ATTO PRIMO
Appare un'aula vastissima nella casa antica dei Sangro costrutta sul dosso ineguale del monte. Alla robustezza della primitiva ossatura normanna tutte le età han sovrapposto le loro testimonianze di pietra e di cotto, dal regno degli Angioini al regno dei Borboni. Ricorre all'intorno un ballatoio ricco di sculture, sopra arcate profonde; delle quali alcune sono tuttora aperte, altre sono richiuse, altre sono rette da puntelli. Delle tre in prospetto, la mediana prolunga la sua vôlta verso il giardino che splende, di là da un cancello di ferro, con i suoi cipressi le sue statue i suoi vivai; la destra mette a una scala che ascende e si perde nell'ombra; la sinistra, ornata in ciascun fianco da un mausoleo, s'incurva su la porta della cappella gentilizia che a traverso i trafori di un rosone spande il chiarore delle sue lampade votive. A destragli archi, più leggeri, sorretti da pilastri isolati, si aprono su una loggetta del Rinascimento a cui fa capo un ramo della scala che discende nella corte. A sinistra, nel muramento d'un arco è praticata una piccola porta; e quivi presso, armadii e scaffali son carichi di rotoli e di filze. Cumuli di vecchie pergamene ingombrano anche il pavimento sconnesso, sopraccàricano una tavola massiccia intorno a cui son seggioloni e scranne. Busti illustri su alte mensole, grandi torcieri di ferro battuto, cassapanche scolpite, una portantina dipinta, alcuni frammenti marmorei compiscono la suppellèttile. Una fontana di gentile lavoro, dominata da una statuetta muliebre, alza nel mezzo dell'aula la sua conca vacua. E il tutto è vetusto, consunto, corroso, fenduto, coperto di polvere, condannato a perire.
Appare un'aula vastissima nella casa antica dei Sangro costrutta sul dosso ineguale del monte. Alla robustezza della primitiva ossatura normanna tutte le età han sovrapposto le loro testimonianze di pietra e di cotto, dal regno degli Angioini al regno dei Borboni. Ricorre all'intorno un ballatoio ricco di sculture, sopra arcate profonde; delle quali alcune sono tuttora aperte, altre sono richiuse, altre sono rette da puntelli. Delle tre in prospetto, la mediana prolunga la sua vôlta verso il giardino che splende, di là da un cancello di ferro, con i suoi cipressi le sue statue i suoi vivai; la destra mette a una scala che ascende e si perde nell'ombra; la sinistra, ornata in ciascun fianco da un mausoleo, s'incurva su la porta della cappella gentilizia che a traverso i trafori di un rosone spande il chiarore delle sue lampade votive. A destragli archi, più leggeri, sorretti da pilastri isolati, si aprono su una loggetta del Rinascimento a cui fa capo un ramo della scala che discende nella corte. A sinistra, nel muramento d'un arco è praticata una piccola porta; e quivi presso, armadii e scaffali son carichi di rotoli e di filze. Cumuli di vecchie pergamene ingombrano anche il pavimento sconnesso, sopraccàricano una tavola massiccia intorno a cui son seggioloni e scranne. Busti illustri su alte mensole, grandi torcieri di ferro battuto, cassapanche scolpite, una portantina dipinta, alcuni frammenti marmorei compiscono la suppellèttile. Una fontana di gentile lavoro, dominata da una statuetta muliebre, alza nel mezzo dell'aula la sua conca vacua. E il tutto è vetusto, consunto, corroso, fenduto, coperto di polvere, condannato a perire.
Donna Aldegrinaè seduta presso la tavola, intenta a consultare le pergamene dell'archivio.Benedettatorce il fuso,Annabellagira l'arcolaio. Il sole pomeridiano entra dalla loggetta.
Donna Aldegrina.Annabella, Annabella,non senti come tremano le mura?Che è mai questa romba?La casa crolla?Annabella.È Probo di Gonnàriche dà fuoco alla mina,che rompe i massi con le mine al monte,al Monte Picco delli Tre Confiniin Serra Grande.Donna Aldegrina.Dalle fondamentascote la casa. Ora me la dirocca!Benedetta, non vedi che s'allargala fenditura, là, nella travata?E ancora non fu messa la catena!Questo Mastro Domenico di Pacedunque non viene mai?Vuole la nostra morte?Benedetta.Lavora dalla parte delle logge,o Signorìa, con vénti manovali,a mettere puntelli e stanghe e sbarre;e dice che gli tocca lavorareanco stanotte al lume dette fiaccole;ché quella parte è tuttacrepe e crepacci, e pende che a vederlafa spavento. Il pietramesi sgretola, si sciogliein sabbia, come tufo; anco il mattone,peggio che crudo fosse.Annabella.Questa maneè rotolata già dalla sua nicchiala Regina Giovanna; e il Re Robertotentenna, Signorìa.Benedetta.E l'aquila è caduta dal sepolcrodel vescovo Berardo.Annabella.Anco la fontanella di Gioiettaammutolita s'è. La gromma intasatutto: le tre cannelle sono secche.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Annabella, Annabella,non senti come tremano le mura?Che è mai questa romba?La casa crolla?
Annabella, Annabella,
non senti come tremano le mura?
Che è mai questa romba?
La casa crolla?
Annabella.
Annabella.
È Probo di Gonnàriche dà fuoco alla mina,che rompe i massi con le mine al monte,al Monte Picco delli Tre Confiniin Serra Grande.
È Probo di Gonnàri
che dà fuoco alla mina,
che rompe i massi con le mine al monte,
al Monte Picco delli Tre Confini
in Serra Grande.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Dalle fondamentascote la casa. Ora me la dirocca!Benedetta, non vedi che s'allargala fenditura, là, nella travata?E ancora non fu messa la catena!Questo Mastro Domenico di Pacedunque non viene mai?Vuole la nostra morte?
Dalle fondamenta
scote la casa. Ora me la dirocca!
Benedetta, non vedi che s'allarga
la fenditura, là, nella travata?
E ancora non fu messa la catena!
Questo Mastro Domenico di Pace
dunque non viene mai?
Vuole la nostra morte?
Benedetta.
Benedetta.
Lavora dalla parte delle logge,o Signorìa, con vénti manovali,a mettere puntelli e stanghe e sbarre;e dice che gli tocca lavorareanco stanotte al lume dette fiaccole;ché quella parte è tuttacrepe e crepacci, e pende che a vederlafa spavento. Il pietramesi sgretola, si sciogliein sabbia, come tufo; anco il mattone,peggio che crudo fosse.
Lavora dalla parte delle logge,
o Signorìa, con vénti manovali,
a mettere puntelli e stanghe e sbarre;
e dice che gli tocca lavorare
anco stanotte al lume dette fiaccole;
ché quella parte è tutta
crepe e crepacci, e pende che a vederla
fa spavento. Il pietrame
si sgretola, si scioglie
in sabbia, come tufo; anco il mattone,
peggio che crudo fosse.
Annabella.
Annabella.
Questa maneè rotolata già dalla sua nicchiala Regina Giovanna; e il Re Robertotentenna, Signorìa.
Questa mane
è rotolata già dalla sua nicchia
la Regina Giovanna; e il Re Roberto
tentenna, Signorìa.
Benedetta.
Benedetta.
E l'aquila è caduta dal sepolcrodel vescovo Berardo.
E l'aquila è caduta dal sepolcro
del vescovo Berardo.
Annabella.
Annabella.
Anco la fontanella di Gioiettaammutolita s'è. La gromma intasatutto: le tre cannelle sono secche.
Anco la fontanella di Gioietta
ammutolita s'è. La gromma intasa
tutto: le tre cannelle sono secche.
S'alza. Va a sollevare il disco di pietra nel pavimento. Prova a dar l'acqua.
S'alza. Va a sollevare il disco di pietra nel pavimento. Prova a dar l'acqua.
Gira e volta la chiave nel chiusino,l'acqua non passa più!
Gira e volta la chiave nel chiusino,l'acqua non passa più!
Gira e volta la chiave nel chiusino,
l'acqua non passa più!
Lascia ricadere il disco. Guarda la fontana.
Lascia ricadere il disco. Guarda la fontana.
Una cannella solaancóra dà una gocciola ogni tanto.Peccato! Ci teneva compagnia.Benedetta.Pericola il soffitto nella stanzadella contessa Loretella. E tuttigli specchi torbi intorno si son rotti(piano, fuso, che non si rompa il filo)dove ci si vedeva nelle macchienon so che cose del tempo che fu.Annabella.Ci si vedeva il visodella contessa, e l'appannava il fiatosuo, come dietro il vetrod'una finestra quandos'aspetta che uno passi e gli occhi attentisi velano alla pena del fiatare,(piano, arcolaio, ché la matassa è scura)e solo sta quel velo innanzi agli occhi,e solo passa il tempo, e nulla più.Benedetta.Caduti sono i travicelli e gli émbricisul pavimento; e c'è piovuto: un crosciod'acqua, un rovescio di gragnuola: ed orasvolacchiano le rondini pel varco...O Signorìa, che pensi?Donna Aldegrina.Dove sarà Gigliola?È la vigilia della Pentecosteoggi.Annabella.Oggi fa l'anno.Benedetta.Verso sera.Annabella.Non volledetta la messa di requie stamani.Vuol che si dica dopo Pentecosta.Chi sa perché!Donna Aldegrina.Dove sarà Gigliola?Benedetta.Nel giardino sarà per la ghirlanda.Annabella.A cogliere i papaveri selvaggi?Ma di quel rosso non si fa ghirlanda.Men sùbito s'accaglia il sangue sparsoche quello non si guasti. O Signorìa,tutto inselvatichito è il tuo giardino,e tristo come il campo di nessuno.Anche i pavoni l'hanno abbandonato.Donna Aldegrina.Dove sarà Gigliola, ed il suo cuore?Annabella.Va per la casa, per le cento stanzeva come ieri andò, come andrà sempre,con quel suo cuore che tanto le pesa.Tanto le pesa che s'è fatta curva.E non ha pace, e non si stanca mai.E va di porta in porta,ecco apre un uscio, dietro a sé lo chiude,sale una scala, scende un'altra scala,piglia un andito, passa un corridore,a una loggia s'affaccia,attraversa una corte,sparisce in un androne;e risale e riscende e non ha pacee cerca cerca cerca e mai non trova...Ah, questa casa chi la fabbricòtanto grande? e perché con tante porte?A quanti mali ei volle dare albergo?
Una cannella solaancóra dà una gocciola ogni tanto.Peccato! Ci teneva compagnia.
Una cannella sola
ancóra dà una gocciola ogni tanto.
Peccato! Ci teneva compagnia.
Benedetta.
Benedetta.
Pericola il soffitto nella stanzadella contessa Loretella. E tuttigli specchi torbi intorno si son rotti(piano, fuso, che non si rompa il filo)dove ci si vedeva nelle macchienon so che cose del tempo che fu.
Pericola il soffitto nella stanza
della contessa Loretella. E tutti
gli specchi torbi intorno si son rotti
(piano, fuso, che non si rompa il filo)
dove ci si vedeva nelle macchie
non so che cose del tempo che fu.
Annabella.
Annabella.
Ci si vedeva il visodella contessa, e l'appannava il fiatosuo, come dietro il vetrod'una finestra quandos'aspetta che uno passi e gli occhi attentisi velano alla pena del fiatare,(piano, arcolaio, ché la matassa è scura)e solo sta quel velo innanzi agli occhi,e solo passa il tempo, e nulla più.
Ci si vedeva il viso
della contessa, e l'appannava il fiato
suo, come dietro il vetro
d'una finestra quando
s'aspetta che uno passi e gli occhi attenti
si velano alla pena del fiatare,
(piano, arcolaio, ché la matassa è scura)
e solo sta quel velo innanzi agli occhi,
e solo passa il tempo, e nulla più.
Benedetta.
Benedetta.
Caduti sono i travicelli e gli émbricisul pavimento; e c'è piovuto: un crosciod'acqua, un rovescio di gragnuola: ed orasvolacchiano le rondini pel varco...O Signorìa, che pensi?
Caduti sono i travicelli e gli émbrici
sul pavimento; e c'è piovuto: un croscio
d'acqua, un rovescio di gragnuola: ed ora
svolacchiano le rondini pel varco...
O Signorìa, che pensi?
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Dove sarà Gigliola?È la vigilia della Pentecosteoggi.
Dove sarà Gigliola?
È la vigilia della Pentecoste
oggi.
Annabella.
Annabella.
Oggi fa l'anno.
Oggi fa l'anno.
Benedetta.
Benedetta.
Verso sera.
Verso sera.
Annabella.
Annabella.
Non volledetta la messa di requie stamani.Vuol che si dica dopo Pentecosta.Chi sa perché!
Non volle
detta la messa di requie stamani.
Vuol che si dica dopo Pentecosta.
Chi sa perché!
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Dove sarà Gigliola?
Dove sarà Gigliola?
Benedetta.
Benedetta.
Nel giardino sarà per la ghirlanda.
Nel giardino sarà per la ghirlanda.
Annabella.
Annabella.
A cogliere i papaveri selvaggi?Ma di quel rosso non si fa ghirlanda.Men sùbito s'accaglia il sangue sparsoche quello non si guasti. O Signorìa,tutto inselvatichito è il tuo giardino,e tristo come il campo di nessuno.Anche i pavoni l'hanno abbandonato.
A cogliere i papaveri selvaggi?
Ma di quel rosso non si fa ghirlanda.
Men sùbito s'accaglia il sangue sparso
che quello non si guasti. O Signorìa,
tutto inselvatichito è il tuo giardino,
e tristo come il campo di nessuno.
Anche i pavoni l'hanno abbandonato.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Dove sarà Gigliola, ed il suo cuore?
Dove sarà Gigliola, ed il suo cuore?
Annabella.
Annabella.
Va per la casa, per le cento stanzeva come ieri andò, come andrà sempre,con quel suo cuore che tanto le pesa.Tanto le pesa che s'è fatta curva.E non ha pace, e non si stanca mai.E va di porta in porta,ecco apre un uscio, dietro a sé lo chiude,sale una scala, scende un'altra scala,piglia un andito, passa un corridore,a una loggia s'affaccia,attraversa una corte,sparisce in un androne;e risale e riscende e non ha pacee cerca cerca cerca e mai non trova...Ah, questa casa chi la fabbricòtanto grande? e perché con tante porte?A quanti mali ei volle dare albergo?
Va per la casa, per le cento stanze
va come ieri andò, come andrà sempre,
con quel suo cuore che tanto le pesa.
Tanto le pesa che s'è fatta curva.
E non ha pace, e non si stanca mai.
E va di porta in porta,
ecco apre un uscio, dietro a sé lo chiude,
sale una scala, scende un'altra scala,
piglia un andito, passa un corridore,
a una loggia s'affaccia,
attraversa una corte,
sparisce in un androne;
e risale e riscende e non ha pace
e cerca cerca cerca e mai non trova...
Ah, questa casa chi la fabbricò
tanto grande? e perché con tante porte?
A quanti mali ei volle dare albergo?
S'odono voci di fatica lontane e confuse. S'ode la cadenza che accompagna lo sforzo.
S'odono voci di fatica lontane e confuse. S'ode la cadenza che accompagna lo sforzo.
Benedetta.I manovali vociano.Donna Aldegrina.Annabella, Annabella,odi un rumore fondo?Qualche cosa rovinain qualche parte, laggiù... Corri, guarda.Annabella.No. Signorìa, non paventare. È il fiumeche mugghia, è il Sagittario che si gonfianelle gole. Si sciolgono le neviai monti, alla Terrata, all'Argatone;e il Sagittario sùbito s'infuria.
Benedetta.
Benedetta.
I manovali vociano.
I manovali vociano.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Annabella, Annabella,odi un rumore fondo?Qualche cosa rovinain qualche parte, laggiù... Corri, guarda.
Annabella, Annabella,
odi un rumore fondo?
Qualche cosa rovina
in qualche parte, laggiù... Corri, guarda.
Annabella.
Annabella.
No. Signorìa, non paventare. È il fiumeche mugghia, è il Sagittario che si gonfianelle gole. Si sciolgono le neviai monti, alla Terrata, all'Argatone;e il Sagittario sùbito s'infuria.
No. Signorìa, non paventare. È il fiume
che mugghia, è il Sagittario che si gonfia
nelle gole. Si sciolgono le nevi
ai monti, alla Terrata, all'Argatone;
e il Sagittario sùbito s'infuria.
Mentre Annabella parla, l'ombra d'un uomo appare contro il cancello in fondo all'arcata di mezzo. Appare e dispare.
Mentre Annabella parla, l'ombra d'un uomo appare contro il cancello in fondo all'arcata di mezzo. Appare e dispare.
Benedetta.L'uomo, l'uomo! L'ho vistodietro il cancello, che spiava...Donna Aldegrina.Qualeuomo? Chi è?
Benedetta.
Benedetta.
L'uomo, l'uomo! L'ho vistodietro il cancello, che spiava...
L'uomo, l'uomo! L'ho visto
dietro il cancello, che spiava...
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Qualeuomo? Chi è?
Quale
uomo? Chi è?
Annabella corre al cancello e guata.
Annabella corre al cancello e guata.
Benedetta.Stava alla posta; e sùbitos'è ritratto. È passatoper la muraglia rotta,là, dietro la fontanadella Ginevra, certo. L'hai tu scorto,Annabella?Donna Aldegrina.Ma qualeuomo?Benedetta.Da ieri seraun uomo gira intornoalla casa. È un serparo:porta i sacchetti di pelle caprinaalle spalle, alla cintola; ha il suo flautodi stinco per l'incanto, e su le manie sui polsi è marchiatodal ferro della mula di Foligno.Signorìa, non udistiiersera quel richiamoch'ei faceva col flautoad ora ad ora sotto le finestre?Annabella.L'ho traveduto: s'è gettato a terra,e sguiscia sotto i bòssoli, laggiù,verso il Vivaio.Donna Aldegrina.E perchè viene? Ha fameforse. Vuol far ballare le sue serpiinnanzi a noi. Ditelo a Simonetto,che questo gioco almeno lo rallegri.Benedetta.Non per questo è venuto, Signorìa.Ha già parlato, ha dimandato. Cercala femmina di Luco.Donna Aldegrina.Angizia?Benedetta.Vien dal Fùcino, dai boschidei Marsi.Donna Aldegrina.Ebbene?Benedetta.Dice ch'è parente.È forse il padre. Certo, le somiglia.Ha li stessi occhi.Donna Aldegrina.Ah figlio mio demente!Annabelladalla loggetta.Signorìa, Don Tibaldo è nella cortecol fratellastro. E Don Bertrando sembrache s'adiri. Hanno diverbio tra loro.
Benedetta.
Benedetta.
Stava alla posta; e sùbitos'è ritratto. È passatoper la muraglia rotta,là, dietro la fontanadella Ginevra, certo. L'hai tu scorto,Annabella?
Stava alla posta; e sùbito
s'è ritratto. È passato
per la muraglia rotta,
là, dietro la fontana
della Ginevra, certo. L'hai tu scorto,
Annabella?
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Ma qualeuomo?
Ma quale
uomo?
Benedetta.
Benedetta.
Da ieri seraun uomo gira intornoalla casa. È un serparo:porta i sacchetti di pelle caprinaalle spalle, alla cintola; ha il suo flautodi stinco per l'incanto, e su le manie sui polsi è marchiatodal ferro della mula di Foligno.Signorìa, non udistiiersera quel richiamoch'ei faceva col flautoad ora ad ora sotto le finestre?
Da ieri sera
un uomo gira intorno
alla casa. È un serparo:
porta i sacchetti di pelle caprina
alle spalle, alla cintola; ha il suo flauto
di stinco per l'incanto, e su le mani
e sui polsi è marchiato
dal ferro della mula di Foligno.
Signorìa, non udisti
iersera quel richiamo
ch'ei faceva col flauto
ad ora ad ora sotto le finestre?
Annabella.
Annabella.
L'ho traveduto: s'è gettato a terra,e sguiscia sotto i bòssoli, laggiù,verso il Vivaio.
L'ho traveduto: s'è gettato a terra,
e sguiscia sotto i bòssoli, laggiù,
verso il Vivaio.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
E perchè viene? Ha fameforse. Vuol far ballare le sue serpiinnanzi a noi. Ditelo a Simonetto,che questo gioco almeno lo rallegri.
E perchè viene? Ha fame
forse. Vuol far ballare le sue serpi
innanzi a noi. Ditelo a Simonetto,
che questo gioco almeno lo rallegri.
Benedetta.
Benedetta.
Non per questo è venuto, Signorìa.Ha già parlato, ha dimandato. Cercala femmina di Luco.
Non per questo è venuto, Signorìa.
Ha già parlato, ha dimandato. Cerca
la femmina di Luco.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Angizia?
Angizia?
Benedetta.
Benedetta.
Vien dal Fùcino, dai boschidei Marsi.
Vien dal Fùcino, dai boschi
dei Marsi.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Ebbene?
Ebbene?
Benedetta.
Benedetta.
Dice ch'è parente.È forse il padre. Certo, le somiglia.Ha li stessi occhi.
Dice ch'è parente.
È forse il padre. Certo, le somiglia.
Ha li stessi occhi.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Ah figlio mio demente!
Ah figlio mio demente!
Annabelladalla loggetta.
Annabelladalla loggetta.
Signorìa, Don Tibaldo è nella cortecol fratellastro. E Don Bertrando sembrache s'adiri. Hanno diverbio tra loro.
Signorìa, Don Tibaldo è nella corte
col fratellastro. E Don Bertrando sembra
che s'adiri. Hanno diverbio tra loro.
Giglioladiscendendo la scala esce dall'ombra del voltone, vestita di gramaglia, in atto d'inseguire perdutamente qualcuno che le sfugga, pallida, anelante, con gli occhi allucinati. S'arresta e vacilla. Ha la voce rotta.
Gigliola.Nonna, sei qui? sei tu?Donna Aldegrina.Gigliola!Gigliola.Seiqui, nutrice, Annabella! Benedetta!Donna Aldegrina.Che hai? Dove correvi?Annabella.Perchè tremi?Benedetta.Chi t'ha fatto spavento?Gigliola.Nonna, nonna,non l'hai veduta? Dimmi!Donna Aldegrina.Chi, cuor mio? Chi?Gigliola.Non era avanti a me?Non è passata?Donna Aldegrina.Chi?Annabellaa bassa voce.Non dimandare,Signorìa. Tu lo sai. Non dimandare!Guardale gli occhi.
Gigliola.
Gigliola.
Nonna, sei qui? sei tu?
Nonna, sei qui? sei tu?
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Gigliola!
Gigliola!
Gigliola.
Gigliola.
Seiqui, nutrice, Annabella! Benedetta!
Sei
qui, nutrice, Annabella! Benedetta!
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Che hai? Dove correvi?
Che hai? Dove correvi?
Annabella.
Annabella.
Perchè tremi?
Perchè tremi?
Benedetta.
Benedetta.
Chi t'ha fatto spavento?
Chi t'ha fatto spavento?
Gigliola.
Gigliola.
Nonna, nonna,non l'hai veduta? Dimmi!
Nonna, nonna,
non l'hai veduta? Dimmi!
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Chi, cuor mio? Chi?
Chi, cuor mio? Chi?
Gigliola.
Gigliola.
Non era avanti a me?Non è passata?
Non era avanti a me?
Non è passata?
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Chi?
Chi?
Annabellaa bassa voce.
Annabellaa bassa voce.
Non dimandare,Signorìa. Tu lo sai. Non dimandare!Guardale gli occhi.
Non dimandare,
Signorìa. Tu lo sai. Non dimandare!
Guardale gli occhi.
Gigliola, subitamente dominando l'ambascia, mentre la visione le si spegne nelle ciglia.
Gigliola, subitamente dominando l'ambascia, mentre la visione le si spegne nelle ciglia.
Sono pazza. Questotu vuoi dire, nutrice?Ho la pazzia negli occhi.Me l'ha data in contagioquella povera zia Giovanna, forse;che lassù, che lassù nella prigioneurla, e nessuno l'ode.Ancora un giorno, un giorno solo, e poi...Nonna, domani è il dì di Pentecoste.Questa notte è la festadelle lingue di fuoco.Se lo Spirito viene anche su me,io che ho sempre taciuto, parlerò.
Sono pazza. Questotu vuoi dire, nutrice?Ho la pazzia negli occhi.Me l'ha data in contagioquella povera zia Giovanna, forse;che lassù, che lassù nella prigioneurla, e nessuno l'ode.Ancora un giorno, un giorno solo, e poi...Nonna, domani è il dì di Pentecoste.Questa notte è la festadelle lingue di fuoco.Se lo Spirito viene anche su me,io che ho sempre taciuto, parlerò.
Sono pazza. Questo
tu vuoi dire, nutrice?
Ho la pazzia negli occhi.
Me l'ha data in contagio
quella povera zia Giovanna, forse;
che lassù, che lassù nella prigione
urla, e nessuno l'ode.
Ancora un giorno, un giorno solo, e poi...
Nonna, domani è il dì di Pentecoste.
Questa notte è la festa
delle lingue di fuoco.
Se lo Spirito viene anche su me,
io che ho sempre taciuto, parlerò.
Si siede presso la fontanella.
Si siede presso la fontanella.
Donna Aldegrina.Non t'appenare. Non ti divorarecosì l'anima tua.Giovine sei. Pensa a una casa nova,pensa al nido ove un giornotu ricomincerai la tua canzonecon la tua gola fresca.Gigliola.Oh, che dici? che dici? La parolapiù crudele! L'orroresu le labbra più care! Dove soffrotu mi tocchi. E lo sai.Non ho qui nella golaanch'io la lividurae il gonfiore e la piaga,e la secchezza sempre?Io non porto le stìmate di Cristo,i segni della passione santa.Ma le stìmate portodi quella carne che mi generò.E ne sanguino e brucio.Non mi fu medicina il mio silenzio.Oggi fa l'anno che mia madre caddenella tagliuola orrenda, tratta fuall'insidia impensata, presa fudall'astuzia selvaggianell'ordegno di morte... Ah, ecco il giorno!Oggi parlo, se il dubbio è verità.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Non t'appenare. Non ti divorarecosì l'anima tua.Giovine sei. Pensa a una casa nova,pensa al nido ove un giornotu ricomincerai la tua canzonecon la tua gola fresca.
Non t'appenare. Non ti divorare
così l'anima tua.
Giovine sei. Pensa a una casa nova,
pensa al nido ove un giorno
tu ricomincerai la tua canzone
con la tua gola fresca.
Gigliola.
Gigliola.
Oh, che dici? che dici? La parolapiù crudele! L'orroresu le labbra più care! Dove soffrotu mi tocchi. E lo sai.Non ho qui nella golaanch'io la lividurae il gonfiore e la piaga,e la secchezza sempre?Io non porto le stìmate di Cristo,i segni della passione santa.Ma le stìmate portodi quella carne che mi generò.E ne sanguino e brucio.Non mi fu medicina il mio silenzio.Oggi fa l'anno che mia madre caddenella tagliuola orrenda, tratta fuall'insidia impensata, presa fudall'astuzia selvaggianell'ordegno di morte... Ah, ecco il giorno!Oggi parlo, se il dubbio è verità.
Oh, che dici? che dici? La parola
più crudele! L'orrore
su le labbra più care! Dove soffro
tu mi tocchi. E lo sai.
Non ho qui nella gola
anch'io la lividura
e il gonfiore e la piaga,
e la secchezza sempre?
Io non porto le stìmate di Cristo,
i segni della passione santa.
Ma le stìmate porto
di quella carne che mi generò.
E ne sanguino e brucio.
Non mi fu medicina il mio silenzio.
Oggi fa l'anno che mia madre cadde
nella tagliuola orrenda, tratta fu
all'insidia impensata, presa fu
dall'astuzia selvaggia
nell'ordegno di morte... Ah, ecco il giorno!
Oggi parlo, se il dubbio è verità.
Si solleva agitata.
Si solleva agitata.
Donna Aldegrina.O Gigliola, mio cuore, tenerezzae spina del cuor miodesolato, o Gigliola,o tu piccola, sempre,pe' capelli miei bianchi,non mi fare paura,non m'affannare così! D'improvvisodivampi. Tutta m'appari affocatadalla tua febbre nascosta, agitatadal tuo sogno furente;e la tua faccia si muta, e si mutala tua voce; e più nulladi quel che in te fu la grazia del primofiore e fu il pane mio dolce fra tantaamarezza, più nullarimane. E più non so se tu sii quellache appoggiava la gota a questi poveriginocchi ed ascoltavasenza batter le cigliala mia favola lunga.Gigliola.T'ho fatto pena. Che ho detto? Nulla.Mi si svanisce il capo,qualche volta, non so.Tutto va, tutto passa.L'ombra è là, e nessunodeve guardarla. I giornisono eguali, e si vive.È vero. Si può viverein pace, e avere gioiada un fil d'erba che tremasul davanzale al soffioche viene non si sadi dove, non si sadi dove! Si può viverein pace e avere gioiadalla piuma che cade,dal volo d'una rondine...Sì, mi ricordo. Vedo ogni mattinaAssunta della Teveseduta su la sedia sua di paglia,laggiù nel vano della sua finestra,che cuce le lenzuola, ed è tranquilla;e i giorni sono eguali;ed ella s'alza quando il padre torna;e non si sente ella mancare il cuoreper pietà di quel povero sorrisoche l'uomo fa con le sue labbra smortequando gli passa nella schiena il freddodella vergogna...Donna Aldegrina.Oh perchè, se sei dolce,mi fai più pena? Hai gli occhi asciutti; e sembrache ogni parola tua traversi un maredi pianto, prima d'arrivare a me.Sièditi.Gigliola.Sì. Ecco, mi siedo. Sonoin pace. Appoggerò la gota ai tuoiginocchi, come allora. Non si devesoffrire. Cuciròi teli, come Assunta della Teve,seduta accanto alla finestra. E quandoverrà mio padre, non lo guarderò,perché non faccia quel sorriso. E quandoverrà la moglie di mio padre, alloram'alzerò come innanzi alla padronamia legittima. O nonna,sì, lo so: per ciascunoviene la volta del servire. Quellaspazzava tra due porte, con le braccianude e la gonna rialzata ai fianchi,e il vento del riscontrole sollevava intorno l'immondezzae glie la rigettava contro il viso...Mi ricordo. La vedo.Donna Aldegrina.Ora il tuo capo pesa come il bronzo;ch'era così leggero!Gigliola.Pesa? Dimmi: perchémille pensieri insiemenon hanno il peso d'un pensiero solo,quando è solo? Io lo scuoto, e me ne libero.Si può vivere in pace.Che cosa mai accade? Nulla. I giornisono eguali, e si vive.Il mio fratello è ancóra nel suo lettocon la fronte voltata verso il muro.È sempre stanco, e pieno di terrore.Ma vive. Ascolta i passiche fa la zia Giovannanella stanza di sopra,rinchiusa a doppia chiave;i passi e i balzi e i gridi sordi conta,ch'ella fa per sfuggirea quello sconosciutoch'è rinchiuso con lei,a quell'essere enormee beffardo ch'è natoa poco a poco dalla malattia,che s'è nutrito e ha fatto l'ossa ed oraè il compagno e il nemico,il custode e il padrone;che ha più carne di lei,che ha più soffio di lei,che la guarda, le parla,le s'accosta, la tocca,le rifiata vicinointollerabilmente,visibile e palpabileper lei sola...Donna Aldegrina.No, no!Taci.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
O Gigliola, mio cuore, tenerezzae spina del cuor miodesolato, o Gigliola,o tu piccola, sempre,pe' capelli miei bianchi,non mi fare paura,non m'affannare così! D'improvvisodivampi. Tutta m'appari affocatadalla tua febbre nascosta, agitatadal tuo sogno furente;e la tua faccia si muta, e si mutala tua voce; e più nulladi quel che in te fu la grazia del primofiore e fu il pane mio dolce fra tantaamarezza, più nullarimane. E più non so se tu sii quellache appoggiava la gota a questi poveriginocchi ed ascoltavasenza batter le cigliala mia favola lunga.
O Gigliola, mio cuore, tenerezza
e spina del cuor mio
desolato, o Gigliola,
o tu piccola, sempre,
pe' capelli miei bianchi,
non mi fare paura,
non m'affannare così! D'improvviso
divampi. Tutta m'appari affocata
dalla tua febbre nascosta, agitata
dal tuo sogno furente;
e la tua faccia si muta, e si muta
la tua voce; e più nulla
di quel che in te fu la grazia del primo
fiore e fu il pane mio dolce fra tanta
amarezza, più nulla
rimane. E più non so se tu sii quella
che appoggiava la gota a questi poveri
ginocchi ed ascoltava
senza batter le ciglia
la mia favola lunga.
Gigliola.
Gigliola.
T'ho fatto pena. Che ho detto? Nulla.Mi si svanisce il capo,qualche volta, non so.Tutto va, tutto passa.L'ombra è là, e nessunodeve guardarla. I giornisono eguali, e si vive.È vero. Si può viverein pace, e avere gioiada un fil d'erba che tremasul davanzale al soffioche viene non si sadi dove, non si sadi dove! Si può viverein pace e avere gioiadalla piuma che cade,dal volo d'una rondine...Sì, mi ricordo. Vedo ogni mattinaAssunta della Teveseduta su la sedia sua di paglia,laggiù nel vano della sua finestra,che cuce le lenzuola, ed è tranquilla;e i giorni sono eguali;ed ella s'alza quando il padre torna;e non si sente ella mancare il cuoreper pietà di quel povero sorrisoche l'uomo fa con le sue labbra smortequando gli passa nella schiena il freddodella vergogna...
T'ho fatto pena. Che ho detto? Nulla.
Mi si svanisce il capo,
qualche volta, non so.
Tutto va, tutto passa.
L'ombra è là, e nessuno
deve guardarla. I giorni
sono eguali, e si vive.
È vero. Si può vivere
in pace, e avere gioia
da un fil d'erba che trema
sul davanzale al soffio
che viene non si sa
di dove, non si sa
di dove! Si può vivere
in pace e avere gioia
dalla piuma che cade,
dal volo d'una rondine...
Sì, mi ricordo. Vedo ogni mattina
Assunta della Teve
seduta su la sedia sua di paglia,
laggiù nel vano della sua finestra,
che cuce le lenzuola, ed è tranquilla;
e i giorni sono eguali;
ed ella s'alza quando il padre torna;
e non si sente ella mancare il cuore
per pietà di quel povero sorriso
che l'uomo fa con le sue labbra smorte
quando gli passa nella schiena il freddo
della vergogna...
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Oh perchè, se sei dolce,mi fai più pena? Hai gli occhi asciutti; e sembrache ogni parola tua traversi un maredi pianto, prima d'arrivare a me.Sièditi.
Oh perchè, se sei dolce,
mi fai più pena? Hai gli occhi asciutti; e sembra
che ogni parola tua traversi un mare
di pianto, prima d'arrivare a me.
Sièditi.
Gigliola.
Gigliola.
Sì. Ecco, mi siedo. Sonoin pace. Appoggerò la gota ai tuoiginocchi, come allora. Non si devesoffrire. Cuciròi teli, come Assunta della Teve,seduta accanto alla finestra. E quandoverrà mio padre, non lo guarderò,perché non faccia quel sorriso. E quandoverrà la moglie di mio padre, alloram'alzerò come innanzi alla padronamia legittima. O nonna,sì, lo so: per ciascunoviene la volta del servire. Quellaspazzava tra due porte, con le braccianude e la gonna rialzata ai fianchi,e il vento del riscontrole sollevava intorno l'immondezzae glie la rigettava contro il viso...Mi ricordo. La vedo.
Sì. Ecco, mi siedo. Sono
in pace. Appoggerò la gota ai tuoi
ginocchi, come allora. Non si deve
soffrire. Cucirò
i teli, come Assunta della Teve,
seduta accanto alla finestra. E quando
verrà mio padre, non lo guarderò,
perché non faccia quel sorriso. E quando
verrà la moglie di mio padre, allora
m'alzerò come innanzi alla padrona
mia legittima. O nonna,
sì, lo so: per ciascuno
viene la volta del servire. Quella
spazzava tra due porte, con le braccia
nude e la gonna rialzata ai fianchi,
e il vento del riscontro
le sollevava intorno l'immondezza
e glie la rigettava contro il viso...
Mi ricordo. La vedo.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Ora il tuo capo pesa come il bronzo;ch'era così leggero!
Ora il tuo capo pesa come il bronzo;
ch'era così leggero!
Gigliola.
Gigliola.
Pesa? Dimmi: perchémille pensieri insiemenon hanno il peso d'un pensiero solo,quando è solo? Io lo scuoto, e me ne libero.Si può vivere in pace.Che cosa mai accade? Nulla. I giornisono eguali, e si vive.Il mio fratello è ancóra nel suo lettocon la fronte voltata verso il muro.È sempre stanco, e pieno di terrore.Ma vive. Ascolta i passiche fa la zia Giovannanella stanza di sopra,rinchiusa a doppia chiave;i passi e i balzi e i gridi sordi conta,ch'ella fa per sfuggirea quello sconosciutoch'è rinchiuso con lei,a quell'essere enormee beffardo ch'è natoa poco a poco dalla malattia,che s'è nutrito e ha fatto l'ossa ed oraè il compagno e il nemico,il custode e il padrone;che ha più carne di lei,che ha più soffio di lei,che la guarda, le parla,le s'accosta, la tocca,le rifiata vicinointollerabilmente,visibile e palpabileper lei sola...
Pesa? Dimmi: perché
mille pensieri insieme
non hanno il peso d'un pensiero solo,
quando è solo? Io lo scuoto, e me ne libero.
Si può vivere in pace.
Che cosa mai accade? Nulla. I giorni
sono eguali, e si vive.
Il mio fratello è ancóra nel suo letto
con la fronte voltata verso il muro.
È sempre stanco, e pieno di terrore.
Ma vive. Ascolta i passi
che fa la zia Giovanna
nella stanza di sopra,
rinchiusa a doppia chiave;
i passi e i balzi e i gridi sordi conta,
ch'ella fa per sfuggire
a quello sconosciuto
ch'è rinchiuso con lei,
a quell'essere enorme
e beffardo ch'è nato
a poco a poco dalla malattia,
che s'è nutrito e ha fatto l'ossa ed ora
è il compagno e il nemico,
il custode e il padrone;
che ha più carne di lei,
che ha più soffio di lei,
che la guarda, le parla,
le s'accosta, la tocca,
le rifiata vicino
intollerabilmente,
visibile e palpabile
per lei sola...
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
No, no!Taci.
No, no!
Taci.
Ella pone le sue mani scarne su la bocca di Gigliola.
Ella pone le sue mani scarne su la bocca di Gigliola.
Sei devastata,sei disperata fino a dentro, seibruciata fino alta radice. Tuttoquel che è misero e offesoe rotto e agonizzanteparla per la tua bocca. Sei la vocedella nostra ruina,di tutte le ruine senza scampo.O mia povera poverapovera creatura,piccola anima mia,per me piccola sempre,chi ti consolerà?chi t'inumidirà un'altra voltaqueste pàlpebre secche? Ahimè! Ahimè!Una pietra, una terra calcinata,una stoppia riarsa.E che farò per te io vecchia e lógora?Chi mai chi mai farà per te nel mondoalcuna cosa, o piccola mia sola?Gigliola.Io, io farò. Fare bisogna, farebisogna. Alzarmi debbo,restar diritta in piedi fino all'oradi coricarmi. Baciami la fronte.Mi bacerai a sera un'altra volta.Così. M'alzo. Il coraggio non vacilla.Stanotte i manovalilavoreranno al lume delle fiaccole.Non lo sai? Tutta notte.Anch'io anch'io laggiù, in qualche parte,ho una fiaccola rossanascosta sotto il moggio,sotto un moggio vecchissimo nascostache non misura più perché non tienepiù né grano né orzo.Entro i cerchi di ferro rugginosoha le doghe sconnesse.Quella terrò nel pugno, a rischiarareil travaglio notturnointorno alla ruina.E se la casa crollaio sono certa che una sepolturaresterà ferma e immune.Lo prometto.Donna Aldegrina.Gigliola, dove vai?Gigliola.A promettere.
Sei devastata,sei disperata fino a dentro, seibruciata fino alta radice. Tuttoquel che è misero e offesoe rotto e agonizzanteparla per la tua bocca. Sei la vocedella nostra ruina,di tutte le ruine senza scampo.O mia povera poverapovera creatura,piccola anima mia,per me piccola sempre,chi ti consolerà?chi t'inumidirà un'altra voltaqueste pàlpebre secche? Ahimè! Ahimè!Una pietra, una terra calcinata,una stoppia riarsa.E che farò per te io vecchia e lógora?Chi mai chi mai farà per te nel mondoalcuna cosa, o piccola mia sola?
Sei devastata,
sei disperata fino a dentro, sei
bruciata fino alta radice. Tutto
quel che è misero e offeso
e rotto e agonizzante
parla per la tua bocca. Sei la voce
della nostra ruina,
di tutte le ruine senza scampo.
O mia povera povera
povera creatura,
piccola anima mia,
per me piccola sempre,
chi ti consolerà?
chi t'inumidirà un'altra volta
queste pàlpebre secche? Ahimè! Ahimè!
Una pietra, una terra calcinata,
una stoppia riarsa.
E che farò per te io vecchia e lógora?
Chi mai chi mai farà per te nel mondo
alcuna cosa, o piccola mia sola?
Gigliola.
Gigliola.
Io, io farò. Fare bisogna, farebisogna. Alzarmi debbo,restar diritta in piedi fino all'oradi coricarmi. Baciami la fronte.Mi bacerai a sera un'altra volta.Così. M'alzo. Il coraggio non vacilla.Stanotte i manovalilavoreranno al lume delle fiaccole.Non lo sai? Tutta notte.Anch'io anch'io laggiù, in qualche parte,ho una fiaccola rossanascosta sotto il moggio,sotto un moggio vecchissimo nascostache non misura più perché non tienepiù né grano né orzo.Entro i cerchi di ferro rugginosoha le doghe sconnesse.Quella terrò nel pugno, a rischiarareil travaglio notturnointorno alla ruina.E se la casa crollaio sono certa che una sepolturaresterà ferma e immune.Lo prometto.
Io, io farò. Fare bisogna, fare
bisogna. Alzarmi debbo,
restar diritta in piedi fino all'ora
di coricarmi. Baciami la fronte.
Mi bacerai a sera un'altra volta.
Così. M'alzo. Il coraggio non vacilla.
Stanotte i manovali
lavoreranno al lume delle fiaccole.
Non lo sai? Tutta notte.
Anch'io anch'io laggiù, in qualche parte,
ho una fiaccola rossa
nascosta sotto il moggio,
sotto un moggio vecchissimo nascosta
che non misura più perché non tiene
più né grano né orzo.
Entro i cerchi di ferro rugginoso
ha le doghe sconnesse.
Quella terrò nel pugno, a rischiarare
il travaglio notturno
intorno alla ruina.
E se la casa crolla
io sono certa che una sepoltura
resterà ferma e immune.
Lo prometto.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Gigliola, dove vai?
Gigliola, dove vai?
Gigliola.
Gigliola.
A promettere.
A promettere.
Entra sotto l'arcata dei mausolei: sparisce per la porta della cappella.
Entra sotto l'arcata dei mausolei: sparisce per la porta della cappella.
Donna Aldegrina.Séguila, Annabella.Séguila in ogni passo.Non la lasciare mai.Ho paura, ho paura.Annabella.Signorìa, non m'attento.Vuol sempre stare sola quando scendealla Cappella e s'inginocchiaa quella sepoltura.Posso mettermi là, dietro la porta.Donna Aldegrina.Non la lasciare. Va. Tu, Benedetta,guarda chi è su per la scala bassa.Benedetta, origliando.È la voce di Don Bertrando. Salecol fratellastro. Sento anche la vocedi Don Tibaldo.Donna Aldegrina.Si sarà levatoSimonetto? Che oraè?Benedetta.Quasi ventun'ora, Signorìa.Donna Aldegrina.Va, va di sopra. Guardase dorme ancóra. Non lo risvegliarese dorme. Ma se è svegliofa che si levi, e prendala medicina.Benedetta.Signorìa, non vuolela sorella che prenda medicinase non glie la preparacon le sue mani.Donna Aldegrina.Perché?Benedetta.Io non so.Ha il suo pensiero.Donna Aldegrina.Salgo anch'io fra poco.Annabella! Annabella!
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Séguila, Annabella.Séguila in ogni passo.Non la lasciare mai.Ho paura, ho paura.
Séguila, Annabella.
Séguila in ogni passo.
Non la lasciare mai.
Ho paura, ho paura.
Annabella.
Annabella.
Signorìa, non m'attento.Vuol sempre stare sola quando scendealla Cappella e s'inginocchiaa quella sepoltura.Posso mettermi là, dietro la porta.
Signorìa, non m'attento.
Vuol sempre stare sola quando scende
alla Cappella e s'inginocchia
a quella sepoltura.
Posso mettermi là, dietro la porta.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Non la lasciare. Va. Tu, Benedetta,guarda chi è su per la scala bassa.
Non la lasciare. Va. Tu, Benedetta,
guarda chi è su per la scala bassa.
Benedetta, origliando.
Benedetta, origliando.
È la voce di Don Bertrando. Salecol fratellastro. Sento anche la vocedi Don Tibaldo.
È la voce di Don Bertrando. Sale
col fratellastro. Sento anche la voce
di Don Tibaldo.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Si sarà levatoSimonetto? Che oraè?
Si sarà levato
Simonetto? Che ora
è?
Benedetta.
Benedetta.
Quasi ventun'ora, Signorìa.
Quasi ventun'ora, Signorìa.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Va, va di sopra. Guardase dorme ancóra. Non lo risvegliarese dorme. Ma se è svegliofa che si levi, e prendala medicina.
Va, va di sopra. Guarda
se dorme ancóra. Non lo risvegliare
se dorme. Ma se è sveglio
fa che si levi, e prenda
la medicina.
Benedetta.
Benedetta.
Signorìa, non vuolela sorella che prenda medicinase non glie la preparacon le sue mani.
Signorìa, non vuole
la sorella che prenda medicina
se non glie la prepara
con le sue mani.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Perché?
Perché?
Benedetta.
Benedetta.
Io non so.Ha il suo pensiero.
Io non so.
Ha il suo pensiero.
Donna Aldegrina.
Donna Aldegrina.
Salgo anch'io fra poco.Annabella! Annabella!
Salgo anch'io fra poco.
Annabella! Annabella!
La vecchia scompare sotto l'arcata chiamando sommessamente la nutrice. Con lei entra nella cappella. Benedetta si avvia su per la scala, sospirando.
La vecchia scompare sotto l'arcata chiamando sommessamente la nutrice. Con lei entra nella cappella. Benedetta si avvia su per la scala, sospirando.
Entrano, per la scala che dà su la loggetta, sotto l'armatura di travi e di corde,Tibaldo de SangroeBertrando Acclozamòra, i fratellastri.
Bertrando.Dunque rifiuti? È l'ultima parola?Tibaldo.Non ho manco un tornese!Non so come faròa pagar la giornatadei manovali. E se non pago, MastroDomenico di Pacelascia che tutto vada a precipizio:leva i puntelli. Intendi?Bertrando.Tu mentisci.Tibaldo.Vedi: mia madre frugatutte le cartapecoredegli scaffali, mette sottosopral'archivio, lo riscontra a filza a filza,ci si logora gli occhi...Ah, se si ritrovasse l'istrumentodi quel vincolo fidecommissario,nella lite che abbiamo coi Mormile!Bertrando.Non divagare. Ti domando ancórauna volta: mi dài quella miseria?Tibaldo.Ma se ti dico che non ho un tornese!Credimi.Bertrando.Tu mentisci.Non riscotesti ierida Crescenzo Castoldocentoventi ducati di caparrapel grano che gli devi consegnaredopo la mietitura?Tibaldo.Non è vero.Bertrando.Hai coraggio di negarlo!Bene ti s'è induratoil sangue su cotesto viso giallo,come la sugna ràncidanella vescica risecchita.Tibaldo.Ancóracerchi di sopraffarmi con l'ingiuria.È il raccolto del campo di Malvese,ch'è di mio figlio, dell'ereditàdi sua madre.Bertrando.Ma il frutto è tuo.Tibaldo.Non possotoccarlo.Bertrando.Tu! tu che conficchi ovunquele tue granfie ed hai sololo scrupolo del tarloche ha roso il Cristo e non voleva rodereil chiodo! Razza dei Sangro.Tibaldo.Ma chi,ma chi è che mi succhia,chi è che mi dissangua da vent'annisenza tregua?Bertrando.Di tutto il mio ti seiimpossessato con l'usura.Tibaldo.Qualierano i beni degli Acclozamòra?Bertrando.Incominciò tuo padrea spogliarci.Tibaldo.Di che?Fra la Serra dei Curtie il Sirente avevatei vostri latifondi?Ovìndoli è paesedi pecorai.Bertrando.Avevamo Celano,avevamo Paterno,Aielli...Tibaldo.Al tempo degli Aragonesi,sotto il buon re Alfonso.Ti ripigliò mio padre nella casa,te con tua moglie, quandonon t'era altro rimastose non un branco di cinquanta pecore,le formelle di faggio e le casciaie.Bertrando.Nominarmi il tuo padretu osi e rinfacciarmi il benefizio!Qual benefizio? A me restituiredoveva quel che a me minore aveafrodato. La tutelafu il latrocinio guarentito. Parli,parli quella che è vedova due volte...Tibaldo.Tu di tutte le infamieti lordi la tua bocca di mastino;e sempre tu sei prontoad addentare fino al sangue e all'osso,se non ricevi l'offa.Bertrando.Non aizzare il mastino, Tibaldo.Tibaldo.Che vuoi da me? ch'io mi ti dia legatomani e piedi? vuoi darmila sorte di Giovanna? seppellirmivivo fra quattro mura?e gavazzare poi con le tue scrofee coi tuoi bardassonisu gli avanzi dei Sangro?Metti almeno un bavaglioalla vittima, ché troppo si sentegridare; e v'è talunoche volge il capo in su.Bertrando.Guardami fiso, guardami negli occhi,tu che parli di vittime.Ben una t'è stampatain fondo alla pupilla,o vedovo di Mònica, maritodella femmina marsa.Tibaldo.Oh! Oh! Una mi vedinella pupilla? Sono io stato fiso?E certo m'hai veduto impallidire.
Bertrando.
Bertrando.
Dunque rifiuti? È l'ultima parola?
Dunque rifiuti? È l'ultima parola?
Tibaldo.
Tibaldo.
Non ho manco un tornese!Non so come faròa pagar la giornatadei manovali. E se non pago, MastroDomenico di Pacelascia che tutto vada a precipizio:leva i puntelli. Intendi?
Non ho manco un tornese!
Non so come farò
a pagar la giornata
dei manovali. E se non pago, Mastro
Domenico di Pace
lascia che tutto vada a precipizio:
leva i puntelli. Intendi?
Bertrando.
Bertrando.
Tu mentisci.
Tu mentisci.
Tibaldo.
Tibaldo.
Vedi: mia madre frugatutte le cartapecoredegli scaffali, mette sottosopral'archivio, lo riscontra a filza a filza,ci si logora gli occhi...Ah, se si ritrovasse l'istrumentodi quel vincolo fidecommissario,nella lite che abbiamo coi Mormile!
Vedi: mia madre fruga
tutte le cartapecore
degli scaffali, mette sottosopra
l'archivio, lo riscontra a filza a filza,
ci si logora gli occhi...
Ah, se si ritrovasse l'istrumento
di quel vincolo fidecommissario,
nella lite che abbiamo coi Mormile!
Bertrando.
Bertrando.
Non divagare. Ti domando ancórauna volta: mi dài quella miseria?
Non divagare. Ti domando ancóra
una volta: mi dài quella miseria?
Tibaldo.
Tibaldo.
Ma se ti dico che non ho un tornese!Credimi.
Ma se ti dico che non ho un tornese!
Credimi.
Bertrando.
Bertrando.
Tu mentisci.Non riscotesti ierida Crescenzo Castoldocentoventi ducati di caparrapel grano che gli devi consegnaredopo la mietitura?
Tu mentisci.
Non riscotesti ieri
da Crescenzo Castoldo
centoventi ducati di caparra
pel grano che gli devi consegnare
dopo la mietitura?
Tibaldo.
Tibaldo.
Non è vero.
Non è vero.
Bertrando.
Bertrando.
Hai coraggio di negarlo!Bene ti s'è induratoil sangue su cotesto viso giallo,come la sugna ràncidanella vescica risecchita.
Hai coraggio di negarlo!
Bene ti s'è indurato
il sangue su cotesto viso giallo,
come la sugna ràncida
nella vescica risecchita.
Tibaldo.
Tibaldo.
Ancóracerchi di sopraffarmi con l'ingiuria.È il raccolto del campo di Malvese,ch'è di mio figlio, dell'ereditàdi sua madre.
Ancóra
cerchi di sopraffarmi con l'ingiuria.
È il raccolto del campo di Malvese,
ch'è di mio figlio, dell'eredità
di sua madre.
Bertrando.
Bertrando.
Ma il frutto è tuo.
Ma il frutto è tuo.
Tibaldo.
Tibaldo.
Non possotoccarlo.
Non posso
toccarlo.
Bertrando.
Bertrando.
Tu! tu che conficchi ovunquele tue granfie ed hai sololo scrupolo del tarloche ha roso il Cristo e non voleva rodereil chiodo! Razza dei Sangro.
Tu! tu che conficchi ovunque
le tue granfie ed hai solo
lo scrupolo del tarlo
che ha roso il Cristo e non voleva rodere
il chiodo! Razza dei Sangro.
Tibaldo.
Tibaldo.
Ma chi,ma chi è che mi succhia,chi è che mi dissangua da vent'annisenza tregua?
Ma chi,
ma chi è che mi succhia,
chi è che mi dissangua da vent'anni
senza tregua?
Bertrando.
Bertrando.
Di tutto il mio ti seiimpossessato con l'usura.
Di tutto il mio ti sei
impossessato con l'usura.
Tibaldo.
Tibaldo.
Qualierano i beni degli Acclozamòra?
Quali
erano i beni degli Acclozamòra?
Bertrando.
Bertrando.
Incominciò tuo padrea spogliarci.
Incominciò tuo padre
a spogliarci.
Tibaldo.
Tibaldo.
Di che?Fra la Serra dei Curtie il Sirente avevatei vostri latifondi?Ovìndoli è paesedi pecorai.
Di che?
Fra la Serra dei Curti
e il Sirente avevate
i vostri latifondi?
Ovìndoli è paese
di pecorai.
Bertrando.
Bertrando.
Avevamo Celano,avevamo Paterno,Aielli...
Avevamo Celano,
avevamo Paterno,
Aielli...
Tibaldo.
Tibaldo.
Al tempo degli Aragonesi,sotto il buon re Alfonso.Ti ripigliò mio padre nella casa,te con tua moglie, quandonon t'era altro rimastose non un branco di cinquanta pecore,le formelle di faggio e le casciaie.
Al tempo degli Aragonesi,
sotto il buon re Alfonso.
Ti ripigliò mio padre nella casa,
te con tua moglie, quando
non t'era altro rimasto
se non un branco di cinquanta pecore,
le formelle di faggio e le casciaie.
Bertrando.
Bertrando.
Nominarmi il tuo padretu osi e rinfacciarmi il benefizio!Qual benefizio? A me restituiredoveva quel che a me minore aveafrodato. La tutelafu il latrocinio guarentito. Parli,parli quella che è vedova due volte...
Nominarmi il tuo padre
tu osi e rinfacciarmi il benefizio!
Qual benefizio? A me restituire
doveva quel che a me minore avea
frodato. La tutela
fu il latrocinio guarentito. Parli,
parli quella che è vedova due volte...
Tibaldo.
Tibaldo.
Tu di tutte le infamieti lordi la tua bocca di mastino;e sempre tu sei prontoad addentare fino al sangue e all'osso,se non ricevi l'offa.
Tu di tutte le infamie
ti lordi la tua bocca di mastino;
e sempre tu sei pronto
ad addentare fino al sangue e all'osso,
se non ricevi l'offa.
Bertrando.
Bertrando.
Non aizzare il mastino, Tibaldo.
Non aizzare il mastino, Tibaldo.
Tibaldo.
Tibaldo.
Che vuoi da me? ch'io mi ti dia legatomani e piedi? vuoi darmila sorte di Giovanna? seppellirmivivo fra quattro mura?e gavazzare poi con le tue scrofee coi tuoi bardassonisu gli avanzi dei Sangro?Metti almeno un bavaglioalla vittima, ché troppo si sentegridare; e v'è talunoche volge il capo in su.
Che vuoi da me? ch'io mi ti dia legato
mani e piedi? vuoi darmi
la sorte di Giovanna? seppellirmi
vivo fra quattro mura?
e gavazzare poi con le tue scrofe
e coi tuoi bardassoni
su gli avanzi dei Sangro?
Metti almeno un bavaglio
alla vittima, ché troppo si sente
gridare; e v'è taluno
che volge il capo in su.
Bertrando.
Bertrando.
Guardami fiso, guardami negli occhi,tu che parli di vittime.Ben una t'è stampatain fondo alla pupilla,o vedovo di Mònica, maritodella femmina marsa.
Guardami fiso, guardami negli occhi,
tu che parli di vittime.
Ben una t'è stampata
in fondo alla pupilla,
o vedovo di Mònica, marito
della femmina marsa.
Tibaldo.
Tibaldo.
Oh! Oh! Una mi vedinella pupilla? Sono io stato fiso?E certo m'hai veduto impallidire.
Oh! Oh! Una mi vedi
nella pupilla? Sono io stato fiso?
E certo m'hai veduto impallidire.
Ride sardonico.
Ride sardonico.
Bertrando.Sei la vescica di grassume smortoche non si muta.Tibaldo.Almenotu mi vedi tremare.Guarda come mi tremanole due mani. Ho il parlético.Bertrando.La malattia ti rodele vertebre. Finito sei.Tibaldo.O Giudiceprofondo, e che faraise l'assassino è pallido e tremanteanche quando gli dici che hai vedutouna milza di buepenzolare alla porta d'un macello?Bertrando.Non ridere, non ridere così;o ti schiaccio su i dentiil ghigno.Tibaldo.E che farai,Giudice, se ogni sera l'assassinoscaccia di sotto al letto con la scarpail rimorso importuno?Con una vecchia scarpa,come si scaccia un sorcio.Bertrando.Ridi, ridi;e nel bianco degli occhi hai lo spavento.E il tuo riso di dentrocigola, peggio che una vecchia impostasconquassata lassùnell'ultima finestralassù perduta sotto la grondaiarotta. Il vento la strappa dagli arpioni.E ti casca sul collo e te lo stronca.Bada che la tua beffanon ti ritorni soprad'un colpo.Tibaldo.Sì, mi bado.Non passo già per gli anditiscuri né per le scale strette, quandosei nella casa.Bertrando.T'odio,con ogni goccia del mio sangue controogni goccia del tuo.Intendi? Tu m'ingombri.Il tuo fiato m'attossical'aria che serve al mio polmone. Finonel ventre di mia madretu m'hai preso il mio posto: sei venutodopo di me nel coniodella mia razza, tu mollume senzascheletro, nato dal seme d'un vecchio.E l'essere tu natomi fu sempre un soprusoche mai non seppi perdonarti. Intendi?E di nessuna carne umana sentoribrezzo come della tua; né soperché. L'ho dentro le midolle, ciecoe bestiale. Tuttodi te m'offende: il passo, il gesto, il riso,il respiro, lo sguardo.Quella bolla bianchiccia di salivache ti nasce nel cantodelle labbra se ciarli, mi fa ira,m'esaspera. Ho un rancoremortale contro le tue mani flosceche mostrano l'enfioredel mal cardìaco...
Bertrando.
Bertrando.
Sei la vescica di grassume smortoche non si muta.
Sei la vescica di grassume smorto
che non si muta.
Tibaldo.
Tibaldo.
Almenotu mi vedi tremare.Guarda come mi tremanole due mani. Ho il parlético.
Almeno
tu mi vedi tremare.
Guarda come mi tremano
le due mani. Ho il parlético.
Bertrando.
Bertrando.
La malattia ti rodele vertebre. Finito sei.
La malattia ti rode
le vertebre. Finito sei.
Tibaldo.
Tibaldo.
O Giudiceprofondo, e che faraise l'assassino è pallido e tremanteanche quando gli dici che hai vedutouna milza di buepenzolare alla porta d'un macello?
O Giudice
profondo, e che farai
se l'assassino è pallido e tremante
anche quando gli dici che hai veduto
una milza di bue
penzolare alla porta d'un macello?
Bertrando.
Bertrando.
Non ridere, non ridere così;o ti schiaccio su i dentiil ghigno.
Non ridere, non ridere così;
o ti schiaccio su i denti
il ghigno.
Tibaldo.
Tibaldo.
E che farai,Giudice, se ogni sera l'assassinoscaccia di sotto al letto con la scarpail rimorso importuno?Con una vecchia scarpa,come si scaccia un sorcio.
E che farai,
Giudice, se ogni sera l'assassino
scaccia di sotto al letto con la scarpa
il rimorso importuno?
Con una vecchia scarpa,
come si scaccia un sorcio.
Bertrando.
Bertrando.
Ridi, ridi;e nel bianco degli occhi hai lo spavento.E il tuo riso di dentrocigola, peggio che una vecchia impostasconquassata lassùnell'ultima finestralassù perduta sotto la grondaiarotta. Il vento la strappa dagli arpioni.E ti casca sul collo e te lo stronca.Bada che la tua beffanon ti ritorni soprad'un colpo.
Ridi, ridi;
e nel bianco degli occhi hai lo spavento.
E il tuo riso di dentro
cigola, peggio che una vecchia imposta
sconquassata lassù
nell'ultima finestra
lassù perduta sotto la grondaia
rotta. Il vento la strappa dagli arpioni.
E ti casca sul collo e te lo stronca.
Bada che la tua beffa
non ti ritorni sopra
d'un colpo.
Tibaldo.
Tibaldo.
Sì, mi bado.Non passo già per gli anditiscuri né per le scale strette, quandosei nella casa.
Sì, mi bado.
Non passo già per gli anditi
scuri né per le scale strette, quando
sei nella casa.
Bertrando.
Bertrando.
T'odio,con ogni goccia del mio sangue controogni goccia del tuo.Intendi? Tu m'ingombri.Il tuo fiato m'attossical'aria che serve al mio polmone. Finonel ventre di mia madretu m'hai preso il mio posto: sei venutodopo di me nel coniodella mia razza, tu mollume senzascheletro, nato dal seme d'un vecchio.E l'essere tu natomi fu sempre un soprusoche mai non seppi perdonarti. Intendi?E di nessuna carne umana sentoribrezzo come della tua; né soperché. L'ho dentro le midolle, ciecoe bestiale. Tuttodi te m'offende: il passo, il gesto, il riso,il respiro, lo sguardo.Quella bolla bianchiccia di salivache ti nasce nel cantodelle labbra se ciarli, mi fa ira,m'esaspera. Ho un rancoremortale contro le tue mani flosceche mostrano l'enfioredel mal cardìaco...
T'odio,
con ogni goccia del mio sangue contro
ogni goccia del tuo.
Intendi? Tu m'ingombri.
Il tuo fiato m'attossica
l'aria che serve al mio polmone. Fino
nel ventre di mia madre
tu m'hai preso il mio posto: sei venuto
dopo di me nel conio
della mia razza, tu mollume senza
scheletro, nato dal seme d'un vecchio.
E l'essere tu nato
mi fu sempre un sopruso
che mai non seppi perdonarti. Intendi?
E di nessuna carne umana sento
ribrezzo come della tua; né so
perché. L'ho dentro le midolle, cieco
e bestiale. Tutto
di te m'offende: il passo, il gesto, il riso,
il respiro, lo sguardo.
Quella bolla bianchiccia di saliva
che ti nasce nel canto
delle labbra se ciarli, mi fa ira,
m'esaspera. Ho un rancore
mortale contro le tue mani flosce
che mostrano l'enfiore
del mal cardìaco...
Tibaldo subitamente s'accascia.
Tibaldo subitamente s'accascia.
Tibaldo.Ohimè! È vero, è vero.È l'edema, è l'edema molle e freddoche cede al dito e resta là col cavo.Il mio cuore è ammalato. Moriròdi sùbito passando quella porta.E tu prendilo e gettalonel letamaio, questomio cuore, come un fico putrefatto;e una gallina lo trovi raspandoe se lo porti nel becco a pollaio...Bertrando, io t'ho negatoquei cinquanta ducati,mentre debbo morire!Te li darò. Aspetta.
Tibaldo.
Tibaldo.
Ohimè! È vero, è vero.È l'edema, è l'edema molle e freddoche cede al dito e resta là col cavo.Il mio cuore è ammalato. Moriròdi sùbito passando quella porta.E tu prendilo e gettalonel letamaio, questomio cuore, come un fico putrefatto;e una gallina lo trovi raspandoe se lo porti nel becco a pollaio...Bertrando, io t'ho negatoquei cinquanta ducati,mentre debbo morire!Te li darò. Aspetta.
Ohimè! È vero, è vero.
È l'edema, è l'edema molle e freddo
che cede al dito e resta là col cavo.
Il mio cuore è ammalato. Morirò
di sùbito passando quella porta.
E tu prendilo e gettalo
nel letamaio, questo
mio cuore, come un fico putrefatto;
e una gallina lo trovi raspando
e se lo porti nel becco a pollaio...
Bertrando, io t'ho negato
quei cinquanta ducati,
mentre debbo morire!
Te li darò. Aspetta.
Bertrando gli si avvicina.
Bertrando gli si avvicina.
Bertrando.Soffri? Hai tremor di cuore?Io non voleva farti violenza.Ma tu lo sai: mi lascio trascinaredalla collera... Soffri?Tibaldo.Te li darò. Ma non li ho qui. Bisognache tu venga con me...Bertrando.Dove?Tibaldo.Dove hoaccumulato...Bertrando.Dove?Tibaldo.Ah, se potessi confidarmi in tecome nel mio fratello!Bertrando.Non sono il tuo fratello?Tibaldo.M'odii, con ogni goccia del tuo sangue.L'hai detto.Bertrando.Sì, nell'impeto dell'ira.Ti piaci d'aizzarmi: ti fai beffedi me... Ma poi tu stessoridi della mia furia.Tibaldo.Non m'hai più odio! Posso confidarmidunque?Bertrando.Parla.Tibaldo.Il tesoro...Bertrando.Dov'è? Parla. T'ascolto. Non temere.Tibaldo.Tu sai la vecchia diceria che corretra la gente d'Anversa,e per tutta la valledel Sagittario, e dalla Forca d'oroalla Terrata fra i pastori.Bertrando.Sì,la so.Tibaldo.La casa magnadei Sangro, quella delle cento stanze,tutta crepacci e tutta ragnateli,che da tutte le bandesi sgretola, e nessuno ci rimettepur una mestolata di calcina...Bertrando.Si, sì, la so.Tibaldo.E la famiglia famagra cucina. E dentro un muro ciecoè nascosto il tesorodi Don Simone; ed ogni primogenitoeredita il segreto e l'avarizia...Bertrando.Ebbene?Tibaldo.Quanto seiimpaziente, fratello!Vuoi che ti dica comestride ogni chiave arrugginita? comecigola ogni uscio sgangherato? Vuoiche ti nòveri tuttoquel che si macchia, quel che si scolora,quel che si sloga, si curva, si sfalda,s'ammolla, cola, marcisce?Bertrando, oscurandosi.Tibaldo,non divagare.Tibaldo.Ascolta. Ho un po' d'affanno.
Bertrando.
Bertrando.
Soffri? Hai tremor di cuore?Io non voleva farti violenza.Ma tu lo sai: mi lascio trascinaredalla collera... Soffri?
Soffri? Hai tremor di cuore?
Io non voleva farti violenza.
Ma tu lo sai: mi lascio trascinare
dalla collera... Soffri?
Tibaldo.
Tibaldo.
Te li darò. Ma non li ho qui. Bisognache tu venga con me...
Te li darò. Ma non li ho qui. Bisogna
che tu venga con me...
Bertrando.
Bertrando.
Dove?
Dove?
Tibaldo.
Tibaldo.
Dove hoaccumulato...
Dove ho
accumulato...
Bertrando.
Bertrando.
Dove?
Dove?
Tibaldo.
Tibaldo.
Ah, se potessi confidarmi in tecome nel mio fratello!
Ah, se potessi confidarmi in te
come nel mio fratello!
Bertrando.
Bertrando.
Non sono il tuo fratello?
Non sono il tuo fratello?
Tibaldo.
Tibaldo.
M'odii, con ogni goccia del tuo sangue.L'hai detto.
M'odii, con ogni goccia del tuo sangue.
L'hai detto.
Bertrando.
Bertrando.
Sì, nell'impeto dell'ira.Ti piaci d'aizzarmi: ti fai beffedi me... Ma poi tu stessoridi della mia furia.
Sì, nell'impeto dell'ira.
Ti piaci d'aizzarmi: ti fai beffe
di me... Ma poi tu stesso
ridi della mia furia.
Tibaldo.
Tibaldo.
Non m'hai più odio! Posso confidarmidunque?
Non m'hai più odio! Posso confidarmi
dunque?
Bertrando.
Bertrando.
Parla.
Parla.
Tibaldo.
Tibaldo.
Il tesoro...
Il tesoro...
Bertrando.
Bertrando.
Dov'è? Parla. T'ascolto. Non temere.
Dov'è? Parla. T'ascolto. Non temere.
Tibaldo.
Tibaldo.
Tu sai la vecchia diceria che corretra la gente d'Anversa,e per tutta la valledel Sagittario, e dalla Forca d'oroalla Terrata fra i pastori.
Tu sai la vecchia diceria che corre
tra la gente d'Anversa,
e per tutta la valle
del Sagittario, e dalla Forca d'oro
alla Terrata fra i pastori.
Bertrando.
Bertrando.
Sì,la so.
Sì,
la so.
Tibaldo.
Tibaldo.
La casa magnadei Sangro, quella delle cento stanze,tutta crepacci e tutta ragnateli,che da tutte le bandesi sgretola, e nessuno ci rimettepur una mestolata di calcina...
La casa magna
dei Sangro, quella delle cento stanze,
tutta crepacci e tutta ragnateli,
che da tutte le bande
si sgretola, e nessuno ci rimette
pur una mestolata di calcina...
Bertrando.
Bertrando.
Si, sì, la so.
Si, sì, la so.
Tibaldo.
Tibaldo.
E la famiglia famagra cucina. E dentro un muro ciecoè nascosto il tesorodi Don Simone; ed ogni primogenitoeredita il segreto e l'avarizia...
E la famiglia fa
magra cucina. E dentro un muro cieco
è nascosto il tesoro
di Don Simone; ed ogni primogenito
eredita il segreto e l'avarizia...
Bertrando.
Bertrando.
Ebbene?
Ebbene?
Tibaldo.
Tibaldo.
Quanto seiimpaziente, fratello!Vuoi che ti dica comestride ogni chiave arrugginita? comecigola ogni uscio sgangherato? Vuoiche ti nòveri tuttoquel che si macchia, quel che si scolora,quel che si sloga, si curva, si sfalda,s'ammolla, cola, marcisce?
Quanto sei
impaziente, fratello!
Vuoi che ti dica come
stride ogni chiave arrugginita? come
cigola ogni uscio sgangherato? Vuoi
che ti nòveri tutto
quel che si macchia, quel che si scolora,
quel che si sloga, si curva, si sfalda,
s'ammolla, cola, marcisce?
Bertrando, oscurandosi.
Bertrando, oscurandosi.
Tibaldo,non divagare.
Tibaldo,
non divagare.
Tibaldo.
Tibaldo.
Ascolta. Ho un po' d'affanno.
Ascolta. Ho un po' d'affanno.