Quel giorno in cui Alberto ricevette l'amico in casa sua, in quelle lunghe ore in cui stettero insieme rinchiusi e che tanto inquietarono Emilia, non fu questione, come la poveretta credeva, di alcuna donne; solo si raccontarono tutta la loro vita, si dissero le mille e due cose che si hanno a narrare due amici che tengono comuni sentimenti, idee ed aspirazioni, e s'invidiarono un poco a vicenda. Udendo le parole d'incoraggiamento, piene di vita e di entusiasmo dell'amico, Alberto sentiva una sensazione di benessere indicibile, e una lieve speranza, tutta verde e rosea, cominciava a rendere meno bruni i pensieri che da tanto tempo l'opprimevano. Ascoltava rianimato le parole robuste della confidenza e della fede, gli riuscivano dolcissime le frasi brusche che lo rimproveravano fortemente di ostinarsi a rinnegare il proprio ingegno. Ma l'amico fece più che incoraggirlo e rimproverarlo: gli additò una nuova via. Gli disse che le pagine ch'egli aveva ricevuto spesso, in cui Alberto parlava con l'eloquenza vera dell'anima, erano migliori che tutti i suoi quadri e che se si era dovuto persuadere a gettare il pennello, come impotente a tradurre con essi i propri pensieri e le proprie fantasie, poteva prendere la penna e tentare ancora una volta. A questa idea la speranza si fece reale e gagliarda ed empì tutto il cuore d'Alberto, e di un tratto vide aprirsi l'avvenire dinanzi a sè. Si mise al lavoro. Fu allora che Emilia scrisse alla contessa: «non so perchè, ma sento che non è più mio». Aveva torto?
Molto tempo passò ancora così. Alberto si accorgeva di giorno in giorno che i consigli dell'amico erano buoni e la sua scoperta vera, ed ora incominciava per lui la luna di miele dell'arte. La via che prima aveva scelto gli riusciva aspra e difficile, non essendo la sua; questa gli era facile ed incantevole. Il suo pensiero si allontanava da Emilia, sebbene continuasse ad amarla; ma egli stesso, senza volerselo confessare, si accorgeva che l'amava meno. A qualcuno parrà forse che il nostro giovane protagonista non fosse giovane, che le illusioni ch'è obligo di avere alla sua età egli si prendesse sfacciatamente la licenza di non averle, e che, malgrado la sua natura poetica ed ardente, fosse ben positivo e ben calcolatore persino nei suoi momenti di slancio. E qui come al solito è necessario fare la distinzione tra il rimanente dei mortali e coloro che tentano di creare: questi, per la maggior parte (e Alberto fra essi), sentendosi fin da fanciulli spinti più degli altri all'osservazione, allo studio della natura e dell'anima umana, meditano e si guardano attorno e leggono e pensano e riflettono molto più e molto prima degli altri, e perciò sino a un certo punto, se ci si permette l'espressione, hanno l'esperienza innata. Si parla sempre dei disinganni, delle disillusioni cui specialmente vanno soggetti i poeti e gli artisti; ma non è sempre vero: ben sovente in essi l'illusione muore mentre nasce, e il disinganno arriva prima dell'inganno. Essi, giovani, sono preparati a tutto; hanno già quasi sempre acquistato quella serena inalterabilità che difficilmente viene turbata; conoscono troppo presto la vita perchè qualcosa li possa ingannare e sono presto vecchi, conservando però, ci spieghi l'enigma chi vi riesce, tutta la forza e l'incanto della gioventù e persino qualcuna delle ingenuità e delle leggerezze dell'infanzia. Ecco perchè Alberto, fin da quando era partito con Emilia, aveva travisto la possibilità che un giorno si potrebbe dirigere verso un'altra meta; egli si era reso troppo certo della brevità e della varietà delle cose umane, perchè tali pensieri non avessero a tormentarlo.
Dacchè erano insieme e specialmente dacchè Alberto aveva cominciato ad allontanarsi un poco da lei, volgendosi tutto a quella grande speranza che lo invadeva, Emilia era molto cambiata. La sua salute non era mai stata perfetta, la sua bellezza era fragile; le forti emozioni provate, il dolore d'essere divisa da' suoi, da tutto che prima amava, l'amarezza segreta di essere discesa dinanzi agli sguardi altrui, la vita nomade e inquieta, tutto l'aveva impallidita, stancata, affievolita, e già sul suo giovane viso, qualche piccola ruga cominciava a raccontare la storia della sua vita. Egli, malgrado la sua distrazione, se ne accorgeva—e una pietà, figlia di un nuovo amore arcano e dolcissimo, l'assaliva tutto, e circondava per qualche tempo Emilia di cure tali da fare momentaneamente rinascere la confidenza in quel cuore titubante.
Un giorno giunse ad Emilia una nuova inattesa. Sua madre era gravemente ammalata e chiedeva di vederla. Questa notizia la commosse fortemente e risvegliò nel suo cuore sentimenti da lungo forzati ad assopirsi. Ella non aveva veduto più nessuno de' suoi dopo la fuga, eppure aveva conservato una profonda affezione a sua madre, che, sebbene severa e dura, era stata però buona a suo modo per lei.—La notizia improvvisa fu una fortissima scossa. Risentiva un immenso dolore, non affatto scevro di rimorso per la malattia di sua madre, e le pareva che se avesse a perderla si troverebbe come sola in un abisso; tanto è vero che l'affetto di una madre è così forte e possente che oltre a non poter essere sostituito da alcun altro, si esercita anche a distanza ed ha una influenza misteriosa anche quando circostanze speciali hanno sciolto il nodo della natura;—ed al tempo stesso provava una gran gioia ed una indicibile commozione all'idea di rivederla, prevedendo che all'istante di riabbracciarla sentirebbe una voluttà santa. Ma pensava con terrore che forse dovrebbe lasciare Alberto per molto tempo, ed allora i presentimenti che da tanto tempo l'agitavano diventavano fantasmi reali e di una forma orribile e le si avvicinavano spaventevolmente.
Si era allora alla fine dell'autunno, ed era una triste e piovosa giornata quella in cui Emilia partì. Disse ben mestamente addio ad Alberto, come se non avesse a rivederlo più. Si sentiva il cuore gonfio, vedeva tutto nero, le pareva che un velo funebre calasse su tutto. Per la prima volta dopo molto tempo palpitava per qualche cosa che non era Alberto, ed il dolore, all'idea della probabilità di perdere sua madre ch'era già in età avanzata, era in lei terribile; pure questo sentimento di dolore acerbo rinforzava, esaltava il suo amore, e capiva più che mai ch'egli era tutto per lei, ch'era la sua vita, l'unica sua meta. Quando fu in vagone, mentre la locomotiva fischiò, mandò con la mano un ultimo saluto ad Alberto, e in quel momento si sentì una fitta tremenda al cuore. Si appiattò nel suo angolo, alzò il vetro, si strinse nel mantello e guardando distratta le campagne mestamente lavate dalla pioggia e gli alberi che si correvano dietro veloci, lasciava che i suoi pensieri egualmente s'inseguissero; ma non erano verdi, e spesso uno nero veniva a cacciarne uno bruno. Era in uno di quei momenti serii in cui molte cose ne si presentano sotto un aspetto nuovo ed improvviso. I suoi pensieri si dividevano tra quello che aveva lasciato dietro di sè e quella cui andava incontro, tra l'affetto della sua infanzia e l'amore della sua gioventù; tra il tavolo di studio dove vedeva colui al quale si era data tutta e per sempre, e il letto ove stava una morente che le perdonava, perchè i rancori di questa terra non si possono portare altrove. Si sentiva la testa debole. Era seduta davanti ad un vecchio elegante il quale portava una grossissima catena d'oro da cui non le riusciva di togliere lo sguardo. D'un tratto, senza accorgersene, interruppe i suoi pensieri per osservare le piante che si vedeva sfilare davanti. Qualche volta le pareva che tutto fosse un sogno, oppure si scordava perchè era in viaggio, e poi il doloroso motivo le ritornava dolorosamente d'improvviso alla memoria con una fitta nel cuore. L'era stata una consolazione la parte che Alberto aveva preso al suo dolore—ma al tempo stesso l'idea di una separazione che poteva prolungarsi la spaventava; tanto più che Alberto aveva deciso di andare, durante la sua assenza, a Parigi con l'amico. Senza ch'ella sapesse troppo il perchè, quel nome «Parigi» le diventava odioso—ella temeva la maggiore lontananza. In quelle poche ore di ferrovia, tutta la sua vita le passò davanti alla memoria, sfilando anno per anno, come il paese variato che le si stendeva dinanzi allo sguardo. Fu uno di quei viaggi che non si scordano. Tutti abbiamo così delle ore in cui si discende nel passato e si ricapitola, in cui l'anima nostra somiglia ad un viandante che si arresti a mezzo la collina per volgersi indietro a riguardare ad uno ad uno i sassi, i fiori, i torrenti e i ruscelli della via già scorsa. Finalmente giunse; fu ricevuta affettuosamente dai suoi e si accorse ch'erano impressionati dal cambiamento che scorgevano in lei, benchè nulla ne dicessero. Rivedendo la casa ove aveva passati gli anni dell'ignoranza, si sentì soffocare da un'emozione non mai provata prima. Fu condotta subito nella camera dell'ammalata, il cui viso, malgrado tutto, s'illuminò, vedendola, di un sorriso di beatitudine; baciò piangendo quel volto forse impallidito per colpa sua, e si assise al suo posto, a' piedi del letto, con l'intenzione di non lasciarlo più finchè la sua presenza fosse necessaria. La malattia era gravissima, ma si sperava ancora.
Alberto fu triste per la partenza di Emilia, come non avrebbe creduto di esserlo. Egli che si era messo con tanta lena al nuovo lavoro che i consigli dell'amico gli avevano fatto intraprendere, ora tornava di nuovo a trovar tutto vano ed inutile, dacchè la sua stanza di studio non poteva più essere illuminata di tanto in tanto dal sorriso di Emilia. Egli che da qualche tempo la trascurava un poco, ora si sentiva talmente pieno d'amore per lei, che non si ricordava un'ora cotanto triste quanto quella in cui aveva udito il fischio della locomitiva che la rapiva. La sala, il posto ch'ella occupava vicino alla finestra, il ricamo mezzo finito sul telaio, il tagliacarte lasciato nel libro, le sbarre del focolare dove i suoi piedini si appoggiavano, i fiori che ora appassivano nei vasi, tutti cotesti segni della sua assenza lo riempivano di malinconia. Il profumo di lei ch'empiva tutta la casa e che gli era sempre stato dolce, ora lo rattristava. Ed era contento della decisione presa di partire, poichè dovendo separarsi da lei, non poteva sopportare di essere continuamente circondato da mille cose che la rammentavano; si sentiva il bisogno di variare tutto intorno a sè, di una vita affatto nuova in mezzo ad oggetti non soliti. Giunto a Parigi infatti queste impressioni si affievolirono; le lettere che riceveva quasi quotidianamente da Emilia gli parevano quasi lei e quasi gli bastavano; le distrazioni, il contatto di quella società letteraria così divertente in cui venne subito introdotto dall'amico, gli aprivano la mente a nuove idee, si vedeva dinanzi gli orizzonti dorati della soddisfazione e del successo. Le speranze che da qualche tempo gli apparivano vaghe e lontane ora si avvicinavano e si facevano reali. Il suo spirito di osservazione, il suo ingegno penetrante che certa ne dovevano fare uno squisito narratore, gli consigliarono un'idea, e allora la febbre del lavoro lo prese. Non escì più che raramente e dimenticò tutto nell'opera che lentissimamente prendeva una forma.
«Mia madre sta un poco meglio, comincia a mangiare e fra qualche giorno potrà forse alzarsi un tantino, ben inteso che questo miglioramento pur troppo non diminuisce per nulla la gravità del male; i medici al solito non vi capiscono molto. Di aspetto non è male, chè si è molto rialzata di morale dopo il mio arrivo; la povera donna si era ostinata a non volermi vedere, ma faceva uno sforzo; ora non può fare a meno della mia compagnia ed io non la posso abbandonare; se sapessi quanto la sua accoglienza mi ha commossa, bisognerebbe perciò capire tutto il bene che mi ha fatto il suo perdono. Mio padre è giunto da Napoli; davanti al pericolo tutti i rancori cessano e le affezioni rifioriscono; egli col suo solito modo strano mi ha ricevuto non calorosamente, ma come niente fosse; zia Paolina e Giulia sono pure qui; capisco che la mia presenza non li soddisfa molto, ma faccio finta di non accorgermene e cerco tutti i modi per strappare loro un poco di simpatia.—Vedendo la mamma relativamente così bene, non mi so persuadere che non vi abbia ad essere rimedio e non so tralasciare di abbandonarmi qualche volta alla speranza; ma la è una ben piccola speranza, poichè i progressi del male sono lenti ma sicuri. Non puoi imaginarti la terribile sensazione di freddo che mi passa per le ossa all'idea di perderla presto. Dio volesse conservarla; ora che la malattia ha servito a riunirci, potrei vederla ancora di tanto in tanto…. comprendi dunque che ho motivo di essere triste senza contare la tua lontananza. Quella poi mi affligge e un poco mi spaventa. Oh! se tu potessi esser qui con me!…. In ogni modo la nostra separazione sarà lunga certo; è necessario dirti quanto ne dovrò soffrire, a te che conosci il mio amore?—E poi ti sei ancora allontanato maggiormente; sei a Parigi…. Mi amerai lo stesso? Come rideresti forse se ti avessi a dire tutte le mie paure e i pensieri tristi e pazzi insieme che molte volte mi assalgono e che non so respingere. Se avessi il coraggio di scriverteli qui ad uno ad uno, mi parrebbe già vedere il sorriso che spunterebbe sulle tue labbra, quel sorriso che tu solo possiedi e che mi ha rassicurata tante volte, e tante volte mi ha fatto tremare. È per me un supplizio il non poter parlare di te; ma nessuno ti nominò e sembra che per un tacito accordo tutti fingano d'ignorare quasi la tua esistenza; nessuno m'interrogò sul passato che hanno voluto obliare, e per ciò, silenzio! Alberto è una parola esiliata dalla casa e forse è meglio, ma ne soffro ancora più. Mi sfogo scrivendo dei volumi in folio a Maria, la cui amicizia è la mia seconda gioia quaggiù; a lei dico tutto, sì signore, forse più di quello che dico a te, perchè ella non sorride; ma tu non ne sei geloso, non è vero? Già, te lo dico in confidenza, è anzi una delle cose che qualche volta mi spaventa che tu non sei geloso, e non lo sei affatto, ma proprio niente…. A lei dico tutto come vien viene; ed ella m'intende e ha la pazienza di rispondere e di rassicurarmi e spinge l'adulazione fino a farmi incessantemente i tuoi elogi. Ben inteso che non scrivo a lei che dopo d'aver scritto a te, e a te voglio scrivere il più che sia possibile, anche tutti i giorni se ne ho tempo; non ti annoiano tutte le mie chiacchiere, non è vero?—Sai che qualche volta ho un po' vergogna a mettermi a scrivere? Chi sa come sono queste mie povere lettere che non ho nemmeno tempo di rileggere. Ma già con te non so fare altrimenti, lascio che la penna vada come vuole, basta che ti abbia detto almeno cento volte che ti adoro con tutta l'anima e che ti supplico di pensare a me il più che puoi…. quando hai tempo.
«Scrivi?—Già tu lavorerai con furore e frenesia e tanto che ti farà male. Bada a quello che fai, non stancarti troppo, abbiti cura, te lo chiedo per me. Non puoi imaginarti con quanta beatitudine penso che finalmente il tuo ingegno ha trovato la sua vera strada, che per te sono finiti i giorni dello scoraggiamento, che il successo nella nuova via ti compenserà fra poco del disinganno nell'altra, che la tua fronte si è rialzata e il raggio della speranza ritorna ad illuminare il tuo sguardo; il pensare che quando ci rivedremo non avrai più quelle lunghe ore di tristezza e di abbattimento provenienti dall'ozio al quale ti eri tu stesso condannato, e che il tuo genio non oserai più negarlo quando tutti l'avranno proclamato! Non posso fare a meno che sentire riconoscenza per chi ti ha mostrata la via che ti stava dinanzi e che tu non vedevi; per quello cui dovremo la tua gloria futura.Dovremo, quanto è dolce una tal parola! Io ti amo con tutte le forze dell'anima e ti amo con tutto l'orgoglio che deve avere la donna che tu hai prescelto.—Come vorrei esserti vicina ora che il sorriso della sicurezza è spuntato nuovamente sul tuo labbro, ora che tu non ti rinneghi più. Tu certo non sentirai troppo la separazione che mi riesce tanto penosa; perchè le nuove idee ti occuperanno, perchè sarai tutto assorto nel lavoro e troppo consolato dalla speranza. E mentre tu vivrai nella capitale del mondo, distratto dallo studio e dai divertimenti, io starò qui sola, al letto di mia madre, pensando a te, invocando la sua guarigione e il tuo ritorno. Oh abbi pietà di me, non dimenticarmi, amami e cerca di dirmelo il più presto che puoi!
«Non voglio più annoiarti, nè stancarti; mi sono promessa di non parlarti più della mia gelosia, nè delle mie paure; ti dirò ora solamente che, se non avessi il dovere che mi trattiene qui e se il mio tempo non fosse tutto occupato dall'assistenza che ho la consolazione di poter prestare a mia madre, questi che passano per me non sarebbero giorni, sarebbero un tempo senza limite, senza scopo, senza vita. Lo sai che la mia esistenza è dove tu sei.»
Quanto piacere e quanta tristezza insieme si trova nel conforto che le lettere portano all'assenza! Esse ne diminuiscono l'effetto e rallentano la inevitabile azione del tempo, ma non la impediscono nè l'arrestano. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fa il suo lavoro, ogni spazio di tempo che passa aumenta la distanza. Alberto che sulle prime si sentiva isolato, triste, affranto, a poco a poco si abituò all'assenza, come abbiamo visto, e passava la vita tra il lavoro e le lettere che riceveva da Emilia, di cui abbiamo voluto dare un saggio. Sul principio egli le aspettava ansiosamente, con impazienza delirante; se tardavano s'inquietava, se mancavano non poteva più mettersi al lavoro, ma poi cominciò a riceverle come una cosa di abitudine e, internato nel suo lavoro che occupava ogni sua facoltà, molte volte non si accorgeva più del ritardo o della mancanza d'una lettera. Dobbiamo confessare tutto? Dapprima gli parevano dolci, ineffabilmente buone, adorabili, inimitabili, poi non poteva negare a sè medesimo che un poco si ripetevano, ch'erano motivi sulla stessa nota, e talvolta inquiete e paurose senza ragione, e interrogative senza scopo. Qualche volta il dover interrompere il suo lavoro per rispondere gli riusciva di peso; e allora la sua risposta era corta, frettolosa, ed Emilia per tutto il giorno seguente restava triste ed abbattuta.
Alberto scriveva con una facilità, con una ispirazione di cui non si sapeva capace; una quantità d'idee nuove, lucenti gli si affacciavano in folla alla mente, la tessitura del suo lavoro egli se la vedeva tutta dinanzi allo sguardo, nell'insieme e nelle sue singole parti. Gli sembrava impossibile fermarsi; tutte le sue facoltà erano rivolte al suo manoscritto e il contento ch'egli risentiva gli sembrava superiore a tutti gli altri. Il suo volto s'impallidiva un poco stando tante ore rinchiuso, ma un sorriso di una soddisfazione sconosciuta spuntava sulla sua bocca dopo una lunga giornata di lavoro. Egli leggeva ciò che scriveva di volta in volta all'amico e questi doveva confessare ch'erano superate le sue proprie speranze. Dopo qualche, tempo gli parve che vi fosse una distanza incalcolabile tra la sua nuova vita e quella di prima, e la casetta lungo l'Arno gli sembrava di averla lasciata da un gran pezzo.
Le vaghe speranze di Emilia non si avverarono, e molti mesi dopo le cose narrate la ritroviamo ancora seduta tristamente al letto di sua madre. Sono terribili quelle malattie in cui la morte è l'unica soluzione possibile; così lunghe e dolorose, ch'essa è aspettata come un angelo luttuoso ma liberatore. Ritroviamo Emilia assai mutata; la freschezza ha abbandonata la sua guancia e la vivacità il suo sguardo, che ha preso oramai una espressione di stanchezza rassegnata e una fissazione che fa male a chi la osserva. Persino nella posa vi è qualche cosa di più affievolito che in quella che le conoscevamo, e nel suo passo si osserva quella pesantezza propria di coloro che domandano a sè medesimi perchè si debba camminare. Nella lunga malattia di sua madre, nella inutilità dei soccorsi prestati, in quella lassitudine profonda che ne afferra quando sappiamo che la disgrazia temuta è inevitabile, vi è una sufficiente fonte di tristezza per giustificare il cambiamento che constatiamo—pure questi motivi non n'erano l'unica causa, nè la principale.—Il dubbio che da tanto la rodeva (se non quello di essere sacrificata, per lo meno quello di essere dimenticata) si era fatto certezza, e il suo cuore stava morendo in lei.
Sentiva che i giorni lieti erano finiti. Fra la sua vita presente e quella di qualche mese prima vi era un abisso; allora ella viveva in pieno sole, respirando con delizia l'aura della gioventù; tutto le piaceva, tutto la divertiva, tutto aveva uno scopo ed ella sorrideva a tutto. La sua giornata era tutta occupata; l'amore illuminava ogni cosa con il suo raggio immortale; tutte le persone che l'avvicinavano l'erano simpatiche; dovunque si trovava nel proprio elemento. Ora invece, ad ogni nuovo mattino che veniva a risvegliarla doveva aprire gli occhi dolorosamente, domandando a sè medesima a che serve la vita; si alzava, si vestiva macchinalmente; parlava e le sembrava che il linguaggio che udiva non fosse il suo, si sedeva al letto di sua madre e quasi non se ne moveva che per andare a pranzo con gli altri, il che era un piccolo supplizio quotidiano. Poi, alla sera, appena lo poteva, si chiudeva nella sua stanza, scriveva tristamente ad Alberto, non più con l'espansione dei primi tempi, ma nascondendogli le sue pene per non annoiarlo inutilmente, e poi cercava il sonno. Si vestiva alla mattina e si svestiva alla sera, nè più si curava di quella eleganza sua propria che era uno dei distintivi del suo carattere; non le rimaneva che quella parte che nulla poteva toglierle. Se qualcuno di coloro che l'avevano incontrata a caso sulle montagne della Svizzera, con la veste grigia sollevata sopra la sottana rossa, l'occhio pieno di luce e di allegrezza, il piede fermo e il passo agile, la guancia rosea di gioventù e di salute—l'alpenstock alla mano e il cappellino tutto coperto di rose selvatiche; o nella sua piccola villa, di estate, tutta avvolta in una mussola fresca, leggera, che scorreva sveltamente sulla minuta sabbia dei viali, mentre si metteva le due mani alla bocca per chiamare Alberto dalla sua stanza del primo piano—la rivedesse ora, crederebbe avere dinanzi agli occhi qualcosa di somigliante alla visione di prima come l'ombra alla realtà.
Scriveva alla contessa:
«Non sono più quella che tu conosci; se mi avessi a vedere, saresti forse spaventata dal mio aspetto; le mie lettere ti mostreranno quanto si sia mutato il mio carattere e come ogni coraggio mi abbia lasciato. Il vuoto si fa intorno e dentro di me; capisco che in me stessa come nella mia vita c'è qualcosa che si rompe, sento che nulla più mi appartiene, fuorchè il passato. Ti ringrazio mille volte per le tue buone parole; e per la tua amicizia che è sempre la stessa, ti sono sempre egualmente riconoscente: ma che vuoi? da quando ci parlammo ad ora sono passati dieci anni per me. Come vorrei vederti!—Le mille paure che mi agitavano una volta non le sento più, e la gelosia non mi rode; ma sono certa che oramai sono qualcosa di ben secondario nella sua vita. Doveva essere così, ma è orribile saperlo. Non credo ch'egli siacambiato, ma so di non essergli in alcun modo necessaria; egli mi ama forse ancora, ma è impossibile che pensi molto a me e l'oblio è ben vicino all'indifferenza. Essere dimenticata! il peggio di tutto.
«Le sue lettere mi fanno un male indescrivibile; sono dolci e buone come sempre, ma scritte percoscienza; talvolta cortissime e frettolose; si vede ch'egli ruba a stento il quarto d'ora dedicato a provarmi che si ricorda di me; so che lo fa per abitudine e per pietà; glie ne sono grata malgrado tutto, ma ciò mi sembra ben crudele. Io lo amo come sempre e non lo incolpo affatto. Non poteva io sperare di riempiere la sua vita. Non m'interesso più a nulla, non leggo, parlo poco e vorrei non pensare. Vegeto, e ringrazio il cielo di essere utile nell'assistere mia madre. Oh! Dio, quanta tristezza mi circonda! Non so cosa succederà di me, ma credo che sarà ben poco. La primavera si avvicina; ieri era una giornata magnifica e stamane vedo dalla mia finestra la gente che va a spasso per godere del bel sole. Oggi voglio uscire anch'io tanto per distrarmi un tantino, ma non mi sento bene da un pezzo e la più corta passeggiata mi stanca. Talvolta un'idea fissa s'impadronisce di me e non me ne so più distaccare; questa notte per esempio mi ricordava gli spropositi e la figura grottesca d'un cicerone che ne condusse per il castello di Heidelberg e che non ho mai potuto rammentare senza ridere, e mi sentii nel cuore un'amarezza indicibile. Mi sento invecchiata e mi pare di essere lontana da tutto ciò che mi rese felice; pure sono i miei ricordi più recenti. Eppure sono calma; non vi è alcun mutamento nelle mie maniere, non mi accorgo quasi io stessa di soffrire, e quelli che mi avvicinano certo non se ne accorgono affatto. Il mio è un dolore purissimo, poichè non so darne a lui alcuna colpa e mi ci ero da un pezzo preparata; mi ritiro tutta in me stessa e non oso misurarlo. La malattia di mia madre intanto fa progressi incessanti; tutte le mattine il medico crolla il capo e non sa fare altro.»
Alla morte di sua madre, Emilia pianse lungamente e quelle lagrime fu lenta a poterle rasciugare; ma d'un tratto si sentì estranea in quella famiglia, ch'era stata riunita solo per prestare assistenza a colei che non era più; ripassò per la medesima strada che aveva percorsa pochi mesi prima e ritornò nella casetta dei giorni felici. La prima impressione fu strana. Una serenità blanda e profonda la invase tutta e con essa una malinconia meno triste; ma la casa le sembrava il fantasma di quella che aveva abitato.
Alberto aveva quasi terminato il suo lavoro. In breve avrebbe potuto cogliere il frutto delle sue fatiche. Il momento tanto atteso era vicino. Si sentiva circondato da un'aura di speranza. Tutto il resto scompariva dinanzi al suo sguardo. Lavorava indefessamente—quando, una sera, ricevette una lettera di Emilia con la data di Firenze e una larga riga nera all'intorno. Era una lettera breve, triste, calma; tra l'altre cose diceva: «non avendo oramai più nulla che mi tenesse colà, sono tornata qui per preparare e stabilire ogni cosa», ma non diceva «ti aspetto».—Alberto era occupatissimo e come preso in un vortice; non gli era possibile partire da un'ora all'altra, ma affrettò ogni cosa per poter presto raggiungere colei che certo lo aspettava con impazienza. Non poteva negare a sè medesimo che non l'amava più come una volta; desiderava molto rivederla, ma allo stesso tempo non si sapeva togliere ai novelli vincoli possenti e soavi che lo trattenevano. Oh s'egli fosse stato in una simile circostanza in altri tempi! Anche se trattenuto da un interesse fortissimo, come avrebbe lasciato ogni cosa, per correre da quella che tutta gli riempiva la vita! Ora invece voleva partire, ma quasi inconsciamente esitava a togliersi all'atmosfera inebriante in cui si trovava. E d'ora in ora ritardava, senza quasi rendersene conto. Benchè, partendo, andasse verso l'amore, verso il sole, pure provava uno strazio nel lasciare la sua nuova esistenza; l'attrazione lontana, sebbene non osasse confessarselo, era meno forte di quella vicina.
L'amico indovinava tutto, ma non osava dirgli: «Non l'ami più come una volta», essendo certo di ricevere una smentita; calcolando però quanto Emilia fosse ansiosa di rivederlo e come dovesse soffrire del più piccolo ritardo, lo esortava a partire.
Ella lo aspettava infatti. Non faceva altro. Vi erano dei momenti in cui le sembrava che non dovesse più venire. L'aprile s'inoltrava ed il giardino era tutto verde e fresco; ma in quella dimora piena di luce e di fiori ella era ben triste. La solitudine è terribile quando non è rischiarata dalla speranza. Ogni ora trascorsa le sembrava una nuova prova che Alberto non l'amava più: non aveva però alcun risentimento; nessuna di quelle idee volgari che agitano in tali casi la toccavano, ma soffriva. Non sapeva cosa non avrebbe dato perchè quell'uscio sul quale dal suo angolo vicino alla finestra volgeva sempre lo sguardo, avesse ad aprirsi. Aspettare qualcuno che non viene perchè dimentica è una delle grandi miserie della vita. Avrebbe compito qualunque sacrificio per affrettare di un'ora il suo arrivo. Al tempo stesso gli scriveva: «Puoi credere quanto desidero riabbracciarti, vieni appena puoi, ma non ti affrettare per me: fa tutto quel che devi fare».
Ella soffriva intanto atrocemente. Trascinava penosamente i giorni lunghissimi in un'agonia di aspettazione. Era piena d'impazienza, di paura; le pareva che Dio la sottoponesse ad una prova superiore alle sue forze—ed interminabile.
Il momento dell'arrivo ella se lo imaginava sempre. Egli aveva scritto: «Questa sarà la mia ultima lettera; non avrò tempo di scrivere in questi ultimi giorni, in cui affretto tutto per essere con te al più presto. Spero in breve di poter finire ogni cosa e verrò a sorprenderti». E la sorpresa ella l'aspettava sempre. Dal suo posto favorito guardava il cancello e diceva fra sè: «Ecco, io sentirò la carrozza e correrò ad incontrarlo nel giardino». E a un tale pensiero una gioia inenarrabile le rigonfiava il cuore. E ogni volta che passava una carrozza, si alzava per vedere e il cuore le batteva…. ma la carrozza tirava dritto. «E se invece venisse di sera?» pensava invece talvolta. Io sarei qui vicina alla lampada, ed egli entrerebbe d'improvviso senza che io me ne accorga….
Quando finalmente giunse davvero, fu ben altra cosa; era un minuto in cui meno se l'aspettava, quando a un tratto udì la sua voce; egli parlava col giardiniere, entrando. Impallidì e un tremito l'assalse, volle moversi, ma restò paralizzata sulla sedia. Egli entrò ed ella non seppe che stendere le mani, poichè le parole non venivano…. Fu uno di quei momenti che compensano di molti dolori. Egli era un po' diverso, ma di bellissimo aspetto e lo sguardo contento.
Vedendola tutta pallida con le sue vesti di lutto capì ogni cosa. Non ebbe bisogno di domandarle la causa del suo pallore e del suo decadimento. Scorse con uno sguardo tutto quello che aveva sofferto e come lo aveva aspettato. Ebbe rimorso di ogni ora che aveva perduto nel venire e si sentì nel cuore un'amara ed immensa pietà. Inoltre gli parve abbellita nel suo pallore.
Oh! quelle prime ore come passarono veloci! come si sentì ristorata quando potè avvolgergli il collo con le braccia e piangere sul suo petto! Gli disse piano piano come se alcuno potesse udire: «Non sei più mio, ma mi vuoi ancora un po' di bene, non è vero? ne ho tanto bisogno. Sai che ero così gelosa, ma come non te ne puoi fare un'idea! Ne vedevo tante di più belle, di migliori di me. Avevo torto e te ne chiedo perdono; nessun'altra è venuta a frapporsi fra noi due. Ora non lo sono più. Comprendo che non ne ami alcuna, ma sento che quel mondo che hai in te ha fatto piccolo il mio posto nel tuo cuore. Tu mi dirai che mi ami ancora; lo credo, ma so che non sei più mio. Tutto è finito; io temeva le altre ed avevo torto, ma in qualche modo doveva finire, e dopo che non hai più bisogno di chi ti consoli, che vuoi far di me? Non ti sono più necessaria».
Egli la rassicurò lungamente, dolcemente; le parlò a bassa voce come ai primi tempi, la consolò con tutto l'amore che potè trovare, ed ella gli fu ben riconoscente per il suo tentativo pietoso.
Tutti coloro che hanno perduto prematuramente una persona cara, sanno quali siano le angoscie, la disperazione prodotta da una malattia mortale che inaspettata, inesorabile piomba su di una casa come un uccello di rapina. L'anima si rivolta contro la Providenza, si fatica a trattenere la bestemmia che l'ingiustizia del dolore spinge sul labbro e la ragione la più sana è momentaneamente sconvolta dinanzi alla calma e tremenda inesorabilità del fato. Dio appare spietato; l'uomo crassamente ignorante nel non saper mettere un argine al prematuro lavoro della natura; i medici sembrano imperdonabili nella loro impotenza, e a un tratto tutto ne appar falso, bugiardo quaggiù. Allora il sole che irradia i campi e illumina l'azzurro del cielo con la sua luce tranquilla, l'aspetto trionfante della natura, l'immenso sorriso del firmamento, tutte quelle inenarrabili bellezze che prima ne consolavano il cuore, e ridonavano allo sguardo il raggio della speranza e dell'allegrezza, ne sembrano invece la più amara ironia; nè sappiamo con la terribil guerra che ne agita internamente perdonare al mondo la sua divina inalterabilità.
Pochi mesi erano passati dal ritorno di Alberto, quando la sventura si abbattè d'improvviso sulla piccola villa ridente, ch'era stata spettatrice di tanta serena felicità. Sebbene ella avesse perduta la fede, pure la riunione dopo una sì dolorosa assenza aveva ridonato in parte ad Emilia la salute e le sue guance cominciavano a tingersi ancora di rosa; quando si mise un brutto giorno a letto con una febbre ardente. Dapprima fu creduta cosa passeggera, ma dopo prese il carattere tifoideo. Nei corpi indeboliti, e quando il morale ha avuto una troppo forte azione sul fisico, tali malattie perdonano raramente.
Alberto non si mosse una sola ora dal suo letto; una tristezza incommensurabile s'impadroniva di lui dinanzi a quella vita tanto amata che si spegneva avanti sera; una tristezza profonda—ma calma. N'era addolorato sin nel fondo del cuore, sentiva che quella morte doveva porre il velo del lutto su tutta la sua vita, pure era il suo un dolore diverso da quello che avrebbe provato se una sì grande sventura gli fosse calata addosso prima che il nuovo scopo che ora si era prefisso l'avesse occupato.
Quando veniva la sera, e i passi domestici finivano di farsi udire e ch'egli rimaneva solo vicino al letto di dolore dell'unica donna ch'egli avesse mai amato davvero; in quella stanza solo rischiarata dalla luce vacillante del lumicino da notte, mentre vegliava guardando tristamente quei capelli tanto baciati che soli non si confondevano nell'ombra con il cuscino su cui posava il volto impallidito, in mezzo alla stranezza di un dolore tanto inaspettato che talvolta gli pareva un orribil sogno, mille nuovi pensieri lo agitavano. Ripassava la sua vita; si ricordava quel tempo quando Emilia era tutto per lui, si ricordava la felicità dei primi istanti, tutte le cento note del magnifico concerto d'amore, e i giorni cattivi, e la risoluzione e la fuga, e la pienezza della vita giovane che ora finiva per lui, e i viaggi e i rumorosi divertimenti, e le allegre serate con gli amici e le serate a due vicino al focolare o nascosti in un palco mentre migliaia e migliaia di cuori palpitavano, ma non come i loro, dinanzi al duetto degli Ugonotti o del Faust—e la suprema dolcezza con la quale ella lo sapeva consolare dell'arte perduta; e poi il gaudio dell'ingegno che ritrova la via e la nuova speranza che sorge. Questa gli rimaneva. Pensava poi all'amico che ora stava occupandosi delle cose sue e alla probabilità di successo che lo aspettava, ma tutto gli sembrava bruno dinanzi a quel lutto.
Quanto è triste quella serena dolcezza con cui parlano i moribondi, e quell'occhio sereno con cui vi guardano! Tutte le volte che Emilia parlava egli si sentiva morire con lei. Nell'ardore della febbre delirò qualche volta; in quelle parole disordinate tornava frequente l'idea: ora è finito: quell'ultima rivelazione del suo amore gli faceva male. I medici venivano ogni giorno e tentavano tutto inutilmente: Alberto loro faceva i discorsi più stravaganti, offriva loro tutto ciò che possedeva se la potessero salvare, li supplicava con le lagrime agli occhi, li strapazzava, come se essi potessero portare soccorsi là dove la potenza dell'arte finisce. Essa peggiorò sempre. Negli ultimi giorni ebbe ancora qualche momento di calma e potè parlare; i suoi discorsi erano amorosi come quasi non l'erano stati mai, ed egli piangeva ascoltando quelle cose dolci ch'ella trovava ancora per lui e tentava di dire col filo di voce che le restava: ma sempre tornava quell'idea che a lui riusciva amarissima: tutto è finito.
Le conoscete le indimenticabili sensazioni di chi assiste agli ultimi istanti di qualcuno che porta via con sè la vostra gioventù e il vostro cuore?—I pianti, la tetra solennità della religione, l'angoscia suprema…..
Poco dopo il funerale giunse ad Alberto una lettera in cui l'amico gli dava le migliori notizie e le più grandi speranze. La via si apriva bella dinanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna e molto vigore le fanno sormontare.
Quando si trovò solo e che potè riaversi un poco dall'orribile sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così inaspettato, si sentì tutto invaso da un immenso dolore, calmo e durevole.
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Si sentì diverso. Dei pensieri che mai gli erano venuti li ebbe ora, nuove e più profonde voci gli si svelarono nel concerto del mondo, il suo occhio rattristato vide chiaramente molto che prima poteva solo intravedere, la sua fantasia si aumentò di una parte estraumana, ignota fino allora, la sua imaginazione prese un volo più vasto; quelle ali invisibili che tutti si sentono coloro che tentano di creare, d'improvviso se le senti più possenti—d'un tratto si risvegliò poeta.
Tra le nove e le nove e mezzo tutti gli invitati si accomiatarono l'un dopo l'altro e il duca rimase solo con Tibaldo, il suo intimo amico. Questo amico dal nome shaksperiano era un giovane di origine mezzo asiatica, dalla tinta olivastra, dai capelli neri, dai lineamenti irregolari ma espressivi e dal corpo esile, che per una singolare comunanza di gusti e d'idee insieme ad una certa facilità nel piegare alla volontà del più fermo, per la versatilità del suo ingegno, per la passione irreprimibile che lo spingeva verso i capolavori dell'arte e verso tutte le cose belle in generale, era diventato l'assiduo compagno del duca e—sebbene non del tutto—meglio di qualunque altro si poteva vantare di conoscerlo.
Nella sua casa aiChamps Elyséesdove il duca viveva solo, ma dove si vedeva circondato a suo cenno ed a sua scelta dalla società più alta o dalla più intelligente—o dalla più divertente—(dallamiglioreinsomma in qualunque senso si voglia prendere la parola)—vi era stato gran pranzo quella sera. Questa volta egli aveva riunito alla sua tavola una decina d'uomini soltanto, tutti celebri o vicino ad esserlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un gran pranzo, se si badasse alla sontuosità della mensa, alla raffinata squisitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, se invece al discernimento con cui si era fatto l'invito. La sala da pranzo era di un lusso severo, incomprensibile per qualunque arricchito da ieri; il legno di quercia, gli ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero; le cesellature inapprezzabili al punto di vista artistico, dove le dorature avevano una parte squisitamente sobria; le alte credenze massiccie abbastanza per sostenere il peso degli enormi piatti, dei cristalli eleganti, dei vasi ingenti di ogni sorta che le coprivano, il tappeto turco dai colori vivaci—formavano un insieme assai armonioso, ma un po' triste ed oscuro. A questo contrastava la tavola che nel mezzo della vasta sala, coperta da una magnifica tovaglia di Fiandra, tutta scintillante di cristalli e d'argento, rallegrata dai fiori e illuminata da quattro candelabri simili a mazzi di luce, ravvivava tutto intorno a sè e rendeva simpatica la severità delle pareti. Il pranzo era stato lungo, non essendo dappertutto seguita la moda di pranzare come se la locomotiva vi aspetti per partire, i piatti contenenti gli ultimi risultati dell'arte gastronomica avevano girato e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a infinite riprese; la conversazione era stata svariatissima, persino seria talvolta. Come si usa in simili casi, si eran sfiorati quasi tutti gli argomenti possibili ed impossibili; ma verso la fine l'anfitrione era rimasto un po' sopra pensiero, come gli accadeva talvolta.
Dalla sala sontuosa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimasti soli passarono nell'appartamento privato, composto di tre stanze: una da letto, un gabinetto per vestirsi ed uno studio. Entrarono in quest'ultimo. Era una stanza molto alta in proporzione della sua grandezza, dalle pareti e dalla volta ricoperte di velluto celeste, circondata su tutti gli angoli da una cornice nera intrecciata che seguendo poi l'arco della vôlta si riuniva nel mezzo al punto più alto in un rosone. Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di maestri della scuola Veneta; una larga finestra s'apriva sulla terza parete e su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una cornice in legno nero scolpita di un magnifico disegno barocco; sotto a questo un camino in marmo nero con un gran fuoco, una scrivania coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarsiato d'avorio, dei mobili di velluto celeste, bassi, soffici, orientali, una gran tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là qualche bronzo squisitamente elegante, in un angolo un ingente vaso del Giappone dal quale uscivano le foglie smisurate di una begonia rara, autorizzata dalla temperatura da serra, sul suolo un tappeto persiano, soffice come un prato a primavera…..
Fuori nevicava—le poltrone stendevano le loro braccia di velluto, e una volta adagiati sopra di esse era difficile rialzarsi. Il duca si levò l'abito, si avvolse in una casacca di seta a colori smaglianti, accese ilnarguilhéche posava per terra, e appoggiati i piedi sulle sbarre del camino cominciò ad aspirare voluttuosamente il fumo odorante, mentre nel vaso il fuoco profumato crepitava.
—Uscire stasera? egli disse, ma perchè si deve uscire? Pensa, Tibaldo, se sia possibile imaginare qualcosa di più stupido, di più insulso che mettersi in una carrozza fredda, e rotolare un quarto d'ora per andare in un teatro troppo caldo, dove si sta molto mal seduti ad ascoltare della cattiva musica, e di là passare in uncluba dire e farsi dire delle bestialità e a perdere del denaro, oppure in qualche orribile sala male ammobigliata e fetente di gas a bere del cattivo vino e cenar male con delle donne brutte e vecchie, vestite con una eleganza falsa e coperte di profumi insopportabili.
—Non hai del tutto torto e anch'io mi sento troppo pigro per movermi, e trovo che qui si sta piuttosto bene, rispose Tibaldo, pure mi sembri molto invogliato questa sera a volgere sopra le cose un occhio troppo malevolo ed a cercare il lato brutto della vita. Ma dico anch'io: chi deve uscire? Penso quasi di non tornarmene nemmeno a casa mia e di passare la notte su questa poltrona.
Così dicendo appoggiò la testa come volesse dormire e stendendo le gambe sopra quelle del duca, aprì la bocca ad un semi-sbadiglio, segno piuttosto di pigro benessere che di noia. Il duca taceva; Tibaldo proseguì:
—Sei però ingiusto verso le donne, ve ne sono ancora per l'Europa una dozzina di belle. Oggi vidi la Ximena a cavallo e ti assicuro che con quel busto di statua antica, con quell'occhio di fiamma e quei capelli d'oro era un'apparizione da far fermare chiunque, mentre passava di galoppo, stando in sella con quella suprema eleganza che in tutto la distingue e guidando con le sue mani di fata il magnifico morello che le ha dato Federico.
—Peuh! fece il duca, non la posso soffrire! Oramai di donne belle non ne conosco più; dipenderà forse da ciò che non mi pare possibile di amarne alcuna, e che rimango affatto indifferente dinanzi a loro. Ma se avessi a fare una eccezione, mi trasporterei nell'alta società e nominerei Lady Isabella.
Lady Isabella era una inglese appena giunta, giovanissima, sposa di un ex-ammiraglio assai maturo, donna di una bellezza più che ideale, troppo ideale: di materia non vi era in lei che quanto è necessario a contenere l'anima che ammaliava, visibile nei suoi grandi occhi azzurri; era una bellezza languente, vi era nel suo portamento qualche cosa di stanco e d'indeciso, il corpo lasciava a desiderare ed il pallore delle sue guance e l'estrema finezza del suo profilo bellissimo non sarebbero piaciuti a molti.
—Lady Isabella! Tu sei un ammiratore di Lady Isabella! Chi lo avrebbe mai supposto! Ma non ti accorgi d'essere in aperta contraddizione con tutto quello che hai detto fino ad oggi? Tu, così pagano nei tuoi gusti, che non potevi capire altre bellezze che quelle delle statue greche o delle cortigiane della scuola veneta, confessi ora di trovar bella la più immateriale, la più eterea creatura ch'io abbia mai veduto; e che è bella soltanto di quella bellezza malaticcia e che si potrebbe chiamare moderna, essendo quasi sconosciuta prima di questo nostro secolo, ammalato esso pure e capriccioso.
—Mi sono persuaso che qualunque bellezza è la bellezza. Il tipo maestoso delle epoche primitive e serene non esiste più, o assai raramente; la bellezza di Lady Isabella è come tu dici moderna, ma è vera bellezza. Tutto è imperfetto in lei, ma ella forma una perfezione. Il suo sguardo stancato, il suo languore, la guancia pallida, quell'aspetto di pianta che non ha potuto raggiungere lo sviluppo completo; quel sorriso mesto e strano, quella fiamma che traluce dai suoi occhi un istante per subito spegnersi, ne fanno la personificazione dell'epoca nostra piena di aspirazioni e di scoraggiamenti, che vede l'avvenire, ma dubita di avere forza sufficiente a raggiungerlo. Se d'un tratto una Venere greca avesse ad animarsi, se nel suo occhio senza pupilla d'improvviso sfavillasse lo sguardo e lasciando la sua posa immortale mi aprisse le braccia bianchissime volendo scendere dal piedestallo, certo la preferirei; ma dacchè il sorriso della Gioconda non sarà mai realizzato in una donna, dacchè le cortigiane del Tiziano non abbandoneranno mai, qualunque collare di perle loro avessi ad offrire, lo strato di velluto purpureo sul quale la loro bellezza sfida il tempo, capisco che Lady Isabella può far battere il cuore a quelli che s'innamorano. Il suo sguardo è ammaliante; esso contiene un po' di quelle cose che tutti sentono, ma che nessuno dice e che perfino i poeti non sanno e forse non vogliono esprimere. Ciò che dissero i più grandi poeti è certo ammirabile, ma quanto più stupende erano certo le cose che sentirono e non dissero forse perchè la lira di quaggiù non avrebbe saputo resistere a quelle note! Nell'occhio di Lady Isabella si legge qualcuna di queste cose.
Vi fu una pausa. Il duca sembrava riflettere sulle parole stesse che aveva pronunziate, e Tibaldo sognava, guardando fissamente uno dei tizzoni che stava sperdendosi in bragia. Un sorriso passò sulle labbra del duca, e come accade spesso, quando interruppe di nuovo il silenzio, i suoi pensieri avevano deviato, talchè soggiunse:
—Non è vero, Tibaldo, che cotesta impotenza che provano i poeti ad esprimere i loro sensi più arcani, i pensieri reconditi che germogliano misteriosi e vergognosi talvolta nei più reconditi recessi dell'anima, noi comuni mortali—la proviamo a dire completamente le cose le più semplici; a svelare per esempio lo stato in cui ci troviamo in una fase della vita piuttosto che nell'altra?
—Credo che non ti sarebbe però molto difficile il farlo adesso. Io lo saprò esprimere per te, conoscendoti forse più ancora di quello che lo immagini. Sei stato giovane troppo presto, e giovane come sei ancora ti senti vecchio, hai vissuto troppo e sei stanco ed annoiato di quasi tutto, sei andato troppo in fondo alle cose ed hai trovato che il fondo non è bello. La è una vecchia storia.
—Ti sbagli, Tibaldo, ti sbagli profondamente. Porti su di me un giudizio, che, ne sono certo, è il comune; credo che il mio calzolaio dica di me quello che tu hai detto ora. Davvero, scusa, ma ne sono umiliato per te.
Tibaldo non potè a meno di ridere, ma rispose:
—Puoi negarlo, ma ti assicuro, mio caro, che c'è molta verità in quello ch'io ti ho detto, e fossi anche d'accordo col tuo palafreniere, il tuo palafreniere ha ragione.
—Avete tutti torto. Nessuno è meno stanco e meno annoiato di me, e in un certo senso—spalanca pur gli occhi—lo sono meno di te. Sono annoiato a morte se vuoi dal complesso di questa vita arcimonotona nella sua varietà, ma nessuno quanto me sa gustare—se scendiamo al particolare—la più piccola cosa. Il divertimento più raffinato mi annoia spesso, ma in contraccambio sono divertito, più di qualunque altro, dal più volgare. Tutto mi interessa, tutto attira ancora la mia attenzione, il nemico più grande della noia, la curiosità, mi agita sempre, a proposito di tutto. Sono, come è naturale, abbastanza satollo di balli, di cene, di corse, di cavalli e di attrici, di ricevimenti ufficiali e di brutte copie delle orgie antiche; ma in mezzo al più noioso divertimento d'un tratto una piccola cosa mi attrae, mi occupa, mi rallegra. Pure qui, sono obbligato a condurre questa vita; per cambiarla davvero, non basterebbe nemmeno viaggiare come ho già provato, bisognerebbe partire cambiando di nome, di tutto, e vivere lasciando che la vita scorra come vuole in un paese ove mi fosse possibile l'uscire senza essere additato da tutti.
Come si vede, la conversazione aveva subito—come accade spessissimo—una sensibile deviazione; dalla bellezza delle donne in generale e di Lady Isabella in particolare, si era passati a delle considerazioni sulla vita—e il duca, cosa per lui rarissima, era quasi sul punto di fare a Tibaldo delle mezze confidenze. Questi che lo conosceva abbastanza per sapere come la più piccola interruzione sarebbe stata sufficiente ad arrestarlo su quella via nella quale certo non s'impegnava che quasi involontariamente, si guardò dal fiatare. Infatti il duca riprese:
—E ti confesso, Tibaldo, che da qualche tempo questa idea mi frulla spesso nel capo. Ma le abitudini sono un vincolo ben tenace; tutta quella gente cui non so perchè si dà il nome di amici, indifferenti affatto come mi sono, ho però l'abitudine di vederli; le sale noiose e i gabinetti più noiosi ancora, il club, i viali del bosco, i ridotti dei teatri, tutti quei luoghi che mi sono diventati uggiosi a forza di starvi, mi attirano, oserei quasi dire, per le stesse ragioni, per le quali mi respingono. Voglio bene a questa casa, mi rincresce di abbandonare i miei quadri, le mie coppe cesellate e i miei vasi rarissimi; talvolta, perfino non so risolvermi a lasciare i miei cavalli. Poi avrei qualche rincrescimento a star molto tempo senza vederti, mio carissimo.
—Grazie del posto che mi assegni, disse Tibaldo ridendo: ma come! nemmeno io ti potrei accompagnare?
—No. Altrimenti sarebbe come le altre volte. Ho già viaggiato, ma sempre seguìto da una parte delle mie abitudini di qui. Ora non si tratterebbe di viaggiare per viaggiare; vorrei provare, come ti dissi, di andare a vivere sotto un altro nome in un paese nuovo per me, e dove io fossi nuovo per tutti e sconosciuto. Se tu venissi il progetto sarebbe rovinato.
—Se non mi vuoi, non verrò. Sarò del resto assai curioso di vederti al ritorno. È difficile supporre che tu possa diventare più stravagante di adesso, ma in te tutto è possibile.
—Fuorchè possa stare molto tempo senza bere. Così dicendo, il duca agitò un campanello e poco dopo entrò un moretto vestito di giallo portando sul palmo della mano all'altezza del capo un piccolo vassoio d'argento con un'anfora piena di vino color d'ambra ed alcuni bicchieri.
Il colloquio dei due amici durò ancora tanto che il fuoco era pressochè spento, il lume della lampada cominciava a vacillare, ilnarguilhènon susurrava più e l'anfora era vuota mentre parlavano ancora. Se qualcuno avesse potuto star nascosto dietro le tende ad ascoltare, non avrebbe certo pensato che i loro discorsi mancassero di varietà. La conversazione scendeva e saliva come i raggi di un fuoco d'artifizio; talvolta languiva e sembrava si addormentasse, poi, ravvivata da una parola gettata a caso, riprendeva nuovo vigore, entrando in un'altra via. Parlarono d'arte e di donne, dell'ultima commedia e della vita futura, dell'India e delle caccie alla volpe, di corse e di musica, di cento altre cose e del progetto del duca. La pendola di lapislazzuli segnava già le prime ore del mattino, quando finalmente Tibaldo prese congedo dall'amico, giurando di non avere sprecato la sua sera, e questi, accompagnato dal moretto che faceva lume, passò nella stanza ove il letto lo aspettava—un letto bassissimo all'orientale.
Certo il nome del duca di Westford non può riuscire affatto sconosciuto ad alcuno. Ebbe una di quelle rinomanze non durevoli, se si vuole, ma abbastanza estese perchè il suo nome non sia nuovo anche per coloro che non ebbero la fortuna di conoscerlo e che vissero lontani dai luoghi ch'egli frequentò maggiormente. La sua figura, la sua ricchezza, il suo ingegno, il suo nome, l'inarrivabile eleganza, i gusti squisiti e strani, la sua passione per le cose d'arte, l'orientale prodigalità ne resero il nome popolare. Pure rimase un tipo a sè. Il suo carattere era originale quanto la sua figura e la sua eleganza. Inoltre quanto era eclettico nei suoi gusti, altrettanto era cosmopolita. Lo era un po' per nascita, molto per educazione, completamente per abitudini e per gusto. D'inglese non aveva che il nome, suo padre avendo passato quasi tutta la vita sul continente, per ragioni che è inutile l'esporre, dove si era ammogliato con una italiana, figlia unica e bellissima di un patrizio romano. Questa morì dando alla luce il nostro eroe, il quale passò con suo padre, rimasto solo, tutta l'infanzia e l'adolescenza viaggiando, e non andò che due volte in Inghilterra. Il duca morì egli pure poco dopo, e Giorgio si trovò giovanissimo a Parigi, duca di Westford e padrone di un patrimonio colossale. Era stanco di girare, si trovava nella capitale del mondo, più a casa sua che a Westford o a Londra, e perciò comperò una casa elegante con un bel giardino, e vi si stabilì.
Non vogliamo certo raccontar qui tutte le sue follie, nè descrivere il lusso inimitabile di cui si circondò; solo la descrizione esatta della sua camera e la breve dipintura di una delle sue feste basterebbero a fare un volume; che il lettore si rassicuri, non è nostra intenzione il farlo. Diremo soltanto che dopo di avervissutopiù e meglio di molti altri, dopo di aver speso la sostanza di una mezza dozzina di ambasciatori plenipotenziari, dopo di esser riuscito a far parlare di sè, dopo d'aver sontuosamente viaggiato, dopo di aver avuto i più bei cavalli, i più ricchi appartamenti di Parigi, dopo di aver dato alle donne meno brutte i più preziosi gioielli, lo troviamo, al momento in cui ebbe con Tibaldo il colloquio memorabile trascritto nel capitolo precedente, privo di molte illusioni prima di averle provate, un po' stanco della vita che conduceva e volendo, ma non sapendo risolversi a cambiarla.
Vi era però in lui una potenza inesaurabile d'interessarsi anche alle più piccole cose, purchè per un lato qualunque meritassero interesse; nessuna delle sue facoltà intellettuali era in alcun modo affievolita, e purchè potesse cambiare di scenario, vivere senza che la sua più piccola azione fosse discussa ed imitata, spogliandosi della sua riputazione di cui era annoiato e cercando i divertimenti più semplici di cui era meno stanco, non avrebbe certo conosciuta quella più terribile delle malattie, la noia.
Abbiamo detto ch'egli aveva molto vissuto, e davvero non aveva sprecato il tempo; ma appunto il suo stato eccezionalmente ricco ed indipendente che gli aveva concesso di soddisfare tutti i suoi desiderii, gli aveva impedito di risentire quelle emozioni che sono la parte del più gran numero. A questo giovane che aveva provato tutto, quello anche cui quasi nessuno può raggiungere, erano mancate le più comuni tentazioni; egli ignorava la lotta, la gioia della cosa a lungo vagheggiata invano ed il trionfo di ottenerla, la passione contrastata; sentiva qualche volta un vuoto che a lui stesso riusciva inesplicabile. La sua vita non era stata sempre frivola ed allegra, come una festa per la quale il mattino non giunge mai; egli conosceva l'amore; aveva amato con passione, con tutte le raffinatezze dell'anima sua eletta e del suo ingegno superiore; ma in amore, come nel resto, nel senso più egoistico della parola, era stato fortunato. I suoi amori erano sorti chiari, luminosi, inevitabili; la via gli si era aperta dinanzi fiorita e senza spine, con abbastanza ostacoli e mistero per renderla interessante, ma senza urti violenti o lagrime amare, avevano durato quello che dovevano, ed erano finiti come un bel tramonto di una bella giornata di luglio, dorati, fulgenti, senza scossa, senza rimorsi, senza ferita sanguinosa, serenamente.
Chi lo avrebbe detto? Questo felice mortale si sentiva talora invidioso a sua volta di quelli che lo invidiavano. Invidiava quei figli di famiglia, novizi nella vita, pei quali egli era un re: invidiava loro gli amori contrastati, le difficoltà, i debiti, le impertinenze ricevute dalle belle sdegnose, e le acerbe rimostranze del padre o del tutore: invidiava loro i desiderii insoddisfatti, il cavallo che arrivava troppo tardi e la cambiale che scadeva troppo presto. Talvolta scendeva ancor più e invidiava allo studente i trionfi dei balli publici e gli esami non passati.
Egli conosceva tutti, tutte le società—la buona e la cattiva. La sua curiosità invincibile lo spingeva dovunque, i suoi mezzi gli avevano dato facoltà di tutto approfondire. Quando la sua carrozza passava, quella perfezione di gusto che era il sogno non realizzato di ogni membro del Jockey Club, tutti dicevano: è il duca Giorgio (come si aveva preso l'abitudine di chiamarlo). Di tanto intanto, cambiava bruscamente di vita, tanto la sua natura irrequieta era avida di varietà, e tanto cercava di moversi nel circolo largo, ma ristretto per lui, in cui si trovava. Ora lo si vedeva sempre, ora non lo si vedeva che in pochi luoghi privilegiati, ora non lo si vedeva più. Queste eclissi totali erano le meno frequenti, ma accadevano talvolta; allora qualcuno lo credeva partito, ed egli non si era mosso da Parigi e qualche volta da casa.
Se fosse stato possibile assegnargli una nazionalità, per quanto indecisa, lo si sarebbe detto francese, per lo spirito ed il brio e per la noncuranza: ma dal padre aveva ereditato la freddezza inglese e gli occhi chiari, dalla madre una facilità di percezione e una impetuosità italiana che scoppiava talvolta, e i capelli oscuri. Il suo volto possedeva quella bellezza suprema in cui la regolarità stessa dei lineamenti dona l'espressione; e sarebbe stato un tipo classico, se la finezza non fosse stata perfino un poco esagerata e l'occhio un po' troppo allungato di forma. Non sarà difficile perciò l'immaginarselo; tranne in una cosa: impossibile farsi un'idea del suo sorriso. Chi lo vide una volta non lo dimenticò più; per quanto egli fosse ricco, crediamo che in esso stesse la sua maggior ricchezza. Per chi possiede un tal sorriso, la parola diventa un accessorio; diceva dei volumi, accompagnava, rinforzava, contraddiceva lo sguardo. Persuadeva, intimava, rassicurava, chiedeva perdono e l'otteneva sempre; era talvolta di un'audacia invincibile.—Quel sorriso strano, capriccioso, irregolare per così dire, che si abbozzava in mezzo a quel viso senza difetti, contrastava con la bellezza classica del profilo, nè se ne sarebbe creduta capace quella bocca cesellata a perfezione. Del resto bello della persona, con la mano finissima e un piede da donna, svelto nelle movenze, di statura media, ma con l'apparenza di un uomo alto per la eleganza del portamento, era una di quelle figure che attirano l'attenzione, e forse sarebbe stato osservato anche non chiamandosi il duca di Westford. È poi indubitabile che la sua riputazione non era unicamente dovuta al suo nome e alla sua ricchezza, e nemmeno alla sua bellezza ed alle sue follie. Il suo ingegno e più ancora il suo spirito vi entravano certo per una gran parte, e insieme a coteste qualità principali, altre minori: per esempio la perfetta noncuranza dell'opinione, i suoi modi inimitabili, la sua gentilezza mista ad un'ironìa fina e che non feriva mai, la sua generosità per cui le voci della riconoscenza soffocavano quelle dell'invidia. La sua passione per il bello lo spingeva di predilezione verso i frutti della fantasia, e la sua passione ed intelligenza nelle arti era tale che i suoi giudizi avevano qualche peso, ed erano certo improntati di molta giustezza insieme a molta originalità.
Quando egli incominciò a vivere a Parigi, giovanissimo come era allora, eccitò talmente l'interesse generale che si parlò di lui solo per molto tempo. La sua comparsa fu un trionfo. E durò perchè le sue facoltà erano svariatissime e le sue originalità veramente originali. Tutto gli era permesso, tutto gli era accessibile. Il suo lusso era di una ricercatezza sconosciuta. Non crediamo tutte le storielle che si narrano sul suo conto, ma in tutto ci deve essere una base di vero.
Egli aveva pochissimi parenti in Inghilterra, molti a Roma, ma questi non se ne curavano, la più parte non conoscendolo che di nome. I primi però si occuparono di lui, suo malgrado, ben inteso, e combinarono di fargli sposare la figlia di un principotto tedesco, mediatizzato. Egli rifiutò subito, ma come accade sempre, si sparse per qualche tempo la voce che fosse vero, e creò una commozione stranissima; poi altrettanto interminabili furono le ciarle a proposito del suo rifiuto.
Il progetto ch'egli aveva confidato a Tibaldo da qualche tempo lo occupava, ma rimase lungamente anche dopo il colloquio di quella sera allo stato di semplice progetto. Trovò il tentativo di romper le sue abitudini ancor più difficile di quello che credeva.
Fu però fermo nel proposito di non tenerne parola, con alcuno, e Tibaldo mantenne scrupolosamente il segreto, talchè quando finalmente fu alla vigilia di effettuarlo, nessuno lo sospettava, nulla affatto ne era trapelato.
Le sue disposizioni furono presto prese. Incaricò un uomo di confidenza di vendere i cavalli, tranne i suoi tre favoriti, ma non volle che alcuna delle persone al suo servizio fosse licenziata. Raccomandò che si avesse molta cura delle opere d'arte ch'egli tanto prediligeva, acciò non soffrissero alcun danno durante la sua assenza, che naturalmente doveva esser lunga. Non salutò nè la Ximena, nè alcuna delle donne «di un carattere leggiero» che si vantavano di conoscerlo, nè andò a baciar la mano a Lady Isabella, nè ad alcuna delle dame più in voga. La vigilia della partenza—mentre il suo fido cameriere si occupava degli ultimi preparativi,—egli condusse la sua vita solita, e nessuno di quelli cui rivolse la parola, ebbe nemmeno una lontana idea di non rivederlo all'indomani. Verso le quattro, comparve in una carrozza nuova tirata da due sauri puro sangue, uno dei quali era montato da un ragazzo di quindici anni, che con la sua giacchetta celeste e argento e le sue guance rosee sembrava un cherubino in livrea. Disse una parola di complimento alla Fiorelli, la celebre prima donna, sul modo divino con cui aveva cantato la sera prima neiVespri, offerse alla duchessa di M. il fiore che portava all'occhiello, parlò per cinque minuti con un segretario del ministro.—Alla sera si affacciò al suo palco.
All'indomani la duchessa di M., passando per caso in carrozza un po' dopo mezzogiorno dinanzi alla casa del duca, non potè quasi credere ai suoi occhi vedendo chiuse tutte le imposte, il giardino deserto e tutta l'abitazione improntata dei segni dell'assenza. Fu la prima a raccontarlo, e subito la notizia si sparse con la celerità del telegrafo. Fu creduta, contradetta, commentata, ma constatata.—Westford era partito! Tibaldo fu subito interrogato, ed egli che non aveva più motivo di tacere, confermò che Giorgio aveva lasciato Parigi.
—E dov'è andato?
—Non so.
—E quando tornerà?
—Non me l'ha detto.
Il paese d'Europa il più pittoresco, e allo stesso tempo non troppo lontano dai grandi centri della vita attuale, è certamente la Spagna. L'influenza moderna che tutto uniforma e toglie ai costumi dei popoli il loro carattere speciale, non vi ha penetrato ancora che in parte, e, abitandovi, vi potete credere ad una distanza molto maggiore di quello che siete realmente dalle città dove le continue relazioni hanno tolto ogni fisonomia speciale. Inoltre, la vicinanza dell'Africa per la natura, per i monumenti e le tradizioni il lungo dominio dei Mori, v'imprimono una originalità spiccata ed un fascino che può conoscere soltanto chi lo ha provato. Nelle città, le vie strette, tortuose, le case dalle tettoie sporgenti, gli ornamenti moreschi, il pavimento inuguale, il bianco caldissimo del nastro di cielo che si ha sopra la testa, rammentano talvolta l'Oriente; ma più ancora la campagna con i suoi paesaggi aridi e caldi, con le roccie quasi cotte dal sole, con l'abbagliante bianchezza del suolo e l'infuocato splendore del cielo che dà a momenti l'illusione del deserto. La tristezza luminosa di quell'atmosfera bianca e incendiata è affatto nuova per chi è abituato a considerare sempre un raggio di sole come un sorriso, e suscita nell'anima una malinconia orientale, serena, pesante che ne lascia intravedere quale dev'essere la mestizia delle sfingi, seppellite fino al collo da secoli nella sabbia ignea dell'Egitto.
Sulle prime il paesaggio non diverte. Quella monotonia di tinte, quella malinconia dorata sparsa sopra tutto, quei vasti spazi che di tratto in tratto si stendono uniformi davanti allo sguardo, non rallegrati nè da un bosco nè da una forte ondulazione di terreno, ma solo da qualche cespuglio e da qualche scoglio di forma strana, quelle montagne a picco in distanza, stancano moltissimo. Ma a poco a poco si capiscono quelle bellezze cui non si è abituati, e s'intravede la tranquilla e serena poesia di quel suolo perpetuamente accarezzato dal caldissimo dardeggiare del sole e l'orientale maestà di quel cielo bianco—lietissimo, ma non sorridente. Inoltre la piaga dei ciceroni non vi è ancora penetrata, si può annoiarsi e divertirsi senza che qualcuno ve lo dica, ed ammirare coi propri occhi e non per mezzo d'interprete; poi rammentando le molte avventure accadute nei luoghi stessi che si traversano, si gioisce della sola idea di trovarsi in pieno decimonono secolo in un paese dove le avventure sono ancora possibili. I viaggiatori di fervidissima immaginazione possono perfino nutrire la vaga lusinga di essere attaccati dai briganti.
Nelle campagne e fra i monti il costume del paese si vede ancora di frequente, tanto più che spesso lo vestono in viaggio anche gli abitanti delle città, i quali però a casa pongono ogni loro ambizione nell'esser vestiti altrettanto male quanto altrove. Spesse volte perciò le tinte brune e severe delle rocce ed il bianco della pianura dove l'occhio cerca invano dei colori vivaci, vengono d'improvviso rallegrati da una macchietta variopinta ed animata. Sulle prime, specialmente l'occhio poco esercitato dello straniero non sa distinguere cosa sia, ma poi si accorge che quella oasi mobile di colori è composta d'una piccola carovana di persone vestite del pittoresco costume dimaioe montati su dei muli tanto bizzarramente e riccamente bardati da lottare in eleganza con gli stessi cavalieri. E davvero alletta gli occhi abituati a non vedere che l'abito del progresso, il guardare quelle giubbette in velluto nero, coperte di ricami, quelle cinture rosse con le lunghe frangie che svolazzano al vento, quei cappelli ornati di nastri e di fiocchi…. E si capisce come talvolta lo stesso viaggiatore sia invogliato ad assumere il costume gaio del paese, a sedersi sul mulo come un'amazzone, appoggiando il gomito al ginocchio, tenendo fra le dita ilpapelito, e ad essere scambiato dagli Inglesi che s'incontrano coitoreroche vanno a farsi applaudire nel circo della più vicina città.
E credete pure che una volta indossato quel costume vi sentite diverso. Tutte le vecchie abitudini, i pregiudizi, si lasciano negli abiti che si sono tolti, e appena avvolti nei mantelli dalle lunghe pieghe e coperto il capo colsombrerosi sente molto meglio la bellezza del paesaggio e si soffre meno il caldo essendo più coperti, a seconda del proverbio nazionale. La propria città sembra a un milione di miglia di distanza, la vita passata scompare e si ha l'illusione di non essere nati per altro che per girare, al lento passo di un mulo, le stradelle malsicure delle montagne iberiche. Sembra un poco più di un secolo che non si passeggi sul lastrico liscio d'una via, e si ride come d'una supposizione temeraria e stravagante all'idea di trovarsi ancora una qualche sera nella noia armoniosa di una sala da ballo. Si dimenticano perfino molte cose che non si credeva possibile di dimenticare, pensando che a Madrid, a Siviglia e a Barcellona si potranno vedere i piedini della marchesa d'Ameguï, gli occhi neri e le labbra di corallo tanto decantate, e perfino delle magnifiche chiome bionde—come in Fiandra si trovano tante pupille nere e treccie d'ebano. E come si è potuto vivere fino allora senza una corsa di tori alla domenica?
Questi erano presso a poco i pensieri che si aggiravano nella mente del nostro amico Giorgio di Westford, mentre vestito del costume il più ricamato che si sia veduto mai e montato su di un mulo dalla groppa lucente e dalla fisonomia eminentemente iberica, costeggiava una stradicciuola vicino a un precipizio poco attraente ma molto pittorico, circondato dalla sua piccola carovana e contento come un uomo che si trova a moltissime miglia di distanza dai varimacadamconosciuti.
Il suo sogno era realizzato. Aveva avuto l'energia sufficiente per porre in esecuzione il suo progetto, rompendo le tenaci abitudini, ed ora gioiva della soddisfazione da tanto tempo ricercata di trovarsi incognito, libero delle sue azioni e dei suoi pensieri, lontano dalla monotonia parigina, in un bel paese dove egli non conosceva nessuno, dove non era costretto a niente e poteva vivere a modo suo e senza essere notato ogni volta che si soffiava il naso.
Le contrade ch'egli attraversava avevano per lui tutta l'attrattiva della novità; allo stesso tempo risentiva la dolcezza dei ricordi, poichè gli rammentavano talvolta il paesaggio d'Oriente che aveva visitato qualche anno prima. Ma quale differenza tra quel viaggio, impreso sotto il suo vero nome, in compagnia di alcuni amici, con quattro servitori francesi e molti indigeni, e questo nel quale si trovava solo, con un nome fittizio, e distaccato completamente da quanto gli rammentava la sua vita abituale!
Egli aveva molto letto a proposito della Spagna ed era contentissimo di essere riuscito al tempo stesso ad effettuare il suo progetto e a visitare un paese pel quale da lungo tempo sentiva una irresistibile curiosità. Era però, sotto un certo punto di vista, un cattivo viaggiatore, preferendo sempre errare alla ventura piuttosto che seguire fedelmente un itinerario qualunque. Girò e rigirò, nelle orrende diligenze che facevano allora il servizio tra un villaggio e l'altro, oppure sui muli dall'aspetto tanto nazionale che sono le guide migliori sulle nude e scoscese montagne: ora dimenticandosi per delle intere giornate nelle interminabili pianure, ora passando a fianco, senza vederlo, a qualche stupendo effetto di natura o a qualche strano avanzo d'arte. Sulle prime, al solito, il paese gli apparve molto diverso da quello che si era figurato, e a dire il vero l'impressione era piuttosto al di sotto che al disopra dell'aspettativa. Lo credeva diverso. Si aspettava qualche cosa di più colorito, di più animato, di più nuovo. Capiva alcune bellezze, vedeva che tutto era pittoresco, ma non ammirava nulla. Alcuni paesi infatti, come alcuni poeti, non si comprendono che gradatamente. Al primo momento, si può quasi dire che deprimono invece di esaltare. Poi lentamente, quasi inavvertitamente, la loro bellezza comincia a diventare palese, e senza che ne sia dato il sentirlo, siamo imbevuti a poco a poco del loro significato. Allora ci accorgiamo che il fascino raccontato dagli altri lo sentiamo anche noi e diventiamo a nostra volta un oggetto di stupore pei nuovi arrivati che sul principio sentono, come sentimmo, una specie quasi di scoraggiamento.
Appena Westford ebbe compreso le bellezze che al primo momento gli erano state oscure, fu innamorato del paese che aveva scelto e si sentì fortemente invogliato—mentre ammirava il paesaggio con la intensità d'intelligenza che ne presta la solitudine—a conoscerne anche la vita ed i costumi. Eseguiva in tal modo assai male il proprio piano, che era di visitare tutto ciò che vi fosse di più rinomato prima di far soggiorno in una città qualunque; ma la solitudine, che gli era sembrata tanto aggradevole nei primi giorni, cominciò presto ad essergli di peso e un violento desiderio lo afferrò di provare la vita indipendente che il suo incognito gli assicurava in una città.
Fu per ciò che prima ancora di avere nemmeno fatto il pellegrinaggio dell'Alhambra, l'incontriamo sul suo mulo riccamente bardato, mentre prendeva i più corti sentieri di traverso per raggiungere la diligenza che lo doveva condurre a Madrid. Colà nessuno lo aspettava, nè amici nè conoscenti, e nulla sapeva di sicuro sul grado d'interesse che quella capitale gli avrebbe presentato. Come tutti, aveva molta curiosità per quei costumi speciali, sebbene sapesse benissimo che in alcune cose l'attendeva il disinganno. Egli che ne avrebbe potuto avere cento, non portava seco nemmeno una sola lettera di raccomandazione, tanto aveva voluto esser fedele al suo programma.