In quei tempi dorati quando la Pompadour era regina di Francia per grazia degli amori, quando le dame della corte non si mostravano troppo sovente crudeli e s'abbandonavano spensieratamente ai dolci capricci, la bellezza era ancora quasi altrettanto stimata nell'uomo che nella donna. Nei nostri tempi invece, se un giovane ha ricevuto dal cielo una di quelle figure che gli artisti vagheggiano assiduamente, ma ben di rado trovano, molto spesso la sua bellezza non gli serve a nulla. Era ben diverso ai bei tempi della cipria e del velluto, quando Richelieu finì col innalzare vicino al trono la piccola Vaubernier, che divenne la ben nota contessa Dubarry…… Allora non era impossibile che un bel giovane, pel solo fatto di esserlo, divenisse maresciallo di Francia e cugino del re.
Chiunque giungeva ad essere presentato in società (non era facile però), era sicuro di fare una certa impressione al primo apparire, anche se figlio di un ciabattino, purchè avesse una figura elegante ed un portamento svelto e distinto. È ciò che accadde ad Armando M., giovane pittore recatosi a Parigi a studiare, quando venne presentato in società dal cavaliere di Verny, famoso mecenate, protettore di tutti gli artisti che sembravano promettere qualche cosa. Ai nostri giorni… non avrebbe forse fatto impressione, e tutt'al più alcuni si sarebbero occupati di lui in ragione del suo merito; allora invece, nessuno domandò che avesse mostrato nè se dava speranze, ma non vi fu una sola dama che non osservasse quel giovane senza nome e senza fortuna, ma idealmente bello.—Nessuno vedendolo l'avrebbe creduto figlio di un falegname, e nato in un villaggio; vi era tanta finezza nei suoi lineamenti, tanta distinzione nella sua fisonomia e nei suoi modi, che per essere gentiluomo non gli sarebbe mancato che d'esserlo, mentre è così sovente il contrario. Di statura media, superbamente fatto, bello nella freschezza dei suoi vent'anni, con due occhi pieni di fuoco, esprimenti una strana potenza d'affetto, come avrebbe potuto passare inosservato? La prima volta che venne condotto ad un ballo fu guardato assai, e molti fra i giovani cavalieri l'avrebbero volentieri mandato a tutti i diavoli. Egli si aggirava tra quella folla dorata, inebriato dal frastuono della musica, dalla luce, dalla ricchezza degli abiti e delle sale, dalla bellezza delle donne. I raggi delle gemme e degli sguardi lo accecavano ad un tempo, i profumi delle signore gli montavano alla testa. La festa era brillantissima, ma a lui tutta quella gioia, cui, per la sua posizione inferiore, non era dato prender parte, non infondeva che un senso insolito di tristezza. Se ne stava in un angolo della sala, confuso da tutto quel rumore, abbagliato da ciò che vedeva, rattristato dall'allegria.
La prima signora cui lo si presentò fu la marchesa di Saint-Aubin, una delle più alla moda, e che il cavaliere di Verny conosceva molto. Tutti ammettevano, anche i più difficili, che la sua riputazione di bellezza non era usurpata.
Il giorno in cui la vide, Armando ne fu colpito. Egli che poco sapeva del mondo, trovandosi d'improvviso davanti a una di quelle donne più che regine, armate dello scettro magico della bellezza, sentì un'ondata di pensieri nuovi che gli empivano la mente e fu come sbalordito da un senso di stupore e di ammirazione. Era turbato alla vista di quella donna così bella, circondata da tanta eleganza e da tanta opulenza. È indubitabile che l'appartamento ricchissimo della marchesa aveva un po' di parte nella sua ebrezza, e che con l'occhio suo d'artista e d'adolescente sognava a un tempo davanti ai belli occhi della signora, e alle graziose e ricche cesellature dorate delle cornici e della vôlta.
E aveva ben ragione. Erano pur splendide ambedue, la donna e la sala! Questa era addobbata in damasco rosso e argento, la vôlta dipinta nello stile di Boucher, tutta a puttini e festoni e fiori e nuvolette d'azzurro e di rosa e dorature ed arabeschi; i mobili coperti di oggetti d'arte e di lusso, oppure fulgenti d'oro e lucenti di seta. Le poltrone larghe di forma farebbero ora arrestare l'occhio di un conoscitore sulle loro linee graziose, curvate nel buon stile, massiccie e insieme leggiere; allora, coperte di raso, invitavano ad adagiarvisi. Le tende della stessa stoffa della tappezzeria cadevano riccamente in magnifiche pieghe e frammischiavano per terra le loro frangie d'argento alle morbide lane del tappeto. Ah! quel tappeto!—Tutto a fiori e ghirlande di vivacissimi colori, con le tinte così perfette da far bene a un occhio avido d'armonia, e poi così dolce al tatto, così soffice sotto i piedi! Come era possibile non inginocchiarsi sopra un tal tappeto, davanti una donna come la marchesa?
Ella era bella d'incontestabile bellezza. Figuratevi una donna in tutta la maturità dei suoi vezzi, in tutta la pienezza della sua avvenenza, con l'occhio penetrante che dice dei volumi ad ogni sguardo; col corpo che avrebbe potuto servire da modello ad uno scultore, se non fosse stato un po' troppo maestoso, coi lineamenti ben disegnati, sebbene capricciosi; con delle mani bianche, eminentemente patrizie, che non sembravano esser state create che per essere baciate.
La prima volta che Armando la vide ella era seduta vicino al fuoco vivissimo che fiammeggiava nell'ampio camino in marmo venato, di cui ogni ornamento, ogni amorino era un piccolo capolavoro. Guardava molto fissamente, pensando certo a tutt'altro, un fiore del tappeto, mentre una mano giocava con un gioiello, che le pendeva dal collo, e l'altra faceva girare macchinalmente tra le dita di neve un piccolo parafuoco chinese. Davanti a lei, in piedi, appoggiato alla seta del camino, stava un gentiluomo ben incipriato ed elegante, di bella figura, che poteva avere un quarantacinque anni, benchè fosse assai ben conservato.
Non sapeva il perchè, ma al primo vederlo, Armando lo trovò poco simpatico. La loro conversazione fu subito troncata; e poco dopo il signore partì, lasciando Armando solo con la marchesa.
Solo con lei!… Mille pensieri si aggiravano in quell'istante nella sua mente. Egli pensava, guardando le pareti di quella sala così sontuosa, quanto avrebbero potuto raccontare se avessero avuto la favella. Quante protestazioni d'amore avranno udito, quante bugie dorate, quanta eloquenza sprecata, quanti baci derubati o permessi!—E poi innalzava alla marchesa uno sguardo timido e fuggevole e un'immensa amarezza gli riempiva il cuore. Oh! quanto avrebbe bramato allora essere un giovane ricolmo di tutti i beni della fortuna, coperto di tutti gli orgogli, come tanti ve n'erano che lo meritavano meno di lui, per poter con la testa alta, il sorriso sulle labbra, l'occhio illuminato dalla speranza, tentare la sua sorte ai piedi della dea! E così?….. S'egli, il giovane tollerato solamente in quella superba società, il povero pittore, volesse ora arrischiare una di quelle parole di cui mille gli salivano dal cuore, come verrebbe accolta?—Gli pareva, pensandovi, di udire già quello scoppio di risa femminile, che insultante, sottile, chiaro e vibrato come lo zampillare d'una fontana, avrebbe tagliato a mezzo la sua timida dichiarazione.
La marchesa fu la prima a rompere il silenzio un po' imbarazzato ch'aveva seguito la partenza dell'elegante visitatore; e il colloquio cominciò e finì, essendo durato una mezz'ora nella quale fu detto nulla.
Armando viveva una vita abitualmente ritirata, coi suoi compagni, tutto assorto nei lavori cui si dedicava con passione;—pure di tanto in tanto rivide la marchesa, e il pensiero di quella donna così seducente s'impadronì di giorno in giorno maggiormente di lui.
Il cavaliere l'introdusse ancor più in società, e presto molte altre sale dorate socchiusero un battente delle loro porte per lasciarlo passare.—Oltre i palazzi, anche lepetites maisonsgli furono aperte. Ma nessuna di tante distrazioni valse a scemare di molto l'impressione che aveva fatto su di lui la bellezza della signora di Saint-Aubin.
Ciò ch'egli sentiva egualmente dovunque e che lo rattristava di più era la posizione subalterna in cui si trovava in faccia ai gentiluomini che lo circondavano. Anche nella più facile società delle belleimpure(come dicevasi allora) egli sentiva sempre l'inferiorità di chi si trova in una società che non è la sua e dov'è accettato per grazia. Infatti nei gabinetti delle ballerine e delle donne galanti si ritrovavano gli stessi profumati ed orgogliosi signori che si vedevano a corte.
Nè sì grande era la differenza tra gli appartamenti. Boucher e Watteau avevano con eguale cura coperte dei loro elegantissimi dipinti tanto le sale della marchesa di Saint-Aubin, quanto il gabinetto della Champrosé, una delle più belle di quel reggimento di belle fanciulle ch'era il corpo di ballo ai tempi della Camargo. Le dorature della vôlta erano altrettanto finamente scolpite in un luogo che nell'altro, e non mancavano nemmeno gli stemmi, poichè dalla Champrosé vedevasi quello del conte di Pois, il suo amante del momento. Qui si radunava tutto ildemi-monded'allora, e sebbene anche in questo genere di società, Armando fosse assai bene accolto, ciò non impediva che quando rientrava nel silenzio della sua stanzuccia sentisse molte volte una profonda malinconia scendergli nell'anima, e tanto la cagionavano le belle ragazze dal cuore facile che aveva veduto dalla Champrosé, quanto le dame della corte.
L'inferiorità della sua condizione e un po' la sua timidezza gli ponevano sulla fronte l'impronta di una serietà precoce. Se la fortuna gli avesse rivolto francamente il suo sorriso da sirena, e presolo per mano lo avesse condotto nella strada della vita per sentieri cosparsi di fiori, quella nube che gli oscurava il viso si sarebbe dissipata e la sua naturale bellezza avrebbe fatto il suo effetto. Ma il secolo della Chateauroux e della Pompadour non era certo adatto ai Werther, e Armando avrebbe abbisognato di uno sguardo più animato, di un sorriso più vivace per far breccia nei cuori.
E intanto egli aveva la mente piena d'imagini e di pensieri che la mano fremeva di porre in esecuzione; e ciò che più è, il cuore giovane e bramoso di passione.—Orfano, raccolto dal cavaliere a cui lo legavano solo i vincoli della riconoscenza, non aveva un affetto sulla terra.—E non amato da alcuna, poco considerato da tutti, fiero malgrado la sua povertà, orgoglioso del suo ingegno, vivendo tra le più belle donne che sia possibile ideare, era inevitabilmente infelice…. Lo sapevano esse che facevano battere il cuore, turbavano la mente, accendevano l'imaginazione tanto all'oscuro pittore quanto al più dorato e ricamato dei gentiluomini? Lo sapevano esse che si può voler amare senza chiamarsi nè Rohan nè Montmorency? Quando si trovava solo e che si sentiva la mente assediata da idee e da sogni, pensava con forzata umiltà quanto fosse inutile per lui il suo ingegno. Guardandosi nello specchio fantasticava, e poi pensava quanto gli fosse vana la sua bellezza.
—Che diavolo avete, mio caro? gli chiese un giorno il cavaliere, andiamo, scuotete codesta malinconia. Eh! per Bacco, chi direbbe che alla vostra età si possa avere un aspetto così triste! Cosa avete?—Siete innamorato?—Male, amico. Gli artisti non dovrebbero mai essere innamorati, altrimenti, addio! non fanno più nulla. Intanto per distrarvi, questa sera verrete con me dalla marchesa, dove siete invitato. È un mese che non vi si vede più in nessun posto. Se fate così sarete ben presto dimenticato, e allora i vostri quadri?…..
Armando andò al ballo. La marchesa era bella più del solito. Magnificamente vestita, se ne stava accogliendo i suoi invitati con le ampie riverenze all'indietro le più aristocratiche, e con un sorriso stereotipato che lasciava vedere una fila di dentini fatti apposta per mordere il pomo d'Eva. Portava un abito di broccato rosa laminato d'argento, aperto davanti, che lasciava vedere un sott'abito di broccato bianco; le sue spalle nude folgoreggiavano di diamanti e di smeraldi. Aveva un'altissima acconciatura di testa sapientemente architettata, dove al bianco della cipria si frammischiavano rose e brillanti, che torreggiava insolentemente sulla sua piccola fronte di alabastro; e si faceva vento con un tenue ventaglio, vero gioiello d'oro e di madreperla, pazientemente miniato e guarnito di finissime e lunghe piume di cigno. Un neo vicino alla fossetta del mento dava al suo visino un nuovo brio.
Vi era nel suo sguardo qualcosa d'ancor più trionfante del solito: ogni suo più piccolo moto aveva un segno di conquista. Rispose quel che doveva al profondo saluto d'Armando, dopo di che, essendo egli penetrato tra la folla nella sala dove si ballava, non la vide più per qualche tempo.
Anche questa volta egli era mesto per la gioia sontuosa che gli si aggirava d'intorno, e non avendo, nelle piccole commedie che si recitavano davanti a lui, che un posto di spettatore, e di spettatore che non poteva sempre intendere, non si divertiva troppo e sentiva il bisogno di starsene in qualche angolo appartato dove potesse meditare e sognare senza che il suo aspetto pensieroso avesse a dar troppo nell'occhio.
In fondo alla lunga serie di sale, una più risplendente dell'altra, che formava l'appartamento della marchesa, di cui la sala da ballo era il centro, si trovava un gabinetto quasi sempre deserto. Era un piccolo ma elegantissimo ritiro. Tutto coperto dilampasceleste, con la vôlta carica di dorature, era lievemente illuminato da una lampada d'argento di vezzosissimo disegno, chiusa da vetri smerigliati e appesa ad un cordone di seta, che spandeva una luce misteriosa e leggiera, invogliante alla calma; e rischiarando blandamente i muri celesti del gabinetto, invitava al riposo e insieme alla voluttà.
Se ne stava lì già da quasi mezz'ora, immerso nei suoi soliti pensieri. Egli fuggiva l'incanto di quegli sguardi eloquenti, di quei diamanti e di quelle perle, di quegli òmeri nudi e di quelle chiome fantastiche. Un enorme specchio, con una massiccia cornice di stile barocco, in cui le foglie e i fiori degli ornati racchiudevano alla lor volta mille specchietti faccettati che luccicavano come gemme, era davanti a lui ed egli vi si poteva ammirare da capo a piedi. Non poteva esser malcontento dall'esame della sua persona. Al tempo stesso sentivasi una potenza d'amore che abbisognava di espandersi, e nella sua mente tanti pensieri si affollavano da non dubitare che se avesse potuto parlare francamente a una di quelle donne che vedeva a pochi passi da sè, sarebbe stato di una facondia ben persuasiva e trascinante. Dall'uscio aperto egli ne scorgeva una, la contessa di Grives, che in quel momento si diceva avesse avuto l'onore di essere osservata dal re, e che se ne stava conversando con un signore vestito del color dell'ambra. Quanto era bella!… Di un'avvenenza affatto diversa da quella della Saint-Aubin, non era per questo meno seducente. Alta di statura, sottile d'asta, il suo busto si allargava come il calice di un fiore dallo stelo, mostrando le più bianche spalle, che siano mai state create; il profilo del suo viso era purissimo e i suoi grandi occhi celesti avevano un'espressione calma ed ingenua che contrastava con la sensualità della sua bocca purpurea. Armando la guardava fissamente, ma che poteva egli pretendere? D'improvviso la bella visione scomparve.—Porgendo la mano al suo cavaliere, la contessa se n'era ritornata nella sala da ballo, ed egli si trovò di nuovo completamente solo ed avvolto nelle sue fantasticherie; quando inaspettatamente un lieve fruscìo di gonna dietro a lui gli fece voltare rapidamente il capo. Nella penombra formata da una portiera di seta che, chiusa, non si vedeva, stava la padrona di casa, bellissima e sorridente al solito di quel sorriso dolce ed ironico a un tempo che tanto turbava il nostro eroe. Ell'era stata nelle sue stanze ed ora passava a caso per quel gabinetto solitario, dove non si aspettava di trovare Armando. Questi, commosso, arrossì fino agli occhi, si alzò in fretta e balbettò qualche parola incoerente.
—Ah, ah, tutto solo, signor pittore! esclamò la marchesa. Ma che fate mai qui?
Proseguì fingendo di non accorgersi del suo imbarazzo:
—State studiando ciò che Watteau ha dipinto qui così capricciosamente (accennando col suo ditino di fata), o vi staccate dalla folla solo poeticamente per sognare ai belli occhi della fanciulla del vostro cuore?….
Era la prima volta che la marchesa gli parlava su questo tono. I discorsi che avevano tenuti fino allora, anche nelle rarissime volte che si erano trovati soli, erano sempre stati dei più frivoli e cerimoniosi. Perchè ora gli parlava così, certo ella non se non lo sarebbe saputo spiegare nemmeno a sè stessa. Armando si sentì stranamente turbato, benchè vi fosse nella sua maniera una punta d'ironia maligna che non sapeva capire. Non se l'era mai detto, ma oramai il suo cuore palpitava per la marchesa come non aveva mai palpitato. Il turbamento che qualunque delle belle donne ch'egli vedeva cagionavagli, non era da confrontarsi con l'estasi in cui la contemplazione della marchesa lo immergeva. Le altre gl'infiammavano l'immaginazione, questa il cuore; era invidioso dei giovani che avvicinavano la contessa di Grives o la Champrosé, di chi corteggiava la marchesa era geloso. Inoltre, quella sera ell'era diversa dal solito. Le sue guancie erano tinte di un roseo più vivace, i suoi occhi scintillavano più micidiali del solito; vi era in ogni sua parola, in ogni suo movimento una straordinaria animazione; e nella lentezza regale dell'incedere qualcosa di più trionfante che mai.
Armando in quel punto era fuori di sè, e con voce tremante rispose:
—No, signora marchesa, non mi è permesso sognare. Non mi è lecito nemmeno di pensare a quella a cui darei la vita.
Appena pronunciate queste parole, che gli sgorgarono quasi involontariamente, il rossore della confusione gli montò al viso.
La marchesa, con quell'istinto di donna che non sbaglia mai in simili casi, comprese tutto e un sorriso satirico passò sulle sue labbra rosee.—Volle spingerlo fino in fondo, e rispose con una intonazione dolcissima:
—Davvero? Ve ne compiango. Ma perchè siete tanto persuaso della crudeltà femminile? Con la vostra figura…… col vostro ingegno…. potete aspirare a molto…. e uno sguardo inebriante seguì queste parole.
Armando sentì tutto il sangue che gli rifluiva al cuore.
—Fatemi le vostre confidenze, proseguì la marchesa con un'espressione indescrivibile e uno sguardo da sirena. Chi è la bella?
Armando volle rispondere qualcosa, ma le parole non gli venivano. Aveva la testa sconvolta. Afferrò febbrilmente la mano della marchesa e la coperse di baci ardenti.
Ella, cui non si osava che baciare rispettosamente la cima delle dita, non se ne offese, ma continuò pacata e sempre con una strana espressione:
—Questa non è una risposta. Ditemi chi è questa bella che v'innamora tanto, invece di baciar le mani a me, soggiunse ridendo affatto. E non osate nemmeno pensare a lei? Ma chi è mai dunque? forse la contessa di Grives?
Al povero pittore pareva che il gabinetto girasse innanzi agli occhi. Fu preso da una specie di vertigine e dimenticò tutto. Dimenticò di esser povero, di essere un oscuro artista, non si ricordò più la distanza che lo separava dalla donna che gli stava davanti; svanirono tutti i suoi proponimenti di morire piuttosto che svelare il suo segreto, tutte le sue paure del ridicolo non le comprese più, tutte le sue fierezze scomparvero.
Egli cadde ai piedi della marchesa.
—Siete voi!….. gridò con esaltazione, siete voi che amo, voi per cui darei tutto, voi che mi avete turbato il cuore, la mente; voi cui appartengo dal primo giorno che vi vidi, voi che siete bella, che siete splendida, voi che d'un uomo potete fare un dio! oh abbiate pietà poichè vi amo!…… Non mi respingete, siate buona quanto siete bella. Vedete, non sono pazzo, ma se tacevo ancora, lo diventavo. E avrei taciuto sempre se nei vostri occhi divini, sfavillanti, non mi fosse sembrato scorgere un po' di perdono. Ma voi m'avete parlato, m'avete perdonato, m'avete…..
Uno scoppio di risa il più franco, il più schietto, fu la risposta.—Intanto molte signore e gentiluomini, attirati dal rumore, si erano avvicinati. Tra questi vi era il signore color d'ambra che prima parlava con la contessa di Grives. Era Richelieu.
—Venite, signori, venite, disse la marchesa, alzando la voce allegramente, qui c'è la commedia a buon mercato. Il signor….. come si chiama?…. sapete, il pittore….. che mi fa una dichiarazione. Ma non faccio per celia; una vera dichiarazione in tutta forma!
Tutti si avanzarono guardando Armando. I più vicini si misero a ridere con quell'insolenza che allora era di moda.
Egli cadde su una sedia, coprendosi la faccia con le mani…..
La marchesa, data la mano a Richelieu, rientrò nelle sale sorridente come prima.
—Oh, oh? è innamorato di voi il protetto di Verny, disse il duca, e glielo permettete?
—No, duca, ella rispose, è stata un'idea pazza che mi è passata per il capo. Mi sono divertita un poco a sue spese. Sapete, noi altre donne ci divertiamo talvolta a far delle vittime.
—Eh, lo so pur troppo!….. replicò Richelieu con un sospiro.
—Voi non avete poi diritto a lamentarvi. Avete preso la nostra parte, soggiunse la marchesa, lanciando un'occhiata che diceva molto.
—Non mi lamento, disse il duca, baciandole la mano!…. E a proposito di vittime, cosa avete fatto di Breteuil? Temo che ve ne ricordiate ancora.
—Avevo dimenticato la sua esistenza. Oh, ma eccolo là su quell'uscio.Guardate come ha l'aspetto triste.
Se Armando fosse stato lì, avrebbe riconosciuto in Breteuil il signore che aveva veduto dalla marchesa nella sua prima visita.
—Non ho dunque più rivali… continuò Richelieu.
—Nessuno, duca. Uno forse. Quel pittore che porta, credo, il vostro nome.
—Ma se l'avete maltrattato?
—Non importa!
—Dunque, marchesa, vi piace?
—Oh, alla follia! replicò la Saint-Aubin, ridendo come una pazza.
Lo diceva ironicamente, ma chi sa?—forse non del tutto.
Fu assai forte l'impressione che cotesta scena crudele fece su Armando. Ne fu sbalordito e intimamente addolorato. Sentì che la società non era fatta per lui. Egli non era della sua epoca. Un altro non si sarebbe lasciato abbattere da uno scacco, anche insultante; avrebbe aspettato con pazienza, avrebbe strisciato, avrebbe imparato l'arte del cortigiano, avrebbe assunto quella maschera di allegra sfrontatezza che piace, avrebbe lavorato assiduamente a farsi un nome e sarebbe riuscito a molto. Forse sapendo fare, eccitando la curiosità di quella donna capricciosa, come Richelieu aveva soppiantato Breteuil, egli si sarebbe fatto cedere il posto da Richelieu! Tutto era possibile sotto il regno della Pompadour. Ma bisognava essere abile, ed egli non lo era; bisognava essere freddo, ed invece il suo cuore batteva fortemente; bisognava vincere audacemente gli ostacoli, saper sopportare umiliazioni e sconfitte, farsi piccino per parare i colpi e potersi poi sollevare ad abbattere gli altri, ed egli invece era timido e sincero.
Egli si rinchiuse nella sua soffitta, nascondendosi a tutti. Aveva cambiato alloggio e nemmeno Verny lo seppe ritrovare. Usciva solo e di rado in qualche luogo solitario, e nessuna delle donne che aveva conosciuto, nè le dame della corte, nè le fanciulle leggiere non lo rividero più.
—E il vostro protetto? domandò un giorno la Champrosé al cavaliere, lo avete abbandonato? Perchè non lo si rivede più?
—Non lo so neppur io, rispose Verny. È per me un enigma. Non capisco davvero che grillo gli sia venuto in capo. Non so neppure dove andarlo a cercare. È un vero peccato perchè prometteva assai.
Il cavaliere non risparmiò alcuna indagine per trovare il luogo di ritiro del suo protetto, ma tutte le sue ricerche furono lungamente infruttuose. Tre mesi passarono senza ch'egli potesse averne alcuna notizia.
Finalmente un giorno il suo cameriere vide Armando per via, ed avendolo seguito, venne a portare al padrone l'indirizzo da tanto tempo cercato invano. In questo modo Verny venne a scoprire il rifugio dell'artista e all'indomani, salite faticosamente le sporche scale di una casa situata in una delle vie più oscure del Marais, picchiò all'uscio della soffitta d'Armando.
—Avanti! fu detto dall'interno.
Egli spinse l'uscio ed entrò.
Era una stanza piccola, bassa, informe, ma chiara. Il sole dardeggiava contro i vetrini impiombati della finestra e illuminava allegramente le malinconie del pittore. Un letto, un tavolo, due sedie e uno sgabello erano la mobilia. Armando era stato ammalato—ed ora non lavorava più ed era povero. Però davanti allo sgabello stava un cavalletto. Vi era sopra una tela, ma coperta da uno strato di seta verde. Armando lo riponeva quando il cavaliere entrò. Verny fu dolorosamente stupito del suo aspetto. La malattia era stata forte ed egli aveva per molti giorni delirato, ripetendo allora ad ogni momento il nome della marchesa. Ora era guarito, ma i bei colori della salute non erano tornati sul suo viso; un gran mutamento era visibile in lui. Nel suo viso dimagrato spiccavano le orbite cinte d'un cerchio color di piombo; solo lo sguardo brillava. Naturalmente esile, stancato dagli studi, dalla povertà, il tocco della passione gli era stato terribile. L'aria mefitica delle sale non era fatta per lui.
Intanto, una tosse leggiera, ma continua, ostinata, non lo abbandonava più. Il male faceva quotidianamente rapidi progressi, e la vita che conduceva non poteva che affrettarne il corso. Verny ch'era un uomo di spirito e di cuore, fu addolorato dello stato d'Armando e cercò ogni modo possibile di distrarlo. Gli rimproverò vivamente di essersi per tanto tempo nascosto.
Egli sapeva confusamente la scena del ballo, e senza particolareggiare tenne ad Armando un lungo discorso sulle donne e sull'amore, dicendogli (come sempre in simili casi) ciò che il giovane sapeva quanto lui, ma non per questo poteva porre in esecuzione. Partì, essendosi fatto promettere dal suo protetto di cercare le distrazioni.
Che accadeva intanto della marchesa?
Nei tre mesi che erano trascorsi dalla notte del ballo non aveva più pensato ad Armando.
Ritroviamola ora la mattina del giorno in cui finalmente Verny aveva scoperto il ritiro dell'artista.
I dodici colpi del mezzogiorno erano già scoccati, eppure le imposte della sua camera da letto erano ancora socchiuse. La cameriera, vedendo che la sua padrona dormiva sempre, ne aveva soltanto semi-aperta una ed era ripartita. Da questa un indiscreto raggio di sole veniva baldanzoso a far visita alla bella signora, come rimproverandola della sua indolenza, e con una famigliarità un po' impertinente le si posava sul bel viso addormentato. Ella si scosse, socchiuse gli occhi ed apri la bocchina in tutta la sua estensione, dando in un prolungatissimo sbadiglio. In quell'istante, d'improvviso così, senza un motivo, come quel raggio di sole era penetrato a posar sul suo letto, un pensiero le attraversò la mente: il pensiero d'Armando. Eran tre mesi ch'ella non lo aveva veduto ed in quel tempo, di ben altro occupata, non si era più affatto ricordata di lui. Perchè dunque, si dirà, proprio quella mattina un tal pensiero le attraversò la mente? Perchè? Ah, la saprebbe lunga chi sapesse il perchè di tutti i pensieri che passano per il capo delle signore come la marchesa di Saint-Aubin!
Il fatto sta che la mattina di quel giorno la marchesa pensò ad Armando. Pensò a lui—e un sorriso le sfiorò le labbra. Un sorriso che per tradurlo, se fosse possibile, ci vorrebbe la coltura d'Aspasia, l'esperienza di Ninon de l'Enclos e l'immaginazione di un poeta orientale.
Questo nuovo pensiero la occupò talmente, che malgrado avesse già guardato l'ora alla pendola dorata del camino, pure restò per una mezz'ora immobile, sostenendosi la testa con le mani incrocicchiate sotto la nuca e guardando fissamente lo spazio. Finalmente si scosse, allungò il braccio bianchissimo, facendo scorrere in giù la manica tutta coperta di trine, verso il cordone di seta del campanello, e diede un lieve colpo che fece apparire all'istante la cameriera.
—Berta, disse la marchesa, spalancate la finestra, portatemi una tazza di cioccolata, preparatemi una veste da camera e andate a dire a Larose che corra dal cavaliere di Verny e gli annunci che ho assoluto bisogno di parlargli e che lo supplico di venire all'istante.
Berta, senza scomporsi, eseguì in silenzio questi molteplici comandi l'un dopo l'altro e con un'ammirabile precisione; e un quarto d'ora dopo, la marchesa, avvolta in un'ampia veste da camera rosa tutta coperta di trine, era seduta in una poltrona con una tazza di cioccolata tra le mani, illuminata dal sole ch'entrava dalle finestre, solo difese dalle cortine di seta che coprivano i vetri, e riceveva da Larose la risposta del cavaliere, il quale le prometteva di venire all'istante.
La stanza da letto della marchesa era tutta color albicocco. Il letto, in legno bianco e oro, aveva delle tende ampissime dello stesso colore a frangie d'argento e oro, foderate di raso bianco. I mobili, pure in bianco e oro, erano elegantissimi di forma, ma pesanti e pure di color albicocco, tranne la poltrona su cui era seduta la marchesa, ch'era di damasco bianco.
Verny entrò ed ella subito gli chiese d'Armando. Egli rispose quello che sapeva, raccontò come l'avesse trovato e in quale stato e finì dicendo con un sorriso, che sospettava un poco lei di essere, in parte, la causa del male.
Il viso della marchesa prese una strana espressione.
—Se sono io che ha fatto il male, voglio rimediarvi, cavaliere. Non sapeva tutto ciò. Andate dal vostro protetto, ve ne prego, e ditegli che voglio parlargli.
—Sarà fatto, marchesa. Ma non credo che verrà.
—Ed io dico di sì. Andate, andate, mio caro, e vogliate darmi subito la risposta.
Il cavaliere andò da Armando e tornò nella stessa giornata dalla marchesa.
—Il nostro amico non vuol venire; mi ha pregato di farvi le sue scuse. Credo che non sia ancora guarito abbastanza per moversi.
E Verny, così dicendo, sorrise.
La marchesa, rimasta indispettita, non lasciò però nulla travedere, e ringraziatolo, congedò Verny molto amabilmente. Appena fu uscito, andò a sedersi a un piccolo mobile inlaqueposto vicino alla finestra. Prese una penna e tracciò le seguenti righe sopra un foglio di carta profumato all'ambra.
«Avete torto. Perchè mi tenete ancora il broncio? Volete stare eternamente in collera? Ho veramente bisogno di parlarvi, di darvi una spiegazione. Non dubito che questo vi deciderà; venite, ve ne prego. Vi aspetto con impazienza, non voglio vedere alcuno prima di voi.
«Marchesa =di Saint-Aubin=.»
Poi agitò un campanello d'oro che stava sulla tavola.
—Berta, mandate questa lettera al suo indirizzo.
Il biglietto era stato accuratamente piegato, un piccolo sigillo con inciso un amorino, impresso nella ceralacca odorosa, era stato applicato in un angolo, e sull'altra parte leggevasi l'indirizzo di Armando, datole dal cavaliere.
Mezz'ora dopo Larose portava la risposta. La marchesa l'aprì con impazienza. Era assai laconica; solo due righe nelle quali si scusava di non poter ubbidire al suo cenno, causa la salute ancor malferma.
Ella si morse le labbra e quella sera litigò per un'ora con Richelieu, annoiandolo talmente, che contro alle sue abitudini di diplomazia galante, ne parlò alla marchesa di Prie, che appunto allora incominciava a corteggiare.
La Corte si era trasportata a Versailles. Il re, con la Marchesa, come i cortigiani chiamavano la Pompadour, vi andavano spesso, preferendo i giardini di Lenôtre al Louvre; e in quello splendido soggiorno, ancora tutto pieno delle memorie del gran re e del gran secolo, le feste si succedevano, una più variata dell'altra: balli, ricevimenti, caccie, recite, e frammezzo a tutto questo, i facili intrighi, improntati della leggerezza del tempo, si legavano, rompevano e riannodavano incessantemente.
Poche sere dopo ciò ch'è stato narrato, le sale di Versailles si aprivano ad un ballo sontuoso. Le sale di Diana e d'Apollo, quelle della Primavera e delle Muse, e tutti que' magnifici appartamenti, improntati del marchio di mitologia galante che Luigi XIV aveva posto su tutto, erano illuminati a far impallidire il sole. Le belle signore passavano e ripassavano, dando la mano, anzi la punta delle dita, ai loro affettati cavalieri, e camminando un po' di profilo per non guastare i loropaniers, tutte fulgenti di gemme, in cui i mille lumi dei candelabri si riflettevano mille volte, tutte superbamente vezzose ed abbellite dai loro trionfi. La loro bellezza non era quella che avrebbe innamorato un amante della natura, poichè la cipria nascondeva i loro capelli, il belletto ed il bianco coprivano le loro guancie d'un leggiero strato come di vernice, le labbra erano ravvivate dal minio, le ciglia, gli occhi, tutto era dipinto; i fianchi erano artificiali. Pure erano ben sontuosamente belle, con le loro bocchine di corallo, coi loro vestiti luccicanti, con le affettate movenze di testa e di spalle, con la pronunzia smangiata e coi loro sguardi sapienti.—Nella sala da ballo, accompagnate dall'orchestra, venti coppie ballavano il minuetto. I gentiluomini, coperti di raso e di velluto al par delle signore, facevano strisciare la punta de' piedi, tenendo sollevati i loro alti talloni rossi, e si movevano effeminatamente, porgendo con grazia la destra alla ballerina, con un movimento arrotondato del braccio, mentre la sinistra poggiava sulle impugnature d'oro e di madreperla delle loro spade, che ne' sottili foderi di velluto, sollevavano le ampie falde degli abiti di color tenero e riccamente ornati.—Pareva intanto che le galanti pastorelle e i mille amorini della vôlta sorridessero a quello spettacolo e si movessero lievemente anch'essi, tra i dolci suoni dei violini, frammezzo alle loro ghirlande di fiori.—Le pareti erano ornate dei capolavori di Vanloo, e Luigi XIV, in piedi, in fondo alla sala, imponeva ancora, benchè dipinto.
In una sala d'angolo, dalle pareti coperte di quadri, vi era un piccolo crocchio che circondava il conte di Choisy, uno dei signori più alla moda, il quale stava raccontando qualcosa che pareva interessasse moltissimo il suo piccolo uditorio. Egli aveva una gran riputazione d'uomo di spirito, ma non troppo meritata.
—Si deve confessare, stava dicendo la contessa di Grives, ch'è uno de' più bei giovani che si possano vedere.
—Questo poi sì! esclamò una piccola signora, che sebbene sembrasse vicina ai cinquant'anni, aveva ancora molta pretesa. Io non lo aveva molto guardato; chi guarda quella specie di gente? Ma ora che l'ho ben osservato devo confessare ch'è un piccolo Apollo.
—E lo sa la marchesa di Saint-Aubin, soggiunse Choisy ridendo. Vi assicuro l'autenticità di ciò che vi ho narrato.
—Ma ne siete certo?
—Certo quanto che voi siete questa sera d'una bellezza irresistibile, contessa. Mi voglio appiccare domani se non è vero che ho veduto coi miei occhi Larose che saliva la scala della dimora di quel pittorello—di cui non so, del resto, perchè si parli tanto, aggiunse stizzosamente.
—Ma siete certo che abita dove dite?
—Me ne sono informato e lo so di sicuro!—E il più bello di tutto è che il giovane è etico marcio e dicono che sia per colpa della marchesa. Pretendono che sul principio ella si sia beffata di lui. Forse qualcuno se ne ricorderà; parlano d'una scena successa ad un ballo. Io era allora in Inghilterra.
—Oh mi par di ricordarmene!…. Ma sapete che se è vera la storia è stranamente bella e che fra due giorni farà il giro di Parigi? Si susurra che il re voglia fermarsi qui solo alcuni giorni. Appena a Parigi me ne informerò.
Il piccolo crocchio si sciolse e Choisy appoggiandosi al braccio diBreteuil, rientrò nella sala da ballo.
—Ne sei sicuro, conte?
—Sicurissimo, cavaliere, rispose Choisy. Ora poi si dice anche di più, si pretende che pure la contessa di Grives ne sia un pochino invaghita. Aveva un bel fare la disinvolta, si vedeva ora che il mio discorso la interessava molto.
—Per Dio! questo pittore è noioso! Ma ora si racconta che è ammalato, pallido da far pietà.
—È forse quello che piace. Le donne sono tanto capricciose!….
In quel momento un giovane delle guardie di S. M. si avvicinò a loro:
—Parlate del pittore?
—Sicuro, capitano, rispose Breteuil. Oramai non si parla più che di lui…
—Sapete che la Champrosé ieri sera mi disse che ne è innamorata?
—Anche lei?…. Il diavolo le porti tutte! esclamò Choisy.
—Ma guardatelo là!—disse Breteuil.—Anche a Versailles deve venire?
Infatti se ne stava vicino ad una porta, conversando con Verny. Egli era pallidissimo. Si vedeva che il suo male inesorabile progrediva e che malgrado i suoi apparenti trionfi, tutto era finito per lui.
Ma, dirà il lettore, come è avvenuto un tale mutamento? Perchè se ne parlava tanto?—Perchè?—Ah! domandar dei perchè ai tempi di Lebel! Tutto allora era guidato dal capriccio. La sua storia con la Saint-Aubin, svisata, raccontata in mille modi diversi; la simpatia che la marchesa poi sembrava realmente aver sentito per lui, l'avevano d'un tratto messo di moda, e subito dall'esser nulla, divenne l'eroe del quarto d'ora. Sotto la Pompadour questo non era insolito. La sua figura triste che lo aveva sul principio quasi reso antipatico e che aveva impedito alla naturale bellezza di fare il suo effetto, dopo la specie d'intrigo con la marchesa era diventata un vezzo, e il suo pallore malaticcio che non poteva piacere senza motivo a' tempi di Richelieu, ora che se ne sapeva il perchè e che dava luogo ai pettegolezzi, lo rendeva interessante, come se fosse vissuto a' tempi di Goethe e di Byron.
Larose, il ben noto cameriere della signora di Saint-Aubin, era stato veduto mentre saliva le scale del pittore con una lettera in mano. Dunque egli era l'amante della marchesa.
Povero ragazzo! Era ben lungi dall'esserlo; ma ciò era bastato per metterlo di moda.
Com'era venuto a quel ballo?—Il cavaliere credendo che un po' di distrazione gli farebbe bene, l'aveva quasi costretto a venire. Verny gli voleva bene; ma dacchè non aveva più la febbre lo credeva in via di guarigione e supponeva che i divertimenti lo guarirebbero anche dai mali morali, tanto più ora che sembrava avviato sulla strada della fortuna. Ma quanto si sbagliava! Armando era veramente ammalato e al ballo di Versailles stava peggio del solito. Benchè semplicemente vestito egli era però talmente bello nel suo pallore, che pochi nelle sale potevano venirgli paragonati.
Venne presentato alla contessa di Grives, la quale lo accolse con una così marcata preferenza da far girare un tantino la testa all'uomo il meno vano della terra. Ella stette con lui assai lungamente, quasi compromettendosi, e furono tante le occhiate, le parole a doppio senso, che Armando ne rimase un po' sbalordito. Ma ormai ogni forza di volontà, ogni scintilla era spenta in lui, e con la sua solita timidità per di più, non poteva pensare a vendicarsi della scena del ballo.
La festa sontuosa, splendida, durò fino al mattino e le mille fiamme dei candelabri lottarono coi raggi del sole ch'entravano dalle finestre e che subito valsero a far fuggire le signore.
Ma Armando non potè restare. Fu preso da una febbre ardente e dovette andarsene.
La cura del cavaliere era sbagliata completamente; le distrazioni, le emozioni specialmente non potevano che peggiorare il suo stato.—Il medico disse che il caso si faceva gravissimo; la tosse aumentava.
Il cavaliere portò nella dimora dell'artista tutti i conforti che la ricchezza può dare, e fu curato il meglio possibile. Ma l'etisia progrediva.
Intanto, di giorno in giorno, Armando continuava ad essere più in voga. Ricevette venti lettere dalla Champrosé, che non ebbe la pazienza di leggere tutte. Un'altra delle più alla moda lo mandò a invitare ad una delle sue cene intime. La contessa di Grives andava tutti i giorni, nel suo cocchio dorato, a prenderne le notizie. Perfino la marchesa fece lo stesso; anzi chiese di vederlo.
Ma oramai era troppo tardi. Tutto era finito, e dei trionfi che avrebbe potuto avere, dell'amore e perfino della gloria non si curava più. Ora la stessa società che lo aveva disprezzato, lo portava alle stelle, ma che gliene importava? E intanto, essa che lo aveva respinta si occupava ora di quel morente, lassù in quella soffitta, come certo non se ne sarebbe mai occupato se non fossero state le circostanze che influivano sulla moda del momento.
Contro i comandi del medico, egli stava alzato e dipingeva. Il cavaliere lo lasciava fare, pensando ch'era inutile contrariarlo. Il quadro a cui lavorava era quello, coperto misteriosamente di seta verde, che Verny aveva veduto la prima volta che lo aveva trovato.
Era la testa della marchesa di Saint-Aubin ch'egli disegnava di memoria. Nei giorni di vita e di passione l'aveva abbozzata; ed ora, sull'orlo della tomba, quasi staccato dalle cose terrene, gli venne il desiderio di finirla,—unico resto del morto amore, ultimo addio al mondo, che pur lasciava senza rimpianto. Egli si sentiva il bisogno di lavorare indefessamente, ansiosamente, e di finirla.
Si mise al lavoro e terminò prima il disegno che aveva schizzato sulla tela.
Allora avvenne una cosa straordinaria…..
La sua mano non rispondeva più alla mente. Egli era come spinto da una forza superiore, e ciò che la matita segnava non era più quello che suggeriva l'immaginazione. Egli voleva tradurre sulla tela quel profilo fino, aristocratico, capriccioso; quel modello di donna forte, voluttuosa… e invece il suo pennello tracciava una figura aerea, purissima, vergine, più d'angelo che di donna. Voleva segnare quell'ammasso di capelli coperti di cipria, in cui si frammischiavano fiori e gemme, e involontariamente invece sulla tela ondeggiavano delle chiome bionde sciolte, naturali, che cadevano su d'una veste candida e baciavano una guancia bianca, diafana.—La figura che appariva sul quadro era ideale, angelica, bella come un sogno di poeta, con due occhi celesti che ignoravano la terra.
Egli continuava senza quasi accorgersi di ciò che faceva. Era spinto da qualcosa di fatale e una luce serena usciva dal suo sguardo. Una forza invincibile lo costringeva.
Egli dipingeva….
Il cavaliere taceva, guardandolo attonito e addolorato.
E sulla tela la mistica figura, lavoro quasi involontario, rivelazione dall'alto, si staccava a poco a poco dall'ombra del fondo…..
Finalmente l'ultima ora scoccò. Il pennello gli cadde dalla mano.—Fu portato sul letto. Vedendolo, non lo si sarebbe detto un morente, poichè un sorriso passava sulle sue labbra.
Oh quanto era lontano dagli appartamenti della marchesa e dalle sale di Versailles!—Nel suo occhio ingrandito mille visioni passavano. Eran figure di donna, ma figure celesti che non rassomigliavano agli angeli della terra; non erano più i sontuosi abiti di broccato e di raso, nè le alte pettinature incipriate, nè i visini aristocratici e imbellettati, ornati di qualche neo, nè le scarpette a talloni rossi, nè i ventagli miniati;—erano vesti bianche e cadenti, eran pupille azzurre e pure, eran chiome lunghe e finissime, erano sguardi pieni di bontà e d'amore!…
All'estremo istante, la marchesa di Saint-Aubin entrò nella stanza.
—Silenzio! disse il cavaliere. Fermatevi; egli non vi vede più, marchesa.
Infatti, Armando non la vedeva; era ben lontano da lei. Nel suo occhio vi era il raggio supremo.
Egli era assopito. La sua testa stanca posava sui cuscini; la bocca gli si agitava. D'improvviso una luce sembrò passargli sul viso. Si rianimò debolmente e allungò la mano bianca e magra verso il quadro.
—Oh guardate! guardate!…. Si distacca dalla tela e viene verso di me…. disse con un filo di voce arcana. Oh, non vedete? Viene, viene, s'avanza…, mi stende le braccia!…. Oh come è bella!…. E non è una donna, è un angelo!….
Furono le sue ultime parole. La testa ricadde sui cuscini per non sollevarsi più.
In quel momento un prete ch'era stato chiamato in fretta, entrò—troppo tardi.
Il cavaliere uscì con la marchesa. Sulla scala trovarono la Champrosé che voleva per forza vedere Armando. Ma vide Verny che piangeva e non chiese più nulla. La marchesa le passò davanti sdegnosamente ed ella la guardò in traverso.
La marchesa non si potè consolare della morte d'Armando che arrivando a prendere il posto della Grives nel cuore del Re.—Questa volle portare il lutto per il pittore, a grande scandalo di molti.
La storia d'Armando fece una tale impressione che se ne parlò per quindici giorni. Ora non può accadere che si arrivi a parlare sì lungamente d'un avvenimento qualunque; ma in quei tempi rococó anche questo era possibile.