ATTO TERZO
Appare il medesimo luogo, nell'ora del tramonto.
Appare il medesimo luogo, nell'ora del tramonto.
IlSerparoentra pel cancello sotto l'arcata, seguendoGigliolache lo incuora.
Gigliola.Non c'è nessuno. Resta. Non temere,uomo. Sei sospettoso.Il Serparo.O baronella, non mi fare inganno.Gigliola.No, non ti faccio inganno. Sta sicuro,uomo. Che guardi?Il Serparo.Guardo com'è grandecàsata, grande più che la Badiadella contessa Dodain valle Merculana, veramente.Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuolecolcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo.Gigliola.Seistanco? Patisci?Il Serparo.Sentoil cuore mio che dentrosi schianta. Dammi la pezzuola tuach'i' leghi la mia manoinsanguinata.Gigliola.T'ha morso una serpe?Il Serparo.L'hai detto.Gigliola.Velenosa?Il Serparo.L'hai detto.Gigliola.Puoi morire?Il Serparo.Si muore e non si muore.«Chiedeo lo morto all'asse dell'abete:«Non hanno miso figliema nel foco?»«Figlieta» fece l'asse «magna e beve;s'è compro un busto de velluto novo.»Lo sai quel canto antico, baronella?Gigliola.Siediti là, se non ti reggi, uomo.E dammi la tua manoch'io te la leghi.Il Serparo.Te non mi ti presiin braccio quando tu piangevi, tenon ti cullai; per tenon mi tolsi il boccon di bocca; il sorsodi gola né mi tolsi, che crescessi,che mi fiorissi bella.E non m'imprechi, pietre non mi gitti;mi fasci la mia mano.Gigliola.Quanto amaro hai nel cuore!Colpo di pietra è questa,taglio di pietra puntuta.
Gigliola.
Gigliola.
Non c'è nessuno. Resta. Non temere,uomo. Sei sospettoso.
Non c'è nessuno. Resta. Non temere,
uomo. Sei sospettoso.
Il Serparo.
Il Serparo.
O baronella, non mi fare inganno.
O baronella, non mi fare inganno.
Gigliola.
Gigliola.
No, non ti faccio inganno. Sta sicuro,uomo. Che guardi?
No, non ti faccio inganno. Sta sicuro,
uomo. Che guardi?
Il Serparo.
Il Serparo.
Guardo com'è grandecàsata, grande più che la Badiadella contessa Dodain valle Merculana, veramente.Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuolecolcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo.
Guardo com'è grande
càsata, grande più che la Badia
della contessa Doda
in valle Merculana, veramente.
Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuole
colcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo.
Gigliola.
Gigliola.
Seistanco? Patisci?
Sei
stanco? Patisci?
Il Serparo.
Il Serparo.
Sentoil cuore mio che dentrosi schianta. Dammi la pezzuola tuach'i' leghi la mia manoinsanguinata.
Sento
il cuore mio che dentro
si schianta. Dammi la pezzuola tua
ch'i' leghi la mia mano
insanguinata.
Gigliola.
Gigliola.
T'ha morso una serpe?
T'ha morso una serpe?
Il Serparo.
Il Serparo.
L'hai detto.
L'hai detto.
Gigliola.
Gigliola.
Velenosa?
Velenosa?
Il Serparo.
Il Serparo.
L'hai detto.
L'hai detto.
Gigliola.
Gigliola.
Puoi morire?
Puoi morire?
Il Serparo.
Il Serparo.
Si muore e non si muore.«Chiedeo lo morto all'asse dell'abete:«Non hanno miso figliema nel foco?»«Figlieta» fece l'asse «magna e beve;s'è compro un busto de velluto novo.»Lo sai quel canto antico, baronella?
Si muore e non si muore.
«Chiedeo lo morto all'asse dell'abete:
«Non hanno miso figliema nel foco?»
«Figlieta» fece l'asse «magna e beve;
s'è compro un busto de velluto novo.»
Lo sai quel canto antico, baronella?
Gigliola.
Gigliola.
Siediti là, se non ti reggi, uomo.E dammi la tua manoch'io te la leghi.
Siediti là, se non ti reggi, uomo.
E dammi la tua mano
ch'io te la leghi.
Il Serparo.
Il Serparo.
Te non mi ti presiin braccio quando tu piangevi, tenon ti cullai; per tenon mi tolsi il boccon di bocca; il sorsodi gola né mi tolsi, che crescessi,che mi fiorissi bella.E non m'imprechi, pietre non mi gitti;mi fasci la mia mano.
Te non mi ti presi
in braccio quando tu piangevi, te
non ti cullai; per te
non mi tolsi il boccon di bocca; il sorso
di gola né mi tolsi, che crescessi,
che mi fiorissi bella.
E non m'imprechi, pietre non mi gitti;
mi fasci la mia mano.
Gigliola.
Gigliola.
Quanto amaro hai nel cuore!Colpo di pietra è questa,taglio di pietra puntuta.
Quanto amaro hai nel cuore!
Colpo di pietra è questa,
taglio di pietra puntuta.
Cerca di bagnare il lino nella tazza della fontanella.
Cerca di bagnare il lino nella tazza della fontanella.
Gioiettanon dà più acqua. Possoappena inumidire la pezzuola.Ti faccio male? Stringo troppo? Vabene così?Il Serparo.La figliasei del barone! E cóme tichiamano? come dicono il tuo nome?Gigliola.Gigliola.Il Serparo.Oi te, gentiletta! E tu l'haiper matrigna! Tre pietre mi gittò:una nel fianco mi piglia, alle renil'altra, la terza alla mano. E tu cuòciglii capi di tre serpi,d'aspido, di marasso e di farea,che ne mangi e si colchi!Gigliola.E tu sei dunqueil suo padre.Il Serparo.Edia Furasono, nato di Forco che servivail Santuario prima di me. E primadi lui c'era Carpesso, della nostraprogenie; che forniva la cisternasanta. E nel tenitoriodi Luco e in tutto il popolo dei Marsinon v'è nòvero delle genituredi nostro ceppo, ch'ebber la virtù.E si nasce col ferro della muladi Foligno, segnato su i due polsi(ci segna il Tutelare,fin dal ventre, a quest'arte):e la genìa serpigna riconoscela nostra padronanza; e siamo immuni.E non so da quant'anniè nella casa questo flauto d'ossodi cervo, per l'incanto, ritrovatochi sa da quale de' miei vecchi, in unodei sepolcri che stannosu la via di Trasacco;ché il nostro ceppo è anticoda quanto quello dei baroni.Gigliola.E vienida Luco? E come avesti la novella?Il Serparo.Per le Palme, una femmina d'Anversa,ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sortastovigli, fece a mógliema: «La tuafigliuola s'è sposata a uno barone.»Allora disse mógliema: «Ventura!E sarà vero? Andòssene agli estrania far servigio; e si dismenticò.O Edia, quando portile serpi al Santuario,scendi per la Pezzana e pel Casalefino ad Anversa, e là dimanda e vedi.E la dismemorata mi saluti.»E così me ne vennifacendo le mie predegiù pel Vado e pel Pardo e per le pratad'Angiora e per le terre rosse d'Agnee in Venere, e lungh'essa la valleadel Giovenco al Luparo.Edia, quante montagne camminasti,quanti rivi guadasti,per la cagna insensata rivedere!Gigliola.Ma tu che vuoi da lei? che le domandi?Il Serparo.Nulla Edia vuole. Non dimanda sorsod'acqua il serparo, né boccon di pane.Non fa sosta alle soglie. Passa. È fratedel vento. Poco parla.Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha brancadi nibbio, vista lunga. Piccol segnogli basta. Perchè triemi il filo d'erbacapisce. Segue la genìa che, senzaorme lasciare, fuggesi.Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode,non con l'orecchio, sì con uno spiritoch'è dentro lui. Modula un modo solosul flauto suo d'osso di cervo; maniuno sa quel modo;lo sa egli e lo seppero i suoi morti.E dessa è la virtù, e dessa è l'arte.E d'altro non gli calepiù della pelle che getta la biscia.
Gioiettanon dà più acqua. Possoappena inumidire la pezzuola.Ti faccio male? Stringo troppo? Vabene così?
Gioietta
non dà più acqua. Posso
appena inumidire la pezzuola.
Ti faccio male? Stringo troppo? Va
bene così?
Il Serparo.
Il Serparo.
La figliasei del barone! E cóme tichiamano? come dicono il tuo nome?
La figlia
sei del barone! E cóme ti
chiamano? come dicono il tuo nome?
Gigliola.
Gigliola.
Gigliola.
Gigliola.
Il Serparo.
Il Serparo.
Oi te, gentiletta! E tu l'haiper matrigna! Tre pietre mi gittò:una nel fianco mi piglia, alle renil'altra, la terza alla mano. E tu cuòciglii capi di tre serpi,d'aspido, di marasso e di farea,che ne mangi e si colchi!
Oi te, gentiletta! E tu l'hai
per matrigna! Tre pietre mi gittò:
una nel fianco mi piglia, alle reni
l'altra, la terza alla mano. E tu cuòcigli
i capi di tre serpi,
d'aspido, di marasso e di farea,
che ne mangi e si colchi!
Gigliola.
Gigliola.
E tu sei dunqueil suo padre.
E tu sei dunque
il suo padre.
Il Serparo.
Il Serparo.
Edia Furasono, nato di Forco che servivail Santuario prima di me. E primadi lui c'era Carpesso, della nostraprogenie; che forniva la cisternasanta. E nel tenitoriodi Luco e in tutto il popolo dei Marsinon v'è nòvero delle genituredi nostro ceppo, ch'ebber la virtù.E si nasce col ferro della muladi Foligno, segnato su i due polsi(ci segna il Tutelare,fin dal ventre, a quest'arte):e la genìa serpigna riconoscela nostra padronanza; e siamo immuni.E non so da quant'anniè nella casa questo flauto d'ossodi cervo, per l'incanto, ritrovatochi sa da quale de' miei vecchi, in unodei sepolcri che stannosu la via di Trasacco;ché il nostro ceppo è anticoda quanto quello dei baroni.
Edia Fura
sono, nato di Forco che serviva
il Santuario prima di me. E prima
di lui c'era Carpesso, della nostra
progenie; che forniva la cisterna
santa. E nel tenitorio
di Luco e in tutto il popolo dei Marsi
non v'è nòvero delle geniture
di nostro ceppo, ch'ebber la virtù.
E si nasce col ferro della mula
di Foligno, segnato su i due polsi
(ci segna il Tutelare,
fin dal ventre, a quest'arte):
e la genìa serpigna riconosce
la nostra padronanza; e siamo immuni.
E non so da quant'anni
è nella casa questo flauto d'osso
di cervo, per l'incanto, ritrovato
chi sa da quale de' miei vecchi, in uno
dei sepolcri che stanno
su la via di Trasacco;
ché il nostro ceppo è antico
da quanto quello dei baroni.
Gigliola.
Gigliola.
E vienida Luco? E come avesti la novella?
E vieni
da Luco? E come avesti la novella?
Il Serparo.
Il Serparo.
Per le Palme, una femmina d'Anversa,ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sortastovigli, fece a mógliema: «La tuafigliuola s'è sposata a uno barone.»Allora disse mógliema: «Ventura!E sarà vero? Andòssene agli estrania far servigio; e si dismenticò.O Edia, quando portile serpi al Santuario,scendi per la Pezzana e pel Casalefino ad Anversa, e là dimanda e vedi.E la dismemorata mi saluti.»E così me ne vennifacendo le mie predegiù pel Vado e pel Pardo e per le pratad'Angiora e per le terre rosse d'Agnee in Venere, e lungh'essa la valleadel Giovenco al Luparo.Edia, quante montagne camminasti,quanti rivi guadasti,per la cagna insensata rivedere!
Per le Palme, una femmina d'Anversa,
ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sorta
stovigli, fece a mógliema: «La tua
figliuola s'è sposata a uno barone.»
Allora disse mógliema: «Ventura!
E sarà vero? Andòssene agli estrani
a far servigio; e si dismenticò.
O Edia, quando porti
le serpi al Santuario,
scendi per la Pezzana e pel Casale
fino ad Anversa, e là dimanda e vedi.
E la dismemorata mi saluti.»
E così me ne venni
facendo le mie prede
giù pel Vado e pel Pardo e per le prata
d'Angiora e per le terre rosse d'Agne
e in Venere, e lungh'essa la vallea
del Giovenco al Luparo.
Edia, quante montagne camminasti,
quanti rivi guadasti,
per la cagna insensata rivedere!
Gigliola.
Gigliola.
Ma tu che vuoi da lei? che le domandi?
Ma tu che vuoi da lei? che le domandi?
Il Serparo.
Il Serparo.
Nulla Edia vuole. Non dimanda sorsod'acqua il serparo, né boccon di pane.Non fa sosta alle soglie. Passa. È fratedel vento. Poco parla.Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha brancadi nibbio, vista lunga. Piccol segnogli basta. Perchè triemi il filo d'erbacapisce. Segue la genìa che, senzaorme lasciare, fuggesi.Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode,non con l'orecchio, sì con uno spiritoch'è dentro lui. Modula un modo solosul flauto suo d'osso di cervo; maniuno sa quel modo;lo sa egli e lo seppero i suoi morti.E dessa è la virtù, e dessa è l'arte.E d'altro non gli calepiù della pelle che getta la biscia.
Nulla Edia vuole. Non dimanda sorso
d'acqua il serparo, né boccon di pane.
Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate
del vento. Poco parla.
Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha branca
di nibbio, vista lunga. Piccol segno
gli basta. Perchè triemi il filo d'erba
capisce. Segue la genìa che, senza
orme lasciare, fuggesi.
Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode,
non con l'orecchio, sì con uno spirito
ch'è dentro lui. Modula un modo solo
sul flauto suo d'osso di cervo; ma
niuno sa quel modo;
lo sa egli e lo seppero i suoi morti.
E dessa è la virtù, e dessa è l'arte.
E d'altro non gli cale
più della pelle che getta la biscia.
Egli fa l'atto di sciogliere un de' sacchetti; e dentro vi caccia la mano.
Egli fa l'atto di sciogliere un de' sacchetti; e dentro vi caccia la mano.
Gigliola.Ma che vai tu traendoora, di quel sacchetto?Il Serparo.Non aspidi. Fatti animo,figliuoluccia. Non sono aspidi.Gigliola.Ho animo,Edia Fura. E se fosseroaspidi, e qualchedunovi cacciasse le manidentro a un tratto, così,morderebbero?Il Serparo.Certo morderebbono,da lasciar fino il dente nella vena.E non ti gioverìamanco l'aver beutoacqua della cisternasanta a bigonce.Gigliola.E perché?Il Serparo.Perché d'unoaspide l'uomo ciurmato si puòguarire; ma di piùnon si guarisce mai, per la gran possadel tòsco che si spandesùbito, e prende la cima del cuoree fa cancrena negra.Gigliola.E tu ne' tuoi sacchetti,tu n'hai di quella sorta,Edia Fura? o fai predadi bisce mansuete solamente?Il Serparo.Male mi ridi, baronella. Io n'ho.Ho due marassi di padule e treaspidi.Gigliola.Senza denti?Il Serparo.Male mi ridi. Il maschio dei marassi,a mezzo il corpo, è grossoquasi quanto il tuo polso. Cinericcio,ha la gran fascia scura e la crocetta.In cinquant'anni Edia giammai ne videuno ardito così. Non sente ancóral'incanto.Gigliola.Dici il vero?
Gigliola.
Gigliola.
Ma che vai tu traendoora, di quel sacchetto?
Ma che vai tu traendo
ora, di quel sacchetto?
Il Serparo.
Il Serparo.
Non aspidi. Fatti animo,figliuoluccia. Non sono aspidi.
Non aspidi. Fatti animo,
figliuoluccia. Non sono aspidi.
Gigliola.
Gigliola.
Ho animo,Edia Fura. E se fosseroaspidi, e qualchedunovi cacciasse le manidentro a un tratto, così,morderebbero?
Ho animo,
Edia Fura. E se fossero
aspidi, e qualcheduno
vi cacciasse le mani
dentro a un tratto, così,
morderebbero?
Il Serparo.
Il Serparo.
Certo morderebbono,da lasciar fino il dente nella vena.E non ti gioverìamanco l'aver beutoacqua della cisternasanta a bigonce.
Certo morderebbono,
da lasciar fino il dente nella vena.
E non ti gioverìa
manco l'aver beuto
acqua della cisterna
santa a bigonce.
Gigliola.
Gigliola.
E perché?
E perché?
Il Serparo.
Il Serparo.
Perché d'unoaspide l'uomo ciurmato si puòguarire; ma di piùnon si guarisce mai, per la gran possadel tòsco che si spandesùbito, e prende la cima del cuoree fa cancrena negra.
Perché d'uno
aspide l'uomo ciurmato si può
guarire; ma di più
non si guarisce mai, per la gran possa
del tòsco che si spande
sùbito, e prende la cima del cuore
e fa cancrena negra.
Gigliola.
Gigliola.
E tu ne' tuoi sacchetti,tu n'hai di quella sorta,Edia Fura? o fai predadi bisce mansuete solamente?
E tu ne' tuoi sacchetti,
tu n'hai di quella sorta,
Edia Fura? o fai preda
di bisce mansuete solamente?
Il Serparo.
Il Serparo.
Male mi ridi, baronella. Io n'ho.Ho due marassi di padule e treaspidi.
Male mi ridi, baronella. Io n'ho.
Ho due marassi di padule e tre
aspidi.
Gigliola.
Gigliola.
Senza denti?
Senza denti?
Il Serparo.
Il Serparo.
Male mi ridi. Il maschio dei marassi,a mezzo il corpo, è grossoquasi quanto il tuo polso. Cinericcio,ha la gran fascia scura e la crocetta.In cinquant'anni Edia giammai ne videuno ardito così. Non sente ancóral'incanto.
Male mi ridi. Il maschio dei marassi,
a mezzo il corpo, è grosso
quasi quanto il tuo polso. Cinericcio,
ha la gran fascia scura e la crocetta.
In cinquant'anni Edia giammai ne vide
uno ardito così. Non sente ancóra
l'incanto.
Gigliola.
Gigliola.
Dici il vero?
Dici il vero?
IlSerparo, mettendo la mano su un de' sacchetti.
IlSerparo, mettendo la mano su un de' sacchetti.
Ora gli do la via,e agli altri quattro.Gigliola, senza sbigottirsi.Bene, Mostra.Il Serparo.Hai animo.Gigliola.Ho animo, Edia Fura,Ed è questo il sacchettodella gran morte, questo ch'è legatocon la cordella verde? E come s'apre?Il Serparo.Lascia, cìtola. Questonon è per te. Ti mostrerò, se vuoi,una sirènula, una coronella,un biacco...Gigliola.E di': se, non ciurmato, l'uomosciogliesse la cordella e follementedentro cacciasse tutt'e due le mani,in quanto tempo ei morirebbe?Il Serparo.In poco,figliuoluccia.Gigliola.Non sùbito.Il Serparo.Non sùbito.Gigliola.Ma in quanto?Il Serparo.Forse in un'ora, forse in meno, in più,secondo...Gigliola.Tempo avrebbedi compire la cosa designata.Il Serparo.Qual mai cosa? Che son questi parlari?Gigliola.Tempo avrebbe un bifolcodi staccare i suoi bovi e governarli.Il Serparo.Certo che sì.Gigliola.Ma là, dove hai la mano,son di che sorta?Il Serparo.Cìtola, non sonoserpi; son doni.Gigliola.Quali doni?Il Serparo.I miei.Ti dicevo che nullaEdia vuole. Non chiedema dà. Recato avevo per la sposaquesto pettine. Guarda.Gigliola.È bello.Il Serparo.Il ventodell'alidore le scapigli il capo!Gigliola.A doppia dentatura, con la costolaintagliata di cervi e di leoni...Il Serparo.E questa collanetta. Guarda.Gigliola.Oh comeè leggiera!Il Serparo.Le stia sul collo un giogodi bronzo!Gigliola.Grani d'oro giallo ed àcinidi vetro verdemare.Da chi l'avesti?Il Serparo.E guarda: questo spillolungo.Gigliola.È un crinale: sembra uno stiletto.Il Serparo.Da parte a parte la gola le passi!Gigliola.Edia, che dici?Il Serparo.Un motto vano diceEdia. E questo vasettodi vetro, guarda; che lustreggia comela pelle delle bisce a mezzodì.Gigliola.Per l'unguento. Ma dovetrovasti queste cose?Il Serparo.Sopra Luco evvi un monte erto e serposonomato Angizia, come la matrignatua; dove salgo per far preda. E v'erauna città, nei tempi, una cittàdi re indovini. E sonvi le muragliedi macigni ed i tumulidi scheggioni pel dosso. E quivi su,cercando in luogo cavo,trovai dintorno ad uno ossame trevasi di terra nera coperchiati.E nel primo trovai farro, nell'altrofiòcini d'uva, e tritoli di fave,nel terzo queste cose che ti dono.Gigliola.A me le doni?Il Serparo.A te. Non ho più figlia.Gigliola.Prendo solo il crinale. Porta un capodi cignaletto. È bello.Edia, mi sei parente.Il Serparo.Prendi tutto.Gigliola.Solo il crinale. E in cambio ti daròquesto anello con un rubino buono.Il Serparo.No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra.Lasciami in vece questa tua pezzuolache m'hai legata intorno alla mia mano.Gigliola.Edia!
Ora gli do la via,e agli altri quattro.
Ora gli do la via,
e agli altri quattro.
Gigliola, senza sbigottirsi.
Gigliola, senza sbigottirsi.
Bene, Mostra.
Bene, Mostra.
Il Serparo.
Il Serparo.
Hai animo.
Hai animo.
Gigliola.
Gigliola.
Ho animo, Edia Fura,Ed è questo il sacchettodella gran morte, questo ch'è legatocon la cordella verde? E come s'apre?
Ho animo, Edia Fura,
Ed è questo il sacchetto
della gran morte, questo ch'è legato
con la cordella verde? E come s'apre?
Il Serparo.
Il Serparo.
Lascia, cìtola. Questonon è per te. Ti mostrerò, se vuoi,una sirènula, una coronella,un biacco...
Lascia, cìtola. Questo
non è per te. Ti mostrerò, se vuoi,
una sirènula, una coronella,
un biacco...
Gigliola.
Gigliola.
E di': se, non ciurmato, l'uomosciogliesse la cordella e follementedentro cacciasse tutt'e due le mani,in quanto tempo ei morirebbe?
E di': se, non ciurmato, l'uomo
sciogliesse la cordella e follemente
dentro cacciasse tutt'e due le mani,
in quanto tempo ei morirebbe?
Il Serparo.
Il Serparo.
In poco,figliuoluccia.
In poco,
figliuoluccia.
Gigliola.
Gigliola.
Non sùbito.
Non sùbito.
Il Serparo.
Il Serparo.
Non sùbito.
Non sùbito.
Gigliola.
Gigliola.
Ma in quanto?
Ma in quanto?
Il Serparo.
Il Serparo.
Forse in un'ora, forse in meno, in più,secondo...
Forse in un'ora, forse in meno, in più,
secondo...
Gigliola.
Gigliola.
Tempo avrebbedi compire la cosa designata.
Tempo avrebbe
di compire la cosa designata.
Il Serparo.
Il Serparo.
Qual mai cosa? Che son questi parlari?
Qual mai cosa? Che son questi parlari?
Gigliola.
Gigliola.
Tempo avrebbe un bifolcodi staccare i suoi bovi e governarli.
Tempo avrebbe un bifolco
di staccare i suoi bovi e governarli.
Il Serparo.
Il Serparo.
Certo che sì.
Certo che sì.
Gigliola.
Gigliola.
Ma là, dove hai la mano,son di che sorta?
Ma là, dove hai la mano,
son di che sorta?
Il Serparo.
Il Serparo.
Cìtola, non sonoserpi; son doni.
Cìtola, non sono
serpi; son doni.
Gigliola.
Gigliola.
Quali doni?
Quali doni?
Il Serparo.
Il Serparo.
I miei.Ti dicevo che nullaEdia vuole. Non chiedema dà. Recato avevo per la sposaquesto pettine. Guarda.
I miei.
Ti dicevo che nulla
Edia vuole. Non chiede
ma dà. Recato avevo per la sposa
questo pettine. Guarda.
Gigliola.
Gigliola.
È bello.
È bello.
Il Serparo.
Il Serparo.
Il ventodell'alidore le scapigli il capo!
Il vento
dell'alidore le scapigli il capo!
Gigliola.
Gigliola.
A doppia dentatura, con la costolaintagliata di cervi e di leoni...
A doppia dentatura, con la costola
intagliata di cervi e di leoni...
Il Serparo.
Il Serparo.
E questa collanetta. Guarda.
E questa collanetta. Guarda.
Gigliola.
Gigliola.
Oh comeè leggiera!
Oh come
è leggiera!
Il Serparo.
Il Serparo.
Le stia sul collo un giogodi bronzo!
Le stia sul collo un giogo
di bronzo!
Gigliola.
Gigliola.
Grani d'oro giallo ed àcinidi vetro verdemare.Da chi l'avesti?
Grani d'oro giallo ed àcini
di vetro verdemare.
Da chi l'avesti?
Il Serparo.
Il Serparo.
E guarda: questo spillolungo.
E guarda: questo spillo
lungo.
Gigliola.
Gigliola.
È un crinale: sembra uno stiletto.
È un crinale: sembra uno stiletto.
Il Serparo.
Il Serparo.
Da parte a parte la gola le passi!
Da parte a parte la gola le passi!
Gigliola.
Gigliola.
Edia, che dici?
Edia, che dici?
Il Serparo.
Il Serparo.
Un motto vano diceEdia. E questo vasettodi vetro, guarda; che lustreggia comela pelle delle bisce a mezzodì.
Un motto vano dice
Edia. E questo vasetto
di vetro, guarda; che lustreggia come
la pelle delle bisce a mezzodì.
Gigliola.
Gigliola.
Per l'unguento. Ma dovetrovasti queste cose?
Per l'unguento. Ma dove
trovasti queste cose?
Il Serparo.
Il Serparo.
Sopra Luco evvi un monte erto e serposonomato Angizia, come la matrignatua; dove salgo per far preda. E v'erauna città, nei tempi, una cittàdi re indovini. E sonvi le muragliedi macigni ed i tumulidi scheggioni pel dosso. E quivi su,cercando in luogo cavo,trovai dintorno ad uno ossame trevasi di terra nera coperchiati.E nel primo trovai farro, nell'altrofiòcini d'uva, e tritoli di fave,nel terzo queste cose che ti dono.
Sopra Luco evvi un monte erto e serposo
nomato Angizia, come la matrigna
tua; dove salgo per far preda. E v'era
una città, nei tempi, una città
di re indovini. E sonvi le muraglie
di macigni ed i tumuli
di scheggioni pel dosso. E quivi su,
cercando in luogo cavo,
trovai dintorno ad uno ossame tre
vasi di terra nera coperchiati.
E nel primo trovai farro, nell'altro
fiòcini d'uva, e tritoli di fave,
nel terzo queste cose che ti dono.
Gigliola.
Gigliola.
A me le doni?
A me le doni?
Il Serparo.
Il Serparo.
A te. Non ho più figlia.
A te. Non ho più figlia.
Gigliola.
Gigliola.
Prendo solo il crinale. Porta un capodi cignaletto. È bello.Edia, mi sei parente.
Prendo solo il crinale. Porta un capo
di cignaletto. È bello.
Edia, mi sei parente.
Il Serparo.
Il Serparo.
Prendi tutto.
Prendi tutto.
Gigliola.
Gigliola.
Solo il crinale. E in cambio ti daròquesto anello con un rubino buono.
Solo il crinale. E in cambio ti darò
questo anello con un rubino buono.
Il Serparo.
Il Serparo.
No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra.Lasciami in vece questa tua pezzuolache m'hai legata intorno alla mia mano.
No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra.
Lasciami in vece questa tua pezzuola
che m'hai legata intorno alla mia mano.
Gigliola.
Gigliola.
Edia!
Edia!
Ha un riso convulso.
Ha un riso convulso.
Il Serparo.E che mi vuoi dire? Strano ridi,figliuoluccia. Che hai?Gigliola.Lasciami per stasera quel sacchettodella cordella verde. Vorrei metterespavento al mio fratelloquando torna, e poi ridere con lui.Il Serparo.Che pensiero ti passa nella mente?Ridi e ti smuori...Gigliola.Guàrdati! Tua figliaviene.
Il Serparo.
Il Serparo.
E che mi vuoi dire? Strano ridi,figliuoluccia. Che hai?
E che mi vuoi dire? Strano ridi,
figliuoluccia. Che hai?
Gigliola.
Gigliola.
Lasciami per stasera quel sacchettodella cordella verde. Vorrei metterespavento al mio fratelloquando torna, e poi ridere con lui.
Lasciami per stasera quel sacchetto
della cordella verde. Vorrei mettere
spavento al mio fratello
quando torna, e poi ridere con lui.
Il Serparo.
Il Serparo.
Che pensiero ti passa nella mente?Ridi e ti smuori...
Che pensiero ti passa nella mente?
Ridi e ti smuori...
Gigliola.
Gigliola.
Guàrdati! Tua figliaviene.
Guàrdati! Tua figlia
viene.
Nasconde nella veste il crinale; e, mentre il serparo si leva e si volge, ella sottrae il sacchetto, lo cela dietro la veste addossandosi al pilastro.
Nasconde nella veste il crinale; e, mentre il serparo si leva e si volge, ella sottrae il sacchetto, lo cela dietro la veste addossandosi al pilastro.
Appare alla porta sinistraAngiziaseguita daBertrando Acclozamòra.
Angizia, gridando.Ah, sempre quest'uomo!Chi è costui? Gigliola, ora tu faientrare in casa gli accattoni e i ladridi strada?Il Serparo.Non gridare,donna. Se questo è il tuo marito...Angizia.No.M'è cognato. E che vuoi?Il Serparo.Nulla voglio. Se questo è il tuo cognato,tu non temere, donna. Io non gli dicoche il serparo di Lucoè il tuo padre.Angizia.Bertrando, è un mentecattoche vaneggia. Sì, ecco,ora me ne ricordo. Nel paese,gli correvano dietro a fargli beffei bardassi.Bertrando.Esci, uomo.Prendi le tue bisacce nauseoseed esci senza ciarle.E fa ch'io non ti colga un'altra voltané qui né in vicinanza.Il Serparo.Signore, sei nella tua casa. È male,per la terra ch'è intorno alle tue porte!,è male minacciarecolui che non ti nuoce,dinanzi a questa vergine ospitale.Esco, né tornerò.Mi scalzerò, passata la tua soglia;gitterò nel torrente i miei calzari.Ma tu, donna, per questamacchia di sangue ch'è sul lino offerto,odimi. Io te lo dico: quanto è certoche il sole ora si colca,il tuo destino è compiuto. Prepàrati.Colui che rinnegasti e lapidastibrucerà la tua culladi quercia dove ti cullò: che ancóraè legata allo scannodel letto grande con la corda lógorae vi son dentro i chicchi di frumentoe i granelli di sale e le mollichee la cera. Ma non nel focolarela brucerà, sì nel crocicchio ai vènti,nel crocicchio ove latra la canèa.E che tu sia dispersa come quellacenere! E che la notte venga sopraa te con trèmito e singulto!
Angizia, gridando.
Angizia, gridando.
Ah, sempre quest'uomo!Chi è costui? Gigliola, ora tu faientrare in casa gli accattoni e i ladridi strada?
Ah, sempre quest'uomo!
Chi è costui? Gigliola, ora tu fai
entrare in casa gli accattoni e i ladri
di strada?
Il Serparo.
Il Serparo.
Non gridare,donna. Se questo è il tuo marito...
Non gridare,
donna. Se questo è il tuo marito...
Angizia.
Angizia.
No.M'è cognato. E che vuoi?
No.
M'è cognato. E che vuoi?
Il Serparo.
Il Serparo.
Nulla voglio. Se questo è il tuo cognato,tu non temere, donna. Io non gli dicoche il serparo di Lucoè il tuo padre.
Nulla voglio. Se questo è il tuo cognato,
tu non temere, donna. Io non gli dico
che il serparo di Luco
è il tuo padre.
Angizia.
Angizia.
Bertrando, è un mentecattoche vaneggia. Sì, ecco,ora me ne ricordo. Nel paese,gli correvano dietro a fargli beffei bardassi.
Bertrando, è un mentecatto
che vaneggia. Sì, ecco,
ora me ne ricordo. Nel paese,
gli correvano dietro a fargli beffe
i bardassi.
Bertrando.
Bertrando.
Esci, uomo.Prendi le tue bisacce nauseoseed esci senza ciarle.E fa ch'io non ti colga un'altra voltané qui né in vicinanza.
Esci, uomo.
Prendi le tue bisacce nauseose
ed esci senza ciarle.
E fa ch'io non ti colga un'altra volta
né qui né in vicinanza.
Il Serparo.
Il Serparo.
Signore, sei nella tua casa. È male,per la terra ch'è intorno alle tue porte!,è male minacciarecolui che non ti nuoce,dinanzi a questa vergine ospitale.Esco, né tornerò.Mi scalzerò, passata la tua soglia;gitterò nel torrente i miei calzari.Ma tu, donna, per questamacchia di sangue ch'è sul lino offerto,odimi. Io te lo dico: quanto è certoche il sole ora si colca,il tuo destino è compiuto. Prepàrati.Colui che rinnegasti e lapidastibrucerà la tua culladi quercia dove ti cullò: che ancóraè legata allo scannodel letto grande con la corda lógorae vi son dentro i chicchi di frumentoe i granelli di sale e le mollichee la cera. Ma non nel focolarela brucerà, sì nel crocicchio ai vènti,nel crocicchio ove latra la canèa.E che tu sia dispersa come quellacenere! E che la notte venga sopraa te con trèmito e singulto!
Signore, sei nella tua casa. È male,
per la terra ch'è intorno alle tue porte!,
è male minacciare
colui che non ti nuoce,
dinanzi a questa vergine ospitale.
Esco, né tornerò.
Mi scalzerò, passata la tua soglia;
gitterò nel torrente i miei calzari.
Ma tu, donna, per questa
macchia di sangue ch'è sul lino offerto,
odimi. Io te lo dico: quanto è certo
che il sole ora si colca,
il tuo destino è compiuto. Prepàrati.
Colui che rinnegasti e lapidasti
brucerà la tua culla
di quercia dove ti cullò: che ancóra
è legata allo scanno
del letto grande con la corda lógora
e vi son dentro i chicchi di frumento
e i granelli di sale e le molliche
e la cera. Ma non nel focolare
la brucerà, sì nel crocicchio ai vènti,
nel crocicchio ove latra la canèa.
E che tu sia dispersa come quella
cenere! E che la notte venga sopra
a te con trèmito e singulto!
La donna atterrita dalla imprecazione paterna è curva, con le spalle voltate al padre. S'accascia.
La donna atterrita dalla imprecazione paterna è curva, con le spalle voltate al padre. S'accascia.
Bertrando.Via,esci!
Bertrando.
Bertrando.
Via,esci!
Via,
esci!
Fa l'atto di prenderlo pel braccio.
Fa l'atto di prenderlo pel braccio.
Il Serparo.Non mi toccare.Esco; né tornerò.
Il Serparo.
Il Serparo.
Non mi toccare.Esco; né tornerò.
Non mi toccare.
Esco; né tornerò.
A Gigliola.
A Gigliola.
Addio ti dico, bene ti sia, santaospite, tu che m'hai medicato. Abbianimo.
Addio ti dico, bene ti sia, santaospite, tu che m'hai medicato. Abbianimo.
Addio ti dico, bene ti sia, santa
ospite, tu che m'hai medicato. Abbi
animo.
Si avvia verso il cancello.
Si avvia verso il cancello.
Bertrando.E dove vai?Il Serparo.Non mi toccare. Vado.Bertrando.Ancora ad acquattarti in mezzo all'erba?Passa da quella parte, dalle scale;e non di sopra i muri, come i ladri.Il Serparo.Signore mio, lasciami andare! È malequello che fai. Per doveio venni me ne vado. Non porròpiede su altra soglia. Vo pel varco.Bertrando.Mariuolo, ti dico di passareda quella parte.Il Serparo.È male,è male. Sei nella tua casa.Bertrando.Intendi?O ti trascino, di sotto ti getto.Il Serparo.Non mi toccare. Bada!
Bertrando.
Bertrando.
E dove vai?
E dove vai?
Il Serparo.
Il Serparo.
Non mi toccare. Vado.
Non mi toccare. Vado.
Bertrando.
Bertrando.
Ancora ad acquattarti in mezzo all'erba?Passa da quella parte, dalle scale;e non di sopra i muri, come i ladri.
Ancora ad acquattarti in mezzo all'erba?
Passa da quella parte, dalle scale;
e non di sopra i muri, come i ladri.
Il Serparo.
Il Serparo.
Signore mio, lasciami andare! È malequello che fai. Per doveio venni me ne vado. Non porròpiede su altra soglia. Vo pel varco.
Signore mio, lasciami andare! È male
quello che fai. Per dove
io venni me ne vado. Non porrò
piede su altra soglia. Vo pel varco.
Bertrando.
Bertrando.
Mariuolo, ti dico di passareda quella parte.
Mariuolo, ti dico di passare
da quella parte.
Il Serparo.
Il Serparo.
È male,è male. Sei nella tua casa.
È male,
è male. Sei nella tua casa.
Bertrando.
Bertrando.
Intendi?O ti trascino, di sotto ti getto.
Intendi?
O ti trascino, di sotto ti getto.
Il Serparo.
Il Serparo.
Non mi toccare. Bada!
Non mi toccare. Bada!
Bertrando gli mette le mani addosso, egli si libera con una stratta e s'allontana. L'altro l'insegue, minaccioso.
Bertrando gli mette le mani addosso, egli si libera con una stratta e s'allontana. L'altro l'insegue, minaccioso.
Bertrando.Oh, cane, ora ti concio.
Bertrando.
Bertrando.
Oh, cane, ora ti concio.
Oh, cane, ora ti concio.
Entrambi scompaiono dietro i cipressi, nel bagliore del tramonto.
Entrambi scompaiono dietro i cipressi, nel bagliore del tramonto.
Gigliolaè sempre addossata al pilastro, con le mani dietro di sè, nascondendo il sacchetto di pelle caprina.Angiziaesce dal suo raccoglimento cupo, s'alza, si volge; cammina come in una nube. VedeGigliola, ancora addossata al pilastro; e si arresta.
Angizia.E che fai là? Non ti muovi?
Angizia.
Angizia.
E che fai là? Non ti muovi?
E che fai là? Non ti muovi?
Le si avvicina.
Le si avvicina.
Sei tu,sempre tu! Non ti muovi? Non parli?A che pensi?Gigliola.Lo sai.Penso a una sola cosa.Angizia.Vuoi la guerra? L'avrai.Tu, per farmi onta, tul'hai chiamato, quell'uomo.E doveva egli prenderti,chiuderti in una delle sue bisaccecon le compagne, o serpicina livida,portarti via con seco.Ma di quel che m'hai fattoprenderò la vendetta:non dubitare.Gigliola.Serva,non è più tempo di querele. Pensaa quel che ti predissel'uomo delle bisacce nauseose.Abbi paura della notte.Angizia.Sodi che m'hai accusataal tuo padre. Il tuo zioanche lo sa. Vedrai,vedrai.Gigliola.Abbi paura della notte.Angizia.Credi che non dormirò più? Le spallescrollo. Mi sento forte. Ho fame e sonno.Dormirò come un masso.Gigliola.Fra poco è l'ora.
Sei tu,sempre tu! Non ti muovi? Non parli?A che pensi?
Sei tu,
sempre tu! Non ti muovi? Non parli?
A che pensi?
Gigliola.
Gigliola.
Lo sai.Penso a una sola cosa.
Lo sai.
Penso a una sola cosa.
Angizia.
Angizia.
Vuoi la guerra? L'avrai.Tu, per farmi onta, tul'hai chiamato, quell'uomo.E doveva egli prenderti,chiuderti in una delle sue bisaccecon le compagne, o serpicina livida,portarti via con seco.Ma di quel che m'hai fattoprenderò la vendetta:non dubitare.
Vuoi la guerra? L'avrai.
Tu, per farmi onta, tu
l'hai chiamato, quell'uomo.
E doveva egli prenderti,
chiuderti in una delle sue bisacce
con le compagne, o serpicina livida,
portarti via con seco.
Ma di quel che m'hai fatto
prenderò la vendetta:
non dubitare.
Gigliola.
Gigliola.
Serva,non è più tempo di querele. Pensaa quel che ti predissel'uomo delle bisacce nauseose.Abbi paura della notte.
Serva,
non è più tempo di querele. Pensa
a quel che ti predisse
l'uomo delle bisacce nauseose.
Abbi paura della notte.
Angizia.
Angizia.
Sodi che m'hai accusataal tuo padre. Il tuo zioanche lo sa. Vedrai,vedrai.
So
di che m'hai accusata
al tuo padre. Il tuo zio
anche lo sa. Vedrai,
vedrai.
Gigliola.
Gigliola.
Abbi paura della notte.
Abbi paura della notte.
Angizia.
Angizia.
Credi che non dormirò più? Le spallescrollo. Mi sento forte. Ho fame e sonno.Dormirò come un masso.
Credi che non dormirò più? Le spalle
scrollo. Mi sento forte. Ho fame e sonno.
Dormirò come un masso.
Gigliola.
Gigliola.
Fra poco è l'ora.
Fra poco è l'ora.
Si fa silenzio. Angizia sta in ascolto. Non riesce a vincere il peso che l'aggrava.
Si fa silenzio. Angizia sta in ascolto. Non riesce a vincere il peso che l'aggrava.
E Bertrando non tornaancóra indietro.
E Bertrando non tornaancóra indietro.
E Bertrando non torna
ancóra indietro.
Guata di sotto l'arcata verso il giardino.
Guata di sotto l'arcata verso il giardino.
Forsepassa dalle terrazze dei Leoni.
Forsepassa dalle terrazze dei Leoni.
Forse
passa dalle terrazze dei Leoni.
Ascolta ancóra, inquieta; poi scrolla le spalle.
Ascolta ancóra, inquieta; poi scrolla le spalle.
Resti là?Gigliola.Resto.Angizia.E poi?Gigliola.Nulla.Angizia.E che fai?
Resti là?
Resti là?
Gigliola.
Gigliola.
Resto.
Resto.
Angizia.
Angizia.
E poi?
E poi?
Gigliola.
Gigliola.
Nulla.
Nulla.
Angizia.
Angizia.
E che fai?
E che fai?
Gigliola non risponde.
Gigliola non risponde.
Hai mandato un corriere a Cappadòcia.E perché?
Hai mandato un corriere a Cappadòcia.E perché?
Hai mandato un corriere a Cappadòcia.
E perché?
Gigliola non risponde. La femmina la guarda con occhi indagatori.
Gigliola non risponde. La femmina la guarda con occhi indagatori.
Non rispondi?Sei quasi verde. Ti s'è fatto il visopiccolo e stretto come un pugno.
Non rispondi?Sei quasi verde. Ti s'è fatto il visopiccolo e stretto come un pugno.
Non rispondi?
Sei quasi verde. Ti s'è fatto il viso
piccolo e stretto come un pugno.
La scruta ancóra. Gigliola resta immobile e impenetrabile.
La scruta ancóra. Gigliola resta immobile e impenetrabile.
Vado.Ci rivedremo.Gigliola.È certo. Va.
Vado.Ci rivedremo.
Vado.
Ci rivedremo.
Gigliola.
Gigliola.
È certo. Va.
È certo. Va.
Angizia sale per la scala. Gigliola si stacca dal pilastro, ascolta. Rapidamente va verso il cumulo delle carte e vi nasconde il sacchetto rapito al serparo. S'odono nel silenzio le voci confuse dei manovali al travaglio. Poi si ode su per la scala bassa la voce affannosa di Simonetto.
Angizia sale per la scala. Gigliola si stacca dal pilastro, ascolta. Rapidamente va verso il cumulo delle carte e vi nasconde il sacchetto rapito al serparo. S'odono nel silenzio le voci confuse dei manovali al travaglio. Poi si ode su per la scala bassa la voce affannosa di Simonetto.
La voce di Simonetto.Gigliola!Gigliola!
La voce di Simonetto.
La voce di Simonetto.
Gigliola!Gigliola!
Gigliola!
Gigliola!
La sorella corre verso la porta. L'apre.Simonettogiunge e si getta nelle braccia della sorella, perdutamente.
Gigliola.Sono qui. Che hai? Che hai?Simonetto.Gigliola!Gigliola.Ma che hai? Ma che t'accade?Come ti batte il cuore!Hai la fronte sudata.Perché hai corso? Parla.Annabella dov'è? Càlmati.Simonetto.Nulla,non ho nulla... Ma un'ansia,un'ansia m'è venuta all'improvviso,non so perché, un'ansiaverso di te... per te... non so... Gigliola!Gigliola.Oh caro, caro, sièditi. Son qui.
Gigliola.
Gigliola.
Sono qui. Che hai? Che hai?
Sono qui. Che hai? Che hai?
Simonetto.
Simonetto.
Gigliola!
Gigliola!
Gigliola.
Gigliola.
Ma che hai? Ma che t'accade?Come ti batte il cuore!Hai la fronte sudata.Perché hai corso? Parla.Annabella dov'è? Càlmati.
Ma che hai? Ma che t'accade?
Come ti batte il cuore!
Hai la fronte sudata.
Perché hai corso? Parla.
Annabella dov'è? Càlmati.
Simonetto.
Simonetto.
Nulla,non ho nulla... Ma un'ansia,un'ansia m'è venuta all'improvviso,non so perché, un'ansiaverso di te... per te... non so... Gigliola!
Nulla,
non ho nulla... Ma un'ansia,
un'ansia m'è venuta all'improvviso,
non so perché, un'ansia
verso di te... per te... non so... Gigliola!
Gigliola.
Gigliola.
Oh caro, caro, sièditi. Son qui.
Oh caro, caro, sièditi. Son qui.
Sopraggiunge la nutrice.
Sopraggiunge la nutrice.
Annabella.Ah, figlia, un'altra voltanon lo conduco, se non vieni tuanche. M'ha fatto prendere spavento.D'un tratto mi s'è messoa corsa disperata...Gigliola.Ma perché?Simonetto.Non so. Lascia. Annabella,non mi gridare. Ora sto bene qui.Gigliola.Ti sei scalmato. Asciùgati.Simonetto.M'avevi detto che mi raggiungevi.Gigliola.Non ho potuto. Sai? T'ho preparatala stanza.Simonetto.Ah, veramente?Gigliola.Ho spedito un corriere a Cappadòcia,che zia Costanza vengasùbito a prenderti ella stessa...Simonetto.E tunon vieni? E nonna Aldegrina?Gigliola.La nonnasi sente un poco male.Annabella.Che dici, figlia?Gigliola.Si, s'è coricata.Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiestopiù volte.Annabella.E come mai?
Annabella.
Annabella.
Ah, figlia, un'altra voltanon lo conduco, se non vieni tuanche. M'ha fatto prendere spavento.D'un tratto mi s'è messoa corsa disperata...
Ah, figlia, un'altra volta
non lo conduco, se non vieni tu
anche. M'ha fatto prendere spavento.
D'un tratto mi s'è messo
a corsa disperata...
Gigliola.
Gigliola.
Ma perché?
Ma perché?
Simonetto.
Simonetto.
Non so. Lascia. Annabella,non mi gridare. Ora sto bene qui.
Non so. Lascia. Annabella,
non mi gridare. Ora sto bene qui.
Gigliola.
Gigliola.
Ti sei scalmato. Asciùgati.
Ti sei scalmato. Asciùgati.
Simonetto.
Simonetto.
M'avevi detto che mi raggiungevi.
M'avevi detto che mi raggiungevi.
Gigliola.
Gigliola.
Non ho potuto. Sai? T'ho preparatala stanza.
Non ho potuto. Sai? T'ho preparata
la stanza.
Simonetto.
Simonetto.
Ah, veramente?
Ah, veramente?
Gigliola.
Gigliola.
Ho spedito un corriere a Cappadòcia,che zia Costanza vengasùbito a prenderti ella stessa...
Ho spedito un corriere a Cappadòcia,
che zia Costanza venga
sùbito a prenderti ella stessa...
Simonetto.
Simonetto.
E tunon vieni? E nonna Aldegrina?
E tu
non vieni? E nonna Aldegrina?
Gigliola.
Gigliola.
La nonnasi sente un poco male.
La nonna
si sente un poco male.
Annabella.
Annabella.
Che dici, figlia?
Che dici, figlia?
Gigliola.
Gigliola.
Si, s'è coricata.Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiestopiù volte.
Si, s'è coricata.
Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiesto
più volte.
Annabella.
Annabella.
E come mai?
E come mai?
Le due donne si guardano. Annabella esce per la porta sinistra.
Le due donne si guardano. Annabella esce per la porta sinistra.
Simonetto.Allora aspetto che si levi. Intantotu mi tieni con te.Gigliola.Stai meglio; è vero?Simonetto.Nella stanza tuanon entra mai la femmina; non puòentrare. Tu la chiudi...Gigliola.Sta certo, sta sicuro:non entrerà mai più. Te lo prometto.Simonetto.Da quella volta che la vidi a facciaa faccia, risvegliandomisùbito in un sussulto tra il sudorefreddo, da quella notteche me la vidi appresso,china sul mio guanciale,quasi nel mio respiro,a spiare il mio sonno tra i miei cigli— dura come una maschera di bronzocon lo smalto nel bianco de' suoi occhi,orrida, come l'incubo apparito —,ah Gigliola, da quella volta, sempremi sono addormentato col terroredi rivederla...Gigliola.Non la rivedrai.Stai meglio; è vero?Simonetto.Si, un poco meglio.Gigliola.Non ti senti più forte?Simonetto.Sì, un poco.Gigliola.Hai camminato. Anche hai potuto correre.Simonetto.È bello il Sagittario, sai? Si rompee schiuma, giù per i macigni, mugghia,tuona, trascina tronchi, tetti di capanne,zàngole, anche le pecore e gli agnelliche ha rapinato alla montagna. È bello,sai?Gigliola.Ah, ti si ravvival'anima!Simonetto.Tutti i vetri delle casedi Castrovalve ardevano, sul sassorosso.Gigliola.Hai guardato il sole?Simonetto.I manovalihanno acceso le fiaccole e le ciotoledi pece sotto le logge. Hanno infissole fiaccole nei braccidi ferro, nei torcieri nostri, in mezzoalla travata. E un gruppostava chino a guataretra le faville il buono Re Robertovenuto giù dalla sua nicchia, tuttoarmato con la testa mozza...
Simonetto.
Simonetto.
Allora aspetto che si levi. Intantotu mi tieni con te.
Allora aspetto che si levi. Intanto
tu mi tieni con te.
Gigliola.
Gigliola.
Stai meglio; è vero?
Stai meglio; è vero?
Simonetto.
Simonetto.
Nella stanza tuanon entra mai la femmina; non puòentrare. Tu la chiudi...
Nella stanza tua
non entra mai la femmina; non può
entrare. Tu la chiudi...
Gigliola.
Gigliola.
Sta certo, sta sicuro:non entrerà mai più. Te lo prometto.
Sta certo, sta sicuro:
non entrerà mai più. Te lo prometto.
Simonetto.
Simonetto.
Da quella volta che la vidi a facciaa faccia, risvegliandomisùbito in un sussulto tra il sudorefreddo, da quella notteche me la vidi appresso,china sul mio guanciale,quasi nel mio respiro,a spiare il mio sonno tra i miei cigli— dura come una maschera di bronzocon lo smalto nel bianco de' suoi occhi,orrida, come l'incubo apparito —,ah Gigliola, da quella volta, sempremi sono addormentato col terroredi rivederla...
Da quella volta che la vidi a faccia
a faccia, risvegliandomi
sùbito in un sussulto tra il sudore
freddo, da quella notte
che me la vidi appresso,
china sul mio guanciale,
quasi nel mio respiro,
a spiare il mio sonno tra i miei cigli
— dura come una maschera di bronzo
con lo smalto nel bianco de' suoi occhi,
orrida, come l'incubo apparito —,
ah Gigliola, da quella volta, sempre
mi sono addormentato col terrore
di rivederla...
Gigliola.
Gigliola.
Non la rivedrai.Stai meglio; è vero?
Non la rivedrai.
Stai meglio; è vero?
Simonetto.
Simonetto.
Si, un poco meglio.
Si, un poco meglio.
Gigliola.
Gigliola.
Non ti senti più forte?
Non ti senti più forte?
Simonetto.
Simonetto.
Sì, un poco.
Sì, un poco.
Gigliola.
Gigliola.
Hai camminato. Anche hai potuto correre.
Hai camminato. Anche hai potuto correre.
Simonetto.
Simonetto.
È bello il Sagittario, sai? Si rompee schiuma, giù per i macigni, mugghia,tuona, trascina tronchi, tetti di capanne,zàngole, anche le pecore e gli agnelliche ha rapinato alla montagna. È bello,sai?
È bello il Sagittario, sai? Si rompe
e schiuma, giù per i macigni, mugghia,
tuona, trascina tronchi, tetti di capanne,
zàngole, anche le pecore e gli agnelli
che ha rapinato alla montagna. È bello,
sai?
Gigliola.
Gigliola.
Ah, ti si ravvival'anima!
Ah, ti si ravviva
l'anima!
Simonetto.
Simonetto.
Tutti i vetri delle casedi Castrovalve ardevano, sul sassorosso.
Tutti i vetri delle case
di Castrovalve ardevano, sul sasso
rosso.
Gigliola.
Gigliola.
Hai guardato il sole?
Hai guardato il sole?
Simonetto.
Simonetto.
I manovalihanno acceso le fiaccole e le ciotoledi pece sotto le logge. Hanno infissole fiaccole nei braccidi ferro, nei torcieri nostri, in mezzoalla travata. E un gruppostava chino a guataretra le faville il buono Re Robertovenuto giù dalla sua nicchia, tuttoarmato con la testa mozza...
I manovali
hanno acceso le fiaccole e le ciotole
di pece sotto le logge. Hanno infisso
le fiaccole nei bracci
di ferro, nei torcieri nostri, in mezzo
alla travata. E un gruppo
stava chino a guatare
tra le faville il buono Re Roberto
venuto giù dalla sua nicchia, tutto
armato con la testa mozza...
Gigliola si leva agitata e s'aggira.
Gigliola si leva agitata e s'aggira.
Dovevai?Gigliola.Simonetto!Simonetto.Sorella, che vuoidirmi! Perché sei tantosmorta?Gigliola.La casa crolla.Tu senti la ruinagrande. L'hai vista al lume delle fiaccole,fùnebri. La tua casamuore. E non le ami tu, queste tue vecchiemuraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangrod'Anversa: sei l'erede.Simonetto.Gigliola, anche l'erede muore; e in tuttequeste carte è l'odore della morte.Ho freddo e sono stanco.
Dovevai?
Dove
vai?
Gigliola.
Gigliola.
Simonetto!
Simonetto!
Simonetto.
Simonetto.
Sorella, che vuoidirmi! Perché sei tantosmorta?
Sorella, che vuoi
dirmi! Perché sei tanto
smorta?
Gigliola.
Gigliola.
La casa crolla.Tu senti la ruinagrande. L'hai vista al lume delle fiaccole,fùnebri. La tua casamuore. E non le ami tu, queste tue vecchiemuraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangrod'Anversa: sei l'erede.
La casa crolla.
Tu senti la ruina
grande. L'hai vista al lume delle fiaccole,
fùnebri. La tua casa
muore. E non le ami tu, queste tue vecchie
muraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangro
d'Anversa: sei l'erede.
Simonetto.
Simonetto.
Gigliola, anche l'erede muore; e in tuttequeste carte è l'odore della morte.Ho freddo e sono stanco.
Gigliola, anche l'erede muore; e in tutte
queste carte è l'odore della morte.
Ho freddo e sono stanco.
La sorella gli s'inginocchia dinanzi.
La sorella gli s'inginocchia dinanzi.
Gigliola.Perdonami, fratello. T'ho parlatosempre come a un bambinodolce. Non ti ricordiquando la sera, nella stanza nostra,t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe?E rimanevo innanzi a te cosìcome son ora, lungo tempo, lungotempo, a parlare. E tu mi tratteneviquando volevo alzarmie mi dicevi: «Resta un altro poco!»E si faceva tardi. E nostra madreallora, udendo le voci, venivaall'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!»E tu le rispondevi: «Un altro poco!»Te ne ricordi?Simonetto.Sì.Gigliola.«Che ti raccontaGigliola?» ella diceva.«La favola del Re dai sette veli?»E s'affacciava all'usciocon quel suo viso tenero,con quel suo collo èsile che parevaquasi azzurrino, tanto era venato...
Gigliola.
Gigliola.
Perdonami, fratello. T'ho parlatosempre come a un bambinodolce. Non ti ricordiquando la sera, nella stanza nostra,t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe?E rimanevo innanzi a te cosìcome son ora, lungo tempo, lungotempo, a parlare. E tu mi tratteneviquando volevo alzarmie mi dicevi: «Resta un altro poco!»E si faceva tardi. E nostra madreallora, udendo le voci, venivaall'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!»E tu le rispondevi: «Un altro poco!»Te ne ricordi?
Perdonami, fratello. T'ho parlato
sempre come a un bambino
dolce. Non ti ricordi
quando la sera, nella stanza nostra,
t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe?
E rimanevo innanzi a te così
come son ora, lungo tempo, lungo
tempo, a parlare. E tu mi trattenevi
quando volevo alzarmi
e mi dicevi: «Resta un altro poco!»
E si faceva tardi. E nostra madre
allora, udendo le voci, veniva
all'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!»
E tu le rispondevi: «Un altro poco!»
Te ne ricordi?
Simonetto.
Simonetto.
Sì.
Sì.
Gigliola.
Gigliola.
«Che ti raccontaGigliola?» ella diceva.«La favola del Re dai sette veli?»E s'affacciava all'usciocon quel suo viso tenero,con quel suo collo èsile che parevaquasi azzurrino, tanto era venato...
«Che ti racconta
Gigliola?» ella diceva.
«La favola del Re dai sette veli?»
E s'affacciava all'uscio
con quel suo viso tenero,
con quel suo collo èsile che pareva
quasi azzurrino, tanto era venato...