LEZIONE SESTA.Giambattista Vico.

LEZIONE SESTA.Giambattista Vico.

SOMMARIO.

A) Difetto della dottrina di Bruno — Passaggio da Bruno e Campanella a Vico. —B) Il nuovo concetto dellaunità dello Spirito— Di nuovo Bruno, Spinoza e Vico. —C) Il concetto delloSviluppo— Schema logico: La Psiche individuale; la Psiche nazionale; l'umanità. — Pregio e difetto di Vico. —D) Oscurità di Vico.

A) Difetto della dottrina di Bruno — Passaggio da Bruno e Campanella a Vico. —B) Il nuovo concetto dellaunità dello Spirito— Di nuovo Bruno, Spinoza e Vico. —C) Il concetto delloSviluppo— Schema logico: La Psiche individuale; la Psiche nazionale; l'umanità. — Pregio e difetto di Vico. —D) Oscurità di Vico.

A) Da Bruno e Campanella a Vico corre un periodo di circa cento anni. In tutto questo tempo non vi ha un filosofo veramente originale in Italia; all'Italia non appartiene nessuna idea nuova. Cartesio, Spinoza, Locke, Leibniz non sono italiani. O piuttosto, i nuovi germi, nati in Italia, si formarono liberamente a sistemi fuori del nostro paese. Bruno diventa Spinoza; Campanella, Cartesio e (in quanto telesiano) Locke; la monade di Bruno, trasfigurata nell'Esse cognosceredi Campanella, diventa la monade di Leibniz (rappresentazione assoluta del moltiplice nella unità del pensiero).

Da Bruno e Campanella a Vico vi ha dunque come unvuotonella storia del nostro pensiero. Perchè Vico possa esser ben compreso, bisogna riempire questo vuoto colla storia della filosofia europea. Posti Bruno e Campanella, si vede, ora, la necessità di Vico; ma perchè Viconascesse, lanecessitàdella sua nascita dovea manifestarsi e divenire unarealtà storica: unfattonella vitadel pensiero umano. E ciò è dire, che doveano mostrarsi in tutta la loro realtà i difetti dellaposizionedi Campanella e di Bruno; anzi dovea prima compiersi questa posizione.

La posizione era questa: Dio è solamentecausa(causa efficiente), e perciò l'Universo è solamenteeffetto.

Questa posizione annulla ogni distinzione essenziale tra i due universi, il naturale e lo spirituale, e assegna loro un'identica legge: la causalità, o la semplice relazione causale.

Questa posizione è in generale il nuovonaturalismo— di cui abbiamo visto le prime tracce, dopo la Scolastica, nel Cusano — applicato indifferentemente alla considerazione della natura e dell'uomo; e la cui unica legge è la legge matematica o meccanica, e il metodo il processo dal principio alla conseguenza o dalla conseguenza al principio.

Ora l'uomo, il mondo umano, vuol direlibertà; e la libertà non è la semplicecausalità.

Nella dottrina di Bruno non vi ha davverolibertà umana(nè divina). In altri termini (così in Bruno, come in Spinoza) è inesplicabile ilconcettodella Sostanza. Come ilModopuò conoscere laSostanza, la quale non conosce se stessa, e così essere superiore alla Sostanza stessa? Come l'uomo puòelevarsia Dio, se è sempliceeffetto? Come l'effettoritornaalla causa? E pure Bruno e Spinoza finiscono egualmente con questa contradizione: — Bruno negliEroici Furori, che sono appunto la liberazione dell'anima e la sua elevazione e unione con Dio; Spinoza nella parte quinta dell'Etica, che tratta dellapotentia intellectus, cioède libertate humana, la quale per Spinoza è la stessa beatitudine (amor Dei intellectualis).

Una semplicemente non può essere laleggedella natura e dell'uomo.

L'essere naturaleè immediatamente quel che è e può essere; è posto come quel che deve essere, e tutto il suo mondo è la sua nascita, che non è opera sua. L'uomo, all'opposto, fa se stesso, il suo mondo; e questo suo mondo è lui stesso:Carne della sua carne, etc. Come uomo, come spirito, come mondo umano, egli è creatore di se stesso. — Con ciò non voglio dire, già s'intende, che egli crei se stesso come immediato uomo, come uomo animale o naturale.

In altri termini: è vero che tutte le cosesonoin Dio. Sono in Dio, perchè hanno la loroentitàin Dio. Così, Dio è sostanza prima (Gioberti); l'esser le cose in Dio è la loro entità vera. Ma la differenza tra l'entitàdelle cose naturali e l'entità umana è questa:

le cosesonoin Dio immediatamente; sono poste come semplicienti, e non altro, in Dio;

l'uomo, invece,èin Dio, in quanto si eleva per se stesso e si unisce a Dio; in quanto si fa lui stesso, quanto può, Dio (quell'essere, che è Dio); di maniera, che il suoessereè la sua stessa liberaattività: la libera produzione di se stesso. Se Dio è causa o attività assoluta, e perciò in lui essere e fare sono lo stesso; se insomma, essere davvero èfarsi, egli è evidente, che essere davvero in Dio, non è semplicementeesser fatto, mafarsiDio e in Dio. Ciò vuol dire: il vero uomo non è semplicemente effetto, ma causa. Ora l'effetto, che è causa, è appunto ilfine.

Così Dio, come insieme causa o principio e fine o effetto assoluto è una duplice attività in una: creativa e ricreativa, direbbe Gioberti; e solo così,come tale unica attività, è la vera attività, e quindi il vero Essere; lo Spirito o il Creatore. La prima attività è semplicemente divina (naturale); la seconda è divina e umana insieme (cioè veramente divina). — I due cicli di Gioberti, che sono un unico ciclo.

Ora Vico rappresenta appunto questadistinzione realede' due universi; e quindi fonda il mondo umano, il mondo dello spirito. Rappresenta ladifferenza realedi quellaassoluta indifferenza; e questa differenza è espressa nel concetto delle dueProvvidenze. Il suo mondo naturale, fatto solo da Dio (come provvidenza naturale), e il suo mondo umano, fatto dall'uomo e da Dio insieme, consistono nelle due attività creative, che sono i due cicli di Gioberti.

In Vico il concetto dellaformola idealeè già dato: non della formola monca,l'Ente crea l'esistente, ma della vera formola,l'Ente crea l'esistente e l'esistente ritorna all'Ente[88].

Tale è, in brevi parole, il passaggio ideale e, direi quasi, logico da Bruno a Vico.

Perchè questo passaggio fosse storico, era necessario che il naturalismo (di Bruno) prendesse la sua forma schietta e rigorosa nello spinozismo (e Spinoza richiede Cartesio, precorso da Campanella); che il principio della sempliceefficienzasi mostrasse in tutta la sua luce, come cartesianismo e come lockismo; che Leibniz ponesse il concetto — sebbene imperfetto, cioè come identità immediata — dello spirito nella monade, e così protestasse contro il puro naturalismo (la monade in sè è più checausa efficiente); che, insomma, si vedessero e s'intendessero le conseguenze della prima posizione.

B) Ho detto che Vico pone ladifferenza, ladifferenza reale, nella assoluta indifferenza di Bruno e Spinoza; quella differenza, che nè questi nè gli altri filosofi posteriori aveano saputo porre. Ponendo la reale differenza, Vico pone la reale unità: cioè, non più la Sostanza causa, ma lo Spirito. Tale è lo Spirito: non vuota identità, ma reale differenza, econtuttociò, anzi appunto perciò, reale unità.

Ho esposto altrove[89]la intenzione di Vico, quasi colle stesse sue parole, così: «Finora i filosofi hanno contemplato Dio solo per l'ordine delle cose naturali; io, più su innalzandomi, contemplo in Dio il mondo delle menti umane, che è ilmondo metafisico,per dimostrare la Provvidenza nel mondo degli animi umani, che è il mondo civile, ossia il mondo delle nazioni. Contemplando Dio solo per l'ordine naturale, cioè in quanto ha datonaturalmentel'esserealle cose e agli uomini, enaturalmentelo conserva, i filosofi hanno dimostrato solouna parteoattributodella sua provvidenza; io lo contemplerò per laparteche èpiù propria degli uomini, la natura de' quali ha questa principale proprietà, di esseresocievoli, cioè come provvedente nelle cosemorali politiche, ossia ne'costumicivili, coi quali sono provenute al mondo e si conservano le nazioni. E questa nuova e più alta contemplazione è possibile, perchè questomondo civile è certamente stato fatto dagli uomini; onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritrovarei principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. E dee recar meraviglia, come tutti i filosofi si studiarono di conseguire la scienza diquesto mondo naturale, del quale, perchè Iddio egli il fece, esso solone ha la scienza, e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, del quale, perchèl'aveano fatto gli uomini, ne potevano conseguire lascienza gli uomini. Questo stravagante effetto è provenuto dalla miseria della mente umana; la quale, restata immersa e seppellita nel corpo, è naturalmente inchinata a sentire le cose del corpo, e dee usar troppo sforzo e fatica perintendere se medesima. E pure l'uomo in tanto si approssima a Dio, e questa scienza è d'una specie veramente divina, in quanto il mondo, che egli vuole con essa contemplare, lo ha fatto egli stesso; perchè in Dio ilconosceree ilfareè una medesima cosa, e solo l'uomo partecipa di questa divina natura. La differenzatra l'uomo e Dio è, che l'uomo ha fatto a principio questo suo proprio mondo senza sapere ciò che si faceva, anzi credendo di fare tutto il contrario. E questa è come una benevola astuzia della Provvidenza; la quale, senzaforza di leggi, ma facendo uso deglistessi costumidegli uomini, — dei quali lecostumanzesono tantolibere di ogni forza, quanto lo è agli uominicelebrare la loro natura, — come una mentediversa, alle voltecontrariae sempresuperiore a' fini particolari e ristrettiche gli uomini si propongono, ne famezzi per servirea finipiù ampii, e gli adopera sempre per conservare l'umana generazione. Così vogliono gli uomini usar lalibidine bestialee disperdere i loro parti, e ne fanno la castità de' matrimonii, onde sorgono le famiglie; vogliono ipadriesercitaresmoderatamente gli imperi paternisopra i clienti, e surgono le città; vogliono i nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei, e vanno inservitù delle leggi, che fanno lalibertà popolare; e simili. Questo, che fece tutto, fu purMente; perchè il fecero gli uomini conintelligenza; non fuFato, perchè il fecero conelezione; nonCaso, perchè con perpetuità, sempre così facendo, escono nelle medesime cose. Questa Mente o Provvidenza è l'unità dello spirito che informae dà vita aquesto mondo di nazioni».

Io devo considerare qui solamente questaunità dello spirito, la quale è il nuovo Dio della filosofia, che sbalza di soglio l'antico (il Dio semplicemente Causa), e la vera negazione e il vero compimento dellaunitàdi Bruno e Spinoza: questa unità, il cui concetto è la base e il principio, in cui consistono e a cui ritornano tutti i concetti nuovi dellaScienza nuova, e che è solo lapossibilità realedi questa scienza, cioè della filosofia della storia: questa unità, che esige unanuova metafisica, lametafisica della mente umana, che proceda sulla storia delle umane idee: quella metafisica, di cui Cartesio pose la base, quando disse:Pensare è essere(il vero essere); ma poi non ne fe' niente, appunto perchè non si avvide di tutto il tesoro che avea in mano, concependo in modo ristretto il pensare e perciò stesso il vero essere: quella metafisica, che non è il puroontologismo— la vecchia metafisica fondata sull'essere, — ma che appunto, perchè fondata nelpensare, è psicologismo, e appunto perchè fondata nel pensare vero, cioè puro e non empirico, èpsicologismo trascendente, cioè ilvero ontologismo: insomma, lametafisica della Mente, dellaMente Umana, e non dell'Ente. Gioberti — che meglio intende e spiega se stesso — è in ciò di accordo con Vico[90].

Che cosa è dunque,questa nuova e vera unità, questaUnità dello Spirito?

Bisogna ripigliare, da questo punto di vista, la considerazione di Bruno e Spinoza.

«Chi vuol sapere i massimi secreti di natura, riguardi e contempli circa gli minimi e massimi degli contrarii ed oppositi. Profonda magia ètrar il contrario, dopo aver trovato ilpunto dell'unione».

«A questo tendeva con il pensiero... Aristotele, ponendo laprivazione, a cui è congionta, certa disposizione, come progenitrice, parente e madre dellaforma; ma non vi potè aggiungere. Non ha possuto arrivarvi, perchè, fermando il piè nelgeno dell'opposizione, rimase inceppato di maniera, che, nondescendendo alla specie de la contrarietà, non giunse nè fissò gli occhi al scopo: dal quale errò a tutta passata, dicendo, i contrarii non poter attualmente convenire in soggetto medesimo»[91].

Adunque, secondo Bruno, vi ha due cose a fare, che in verità sono una medesima: dati i contrarii, trovare il punto della unione; e trovato il punto della unione, trarre il contrario.

Sono una medesima cosa; giacchè ilpunto della unione, che si dice trovato, non è veramente trovato — non è veramente unità de' contrarii, — se da esso non si trae il contrario, cioè non si fa vedere che questo punto stesso sidifferenzia. Se non si trae da esso il contrario, ma si pone cosìestrinsecamente, questo punto non è il punto della unione.

Aristotele riceve i contrarii platonici: l'idea e il fenomeno (l'idea è fuori del fenomeno: dualismo), e fa di quella laforma, di questo lamateria;questa ècomplicatamente e possibilmenteQUELLO STESSO, che quella èesplicatamente e attualmente; l'una è l'essere meramentepossibile, l'altro l'essereattuale. Così la relazione tra i contrarii non è piùnegativacome in Platone, nel quale l'uno è l'essere, e l'altro il non essere. Ma èpositiva: l'uno è l'essere attuale, l'altro l'essere possibile. Questa relazionepositiva, questouno essere, sotto i due aspetti della possibilità e dell'attualità, è ilpunto della unione aristotelico. Aristotele dunque, procedendo da' contrarii, trova ilpunto della unione.

Ma lo trova davvero?

Bruno ha detto già, che non lo ha trovato; che «non conosce l'Ente comeUno, per non aver profondato alla cognizione di questa» (la sua) «unità e indifferenzadella costante natura ed essere».

Ora dice, che non ha saputotrarre il contrario; che, al più, si è arrestato al genere dell'opposizione, ma non è disceso sino alla specie della contrarietà.

La seconda critica è il compimento della prima. Aristotele non ha concepito l'Ente come Uno, perchè non l'ha concepita comeassoluta indifferenza; e non l'ha concepito come assoluta indifferenza, perchè non l'ha concepito comecoincidenza dei contrarii. Bruno, seguendo il Cusano, dice di concepirlo così: questo essere il suo vantaggio sopra Aristotele. In realtà, questaindifferenzanon è che la conseguenzaesplicitadella posizione aristotelica; giacchè quellarelazione positiva, quell'uno stesso esseresotto due aspetti, non è che l'essere indifferente. Ma non basta, — ecco la seconda critica, — dire: l'essere indifferente. Perchè questo sia un vero concetto, e non già un semplicepresupposto; perchè sia veramente l'essere indifferente, bisogna trarre da esso il contrario, non presupporlo; cioè, nel caso di Aristotele, non presupporre, maderivarei due principii,formaemateria. Finchè non si fa questo, il dualismo dei principii non è superato; cioè, non si ha veramente l'uno essere, l'assoluta indifferenza. Ora Aristotele non deriva i due principii, ma li presuppone.

Bruno dice:assoluta indifferenza, e oltre a ciò esige la derivazione del contrario. Ciò è molto. Ma poi, non solo non trae il contrario, ma con tutto che dicaindifferenza, non afferma quellaposizione, che è la possibilità delpuntodella unione. Mi spiego: Aristotele dice:uno stesso esseresotto due aspetti. Ma, poi, pone come il vero essere l'uno di questi due aspetti, per sè, senza l'altro, e così distrugge da sè la posizione dell'uno stesso essere. Così l'altro rimane sempre qualcosa d'estrinseco al primo, e non è derivato dal primo; e sebbene non sia superiore al primo, pure è sempre un limite insuperabile del primo. E ciò val quanto dire: il primo — la forma, il pensiero — non è veramente il Primo; in realtà ci sono due Primi.

Bruno dice:Indifferenza, e sta fermo a questa posizione, in quanto la forma non è mai estrinseca alla materia e l'intelletto artefice muove e opera da dentro; il Dio aristotelico, pura forma, è scomparso. Ma, d'altra parte, quellaindifferenzaè un punto assolutamente oscuro, una base presupposta, nonpensataaffatto; i due contrarii sono in realtà ancora assolutamenteirreducibili; la loro indifferenza o unità è piuttostoessere insieme, semplicecoincidenza, non altro.

Spinoza, mediante Cartesio, fa chiaro quel punto oscuro; e questo punto chiaro —immediatamentechiaro (evidenza, intuito cartesiano) — è il pensiero in quanto contiene il suo contrario, l'essere. Questa unità, che non è più semplice coincidenza, macontenenza, insidenza, — unità che si differenzia immediatamente come indifferenza, — è la nuova indifferenza, laSostanzadi Spinoza.

Spinoza è lachiarezzadi Bruno; quel che in Bruno è oscuro, in Spinoza è chiaro (sebbene non assolutamente chiaro, ma solo immediatamente). In Bruno è oscura la indifferenza, e in Spinoza si fa chiara, in quanto il punto della unione è ilpensiero, e il pensiero non è tale che in quanto contiene o pone immediatamente o intuitivamente il suo contrario, l'essere. Il pensiero è quel punto (punctum mobile), che è insiemeunireetrarre il contrario; il punto della unione è il punto stesso della differenza. Puntoattivo, nonmorto; cheuniscein quantodifferenzia, e differenzia in quanto unisce. Similmente, l'indifferenza comecausaè oscura in Bruno, e si fa chiara in Spinoza. La Sostanza è causa, attività, in quanto è il pensiero che contiene o pone immediatamente l'essere: l'essere è l'effettodel pensiero, e questo effetto è lo stesso essere del pensiero: il pensiero ècausa sui. Infinità del pensiero, infinità dell'essere; causa infinita, effetto infinito; Dio infinito, universo infinito. E la Sostanza è semplice causa, cioèsostanza, nonsoggetto, appunto perchè è una posizione immediata dell'essere nel pensiero.

Adunque, quello che è come implicito in Bruno (Sostanza causa, cioè Indifferenza che si differenzia indifferentemente, ossia immediatamente), è chiaro in Spinoza. Questa chiarezza è il pensiero cartesiano.

Il pensiero, che contiene in sè e pone immediatamente l'essere, è lacausa. Causare: tale è la primae la immediata risposta all'esigenza di Bruno:trarre il contrario.Causare è trarre il contrario, ma in una forma immediata.Causareè pensare, ma pensare immediatamente. Causare senza pensare è impossibile. L'effettoè contenuto nella causa; e questa contenenza, che èproduzionein sè, non è altro chepensiero, non già semplice essere. (Così laSostanzaè ilPensierocome immediata unità di se stesso e dell'essere: è l'Idea, ma non l'Idea platonica).

Questaimmediatezzaè la Natura spinoziana, lanuovanatura. Quindi il nuovonaturalismo.

Essere e pensare, immediatamenteunoe immediatamentedifferenti: tale è ilpunto della unionee laderivazionespinoziana del contrario. Ora, appunto perchè immediatamenteuno, essere e pensare non sono veramenteuno; e appunto perchè immediatamente differenti, non sono veramente differenti. Nè launità, nè ladifferenzaè reale: nè ilpunto della unione, nè la derivazione del contrario. Quindi si ha insieme:

parallelismo, e, come unica legge de' due mondi, larelazione causale.

Queste due determinazioni, che sono la stessa determinazione, è ilnaturalismo. È la indifferenza differenziata indifferentemente: la causa come effetto, come semplice effetto.

Così non si ha il vero Universo; il vero Universo è fuori di questo Universo puramenteformale.

Ma in Spinoza stesso ci è il principio della correzione di Spinoza: il principio delpensiero, il principio cartesiano: solo bisogna intenderlo meglio (psicologismo trascendente). I due mondi paralleli, e che hanno unamedesima legge(la causalità) non sono in sè davvero paralleli; giacchè l'uno èl'esse obiectivee l'altro l'esse formaliter; quello è, dunque, più che questo e lo contiene. Il pensiero contiene in sè l'essere, è l'essereoggettivo, e perciò non può esser parallelo all'essere, non può avere la stessa legge dell'essere; l'essere non dev'essere eguale, ma sottoposto al pensiero, deve essere ilfenomenodel pensiero.

Ecco Leibniz: la vera realtà è lamonade, e l'estensionenon è che ilfenomenodelle monadi.

Ma la monade è anch'essa qualcosa d'immediato, e perciò dinaturale.

Ora Vico vede la veradifferenza: nega davvero ilparallelismo, distinguendo le due provvidenze, i due attributi, di maniera che uno di essi sia scala all'altro, e concepisce ilpensiero, ilpunto di unionee laderivazione del contrario, comesviluppo(spiegamento); la natura è il fenomeno e labase propriadello spirito, il presupposto che lo spirito fa a se stesso, per essere veramente spirito, vera unità.

La vera Unità, il vero Uno, l'Unicoè sviluppo; sviluppo di se stesso: da se stesso, per se stesso, a se stesso: cioè veramente e totalmenteSe stesso. Questo è ilnuovoconcetto, che, più o meno espressamente, consapevolmente e inconsapevolmente, è l'anima di tutta laScienza nuova: è ilgran valoredi Vico.

C)Svilupponon vuol dire emanazione, semplice venir fuori, semplice eduzione; e non vuol dire semplicecausazione, semplice posizione di un effetto. Sviluppo è moto, ma moto che è insieme riposo; non è andare da uno a un altro, ma da sè a sè, andare che è riandare; è produzione, ma produzionedi se stesso; e non di se stesso comeens diminutum, come meno di sè, e però come non se stesso, come un altro (tale è l'effetto infinito della causalità infinita di Bruno e Spinoza: pura esplicazione di quel che è complicato), ma di sè come vero se stesso; è produzione, che è riduzione.Sviluppo è autogenesi.

Chi dicesviluppo, dicegradi, stazioni, funzioni, formediverse di attività. Ora quel che si sviluppa è ilprincipio stesso universaledella esplicazione, de' varii gradi o funzioni. Questo principio — Psiche, Anima, Mente, Ragione, Pensiero, Spirito — dà a se stesso, appunto in queste funzioni o forme, una realtà determinata; e allora ha finito la sua esplicazione, quando è arrivato o meglio ritornato a se stesso, cioè quando si è attuato in una forma adeguata alla sua universalità o idealità. Così tutte le altre funzioni della psiche sono que' gradi di esplicazione della psiche stessa, nei quali la sua universalità o idealità, che è il vero principio, ha raggiunto solo una realtà particolare, non perfetta e universale. Perciò la psiche — il pensiero, la mente — ha colle sue altre funzioni la seguente doppia relazione: da un lato ella è il loro principio, e così esse sono i suoi gradi di esplicazione; e dall'altro lato ella è il supremo e assoluto grado di esplicazione, ed esse sono gradi solamente relativi (principio e fine).

Così, quando si dice: «lo Spirito èsenso, rappresentazione(immaginazione),pensiero», ciascuna forma è tutto lo spirito (ilpensiero) in un suo grado di esplicazione; e ilpensieroè il supremo grado, il vero Spirito.

Questo schema dellosvilupposi può dire lo schema astratto dellaScienza nuova: l'ultimo gradoè per Vico laRagione umana tutta spiegata. Così tutta la vita dello Spirito non è chespiegamentodi sè: quello che io dico sviluppo.

Ci è questo schema in Vico:

1. Come schema astrattissimo e, direi quasi, logico:Uno, Molti, Uno. È l'uno che si pone — si spiega — come Uno immediato, come Molti, e come Uno vero e concreto:Uno tutto spiegato. «Sopra quest'ordine di cose umane civili corpulento e composto vi conviene l'ordine de' numeri, che sono cose astratte e purissime. Incominciarono i governi dall'Unocolle monarchie famigliari, indi passarono a'Pochinelle aristocrazie eroiche; s'inoltrarono aiMoltieTuttinelle repubbliche popolari, nelle quali o tutti o la maggior parte fanno la ragion pubblica; finalmenteritornaronoall'Unonelle monarchie civili. Ipochi, molti e tuttiritengono ciascheduno nella sua specie la ragione dell'Uno. Così l'umanitàsi contiene tutta tra le monarchie famigliari» (l'Uno come principio), «e le civili» (l'Uno come fine)[92]. — È evidente, che questo movimento dell'Uno non è semplicemente deduzione, ma insieme riduzione (induzione); l'Uno, spiegandosi, non si disperde, ma cresce e insieme si raccoglie in se stesso: ἐπίδοσις ἐφ’ ἑαυτό, direbbe Aristotele.

2. Come schema dell'animo umano o psiche individuale:Corpo(senso),Favella(immaginazione, fantasia) eMente. «Non essendo altro l'uomo propriamente chemente, corpo e favella; e la favella essendo come posta in mezzo alla mente e al corpo; ilcertointorno al giusto cominciò ne'tempi mutidal corpo; di poi, ritrovate le favelle, che si dicono articolate, passò allecerteidee, ovveroformoledi parole; finalmente, essendosispiegatatutta la nostraumanaragione, andò a terminare nel vero delle idee d'intorno al giusto, determinate con la ragione dalle ultime circostanze de' fatti; che è unaformola informe di ogni forma particolare; ecc.»[93]. — Alcorpo(senso) corrispondono itempi muti, perchè il senso è la percezione del sempliceparticolare, e finchè l'uomo sente solamente e percepisce sensibilmente, non parla; la parola presuppone una certa universalità della rappresentazione. Questouniversaleè quel che Vico chiamafantasticoopoetico. Quindiformola di parole. Alla mente corrisponde il purointelligibile. — Senso, favella e mente non sono tre essenze o sostanze separate, ma la stessa essenza o sostanza — laragione umana— in tre forme.

3. Come schema della psiche concreta e vivente, della psiche de' popoli o nazioni. È questo il vero trovato di Vico. Senza questa psiche, specialmente come comunità morale e politica, come Stato, non ci è popolo davvero, e la stessa psiche individuale non è altro che una vuota astrazione. Essa è concreta e organica, perchè è l'unità di tutte le forme della vita popolare:religione, lingua, terra, nozze, nomi, case, armi, ecc. Èpsiche, perchè non è nècasonèfatoo puranecessità, ma attivitàlibera, che realizza se stessa come vero Stato (vera repubblica), apparecchiandosi (presupponendosi) nelle forme anteriori imperfette della sua esistenza altrettantemateriedella sua vera forma. «Nè il caso li divertì, nè il fato gli strascinò (gli uomini) fuori di quest'ordine naturale(del primo stato): nel punto, nel quale esserepubbliche(il vero Stato umano)doveano nascere, già si erano innanziapparecchiateed erano tuttepreste le materiea ricever la forma; e ne uscì ilformatodelle repubbliche, composto dimentee dicorpo. Lematerie apparecchiatefuronopropriereligioni,proprielingue,proprieterre,proprienozze,propriinomiovvero gentio sienocase,propriearmi, e quindipropriiimperii,propriimaestrati, e per ultimoproprieleggi; e perchèPROPRII, perciò dell'intuttoLIBERI, e perchè dell'intutto liberi, perciòcostitutivi di vere repubbliche. — In cotal guisa ildiritto natural delle genti, che ora tra i popoli e le nazioni vien celebrato, sul nascere delle repubbliche nacquepropriodellecivili sovrane Potestà; talchè popolo o nazione, che non hadentrouna Potestà sovrana civile fornita di tutte le anzidettoproprietà, egli propriamentepopolo o nazione non è; nè può esercitar fuori contro altri popoli o nazioni il diritto natural delle genti; ma, come laragione, così l'esercizio, ne avràaltropopolo o nazionesuperiore»[94].

Di questa psiche, che muove e dà vita a tutti gl'individui che compongono una nazione, e che come laragionee lapersonalitàdella nazione medesima siattuaespieganella comunità politica — gli individui non hanno coscienza che nel corso del tempo, e specialmente comefilosofi; la coscienza procede insieme coll'attuazione. Essa è la stessaprovvidenza, considerata per rispetto a un popoloparticolare, e pur sempre per rispettoalfine universaledelmondo umano. Così lo spiegamento dellaragione umanaè lo spiegamento stesso dellaragione eterna. Di questa ragione e del suo fine, gli uomini a principio nonsannonulla; credono di fare soltanto il lor proprio interesse particolare e immediato e conseguire solo i loro proprii fini, e non fanno che servire di mezzi, come ho già notato, a fini più alti ed eterni. La vita degli uomini, così considerata, sarebbe qualcosa di comico, se questa astuzia della provvidenza non fosse laumanitàstessa che si fa strada e si produce mediante l'attività particolare degli individui e de' popoli. L'umanitàè appunto questaeterna catena di cause ed effetti, che non è nella intenzione immediata del soggetto operante, e nondimeno è contenuta virtualmente nell'azione, e nasce da essa come quel che vi ha in essa di vero e sostanziale. L'azione, come tale virtualità infinita, sorpassa il fine e la stessa esistenza finita dell'operante. Intanto, l'uomo, che opera così, èlibero, e perchè ha il suo proprio interesse immediato nell'azione, e perchè il grande effetto, che non era il fine proprio di quella, non realizza una natura estranea all'uomo, ma la stessa natura umana. «Jura a Diis positasono state dette le ordinazioni deldritto natural delle genti. Ma, succeduto poi il diritto naturale delle gentiumane......, sopra il quale ifilosofie i morali teologi si alzarono a intendere il dritto naturale dellaragione eterna tutta spiegata: tal motto passò acconciamente a significare il diritto naturale delle genti ordinato dal vero Dio»[95](Dio umano). — «Si rifletta...allasemplicitàenaturalezza, con che la Provvidenzaordinòqueste cose degli uomini, che perfalsi sensigli uomini dicevano con verità chetutte facessero gli Dei»[96].

La vita della psiche nazionale ha tre gradi, o, come dice Vico,tre età; le quali, in generale, corrispondono al senso, alla rappresentazione e all'intelletto, che si potrebbero chiamare le tre età della psiche individuale. Quindi itre costumi, itre diritti naturali, itre governi, letre lingue, itre caratteri, etc., etc.[97]. L'ultimo grado è sempre il più perfetto: quello, come ho già fatto osservare, dellaragione umana tutta spiegata. Lo schema di questi tre gradi è il seguente:

L'uomo, la nazione, il genere umano è a principio unito immediatamente alla natura, al mondo esterno e visibile; è dominato e come affascinato da essa. Questo legame e dipendenza è la prima religione; ma religione sotto una forma falsa. La natura è Dio, e ogni cosa naturale è divina. L'uomo non ha ancora coscienza di sè come distinto e opposto alla natura; la natura è tutto, l'uomo è niente; tutto quel che fa l'uomo è opera della natura, e perciò divino. È un falso divino, appunto perchè è tutto naturale, e non umano.

Poi l'uomo comincia a distinguersi dalla natura, senza però romperla con essa. È una distinzione ancora naturale; la natura rimane come fondamento; l'uomo non è ancora davvero uomo. L'uomo si distingue dalla natura; ma questa distinzione è fatta nella natura stessa, e perciò nell'uomo. Prima il naturale era tutto divino; ora vi ha una doppianatura, alta e bassa, divina e bestiale, e perciò una doppia classe di uomini: uomini affatto naturali, bestiali, e uomini mezzo divini, non naturali, mafiglidella natura (buona, degli Dei). Ilbuononon è più un immediato, anzi l'immediato è ilmale: i cattivi sono gli uomini che non si sono ancora distinti dalla natura. Ilbuono, dunque, come qualcosa di derivato e mediato, è un'opera mezzo umana; e i buoni, gliottimi, sono coloro che hanno fatta quella distinzione, senza però troncare ogni legame colla natura: lanobiltà naturale. La nobiltà è nella nascita; ma non ogni nascita fa nobile: ci vuole unacertanascita. E ciò vuol dire: non ogni natura èdivina, ma solo unacertanatura. Questocertoè un'operaumana: una distinzione fatta dall'uomo stesso, sebbene non in sè, nella sua umanità, ma nel seno stesso della natura. Così la divinità, che prima per l'uomo era solo la natura, comincia ad essere qualcosa d'umano, ma non è ancora davveroumana.

Finalmente l'uomo si pone come uomo; il divino è l'umanitàstessa dell'uomo. Quindi non più distinzioni o classi naturali; ma tutti gli uomini hanno lo stesso diritto. La nascita non fa differenza. Rimangono le distinzioni; ma sono puramentespirituali, umane: opera dell'attività stessa dell'uomo libero.

Questo schema della psiche, che io ho dettonazionale, è la stessa psicheuniversale, e comune a tutte le nazioni. E qui si vede la imperfezione del gran concetto di Vico. Infatti, Vico conosce la umanità solo come nazione, e perciò non conosce davvero nè l'umanità concreta, nè la nazione o, meglio, le nazioni concrete. Il suo schema si applica a tutte le nazioni, e perciò è lo schema dell'umanità.Ma, giacchè ei non ha uno schemapropriodi ciascuna nazione, e in realtà lo schema vero e concreto dell'umanità ha per contenuto gli schemipropriidelle nazioni, così lo schema vichiano della umanità è ancoraastratto. Vico non vede chiaro che non solo la nazione, ma la stessa umanità ha età diverse, e le ha appunto mediante le nazioni. Lenazionisono le età dell'umanità. — Se non che in questo stesso errore di Vico ci è qualcosa di vero, che apparisce come una protesta anticipata contro la esagerazione di questo metodo della filosofia della storia. L'esagerazione consiste nel considerare le nazioni troppoletteralmentecome età o gradi dello sviluppo della psiche universale. Si dice: «la psiche come psiche ha questi e questi gradi: senso, immaginazione, etc. Dunque questa nazione rappresenta questo grado, quest'altra quest'altro, etc. Il primo grado appartiene solo alla prima nazione, e l'ultimo solo all'ultima o alla comunità vivente delle nazioni». Vico, invece, vede tutti i gradi — tutto lo spirito — in ciascuna nazione. Egli non ammette una nazione solosenso, un'altra soloimmaginazione, ecc; ma riconosce la pienezza de' tempi — itempi umani— in ogni nazione; di maniera che da una parte lo sviluppo di ciascuna nazione ha come sua finale tendenza il trascendere i limiti della sua nazionalità naturale ed entrare appunto ne'tempi umani(che fanno tanta paura a' nostri bramani); e d'altra parte lo sviluppo dello spirito universale a traverso le nazioni non è solocorrere, maricorrere, non è soloandare, mariandare. Coloro che parlano con tanta leggerezza del ricorso vichiano, come di un'anticaglia, e si rappresentano il progresso umano come una linea retta indefinita, — senza capo nè coda, — dovrebberopensare almeno, che l'India ebbe i suoitempi umaninella nuovareligione(in Budda), la Grecia nella nuovafilosofia(Socrate), e Roma nel nuovodiritto.

Pare, che Vico ammetta questa unità dello spirito — l'unità comesviluppo— solo nel mondo umano, e tra questo e il naturale (tra le due provvidenze) non veda altro che ladifferenza, e così non arrivi al nuovo concetto (alla nuova unità) del Tutto. Infatti, egli dice del mondo naturale: «perchè Dio egli il fece, esso solo ne ha la scienza». Chiosando questo luogo si potrebbe dire: «in Vico non solo è espressa una differenzaessenzialetra i due mondi, ma manca quella unità universale, che Bruno e Spinozaconcepirono, se non altro, comeSostanza; anzi, invece della nuova unità spirituale e del nuovo significato della natura come momento dello spirito, Vico afferma la superiorità di quella su questo, appunto perchè la provvidenza naturale è tutta divina e saputa solo da Dio, e la umana è divina e umana insieme, e saputa così dagli uomini come da Dio. In tal modo, la tanto vantata differenza posta da Vico tra' due mondi, non solo non è un passo innanzi, ma è davvero un passo indietro: perchè riduce a niente il gran pregio del Naturalismo, che era appunto la unità, sebbene in una forma falsa, dell'universo corporeo e dello spirituale». Certamente in Vico non èespressoil nuovo concetto come unità del Tutto; ma questa unità è implicita nel suo concetto dello spirito, ed è una conseguenza necessaria di tal concetto; appunto perchè l'unità dello spirito èsviluppo, tale deve essere anche l'unità del Tutto. Questa unità è laProvvidenza; e se la provvidenzaumanaèsviluppo, non si sa intendere perchè tale non debbaessere la provvidenza in sè stessa come unità delle due provvidenze. E già Vico, annunziando la sua nuovacontemplazionee mettendolapiù sudell'antica (dellanaturale), considera la seconda provvidenza (Dio, in quantomondo delle menti umane) come superiore alla prima (Dio, in quantoordine delle cose naturali). E d'altra parte l'uomo è in sè le due provvidenze (la loro unità); e non già nel senso, che all'uomo come esserenaturalesi aggiungaesteriormentel'uomo comemente, ma nel senso, che lamente(la provvidenzaumana) contenga in sè comemomentoe sorpassi l'essere naturale, e solo così sia quello che è. L'uomo a principio fa il suo propriomondo, e non ne sa niente, o sa tutt'altro di quel che fa davvero; di maniera che anche di questo mondo si può dire quel che Vico dice del mondo naturale:Dio solo ne ha la scienza. Poi, l'uomo sa quello che fa; ed ha del suo mondo, come Dio, la sua scienza anche lui, e questa scienza è il vero mondo umano. Si vede, che quellaunitàche è l'uomo o il mondo umano, — e che pare l'unico scopo della contemplazione di Vico, — in sè o quanto alla sua essenza è quella stessa che è il Tutto, e Dio medesimo comepunto d'unionede' dueinfiniti attributi.

Lo schema, dunque, di Vico è non solo lo schema del pensiero astratto e della psiche umana individuale, nazionale e universale, ma anche della totalità del reale e di Dio stesso. Vico rappresenta la prima negazione del parallelismo; la differenza reale de' due attributi; e in luogo dellaSostanza, loSpirito.

D) Tale è l'unità dello spiritodi Vico. È un intuito profondo, una divinazione, una profezia, nata dalla seria e intima contemplazione del realeumano,della realtà dello spirito. Vico è la realtà umana, ilpositivoumano, che parla a sè stesso: che s'intende. Prima di Vico non l'aveano inteso. Avevano considerato l'uomo come psiche astratta, non concreta. Vico è il primo autore d'unapsicologia de' popoli. Aveano intesa la realtà umana, la vita dello spirito, naturalmente, non spiritualmente. Vico è una vera cometa tra inaturalistie imatematicidel secolo decimottavo.

Ma Vico è oscuro: oscuro come Bruno, assai più che Bruno. Bruno è la vita della natura che parla a se stessa: entusiasmo, fantasia, furore eroico. A. Vico manca il concettoespresso, speculativo, metafisico dellanuova unità. Gli manca quel che mancava a Bruno. A Bruno mancava Cartesio, — la nuova metafisica, — per avere Spinoza. Oltre a ciò, al naturalismo di quel tempo mancava ancora l'inspicere, già richiesto da Telesio. A Vico manca, — oltre la grande esperienza de' proprii prodotti dello spirito, — il nuovocogito ergo sum;il nuovo pensiero, che non è la posizione immediata, ma la mediazione assoluta, e perciò perfetta trasparenza dell'essere. Vico stesso confessa in certo modo ilpunto oscurodellaScienza nuova, esigendo una nuova metafisica: quella della Mente. L'ha fatta egli? No. Non si contenta di Cartesio, ed ha ragione; il dommatismo cartesiano non può comprendere il processo storico (critico) dello spirito. Ma ha egli compreso, metafisicamente, meglio il pensiero? Ha risposto alla sua stessa esigenza? Coloro che mettono innanzi l'Antiquissima italorum sapientia, e vedono in essa la chiave metafisica dellaScienza nuova, rassomigliano un po' a que' letterati, che vogliono comprendere un dramma di Shakespeare coll'arte poetica di Orazio alla mano.


Back to IndexNext