezione!

Nel medesimo istante che il generososcièkpronunciava quelle parole, l'ultimo egiziano dell'infelice Hicks pascià cadeva morto sotto le lancie dei terribili guerrieri di Ahmed Mohammed profeta del Sudan[1].

[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi, che quando accadde la battaglia si trovava a breve distanza da Kasghill, mi assicurò che il Mahdi perdette solamente 4 o 500 uomini. E.S.

Il Mahdi

CAPITOLO I.—I prigionieri.

La mattina del 15 maggio 1883, una straordinaria agitazione regnava fra le innumerevoli orde dal Mahdi Mohammed Ahmed, accampate in una immensa e sabbiosa pianura, a corta distanza da El-Obeid la capitale del Kordofan.

Daltugul, dalle tende, dallezeribak, dalle tettoie e dallehose[1] uscivano, vociferando a tutta gola, guerrieri vestiti con stoffe variopinte o semi-nudi, o nudi affatto, slanciandosi all'impazzata fra i cannoni, fra i fucili stretti in fasci, fra i cammelli e i cavalli che ingombravano il campo.

[1] Cortili chiusi fra capanna e capanna.

Ora passavan turbe di Baggàra Salem, guerrieri d'alta statura, di forme massiccie, dalle fisonomie feroci, coi cappelli intrecciati e ornati di pezzetti di ambra e di conterie di Venezia; ora di Baggàra Hamran montati su buoi e coi corpi spalmati di grasso di cammello e riparati dietro grandi scudi convessi e coperti di pelle d'antilope; ora di Abù-Rof, bella gente dalla tinta bronzina, lineamenti fieri, il petto racchiuso da scintillanti cotte di acciaio e il capo difeso da un elmetto nasale; ora di guerrieri del Beni-Gerar, terribili predoni propri del Darfur, colle membra cariche di anella d'avorio o di rame; poi attruppamenti di beduini Kababich in uniforme bianca, di negri Megianin, di Aulad-el-Behr, di Hababin; ondate di Sennaresi, di Nubiani, di Arabi, di Scilucchi, di Basci-bozuk rinnegati, tutti armati chi di remington tolti agli egiziani nella sanguinosa battaglia di Kasghill, chi di moschettoni a pietra o a miccia, chi di lunghe spade dritte a due tagli, chi di scimitarre di tutte le lunghezze e larghezze, o di lancie, o di mazze, o di scuri, o di coltellacci, o di randelli ferrati.

Tutti quei guerrieri che parevano impazziti, si dirigevano di corsa verso le trincee che difendevano il campo dal lato meridionale e vi si affollavano confusamente sopra, urtandosi, atterrandosi, bisticciandosi per arrivare primi. Mille e mille domande s'incrociavano per l'aria formando un baccano assordante che veniva smisuratamente ingrossato da un furioso strepitare dinoggàra[1] e didarabùke, da un rullare di tamburi egiziani e da uno squillare acuto di mille bizzarri istrumenti musicali.

[1]Noggàraedarabùke, sorta di tamburoni di legno scavato che vengono percossi con delle mazze.

—Ma siete sicuri che verranno? chiedevano gli uni.

—Ma sicurissimi, rispondevano gli altri.

—Avete veduto il cavaliere che recò la notizia?

—Coi nostri propri occhi e l'abbiamo udito colle nostre orecchie.

—Hanno dunque vinto?

—Ma sì, sono vincitori.

—Ci sono prigionieri?

—Altro che! E prigionieri egiziani. Una cinquantina.

—Un centinaio.

—Un migliaio.

—Che marmellata che faremo. Li massacreremo tutti.

—E pianteremo le loro teste dinanzi le porte di El-Obeid a tener compagnia a quella di Hicks pascià.

—Benissimo! Bravi! Morte agli infedeli! Guerra ed esterminio.

—Morte agli infedeli!

—Eccoli! gridò una voce tonante.

—Eccoli! ripeterono cinquantamila voci.

—Viva lo scièk Tell-Afab! urlarono tutti.

In lontananza scoppiò una scarica di fucili e si udirono strepitare inoggàrae ledarabùke. Il più profondo silenzio regnò come per incanto fra quella moltitudine di guerrieri accavallati sulle trincee: tutti gli occhi si fissarono attentamente verso il sud.

Una nube di polvere alzavasi verso quella direzione ed in mezzo ad essa, percosse dai raggi del sole, brillavano lancie, scimitarre e baionette. Un grosso attruppamento di guerrieri si avanzava a passo di corsa verso il campo.

In testa cavalcava un bel negro col petto racchiuso in una cotta d'acciaio, un gran turbante verde sul capo e una magnificafardad'egual colore pendentegli dalle spalle. Nella mano dritta impugnava una larga scimitarra, unasekkin, e nella sinistra teneva la bandiera del Mahdi che faceva vivamente ondeggiare al disopra della sua testa.

Dietro a lui si trascinavano con grandi stenti ventisei prigionieri egiziani, scalzi, laceri, insanguinati, tutti piagati e solidamente legati.

Venticinque erano poveri fantaccini sulle cui spalle grandinavano ad ogni istante colpi dicorbachche strappavan a loro urla di dolore. Il ventiseiesimo era invece un tenente arabo di alta statura, di forme eleganti ed insieme vigorose.

Era più triste e in più deplorevole stato degli altri; camminava facendo sforzi sovrumani e teneva il capo inclinato sul petto. Ogni qual tratto però lo rialzava con violenza e allora mostrava una faccia abbronzata, maschia, ardita, ma sulla quale, un attento osservatore, avrebbe scorto le traccie di crudeli dolori, di sofferenze indicibili. Sulla piega delle palpebre si vedevano ancora le umide traccie di recenti lagrime.

All'intorno dei prigionieri si accalcavano confusamente guerrieri Baggàra, Denka e Bongo, che agitavano freneticamente le loro armi, scaricando in aria colpi di fucile e acclamando a piena gola lo sceicco Tell-Afab e Ahmed loro profeta.

Quando la truppa giunse all'accampamento, una oscillazione violenta, burrascosa, si fece sentire da un capo all'altro delle orde stipate addosso alle trincee. Un immenso e terribile grido lacerò l'aria e salì fino alle nubi.

—A morte i prigionieri! A morte gli infedeli! Viva Tell-Afab!

I guerrieri del Mahdi si rovesciarono come una fiumana giù per le trincee e andarono a cozzare furiosamente contro i guerrieri dello sceicco Tell-Afab dividendoli in mille differenti gruppi. Ogni arma si tese minacciosamente verso gli egiziani che si erano arrestati tremanti di spavento.

—A morte gli infedeli! gridavano gli uni.

—Al fuoco gli egiziani! urlavano gli altri.

—Tagliate a loro la testa!

—Ammazzate colcorbachquei cani!

—A morte!… a morte!…

Lo sceicco Tell-Afab, scorgendo il pericolo che correvano quei poveri diavoli, volse in furia il cavallo e urtando quelli che gli si stringevano d'attorno e calpestando quelli che gli si paravano dinanzi, corse in loro aiuto.

—Largo! largo! tuonò lo sceicco.

—Morte agli egiziani! vociarono i guerrieri del Mahdi, agitando freneticamente le armi.

—Fate largo! ripetè Tell-Afab. Fate largo!

I suoi guerrieri percuotendo a dritta e a manca colle impugnature delle scimitarre, coi calci degli archibusi, colle aste delle lancie, riuscirono a ributtare l'onda dei fanatici e si spinsero innanzi trascinando con loro gli egiziani che non avevano più sangue nelle vene.

Venti volte i guerrieri di Ahmed tentarono di sfondare il cerchio formato dai Baggàra, dai Denka e dai Bongo e venti volte furono ributtati lasciando sul terreno più di uno di loro malconcio. Ciò non impedì però che una lancia spaccasse la testa ad uno dei prigionieri, il quale, lasciato a terra moribondo, dopo essere stato spietatamente calpestato dai Bongo, dai Baggàra e dai Denka, cadde nelle mani dei guerrieri di Ahmed.

Il disgraziato, quantunque ancora respirasse, fu sollevato sulle punte delle lancie e sbranato: la sua testa, infissa in uno spiedo, andò ad ornare la capanna d'un potente sceicco.

Questo incidente diede tempo ai guerrieri di Tell-Afab di giungere in mezzo al campo dove rizzavasi una vastissimazeribakcon solide palizzate. I prigionieri furono in fretta e a suon di legnate cacciati là dentro e cinquecento uomini li circondarono colle armi in pugno sia per impedire a loro la fuga, sia per arrestare i guerrieri di Ahmed che già tornavano alla carica vociferando spaventosamente.

Gli egiziani, pallidi, disfatti, tremanti di spavento, si lasciarono cadere a terra girando all'intorno sguardi inebetiti. In piedi non rimasero che il tenente arabo e un vecchio soldato sulla cui giacca stracciata e scolorita scorgevansi ancora dei gradi in gran parte strappati.

—Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.

L'arabo che pareva assorto in tetri pensieri, non rispose.

—Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.

—Che vuoi? chiese l'arabo volgendosi verso di lui.

—Che succederà di noi?

—Fra qualche ora le nostre teste andranno ad abbellire le capanne degli sceicchi.

—Giusto Allah!

—Hai paura della morte tu? gli chiese con accento quasi ironico l'arabo. Per me la morte è un sollievo. Benedirò la scimitarra che mi spiccherà la testa dal busto.

Il vecchio soldato lo guardò con ispavento.

—Oh! non dite così! esclamò.

—Perchè? Quale speranza, ormai mi rimane? A che vivere quando la vita è un continuo tormento, un continuo strazio? Soffro troppo… ho il cuore spezzato…. bisogna che muoia!

—Ma forse non è morta… chissà…

Sulle labbra dell'arabo spuntò un sorriso pieno di amarezza.

—Perchè illudermi?… Son tre mesi che io interrogo quanti uomini mi passano dinanzi, e non udii mai parlare di lei. È morta!… è morta… oh! io lo sento! esclamò egli.

—Ma chi lo afferma?

—Il mio cuore, il suo silenzio, tutto!… Povera Fathma!… povera donna!

Egli si prese la testa fra le mani con un gesto di disperazione e un singhiozzo lacerò il suo petto.

—Non parliamone più, mormorò egli con voce cavernosa. Il dolore è troppo atroce. Forse nella tomba troverò la felicità che mi fu negata quassù!…

La sua voce fu coperta da uno spaventevole baccano, da un urlo indescrivibile, da un cozzar fragoroso d'armi e da un rullar furioso dinoggàrae didarabùke. Alzò la testa che aveva chinata sul petto. Lo spettacolo che si presentò dinanzi ai suoi occhi lo fece vivamente retrocedere, urtando il sergente.

—Siamo perduti! mormorò egli. Ecco la morte.

I guerrieri del Mahdi, che a poco a poco si erano addensati attorno allazeribakscagliando tremende occhiate sui prigionieri, si erano improvvisamente gettati sui cinquecento Diuka di Tell-Afab, impegnando una sanguinosissima battaglia.

Gli egiziani, che avevano subito compreso il motivo dell'attacco, erano balzati in piedi gettando urla disperate, stringendosi l'un contro l'altro, facendo sforzi sovrumani per ispezzare i legami e vendere almeno cara la vita.

—Coraggio! gridò il tenente arabo. Tutti attorno a me!

Sette od otto lancie, scagliate dagli insorti, caddero nel mezzo dellazeribak. Alcuni egiziani, spezzati i legami, raccolsero quelle armi e le impugnarono disponendosi in cerchio intorno ai compagni inermi.

Era tempo. I guerrieri di Tell-Afab, dopo una debole resistenza, oppressi dal numero strabocchevole degli assalitori, avevano gettato le armi dandosi a precipitosa fuga. I guerrieri del Mahdi, scalata la palizzata, si riversarono giù nellazeribakmandando urla feroci.

L'urto che successe fra questi e i prigionieri fu tremendo. Più di venti uomini caddero al suolo, chi colla testa spaccata fino al mento, chi passato da parte a parte dalle lancie, chi orribilmente mutilato, senza gambe o senza braccia. Il suolo s'inzuppò di sangue per trenta passi all'ingiro.

Assaliti e assalitori, spumanti d'ira, mugulando come belve, si mescolarono confusamente menando all'impazzata le armi, adoperando i pugni, le unghie, i denti, strangolandosi, straziandosi le carni, atterrandosi e calpestandosi rabbiosamente. In un momento non si scorse più che un attruppamento di persone che ondeggiavano per di qua e per di là, che avanzavano o che indietreggiavano, che cadevano o che si rialzavano empiendo l'aria di spaventevoli clamori, di urla, di lamenti, di rantoli.

Ogni qual tratto da quel gruppo di combattenti uscivan dei guerrieri tutti coperti di sangue, che dopo di aver barcollato rotolavano al suolo per non rialzarsi più. Talvolta era invece un egiziano, livido, esangue, colle vesti a brani, che veniva quasi subito raggiunto, sbranato a colpi di scimitarra o inchiodato a colpi di lancia contro le palizzate.

Da cinque minuti la sanguinosa pugna durava, rianimata dall'arrivo di nuovi guerrieri ohe volevano «bere sangue egiziano», quando in lontananza si udì improvvisamente una voce metallica, imperiosa gridare:

—Fermi tutti! Ahmed, nostro profeta, lo comanda.

A quel comando dell'inviato di Dio, la pugna tutta d'un colpo cessò. Le armi si arrestarono in aria o caddero a terra, poi il gruppo di guerrieri si sciolse colla rapidità del lampo. Ognuno volse le spalle fuggendo a rompicollo, scalando le palizzate e confondendosi fra le orde che si pigiavano attorno allazeribak.

Sul campo insanguinato non rimasero che quattro uomini colle vesti a brani e imbrattate di sangue: il tenente arabo che stringeva convulsivamente in mano una scimitarra e tre egiziani che non si reggevano più sulle gambe.

Attorno ad essi c'erano quaranta o cinquanta moribondi che si dimenavano urlando e altrettanti morti, fra i quali unoscièkdi colossale statura colla testa quasi staccata dal busto.

—Fermi tutti!… Ahmed nostro profeta lo comanda! ripetè la voce metallica e imperiosa di prima.

All'entrata dellazeribakcomparve loscièkTell-Afab seguito da dodici Abù-Rof della guardia del Mahdi, montati su bianchi cavalli.

Egli si diresse verso i prigionieri che lo aspettavano a piè fermo, risoluti ancora a vendere cara la loro vita. Scorgendo loscièkdisteso ai piedi del tenente arabo, un lampo di collera balenò ne' suoi occhi e le sue labbra si contrassero mostrando i denti candidi come l'avorio.

—Chi ha ucciso questoscièk? gridò.

—Io! rispose il tenente arabo senza sgomentarsi.

—Sei uomo morto!

—Poco mi cale.

—Abbassate le armi.

Il tenente invece di ubbidire, impugnò saldamente la scimitarra, dirigendo l'insanguinata punta verso di lui.

Loscièkparve più sorpreso che spaventato di quella minaccia.

—Abbassate le armi! ripetè con un tono di voce da non ammettere replica.

—Io l'abbasserò quando tu avrai promesso salva la vita a me e ai miei compagni, rispose il tenente.

—Non sono l'inviato di Dio, io.

—In tal caso ci difenderemo fino a che avremo la forza di alzare le braccia. Morremo tutti e quattro, lo so, ma assieme a noi morrà anche un buon numero de' tuoi scherani.

Tell-Afab divenne cinereo per l'ira, ma si contenne. Alzò la mano dritta e indicando l'immensa pianura nella quale ondeggiavano e brontolavano minacciosamente le terribili orde del Mahdi, gli disse con voce tetra:

—Guarda! Basta un mio cenno, uno solo, capisci, perchè tutti quegli uomini si gettino su te e sui tuoi. Se ti arrendi, il Profeta forse ti salverà, se ti rifiuti morrai: scegli!

L'arabo esitava. Era evidente che se non deponeva le armi, i guerrieri del Mahdi non avrebbero tardato a scannarlo assieme ai compagni per quanta resistenza avesse ad opporre. Non vi eran molte probabilità di uscire salvi dalle mani del Mahdi, tuttavia qualche speranza c'era.

—Mi arrendo, diss'egli, scagliando lungi da sè la scimitarra.Compagni, abbasso le armi.

Non aveva ancor terminato l'ultima parola, che dieci Abù-Rof si gettarono su di lui e sui suoi compagni afferrandoli strettamente pei polsi e trascinandoli via.

I tre egiziani furono condotti in una capanna lì vicina, dinanzi alla quale si affollarono urlando parecchie centinaia di guerrieri; il tenente invece fu condotto dinanzi a un grantugulsul quale ondeggiava la bandiera del Mahdi.

Tell-Afab con un pugno gli fe' volar dalla testa lo sdruscito e scoloritofez, poi lo introdusse nella capanna, lasciandolo solo.

—Dove sono? si chiese l'arabo che sentivasi agitato da sinistri timori.

Girò gli occhi all'intorno con un misto di curiosità e di diffidenza. Vide che la capanna era divisa da un tramezzo di pelle e che era assai miseramente ammobiliata.

Stava per cercare l'uscita, quando un lembo del tramezzo s'aprì e dinanzi gli comparve un uomo che fissò su di lui due occhi vivi, brillanti, a riflessi di due colori.

Quell'uomo era alto di statura, magro, esile, colla carnagione di un color caffè al latte, capelli bruno chiari e barba nerissima. Sulle suo gote scorgevansi tre cicatrici parallele e una verruca. Strana cosa, aveva un braccio più lungo dell'altro.

Il suo vestito era di una estrema semplicità. Componevasi di una camicia e di un paio di calzoni alla turca didamour(grossa tela di cotone); aveva sandali ai piedi e un piccolo turbante verde sul capo.

Il tenente arabo nello scorgere quell'uomo rabbrividì e cadde, senza volerlo, in ginocchio.

—Il Mahdi!… esclamò con voce soffocata.

Infatti quell'uomo era Mohammed Ahmed, il profeta del Sudan.

CAPITOLO II.—Il Mahdi.

Mohammed Ahmed nacque nel 1843 a Dongola nella Nubia; Amina chiamavasi sua madre e Adullah suo padre, il quale esercitava la professione di falegname.

Fino dall'età di 7 anni questo strano personaggio destinato a diventare così grande, così potente, frequentò la scuola mussulmana e con tanta passione che a 12 anni aveva completati gli studi dell'Alcorano.

Grazie all'affezione dei suoi due fratelli stabiliti come calafati aShindi e di un suo zio costruttore di barche sul Nilo Bianco, potèproseguire i suoi studî a Chartum[1] sotto i due celebri maestriEl-Gouradchi e Abd-el-Ayim, figli dello sceicco El-Tayeh.

Non tardò a diventare un fanatico missionario dell'islamismo e credette essere il suo compito quello di paralizzare e distruggere il potere degli europei che impedivano il commercio degli schiavi e comandavano al vicerè d'Egitto, di ricostruire l'antico impero arabo, di raggruppare attorno a sè tutti i credenti del profeta e di fondare una religione universale colla comunità dei beni.

Il 1868 lasciava Chartum, e si affigliava alla confraternita dei Sid-abd-el-Kader-el-Gilani, alleata alla famosa setta dei Senusi. Più tardi si recava a Tormamat, cinquanta miglia al settentrione di Chartum e vi fondava una scuola per propugnare le sue idee, ma ricevuto nel 1870 il titolo di fakir, l'abbandonava per ritirarsi nella rocciosa isola di Abat, che sotto il 13° grado divide il corso del Nilo.

Scavatasi una grotta, sul luogo stesso ove dicevasi che esisteva un tesoro, si metteva a praticare strane cerimonie, standosene per ore intere colle braccia tese in aria, i piedi nell'acqua e la faccia rivolta alla Mecca e piangendo continuamente sulla corruzione universale.

Colla sua pietà, colle sue penitenze, Ahmed non tardò a formare numerose schiere di proseliti fra i baggàra che abitavano lo sponde del Nilo.

Erano passati così dieci anni, quando un bel giorno l'anacoreta vide una barca attraversare il fiume e approdare alla sua isola. Era montata da una deputazione di baggàra.

Ahmed stava snocciolando la sua corona e con matematica regolarità, fingendo di nulla aver veduto. I baggàra aspettarono che avesse terminato poi gli offrirono le loro braccia e le loro armi per iscacciare dal Kordofan e dal Dar-Fur gli egiziani che essi consideravano come infedeli, dacchè si erano alleati agli inglesi.

L'anacoreta in sulle prime resistette, ma ad un tratto afferrò la scimitarra che i baggàra gli presentavano e alzando gli occhi al cielo, gridò:

—Humdu-Hah! Io sarò il braccio dell'Onnipotente! La sua benedizione sarà per noi!

Le antiche profezie annunciavano la comparsa di unMahdinel nuovo secolo che cominciava appunto nel 1881, il quale doveva avere per distintivo il braccio destro più lungo del sinistro e una verruca sulla gota destra. La comparsa di questo Mahdi, aggiungevano le profezie, verrebbe annunciata da sette imani di nome Ahmed o Mohammed i quali avrebbero in diverse epoche e in diverse parti del mondo fatta propaganda religiosa e preparato così il terreno.

Ahmed Mohammed concepì l'ardito disegno di farsi credere ilMahdiaspettato invece di uno degliimani. Si allungò, non si sa come, il braccio destro, si fece nascere la verruca[1] sulla guancia destra e poco prima dell'agosto 1881, dichiarava di essere ilMahdivale a dire «colui che Dio guida sulla via retta».

[1] Questa verruca si dice che gli sia stata fornita da un certo Scandorper, nativo di Meklemburgo, ex lavoratore di capelli e clown. Questo tedesco, tempo addietro, era stato ai suoi servigi e suo confidente.

Egli scrisse allora ai fakir che era l'uomo scelto da Dio per riformare l'islamismo. Malimed Saleh, unfakirdotto e influente, lo consigliò di mettersi alla testa dei baggàra che lo avean gridato loro capo e di fare la guerra ai nemici della religione.

Mohammed Ahmed non indugiò ad accrescere vieppiù la schiera dei proseliti; la maggioranza delle popolazioni vedeva in lui un eletto del Signore e credeva di peccare verso Allàh a non prestare orecchio all'appello delMahdi.

Baggàra, Denka, Bongo, Scianghiè, Barabrà, Abù-Rof, Foriani e Arabi tutti accorsero sotto le sue bandiere e quando egli li ebbe assicurati che i cannoni dei nemici avrebbero vomitato acqua invece di fuoco e ferro, e che coloro che cadrebbero sul campo di battaglia salirebbero in paradiso, cominciò arditamente la ribellione.

Il terreno era mirabilmente adatto per una generale sommossa.

I governatori egiziani colle loro angherie e colle loro crudeltà avevano ridotto le popolazioni alla disperazione; tutte attendevano fremendo un'occasione qualsiasi per impugnare le armi e scuotere l'odioso giogo; tutte attendevano fremendo il dì della vendetta che doveva essere ben terribile.

L'Egitto, venuto a conoscenza dei primi movimenti insurezionali, intimò al Mahdi di recarsi a Chartum. Non avendo Mohammed risposto, Reuf pascià, governatore del Sudan, gli spedì contro un battaglione di scilluk.

Il profeta era preparato. I scilluk furono distrutti dalle sue orde. Reuf, sgomentato, affrettossi a spedire nel Sudan una forte colonna di truppa sotto gli ordini di Rescid-Bey, ma ebbe ugual sorte; caddero sul campo dal primo all'ultimo.

Il pericolo s'avvicinava. Reuf in persona, con 3000 uomini, si mise in campagna e riuscì a sconfiggere le orde dei ribelli.

Ma Mohammed non era uomo da scoraggiarsi nè da cedere così facilmente il campo.

Riparò al sud del Sennar, levò nuove tribù, risalì il Bahr-el-Abiad e la primavera del 1882, scontratosi a Kadir con Reuf pascià e i suoi 8000 uomini, li sconfiggeva. Appena 27 egiziani scamparono al massacro.

Tale vittoria ebbe un'eco grandissima nei deserti africani. Tutte le popolazioni si entusiasmarono per questo fatto che aveva profondamente impressionato la loro vivace fantasia. L'esercito del Mahdi si accrebbe colla rapidità del lampo come si accrebbe smisuratamente il suo prestigio. Tutti volevano prender parte a questa guerra santa, tutti volevano combattere sotto gli ordini di un inviato di Dio.

Mohammed Ahmed proseguì la sua marcia vittoriosa nel Sudan preceduto da un'avanguardia didervisciche usavano tutte le loro arti per rendere infedeli le truppe del vicerè d'Egitto.

Il novembre 1882 le sue orde entravano nella cittadella di Bara dopo di aver massacrato 850 basci-bozuk che si recavano a El-Obeid, e 1000 egiziani che si recavano nella città da lui presa.

Il 15 gennaio, dopo un assedio di parecchi mesi, entrava in El-Obeid, la capitale del Kordofan; 3500 egiziani furono trucidati e gli altri passarono sotto le sue bandiere.

L'Egitto, occupato a guerreggiare contro Arabi-pascià, non pensava più al Sudan e la rivoluzione ingigantiva facendo scomparire tutte le guarnigioni egiziane abbandonate nelle città. Ma la fortuna del Mahdi s'oscurò e la sua potenza per qualche tempo vacillò e corse pericolo di sfasciarsi.

Il governo egiziano, uscito salvo dalla rivoluzione d'Arabi-pascià e datosi in braccio all'Inghilterra, non tardò a spedire nuovi eserciti nei paesi sollevati a rivolta. Il Mahdi il 23 febbraio del 1883 veniva rotto da Abd-el-Kerim a Mikrai-el-Datkel; il 12 marzo subiva la seconda sconfitta da Soliman pascià, e il 29 aprile la terza da Hicks e Aladin pascià presso la fortezza di Kava sul Nilo.

Il Mahdi fu obbligato a ritirarsi nel Kordofan, ma la sua stella, per un momento offuscata, ritornò a brillare più splendida che mai. Spediti Osman Digma e Mohammed Taher nel Sudan orientale, l'uno come emiro e l'altro come ulema principale, a sollevare i beduini, riprese la marcia interrotta dalle precedenti sconfitte. Saputo che Aladin e Hicks pascià con 11,000 egiziani si avanzavano verso la sua capitale, il 2 novembre, alla testa di oltre duecentomila guerrieri movevasi ad incontrarli e li massacrava tutti a Kasghill.

Liberato il paese da tutti quei prepotenti che il 1876 l'avevano invaso o rovinato, il povero fakir, diventato terribile guerriero, si ritirava sotto El-Obeid dove lo troviamo attualmente nell'umile sua capanna.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ahmed Mohammed tenente arabo, si era arrestato colla fronte aggrottata, accarezzandosi nervosamente la nera e folta barba. I suoi occhi che mandavano lampi di viva luce con riflessi a due colori, si fissarono in quelli dell'arabo che si sentì affascinato nell'egual guisa che gli uccelli si sentono affascinati dallo sguardo dei serpenti.

—Chi sei? chiese Ahmed, dopo alcuni istanti di muta contemplazione.

L'arabo a quella interrogazione si scosse; un fremito passò sul suo volto che divenne livido.

—Abd-el-Kerim, articolò egli.

—Sei arabo, se non m'inganno.

—Sì, sono arabo, nativo di Berber.

—Sai chi io sono?

—Mohammed Ahmed.

—No, disse il profeta, Sono il Mahdi!

—Come vuoi.

—Non lo credi?

Abd-el-Kerim non rispose, ma sostenne impavido lo sguardo di fuoco che gli slanciò Ahmed.

—A quale esercito appartenevi? chiese il Profeta cangiando tono.

—A quello di Dhafar pascià.

—Sicchè tu sei partito da Chartum?

—Non lo nego.

—Dove ti hanno fatto prigioniero?

—Presso El-Dhuem.

—Sai cosa è accaduto dell'armata di Hicks pascià?

—L'ignoro.

Il Mahdi battè tre volte le mani. Unimanentrò quasi subito portando un sacco legato.

—Sai cosa contiene questo sacco? chiese Ahmed all'arabo.

—No.

Ahmed aprì il sacco e tirò fuori una testa umana bruttata di sangue, priva degli occhi e seccata dall'ardente sole equatoriale.

Egli la mostrò ad Abd-el-Kerim che indietreggiò inorridito.

—La conosci questa testa? chiese Ahmed con accento feroce.

—No, balbettò l'arabo.

—È la testa di Hicks pascià[1]. Io ho distrutto nella foresta di Kasghill tutto l'esercito egiziano, mi capisci, arabo rinnegato, e ben pochi sono sfuggiti alla catastrofe e nessuno portò la terribile novella a Chartum. Io, l'inviato d'Allàh, Mohammed Ahmed, ho fulminato tutti i nemici che con incredibile audacia marciavano sulla città santa. Tutti andranno all'inferno: è la punizione di coloro che rimangono sordi alla voce del Signore.

[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi mi assicurò che quella testa non apparteneva a Hicks pascià, ma al barone di Cettendorge, capitano di Stato Maggiore.

—Ah! quanto sei terribile! mormorò Abd-el-Kerim che tremava ancora per l'emozione.

—È giustizia, rispose Ahmed ricollocando la testa nel sacco.

Poi volgendosi verso l'iman inginocchiato:

—Abù-Mogara, gli disse. Farai collocare tutte le teste dei visi bianchi sulle porte di El-Obeid, onde tutta la popolazione possa vederle.

L'iman uscì coll'orribile sacco sulle spalle. Nella capanna regnò per parecchi minuti un lugubre silenzio, poi il Mahdi, accennando all'arabo unangareb, gli disse:

—Siedi e narrami cosa si dice di me a Chartum, Si crede che io sia l'inviato di Dio che ha la santa missione di ricostituire l'antico impero arabo, di raggruppare attorno a me tutti i credenti del profeta, di porre un argine all'invasione degli infedeli, di fondare una religione universale colla comunità dei beni?

—No, nessuno lo crede.

Un lampo di collera brillò negli occhi del Mahdi e i suoi denti stridettero.

—Lo so, che il vice-re Tewfik mi accusa di essere un falso profeta, sperando di allontanare da me gli arabi che io vorrei salvare dalle mani degli inglesi, ma non credeva che le popolazioni dividessero l'opinione di quel miserabile, di quel vigliacco che vendette il suo regno pur di rimanere sul trono.

Sta bene: non avrò pietà per nessuno. Gli empi cadranno sotto la mia scimitarra nell'egual guisa che caddero Hicks pascià e i suoi soldati a Kasghill.

—Ma che pretenderesti di fare colle tue orde?

—Lo vedrai appena saranno terminati i raccolti e organizzate le mio truppe. Ho sotto di me diciotto tribù che formano un esercito di duecentomila uomini che non temono nè il ferro, nè il fuoco. Scenderò in Egitto, e quando sarò entrato nel Cairo e che avrò rovesciato Tewfik, passerò alla Mecca, per far cadere il sultano dei turchi.

—Ma sai, Ahmed, che abbiamo gl'inglesi in Egitto?

—E credi tu che io abbia paura dell'Egitto?

—Ma ti manderà contro inglesi e abissini. Ahmed alzò le spalle.

—Non li temo, disse. Passerò a fil di spada gli uni e gli altri.

—Sono molti, Ahmed.

—E anche i miei sono molti.

—E se riuscissero a vincerti?

—Non mi avranno vivo. Quando vedrò che ogni lotta sarà vana, mi farò uccidere alla testa delle mie tribù.

Per alcuni istanti rimase silenzioso colla fronte aggrottata, lo sguardo cupo, le braccia incrociato sul petto, poi rialzando bruscamente la testa:

—Sai quale morte ti attende? chiese ad Abd-el-Kerim.

L'arabo, quantunque si aspettasse questa domanda, trasalì e fissò sulMahdi due occhi atterriti.

—No, disse poi. Del resto, non la temo.

—Eppure tu sei giovane, bello e mi dissero anche che tu sei prode.

—Eppur desidero la morte, disse l'arabo con profonda tristezza.

—Perchè? che ti è accaduto per desiderare la morte? chiese Ahmed con sorpresa.

Abd-el-Kerim mandò un sospiro e portò ambe le mani al cuore.

—Ahmed, disse con voce cupa. Se tu avessi posseduto e amato una donna bella, divina, che ti idolatrava, e poi te l'avessero rapita e forse uccisa, ti rincrescerebbe il morire? Sai, Ahmed, ho perduto una donna che io adorava, una donna per la quale io avrei commesso dei delitti e compiuto dei miracoli. Che importa a me se mi uccidono; quando il vivere è un continuo tormento, un continuo martirio, un continuo delirio?

Ahmed indietreggiò emettendo un sospiro che parve un ruggito. Le vene del collo gli si gonfiarono prodigiosamente, quasicchè volessero scoppiare e la sua faccia, poc'anzi tranquilla, diventò burrascosa. Grosse goccie di sudore colavano dalla sua fronte rigandogli le sfregiate gote.

—Ah! Tu amavi una donna che di poi scomparve! esclamò egli con voce arrangolata. Sei anche tu infelice; ti compiango! Anch'io rimpiansi per lungo tempo una donna che io amai con tutte le forze dell'anima mia e che poi non rividi più.

S'arrestò anelante, commosso e nel medesimo tempo irritato, e si mise a passeggiare per la capanna colle braccia incrociate e la testa china sul petto.

—Come si chiamava quella donna? chiese l'arabo nella cui mente gli balenò un terribile sospetto.

Ahmed si strinse nelle spalle e diventò più cupo.

—Forse si chiamava….

—Chi? domandò Ahmed arrestandosi di colpo.

Abd-el-Kerim stava per pronunciare il nome di Fathma, ma lo assalì una inquietudine tale, sentì uno stringimento di cuore tale, che non lo pronunciò.

Ebbe paura che quella donna che aveva tanto amata e che era stata un tempo la favorita dell'uomo che gli stava dinanzi, fosse la medesima che il Mahdi rimpiangeva. Vide subito l'abisso in cui stava per precipitarvi e si arrestò.

—Ebbene? chiese Ahmed. Si chiamava?…

—Non mi rammento più il nome, balbettò l'arabo confuso.

—Te lo dirò io, allora. Era una donna superba, bella come una urì del paradiso di Mohammed, dagli occhi grandi e fulgidi come diamanti neri, e dai capelli più fini della seta. Il suo nome era… Fathma!

Abd-el-Kerim si morse furiosamente le labbra per trattenere il grido che stavagli per sfuggire e tradirlo. Diventò spaventosamente pallido, vacillò come colpito da una mazzolata sul capo e le braccia gli caddero senza forze lungo i fianchi.

Il Mahdi amava Fathma! Il Mahdi rimpiangeva la donna che Abd-el-Kerim aveva tanto amata! L'arabo, pietrificato, credeva di essere lo zimbello di un sogno.

—Si chiamava Fathma! esclamò con voce soffocata…..

—Sì, rispose il Mahdi che tutto assorto nella sua cupa disperazione non s'era accorto della commozione dell'arabo. Hai udito parlare, a Chartum, di questa donna che mi straziò l'anima? Si diceva che era fuggita in quella città.

—No!… No!… mormorò Abd-el-Kerim che tremava verga a verga.

—Si diceva che era diventata l'amante di un ufficiale arabo. Se potessi averlo nelle mani quest'uomo… Guai! guai il giorno che la sua cattiva stella lo condurrà al mio campo…

Abd-el-Kerim coi capelli irti, gli occhi sbarrati, non respirava più.Egli si chiedeva se quel terribile rivale sapesse che l'amante diFathma era il prigioniero che gli stava dinanzi.

—Maledetta donna, proseguì Ahmed. L'amavo, aveva da me tutto quello che desiderava, aveva a sua disposizione duecentomila guerrieri pronti a farsi uccidere per lei, era più di una sultana, e mi obliò, mi abbandonò. Ma verrà forse un dì che la riavrò nelle mie mani e le farò scontare a caro prezzo il tradimento. Oh! quel dì si pentirà di aver burlato l'inviato di Allàh!

—Ma è viva, adunque? chiese Abd-el-Kerim che non si teneva più.

—Si dice che è viva, ma nessuno lo assicura.

—Ah!

—Che hai?

—Nulla, mormorò l'arabo prestamente. Ho la punta di una freccia in un braccio e mi fa soffrire.

—Soffrirai ancora per poco, disse Ahmed con un sorriso crudele.

—Perchè?

—Perchè domani, a meno che non sii protetto da Allàh, morrai.

—Ma io non voglio morire! esclamò l'arabo.

—Come, pochi minuti fa non t'importava di morire ed ora mi dici che non vuoi morire. Quale cangiamento è mai avvenuto nel tuo animo?

—È entrata una speranza.

—Quale?

—Che la donna che io amai e che credo perduta sia viva come la tua.

Lo sguardo acceso del Mahdi si annebbiò diventando malinconico, quasi tenero.

—Sai che tu mi piaci? gli disse, posandogli le mani sulle spalle.

—Io!

—Sì, tu mi piaci e vorrei vederti ufficiale nel mio esercito. Disgraziatamente mi hai ucciso un potentescièke bisogna che io lo vendichi.

—Sicchè anch'io morrò?

—No, io ti darò il mezzo di salvarti.

Abd-el-Kerim si gettò ai piedi di Ahmed mandando un grido di gioia.

—Odimi, disse Ahmed, rialzandolo. I miei guerrieri hanno la barbara abitudine di far sventrare i prigionieri condannati a morte, dai bufali o dai leoni. È bensì vero che armano il condannato d'una scimitarra, ma, come puoi immaginarti, difficilmente scampano alla morte. Se però ammazzano l'animale sono proclamati guerrieri e quindi posti in libertà.

—E così combatterò contro i bufali?

—No ti metterò di fronte un leone al quale avrò dato prima una bevanda che lo priverà della sua forza, che lo ubbriacherà. Ti sarà facile ucciderlo con un colpo di scimitarra.

—Ah! grazie! Ahmed!

—Come vedi, io ti salvo dalla morte, ma bisogna che tu diventi mio seguace, che mi adori e rispetti come adoravi e rispettavi Mohammed il primo profeta.

—Farò tutto quello che vorrai. E i mei compagni li salverai?

—È impossibile. Non ardirei tentarlo. Va, ora, ritorna fra i prigionieri e arrivederci a domani allazeribak.

Battè le mani: due guerrieri entrarono inginocchiandosi dinanzi a lui.

—Conducete quest'uomo nella capanna dei prigionieri, disse a loro il Mahdi. Badate che se qualcuno lo tocca, lo insulta o lo percuote è uomo morto.

Un istante dopo Abd-el-Kerim e i guerrieri uscivano daltuguldi Mohammed ed entravano in quello dei prigionieri, sotto il quale, distesi per terra, strettamente legati, tremanti di spavento e d'angoscia stavano i tre egiziani.

Vedendo Abd-el-Kerim, uno di essi, il meno maltrattato, si alzò penosamente sulle ginocchia interrogandolo con uno sguardo lagrimoso.

—Siamo perduti, rispose l'arabo.

—Non c'è più speranza adunque? balbettò l'egiziano.

—Nessuna.

—È una iena adunque questo Mahdi?

—Taci, se vuoi vivere fino a domani.

L'egiziano emise un sordo gemito e ricadde col volto nascosto fra le mani.

CAPITOLO III.—Il supplizio dei prigionieri.

All'indomani i dintorni della grandezeribakformicolavano di guerrieri accorsi da tutto le parti del campo.

Alcuni si arrampicavano sulle spalle dei compagni più alti, altri sulle gobbe dei cammelli o sui dorsi dei cavalli, degli asini, dei buoi, che sparivano totalmente sotto la folla, e altri ancora sugli alberi che ombreggiavan il recinto, accomodandosi alla meglio fra i rami.

S'udiva per ogni dove un gridìo, un rullare di tamburi e di tamburoni, uno squillare di trombe e un salmodiare dei versetti dell'Alcorano, fragori che spesso venivano coperti da urla disperate. Zuffe accanite succedevano qua e là in mezzo alla folla, che finivano con una coltellata o con una sciabolata, e dai rami capitombolavano uomini che venivano gettati giù dai forti, senza badare se si rompevano la testa o si fiaccavano il collo.

Tutti volevano passare innanzi, tutti volevano guadagnare le palizzate dellazeribaknel cui interno dovevano venire giustiziati i prigionieri egiziani.

Soli due uomini non partecipavano a quella forte curiosità e si tenevano in disparte, seduti tranquillamente sulla cima di una collinetta sabbiosa, chiaccherando colla maggior calma del mondo, senza quasi degnarsi di volgere uno sguardo al recinto.

Uno era un uomo di alta statura vestito da beduino, colcoftancalato sul volto in modo da non vedere che una barba nera e ispida.

L'altro era unoscièknegro, tozzo, robusto, dal volto feroce, senza barba, con due occhi grandi e brillanti, naso assai schiacciato e labbra sporgenti. Portava un gran turbante sul capo, unarahâd(cintura) riboccante d'armi alle reni e ornata di spessi cordoncini, un paio di larghi calzoni alla turca e alle braccia numerose anella d'avorio e file dichâraz(perline di vetro).

—Dunque tu mi raccontavi? diceva loscièk.

—Che egli è qui, rispose il beduino con accento straniero.

—Sei proprio sicuro?

—Sicurissimo, El-Mactud.

—Quando l'hai veduto?

—La decorsa notte passando dinanzi ad untugulguardato da venticinque guerrieri. Al chiarore dei fuochi lo vidi sdraiato a terra col volto fra le mani.

—Puoi esserti ingannato, disse loscièk.

—Ma no, non mi sono ingannato, te l'assicuro. Lo conosco troppo bene.

—Ma non militava sotto Hicks pascià?

—Quando lo lasciai era con Dhafar pascià, non posso quindi sapere se egli abbia raggiunto il generale inglese.

—A ogni modo non so capacitarmi come abbia abbandonata la sua bandiera per passare sotto quella di Ahmed.

—Ti narrai che egli amava una donna e che questa gli fu rapita.

—Ebbene?

—Forse spera di ritrovarla qui.

—Quale grado occupa? chiese loscièk.

—L'ignoro come te. Sulla soglia della sua capanna ho veduto venticinque guerrieri, e so che ieri sera ebbe un colloquio con Ahmed Mohammed, poichè lo videro uscire daltugul.

—Bisogna sapere qual grado gli fu conferito e se è amico di Ahmed.

—Lo sapremo, e per quanto potente egli qui sia, lo annienterò, lo farò cadere nella polvere! Basta che pronunci il nome della donna, che egli amò perchè Ahmed lo condanni a morte.

—Ma che cosa ti fece che lo odii tanto?

—Disonorò mia sorella e poi l'uccise, disse il beduino cercando di dare alla sua voce un tono cupo.

—Allora bisogna vendicarsi.

—Mi vendicherò.

—Fa come noi baggàra Salem che ci atteniamo alla legge del taglione insegnataci dalla Bibbia, dal Minu e dal Corano.Aèn be aèn(occhio per occhio);uèden be uèden(orecchio per orecchio);ed-dân b'ed dân(sangue per sangue).

—Aspetta che io lo abbia in mano e poi ne vedrai di belle.

—Così va bene, io sarò sempre pronto ad aiutarti.

—Zitto, ecco Ahmed Mohammed, disse il beduino alzandosi.

In lontananza, appariva Ahmed, col turbante verde dei discendenti del profeta ed in completo assetto da guerra. Montava un superbo cavallo bianco condotto a mano da duedervise dietro a lui caracollavano gliscièkdi tutte le tribù ed una banda di Abù-Rof colle scimitarre sguainate e gli stendardi spiegati.

Quando fu vicino allazeribakun gran grido emesso da duecentomila persone echeggiò:

—Viva Ahmed Mohammed! Salute all'inviato di Dio!

Ahmed con un cenno della mano fece tacere tutti quei clamori. Scese d'arcione, s'inginocchiò a terra, borbottò alcune preghiere, poi andò a sedersi su di un palco che dominava la zeribak. Gli sceicchi e idervispiù rinomati presero posto dietro a lui.

—Dove sono i prigionieri? chiese il beduino allo sceicco.

—Eccoli là, circondati da una compagnia di baggàra.

—Non ne abbiamo molti da assassinare. Non ne vedo che quattro.

—Ma in mezzo ad essi vedo anche un ufficiale.

—Un ufficiale!… Ira di Dio! chi può essere mai?

—Qualche ufficiale preso a Kasghill.

—Eh!… esclamò d'improvviso il beduino saltando indietro. Non è possibile!… Io m'inganno!…

—Che hai?

—Quell'ufficiale che è fra i prigionieri… Ira di Dio! È lui!…

—Ma chi?

—Abd-el-Kerim?

—È impossibile.

—Te lo dico io; È proprio lui!

—Ma se hai veduto questa notte una guardia di onore dinanzi al suotugul.

—Mi sono ingannato. Erano guerrieri che vegliavano perchè non fuggisse. Vieni El-Mactud: la vendetta di Ahmed Mohammed ha preceduta la mia.

Il beduino e loscièksi precipitarono giù dalla collina, raggiunsero la folla che stringevasi attorno allazeribake facendosi largo a furia di gomiti, si confusero nel mezzo.

Proprio in quel momento Abd-el-Kerim e i tre egiziani venivano condotti in una loggia circondata da guerrieri armati fino ai denti. Il primo era calmo, sorridente, noncurante, gli altri invece penavano a stare in piedi; erano pallidi, disfatti, in preda ad un terrore indescrivibile.

La loro comparsa fu accolta dalle diciotto tribù con urla selvaggie, con maledizioni, con insulti, con un agitar minaccioso di braccia; più di un'arma fu diretta contro di essi e più di un fucile li tolse di mira. Però, ad una parola di Ahmed Mohammed, il silenzio tornò a farsi e le armi vennero abbassate.

S'udì un fragoroso rullar dinoggàrae didarabùke. e un bufalo fu fatto entrare nellazeribakfra frenetici battimani.

Era un bell'animale, d'alta taglia, tigrato, colle corna lunghe e aguzze. Appena entrato e liberato dai legami, si mise a saltellare all'impazzata pel recinto, mugghiando furiosamente e cozzando contro le palizzate. Faceva paura a vederlo colla bocca piena di bava e quegli occhi grandi, accesi, che roteavano in un cerchio sanguigno; si capiva che prima di farlo entrare, ibaggàralo avevano irritato, lo avevano reso furioso.

Un egiziano fu incitato a discender nell'arena dopo di averlo armato di una scimitarra, ma il disgraziato, ebbro di paura, non ardì muoversi e si mise a strillare come se lo uccidessero. Quattro guerrieri però lo afferrarono, lo sollevarono e lo scaraventarono nel recinto.

—Kuâies! Kuâies-ktir! (bello! bello assai!) urlarono gli spettatori.

Il povero uomo, quantunque stordito dal capitombolo fatto, si rialzò gettando attorno gli sguardi smarriti, supplicando a mani giunte gli astanti di salvargli la vita. I negri gli risero in faccia, gli sputarono addosso e aizzando il bufalo con spaventevoli vociferazioni e con sassi.

—A morte a morte l'infedele! urlavano gli uni.

—Prendi la scimitarra, vigliacco! urlarono gli altri.

Il bufalo aveva subito scorto la vittima. Emise un muggito da far agghiacciare il sangue, si battè i fianchi colla coda, abbassò la testa e si precipitò innanzi colla rapidità del lampo.

Tutti credettero di vedere l'egiziano sventrato, ma ciò non accadde. Vistoselo capitare addosso il disgraziato prigioniero si era messo a correre disperatamente attorno al recinto cercando, ma invano, di arrampicarsi sulle palizzate. Per dieci minuti riuscì a tenersi lontano dal terribile animale che sollevava nubi di polvere galoppando furiosamente per tutti i versi, poi si arrestò cercando di tenergli testa.

Uomo e animale si scontrarono in mezzo al recinto. L'egiziano che aveva raccolto la scimitarra, tirò un colpo alla cieca che cadde nel vuoto. Non ebbe il tempo di rialzare l'arma; l'animale furibondo, sprofondò le aguzze sue corna nel petto di lui, poi, sollevatolo non ostante gli spaventevoli contorcimenti, lo sbattè furiosamente contro la palizzata. La vittima orribilmente schiacciata, precipitò inerte al suolo insanguinando le sabbie.

—Kuâie! Kuâies-ktir! strepitarono i guerrieri.

Il bufalo fu tosto preso al laccio dai baggàra che si tenevano a cavalcioni della palizzata. Il cadavere dell'egiziano, deformato, sventrato, fu trascinato via per essere dato a pasto delle belve delle foreste e vennero precipitati giù gli altri due egiziani, uno dei quali, spezzatosi una gamba, rimase disteso a terra strillando e invocando Allàh e il Profeta.

Altri due bufali furono fatti entrare e il sanguinoso spettacolo ricominciò. Fu breve: il primo egiziano venne sventrato al primo urto, e il secondo arrampicatosi sulla palizzata, venne ucciso da una lancia scagliatagli da un Abù-Ròf.

Non restava che Abd-el-Kerim, il quale aveva assistito impassibile alla sventurata fine dei suoi compagni d'armi. Egli discese nell'arena colla scimitarra in pugno, lo sguardo sfavillante d'ardire, attendendo con calma straordinaria la comparsa del leone che doveva attaccarlo.

Uno deidervis, per ordine di Ahmed intimò alla tumultuante folla il più profondo silenzio, dopo di che venne fatto entrare ilre delle foreste africane. Era un vecchio leone, lungo due metri, alto più di uno dalla maestosa figura, dal portamento ancora fiero, che ruggiva orribilmente scuotendo la villosa giubba.

Un fremito di spavento corse per le membra dei guerrieri del Mahdi alla vista di quell'animale che gode un terribile fama appo tutte le popolazioni africane. Ognuno ammutolì e guardò quasi con terrore l'arabo che non si era nemmeno mosso dall'apparire di quel formidabile campione.

Per alcuni istanti il leone si accontentò di far udire la sua voce, battendosi i fianchi colla coda, un colpo della quale è bastante per rompere le gambe ad un uomo, poi si mise a ronzare attorno all'arabo che presentavagli la fronte riparandosi dietro la scimitarra come dietro ad uno scudo.

D'improvviso si arrestò e si raccolse su sè stesso guardando con occhi di fuoco l'arabo. Spiccò un salto innanzi, ma le forze per una causa sconosciuta, gli vennero meno e ricadde tre passi lontano.

Un grido di sorpresa sfuggì da tutti i petti. La cosa era così strana che tutti credettero che quella improvvisa mancanza di forza dovesse attribuirsi ad un miracolo di Allàh.

—Miracolo! miracolo! gridarono alcunidervis, alzando le braccia verso il cielo.

—Si aizzi il leone! tuonò una voce.

—Silenzio! gridò Ahmed Mohamed.

Per la seconda volta il leone si raccolse su sè stesso ruggendo e si slanciò innanzi, e per la seconda volta ricadde senza forze. Un sorriso spuntò sulle labbra di Ahmed che guardava fisso Abd-el-Kerim sempre impassibile.

—Miracolo! Miracolo! ripeterono idervis.

—Fuori un altro leone! tuonò la medesima voce che aveva comandato di aizzarlo.

Nell'istesso momento Abd-el-Kerim si slanciava contro al leone che era incapace di muoversi e che ruggiva spaventosamente e con un colpo di scimitarra gli apriva la testa rovesciandolo agonizzante al suolo.

Da un capo all'altro della pianura rimbombò un solo grido:

—È salvo! Viva l'arabo!

—A morte l'arabo! gridò per la terza volta la voce sconosciuta.

—Bravo! Bravo!


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