Ecco cosa seppe dirmi il mio amico a proposito del conte Sotowski, la cui insolita tristezza eccitava tanto la mia curiosità:
Io lo conosco da molti anni ed avendolo sempre trovato divertente, allegro, brillante, fui stupito quanto te e gli altri del mutamento ch'ebbe luogo in lui. La cosa era infatti incomprensibile. Come sai, egli è favolosamente ricco, affatto indipendente, di figura aggradevole, di carattere lieto, ed in ogni cosa fortunatissimo; non fu mai conosciuto come una di quelle teste balzane che sanno crearsi dei fantasmi con la loro propria immaginazione; è continuamente accarezzato da tutti, ha una quantità di amici che farebbero qualunque cosa per lui. Come spiegare dunque che prima fosse vivace, sereno, scintillante, per così dire, e che d'improvviso, senza alcun motivo palese o presumibile siasi dato in preda a una cupa mestizia?
Era qualche mese che io non lo vedevo, quando, incontrandolo a Nizza, mi accorsi della sua insolita malinconia. Non gliene chiesi il motivo, sapendo ciò affatto inutile, essendo egli uno di quelli che parlano solo quando vogliono parlare. Ma non potevo a meno di pensarvi sovente e mi torturava il cervello per giungere a scoprire qualcosa. Tu che conosci quanto m'interessino gli studi psicologici potrai facilmente fartene una idea. Naturalmente il primo pensiero che mi venne fu ch'egli soffrisse per qualche segreta passione. Quale altro motivo poteva infatti far cadere nella malinconia un uomo di così allegro carattere e sì fattamente ricolmo di tutti i beni della fortuna, se non l'eterna sorgente delle lagrime di quaggiù—l'amore?—L'idea di un delitto, di un rimorso, non si poteva ammettere per cento ragioni. E però la mia fantasia volava nei campi del possibile ed ogni giorno mi sorgeva dinanzi agli occhi una nuova imagine di eroina pel mio romanzo. Talvolta supponeva ch'egli avesse amato una fanciulla che, uccisa da lento malore, fosse morta nelle sue braccia; tal altra che fosse stato tradito da una donna seducente, fatale.
Quanto mi sbagliava!—Una sera ch'eravamo insieme, lontano dal passeggio elegante, dalla parte del ponte del Varo, e ch'egli pareva ancor più preoccupato del solito, mi raccontò d'improvviso il motivo della sua tristezza, senza che io glielo chiedessi e quando meno me l'aspettava. Non vi era anima vivente per un lungo tratto di strada; il sole si apparecchiava a discendere nel mare, coprendo d'oro e di porpora la limpidezza del cielo, l'aria cominciava ad essere un po' meno soffocante di quel ch'era stata durante il giorno, e le parole del conte risonavano stranamente in mezzo a quella solitudine e nel silenzio della natura che stava per assopirsi:
—Bisogna che lo confessi, egli disse, e d'altronde ho subito veduto che ve ne siete accorto, una tristezza insormontabile mi penetra spesso da qualche tempo e non posso scacciarla. Capisco che quelli che lo vedono, conoscendomi da un pezzo, devono rimanerne molto stupiti; la fortuna mi ha colmato de' suoi doni, e sono per di più dotato d'un carattere facile ed allegro. Fui sempre spensierato, vivace, non ebbi mai dispiaceri e non me ne procurai. Le sfortune d'amore mi sono sconosciute.
—Davvero! risposi, io invece, pensando alla vostra malinconia subito ne accusai una passione infelice, non sapendo quale sventura vi avesse potuto colpire.
—Infatti, io non conobbi mio padre e l'unico dolore di cui mi ricordo è quello della perdita di mia madre, ma avevo solo dieci anni e a quell'età non si sente molto e si dimentica facilmente. Dopo d'allora non ebbi mai una sola nube nera sull'orizzonte della mia vita. Tutto mi sorrise sempre; gli uomini e le cose.—Ma un male terribile procurato ad un altro e di cui io fui causa, sorto senza mia precisa colpa, e per un motivo stravagante e futile mi depose un'amarezza nell'anima che, temo assai, lascierà lunga traccia di sè. La è una storia abbastanza strana.
—Raccontatela; non potete immaginare quanto m'interessate.
Egli serbò il silenzio per un momento; come assorto nei suoi pensieri, poi mi domandò:
—Non avete mai udito nominare Arnoldo D.?
—Mi par di sì, risposi. È uno scrittore, se non mi sbaglio.
—Era, dovreste dire.
—È morto? chiesi io.
—No; ma ha finito di scrivere. Egli era un giovane di straordinario ingegno, e che certo non sarà dimenticato da chi ha letto la poche sue cose. Ma per la sua vita poco regolare era antipatico a molti; povero, non fortunato, di una natura vivace e variabile, cercava spesso di affogare le noie nella ubbriachezza o di cercarvi una più pazza inspirazione. Egli era nato per essere ricco e spesso la miseria, spettro nefasto, si avvicinava a lui! Amava le cose belle, le ricche stanze, la luce dei doppieri e delle gemme, i morbidi tappeti, il lusso dell'oriente; avrebbe voluto tutte codeste cose, e invece non le possedeva che nei sogni, procurati dalla fantasia o dal vino. Il suo ingegno non era di quelli che fioriscono dovunque; abbisognava per espandersi di essere circondato dal benessere, dall'opulenza. Perciò quando guadagnava qualcosa, viveva per un mese da principe, poi si chiudeva a lavorare e certo con successo; ma ritrovandosi al verde, cadeva nell'abbattimento, l'ispirazione fuggiva e non era più capace d'altro che di bere per stordirsi. Soleva dire che se avesse avuto cento mila lire di rendita, sarebbe stato il più gran poeta del mondo.
Tutti questi particolari mi vennero narrati in seguito; non ne sapeva nulla quando lo vidi per la prima volta. Parlo di varj anni fa. Dall'Italia io aveva fatta una corsa a Parigi e me ne tornava in Italia. Eravamo sul Cenisio; era notte, ed io dormiva tranquillamente nel mio posto d'angolo delcoupédella diligenza. Degli altri due posti uno solo era occupato, quello dell'altro angolo naturalmente, da un uomo che vi stava incantucciato e tutto chiuso in un mantello che lasciava solo vedere gli occhi. Svegliandomi di tratto in tratto, avevo osservato ch'egli non dormiva, ma non mi era stato possibile vedere la sua fisonomia. Al comparire del giorno egli lasciò cadere il mantello, e il primo albore illuminando la sua faccia pallida riconobbi Arnoldo D., al quale non ero mai stato presentato, ma che aveva molte volte incontrato qua e là e dei cui scritti aveva letto qualche cosa. Gli rivolsi la parola pel primo, gli dissi che lo conosceva, e gli declinai il mio nome, ed egli, sebbene fosse un po' ritroso da principio, presto cominciò a conversare con molta scioltezza e di tratto in tratto con spirito. La sua conversazione era divertente al sommo grado; aveva una maniera di esporre affatto originale e sentii presto per lui una simpatia fortissima, mentre al tempo stesso m'accorgeva di non dispiacergli, poichè ad ogni momento sempre più si animava, si espandeva con maggior famigliarità. Dopo qualche ora eravamo quasi amici. Mi disse i suoi progetti, le sue aspirazioni, le sue noie; mi confessò che non sapeva sopportare la povertà, che per lui era il più grande incaglio allo sviluppo del suo ingegno, mentre per altri era stata talvolta uno sprone a lavorare. Il mio nome non gli era sconosciuto ed egli sapeva quale colossale fortuna io posseggo. Mi disse che se egli ne avesse solo una ventesima parte, scriverebbe un libro che non verrebbe tanto presto dimenticato, e che lo arricchirebbe a sua volta.
Parlammo d'arte lungamente. La stima del suo ingegno che io avevo acquistata leggendo le opere sue, si aumentò ancora e mi persuasi ch'era un giovane che avrebbe potuto arrivare alla gloria, purchè non si abbrutisse nei vizi. Ma questa era pur troppo la strada sulla quale egli s'inoltrava cinicamente. Il suo viso ne portava già le impronte, sebbene i lineamenti fossero assai belli e l'occhio pieno di luce e di pensiero;—e perfino i suoi discorsi se ne risentivano un poco, poichè di tanto in tanto divagava in ogni sorta di puerilità o usciva inutilmente in bestemmie ed imprecazioni. Malgrado ciò, quella giornata fu per me piacevolissima, e quelle ore in diligenza, d'ordinario tanto noiose, passarono invece veloci.
Ho sempre ammirato il genio, sotto qualunque forma si mostri, e le opere della fantasia altrui hanno sempre potentemente eccitata la mia.—Egli era felice, si vedeva, di aver trovato qualcuno che lo capisse davvero, e parlò delle sue più intime cose con un abbandono che forse stupiva lui medesimo. La confidenza ch'era nata così spontaneamente fra due che per natura erano tutt'altro che espansivi, doveva certo essere cagionata da una segreta e quasi magnetica simpatia. Egli si riscaldava sempre più parlando, ed io lo ascoltava con un interesse sempre crescente, finchè uscendo anch'io dalla mia riserva abituale, gli confessai quanta ammirazione il suo ingegno destasse in me, e quanta speranza io avessi ch'egli si acquisterebbe un posto imperituro nella storia dell'arte. I suoi occhi brillavano d'entusiasmo mentre io gli diceva queste parole d'incoraggiamento. Egli si accese sempre più, mi disse dei versi, ch'erano pieni, armoniosi, possenti. Poi mi narrò i suoi progetti; mi espose la tela d'un romanzo che aveva intenzione di scrivere; mi parve ricca di nuovi effetti e lo esortai ad incominciarlo prontamente. Parlando di argomenti mi raccontò come egli avesse anche un gusto speciale per i soggetti poco comuni, stravaganti, hoffmanneschi. Fra gli altri me ne raccontò uno che non aveva ancora tentato di scrivere, e che forse non tenterebbe mai, essendo difficilissimo, ma che da moltissimo tempo gli frullava nel capo. Era infatti molto strano e di una difficoltà poco comune, poichè tutta la bellezza doveva consistere nel modo con cui era fatto e perchè bisognava per riuscirvi, quasi incarnarsi nella persona del protagonista. Era però bellissimo, e non dubitavo che se Arnoldo fosse riuscito a scriverlo, sarebbe stato un piccolo capolavoro. Mi piacque tanto l'argomento, e per la sua fantastica originalità talmente m'interessò, che restai silenzioso, pensandovi a mia volta. La stranezza era quasi raddoppiata dalla estrema difficoltà del porlo in opera.
Per molto tempo tacemmo ambedue, immersi nello stesso pensiero; il primo a rompere il silenzio fu Arnoldo:
—Questo è uno di quegli argomenti, egli disse, che non si possono sviluppare che in un momento d'inspirazione. È affatto inutile progettare d'incominciarlo alla tal ora o di finirlo alla tal altra; bisogna che in un dato giorno, che certo non possiamo scegliere, ci troviamo d'un tratto immedesimati nel nostro protagonista in modo da parlare ed agire come avrebbe parlato ed agito in quella data circostanza. È necessario che per un momento diventiamo lui, e allora, adoperando le sue espressioni, mantenendo i suoi gesti, la sua figura, il suo carattere, parliamo e facciamo talmente come lui, da dare al racconto, per quanto ideale, una impronta innegabile di verità. Il poeta in tal caso è veramente schiavo del quarto d'ora, fa se è giunto il momento di fare; bisogna che tralasci se la mente gli è ancora ribelle. E per quanto mi piaccia è inutile ch'io tenti nemmeno di comporlo a poco a poco, poichè deve uscire di getto, e bisogna pazientare ed attendere un giorno, forse lontano, nel quale prenderò la penna e lo scriverò, senza fermarmi e senza correzioni…
Disse molte cose ancora in questo senso, aggiunse come la elevatezza dell'arte stesse talora appunto in questo, che non siamo solamente noi che compiamo il lavoro, ma inoltre una particella di fuoco sovrumano che scende in noi e ne rende possenti ad eternare nel fatto le idee labili e sbiadite che si disegnano vagamente tra le nebbie della nostra immaginazione. Mi spiegò tutte coteste cose con vera eloquenza e con profonda sicurezza di convinzione.
Ma rideva facilmente di tutto; dopo che il suo labbro aveva preso una piega severa, subito si atteggiava ad un sorriso cinico e beffardo, e con molto spirito, in compenso della facondia, provava con giustezza il contrario di quello che aveva detto.
Fece lo stesso nel caso di cui parliamo. Le sue parole calorose che mi avevano riscaldata la mente e costretto a pensare, echeggiavano ancora per così dire, ch'egli cominciò a dire il contrario. Rivoltò tutti i propri argomenti, mise in ridicolo le proprie idee e seppe quasi provarmi che tutta l'arte non è che un meccanismo, che ogni cosa si può fare con certi elementi e che, purchè si faccia uno sforzo di volontà, qualunque momento è buono. Trovava ora delle intonazioni così cinicamente giuste, come prima ne aveva trovate di entusiastiche, che durai fatica a combattere la sua ironia, malgrado fossi munito delle sue stesse armi. Lo tentava però e mi animava a mia volta nella discussione, quando d'un tratto ei disse, come per conchiudere:
—Del resto, lasciando da parte le teorie, potrei spiegarvi con un esempio la verità che sostengo ora contro al mio falso entusiasmo di poc'anzi—e sono certo che non sapreste più cosa rispondere.
—Ebbene, ditelo, io risposi, assai curioso di udire cosa diavolo mi avrebbe tirato fuori.
—È un esempio facilissimo a capirsi, egli soggiunse. Mi accorderete, spero, che il soggetto eccezionale di racconto che vi esposi or ora è abbastanza difficile, perchè se io giungessi a provarvi che lo si può fare in qualunque momento, date però alcune circostanze, voi vi dichiarereste persuaso che l'ispirazione non è un elemento indispensabile. Bisognerà però che vi accontentiate di credere alla mia parola e che vi fidiate della mia convinzione, perchè certo non vorrete tentare la prova. Ascoltate: è molto tempo, come vi dissi, che questo soggetto mi occupa e mai lo seppi porre in fatto; sono quasi certo che il momento d'ispirazione non verrà mai, perchè non potrò mai entrare davvero nel carattere strano del mio eroe. Ebbene, or sono stanco dal viaggio, abbattuto, ho sonno…..
—E lo scrivereste ora? io interruppi stupito.
—Non credo, egli rispose, che lo potrei fare con la nessuna voglia che ne sento e in un momento così poco adattato, solamente per uno sforzo di volontà. Avrei bisogno di un eccitamento, ma capirete che se io lo potessi fare con un eccitamento non artistico sarebbe provato che il fuoco sacro non è necessario. Ebbene, se qualcuno mi dicesse: domattina sarai ricco, se questa notte scriverai il racconto, per dio! scommetterei di farlo.
Io era ammaliato dalla originalità del mio nuovo amico. Un'idea pazza mi traversò rapidamente la testa: me ne venivano così molte in quel tempo. Gli dissi: che somma vorreste?
—Una somma come certo non troverò alcun negromante che me la voglia dare. Cinquecento mila franchi, per esempio.
—Li avrete domattina se la novella è fatta.
Arnaldo non voleva credere. Mi disse che io scherzava. Io presi una cartella da viaggio contenente tutto ciò che occorre per scrivere e formolai chiaramente la mia promessa, poi sottoscrissi con tutti i miei nomi e gli consegnai il documento. Gli dissi:
—State certo che non mi pentirò di quello che faccio ora. Se voi perdete, sarà una prova fortissima contro tutti quelli che non credono all'inspirazione; se guadagnate, avrò il piacere di aver contribuito al vostro avvenire, poichè il vostro ingegno, come lo diceste voi stesso, prenderà uno slancio novello e non abbisognerete più di cercare il coraggio nel…..
—Avete ragione! egli m'interruppe. Non saprete mai il bene che fate in questo momento e quanta sarà la mia riconoscenza! Che le Muse vi benedicano!
Egli non sapeva moderare la sua gioia; cantava, rideva, diceva ogni sorta d'insulsaggini. Era perfettamente sicuro di riuscire. Parlava pazzamente di cosa avrebbe fatto quando sarebbe ricco; diceva di esser sicuro oramai di farsi veramente un nome. Io era felice nel vederlo così allegro per merito mio; gongolava a mia volta (bisogna che lo confessi) all'idea dì aver fatto una cosa che non si fa certo tutti i giorni. Pensava, che se egli guadagnasse, forse passata l'ebbrezza del momento mi annoierebbe un poco il dare una sì grossa somma ad uno che in fine non conosceva che di nome; ma d'altra parte mi sembrava di tanto in tanto assai probabile ch'egli avesse a far fiasco, malgrado la sua sicurezza.
Si giunse a Torino verso le undici, e appena scesi all'albergo egli ordinò la sua cena e disse di portargliela in camera. Ci stringemmo la mano ed egli mi disse:
—Vado a lavorare. Domattina avrete la vostra novella.
Io dormii profondamente tutta la notte essendo stanchissimo, e mi risvegliai verso le nove.
Subito corsi alla camera d'Arnoldo e ne trovai la porta spalancata. Dentro nessuno. Scesi abbasso e chiesi nuova all'albergatore del signore che era arrivato con me.
—È partito un'ora fa, circa.
—Come! è partito?
—Sì signore. Anzi…. non vorrei inquietarla, ma mi pare che gli debba essere accaduto qualcosa a quel signore.
—E perchè? chiesi io, malgrado incominciassi a sospettare la verità.
—Come ella sa, il suo amico si fece portare da cena in camera ieri sera quando arrivarono, il cameriere gli accese due candele, domandò se avesse bisogno di qualcosa, al che fu risposto: nulla! e partì. Or bene, il cameriere stette alzato quasi tutta la notte ed il lume brillava ancora alla finestra del suo amico. L'altro cameriere che si alzò alle cinque, quando quello andò a letto, vide il lume brillar sempre. Finalmente, verso le otto, il signore suonò il campanello, ed il cameriere che entrò nella sua stanza lo trovò seduto al tavolino, con delle carte dinanzi; le due candele pressochè finite, e (da questo fu molto impressionato) pallido come un morto.
—E cosa gli disse?
—Era di un pallore che faceva spavento e la sua voce corrispondeva al viso, poichè era tremante e un po' rauca. Egli chiese a che ora partisse il primo treno, disse che si portasse giù la sua valigia, e avvoltosi nel mantello venne qui e si sedette su questa sedia ad aspettare che i cavalli fossero attaccati all'omnibus. Io stava a quel tavolo, scrivendo, e fingevo di non guardarlo, ma l'osservavo di soppiatto, e lo vidi battersi due o tre volte la fronte e pronunziare a bassa voce delle parole strane. Non osai chiedergli nulla, perchè mi sembrava talmente di cattivo umore, che certo non avrebbe troppo bene accolto la mia domanda.
—E partì?
—Sì signore. Montò nell'omnibus, diede—come distratto—una ricca mancia al cameriere, fu condotto alla stazione dove prese il treno di Genova, il primo che partisse.
Tutti questi particolari mi restarono impressi nella memoria. Chiesi se non avesse lasciato nulla per me e mi fu detto di no.
Un orribile sospetto mi afferrò subitamente e capii quanto la mia promessa fosse stata imprudente. Certo egli non aveva potuto scrivere il racconto, e con la sua facilità a cadere nei sentimenti estremi e ad abbandonarsi all'impressione del momento, era piombato nella disperazione. Con quella fantasia abitualmente strana, ed eccitata da un sì forte disinganno, tutto diveniva possibile; un brivido d'inesprimibile paura mi passò per le ossa. Chiesi a che ora partisse ancora un treno per Genova. Ero deciso di ritrovarlo.
Tutte le mie ricerche furono infruttuose. Nè a Genova nè altrove potei aver notizia di Arnoldo D. Frugai dappertutto, alberghi, case, caffè, teatri, osterie. Annoiai per lo meno cento persone con le mie domande, nessuno mi seppe dir qualcosa di preciso. Certo non si era fermato a Genova. Ritornai a Torino, passai da Milano, cercai ancora e sempre inutilmente. Sapeva ch'egli aveva dei parenti a Venezia; vi andai. Quindici giorni intanto erano trascorsi.
A Venezia finalmente fui informato della triste verità. Benchè la respingessi sempre, l'idea d'un suicidio si era presentata più volte alla mia immaginazione. La verità era forse peggiore: egli era diventato pazzo!—
Il conte s'arrestò e camminò per qualche passo in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Io non osai disturbarlo ed attesi finchè proseguì, questa volta a voce bassa e triste:
—Capirete ora la causa di questa malinconia che mi segue sempre e dovunque. È una mestizia mista al rimorso. Per una idea balzana, prodiga, ho forse per sempre offuscato un ingegno non comune e gettata nelle tenebre un'anima che splendeva nella luce. Per consolarmi posso dirmi che io non poteva prevedere una tale catastrofe e che egli era già naturalmente troppo strano perchè si possa dare alla prova fallita tutta la colpa; ma queste ragioni non mi bastano. Fu tale l'abbattimento profondo, la rabbia, il dolore di non esser riuscito a far ciò di cui si credeva sicuro e che gli assicurava la ricchezza—il sogno della sua vita—che tutte le allucinazioni della sua mente, le sue stravaganze, le conseguenze del vizio, presero il di sopra e la sua ragione svanì. Io cercai di vederlo e lo potei circa due mesi dopo il giorno fatale; ma nulla lo potè togliere dalla sua pazzia. È ordinariamente triste, abbattuto, qualche volta quasi furioso; le sue parole accennano sempre a quella notte in cui lavorava mentre io dormiva, inconscio del male che quello sforzo non riuscito doveva fare in quel cervello ammalato.
Era notte quando giungemmo alla casa di Sotowski. La luna riflettendosi nel mare calmo come fosse addormentato formava quella lunga striscia di luce tempestata di brillanti che sembra la via delle visioni; le stelle scintillavano. Io gli dissi che ora capivo tutto, lo ringraziai e gli strinsi la mano, lasciandolo forse meno preoccupato del solito, per lo sfogo avuto. Ora sappiamo la causa della mestizia profonda del conte; è strana, ma chiunque sappia cosa sia il rimorso d'aver fatto un gran male morale, anche involontario, la intenderà.
Io vidi ancora il conte molte volte ed egli non tornò più su cotesto scabroso argomento, nè io osai spingervelo. Solo un giorno, molte sere dopo quella di cui ho parlato, mi disse che poteva darmi il complemento del curioso aneddoto che mi aveva narrato.
—Lasciando D. quella sera, gli dissi che partivo per Firenze, ed egli due giorni dopo, prima che la sua sventura lo colpisse, m'indirizzò una lettera colà, che non lessi che una ventina di giorni più tardi, quando la pazzia, lo aveva già afferrato ed io sapeva la triste verità. Leggetela, ora vi potrà forse interessare; ma non ne parliamo più.
Io ubbidii e all'indomani gli restituii la lettera senza aggiunger parole; ma davvero mi aveva interessato.
«=Al conte Sigismondo Sotowski=.
Genova…..
«Non mi è possibile vedervi ancora, non lo posso! e perciò vi scrivo queste righe che indirizzo a Firenze dove vi recherete subito, com'è il vostro progetto.—Eschilo, Omero, Dante, Shakespeare e gli altri, li vedete fulgidissimi nel cielo del passato, circondati da luce eguale ed eterna? I posti sono già presi, nessuno può aggiungersi a quella schiera. Dicono: volere è potere. È falso. Io non ho potuto esser ricco, io che l'ho sempre sognato, io che avrei avuto il genio se avessi avuto il metallo, che avrei trovata la felicità se avessi fatto il racconto. Non l'ho saputo fare. Signor conte, non crediate per questo che l'ispirazione sia necessaria; è solo che il diavolo ci ha messo la coda. Se poteste immaginarvi qual è stato il furore del primo momento! ora sono molto più calmo, mi sento leggiero, stupido e tranquillo. Dalla mia finestra vedo il porto e mi pare che pochi godimenti siano quaggiù simili a quello di contare gli alberi dei bastimenti; ma è molto difficile perchè uno nasconde l'altro. Mi sembra strano che qualche giorno sia già passato: ho le idee molto più chiare del solito, ma qualche volta piango e poi rido senza un motivo preciso. Entrai dunque quella sera nella stanza dell'albergo, deciso a lavorare e sicuro di riuscirvi. Ero allegro e pieno di gioia; un mio sogno si era realizzato. Sì signore, è meglio che ve lo confessi, l'avventura che voi mi avevate procurata, io l'aveva sognata molte volte. Quando esclamavo:—se fossi milionario sarei un gran poeta! aggiungevo spesso: se qualcuno mi dicesse: scrivi qualcosa che possa restare, e domattina sarai ricco, non so cosa non sarei capace di fare!—Mi misi al tavolo e cominciai a pensare. Non avete provata mai quella strana sensazione dei pensieri che deviano per loro conto? che prendono, ribelli, la strada che vogliono? Io lo provai in quel momento. La mia immaginazione invece di rivolgersi al protagonista del racconto, nella cui persona io doveva entrare, mi faceva invece passare dinanzi agli occhi le cinquecento mila cose che sarei stato padrone di fare all'indomani coi cinquecento mila franchi, che intanto dimenticavo di guadagnare. Pensava che il mio ingegno sarebbe sbocciato, che avrei scritto un libro che avrebbe fatta la mia fortuna e in qualche anno avrebbe triplicato il mio capitale. Pensavo che finalmente i desiderii ognor repressi potevano essere soddisfatti, che le cose sempre invano vagheggiate potevano essere possedute: ch'erano miei il velluto ed il raso, i tappeti di Persia e le perle d'oriente, le cene, i viaggi, gli amori; ch'erano mie tutte le cose belle, buone ed aggradevoli che fino allora m'erano sembrate quaggiù retaggio esclusivo degl'imbecilli; che potevo viaggiare con un treno speciale come un monarca e far stampare le mie liriche su carta inargentata con dei caratteri d'oro!—Sognavo la soddisfazione, il successo, il gaudio, il compenso a tutte le miserie trascorse che l'avvenire mi preparava; mi pareva che d'un tratto il paradiso fosse divenuta cosa terrestre, mi pareva d'essere al di sopra di tutto, e un immenso orgoglio mi agitava pensando che avrei potuto fra poco vendicarmi di tutte le umiliazioni ricevute; mi vedevo, fra non molto, più ricco dei Rothschild, mi vedevo padrone di accontentare la mia prodigalità, che si sarebbe divisa in due ruscelli, d'oro e di parole, di diamanti e di rime!
«Udii così scoccare la una. Scrissi poche righe. Ripensai. Mi pareva che solo qualche minuto fosse trascorso quando i due colpi si udirono alla pendola.
«Un brivido mi passò per tutto il corpo. Mi sembrava che il tempo mi sfuggisse come una cosa che scivola tra le mani. Guardai con terrore il quinterno di carta bianco ch'era dinanzi a me. Intinsi la penna nell'inchiostro per continuare, ma le parole non venivano. Inoltre riflettevo che, prima di scrivere, era necessario entrare con lo spirito nel soggetto, pensare col protagonista. Feci uno sforzo violento ed obbligai il mio pensiero in quei limiti; ma di tanto in tanto deviava e non mi era possibile rendermi conto di quanto durasse quella deviazione.
«Scoccarono le tre. Capii che bisognava reagire, farsi forte. Era sopratutto necessario di pensare bene prima e non avere troppa premura di scrivere, altrimenti il tempo passava in tentativi scorretti e la mia mente si confondeva in febbrili sforzi. M'alzai e cominciai a passeggiare innanzi e indietro, tentando di raccogliere i miei pensieri sull'unico punto su cui dovevano riunirsi.
«Un'ora passò ancora così, e alla pendola del camino scoccarono le quattro. Allora il mio sangue freddo di nuovo mi abbandonò e fui preso da una orribile paura. Era d'uopo scrivere. Quella carta ostinatamente bianca dinanzi a me mi adirava. Cominciai risolutamente, in un modo qualunque, tanto per cominciare. Avevo scritto solo qualche riga, ma sentivo già una specie di sollievo…. Restai un istante immobile, non pensando a nulla. Ma volli poi continuare; ricominciai a pensare…. e pensai tanto lungamente che i cinque colpi suonarono alla pendola.
«Goccie fredde di sudore m'inumidirono la fronte. Mi pareva che quei colpi maledetti vibrassero l'ora della mia condanna. Una specie di tremito nervoso m'assalse; mi morsi con violenza una mano. M'alzai e passeggiai ancora in lungo e in largo per la stanza come una belva in gabbia, e ciò mi fece un po' di bene. Mi tornai a sedere più calmo—ma oramai i progetti di cosa avrei fatto con le mie ricchezze e i pensieri del mio protagonista mi brulicavano tutti insieme, confusamente nel cervello. Il tempo passava, la paura si faceva ad ogni istante più forte, cominciavo a capire che perdevo tutto, feci un tentativo supremo e scrissi una pagina intiera. La speranza rientrava lentamente nel mio cuore e mi sentiva un po' riconfortato.
«Pure, nel mentre stesso che scrivevo, mi ritornava di minuto in minuto più gagliardo e pauroso il pensiero che il tempo passava, che il lavoro era lungi dall'esser compito, che non riuscirei a compirlo. La mia penna correva velocissima, ansiosamente sulla carta; la mano mi tremava….
«D'improvviso mi accorsi che il tenue raggio biancastro dell'alba penetrava dalle imposte socchiuse e veniva a battere sul mio viso sconvolto insieme al fioco lume delle candele. Tutto era finito. Sentii una fitta tremenda al cuore e mi parve che la mia ragione si sconvolgesse. Tentai di scuotermi, pregai e imprecai nello stesso tempo. Rilessi quello che aveva scritto: nelle ultime righe mancava il senso.
«La disperazione mi colse. Io aveva perduto! Non vi era più speranza. La mano mi tremolava talmente che non avrei nemmeno potuto più tenere la penna» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera egli perdeva completamente la ragione.
Ma, per carità, non dire a Sotowski che io t'ho narrato questa sua storia, perchè la vuol tenere segreta, conchiuse il mio amico.
N'è sfuggito di memoria il nome della città dove visse il giovane di cui vogliamo narrare la storia, ma ci sembra che fosse in Germania. Era povero, buono, quieto, un po' fantastico; abitava una stanzuccia molto vicina al tetto, e durante il giorno non ne usciva che per portare a chi gliel'aveva affidata la musica che copiava per campare la vita. Allo stesso tempo era, se si vuole, indolente; non di quella solita indolenza dei giovani che preferiscono il divertirsi allo studiare, ma d'una indolenza pensierosa; invece di occuparsi stava spesso lunghe ore immobile, lasciando vagare la sua fantasia nel regno vaporoso dei sogni. Egli era senza dubbio dotato di molto ingegno; ma di un ingegno lento, capriccioso, a sbalzi, che, se non possentemente aiutato, non gli avrebbe dato di che mangiare tutti i giorni. Ecco perchè la sua vita dividevasi in due parti: quella del lavoro materiale, consistente, come dicemmo, principalmente nel copiare, e quella dell'intelligenza, alla quale non poteva dedicare molte ore, ma che da sè sola costituiva la sua vita morale, e gli dava invece il pane dello spirito. Quando poteva finalmente gettare da parte l'ingrato lavoro al quale era obbligato e sedersi al cembalo a comporre, il suo cuore si allargava talmente, di tratto in tratto lo agitava sì fattamente il fuoco della ispirazione che diventava quasi bello, sebbene naturalmente non lo fosse. Era la sua una figura incolora, circondata da lunghi capelli biondi; i lineamenti non regolari, gli occhi dolci e lo sguardo un po' stralunato e qualche volta ardente.
I vicini, benchè lo conoscessero poco, gli volevano bene; poichè, senza essere molto loquace, era cortese con tutti. Sembrava però a tutti che vi fosse nelle sue abitudini un che di misterioso. Passava spesso intere giornate senza uscire di casa e non lo si udiva nemmeno dalle stanze adiacenti, mentre talvolta invece il cembalo gemeva e s'infuriava sotto alle sue dita inspirate e tutta la casa era riempita dalla musica sonora, triste possente, ora bellissima, ora solamente strana, delle sue composizioni.
Egli viveva solo e ben di rado accadeva che qualcuno battesse al suo uscio. Bisogna però confessare che in ciò vi era una gran parte di colpa sua. Non gli erano mancati, sul principio, amici e protettori; ma egli li aveva scoraggiati con le sue stranezze e con l'ostinazione delle sue idee, nella quale nessuno lo superava, quando si trattava di cose d'arte. Non ascoltava affatto i consigli, non per superbia ma per convinzione profonda di essere sulla via giusta, e piuttosto che deviare solo un tantino dalle sue idee fisse, preferiva continuare solo la strada. La sua stanza era di una semplicità poverissima, ma pulita; un letto, due sedie e un gran cembalo a coda, posto nel mezzo, ne erano la mobilia. Egli aveva saputo ridurre i suoi bisogni al più stretto necessario per poter dedicare il più gran numero possibile di ore alle sue composizioni ed il minore al suo lavoro di copista. La sua vita era regolarissima; l'amore non entrava allora per nulla nella sua esistenza.
Aveva un amico, ch'era però l'opposto quasi di lui, perchè passava il tempo il più gaiamente possibile, senza curarsi dell'indomani, senza disperarsi troppo quando gli rimanevano vuote le tasche, spendendola, appena vi trovasse una moneta; ma che, malgrado questo, simpatizzava con lui, coltivando egli pure la musica, nutrendo gli stessi pensieri, seguitando le medesime teorie, ed essendogli davvero affezionato. Lo vedeva però oramai assai di rado anche lui.
Da qualche anno Guglielmo conduceva questa vita di quiete, di povertà, di raccoglimento, di lavoro volgare alternato dall'estasi artistica, e di quasi perfetta solitudine, poichè, oltre l'amico, vedeva solo di rado una famiglia, pure povera, che abitava nelle stanze precisamente al disotto delle sue; del resto, nessuno. Questa famiglia era composta di due fratelli, già vecchi ambedue, e d'una fanciulla d'un terzo fratello, morto da molti anni, e che essi, ancor piccina, avevano ricoverata ed allevata come figliuola. Ora s'avvicinava ai vent'anni, ma certo la Dea della bellezza non le aveva sorriso. Senza essere precisamente deforme, aveva le spalle curve e qualcosa di storto in tutta la persona. Sembrava gracile, benchè non fosse mai ammalata; il suo viso aveva un'espressione triste e sofferente, sebbene la bocca sorridesse quasi sempre. L'occhio era grande, ma molto incavato, e lo sguardo dolce e come stupito. Aveva quella tinta di pelle speciale a chi è mancata l'aria e il nutrimento, era bruna, ma non dal sole; e i suoi capelli castagni erano attortigliati in disordine sulla testa. Vi era in lei qualcosa di pigro, d'inerte, di stanco che si rivelava nella noncuranza completa di sè, che ne impedisce di scrivere quella frase, favorita dei vecchi romanzieri: poveramente ma pulitamente vestita. Non avendo speranza di piacere, non badava ad assettare i suoi cenci; e malgrado ciò vi era tanta bontà nella sua fisonomia, nel suo sguardo una sì soave rassegnazione della sua bruttezza e della sua povertà, ch'era davvero interessante. Chi l'avesse incontrata, mentre saliva o scendeva le scale, a piedi peggio che nudi, con un qualche filo nei capelli, cantando con una voce esile e monotona una canzone di cui ella stessa non capiva il senso, certo si sarebbe voltato a guardarla. E molto probabilmente ella avrebbe guardato lui e gli avrebbe sorriso in faccia, poichè la sua bruttezza le aveva tolto la timidità. Il suo carattere era piuttosto allegro, e i suoi due zii l'adoravano ed erano lieti di aversela vicina. Era talora chiassosa tal altra tranquillissima, un po' capricciosa, ignorante, selvatica, e un tantino sfacciata nello stesso tempo.
Nei giorni in cui si udiva il cembalo di Guglielmo, ella che amava istintivamente la musica, si appoggiava contro l'uscio della sua camera e vi restava immobile, a bocca aperta, finchè i suoni cessavano. Per lei egli era come dotato di una sopranaturale potenza, sembrandole sovrumani i concenti che faceva uscire dal suo pianoforte. Ella inoltre aveva fin da fanciulletta una forte simpatia per lui e la sua più grande gioia era quella (non frequentemente concessa) di penetrare nella stanzuccia dell'artista. Quando vi era, ella frugava dappertutto, guardava ogni cosa, apriva i fascicoli di musica e li percorreva lungamente con lo sguardo, come se avesse saputo decifrare le note, toccava quasi paurosamente i tasti del cembalo, faceva mille domande cui Guglielmo rispondeva talvolta ridendo, talvolta cupo; e sopratutto lo guardava lungamente come se nel suo viso avesse trovato la spiegazione di tutto ciò che le riesciva incomprensibile.
Ogniqualvolta uscisse, egli la trovava sulla scala ed ella, a seconda della tristezza o della serenità della sua fisonomia, gl'indirizzava la parola, o gli faceva solo un lieve saluto col capo.
Questa simpatia della povera fanciulla pel compositore copista, si modificò dopo qualche tempo in un sentimento più forte e da cui ella era turbata, benchè non si potesse ben render conto della sua natura. Quando lo vedeva, le riusciva difficile il distaccare gli occhi da lui e lo contemplava tra l'attonito e il trasognato. Quasi senza rendersene conto, cercava le occasioni d'incontrarlo e s'arrischiava di rivolgergli la parola più sovente che per lo passato. La voce di lui sembrava ammaliarla e se ne avesse ottenuto un sorriso o una parola gaia o dolce, sentivasi felice per tutta la giornata. Abitualmente però egli era concentrato e spesso non rispondeva che a monosillabi, benchè fosse sempre affabile e gentile.
Si capirà facilmente che dovevano essere strani gli effetti dell'amore in quella fanciulla strana, brutta, allegra. Il corpo e lo spirito se ne risentirono; il riso diminuì sulle sue labbra e lo sguardo divenne più fisso, il viso si allungò un poco; inoltre si fece più seria. Come le altre sotto l'influsso dell'amore diventano più belle, così ella diventò quasi più brutta.
Non vi era motivo perchè alcuna cosa cambiasse in quella casa; se non che, dopo qualche tempo, tutti quelli che vi dimoravano, e specialmente Maria (chiameremo così la povera ragazza di cui abbiamo scordato il nome), si fecero inquieti sul conto del nostro protagonista; e di una inquietudine che andava tutti i giorni aumentando.
La sua vita continuava in fatti, per così dire, a stringersi e diminuire da una parte e ad aumentare ed allargarsi dall'altra. La parte del lavoro materiale si riduceva ai minimi termini, quella dell'arte prendeva vaste proporzioni. Come viveva intanto? Bisognava pensare che egli fosse riuscito a far passare a poco a poco tutto il necessario nella categoria del superfluo. Non usciva quasi più di casa, quelli che gli avevano data della musica da copiare l'aspettavano inutilmente, mentre invece il cembalo si udiva più spesso e pareva fosse toccato sotto l'impulso di una inspirazione novella. Egli non era stato in alcun modo fortunato e l'unico suo tentativo grandioso era stato un grandioso fiasco; benchè anche i suoi nemici lo avessero giudicato un giovane d'ingegno affatto speciale.
Ma egli aveva quella confidenza in sè stesso che è fortemente sicura, aveva quel coraggio che nulla può abbattere. Lo scoraggiamento momentaneo che aveva seguito la sconfitta e che si era tradotto in quel tempo in cui viveva meglio perchè copiava di più, era scemato, ed ora il coraggio riempiva di nuovo gagliardamente il suo cuore e si sentiva tutto invaso dalla speranza. Allo stesso tempo era naturale che la sua guancia, impallidentesi sempre più, le lunghe ore di reclusione cui si condannava e nelle quali soltanto pareva si dilettasse, dovessero inquietare chi lo conosceva da vicino. L'amico venne a vederlo e fu fortemente impressionato dal suo aspetto e dai discorsi scuciti che gli tenne. Egli, d'ordinario pieno di dubbii, sembrava ora tutto gonfio di superbia e parlava con sicurezza dei suoi trionfi per l'avvenire. Fece udire all'amico qualcosa delle sue ultime composizioni e questi fu afflitto dalla strana piega che il suo ingegno prendeva. Infatti, dopo alcune battute sublimi, venivano delle pagine intiere di robaccia.
È necessario, per capire ciò che raccontiamo, farsi un'idea del carattere e della vita poco felice che aveva condotto Guglielmo. La sua era di quelle nature stanche e indolenti che non vogliono lottare; non tentò nemmeno di reagire contro alla sfortuna che lo lasciava nell'isolamento e metteva il suo ingegno nell'ombra. Si rassegnò mestamente alla povertà, alla solitudine, all'incognito. La vita non gli sembrava bella abbastanza da dover far troppa fatica per giungere a goderne in un buon posto; qualunque sforzo gli pareva soverchio, inutile ogni tentativo. Giudicava l'arte talmente bella per sè stessa e fonte di gioie intime tanto intense, da parergli vano il manifestare le proprie idee, puerile persino il cercare la gloria e l'applauso. In altri momenti invece cambiava completamente, e si sentiva nell'animo una tristezza amara vedendo i suoi sogni svanire e le sue illusioni cadere inesorabilmente una dopo l'altra. Ma tali momenti erano eccezionali, e, in generale, era rassegnato alla sua sorte, e tanto serenamente che pareva contento. Quando non era costretto a lavorare e che si metteva al cembalo, col leggìo da una parte per notare le idee di mano in mano che gli venivano, egli scordava tutte le sue miserie, pareva noncurante dell'avvenire, e tutto assorto nella felicità presente non avrebbe cambiato la sua sorte con nessuno. I giorni veramente tristi erano quelli in cui il cembalo era obbligato al silenzio.
Egli fu dunque relativamente in piena felicità quando riuscì a ridurre i suoi bisogni talmente da poter dedicare quasi tutto il suo tempo all'arte e vivere così quella vita intellettuale che cominciava, come dicemmo, ad inquietare i suoi amici.
Ma pur troppo la passione della solitudine, la indifferenza per tutto, tranne che per l'arte, quel sentimento di felicità in mezzo alle miserie, quell'estasi vana e non sempre possente, cominciavano a prendere a poco a poco il carattere di una monomanìa. Vi si dovrebbe forse aggiungere la completa mancanza d'amore in cui viveva, non conoscendo alcuna donna; non vedendone alcuna, tranne Maria, che dal canto suo lo guardava anche troppo, ma di cui egli naturalmente non si curava punto.
Un'idea gli era venuta che gli pareva bellissima, vasta, nuova,—ed aveva con moltissima fede e qualche speranza incominciato questo nuovo lavoro. Era dunque indispensabile di abbandonare il resto, ed egli aveva tutto abbandonato, vivendo Dio sa come. Nulla lo arrestava, il suo coraggio paziente e calmo non conosceva ostacoli, la sua forza di volontà era invincibile. L'amico, udendo qualche cosa qua e là che gli parve sublime, e vedendo quella fermezza di propositi insieme a tanto fuoco sacro, credette per un momento che fosse davvero alla vigilia d'un capolavoro.
Si accorse ben presto e dolorosamente d'essersi sbagliato. Il lavoro di Guglielmo procedeva a sbalzi, irregolarmente, falsamente; qualcuna delle sue facoltà si era affievolita qualche altra eccisivamente esaltata. L'amico si rimproverò di averlo un poco abbandonato, e benchè non fosse sempre benissimo ricevuto, ripigliò le sue visite frequenti come prima. Era stupito, e qualche volta un po' paurosamente, dell'umore variabilissimo di Guglielmo, il quale passava con la massima facilità, in un giorno, dall'orgoglio dell'assoluta confidenza alla triste spossatezza dello scoraggiamento.
Lo trovò una sera in quest'ultima fase, completamente abbattuto. Se ne stava al cembalo con la testa tra le mani ed i gomiti appoggiati alla tastiera in un'attitudine d'istupidimento morale. Non si mosse punto udendo qualcuno entrare, e non fu che dopo aver fatto uso alternativamente delle preghiere e delle minaccie, come si fa coi fanciulli, che si potè udire il suono della sua voce. Ma, rotta la diga, uscì un torrente di parole che pareva non si dovesse arrestare. Ripeteva spesso, cambiando solo di modo, le medesime idee; disse che non vi era alcuna speranza per lui, che ogni tentativo era inutile, che gli uomini e le cose, tutto gli era ostile. Cadeva in contradizione, ora malediceva l'ingiustizia umana, ora diceva che nulla gli poteva arridere, ma che lo meritava, il suo genio essendo una illusione e nulla più. L'amico riuscì a calmarlo un tantino, ma lo lasciò senza poter nascondere a sè stesso che quello stato non era certo rassicurante.
Nell'uscire trovò Maria sulla scala.—Dica, esclamò appena lo vide, come sta il signor Guglielmo?
—Abbastanza bene, egli rispose, un poco stupito dell'inquietudine della fanciulla.
—Ah! signore, riprese Maria, la guardi che non v'è bisogno d'essere a letto per essere ammalato.
—Ma Guglielmo non è ammalato.
—Voglia il cielo ch'ella possa aver ragione! Eppure, a dirle il vero, ho paura ch'ella si sbagli. Quel ragazzo si rovina a forza di studiare sulle note….
È impossibile farsi un'idea dell'effetto straziante che facevano quelle parole da nonna, dette da quella fanciulla. La voce malferma indicava poi chiaramente ch'ella era turbata. Che accadeva in quell'anima oscura?
—Maria, disse il giovane, sono assai contento d'averti trovata; puoi essere utile a me ed a Guglielmo.
Gli occhi infossati della fanciulla sfavillarono.
—E come?
—Ascolta: io dovrò probabilmente partire per qualche giorno, forse per qualche settimana. È meglio che ti confessi che anch'io non sono tranquillissimo sul conto di Guglielmo; badaci dunque tu più che ti sia possibile durante la mia assenza. Spero di poter venire ancora domani, ma se dovessi subito partire, te lo affido fin da oggi. Guarda come sta, osservandolo bene, e al mio ritorno, che affretterò, sappimi dire cosa fece in questo tempo.
—Stia sicuro, si fidi pur di me. Le saprò dir tutto.—Poi aggiunse con una paurosa espressione di tristezza:—speriamo che stia bene.
—Addio, Maria. Non dubito di te. Vedo che Guglielmo ti sta molto a cuore.
Dicendo queste parole guardò fissamente la poveretta con un lieve sorriso, ed ella, forse per la prima volta, arrossì.
È necessario dire quanto Maria fosse felice della missione affidatale? Ora aveva una scusa per entrare il più sovente possibile nella stanzuccia dell'artista (giacchè oramai l'aspettarlo sulla scala era inutile), una scusa anche verso sè stessa, per occuparsi di lui il più che le venisse concesso. L'indomani di buon mattino entrò da Guglielmo portandogli un mazzetto di fiori, di cui egli quasi non si accorse. Nella mezz'ora che rimase nella stanza si rese colpevole d'un furto che non vogliamo tacere: rubò un ritratto di donna che trovò a caso tra due fogli di musica.
Lo stato di Guglielmo parve migliorare, poichè dallo scoraggiamento eccessivo era passato, come gli accadeva, alla eccessiva speranza. Era sicuro di riuscire, sentiva che sarebbe diventato il primo maestro del mondo, non si accorgeva più dei cento mali che prima lo facevano soffrire. Ma la Maria non era sì facilmente ingannata dalle apparenze, giacchè l'amore è talvolta assai meno cieco di quello che si crede, e deperiva ella pure contemporaneamente ai progressi che il male, forse da lei sola traveduto, faceva in Guglielmo.
Quasi senza confessarlo del tutto nemmeno a sè medesima, come accade ben sovente, ella ne era davvero innamorata. Ogni suo pensiero, ogni suo sentimento era volto verso quella stanza; ella piegava tutta verso lui. In lui era la sua vita, solo su di lui i suoi occhi, fissandosi, non si toglievano più. Le preghiere, imparate da bambina, prendevano ora un significato novello; poichè la sua mente non poteva rivolgersi al cielo senza al tempo stesso rivolgersi a lui; pregava perchè fosse fortunato. Aveva, ancor più di prima, lunghissime ore di distrazione, talvolta non capiva quando le si rivolgeva la parola, tanto la sua mente era costantemente altrove. I suoi zii si accorgevano che una metamorfosi si stava compiendo in lei, senza che giungessero a comprenderla.
Guglielmo dal canto suo non vedeva nulla, ed ella soffriva maggiormente di questa sua indifferenza che di qualunque altra cosa. Anche senza essere riamata, le sarebbe paruto un altissimo grado di felicità ch'egli indovinasse ciò ch'ella non osava dirgli. Perfino la sua gentilezza, non essendo motivata da alcun sentimento, le riusciva quasi molesta. Sarebbe morta per lui, ma non poteva sopportare la sua noncuranza.
Se si volesse tentare di analizzare l'effetto prodotto dall'amore in quella meschina, si potrebbe scrivere lungamente senza forse aver finito. Quel sentimento era gradatamente penetrato in lei e l'aveva tutta invasa, ed ora non poteva più negarselo, poichè s'affliggeva, si tormentava, si struggeva e ben sovente nella notturna solitudine piangeva.
Uno dei tristissimi spettacoli di quaggiù è certo quello d'un ingegno vivace che, per colpa delle circostanze e per mancanza d'aiuto, degenera a poco a poco.
Al suo ritorno l'amico di Guglielmo andò subito a trovarlo e la prima persona che incontrò, entrando nella casa, fu Maria, che gli sembrò più pallida del solito e gli diede delle notizie non troppo buone. Egli salì prestamente la scala ed entrò nella stanza, dell'artista; ma quando lo vide gli parve che le relazioni di Maria fossero esagerate di molto—anzi, ebbe quasi la speranza ch'ella si fosse totalmente ingannata.
Lo trovò infatti, sebbene molto sparuto, pure col viso sereno e lo sguardo limpido e vivace come non si ricordava di averlo veduto mai, un sorriso si disegnava sbiadito sulla bocca, e la sua voce, nel dargli il benvenuto, fu calma e lieta. Ma pur troppo, l'illusione non durò che pochi istanti. Appena gli ebbe parlato per qualche tempo, si accorse del disaccordo che vi era nelle sue facoltà e come in quella intelligenza, che tentava invano di essere forte, vi fosse certo qualcosa di spostato.
Intanto, e forse per la prima volta, Guglielmo era felice. Il suo occhio, turbato dalla scossa che forse aveva ricevuto il cervello, non vedeva più gli oggetti esterni quali erano, ma bensì come la fantasia li dipingeva e come li avrebbe voluti. La realtà diventava falsa dinanzi al suo sguardo, e invece vere le visioni da cui la sua mente era allucinata. Nella sua musica egli non riscontrava più quello squilibrio tra la volontà creatrice e la forza d'esecuzione, che sempre e tanto affligge l'artista, o piuttosto non se ne accorgeva più, poichè non sapeva distinguere la parte che si era estrinsecata da quella che era restata dentro e udiva nelle sue note anche quella eco divina che sentiva, ma che non vi aveva saputo esprimere. Gli pareva che tutti i suoi sentimenti fossero stati tradotti, mentre invece manifestava meno di prima, allorchè la sua composizione lo addolorava sembrandogli sempre a mille miglia al di sotto del suo ideale.
L'amico ne fu davvero rattristato, poichè capì che l'ingegno possente che prima innegabilmente possedeva, andava lentamente sperdendosi, e solo la stranezza rimaneva. Lo lasciò con l'anima piena d'una mestizia profonda, ma curiosa all'istesso tempo, e promettendosi di non abbandonarlo più.
Il carattere di Guglielmo intanto migliorava ogni giorno, il suo umore facendosi sempre più eguale; egli era costantemente tranquillo, sereno e non aveva più quelle ore di abbattimento, quelle collere nervose che, prima, lo rendevano talvolta insopportabile. Era sicuro di sè, felice, sorridente. Guardava Maria molto più che per l'addietro, la riceveva sempre bene ogniqualvolta entrasse, si mostrava sempre contento di vederla, e la povera fanciulla quasi, in cuor suo, benediceva la monomania che lo rendeva più affabile.
Non lavorando più egli era quasi in miseria, ma non se ne accorgeva punto. Il suo abito era lacero, tutto si faceva di giorno in giorno più scarso, mangiare diventava a poco a poco una cosa pressochè fantastica;—ma egli non si curava di tutto ciò. La sua immaginazione, solo nervosamente esaltata, diventava in realtà ogni giorno più sterile—e più la sua musica si faceva banale, più egli ne andava orgoglioso. In realtà il suo ingegno s'immiseriva e scemava, ed egli credeva che s'innalzasse trionfalmente.
Non sembrava possibile che resistesse alla vita che conduceva. Non usciva, quasi non mangiava, non si moveva, non si distraeva; stava continuamente seduto al cembalo, assorto in una beata ammirazione delle povere cose ch'uscivano dalla sua mente ammalata. Cominciava a trovar tutto bello intorno a sè, come trovava sublime la propria musica, e non avrebbe scambiato le nude pareti della sua cella con la seta ed il velluto d'una reggia.
Tutte queste sue illusioni andavano di giorno in giorno e fortemente aumentando. Quando la sua musica era veramente bella, i suoi nemici non potevano essere di buona fede, sprezzandola; ora l'avrebbero trovata brutta in coscienza! Forse avrebbero avuto soltanto compassione. Talvolta sonava e scriveva e tornava a scrivere ed a sonare e si estasiava su delle pagine nelle quali mancava quasi il senso, e gli parevano piene di fuoco e d'inspirazione le cose le più frivole e comuni. La voce stridula del suo vecchio cembalo scordato gli riusciva dolce ed armoniosa come quella d'un Erard affatto nuovo. Ed il mobile sdruscito e frusto gli sembrava rilucente e perfino, di tanto in tanto, come vagamente ornato qua e là e ricco d'intarsiature e d'intagli. Il cielo grigio gli pareva luminoso e se un tenue e smorto raggio di sole penetrava nel suo abituro, gli pareva che ogni angolo fosse vivamente rischiarato e che una luce quasi divina lo inondasse. Guardandosi nello specchio rotto che era presso al letto si trovava bello. La paglia delle sue sedie figurava nella sua immaginazione il raso e il damasco, le macchie dei muri erano dorature, le ragnatele erano trine. La sua fantasia riscaldata gli faceva intravedere vagamente grandi tende di mussola; ed un ammasso di vecchi libri e carte e cose senza nome rotte e gettate, accatastate in un angolo, erano per lui una ordinata piramide di oggetti d'arte, di carte rare e di ninnoli preziosi.
In mezzo a tali visioni, a così bizzarre allucinazioni non era da stupirsi se, come era per gli occhi suoi splendido il suo tugurio, fosse anche divina per le sue orecchie la sua musica, oramai pur troppo! debole e senza senso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Una mattina un raggio di sole veniva proprio a posarsi sul leggìo del povero artista. Una serenità felice ed una ebrezza gaia gli riempivano il cuore. D'improvviso, e forse per la prima volta dopo moltissimo tempo, la sua memoria si volse al passato e rammentò confusamente le dolci cose troppo presto obliate e i suoi sogni d'amore e le fanciulle traviste nelle sue visioni di poeta! Le prime brezze primaverili entravano per la stretta finestra. Si sentì scosso da un fremito dimenticato ed avvolto in una estasi nuova, una fiamma di quasi vera ispirazione lo invase tutto. La passione cantava nell'anima sua e chi lo avrebbe detto? per la prima volta, dopo molto tempo, fece uscire dal cembalo delle note degne dell'estinto suo ingegno. Le sue dita battevano come febbrilmente i tasti; non pensava a mettere in carta ciò che componeva, creava per sè stesso e non per gli altri.
Pure qualcuno ascoltava, tenendo il respiro. Senza che egli l'avesse udita, la Maria era penetrata nella stanza adagio adagio e beveva quei suoni in una estasi ignota, a bocca aperta, stupita, amorosa.
Era qualcosa che rassomigliava a un canto d'amore e al tempo stesso a un brindisi voluttuoso e guerresco. Tutta la foga della passione, da tanto tempo costretta ad assopirsi, tutti i desiderii repressi e l'ebrezze vinte scoppiavano in quei concenti, pieni di dolcezza ammalata e d'indomabile voluttà. Tutti gli amori sognati si rivelavano in quelle note; ed egli, pallido, agitato, delirante, era perfino bello in quell'istante di risveglio possente.
I suoni a poco a poco diminuirono e cessarono. Ed egli stette un istante, con un sorriso di strana beatitudine sulla bocca, con l'occhio infiammato, con la guancia lievemente colorita dall'entusiasmo, immobile e quasi inebriato….
Udì un sospiro dietro di sè, si voltò e vide Maria. La guardò lungamente e fisso.
Allora, come gli era apparsa splendida la sua stanza oscura, come gli era sembrata sublime la sua musica, vide la misera creatura sotto una luce nuova e visionaria; quei lineamenti contorti divennero per lui regolari, quelle spalle curve, cadenti e rotonde; quell'occhio incavato lo abbagliò, quel corpo gli si mostrò perfetto, quelle vesti lacere e disordinate, ricche ed eleganti.
Nella povera Maria, sempre sdegnata, della cui idolatria non si era mai accorto, travide la donna sognata mille volte e non trovava mai. Con lo sguardo acceso, col cuore palpitante, sentendosi per tutto il corpo un brivido arcano; non come se il suo sguardo si fosse falsato, ma come se un velo gli fosse tolto dagli occhi—cadde a' piedi della fanciulla stupita e felice, e, come avrebbe detto ad una Venere fatta mortale che gli fosse sorta dinanzi, le disse, con un torrente di parole disordinate, tutto l'amore ch'era stato lungamente represso nel profondo dell'anima sua! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando l'amico tornò a vedere Guglielmo, trovò la cella solitaria dell'artista trasformata in un nido. Egli aveva sposato Maria. La bontà e la felicità brillavano in lei attraverso alla bruttezza. Guglielmo, calmo, ordinato, curato maternamente dalla povera amante, era tranquillo e sereno, sebbene sempre allucinato.
L'amico, ch'è un po' filosofo, pensa che il migliore augurio che si possa far loro, e il lettore si associerà certo a lui, è ch'egli abbia a ritrovare il suo ingegno e anche a guarire—ma non del tutto.