Ritrovando il nostro protagonista un mese e qualche giorno dopo il suo arrivo nella nobilissima ed insigne capitale della Spagna, siamo costretti ad accorgerci dal suo alloggio e dall'attitudine nella quale lo troviamo che la sua smania di vagabondare si è scemata di molto. Lo ritroviamo infatti seduto in un'ampia poltrona, vestito il più leggermente che sia possibile, vicino a una finestra del terzo piano di una casa pulita e affatto moderna, in una via tortuosa d'uno dei vecchi quartieri. I vetri erano chiusi e Giorgio coi piedi più alti del capo in una postura ultramericana, teneva un libro alla mano, la cui lettura però sembrava interessarlo mediocremente, poichè di tratto in tratto gettava uno sguardo indagatore tra gli interstizi delle cortine di mussola bianca, come volesse spiare qualcosa dalla parte opposta della via.
Questa, malgrado fosse stretta assai, non era però triste come lo sono le viuzze nelle città settentrionali, tanto il sole ardente sa in quel paese penetrare dovunque; e nel giorno caldissimo di cui parliamo, gettava un raggio che rischiarava molto pittoricamente la parte più alta della casa in faccia a quella ov'era Giorgio, lasciandone la base nella relativa frescura dell'ombra. Quella casa era, si può dire, l'opposto di quella abitata dal duca, poichè, sebbene di aspetto povero e poco pulito, aveva un carattere di vetustà assai romantico ed era di un'architettura barocca e contorta, affatto speciale. In quegli ornamenti spezzati, in quei fregi interrotti qua e là, in quelle pitture quasi cancellate oramai, v'era un contrasto assai spiccato di opulenza passata e di decadenza presente, che è pur troppo un carattere abbastanza spagnolo.
La finestra, posta precisamente di contro a quella del nostro protagonista, e sulla quale sembrava posarsi il suo sguardo tutte le volte che lo spingeva attraverso i vetri, avrebbe certo da sè sola invogliato un pittore a fermarsi per farne uno schizzo.—Il contrasto di cui parlammo or ora era qui assai palese, giacchè tutt'all'intorno girava una cornice di pietra rozzamente, ma riccamente intagliata, i cui arabeschi mozzi mostravansi qua e là coperti da un pugno di verde muschio o erba, che vi aveva vegetato, Dio sa come, e lo stipite si vedeva esser stato ricco assai, mentre i vetri della finestra erano color di piombo e malamente incassati in una cattiva intelaiatura di legno dipinto in verde chiaro. Al di sotto intravedevasi come un avanzo di scudo sul quale uno stemma doveva essere stato inciso altre volte, ma la parte di esso che sembrava meno obliterata, era a metà coperta da un panno bianco posto sul parapetto ad asciugare al sole. Sopra un'assicella al di fuori un grosso vaso panciuto in terraglia comune gialla a disegni turchini conteneva dei garofani in piena fioritura che toccavano un punto vivace sul fondo grigio della casa ed animavano, si può dire, la finestra, del resto affatto deserta in quel momento.
La stanza abitata da Giorgio era piccola, ma pulita ed allegra, ed egli con le sue abitudini di eleganza, l'aveva già assettata in modo da renderla simpatica. I vasi e le scatolette a coperchio d'argento di unnécessaire, ordinati su di una tavola coperta di bianco, contrastavano con la semplicità delle pareti nude, dei mobili in legno comune e delle sedie di paglia. Da mille indizi indescrivibili si capiva però che quella stanza era stata scelta da Giorgio per farvi una dimora di qualche tempo—il che ne fece dire che sentisse già il bisogno della quiete.
Appena giunto a Madrid, era sceso ad uno dei grandi alberghi. In qual modo dunque, poco più di un mese dopo, lo troviamo nella viuzza in questione?—La spiegazione sarà certo già presentita dalla lettrice, ed essa non sarà troppo stupita se le diciamo che proprio in uno dei momenti in cui il duca volgeva più attento lo sguardo verso la finestra di faccia, questa si aprì, ed una figura di donna vi apparve che sicuramente avrebbe fatto molto piacere anche a quel pittore che abbiamo supposto arrestato nella via a schizzare le linee sbiadite di quelli ornati ridotti quasi a vestigia.
Era il suo il vero tipo spagnolo—non precisamente quello che fuori di Spagna si reputa tale, e che è piuttosto il tipo arabo o moresco. L'irregolarità bellissima dei suoi lineamenti non era quella che c'imaginiamo quando parliamo dellemanolas, avendo un carattere di grazia un po' manierata ed indescrivibile che ne sarebbe forse sembrata piuttosto francese, e la sua pelle era bianchissima. La bocca piccola e porporina, gli occhi allungati, espressivi, un po' infantili nello sguardo, il collo robusto e snello ad un tempo, le mani lunghe, strette, un po' magre, l'ovale del volto graziosissimo, ed una espressione derivante dal sorriso della bocca e più ancora da quello degli occhi, dall'arco delle sopracciglia, dalla linea del naso e del mento che solo il pennello potrebbe forse tradurre, rendevano la sua bellezza molto originale. I capelli neri, attortigliati in massa sulla nuca, erano tenuti da un alto pettine di tartaruga tutto traforato, di strano disegno, come in tutte le famiglie spagnole si tramandano di madre in figlia.
Il suo vestito non aveva nulla di speciale, poichè il costume nazionale va perdendosi a poco a poco anche nelle classi meno alte, ma la sua veste bruna e casalinga disegnava delle forme che molte duchesse avrebbero invidiato.
Ella si affacciò alla finestra tenendo nella destra una caraffa piena d'acqua che versò tutta sui fiori, quasi già avvizziti dal sole, ed essi si rianimarono d'un tratto sotto quella benefica pioggia di cui avevano gran bisogno. Per amore della verità, dobbiamo però constatare che nel far ciò, gettò sbadatamente uno sguardo alla finestra opposta e vedendola ben chiusa, depose la caraffa, e si appoggiò al parapetto, guardando ora i suoi fiori che sembravano ringraziarla allargando le corolle, ora i rari passanti nella via. In uno di questi momenti, Giorgio aperse a sua volta lentamente la finestra e si affacciò, osservando fissamente il bel quadretto che aveva davanti.—Ma questa manovra non gli riuscì troppo, chè appena la bella fanciulla, sollevando ancora gli occhi, se ne accorse, senza affettazione ma abbastanza prestamente si tirò indietro, e come si accorgesse allora dei raggi cocenti del sole che le battevano sulla fronte, abbassò la tenda di paglia grossolanamente dipinta a fiori e foglie—calando così, per lo spettatore di faccia, il sipario prima che la scena fosse incominciata.
Come avrebbero riso sgangheratamente i suoi amici se avessero veduto Westford nell'esercizio di quella manovra da collegiale! E siamo certi che anche il lettore ne taccierà d'inverisimiglianza e non saprà comprendere come quel giovane, che aveva tanto e così svariatamente vissuto, potesse giungere ad alloggiarsi in faccia ad una bella fanciulla qualunque con lo scopo semplicissimo di farle comodamente gli occhietti. Ma siamo obbligati a dire che i suoi amici (e questo non stupirà certo) non lo conoscevano punto se ridevano per una tal cosa; e che noi, con nostro grande rincrescimento, non abbiamo saputo in tal caso delineare come volevamo il carattere piuttosto eccezionale del duca. Infatti, uno dei distintivi principali di esso era di seguire spessissimo la sua prima impressione. Inoltre, non bisogna dimenticare ch'egli poteva trovare interesse oramai solo nelle cose che non aveva fatto prima, e che la semplicità doveva riuscirgli più nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di dimora a Madrid, il primo entusiasmo di trovarsi davvero indipendente, il piacere della solitudine nella folla e dell'incognito, diminuirono, e dovette confessare a sè medesimo che il progetto che gli era sembrato così divertente non lo era troppo, posto in esecuzione, e che perfino questo tentativo di mutamento non riusciva. Gli venne una terribile paura che Tibaldo ed il suo calzolaio avessero ragione e ch'egli fosse proprio irrimediabilmenteblasé. Riuscì a scuoterla però; ma malgrado questo, quando ebbe visitato tutti i monumenti, penetrato in tutte le chiese, ammirati tutti i quadri, dai paradisiaci Murillo fino ai Goya ed ai Ribeira tenebrosi e mistici, passeggiato e ripasseggiato al Prado guardando lesenorasavvolte nel velo e mostrando le belle manine agitando il ventaglio irrequieto, fumato tutte le qualità di tabacco, bevute tutte le bevande e gustati tutti i sorbetti nazionali, capì che non sapeva bene cosa farebbe della propria persona all'indomani. Acquistò un nuovo costume completo da un sarto indigeno, fece ampia conoscenza con la cucina spagnola, tentò di far la corte ad una signora che stava nel suo albergo, ma tralasciò per paura di riuscire,—e finalmente dovette ammettere che si annoiava.
Un combattimento di tori (che la lettrice non chiuda il libro troppo precipitosamente!nonlo descriveremo) che lo divertì per la novità e l'eccitamento dello spettacolo, e qualche conoscenza fatta per caso, al caffè, lo aiutarono a sopportare la noia incipiente che lo invadeva, ma non bastarono a distrarlo.
Solo lo divertiva il far delle lunghe chiacchiere e discussioni con i suoi nuovi amici, di cui quasi ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i quali alcuni artisti di teatro che lo trattavano con tutta famigliarità e quasi con un poco di protezione che lo faceva ridere internamente.
Lasciando Parigi, egli s'era solo proposto di cercare le attrattive di un paese nuovo e di una vita diversa, e l'idea di mischiarsi in avventure era lontanissima dalla sua imaginazione. L'elemento femminile non entrava nel suo progetto. Ma si accorse ben presto che uno dei mezzi che cominciava, quasi involontariamente, ad adoperare per cacciare quelle prime nebbie di noia minacciose, era di fare degli studi artistici molto assidui su tutte le donne che passavano e che potevano forse esser belle. Non gli dispiaceva punto lo sguardo di fuoco che le donne spagnole gettano con molta rapidità su tutti indifferentemente.—Ma le bellezze che vedeva erano molto al disotto dell'ideale che se ne era formato. Singolare pretesa che si ha infatti talvolta di volere che in un dato paese tutte le donne siano belle!
Malgrado tutto ciò, non si divertiva, senza che però si pentisse in alcun modo del suo viaggio, poichè perfino la noia era diversa dalla solita.
Pure capì che una qualche distrazione ci voleva. Un giorno vide passare la fanciulla che presentammo al lettore in principio del capitolo, e la trovò più bella di quante avesse incontrate fino allora. Aveva quella simpatica camminatura viva e cadenzata particolare alle Spagnole, ed il suo piedino, calzato a perfezione da una scarpina che ne copriva solo la punta, era elegante di forma e pareva nel camminare raccontasse molte cose. L'accompagnava una donna vecchia, che un poco le rassomigliava. Sicuro che nessuno dei suoi amici lo vedeva, la seguì e la vide entrare nella casa che abbiamo descritto. Un cartello sulla casa in faccia annunziava che al secondo piano si appigionava; egli entrò, e prese le due stanze verso strada, proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per pretesto a sè stesso, che era stanco di stare all'albergo e che così eseguiva meglio il suo piano.
L'indolenza del suo carattere, e per dire il vero, la quasi indifferenza che, malgrado tentasse combinare un romanzetto, egli sentiva per la fanciulla, impedirono che egli diventasse molto intraprendente, e siamo costretti di confessare che dopo qualche giorno non si curò molto dello scopo che lo aveva condotto nella sua nuova dimora e non si metteva che assai di raro al suo posto di osservazione alla finestra, dove lo abbiamo sorpreso. Pure, quelle volte che vi era stato lungamente ed aveva attentamente osservato col suo occhio scrutatore, l'aveva trovata molto bella, e di una bellezza che artisticamente gli rivelava un orizzonte nuovo e modificava un poco il suo gusto. Egli infatti, come abbiam veduto, era prima di tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza pura, sculturale, greca. La Venere di Milo era la prima sulla lista—dopo, le altre. In mancanza di quella bellezza assoluta e completa di forme e di linee, amava l'espressione, l'anima, il carattere impresso sulla fisonomia, ed acconsentiva a non darsi cura di molte imperfezioni purchè gli occhi fossero eloquenti, i lineamenti espressivi, la fisonomia originale, il sorriso caratteristico, purchè insomma ogni linea raccontasse la sua storia. Nella bellezza della fanciulla che ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè la bellezza altissima che Fidia e Prassitele resero immortale, nè quella bellezza che Tibaldo aveva chiamatomodernanel parlare di Lady Isabella.
La era semplicemente la bellezza della grazia, della freschezza, del capriccio. Il suo occhio non era profondo e non rivelava molto, la sua espressione era allegra, vivace e nulla più, le sue forme e le sue linee erano belle, ma non perfette. Il suo viso inoltre non raccontava una di quelle storie che ne invogliano a studiare l'anima della persona che lo possiede. In compenso però sembrava aspettare che qualcuno gli narrasse la propria.
Giorgio intanto si abituava alla sua vita nuova e tornava ad essere assai contento di aver posto la sua idea in fatto. I suoi nuovi amici, che quasi non conosceva, lo divertivano molto. Fece con loro qualche gita nei dintorni. I giorni si succedevano; ed egli che, malgrado tutto, era uomo di abitudine, cominciava a dire: «Chi sa quando cambierò?»
Penetriamo nella casa in faccia. Pensate all'impressione di Faust che per la prima volta entra nella stanza di Margherita; invece della semplicità tedesca imaginate il pittoresco spagnolo, invece dell'arcolaio un lavoro in lana a colori vivacissimi e una chitarra; invece del letticciuolo bianco, dei mobili lucenti e dello specchietto accuratamente ripulito della eroina di Goethe, un'alcova semichiusa da una tenda di lana bruna e rossa, nell'ombra della quale si travede una palma, una Madonna ed una candela benedetta; dei mobili rozzi, di stile barocco, anneriti e guasti dal tempo, ed uno specchio a cornice anticamente inargentata—solo di tanto in tanto come rischiarato dalla graziosa imagine che vi si riflette—ed avrete un'idea dell'effetto che produceva la stanza di Paquita a chi si soffermasse sull'uscio per la prima volta.
Per completare il quadro potete imaginare la graziosa fanciulla vicina alla finestra, curva sul lavoro incominciato; ma ella non vi stava con troppa costanza, poichè la sua natura viva, irrequieta, leggiera, le faceva cambiare sovente di posto e girar qua e là con quel passo saltellante che le era particolare. Ella era padrona in casa. Sua nonna, con la quale viveva, aveva sempre fatto ogni sua volontà. Ben inteso che in contracambio la Paquita era da tutti i conoscenti giudicata un modello di ragazza. Essi erano quasi ricchi per la loro condizione, sebbene in realtà quasi poveri; ma con le economie della nonna, una piccola pensione ed il lavoro della fanciulla se la passavano bene e talvolta andavano al circo o si sedevano a tavola con qualche amico dinanzi a dellenatillaspreparate dalle bianche mani di Paquita. Un giorno vi si assise anche il duca di Westford, senza, è d'uopo il dirlo? che le due donne sapessero quale illustre invitato esse avevano….
L'accesso nella casa di Paquita non era certo facile; come aveva dunque fatto egli, con la sua indolenza per di più, a penetrarvi?—Ne duole più che mai, ma siamo costretti a dire che non fu nè gettandosi in mezzo alle fiamme per salvare le due donne, nè fermando col pugno un cavallo che correva a schiacciarle, nè saltando in un torrente, e nemmeno riportando loro una croce d'oro smarrita o un fazzoletto caduto dalla finestra. Nulla di tutto ciò.
Un giorno egli passeggiava solitario, assorto presso a poco in questo soliloquio: «Sono felicissimo d'esser lontano e libero, questa vita mi aggrada assai, ma la è monotona e non come me l'aspettavo. Bisognerà che io scuota la mia inerzia, che parta, che vada a vedere l'Alhambra e a studiare la poesia delle altre città, che salga sulle montagne altissime donde si devono godere delle vedute di cui non ci possiamo fare un'idea, e dove forse, chi sa? incontrerò perfino i briganti!… Si vede che il pensiero di Paquita non lo tormentava poi troppo. D'improvviso egli fu interrotto da un giovane che aveva conosciuto a caso, il quale venne a battergli amichevolmente la spalla con la mano e si unì a lui nel passeggio. Giorgio aveva una certa simpatia per questo povero diavolo, che viveva Dio sa come, non trovando lavoro di sorta, benchè ne avrebbe accettato uno qualunque.—Il nuovo arrivato chiese a Giorgio cosa avrebbe fatto quella sera.
—Davvero, non lo so, rispose il duca.
—Allora verrete con me.
—Dove?
—Dove vorrete.—Ma prima, e per deciderci, vi condurrò a pranzo da mia zia; la tavola non è sontuosa, ma mia zia è la miglior donna della terra e Paquita una delle più belle fanciulle di Madrid. Sarete ricevuto come me. È molto tempo che non vi vado; vedrete che festa ne faranno.
Giorgio, felice all'idea di vedere un interno spagnolo e non volendo rifiutare un invito così cordiale, s'incamminò con l'amico ed a sua grande sorpresa si trovò in faccia a casa sua.
—Io abito in quella casa, disse al compagno.
—Allora avrete certo veduto Paquita. Quella è la finestra della sua stanza, rispose l'altro accennando alla ben nota finestra ornata di fiori.
Giorgio seppe a stento rattenere un senso di grata sorpresa—e trovandosi un quarto d'ora dopo come uno di casa seduto a tavola tra la vecchia e Paquita, pensò quanto fosse vero qualche volta che la fortuna ne sorprende addormentati. Pensò che se invece di accontentarsi di gettare di tanto in tanto uno sguardo dalla sua finestra a quella della fanciulla egli avesse tentato di penetrare nella casa in qualche modo o di attaccar discorso, forse sarebbe stato mal ricevuto e poco ascoltato, mentre invece, avendo tutto lasciato in balìa del caso, si trovava d'un tratto accolto in un modo famigliare. Ciò che vide però, aiutato dal suo fino spirito di osservazione, non gli fece certo nutrire speranza di «toccare il cuore» di Paquita; subito si capiva che non era una conquista facile, e che chiunque non si fosse presentatopour le bon motifavrebbe fatto meglio a tirar dritto per la sua strada. Quando era entrato nella stanza, appena Paquita lo vide, si era fatta rossa fino nel bianco degli occhi, il che aveva mostrato chiaramente al duca ch'egli era stato riconosciuto; e quando l'amico lo aveva presentato, il saluto della fanciulla era stato freddo ed imbarazzato, e tale che lo si poteva interpretare in vari modi.
Egli provava davanti a Paquita una sensazione che non si ricordava di aver provato, e si accorse, quando ebbe udito la sua voce, che esercitava un fascino non posseduto da alcuna delle cento donne da lui conosciute fino allora.
Si pranzava in una piccola stanza—adiacente a quella di Paquita da una parte ed alla cucina dall'altra—che sebbene semplicissima, era pulita assai e ornata di fiori e di un grande armadio in legno dipinto, bizzarramente intagliato.—A destra di questo era un quadretto rappresentante due guerrieri a cavallo su di una strada in riva al mare, che forse aveva qualche valore; ed a sinistra un altro quadro di quasi eguale dimensione, coperto da una tendina rossa, che eccitava non poco la curiosità di Giorgio.
Egli non poteva distaccare gli sguardi da Paquita, ed ella, sebbene tentasse sembrare distratta, lo guardava pur molto a sua volta, e quando gli occhi loro s'incontravano, le belle guancie di lei si coprivano di nuovo di un leggero rossore che non era prodotto solo dalla timidità naturale.
Ben inteso che Westford era stato presentato sotto al suo nome falso ed era creduto un pittore, certo non ricco, venuto per studiare i capolavori della scuola iberica. Nulla nel suo vestire o nei suoi modi poteva far dubitare del contrario, tanto egli aveva saputo, da perfetto attore, assumere l'aspetto della persona che voleva rappresentare; ma la sua bellezza e la sua distinzione non passavano perciò inosservate, e Paquita confessava a sè medesima che era difficile trovare un giovane più compito dell'amico di suo cugino. Bisognerà però ammettere che gli sguardi assassini e la sapiente cortesia di Giorgio avevano certo molto influenzato un tale giudizio.
Il pranzo, affatto spagnolo e molto modesto, fu animato ed allegro assai, e Giorgio pensava quanto si potesse esser felice con poco. La vecchia era una buona donna un po' grossolana ne' suoi modi, ma sebbene ridesse spesso fragorosamente, aveva impressa sul suo volto quell'ombra di mestizia che lascia il dolore da lungo tempo trascorso. La conversazione era allegra, divertente, un po' chiassosa. Giorgio piacque molto alla nonna. Egli sapeva benissimo raccontare, e si crederà facilmente che di aneddoti di ogni specie ne conosceva in gran copia. Vi era nel suo discorso qualcosa di così svariato ed originale, che in chiunque lo ascoltasse per la prima volta attirava straordinariamente l'attenzione. Il sole era già tramontato ed essi si trovavano ancora a tavola, non trattenuti dalla varietà dei cibi o dei vini, ma dalle risa e dall'interesse che le storielle di Giorgio suscitavano. Il suo cattivo accento spagnolo, anzichè diminuirla, aumentava lavis comica; e con quel tatto finissimo che lo distingueva in sommo grado aveva subito saputo stabilire la confidenza fra sè ed i suoi nuovi amici e stare nel modo più adatto ad esser simpatico nell'ambiente in cui si trovava.
Il rossore ch'era montato alle guancie di Paquita, appena vedutolo entrare, e che gli aveva provato d'essere stato subito riconosciuto, erasi mutato dopo in un pallore proveniente forse da una emozione nuova, che non aveva più abbandonato le guancie della bella fanciulla; mentre, al tempo stesso, v'era qualcosa di non naturale nei suoi modi e non sembrava partecipare francamente dell'allegria comune (ella tanto allegra di solito), come accade quando un pensiero ne preoccupa fortemente.
Fu proposto di uscire a prendere il fresco della sera.
L'aria era soavemente profumata, il caldo un po' meno eccessivo, le vie piene di gente. Giorgio che si era, a tavola, occupato un po' troppo di Paquita, cominciò ad intrattenere la vecchia, mentre la fanciulla camminava dinanzi a loro, conversando col cugino.
—La mia Paquita è una perla, signore, diceva la vecchia. È la mia consolazione; dopo tanti guai e tanti dispiaceri, Dio mel perdoni! al passato non penso quasi più, tanta è la gioia che sento nel cuore quando l'ascolto ridere nella stanza vicina. Voglia il cielo ch'ella possa esser felice!
—E come può essere altrimenti?
—Sono vecchia, e V. S. comprenderà che se non la marito prima di andarmene, la poveretta resterà sola al mondo, senza appoggio, senza consiglio, senza mezzi…. Or qui sta appunto la difficoltà.
—Come? bella com'è vostra nipote, non trova pretendenti?
—Non ne trova? Dieci, cento alla volta, se li volesse. Ma ella rifiuta tutti!—E senza andar lontano, il vostro amico, suo cugino, un bravo giovane, non troppo fortunato, ma eccellente, la sposerebbe stassera; ma per quanto l'abbia pregata, consigliata, volete credere ch'ella rifiutò sempre?
Quando tornarono verso casa era notte inoltrata. Camminavano come prima, adagio adagio, due a due. Ma i posti erano cambiati; il cugino e la vecchia rimanevano indietro, il duca e Paquita davanti. Nè l'uno nè l'altra forse aveva avuto l'intenzione (Paquita no, certamente) di mettersi vicini, ma vi si trovavano. Il povero diavolo si lamentava ad alta voce con la nonna dell'ostinato rifiuto di Paquita ed aggiungeva che non era mai stata così poco cortese con lui quanto quella sera. La vecchia lo esortava ad aver pazienza, al solito, ed a lasciar agire il tempo.—E i due davanti di che parlavano? Non lo sapremmo dire con esattezza, poichè le poche parole che proferivano, erano pronunziate a bassa voce come fossero in chiesa.
«Cosa diavolo diventa quel pazzo di Giorgio?—pensava Tibaldo.—Egli ha fatto il contrario di ciò che io aveva predetto. Come credere infatti, abituato come era, che non si avesse ad annoiare? Ma con lui non si è mai sicuri di nulla. Partito senza nemmeno dirmi dove andava; passarono due mesi senza che io sapessi se egli fosse vivo o morto, buddista o maomettano, re di un'isola deserta o fotografo. Finalmente si è degnato scrivermi una pagina da Madrid, poi mezza pagina ancora da Madrid, poi cinque righe, poi una, poi niente, e sempre da Madrid! Poi, silenzio continuato. Non par vero, ma sono sette mesi che è partito, e da tre non so più nulla e torno a cadere nella inquietudine di prima. Che si sia fatto frate in qualche convento spagnolo?»
Così soliloquizzava l'amico Tibaldo.
E non aveva torto. Egli aveva creduto fermamente che la prova tentata da Westford sarebbe fallita, e si aspettava di vederlo tornare in capo a un mese. Sette invece ne erano passati, e non solamente Giorgio non tornava, ma non scriveva nemmeno più. Ciò provava chiaramente a Tibaldo che il suo amico si divertiva; se si fosse annoiato, avrebbe scritto. E non impediva del resto che se qualcuno gli domandasse nuove del duca, Tibaldo prendesse un'aria d'importanza e desse delle risposte sibilline e oracolari, poco soddisfacenti, ma di uno che sa tutto e non vuol dir nulla. Intanto egli stesso si perdeva in vane congetture.
Egli pensò che Giorgio girasse le montagne in cerca di emozioni, che avesse organizzato qualche caccia di nuovo genere, che si fosse dato agli studi scientifici, che facesse delle indagini storiche sulla Inquisizione, che stesse raccogliendo dei disegni del Goya, che imparasse la nobile professione del torero, che passasse le giornate intere con le castanette fra le dita, persino che si fosse implicato in qualche agitazione rivoluzionaria. Gli venne anche più volte, a dire il vero, il sospetto ch'egli si fosse incapricciato di una qualche strana zingara—dalla tinta dorata, dall'occhio fosco e magnetico, e regalmente avvolta nelle sue vesti cenciose—ma egli conosceva Giorgio abbastanza per sapere che un capriccio di tal genere sarebbe stato breve, che presto sarebbe subentrata la sazietà, e che una tale avventura lo avrebbe anzi spinto più presto sulla via del ritorno.—Quale dunque, fra tutte codeste ipotesi, poteva essere la vera?—Nessuna, come sa il lettore. L'idea stravagante, inammissibile, ch'egli fosse innamorato per davvero, se gli passò come un lampo per il capo, altrettanto rapidamente sparì.
In questo non possiamo a meno di dichiarare, che Tibaldo era pienamente giustificato. Com'era possibile infatti che un giovane, il quale appena fuori dell'infanzia era stato affatto indipendente, che aveva amato ed era uscito incolume dalla battaglia, si avesse ad innamorare come un eroe da romanzo?—Difficile com'era poi e per le doti dello spirito e per la bellezza fisica—per questa specialmente! Egli ch'era vissuto, per così dire, nell'intimità dei capolavori dell'arte, egli troppo amante delle statue greche e dei quadri antichi per poter giudicare belle le signore alla moda, egli che oltre di essere stato assai fortunato in amore, aveva in casa sua tutto unharemdi donne dipinte—la miglior medicina contro l'amore per chi ha occhio d'artista—egli avrebbe dovuto per innamorarsi trovare una donna bella più di tutte le donne conosciute in carne ed ossa, in marmo e in tela, appassionata come Saffo, affascinante e côlta come Aspasia. Era questo possibile?
Ah, Tibaldo, chi lo direbbe, chi lo avrebbe detto, chi lo crederà? Paquita ha bastato.—Ella non ha nè la maestà di Cleopatra, nè la bellezza di Frine, nè fascino di spirito, nè sapienza di alcuna sorta, nè ricche vesti o collane di perle, nè profilo classico, nè portamento da regina—non ha che uno sguardo di fuoco, un sorriso tutto suo, solamente suo, ed un cuore nuovo. Le sue perle non le mostra che quando ride, non stende il suo manto che quando si scioglie i capelli.—Eppure…! O fralezza umana!
Malgrado la sua riputazione, Westford non era un don Giovanni. Piaceva assai e sapeva piacere, ma non era nè attento, nè ipocrita, nè freddo abbastanza. Nella vita ordinaria era di una indolenza senza pari e di una strana indifferenza; dimenticava un appuntamento come un altro avrebbe dimenticato un debito. Si esaltava difficilmente; la bellezza non sembrava mai bella ai suoi occhi guastati. Ma, curiosa contraddizione, egli sentiva molto; dimodochè se un capriccio lo afferrava, abbastanza forte per farlo uscire dalla sua indifferenza, subito, oltre l'imaginazione, il cuore vi entrava un tantino, e tutti sanno che il cuore è un elemento contrario al successo.
Provava per Paquita una passione capricciosa, ma forte e non mai provata. Se Mefistofele gli fosse stato vicino, egli avrebbe detto come Faust: «Vedi quella fanciulla? io la voglio». La bramava intensamente, pazzamente, con una forza di cui egli stesso non si credeva capace.—Intanto viveva una vita nuova; più non si curava delle altre cose, non aveva ancor veduto l'Alhambra, non pensava più a correr pei monti in cerca di avventure, non aveva più curiosità per le opere d'arte, abbandonava i suoi amici di un giorno, tranne il cugino, non guardava più le belle signore ai balconi dei palazzi, non andava più al Prado. Ma tutti i giorni, o quasi, trovava modo di vedere Paquita, nella cui casa era altrettanto bene ricevuto dalla nonna quanto dalla nipote.
Non era necessario affermare la virtù di Paquita; bastava guardarla, per convincersi ch'ella era pura. Sebbene Westford fosse creduto un pittore, pure era in posizione sociale già un po' troppo al di sopra della loro, perchè la vecchia credesse ch'egli potesse sposare la fanciulla. Una tale idea non l'era mai passata per la testa, e lo vedeva volontieri sovente perchè non pensava che vi fosse alcun pericolo e anzi credeva che con la sua influenza potesse far decidere il cugino, e perchè era tanto buono, cortese e simpatico.
E Paquita? Ella l'amava. L'amava come si ama a diciott'anni, a Madrid. Finalmente aveva trovato quello pel quale aveva rifiutato tutti gli altri, compreso il cugino, addolorando la nonna. Ella amava ladistinzione, e questa non l'aveva trovata che nel pittore Giorgio. Ben inteso che non s'illudeva e che resisteva alla passione da cui era invasa, sapendo benissimo che un bel giorno egli sarebbe partito. Pure l'amava.
Giorgio non ne dubitava, se n'era prestissimo accorto. Ma, lo ripetiamo, non era un don Giovanni, e andava già da mesi in casa della fanciulla, senza esser molto avanzato. Quel tempo gli era trascorso con una velocità sorprendente; quei mesi gli erano sembrati settimane. Non aveva un'idea ben precisa di quando era cominciato quel tempo, non sapeva del tutto quando sarebbe finito. La sua vita era chiara e limpida come il cielo che aveva sul capo, ma un forte desiderio lo rodeva.
A Paquita egli sembrava la realizzazione di un ideale lungamente atteso. Nei primi sogni dei quindici anni ella aveva travisto una figura che non aveva riscontrato che il giorno in cui Giorgio si era affacciato all'uscio. Ella era nata con un sentimento di eleganza e di distinzione tale che nessuno dei rozzi pretendenti che le si erano presentati avevano potuto piacerle. All'istesso tempo ella non gettava mai uno sguardo agli eleganti vestiti alla parigina, che incontrava al passeggio della domenica, perchè la nonna, sapendo da che parte stessero i pericoli, li aveva tutti mostrati sotto l'aspetto di canaglia ben vestita e di seduttori infami. In Giorgio trovava ciò che in quelli che la corteggiavano mancava, senza che fosse nella categoria proibita. Allo stesso tempo però non si faceva alcuna illusione e cercava di soffocare la passione nascente.
Vi era in lei molta di quella fierezza spagnola che in quel paese si riscontra spesso anche nelle classi meno elevate. Senza avere alcuna delle vane affettazioni di convenienza tanto comuni in questo secolo stranamente morale, vi era in lei la purezza della donna sicura di sè. Non le sembrava possibile di poter essere mai di altri che dell'uomo che l'avrebbe amata profondamente e che le avrebbe dato tutto quello che possedeva. Ella rideva volontieri di tutto, non si scandalizzava facilmente, non teneva gli occhi bassi, non portava il velo sul viso, non si turava ad ogni momento le orecchie, non arrossiva tutti i cinque minuti; ma per lei diventare la favorita di un re era abbassarsi quanto per una figlia di re sposare un poeta.
Westford capì subito dunque che il partito cui si sarebbe appigliato un Lovelace qualunque, di svelarle il suo vero nome, far scorrere su di lei un torrente di diamanti e offrirle un palazzo principesco, era precisamente il peggiore di tutti. Per quanto ciò gli ripugnasse un poco, era necessario continuare a fingere e tentare di alimentare sempre più l'amore che aveva già inspirato, sembrandogli, e giustamente, che se fosse possibile vincere, la vittoria non gli poteva essere accordata che dal piccolo Dio dagli occhi bendati, i cui strali qualche volta rendono le sue vittime cieche quanto lui. Quando considerava pacatamente la sua condotta e comprendeva a cosa veniva spinto, la sua coscienza protestava contro il suo progetto, il rimorso lo assaliva e prendeva i più fermi proponimenti di lasciare ogni cosa, di partire all'indomani, di essere forte e generoso. Ma quando la vedeva, restava. Cercava di persuadersi che questo amore in fine non era che un capriccio e nulla più, che se avesse avuto il coraggio di troncare e partire, dopo un mese non se ne sarebbe forse più ricordato, ed ora si sentiva il bisogno di tornare alla sua vita solita, come prima si era sentito quello di cambiarla; aveva le stesse aspirazioni verso le noie parigine, che prima aveva avuto verso la libertà dell'incognito, e cominciava davvero a pentirsi di aver posto il suo piano in esecuzione. Ma come prevedere una così strana cosa, ch'egli avesse ad amare veramente? Stupiva di sè stesso quanto avrebbe stupito Tibaldo. Talvolta ne rideva. Intanto continuava a decidere tutte le mattine di partire, ma se vedeva Paquita nella giornata, decideva di restare.
Ed ogni giorno s'innamorava di più perchè ogni giorno capiva più chiaramente di essere amato. Ella tentava di fingere ancora, ma dissimulava con la sublime disadattaggine della passione, e quando la sua bocca taceva o negava, lo sguardo, il gesto, il sorriso, tutto affermava; ogni cosa la tradiva, l'amore traspariva da ogni suo movimento. Vi era in lei quella stanchezza derivante dalla lotta con la passione che invade, la sua voce si raddolciva sempre più, la sua mano pareva accarezzare qualunque cosa toccasse, il suo velo sembrava cascarle sul viso in pieghe più molli.
Giorgio la vedeva spessissimo; la sua vita si era fatta monotona e calma; il suo tempo si divideva in due parti; quello in cui la vedeva e quello in cui non la vedeva; questo era la tenebra, il nulla; quello era la vita. La nonna era però quasi sempre presente, ed essi non si erano mai confessato completamente i loro sentimenti; ma in ambedue il labbro solo taceva. Essi erano avvolti da quell'aura profumata e inebriante, sembravano circondati da quel nimbo luminoso con cui l'amore corona la gioventù e la bellezza nell'esordio della passione, il loro silenzio era di una eloquenza strascinante, un fluido magnetico passava nei loro sguardi; e quando si toccavano la mano non dubitavano più.
Qualche volta, spesso anzi, il duca pensava, quanto i suoi amici avrebbero riso dei suoi scrupoli. Evocava l'ombra dei Lauzun e dei Richelieu; accusava sè stesso di essere, quanto un poeta qualunque, affetto dalla malattia del secolo, che snerva, che ammollisce, che rende tenero e indeciso. Pensava a mille modi per ottenerla, non rifuggiva davanti a nulla, gli sembrava ridicolo di non osare, pensava quanti non sarebbero stati per un sol momento nemmeno toccati dai rimorsi che lo arrestavano. Altre volte invece temeva, si accusava, disperava, voleva partire, giurava a sè stesso di non aver nulla da rimproverarsi. Essi si amavano, senza quasi esserselo detto, come due fanciulli; vedendoli insieme sembrava impossibile che l'amore non li avesse a riunire.
Quando la nonna era nella stanza vicina e che essi si trovavano soli nella povera cameretta di Paquita, allora che il duca di Westford, l'uomo alla moda, l'impareggiabile, l'inimitabile, sembrava uno scolaro, quando i loro sguardi s'incontravano ogni volta che si sfuggivano, quando le mani si univano involontarie, quando la sedia di Giorgio come inavvertitamente si avvicinava a poco a poco a quella della fanciulla, quando le labbra pronunziavano una parola e l'orecchio ne udiva un'altra, quando il loro silenzio li tradiva ed il cuore palpitava, erano una di quelle imagini come ben di rado si presentano tanto vaghe alla fantasia dell'artista.—La modesta cameretta sorrideva, rallegrata dal raggio di sole vivissimo che, penetrando dalla finestra, illuminava quelle due teste che pendevano l'una verso l'altra; i vecchi mobili, l'oscura alcova, lo specchio annerito, gli angoli rimasti nell'ombra, tutto pareva più lieto, vi era nell'aria qualcosa di fluttuante e di misterioso. Era una di quelle scene che devono costringere gli angeli stessi a sorridere, pur celando il viso purissimo fra le ali azzurre—e che i piccoli spiriti astuti, in agguato di tali cose, certo osservano con attenzione, ridendo a bassa voce di un riso sonoro, argentino, un po' beffardo, come esperti abbastanza della fralezza umana per sapere quanto siano inutili certi proponimenti. Gli augeletti che cantavano dal loro nido della gronda, sembravano irridere al loro turbamento, l'aura estiva susurrava negli alberi che a lor volta parevano dir loro: «noi ci abbandoniamo alle ondulazioni che il vento c'imprime, perchè volete resistere?»
Una domenica, il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico passeggiavano e prendevano il fresco in un vasto recinto, mezzo giardino, mezzo orto, appartenente ad un giardiniere, loro conoscente. Il sole tramontava incendiando l'orizzonte di una luce purpurea, il riflesso chiarissimo di un caldo crepuscolo cominciava già ad invadere una parte del cielo, i fiori lasciavano cadere languidamente le loro teste, gli alberi si agitavano lentamente, mossi dall'aura vespertina—ed alla dolce malinconia di quell'ora contrastavano, ma non contraddicevano, le risa fragorose degli allegri crocchi e i giuochi delle fanciulle che correvano spensieratamente sull'erba del prato.
Paquita saltava come le altre, ma non vi era nei suoi movimenti la franca allegria, la spensieratezza abituale, e di tanto in tanto rivolgeva il suo occhio bruno verso Giorgio, il quale appoggiato contro una pianta, nell'ombra, non era osservato e gioiva di essere però veduto da lei. Mille pensieri gli si agitavano in folla nella mente; non era mai stato tanto turbato, cambiava ad ogni istante di decisione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle tutto, almeno chiedere il suo amore. Ogni partito gli sembrava il peggiore; sapeva solo che quella povera fanciulla, di cui qualche mese prima ignorava persino l'esistenza, esercitava ora su di lui uno strano potere. Correndo, ella gli passò vicino ed egli allora quasi involontariamente pronunziò il suo nome.
—Paquita!
Ella si fermò.
—Ah! come sono stanca! ella disse, mi avete chiamata?
—Sì.
—Cosa volete?
—Venite a fare un giro con me, ho bisogno di parlarvi.
Come Tibaldo sarebbe stato stupito! La sua voce tremolava. Ella si fece seria, udendo quelle parole dette seriamente. S'internarono in un viale: camminando adagio, ad una certa distanza l'uno dall'altro. Giorgio era deciso a parlare d'amore; a dirle tutto; non sapeva più tacere; i profumi della sera lo inebriavano, la guardava fissamente e non poteva togliere lo sguardo dai suoi bruni capelli che l'aria agitava di momento in momento, da quelle guance rosee, ombreggiate dalle lunghissime ciglia, da quegli occhi per la prima volta abbassati. Mille parole gli venivano alla bocca, ma non le pronunziava; pensò che alcuni lo credevano un seduttore e gli venne quasi voglia di ridere, pensò più che mai a tutti i don Giovanni passati e presenti, ai suoi amici di Parigi, al suo cameriere che lo proclamava il più bel gentiluomo della cristianità, fece uno sforzo inaudito e disse:
—Non credete, Paquita che…. dopo di aver corso in quel modo, quest'aria vi possa far male?…
—No davvero, ella rispose, vi sono abituata.
Vi fu una pausa; camminarono ancora qualche passo. Giorgio si avvicinò a lei, quasi appoggiandosi.
—Torniamo indietro, ella disse.
Egli fece uno sforzo sovrumano.
—Vi dissi or ora che ho bisogno di parlarvi.
Ella si fermò; alzò gli occhi, lo guardò e li tornò ad abbassare; ma quello sguardo aveva bastato ad inebriarlo ancora più ed a mostrarle il turbamento che prima le era svelato dalla voce soltanto. Si fece subitamente rossa come bragia, e balbettò:
—Che avete a dirmi?
Ella si era fermata vicino ad un grosso albero il cui tronco enorme accennava un secolo di vita. D'un tratto vi si appoggiò.
—Mi pare che lo sappiate.
Egli disse queste parole con voce bassa e rauca; quasi non intelligibile, poi non disse più nulla; ma del braccio la cinse come per sostenerla, e quasi inconsciamente piegò il viso su quello impallidito della fanciulla. Ella chiuse a metà gli occhi, e si svincolò respingendolo con ambe le mani…. ma il bacio era stato restituito.
Ella si fece forza, si raddrizzò e tornò verso il prato; si tenevano quasi involontariamente per mano. Quando furono al limitare del viale, prima di esser veduti, ella lo guardò ancora. Egli se la strinse di nuovo fra le braccia e questa volta ella non seppe resistere, la sua testa si piegò sulla spalla di Giorgio, ma con un filo di voce tremante, pronunziò queste parole:
—Lo direte alla nonna.
Egli la lasciò andare ed ella corse verso le compagne che la chiamavano ad alta voce. Giorgio rimase più che mai turbato; quelle ultime parole della fanciulla avevano d'improvviso risvegliati tutti i suoi rimorsi assopiti e gli scrupoli che l'ebrezza del momento aveva fatto tacere.
Paquita, come dicemmo, aveva resistito all'amore perchè nulla sperava da Giorgio; ma non avendo potuto quella sera essere forte contro la passione che la invadeva, nel confessarla, aveva gettato quella parola, come una preghiera, un comando, un grido supremo. Con quella parola ella diceva tutto e si salvava ancora; gli diceva chiaramente ciò che aspettava da lui e perciò rendeva più violenta la lotta tra il suo amore e la sua coscienza. Bisognava o chieder la sua mano, o partire; oppur andare fino in fondo alla colpa.
Quando quella sera Giorgio andò a casa, il ragazzotto che gli serviva da cameriere gli porse una lettera di Tibaldo—la quindicesima forse alla quale non rispondeva—ch'egli gettò sul tavolo senza leggerla. Poi si lasciò cadere sopra una poltrona e pensò. In certi momenti egli era un uomo abbastanza positivo. Guardò la questione da tutti i lati; e capì che il partito migliore era di partire al più presto e cercare di sradicare quel sentimento, forse solo tenace in apparenza: giacchè, se restava, bisognava prometterle di sposarla, e poi? Abbandonarla? Egli rifuggiva da un tale pensiero. Mantenere la promessa? E se non fosse che un capriccio? Legarsi per la vita, contradire tutte le proprie idee, le proprie massime, la propria gioventù, pentirsi dopo, rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza, sagrificare forse ad una passione del momento la felicità di tutto l'avvenire, rendersi ridicolo dinanzi ai suoi amici, dar ragione ai moralisti? Era possibile? Ma all'idea di partire una profonda tristezza lo afferrava, e quasi rimproverava sè stesso di non avere il coraggio di restare e veder poi. Pure la sua decisione fu presa e questa volta più ferma delle altre. Passò quasi tutta la notte a fare i suoi preparativi, e all'indomani, verso mezzogiorno, col cuore palpitante e nell'animo un vuoto, traversò la strada per andare ad annunziare la sua decisione a Paquita.
Ella pure non aveva dormito. Non si dorme dopo una sera come quella che aveva passato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confessato, lo sapeva; una vaga speranza, benchè incerta, l'agitava, egli sarebbe venuto! avrebbe parlato!
Egli aperse l'uscio col suo discorso già preparato.—Ma ella lo ricevette come non aveva mai fatto, gli stese le due mani e le tenne strette lungamente fra le sue. I suoi occhi sfavillavano per la gioia di non dover più fingere. Egli non ebbe allora più la forza di dire ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Assaporava le parole di Paquita ad una ad una, beveva i suoi sguardi, dimenticava tutto, ridiventava fiacco, la sua decisione non era più. Il caso fece sì che la nonna—cosa rarissima—fosse uscita, ma essi parlavano a bassa voce come qualcuno li udisse; si dissero quelle mille cose che da molto tempo pensavano e che non si erano dette mai; ed egli uscì più innamorato, più indeciso di prima; lasciando lei—poveretta!—ormai piena di quella speranza cui il giorno prima non osava ancora affidarsi.
Qualche tempo passò ancora così; i giorni si succedevano per ambedue con una rapidità insolita; la nonna cominciava a sospettare, ma si fidava completamente di sua nipote, benchè temesse che fossero vane illusioni e che non si dovesse nutrire alcuna speranza.
Non accadeva sovente che Paquita uscisse sola, ma pochi giorni dopo la scena narrata andò, senza che la nonna si decidesse ad accompagnarla, a trovare una sua amica, figlia di un antiquario, la cui bottega era situata nel quartiere elegante e perciò ad una certa distanza. Era una giornata caldissima, e quando ella giunse, fu felice di potersi riposare nel patio al quale si penetrava dal fondo della bottega, e dove una piccola fontana tranquillamente zampillante nel mezzo procurava una benefica frescura. Una porta aperta permetteva facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, senza essere veduti. L'antiquario faceva dei buonissimi affari ed infatti nessuno possedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vasi, di mobili, nessuno sapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai forestieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora, e Paquita si disponeva a partire quando d'improvviso cambiò colore. L'amica le domandò la causa di un tal turbamento. «Nulla, nulla,» ella rispose, e si rimise a discorrere, dimenticando di partire e gettando spesso uno sguardo nella bottega.
Giorgio era entrato e stava guardando con attenzione alcunenavajemolto curiosamente ornate. Chiese il prezzo della più ricca, ch'era molto elevato, la pagò senza dire una parola e la intascò. Paquita era attonita dallo stupore; in che modo Giorgio spendeva una sì grossa somma per una cosa inutile? All'istesso tempo, un sospetto che non l'era mai venuto, la colpì rapidamente.
In quell'istante una carrozza aperta si fermò alla porta della bottega; un servitore in livrea aperse lo sportello ed una signora elegantissima, una vera parigina, scese ed entrò. Dal suo cappellino scendeva un velo piuttosto folto sul viso che lasciava però travedere una bocca bellissima e la punta di un nasino aristocratico.
—Signora duchessa, disse il mercante in cattivo francese, le trine sono all'ordine com'ella desiderava, ora avrò l'onore di mostrargliele.
Era la duchessa di M., venuta a Madrid per far visita ad alcuni suoi parenti. Ma ella non ascoltava le parole del mercante; guardava fissamente Giorgio, il quale invece stava in disparte, cercando di sfuggire all'attenzione ed aspettando il momento favorevole per svignarsela senza esser veduto. Egli sperava di non esser riconosciuto e ne aveva ben d'onde. Si era lasciato crescere la barba ed era tutto vestito di tela, con un gran cappello di paglia, abbassato sopra gli occhi. Ma ella, sotto pretesto di guardar bene alcuni vasi chiusi in una vetrina, si avvicinò a Giorgio, e quando lo ebbe ben guardato disse ridendo:
—Riconosciuto, signor duca, malgrado quella tinta bruna e quella barba. Ah, ah! è la Spagna che ci trattiene sì lungamente!
—Silenzio, duchessa, sono qui sotto il più grande incognito, per dei motivi…. politici, rispose Giorgio che, non potendo più schivare l'incontro, aveva subito riacquistata la sua disinvoltura.
—Davvero? Se sapeste come s'è parlato di voi a Parigi! La vostra scomparsa fu un avvenimento. Tutti assediano quel povero Tibaldo d'interrogazioni, ma egli si ostina a tacere. Probabilmente, perchè non sa nulla nemmeno lui. Tutti dicono: chi sa dov'è? chi sa cosa fa? Vi credono in China per lo meno. Ho molto piacere di vedervi; state certo che manterrò il vostro segreto.
—Grazie; ve lo raccomando, sapete, in diplomazia non si scherza. E ditemi in che modo ho la fortuna d'incontrarvi?
—Sono qui pel matrimonio di mia cugina con un grande di Spagna, alto come il vostro bastone. Intanto vedo Madrid. Adoro questa città. Domani sarò presentata a corte. Ma voi, cosa fate, caro duca? non credo molto alla vostra politica, sapete?
—Avete torto, disse Giorgio seriamente. Si tratta di cose molto gravi.
—Se sapeste come mi fate ridere quando prendete quell'aspetto serio. Ma Dio mio! dimentico che il tempo vola e che mia cugina mi aspetta per andare dal gioielliere. Addio, duca. Sono contenta di avervi incontrato. Ah! è la Spagna che vi attira! Qui c'è sotto un mistero. Ma silenzio! siate sicuro di me, sono muta come la tomba. Dovreste però farmi le vostre confidenze. Addio, duca.
—Silenzio! disse Giorgio, ridendo questa volta, sono qui incognito.
—Già, già, come un cospiratore. Non monta, venite a trovarmi.Prendete: questo è il mio indirizzo. Addio. Questa volta vado davvero.
E così dicendo la bella duchessa, ripetendo le sue raccomandazioni al mercante e seguita a distanza dallo strascico del suo vestito, salì in carrozza, mandò a Giorgio un ultimo saluto con la mano, e partì.
Giorgio uscì dalla bottega, un po' annoiato e un po' divertito da quell'incontro, ma senza nemmeno sospettare la controscena che aveva avuto luogo nel cortile. Nel mentre la duchessa, con le sue volubili parole, interpellava il duca ad alta voce, a Paquita si rivelava un segreto fatale per lei, nell'alta posizione di Giorgio, e le si svelava ogni inganno. Fu talmente turbata che quasi svenne, senza che la sua amica, la quale l'abbracciò inquieta e fece ogni cosa per riconfortarla, potesse indovinare la causa di quella subita indisposizione.
Ma ancor più sorpreso fu Giorgio, quando tornando a casa un paio d'ore dopo con l'intenzione di andare più tardi da Paquita, vi trovò questo biglietto:
«Signore, vi domando per grazia, vi supplico di tralasciare le vostre visite fino a nuovo avviso, per delle ragioni molto importanti. Non vi posso dire di più per ora. Vi vedrò per un'ultima volta, poichè sento che non ne posso fare a meno, e perchè forse vi devo una spiegazione. Ma ora non venite se davvero mi volete un po' di bene.
«Paquita».
Queste righe turbarono Giorgio in un modo che non è possibile descrivere. Che significava un tale mistero? Cosa era accaduto? Quali potevano essere le ragioni molto importanti per le quali egli doveva cessare le sue visite a Paquita? E perchè quella forma cerimoniosa? Vi era in quelle poche righe qualcosa di freddo, di nascosto, di duro che lo spaventava. E sopratutto «vi vedrò per un'ultima volta». Dunque tutto doveva esser finito fra di loro!… Sembrerà forse strano, ma al primo momento non ebbe nemmeno il sospetto della verità. Come supporre infatti che il suo colloquio con la duchessa di M. fosse stato udito? Fu quasi tentato, di andar subito da Paquita malgrado la proibizione, di disubbidire per prima cosa, ma pensò poi ch'ella era una fanciulla intelligente assai e d'animo forte, e certo non di quelle che si spaventano per nulla; se dunque ella diceva: «non venite se davvero mi volete un po' di bene», doveva certo esservi un motivo ben serio. Quelle ultime parole specialmente lo addolorarono e gli fecero un male sì intenso, ch'egli capì di amarla ancor più di quello che credeva: «….se davvero mi volete un po' di bene», dunque ella dubitava di lui, dunque la confidenza non vi era più, dunque tutto si doveva ricominciare! E non una parola d'amore, non un accento vero, nulla! Ella lo supplicava a non andare, egli doveva dunque ubbidire, ella lo avrebbe veduto—forse fra poco—era dunque necessario aver pazienza ed aspettare. Ma qual vuoto nell'anima, quanti dubbii, quante congetture, quante vane speranze, quale tormento in quel tempo! L'idea di restare a lungo in quello stato d'impazienza febbrile, di tristissima indecisione, lo atterriva; era una prova che gli sembrava superiore alle sue forze. Egli la amava davvero, non vi era più da dubitarne oramai, non poteva più, come il giorno prima temere o sperare che fosse solo un capriccio passeggiero, mentre invece dubitava dell'amore di lei di cui il dì innanzi era tanto sicuro ed orgoglioso. Era precisamente il rovescio della medaglia.
In mezzo a questo sorgeva un'idea che gli riusciva piacevole. Egli dunque si calunniava quando poneva in dubbio di poter sentire come gli altri. Era quasi contento di soffrire.
Cinque giorni passarono—cinque secoli—senza ch'egli avesse alcuna nuova di Paquita. Stava, come prima di conoscerla, lunghe ore alla finestra, con lo sguardo fisso sulla finestra opposta, ma i vetri non si aprivano, non una piega delle tende si moveva, i fiori del vaso appassivano—dimenticati. Non sapeva che fare; si annoiava come non si era mai annoiato; qualunque più piccolo rumore lo faceva sperare; ma nessuno veniva. Egli non uscì di casa, tranne che per cercare il cugino dal quale forse avrebbe potuto ottenere qualche informazione, ma non lo potè trovare. Il caldo gli riusciva insopportabile. Tentò di scrivere a Tibaldo, ma non vi riuscì; la più piccola occupazione gli era di peso.
Finalmente, la sera del quinto giorno, gli furono consegnate queste parole: «Venite domani alle due.» Quella notte che passò pieno d'indecisione, agitato or dal timore or dalla speranza, quella notte interminabile, e come certo da molto tempo non ne aveva passata una simile, gli mostrò il cambiamento operatosi in lui. Si ricordò i balli splendidi in cui tanto si annoiava, le signore bellissime che lo lasciavano freddo, le fanciulle che non gli sembravano belle, le cortigiane che gli parevano insipide. Pensò alle cene sontuose e pazze nelle quali l'allegria fragorosa ed ebete non valeva a farlo sorridere, pensò alle pazze innamorate che non gli facevano battere il cuore—pensò come nulla più lo interessasse qualche mese prima, e comprese quanto era mutato, ora che una riga di Paquita lo riempiva di gioia e di tormento. Traversò la strada come volando, montò la scala, entrò.
Paquita era in piedi, vicino alla finestra, pallidissima e con la fisonomia talmente diversa dalla solita, che perfino la sua bellezza aveva quasi mutato carattere. La sua voce era malferma assai, quando disse:
—Signor duca….
Giorgio impallidì.
—Signor duca, voi m'avete ingannata, ma io vi perdono e per prova ho voluto vedervi ancora, ma come vi scrissi, questa sarà l'ultima volta….
—Paquita!…
—Vi prego di non interrompermi. Ho bisogno di parlarvi; la nonna è fuori; ho saputo mandarla via, lo feci perchè aveva bisogno di parlarvi da sola. Ella non deve sapere nulla.
—Paquita, che vi importa chi io sia, se vi amo ugualmente e se vi giuro….
—Mi avete ingannata. Ora lasciatemi parlare e non m'interrompete, ve ne prego. Venite con me.
Così dicendo ella passò nella stanza vicina, quella dove avevano pranzato il primo giorno che Giorgio era venuto in casa, e avvicinandosi al quadro coperto che—ve ne ricordate?—aveva eccitata la curiosità di Giorgio, lo scoperse prestamente.—Era un ritratto di donna molto ben dipinto, ma di scuola moderna, sebbene la bellissima figura che vi era rappresentata fosse vestita di un costume del cinquecento; il vestito, quadrato per davanti, mostrava il collo e il petto bianchissimi sul quale pendeva una collana di perle; i capelli, nerissimi, erano pure intrecciati con perle. Del resto, uno sguardo ardente, dei lineamenti purissimi, una bocca voluttuosa e nella fisonomia una forte somiglianza con Paquita, sebbene l'espressione fosse meno caratteristica e meno simpatica.
—È il ritratto di mia madre, disse Paquita, che io non conobbi. Era assai più bella di me e, come vedete, portava la seta e le perle, ma fece molto dispiacere alla nonna ed ella stessa non fu felice. Ne so poco di più, poichè non conosco la sua storia che molto imperfettamente. Mia nonna le ha tutto perdonato e perdendola portò un lutto, che io sola, ella disse, poteva consolare. Ho fatto il mio possibile per riuscirvi.
—E siete tutto per lei. Perchè dunque….
—Non m'interrompete, signor duca. Io amo d'immenso affetto questa povera mia madre che non mi fu dato conoscere, poichè la nonna mi disse: «Ella mi ha fatto soffrire e mi ha fatto molto piangere e pregare per lei, ma ora è lassù e può ella pregare per noi; tu le devi venerazione. Ma più di tutto le devi d'essere virtuosa; io forse ti dovrò abbandonare presto; se ti lascerò senza appoggio, tu non dimenticare mai, e miralo ogni giorno, questo ritratto velato agli occhi degli altri, ma che ti deve servire di salvaguardia. Guardati dagli inganni e sopratutto dalle dolci parole piene di false promesse.
—Ma nulla è falso in me.
—Tutto lo può essere, dacchè il vostro nome è falso.—Dio! se la nonna lo sapesse, ella che sempre mi raccomanda di star lontana dai signori! Voi mi avete ingannata. Dio ha voluto che io fossi salvata udendo il vostro discorso con quella bella signora che vi chiamò col vostro titolo; cosa ho sentito in quel momento, possiate, signor duca, nol sentirlo mai!… Ho voluto vedervi ancora una volta, sebbene forse sia male, ho aspettato cinque giorni per trovare la forza, ma è solo per darvi una spiegazione; sono decisa a non vedervi più; vi amo forse ancora, ma non ho paura dinanzi a questo ritratto. Addio, vi stendo la mano, stringetela e partite; è la mano di una fanciulla che è fiera del suo nome quanto voi….
Giorgio la prese e la baciò, come avrebbe fatto ad una regina.
—Mi permettete di dire due parole a mia giustificazione? Io era qui sotto un falso nome perchè aveva voluto cambiare completamente il mio modo di vivere; ma con voi l'inganno mi pesò fin dal primo giorno. Quando vi ho amato e ho sperato di essere corrisposto, una lotta terribile s'impegnò in me stesso; ma vinsi poichè decisi di dirvi tutto e partire. Dopo quella sera nel giardino—vi ricordate?—quando ci capimmo ambedue, feci uno sforzo di cui non mi credevo capace e venni per dirvi addio. Voi mi stendeste le due mani, mi guardaste, ed io non ebbi più la forza. Perdonatemi, lo potete, perchè non fui altro che debole e perchè vi amo troppo. Che la mia memoria resti pura, siate felice, ma ricordatevi qualche volta….
—Addio, disse Paquita, vi ripeto che tutto è perdonato—e sebbene lontano il mio…. affetto vi resterà—Addio.
—Addio, mormorò Giorgio ancora, baciandole di nuovo la mano, poi si diresse verso l'uscio; ma nell'aprirla cento idee, buone e cattive, si presentarono d'improvviso alla sua mente. Una voce maligna gli susurrava all'orecchio: Imbecille! perchè partire così; sai bene che ella è più innamorata di te! Il suo cuore si gonfiava e sentiva che non poteva risolversi a non vederla più.
Tornò indietro—le prese le mani fra le sue ed esclamò:—Paquita! lo sapete che non posso partire! Come lo volete? Dite, non mi amate più? Non si può cessare di amare. Come volete che tutto sia finito fra di noi? Come volete che io vi dimentichi? Come volete che io non vi abbia più a vedere? Ditemi cosa posso fare, ditemi….
—No, partite. Ella ritirò le mani dalle sue. Non voglio più sentirvi parlar d'amore; non avete il nome col quale mi avete conosciuta, non siete dunque più quello che io amo. Addio.
Ella era pallidissima e si scorgeva che soffriva orribilmente, ma vi era tanta freddezza nelle sue parole, che Giorgio credette quasi di non essere più amato ed uscì.
Quale vi sembra lo scioglimento più probabile? Ch'egli sentendosi scoperto, non sapendo prendere mia decisione, dubitando quasi persino dell'amore, si decida a partire, a ritornare alla vita di prima—non più suscettibile di alcuna passione, tranne estetica—sebbene col cuore ripieno di un ricordo soave, triste, puro, che nulla può cancellare?
Questo sarebbe certo accaduto se egli fosse stato uno di quegli uomini fermi nella decisione, pronti a porre il pensiero in fatto, che trovandosi un nodo dinanzi hanno il coraggio di tagliarlo. Ma, come sappiamo, egli era tutt'altro. Tre giorni dopo infatti, invece di vederlo in viaggio per ritornare a far le sue confidenze a Tibaldo, lo ritroviamo, come ai bei tempi, alla finestra con lo sguardo più che mai rivolto alla finestra opposta. Quella parte di stranezza che vi era nel suo carattere cominciava a prendere il di sopra, ed egli non ragionava più. Del resto, per quanto guardasse, non vedeva nulla, tranne i fiori affatto appassiti oramai e le tendine inesorabilmente chiuse. Lo scopo della vita gli mancava e non aveva nulla da sostituire; si sentiva nell'anima un vuoto triste. Guardava stupidamente per delle ore intiere gli ornati quasi cancellati della finestra, non avendo quasi coscienza di esistere. Del resto era perfettamente calmo; ma non lottava più, l'idea di tentare uno sforzo supremo e partire, non gli passava nemmeno per la testa. Pensava: a quest'ora ella mi crede partito e forse si è già consolata—ma talvolta invece una voce segreta gli diceva che era amato ancora. A quest'idea non sapeva più resistere; i rimorsi, la voce del dovere, tutto passava, egli voleva il suo amore, lo voleva anche per forza, non era più trattenuto da nulla.
Questo ultimo pensiero ebbe il sopravvento; la passione lo accecò totalmente. Non fece più altro che aspettare il momento favorevole per penetrare ancora da Paquita e sorprenderla.—Gli venne l'idea che forse ora sposerebbe il cugino e non la poteva sopportare.
Finalmente vide la nonna uscire tutta coperta del suo velo. Era vestita con una certa ricercatezza e quando fu in fondo alla via voltò a sinistra. Andava certo a fare qualche visita e sarebbe stata assente per un po' di tempo.—Il momento era giunto; non lottò nemmeno più—e un minuto dopo si trovò dinanzi all'uscio della camera di Paquita. Era confuso ed agitato, e, senza rendersi ben conto di quanto facesse, senza picchiare, socchiuse lentissimamente la porta e guardò.
Paquita era seduta, con la testa tra le mani, e dal movimento lievemente sussultorio delle spalle si capiva che piangeva. Giorgio si avanzò, trattenendo il fiato, e con tanta precauzione che giunse vicinissimo alla fanciulla, senza ch'ella se ne accorgesse. Stette qualche istante immobile a guardarla. Un senso lieve di compassione ed uno immenso di gioia lo empiva. I dubbii di quei tre giorni scomparvero dinanzi a quella testa, agitata dal pianto come un fiore dalla tempesta. Piegata, lasciava vedere il collo bianchissimo e la massa dei capelli bruni.
Sentì qualcosa che non aveva mai sentito, e piegandosi sfiorò con le labbra i capelli della fanciulla.
Ella diede un grido e voltatasi prestamente gli mostrò il suo viso, bello anche nel dolore, guardandolo attraverso al velo che le lagrime le ponevano sugli occhi. Egli non poteva quasi parlare e non sapeva che dire, si lasciò cadere vicino a lei, e piegando la testa sulla sua l'abbracciò lungamente, senza ch'ella sapesse in alcun modo resistere. Ella era a quel punto della passione, quando la donna, nella sua sublime debolezza, non sa più che cedere; si sentiva vinta. Lo stringeva fra le sue braccia e non sapeva far altro; poichè quando egli era entrato ella piangeva disperatamente all'idea di averlo perduto per sempre. Egli, senza saperlo, aveva ben scelto il momento.
—M'ami dunque sempre? mormorò Giorgio.
Ma come ripetere le parole frivole ed altissime di coloro che si amano? Ella lottava invano.
—Perchè sei venuto? Sono felice di vederti una volta ancora, ma la è una felicità amarissima. Siamo forti, addio. Va, parti.
—No, non posso, resto. Se mi ami davvero, devi tutto dimenticare.
—Sai che oramai non posso avere una volontà. Tu puoi fare di me tutto quello che vuoi; dopo non mi resterà più che morire.
La fanciulla virtuosa e fiera non sapeva più dir altro.—Giorgio tremava di gioia.—A un tratto vide tutto sotto un nuovo aspetto, pose in non cale una quantità di cose cui prima dava importanza, fu preso di ammirazione, si sentì pieno di amore, capì che ella per lui era tutto e ch'egli tutto le doveva dare, giacchè ell'era vinta. Dimenticò Parigi, gli amici, Tibaldo, tutti gli ostacoli che prima gli erano sembrati insormontabili, e susurrò, soffocato dall'emozione, queste parole all'orecchio della fanciulla inebriata:
—Tu parli di morire? Rifiuteresti dunque di essere duchessa diWestford?…