X.

Il castello di Westford è un sontuoso fabbricato della ricca architettura del tempo di Elisabetta. Fu là che Giorgio e Paquita passarono la luna di miele. Il vivace fiore meridionale fu trapiantato nellamerry old England.—Illuminata dall'amore ella trovò bellissime le tinte fredde di quel cielo pensieroso, ed il verde tenero che non si trova che colà, le piacque assai.—Dopo, tornarono a Parigi, dove furono raggiunti dalla nonna, il cui stupore e la cui gioia il lettore dovrà imaginarsela, poichè noi non la sapremmo descrivere. Tibaldo giurò ch'egli non aveva saputo nulla prevedere, poichè si aspettava a tutto, tranne che a veder Giorgio tornare ammogliato.

Del resto, Paquita era nata duchessa. In un certo senso era davvero figlia di sua madre, poichè amava la distinzione ed il lusso. Se non avesse trovato Giorgio di Westford, forse le paure della nonna si sarebbero avverate, ella non avrebbe voluto trovar marito. La sua educazione era stata accurata assai e molto superiore al suo stato, dimodochè non ebbe che a perfezionarsi. Portava la seta e il velluto come se non fosse mai stata vestita d'altro. Quando comparve per la prima volta in publico, impressionò tutti fortemente. Tutti ammiravano la sua bellezza e non potevano credere ch'ella fosse una povera fanciulla. La si guardava con una curiosità eccessiva; chi diceva: «È la sposa di Westford, la storia è tutto un romanzo»; altri: «chi avrebbe detto che Giorgio si sarebbe ammogliato sì presto?»; qualcuno soggiungeva: «egli che ha rifiutato la mano della figlia di un principe del sangue!» Vedendola, esercitava un tale fascino, che anche le invidiose ammettevano che la sua fortuna era meritata. Inoltre, Giorgio, con la sua riputazione, poteva fare tutto quello che voleva, certo di essere lodato, difeso, imitato. Il suo matrimonio ebbe degli effetti morali e insieme democratici, poichè molti giovani eleganti si ammogliarono, e alcuni colla figlia della portinaia.

La sua bellezza cambiò un po' carattere e, se si vuole, aumentò, in quella metamorfosi dell'allegra manola in gran signora; si fece più maestosa, più aristocratica, non perdendo nulla della sua vaga originalità e specialmente della sua blanda gentilezza. Certo era nata perchè la si chiamasseHer Grace.

Giorgio si era accorto di essersi sbagliato credendo che l'amore non esistesse più per lui. Non gl'importò più nulla di non poter realizzare le fantasie dei pittori: la semplice fanciulla di Madrid aveva compito ciò di cui le donne più seducenti sarebbero state incapaci, aveva fatto battere il cuore di quel giovane che tutto sdegnava e che da nulla era commosso. Ora era davvero contento del suo viaggio.

La duchessa di Westford rimane un tipo di gran signora, piacente, simpatica, piena di doti e di qualità. Ma molti sanno ch'ella prima non si chiamava che Paquita. Giorgio, approfittando della sua elegante impunità, non ne fa mistero alcuno. Nessuna è più elegante, più bella di lei in publico. Se l'avete veduta al ballo, in teatro, alle corse, certo l'avrete ammirata e in tal caso sarete contenti di sapere la sua storia. E avrete veduto che quella donna, così gran signora in tutti i suoi movimenti, in ogni parte della sua acconciatura, si appoggia con orgoglio e con un'aria di suprema distinzione al braccio del duca. Ma state certo che nei mesi che passano in campagna, nel vecchio castello di Westford, soli nella gran sala vicino al camino gotico, o nei lunghi giri a cavallo nel parco vastissimo e pallidamente verdeggiante, egli è sempre per la Paquita il povero pittore, venuto a studiare la maniera di Murillo, e innamorato esclusivamente del tipo spagnolo.

Era una vecchia casa piena di memorie; grande, bruna, uniforme, coperta qua e là del verde severo dell'edera. Stava su di una piccola altura e vi si arrivava per un lungo viale, tetro ed aristocratico, fiancheggiato d'ambe le parti da piante secolari. In fondo vedevasi un gran cancello di ferro irrugginito dal tempo, che cigolava mestamente ogni volta lo si facesse girare sui malconnessi cardini. In confronto al vecchio castello feudale, le cui superbe rovine scorgevansi su di una collina lontana, la casa di cui parliamo sembrava nuova; ma se la si fosse paragonata invece alle bianche casuccie e alla moderna chiesuola del villaggio sottoposto, inspirava già un profondo rispetto. E benchè non avesse, come il castello là in alto, veduto svolgersi tra le sue mura i tenebrosi drammi del medio evo, ed a' suoi piedi passare i cavalieri vestiti di ferro, pure a molte e molte cose aveva assistito essa pure. Edificata sul finire del regno di Luigi XIV, aveva avuto tra le sue sale le magnifiche feste di quel tempo, coi marchesi dalle enormi ed arricciate parrucche, con le belle dame dal viso dipinto e dall'occhio scintillante di promesse… tutte coperte di raso e di gemme, gonfie di gonnelle e d'orgoglio. Più tardi aveva veduto le orgie della Reggenza trasportate da Parigi allavie de château, e rammentava la cipria ed i talloni rossi dei gentiluomini e le bianche mani effeminate degli abbatini galanti.

Il soffio terribile della rivoluzione era passato sul suo capo senza abbatterla; le guerre dell'Impero l'avevano rispettata. Dopo le cene della Reggenza, aveva assistito ai bagordi del Direttorio; tra le sue mura si era udito imprecare contro il Buonaparte (come i sostenitori dell'antico stato di cose chiamavano l'imperatore), ed ora nella prima metà di questo secolo se ne stava al suo posto ancor forte ed altera, sebbene un po' mal in arnese per la noncuranza dei proprietari.

Apparteneva ai conti di Montsauron, una gran famiglia già illustre al tempo delle crociate. Ma di quella lunga stirpe, coi suoi blasoni tutti coperti d'inquartature, chi restava oramai?—un vecchietto, reliquia vivente di un'epoca trapassata, che attraverso alle scosse della rivoluzione e alle vittorie dell'imperatore aveva conservate le sue idee per intero, i suoi beni in parte, la sua cipria ai capelli, e le sue fibbie dorate alle scarpe. Non era un uomo senza ingegno, ma ostinatamente aggrappato ai suoi pregiudizi, come l'edera a una rovina, pieno di boria e dello spirito ormai rancido del suo tempo.

Ricco ancora malgrado le vicissitudini politiche, non poteva però più tenere la sua casa nello splendore di prima; ed ora la gramigna vegetava tra le pietre spezzate della corte d'onore, e le grandi terrazze e le balaustre riccamente ornate erano tutte verdeggianti di umidità. I parassiti viventi avevano finito il loro regno nell'interno ormai quieto assai, ma in compenso sulle mura esterne tutta una vegetazione parassita si arrampicava in disordine con libertà veramente rivoluzionaria.—Le grandi sale erano nude, fredde e severe. Quelle sedie della malcomoda e disgraziosa forma che si usava sotto l'Impero, quei tavoli coperti di gelido marmo bianco o venato, con le gambette ornate in alto da bocche di leone dorate, e assottigliantisi verso il basso, quei sofà dritti dritti e duri coi cuscini attaccati alle sbarre di legno con de' nastri, davano un'idea assai sconfortante e poco in relazione con le abitudini moderne. I sopraporte, di stile Pompadour, avevano nulla a che fare col resto.—Nel giardino i regolari disegni e le figure in cui erano stati foggiati gli arbusti secondo la moda d'allora, avevano ripresa completa e pazza libertà e stendevano i loro rami nella più disubbidiente licenza.

E là viveva il vecchio gentiluomo, solo con sua figlia, una fanciulla sui vent'anni, bella, alta, dal corpo elegante, dalla espressione delicata, dai lineamenti finissimi. La quale possedeva de' magnifici capelli castani chiari che alla gran luce prendevano dei riflessi impossibili a ritrarre, e due grandi occhi azzurri, pensosi e appassionati, che vi guardavano come ben pochi occhi guardano.

E tranne il curato del villaggio e di tratto in tratto qualche famiglia dei dintorni e i vecchi servitori—che si credevano un po' della casa e portavano la loro sdruscita livrea verde e oro con la fierezza con cui il loro padrone portava il costume di corte—egli non vedeva nessuno e viveva solitario con la sua Ida, la cui gioventù era come un raggio di sole che attraversasse la vecchia casa.

I domestici ricordavano ancora il tempo quando il loro padrone viveva a Parigi, tra i molteplici divertimenti della società, e non lasciava quel brillante soggiorno che per pochi mesi, i quali però invariabilmente veniva a passare nella vecchia dimora. Allora, per otto mesi all'anno, le vôlte delle lunghe sale non erano colpite da alcuna eco, le imposte stavano chiuse ermeticamente e tutto non ripigliava vita che nell'autunno. All'approssimarsi di codesta stagione si vedevano sfilare lungo il tetro viale le carrozze impolverate che giungevano da Parigi, tirate da quattro vigorosi cavalli montati da postiglioni vestiti della livrea del conte, che facevano allegramente scoccare le loro fruste.

Ora invece la sua vecchia casa non la lasciava più, abitandola le quattro stagioni di seguito. Pranzava, con sua figlia, in una gran sala a pian terreno servito da cinque servitori, molto affaccendati a far nulla; e certo tanta opulenza nella solitudine a molti sarebbe sembrata ben triste.

Un bel giorno il vecchio conte ricevette una lettera con un gran sigillo stemmato. L'aperse frettolosamente, e leggendo le prime righe, un lampo di gioia gli passò negli occhi. La rilesse più volte con visibile contento e per tutto quel giorno fu d'umore insolitamente faceto, come se una decina d'anni gli fosse stata levata a un tratto dalle spalle. Camminava tutto svelto e ringalluzzito, chiacchierava assai più del consueto—sorridente con tutti—ad ogni momento baciava sua figlia in fronte e le diceva che non l'aveva mai veduta così bella.

All'indomani poi il suo contegno divenne decisamente stravagante. Sembrava che avesse cambiato natura. Egli, che amante dell'ordine a modo suo, non voleva fosse mosso un mobile da una stanza in un'altra; egli nemico dichiarato di tutti i trambusti, cominciò a porre tutto sossopra, a fare e rifare, a riaccomodare quanto si vedeva d'intorno. Pareva volesse dare una nuova fisonomia alla sua vecchia casa, che pure amava tanto com'era. Le grandi sale di ricevimento, chiuse da molti anni, furono aperte; le coperte di tela levate dai mobili, le pieghe maestose delle tende accuratamente spolverate, le ragnatele spazzate dagli angoli della vôlta dove si stendevano comodamente, i veli tolti agli specchi, i vasi riempiti di fiori. Il magnifico servizio in argento massiccio, dono di un duca di Savoia alla casa di Montsauron, fu tolto da un vecchio armadio dove stava al buio chi sa da quanto tempo. I servitori si aggiravano frettolosamente dovunque, interrogandosi sommessi l'un l'altro, molto stupiti dell'ordine ricevuto di pulire alla meglio e d'indossare le livree di gala.

Si strappò la muffa ch'era sul terrazzo. Il giardino fu pettinato, le foglie cadute levate dai viali, i fiori appassiti strappati; i rami troppo lunghi tagliati, e si tentò di far ripigliare ad alcuni degli arbusti l'architettonica figura primitiva.

Certo doveva accadere qualche cosa di straordinario.

Di tutto questo Ida non sapeva nulla. Ella non osava mai disturbare suo padre, quando egli non venisse da lei. Quella mattina dunque, non avendolo veduto comparire, si era già posta nella sua dimora favorita, una sala d'angolo che si trovava in fondo all'ala sinistra della casa. Là vi era il suo più intimo amico, il pianoforte.

E qui è a dirsi della passione fortissima che Ida aveva per la musica. Essa sapeva suonare il cembalo per istinto,—cantava perchè Dio le aveva detto di cantare.

L'unico maestro che aveva avuto, e assai tardi, era un giovane protetto dal conte, che apparteneva ad una famiglia rifugiatasi dopo il Terrore in quel tranquillo villaggio. Suo padre, benchè povero e sconosciuto, era un vero artista—uno dei tanti che passano, fulgenti ma non veduti. Egli pose tutte le cure della sua vita nella educazione del figlio. La madre era morta; il povero fanciullo non aveva che sedici anni quando anche il padre morì. Egli si trovò solo, ricco soltanto di gioventù e di speranze. Il conte di Montsauron si diede a proteggerlo: fece comperare alcune sue composizioni da un editore a Parigi, e l'incaricò di dar lezioni a sua figlia.—A molti parrà strano che un uomo con le idee del vecchio conte avesse a mettere così vicino a sua figlia un giovane di venticinque anni, ma bisogna pensare che Paolo era serio, posato, e che Ida lo aveva veduto per tanto tempo da doverlo considerare come parte della mobilia di casa. Inoltre, in quei tempi in cui l'aristocrazia sosteneva ancora fieramente tutti i pregiudizi di casta, non poteva entrare nemmeno un momento in capo al conte che sua figlia potesse volgere un solo sguardo verso una persona cotanto oscura qual era il povero artista. Assisteva anche spesso alla lezione.

Ida dunque aveva aperto il cembalo e lasciava che le sue belle dita errassero alla ventura sui tasti,—quando a un tratto il conte entrò—cosa insolita a quell'ora. Era vestito con molta cura ed il suo viso sembrava irradiato da una espressione di contento. Si avvicinò a sua figlia, le prese le due mani nelle sue e baciandola in fronte le disse:

—Ti raccomando, mia cara, che oggi ti abbi a far bella, più bella che sia possibile.

E un sorriso che voleva dir molte cose passava intanto sulle sue labbra.

—Perchè, mio padre? domandò Ida, fissandolo coi suoi grandi occhi azzurri.

—Perchè? Lo vedrai fra non molto.

—Attendete forse qualcuno?

Un nuovo sorriso, più prolungato del primo, venne ad illuminare il volto del conte.

E in poche parole raccontò a sua figlia, la quale molto si stupì di un avvenimento tanto straordinario, come davvero attendesse qualcuno, il marchese di Sentis, un parente lontano.

—La lettera che mi hai veduto leggere era sua. Egli deve arrivare oggi. È un bravo, simpatico e bel giovane, buon gentiluomo e padrone di grasse terre in Normandia che quei briganti del 93 non gli hanno potuto carpire. Solo i possedimenti del castello di Sentis gli rendono cinquanta mila scudi all'anno.

Un paio d'ore dopo il marchese giunse. Ida trovò che suo padre le aveva detto il vero. Poteva avere dai trentacinque ai quarant'anni; alto, benissimo fatto, coi lineamenti regolari, col viso distintissimo e che dinotava un uomo di un certo ingegno. Aveva bellissimi modi, un timbro di voce assai simpatico ed era vestito con una eleganza sobria che lo caratterizzava uomo di gusto dal capo ai piedi.

Arrivò in una gran berlina da viaggio, ne scese prestamente e montò i gradini del terrazzo (dove il vecchio conte era venuto ad incontrarlo) col cappello alla mano e il sorriso sulle labbra. Rispose calorosamente all'accoglienza calorosa che gli fece il signore del luogo, e poi, voltosi ad Ida, che se ne stava un po' in disparte, le baciò la cima delle dita con una galanteria rispettosa che rammentava Versailles, dicendole:

—Mia bella damigella, permettete che un vostro cugino vi presenti i suoi omaggi. Son venuto preparato ad ammirare la bellezza e la grazia, ma se avessi saputo la realtà che mi aspettava non avrei creduto poterla trovare senza uscire dai confini della terra.

Dopo di che si rivolse al conte, e si dedicò affatto a lui come se Ida non ci fosse stata.

Un po' più tardi si andò a tavola, e per tutto il tempo del pranzo il marchese sostenne una conversazione brillante e fiorita, essendo sempre cordialissimo col padre, e colla figlia di una galanteria che datava da due secoli.

Quella notte Ida dormì male. Un avvenimento qual era l'arrivo sì poco aspettato di quell'elegante cugino non poteva a meno di occupare la sua immaginazione. Inoltre una voce segreta, ch'ella stessa non sapeva ben spiegare, l'avvertiva che il marchese di Sentis era venuto per lei.

Ne pare di aver già detto che Ida aveva quasi vent'anni. La sua bella gioventù le splendeva in fronte come un'aureola e le cantava in cuore come una sirena. Pure era vissuta ben tranquillamente. Ella sapeva poco del mondo; l'esistenza brillante che le giovani sue pari conducevano nella capitale, quella splendida cerchia di divertimenti e di noie, non la conosceva che di nome. Il suo cuore batteva, ma non aveva mai palpitato. Il soffio inebriante della primavera, che fa sembrare più fragranti le rose e più lucenti le stelle, era passato su di lei—pure ignorava ancora l'amore. Era di quelle nature passive e indifferenti in apparenza, sovente piene d'ardore nascosto—ma ella lo ignorava. Le avevano dato, per l'epoca, una buona educazione—nella quale i più severi principii religiosi tenevano il primo posto—e le avevano ben ficcato in testa che i Montsauron erano tra le prime famiglie di Francia, e che ella era destinata ad un gran matrimonio.

Le sue previsioni riguardo al marchese non erano errate. All'indomani suo padre entrò di buon mattino nella sua camera, la baciò ancor più affettuosamente del giorno prima e si assise al suo fianco dicendole che aveva a parlarle di cose importanti. In due parole le disse che il marchese di Sentis era venuto apposta dal fondo della Normandia per vederla—perchè voleva prender moglie e l'unione con la loro casa la credeva un onore—che l'aveva trovata più bella di quel che si aspettava e che domandava la sua mano. Ch'egli aveva ancora alcuni affari da terminare al castello di Sentis, ma fra poco sarebbe tornato a prendere la risposta.

—Egli ha un gran nome ed è assai simpatico. Ieri mi pareva che non ti dispiacesse. Mia cara, non dubito della tua risposta.

Tutto ciò Ida se lo aspettava un poco. Perchè dunque le parole di suo padre le fecero uno strano effetto? Si sentì una fitta al cuore ed il leggiero rossore, che le era montato al viso in principio, si cambiò in pallore. Era forse un presentimento?

Il conte, attribuendo tale confusione a tutt'altro motivo che al vero, soggiunse sorridendo sapientemente:

—Non rispondi, mia cara? Già, il silenzio in queste circostanze è la maggior risposta, e così dicendo uscì frettolosamente.

Ida, rimasta sola, si sentì turbata. Si assise e pensò.

Pensò per un buon quarto d'ora, con le mani incrocicchiate, l'occhio fisso al suolo, la testa bassa, la fronte oscurata.

A che pensava?—Non lo sapeva troppo nemmeno lei; i suoi pensieri andavano, andavano senza che ella si potesse render conto della via che percorrevano.

Chi sa fino a quando sarebbe stata a quel modo se a un tratto non avesse udito picchiare all'uscio.

Entrò la cameriera, dicendo:

—Il maestro di musica è nella sala verde ed attende madamigella.

La sala verde è quella di cui abbiamo già parlato, quella dov'era il pianoforte. Derivava la sua appellazione dalla tappezzeria d'un verde pallido, sbiadito dal tempo. Non era molto grande, ma altissima; poco addobbata e assai in disarnese, ma dalla finestra aperta si godeva di una vista splendida e del susurro del vento tra le foglie di un castagno i cui rami si stendevano davanti.

In mezzo era il pianoforte, ilclavecin, come dicevasi allora. Anch'esso, come il resto dei mobili, era della formaempire, alto e stretto, di un legno chiaro tutto intarsiato.

Quando Ida entrò, Paolo era al cembalo e sonava alla sordina un pezzo di Gluck. Al suo apparire egli si alzò, la salutò con una inflessione di voce che dinotava a un tempo e la famigliarità derivante dal vedersi assiduamente e il rispetto dovutole. Ida gli si sedette vicino e la lezione incominciò.

Eran quasi due anni che ciò accadeva due o tre volte per settimana.

Paolo era stato di rado a Parigi e non aveva, per così dire, mai avuto il tempo d'esser giovane. Era costretto a soffocare le prepotenti aspirazioni della sua età. La vita gli era apparsa fin dai primi anni con una ben seria fisonomia, e l'aspra lotta con le necessità e la scuola della sventura avevano posto sulla sua fronte un marchio di maturezza precoce.

È da stupirsi se la compagnia frequente d'Ida lo avesse ad impressionare fortemente?

In una parola—per quanto avesse tentato di lottare contro il sentimento che lo invadeva, non potendo esso avere che tristi conseguenze—dovette però alla fine confessare a sè stesso che l'amava.

E veramente l'amava al punto da non osare più esaminare pacatamente il proprio animo; temeva la vertigine e non voleva guardare nell'abisso.

E Ida?

Dell'amore non sapeva ancor nulla, pure l'anima sua impressionabile e più di tutto quell'innata passione per la musica—la più grande traduzione dell'amore che vi sia sotto il cielo—dovevano a vent'anni ben presto commuoverla.

Fra quei due non si era pronunziata una parola non frivola, ma esisteva già un vincolo—l'armonia.

Molte volte, quando le belle dita della fanciulla correvano sui tasti d'avorio del vecchio cembalo, facendolo vibrare con gli accenti appassionati della musica italiana o delle soavi melodie tedesche, il cuore le batteva stranamente e non osava voltarsi a guardare il suo maestro, che immobile dietro la sedia, suo malgrado, adorava.

E quando cantava e ripeteva le armonie dei grandi maestri che in quel momento parevano improvvisazione dell'anima sua—con l'occhio d'azzurro che guardava lo spazio e si accendeva di una luce arcana, come avesse veduto una visione del cielo aprirsi d'un tratto—coi capelli mossi dal vento ch'entrava dalla larga finestra—oh! in quel momento il povero artista avrebbe dato la vita per poterla stringere fra le braccia, sentendola sua!

Ma aveva saputo contenersi e niuna parola era mai uscita dalla sua bocca. Ella, dal canto suo, era gentile con lui, talvolta amichevole, ma nulla più.

Questa volta dunque la lezione incominciò come al solito. Paolo era pallido, di un pallore che non gli era abituale.

Soffriva assai. Egli aveva tutto udito. L'arrivo del marchese era stato per lui una rivelazione e un colpo di fulmine. Subito aveva capito lo scopo da cui era condotto. E sebbene il suo amore per Ida fosse privo d'ogni speranza—pure quell'annunzio di un matrimonio imminente gli aveva fatto l'effetto di una fredda lama di pugnale che gli venisse piantata in cuore.

Maritandosi, Ida sarebbe partita. Quel conforto, che n'era pur uno, di vederla quasi sempre, di venire sovente a sedersi al suo cembalo, di udire la sua voce adorata…. gli veniva tolto crudelmente. E saperla d'un altro!… Egli non si poteva arrestare a questo pensiero. E poi il tormento, la tortura di dover assistere alla gioia degli altri col viso sereno e l'inferno nel cuore, di dover essere spettatore della festa, della cerimonia forse!… E la paura di tradirsi!… Avrebbe egli saputo tacere all'ultimo momento, comprimere i battiti del suo cuore, rattenere le lagrime dagli occhi? Avrebbe avuto la triste forza di recitare bene la sua parte fino alla fine, di tenere sempre la maschera che si era messa?

Anche Ida era triste.—D'improvviso lasciò il pezzo che sonava e si appoggiò al leggìo con la testa tra le mani. Paolo taceva.

Ella si rialzò dopo pochi istanti, e invece di continuare il pezzo incominciato, cantò la sua canzone favorita.

Era una canzone di Weber—non sappiamo più bene quale—una di quelle in cui il gran Tedesco ha infusa tutta la sua anima d'artista.

Il motivo sorgeva semplice, chiaro—una melodia mesta, triste, piena di dolci languori e di accenti strazianti, incantevole come una poesia d'amore, tetra come lo sperdersi di una speranza. Poi si accendeva, si animava, diventava forte come il muggire di una tempesta, combattuta come una lotta del cuore. Il motivo intanto filtrava attraverso. Poi si ritrovava ancora solo e finiva con un'eco ripetuta e morente.

Ida la sonava e cantava venti volte al giorno. E come lo faceva!… In quei momenti era tanto bella da non sembrare quasi più una creatura terrena. Questa volta con l'anima involontariamente piena di mestizia, cantò quelle note sublimi con tanta espressione che parevano un grido supremo del cuore.

A Paolo le note di quel canto sonavano tutte come una nota straziante d'addio. Quando la musica cessò, agitato e non potendo più resistere alla brama di sapere la verità, l'intera verità (sebbene si fosse promesso di non aprire bocca su tale argomento), disse con voce sommessa e che tentava invano di render pacata:

—Madamigella, scusate la mia indiscrezione…. avrei una domanda da farvi.

—E quale?

—Intorno a qualche cosa che vi concerne molto…. molto intimamente.

—Dite, dite, rispose Ida, impallidendo suo malgrado.

—È vero che….

Il povero giovane si sentiva soffocare.

—Che il marchese di Sentis ha chiesto la mia mano? interruppe Ida vivamente.—Sì, è vero.

Disse queste parole rapidamente con accento franco e sicuro…. pure era turbata. Si alzò e chiuse il cembalo. Stette un momento immobile e pensierosa, disse che bastava per quel giorno, salutò Paolo che pareva impietrito, ed uscì.

Quando fu solo, prese il posto che Ida aveva lasciato e si nascose la faccia fra le mani.

Ida dal canto suo aveva tutto indovinato dalla commozione di Paolo. Per una rivelazione subitanea, aveva al tempo stesso traveduto l'amore e compreso ch'egli l'amava.

Intanto il matrimonio progettato le sorrideva assai poco. Sentiva per il marchese un'antipatia, non certo motivata, ma invincibile.

E dichiarò quella sera a suo padre che non lo avrebbe sposato.

Ma allora cominciò da parte del conte un lento lavoro di persuasione. L'accarezzò come non aveva più fatto da molto tempo. Le seppe dimostrare che rifiutando la mano offertale rifiutava la propria felicità; le disse ch'ella certo avrebbe poi amato il marchese; e tutte insomma le ragioni buone e cattive che potè trovare. Le cantò le lodi del marchese enumerando le sue molteplici qualità, lusingò la giovane immaginazione di lei con la dipintura del lusso e dei trionfi che l'attendevano a Parigi. Disse tanto e così bene ch'ella finalmente si lasciò piegare, e diede il suo consenso.

Ah imprudente!… Non sapeva quel che faceva. Quel cuore che ella si lasciava persuadere di concedere ad un altro, non era già più suo.

Non tardò ad accorgersene.

La sera si ritirò nella sua stanza presto e si trovò ben triste per la decisione presa. Le parve che le sarebbe impossibile di lasciare quella casa ove era nata, di abbandonare suo padre e i pochi suoi vecchi amici.

E quel povero Paolo?…

—Non canterò più con lui quella canzone di Weber che io adoro e ch'egli ama tanto ascoltare!….

Pensando a tutto questo, là nella solitudine notturna della sua stanza virginale, che presto doveva lasciare, il suo cuore a un tratto si gonfiò, sentì una tristezza ignorata fino allora e diede in un pianto dirotto. O amore!… Tu eri giunto!

All'indomani, quando uscì dalla sua stanza, trovò nella sala Paolo. Perchè era venuto, mentre non lo si vedeva che nelle ore prescritte per la lezione?—Era pallido ed il suo sguardo spento indicava una lunga notte d'insonnia.

Ida sentì il cuore che le balzava contro la seta del vestito.

La povera fanciulla era un po' esaltata.

—Paolo, ella disse, ho acconsentito.

Era la prima volta ch'ella lo chiamava così.

Egli capiva che non resisteva più.

—Ho acconsentito, ella ripetè. Oggi mio padre scrive al marchese di Sentis, che non tarderà ad arrivare.—E fra un mese sarò sua moglie…. e dovrò lasciare questa casa…. e mio padre, e gli amici….

Nascose il bel viso nel fazzoletto e pianse ancora.

Paolo era bianco e il suo labbro tremava convulso.

—Madamigella, le disse alfine, e dei vostri amici di qui ve ne ricorderete qualche volta?…

—Sì, sempre…. mormorò Ida. Ma ora addio.

Così dicendo gli stese la mano.

Egli la prese; era gelida. La strinse passionatamente.—E l'argine fu rotto.

—Voi partite, madamigella, ed io resterò; ma per poco. Non posso vivere senza di voi, e quando sarete marchesa di Sentis io morirò.—Mi ero giurato di tacere, ma le forze umane hanno dei limiti. Vi amo, Ida. In quest'ultima ora, in quest'ora tristissima d'addio, non so come osi dirlo, ma lo dico. Vi amo, vi adoro, non vivo che per voi. So quanto ne separa. Voi non avreste mai potuto amarmi. Avete fatto bene ad accettare la mano del marchese.—Siate felice, Ida…. ma pensate qualche volta che vi è uno quaggiù che morrebbe col sorriso sulle labbra se potesse morire per voi….

—Paolo, anch'io….

In quel momento l'uscio s'aprì ed il conte entrò nella sala. All'attitudine dei due giovani ebbe una rapida intuizione di ciò che si passava. La sua fronte si corrugò.—Paolo, perdendo completamente la testa, fuggì.

Ida era esaltata.

—Mio padre, esclamò, non sposerò mai il marchese di Sentis, mai! mai! mai!….

—Lo sposerai invece tra una settimana, disse il conte.

La sua voce era ferma, ma dolcissima.

Entrò in un lungo discorso. Le disse ch'egli capiva benissimo che questo subitaneo cambiamento dipendeva da un capriccio di fanciulla per Paolo.—Le mostrò affettuosamente, paternamente come un tal sentimento abbisognasse combatterlo.—Ella già non lo poteva sposare, dunque?…

Egli fu dolce, ma inflessibile.

Per la seconda volta Ida fu quasi vinta dalle parole di suo padre. E quando egli la lasciò, si era molto acchetata. Ella era, al pari del conte, imbevuta delle idee aristocratiche del tempo. Sapeva che Paolo non poteva diventare suo marito.—Perchè dunque non accettare la mano del marchese?—Perchè arrecare tanto dispiacere a un padre che la adorava?—Un mutamento di vita le farebbe molto dimenticare; il marchese era un uomo amabilissimo, e poi…. Paolo lo potrebbe vedere ancora qualche volta…. di rado, come un amico…. Ella pensava ciò ingenuamente.

Insomma, a poco a poco si riconciliò coll'idea del matrimonio; e quella sera, stanca delle emozioni della giornata, non tardò a dormire—un po' triste, ma quieta.

All'indomani Paolo venne all'ora solita.

Egli aveva riflesso lungamente sulla sua posizione. Comprendeva che venendosi a frapporre al momento del matrimonio tra Ida e il marchese, sarebbe stato ingratissimo verso il conte, cui doveva pur tanto, arrecandogli un fortissimo dolore, mentre inceppava l'avvenire d'Ida senza alcun vantaggio. Ei l'amava perdutamente, ma giurò a sè stesso di esser forte.

Si presentò dunque pallido e mestissimo, ma rassegnato. Ida gli narrò come avesse decisamente acconsentito. Espose a nudo l'anima sua; non sapendo più tacerlo, confessò il suo amore con quel sublime accecamento della passione che non esclude il pudore, e al tempo stesso cercò di partecipare a lui un po' della propria forza fittizia. Gli disse di ricordarsi ch'ella non avrebbe mai amato che lui sulla terra,—ma aggiunse ciò ch'egli già pur troppo sapeva: che quest'amore era impossibile. Che ella gli avrebbe sempre dimostrata la sua affezione e che sperava—tra un anno—di vederlo al castello di Sentis.

—Mai, egli rispose, non potrò mai vedervi di un altro.—Avete ragione, madamigella; sposate il marchese, egli forse vi saprà render felice, e…. dimenticatemi. Io non verrò più per la lezione. Il conte mi ha detto che ora sareste talmente occupata dei preparativi da non aver più tempo per la musica. Egli fa bene…. è assai meglio che non vi veda. Prima della vostra partenza….—qui la sua voce si commosse, pur continuò:—tornerò un'ultima volta a dirvi addio.

Ida si sentiva voglia di piangere,—non poteva parlare.—Gli stese la mano. Egli la portò alle labbra, e partì.

In pochi giorni, con una forza di sentimento che non aveva mai provato prima, la malinconia d'Ida si cangiò in una tristezza nera, cupa, spaventevole. Un amarissimo pentimento di avere acconsentito l'afferrò bruscamente, così violento che pareva un rimorso e le rodeva la coscienza. L'amore sorgeva invece lentamente e fortemente in lei, e tutta la riempiva. Avrebbe sacrificato ogni cosa per non aver acconsentito, ma ormai capiva che non poteva più retrocedere, e come presa da vertigine, camminava dritto verso il precipizio. Se ella avesse pregato suo padre, egli avrebbe trattata la sua preghiera di capriccio…. chi sa?… l'avrebbe forse forzata. Di giorno in giorno la sua tristezza aumentava. Confessava dolorosamente a sè stessa che ora al marchese di Sentis avrebbe preferito il convento; sentiva pur troppo, che non sarebbe mai stata che una vittima rassegnata.

Il marchese arrivò. Nè la sua gentilezza, nè la sua galanteria compita riuscirono a diradare la nube di mestizia che pesava sulla fronte della fanciulla pentita.

Il conte si persuase che era meglio affrettare le cose, ed il matrimonio fu stabilito per la ventura domenica. Gli invitati arrivarono da Parigi. Erano i pochi parenti del conte, e gli amici numerosi del marchese di Sentis. La vecchia casa silenziosa e tranquilla fu ancora, per un momento, piena del rumore e del brio che l'avevano agitata altre volte. Il conte si mostrò splendido verso i suoi invitati.—Furono giorni di continua festa. In mezzo a tutto quel frastuono Ida finì col distrarsi un tantino.

Ma svegliandosi alla mattina del sabato l'orrore della sua posizione le si affacciò gigante.

—È domani, pensò. Domani tutto sarà finito.

Paolo non l'aveva più veduto. Non osava pensare alla sua promessa di tornare a dirle addio…. Cercava anzi di scacciarne il pensiero…. ma il pensiero tornava.

Ella andò nella sala del cembalo e cominciò a cantare la sua favorita canzone. Acquistava ora un nuovo incanto a' suoi occhi; era quella che l'ultima volta aveva cantato con lui. L'ultima mesta nota aveva mestamente echeggiato quando l'uscio si aprì, e Paolo entrò.

Non si può descrivere il suo aspetto.

—Madamigella, sono venuto a dirvi addio. Vedete che in questi giorni non vi ho disturbata. Questa è l'ultima volta. Vostro padre non sa che io sia qui; non lo vedrebbe volentieri. Non ho dunque tempo di fermarmi. Addio, Ida, addio per sempre.

Così dicendo le prese la mano, coprendola di baci….

Poi fece uno sforzo violento, e si diresse verso l'uscio.

—Paolo, restate ancora un istante, mormorò una voce dietro a lui.

Egli tornò, e le si sedette vicino.

Ida avrebbe voluto non piangere…. ma nel parlare i singulti le tagliavano la parola.

—Voglio cantarvi per l'estrema volta la canzone di Weber, proseguì. È il canto d'addio.

E con quella voce in cui vi erano delle lagrime, incominciò….

Non la potè finire. A metà si fermò e diede in un pianto dirotto.

Allora solo comprese quanto amasse colui che le stava a fianco.

Paolo aveva voluto esser forte, ma ora tutte le sue risoluzioni lo abbandonarono.

E con una mano afferrò la mano d'Ida, mentre con l'altro braccio le cinse la vita, scosso da una agitazione irresistibile.

La povera fanciulla si abbandonò. La sua bella testa piegò come un fiore carico di rugiada e venne a posarsi sul petto del giovane.

Era un anno che lo amava senza quasi saperlo—ora non poteva più vivere che per lui.

Come fu che le loro labbra si riunirono e si presero in un lungo bacio?…

Quei due cuori, che il momento dopo doveva separare per sempre, battevano l'un contro l'altro, come avessero tentato compenetrarsi….

Ma a un tratto le si risvegliò il suo instinto di donna; l'idea terribile che non si apparteneva più le balenò alla mente. Comprese d'improvviso la paroladovere—e si sciolse con forza dall'abbraccio di lui.

Poco dopo si calmò.—Poi le venne paura che suo padre avesse ad entrare, e Paolo partì. Partì quasi felice. Egli era amato.

Ida ebbe la febbre tutta notte e delirò nel modo il più stravagante; il medico fu chiamato. Si decise ch'era meglio ritardare il matrimonio.

Il marchese venne a farle una visita e si mostrò afflittissimo di tale ritardo.

Ma ella non volle.—Si alzò, disse di star bene.—Vestì il sontuoso abito da sposa tutto coperto di trine mandato da Parigi; si lasciò posare sulla testa la corona nuziale, e bianca come il suo vestito, con l'occhio fisso, col passo sicuro, fu condotta all'altare.

Il conte comprese allora, suo malgrado, che non era una sposa, ma una vittima che quell'altare doveva ricevere. Pure si volle illudere ancora, e pensò che le magnificenze del castello di Sentis ed i fragorosi divertimenti della vita di Parigi le avrebbero ben presto fatto tutto dimenticare.

È difficile farsi un'idea dell'affetto che il conte portava a sua figlia. Ella era tutto per lui. Egli era rimasto, reliquia di un secolo morto, solo, senza amici (la maggior parte non vivevano più o eran passati nelle file degli altri partiti), e Ida, l'imagine vivente di sua madre, la sola donna ch'egli avesse veramente amato, era allora l'unico scopo della sua esistenza.—Fu spaventato dallo sguardo fisso ch'ella aveva quella mattina.

La cerimonia fu breve. Ida pronunziò il «sì» sacramentale con voce ferma, ed uscì dalla cappella a braccio di suo marito con l'istesso passo, e pallida come era entrata.

Le sue idee erano confuse. Il dolore era scomparso. Si sentiva la testa diventar leggiera. Un mesto sorriso le sfiorò le labbra. Nel passare dalla gran sala di ricevimento si rammentò il posto ove era caduta a cinque o sei anni da una delle alte sedie a braccioli, su cui si era arrampicata. Il suo occhio era fisso e mi po' vitreo. Non era più una donna; era una bella statua che camminava.

Tutto era finito per lei quaggiù. La prima gioia era fugata, la estrema speranza sparita. Ora la sua ragione cominciava a vacillare. La scossa era stata talmente forte, così violento lo sforzo fatto per vincersi, provava tanta ripugnanza per il vincolo che assumeva, quel momento d'amore cui non aveva potuto resistere le aveva rivelato con tanta dolorosa evidenza quanta fosse la sua passione, il delirio della notte l'aveva sì fattamente agitata, che tutto, dinanzi all'orribile realtà del suo sacrifizio, si confondeva, si ottenebrava. In quei giorni ella aveva sofferto più di quello che sapeva, e l'effetto di quella sofferenza ora le piombava adosso fulminante. Quando l'epoca del matrimonio era stata fissata e che i giorni si succedevano con la loro inesorabile velocità, le pareva che quel tempo fatale passasse con una rapidità vorticosa e sentiva un senso di dolorosissima impotenza nel non poterlo arrestare. Ma per quanto si abbia la triste certezza di dover giungere ad una mèta triste, finchè non vi si è giunti, un lieve raggio di speranza s'ostina a posare sul nostro cammino—ma, una volta la mèta toccata, dinanzi all'innegabile realtà, esso pure si spegne e ne lascia nel buio.

Sorrideva sempre—e il conte fu atterrito da quel sorriso. Rispondeva a caso, balbettava parole incoerenti. Ella era calma e quieta, ma la mente sembrava oscurarsi. Si poteva temere che la pazzia, spetro orribile, la stesse aspettando per piombarle adosso.

Ci si permetta una parentesi. Queste specie di demenze, che vengono ad afferrare tra la penultima ora e la tomba chi ha lottato intera in un'ora la lotta della vita, fanno sì che il pensatore si arresti dubitando. Infatti, questi delirii sono veri delirii? O non è forse invece questo svanire della natura umana, all'ultimo momento, la saggezza d'una nuova vita che sembra follia in questa? Quell'occhio che non distingue più chiaramente le cose di quaggiù, è reso cieco da una tenebra che lo ha invaso, o è invece abbagliato dalla luce del cielo?….. Quelle parole incoerenti che la bocca pronunzia e che non s'intendono, sono vuote di senso e prive di ragione—o invece non sono comprese solo perchè le prime sillabe di un'altra favella?…..

Torniamo alla povera Ida. Nella sala ricevette le congratulazioni degli invitati con aspetto distratto, ma la sua forza fittizia scemava d'istante in istante e si sentiva soccombere sotto allo sforzo troppo grande. Dovette cedere. Si ritirò nella sua camera e tutta vestita come era, con i fiori dell'arancio in testa, si coricò sul suo letto di vergine.

Il conte, inquietissimo per lo stato della sua figlia adorata, lasciò gl'invitati, abbandonandoli alla brillante conversazione dello sposo, e corse nella stanza d'Ida. La trovò più calma, ma sempre con lo sguardo fisso e quel sorriso sinistramente dolce.

—Lasciatemi, ella disse, voglio dormire.

E infatti non tardò ad addormentarsi. Quando la vide assopita, la baciò in fronte e si ritirò sulla punta dei piedi.

Ella dormì più di un'ora, d'un sonno nero, pesante.

Quando si svegliò non seppe raccapezzare alcuna idea e le pareva d'aver perduto la memoria; solo si ricordava d'aver molto sofferto. D'improvviso si toccò la fronte con la mano come si fosse a un tratto risovvenuta di qualcosa. S'alzò e con passo calmo e lento uscì dalla stanza.

Traversò le lunghe sale, la galleria, i corritoi ed entrò nella sala verde.

S'assise al cembalo, ed accompagnandosi, cantò la canzone di Weber.

La sua voce non sembrava quasi più di questa terra.

Dopo un istante, tutta la sala era impregnata di quegli accenti….

Nell'uscire trovò Paolo.

Non sembrava vederlo, benchè lo fissasse coi suoi grandi occhi pieni di luce ignota.

Egli le prese le mani, coprendola di baci.

Ma ella le ritirò e scoppiando in un riso convulso che echeggiò stranamente tra le vecchie pareti, disse con voce rotta:

—Non mi toccate, signore.—Sono la marchesa di Sentis.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La misera fanciulla non potè più ristabilirsi. S'ammalò e la malattia fu lunga, e sebbene non dolorosa, senza rimedio.

Le cure dei medici, le preghiere, le sollecitudini dell'affetto paterno, tutto fu inutile. Vi furono in mezzo ai giorni di dolore alcune ore di speranza, ma ahi tosto spenta! Tutto si tentò per salvarla, ma il male fu inesorabile.

Ell'era di quelle che all'urto delle passioni si spezzano, ell'era di quelle che muoiono. Nella sua delicata giovinezza il morale era strettamente unito al fisico.

Finalmente giunse il termine di quella lunga agonia. Il curato del villaggio ed il conte stavano inginocchiati vicino al letto. Un po' più indietro il marchese di Sentis.

Ebbe un istante di tregua e parlò per poco. I suoi discorsi erano incoerenti e strani, ma affettuosi per suo padre.—Il nome di Paolo tornava ad ogni momento.

Le sue ultime parole furono: «Lasciatemi dormire». Così dicendo appoggiò la bella testa all'indietro e chiuse gli occhi.

Tre giorni dopo, la chiesa del villaggio mostravasi sontuosamente parata di nero e d'argento.—I paesani in folla erano inginocchiati sui gradini.

Sopra un gran cartello, sormontato dallo stemma dei Montsauron inquartato con quello dei Sentis, leggevasi in lettere bianche su fondo nero: ALL'ANIMA DELLA NOBILE DAMA IDA DI MONTSAURON MARCHESA DI SENTIS DA SUBITANEO MALORE RAPITA LA SERA DELLE NOZZE LASCIANDO ORBATO LO SPOSO IL PADRE INCONSOLABILE CONCEDA DIO L'ETERNO RIPOSO LA CORONA DEL PARADISO.

Null'altro rimaneva di quell'angelo passato sulla terra che una pomposa iscrizione di dodici righe.

L'interno della chiesa era imponente. Le torce funebri l'illuminavano di una luce bianca e severa. Come al di fuori era tutta parata di nero e d'argento. In mezzo sorgeva il cataletto su cui era posata una ghirlanda di fiori.

Il dolore del vecchio conte fu terribile e spaventevole. Dal suo occhio non scese una lagrima—ma in due ore pareva invecchiato di dieci anni.—Volle egli stesso presiedere a tutto ciò che concerneva il funerale, perchè l'ultima dei Montsauron venisse sepolta onorevolmente. Assistette alle esequie dalla tribuna della casa. Poi accompagnò il corteo fino alla tomba di famiglia. Fu deposta vicino alla contessa di Montsauron. Sulla tomba non leggevasi che il nome, con la data della nascita e quella della morte.

Dopo adempiti codesti strazianti ufficii, il conte andò a piedi, accompagnato dal marchese e dal curato, fino al limitare del villaggio, dove una carrozza di posta lo aspettava.

—Là dove Ida è morta, diss'egli, additando la vecchia casa, io non ci voglio star più.

Il marchese aveva offerto di accompagnarlo, ma egli aveva rifiutato. Nessuno aveva voluto, tranne il suo vecchio cameriere, che triste egli pure salì dietro la carrozza.

Il marchese ed il curato, col cappello alla mano ed il viso commosso da un dolore così fiero e così fieramente sopportato, lo sorressero mentre montava in carrozza.—Egli strinse loro la mano e gridò al cocchiere:

—A Parigi!

La pesante carrozza si mosse e i quattro cavalli partirono di galoppo.

Il marchese di Sentis tornò alle sue terre di Normandia.

Paolo non si consolò mai della morte d'Ida—ma non ne morì. Il tempo e l'arte sono grandi consolatori. Partì per Parigi dove non tardò a farsi un nome.

Il dolore che fu veramente immenso fu quello del vecchio. Dolore grande, augusto.

È solo di questo che ne resta a parlare.

Cinque anni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrato.

In un albergo d'un piccolo borgo, in una brutta stanza bassa, tappezzata d'una carta ch'era stata rossa mezzo secolo prima, un signore dal dorso curvato, dai capelli bianchi, dal viso rugoso, è seduto in un'ampia poltrona, e sembra assorto in pensieri. Affrettiamoci di dire che questo vecchio è il conte di Montsauron, altrimenti non lo si riconoscerebbe certo. Il conte era d'eccellente costituzione e di tempra fortissima; questo solo l'avea salvato dal seguire sua figlia nel sepolcro; poichè il dolore che lo aveva fulminato era di quelli che ben sovente uccidono; perdendo lei, egli aveva perduto tutto ciò che ancora lo riteneva quaggiù.

Come avesse sopportato il terribile colpo l'abbiamo visto più sopra. Solo, come fu già detto, non si era sentito la forza di tornare in quelle mura dove Ida aveva reso l'ultimo sospiro, ed era partito per Parigi. Qui tentò distrarsi, ma invano. Comperò dopo qualche tempo una piccola villa sulle ridenti rive della Senna, ed ebbe un momento la speranza che una vita tranquilla, in un sito ameno e bello, ben lontano dalla scena della disgrazia, potesse a poco a poco chiudere la piaga che sanguinava ancora. Vi stette due mesi, ma la solitudine aumentava anzi di giorno in giorno la sua tetra malinconia.—Decise allora di viaggiare.

Qui cominciò lo spettacolo tristissimo di quel vecchio che andava, andava, fuggendo il suo dolore. Percorse tutta l'Italia e la Spagna, e dappertutto non trovò altro che l'imagine di sua figlia morente—e le ultime sue parole e l'ultimo suo sguardo egli le udiva, lo vedeva sempre.—Fuggiva invano quei pensieri che lo seguivano come fantasmi: pareva che si fossero in lui incarnati.

Inoltre, a poco a poco, suo malgrado e benchè cercasse combatterlo, un nuovo sentimento si era impossessato di lui.

Un nuovo male lo rodeva, un male più grande che si aggiungeva al primo: il rimorso. Questo pensiero orrendo ch'egli non fosse innocente della morte della sua Ida, s'infiltrò adagio nella sua mente, a gradi a gradi, e una volta padrone di lui, non gli lasciò più un momento di pace. Era certo ch'ella era morta di dolore. E al matrimonio col marchese egli non l'aveva forzata, ma pure… Qualche volta si svegliava di notte in sussulto e gli sembrava vedere in mezzo alla stanza la sua Ida ancora vestita da sposa, ma già pallida dell'ultimo pallore. Egli non era mai stato superstizioso; pure v'erano ora dei momenti in cui aveva paura della solitudine.

Lo ritroviamo—cinque anni dopo—stanco di viaggiare. Un bel giorno si era sentito un violentissimo desiderio assai strano. Come subito, dopo la disgrazia, egli aveva voluto fuggire dalla sua vecchia casa, così invece provava ora una brama intensissima di tornarvi. La malinconia che lo seguiva dovunque era ora raddoppiata da quel nuovo sentimento non da tutti compreso, che si potrebbe chiamare la nostalgia del dolore. Non potendo obliare, voleva che tutto gli parlasse della sua sventura; non volendo consolarsi, trovava un'acre voluttà nel bere fino all'ultima goccia la coppa d'amarezza. Bramava rivedere la stanza ov'era morta e deporre de' fiori sulla sua tomba. Stanco di tutto, egli voleva affogarsi nella sua afflizione.

Fu per ciò ch'egli compì il viaggio del ritorno con la stessa celerità con la quale era stata effettuata, cinque anni prima, quella partenza che rassomigliava a una fuga.

Per istinto e per indole, per educazione e convinzione, il conte era eminentemente religioso. E i conforti della religione gli aveva cercati, ma erano stati vani essi pure. Tutte le consolazioni che gli furono date per lenire il suo male, non valsero a nulla. Cosa triste alla sua età, perfino la fede scemava in lui!

La superstizione subentrava.

Tutto ciò che nel lungo corso della sua vita aveva udito raccontare che si riferisse a storie sopranaturali, quegli aneddoti di fantasmi e di spettri di cui abbiamo avuto tutti la nostra parte, ora gli tornavano alla mente e lo agitavano e conturbavano. Gli pareva che tutti avessero a ripetersi per lui; e veramente—sebbene non se lo volesse confessare—non era senza inquietudine che pensava alla prima notte nella sua gran camera, così grave con la tappezzeria dilampasgiallo e la vôlta a dorature annerite dal tempo.

Questo però non diminuiva per nulla la brama intensa di tornare in quelle mura dove sua figlia era spirata—e il timore, ch'egli voleva scuotere, ma che pure aveva, delle apparizioni notturne, timore derivante dal rimorso, non faceva che aumentare il desiderio di essere ancora nella vecchia casa. Aveva, per così dire, la curiosità della paura; voleva vedere cosa ben gli potesse accadere.

Egli se ne stava dunque, quando lo ritroviamo, seduto in un ampia poltrona in quella brutta stanza d'albergo, inabissato ne' suoi tristi pensieri. Arrivando in quell'ultima stazione del suo viaggio di ritorno, spinto da quella febbrile impazienza che aveva di risoffrire dove aveva sofferto, agitato da una tremenda curiosità, aveva deciso, sebbene stanchissimo, di passarvi solo la notte e ripartire all'indomani.

Alla mattina infatti, Antonio, il vecchio cameriere entrò nella sua stanza.

—Signor conte, egli disse, i cavalli sono attaccati e tutto è pronto.

—È inutile. Non parto oggi, rispose il conte.

All'indomani fu lo stesso. Finalmente diede l'ordine che non si pensasse alla partenza fino a nuovo avviso.

Abbiamo talvolta simili tetri avvertimenti che sembrano venire dall'alto. Il presentimento si mette sulla nostra strada e ne addita l'abisso. Il conte, sapendosi a poche leghe dalla sontuosa tomba di famiglia dove la sua Ida riposava, sentiva già un fremito arcano per la vicinanza. La paura del sopranaturale si faceva ogni giorno più forte e diventava terrore.

Tutto in lui era contraddizione.—Voleva vedere la sua antica casa, ma temeva. E triplicato dal presentimento che pesava su di lui lo spavento soprastava.

Rimase così una quindicina di giorni in quel brutto albergo e non si decideva a partire. Egli era come un uomo che teme d'aprire una porta.

Una notte ebbe un sogno. Gli pareva d'esser vicino al monumento di sua figlia; ma la tomba era trasparente ed ella agitava le braccia, e malgrado gli occhi chiusi, il suo volto pallido era radiante. L'espressione del suo viso era d'una tristezza ineffabilmente dolce.

Quella visione lo impressionò gravemente. Si sentì addolorato e pieno di rimorso per la soave malinconia impressa sulla faccia della sua morta. Pure il desiderio di rivedere quella tomba ridivenne più gagliardo della paura dei fantasmi. Anzi, sebbene in fondo all'anima conservasse una tema indistruttibile, arcana, pure non erano più le apparizioni che paventava. Che paventava dunque? Non lo sapeva più. Ida ora l'aveva vista e quella visione non gli era stata un incubo, ma anzi quasi un conforto. Pure quel terrore vago e indefinibile lo provava ancora, e peggiore forse perchè segreto ed ignoto.

Ma superò tutto la brama di rivedere la sua casa,

Non frappose più verun indugio. La sua impazienza a un tratto si fece delirio. Si alzò, ordinò i cavalli, fece in fretta e in furia i suoi preparativi e mezz'ora dopo la pesante carrozza rotolava già sulla strada postale.

Era il tramonto. Sul terrazzo della vecchia casa stavano riuniti domestici e contadini e con essi la cameriera d'Ida. Tutti protendevano avidamente lo sguardo verso la strada. Un bisbigliare animatissimo serpeggiava tra i gruppi. Perchè accorsi tutti? Per l'annunzio di un servitore che dichiarava di aver veduto dalla finestra una carrozza sulla strada postale. Non sembrava che un punto nero; ma si dirigeva verso la casa.—Tutti sapevano che il conte doveva presto arrivare, quella carrozza in vista suscitò dunque una gran commozione.

—Mi par che non arrivi più. Non sarà stato lui, disse finalmente il giardiniere.

Non aveva finito di pronunziare queste parole, che si vide spuntare in fondo al magnifico viale, la carrozza tutta nera e impolverata del conte. I cavalli, benchè sembrassero stanchi, coperti di sudore e di spuma, salirono bravamente di galoppo fino al terrazzo.

Lì la carrozza si fermò.—Fu, per gli assembrati, un momento d'indicibile emozione. Tutti si sentirono un brivido passare per le ossa.

L'istante era solenne.

Il loro vecchio padrone, cui volevano tanto bene, che avevano veduto fuggire, abbattuto da quel colpo tremendo, la morte dell'unica sua speranza, ora lo vedevano tornare dopo cinque anni di assenza, che ben sapevano essere stata vana a calmare il suo dolore.

Lo sportello si aprì e il conte si affacciò, e ristette un momento.Provava come un'ultima esitazione.

Com'era cambiato!…..

Finalmente scese, e curvo, appoggiato da ambe le parti, salì lentamente i gradini del terrazzo.

Tutti gli si erano precipitati incontro, baciandogli le mani, le falde dell'abito, sorreggendolo…. Egli li ringraziò con voce malferma.

Quando entrò nella sala, si videro due lagrime silenziose che gli scendevano lente lente per le guancie.—Dopo la morte d'Ida piangeva per la prima volta.

Passò nella gran sala da pranzo dove trovò già apparecchiato. Cenò servito da tutti, discorrendo con tutti, ringraziando tutti, domandò notizie di quel che si era fatto nella sua assenza. Egli era ben contento di ritrovarsi alfine, nella vecchia casa; si felicitava di aver avuto il coraggio di venire.

Dopo si ritirò nella sua camera da letto, e si coricò.

Quando fu solo ancora per la prima volta dopo tanto tempo, nella sua gran stanza così severa, non potè frenare un momento di paura. Pure finì coll'addormentarsi, ed il suo sonno non fu turbato in alcun modo.

Insomma, e per abbreviare, un mese passò senza che nulla gli accadesse di straordinario. Era stato molte volte anche nella stanza dove Ida era morta, aveva posato la sua vecchia testa su quel cuscino dove la povera sposa aveva esalato l'ultimo sospiro, aveva pianto come un fanciullo, poichè oramai poteva piangere, ma nulla gli era accaduto.

Aveva girato le sale silenziose, le lunghe gallerie, i corritoi, ma nulla egli aveva veduto d'insolito o di sopranaturale. Le sue apprensioni, le sue superstiziose paure cominciavano a diminuire. Ma le apparizioni egli non le temeva: Ida gli era apparsa e gli aveva sorriso. L'inquietudine, il presentimento ch'egli provava così fortemente, da che derivavano dunque?

Un giorno egli usciva dalla biblioteca e vide aperto un uscio che ordinariamente stava chiuso. Metteva a un lungo corridoio, conducente nel fondo dall'ala sinistra della casa. In fondo a quel corridoio trovavasi la sala verde, quella che conosciamo, la sala del pianoforte, il luogo favorito della povera Ida. Gli balenò al pensiero che, dopo il suo ritorno, non vi era mai stato. Dipendeva probabilmente da abitudine, poichè anche prima non usava andarvi.

Era un luogo amato da sua figlia; egli che non respirava più che per quella sacra memoria si sentì subito invogliato ad entrarvi. Passò nel lungo corritoio, e appoggiandosi al bastone (che non lo abbandonava più oramai), si diresse verso la sala verde.

Andava curvo, con l'occhio spento, la testa bassa. Sentiva in cuore una tristezza più forte della consueta. Spinse l'uscio ed entrò.—Subito le sue superstiziose paure lo assalirono. Sebbene in pieno giorno tremava più che di notte nella sua stanza tetra.

Tutto nella sala era al suo posto, tutto come l'ultima volta che Ida vi aveva messo il piede. Nessuno dopo quel giorno eravi penetrato. L'antico clavicembalo stava aperto e sul leggìo vedevasi aperta una musica. Era la canzone di Weber—la canzone favorita ch'ella aveva ripetuto tante volte con Paolo, quella che li aveva fatti cadere nelle braccia l'un dell'altro, e scambiarsi quel lungo bacio d'amore che fu il loro unico istante di felicità; quella che aveva sonato l'ultima volta, con lo sguardo fisso, col cuore spezzato, con l'accento d'un inconsolabile dolore, con una voce che non era già più di questo mondo.

Quella triste melodia d'amore aveva echeggiato lungamente tra le vecchie pareti. E quand'ebbe finito, tutta la sala pareva impregnata di quegli accenti….

Al vedere quella musica sul leggìo e quel cembalo ancora aperto, il conte si sentì rabbrividire.

D'un tratto, le sue guancie si coprirono d'un pallore mortale, le gambe gli tremarono, un freddo sepolcrale gli passò per le vene, e dovette appoggiarsi al cembalo—aggrappandosi con le due mani per non cadere.

Una musica lieve lieve si faceva udire. Il cembalo senza che alcuna mano visibile lo toccasse, mandava degli accenti. Era un motivo triste triste; una dolce melodia che pareva il lamento di un cuore gonfio d'amore….

Era la canzone di Weber.

E le note, quelle meste note abituate ad echeggiare in quella stanza, sorgevano, sorgevano con una espressione straziante che non pareva più appartenere a questa vita.

Sul principio la voce fu lieve, un filo di voce, come venisse da lontano, come partisse da sotto terra.

Al padre pareva sorgesse dalla tomba…. e preso da indicibile terrore si tenne con tutta forza al cembalo.

Il suo presentimento si avverava: egli non temeva più le apparizioni, ma sapeva che qualcosa lo attendeva. Ora sentiva un'orribile paura, e non vedeva fantasmi.

La voce sorgeva, sorgeva, e si faceva più forte. Sembrava il fragore della tempesta, sembrava l'irrompere del pianto, sembrava una battaglia del cuore. E le note succedevano una all'altra, chiare, distinte, spiccate, con un accento arcano, come se una mano maestra e divina avesse toccato i tasti.

Le mani del conte si agitavano convulsivamente.

Il suono proseguiva. Il canto prendeva degli accenti inimitabili di musica celeste. Artisticamente, era la più splendida esecuzione che si potesse imaginare.

Era infatti una esecuzione come nessuna mano mortale o voce umana possa mai sperare di rendere. V'era in quelle note una sonorità così strana, in quegli accenti una espressione così divinamente straziante, che certo se avesse dovuto uscire da un petto umano, l'avrebbe infranto. Era di quei canti che fanno morire.

Qualunque creazione d'arte è un tentativo; l'artista non esterna mai tutto quello che lo agita internamente, non esprime mai tutto quello che vorrebbe. Qui invece tutto il pensiero di Weber era forse espresso. Era una nuova edizione del suo canto, riveduta e corretta in cielo. Si sarebbe detto che gli angeli vi avevano messo mano. Pareva in quelle note sentire il fruscio delle loro ali azzurre…..

La canzone continuava forte, intricata come il lottare degli elementi; ma il triste motivo del principio s'udiva sempre—pareva filtrare per entro. Quella voce angelica, che somigliava alla voce d'Ida, s'udiva fra quella divina tempesta di note.

Il conte balbettava parole incoerenti.

Finalmente quella burrasca, ch'era giunta al colmo e pareva il tuono d'una collera celeste, cominciò insensibilmente a scemare.

Si acchetava lentamente, a poco a poco. E il primo motivo, quella dolce melodia d'amore, che si era sempre udita attraverso tutto, ma fiocamente, ora tornava a dominare.

Il conte tremava. Un gelo mortale gli serpeggiava pel corpo. Le sue labbra tentavano di pronunziare una preghiera. Finalmente il motivo fu nuovamente solo, ma questa volta lieve lieve come l'eco di un'altra vita.

Poi, d'improvviso, gli accenti divennero talmente sonori, arcani, che pareva il cembalo dovesse spezzarsi.

Le ultime note erano tremende di dolore.—Erano gli ultimi gridi di un'anima che un male troppo intenso strappa violentemente dalla spoglia mortale.

Il vecchio si sentiva mancare la vita. Il canto continuava—un'agonia di note.

Poi l'ultima vibrò lunga, tetra, triste, sopranaturale, con un accento che una mente umana non può imaginare. Pareva partire dalle viscere della terra e come una freccia volare in cielo. Era il grido supremo, era il grido di chi muore d'amore.

Al conte sembrò riconoscere in quell'accento l'accento d'Ida.

Le sue mani persero a un tratto ogni vitalità e abbandonarono la sbarra del cembalo, a cui si era per tutto il tempo di quella strana agonia tenuto abbrancato; di pallido ch'era si fece subitamente bianco e con un rantolo soffocato, stramazzò per terra.

Quell'ultima nota echeggiava ancora.


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