I.

LIBRO SETTIMO.CAPITANO CARLO SFORZA,DEI CONTI DI SANTAFIORA.[1548-1555.]I.[Agosto 1548.]I. — Dal gran mastro di guerra Muzio Attèndoli della Cotignola, cui il conte Alberigo di Barbiano appiccò il nomignolo di Sforza a perpetuo suggello da ricordarne ai posteri la gagliardìa e l'ardimento, si sono generati i duchi di Milano, i signori di Pesaro e i conti di Santafiora; donde derivossi dappoi accrescimento di splendore e di grandezza per eredità e parentela nella nobilissima casata dei Cesarini di Roma. Di quel sangue nacque Carlo, terzogenito del secondo Bosio conte di Santafiora e di Costanza Farnese della stirpe di Paolo III; e parvero in lui rivivere gli spiriti marziali del primo Sforza. L'istessa grandezza della persona, il medesimo dominio sui cavalli, e l'agilità delle membra, e il piglio soldatesco, e la robustezza del braccio e la saldezza del core; aggiuntavi di più la coltura, lo studio, e l'esperienza della milizia navale. Entrato giovanetto nell'Ordine di Malta pigliò volentieri l'occasione di mostrarsi quale era prode e valente per mare e per terra, in Levante ed in Germania: in breve ottenne la grancroce, il priorato di Lombardia, e finalmente il generalato delle galèe dell'Ordinesuo[187]. Faceva perciò residenza in Malta molto splendidamente, secondo uomo di alto affare; e appresso menavasi numeroso seguito di capitani e di gentiluomini: fra i quali fin d'ora mi piace ricordare quei due prodi che sempre lo sostennero nelle sue spedizioni; cioè il conte Marcantonio Zane di Bologna, successore di Marcantonio Colonna nella nostra marina dopo sciolta la lega[188]; ed il nobile fulignate Giannantonio Gigli di chiara fama a Lepanto, e prima e dopo[189]. L'anticamera di casa Sforza e similmente i saloni dei suoi pari, che ancora abbiamo negli antichi palagi dei grandi signori (saloni di trenta e cinquanta metri in lungo e in largo), non erano mica per quel vecchio servigiano al banchetto in un cantuccio tra il vuoto e il silenzio perpetuo d'oggidì: ma realmente ci ricordano il numeroso concorso dei letterati, degli artisti, dei gentiluomini con tutto il codazzo dei familiari, raccolti quivi insieme per motteggiare tra loro, per corteggiare l'avventuroso signore, e per seguirlo dovunque secondo il suo grado.La quale magnificenza spiegata eziandio da Carloin Malta, quantunque conforme all'uso del tempo, gli fruttò l'invidia dei superbi; e suo malgrado l'avvolse in una sanguinosa e ferocissima rissa, accesasi tra i Cavalieri per la uccisione di un semplice soldato delle sue galere sulla piazza del porto.La furia delle private vendette levò alta fiamma nell'isola. Prima dalla parte dello Sforza avvampò un famigliare, il quale per rimedio del morto ammazzò a tradimento il cavalier Ribadeneira della lingua di Spagna con un colpo ardente di archibugetto a ruota. Indi ribollirono maggiormente i confratelli nazionali del secondo ucciso, risoluti di vendicare il Cavaliere col sangue del Generale. Torna la nota contradizione degli stolti; i quali, acciecati dalla passione, come giudicano altrui, così condannano sè stessi. I congiurati assaltarono e ferirono in piazza lo Sforza, egli trasse la spada e si difese, altri mossero per levarlo di là, dove certamente sarebbe rimasto freddo, se non pigliava di gran corsa la via del porto. Ma raggiunto alla sponda dalla calca dei furiosi, e non veduto a suo scampo altri che il cavalier Giorgio Adorno genovese quivi presso, e da lungi lo schifo della sua capitana che pel confuso rumore erasi allargato da terra, levossi in aria, spiccò un gran salto (non mi basta l'eleganza della frase, quando devo esprimere tutta la verità e la grandezza del fatto), voglio dire, e forse non basta, squarciò un salto portentoso, e raggiunse diritto e fermo la poppa del suo palischermo. Avanti! Voga, arranca, e via!Il successo maraviglioso di Carlo, in quel giorno, che fu il sei di giugno 1547, sembrò un prodigio a chi lo vide: gli stessi nemici suoi attoniti e maravigliati abbassarono le spade. Più e più la plebe Maltese presente allo spettacolo ne restò presa: d'indi innanzi ne fece proverbio, paragonando i più solenni tratti di destrezzaal Salto di Sforza[190]. Il vecchio Muzio, suo grande avo, non ebbe la stessa ventura l'ultimo giorno della vita al guado della Pescara.Lascio il seguito della sedizione: lascio il concorso dei cavalieri francesi cogli italiani a difesa di Carlo, e la pertinacia degli spagnuoli a volerlo assalire anche dentro la stessa sua capitana; lascio in procinto di combattere due galèe piene di nemici, contro due altre piene di difensori: e conchiudo che Carlo Sforza, dopo quietato il tumulto, ebbe per bene levarsi dall'isola e venirsene in Roma presso il cardinal Guidascanio suo fratello.II.[30 agosto 1548.]II. — Avvenuta dappoi la morte dell'Orsino, ognun intende che il successore era pronto in palazzo: e veramente non ebbe molto a fare Guidascanio per ottenere al fratello la nomina di capitano Generale cogli stessi patti, capitoli e convenzioni del defunto; molto più che i meriti, l'esperienza e la nascita rendevanlo degnissimo dell'ufficio[191]. Perciò l'istesso Cardinale aveva comprato prima dagli eredi del conte dell'Anguillara le tre galèe insieme col nuovo scafo; e donato ogni cosanell'istesso giorno tre di settembre al nuovo Capitano, perchè avesse a fare vie più onorata comparsa alla marina. Ecco alcuni estratti degli istrumenti di compra e di donazione[192]:«Addì trenta del mese d'agosto 1548. — Il signor Gentil Virginio Orsini, durante la vita, conte dell'Anguillara, recentemente defunto, tra gli altri beni della eredità avendo lasciato tre triremi, volgarmente chiamate galèe, da lui stesso comprate nel mese di febbrajo prossimo passato, come proprietà dell'illustrissimo signore Orazio Farnese duca di Castro, al prezzo di diciassette mila e cinquecento ducati d'oro in oro; ed avendo ordinato nell'ultimo suo testamento che le dette galèe s'abbiano a vendere eccetera..., quindi gli esecutori testamentari per lo stesso giure di vendita hanno dato e consegnato al signor Guidascanio cardinale eccetera.... le dette tre galèe e di più il corpo di un'altra galèa che volgarmente dicono un Fusto di nuova costruzione, che è alla spiaggia fuori dei porti di Civitavecchia, già dalla Santità di Nostro Signore donato al medesimo signor Virginio, il tutto per prezzo a nome di prezzo ventimila settecento scudi d'oro, eccetera...»«Ratificazione della vendita delle galèe, per parte delle signore Maddalena e Caterina, figlie dell'illustrissimo signor Gentil Virginio Orsini di bona memoria, in sua vita conte dell'Anguillara, eccetera...»«Donazione delle galèe — Addì tre settembre 1548. — Il signor Guidascanio Sforza, del titolo di sant'Eustachio eccetera.... non come persona ecclesiastica, ma come membro della illustrissima casa e famiglia Sforza, ha comprato dalle illustrissime signore Maddalena e Caterina, figlie della bona memoria del conte Gentil Virginio Orsini, tre triremi o sia galere e un fusto nuovo, e spontaneamente ha donato il tutto a Carlo Sforza priore di Lombardia, suo fratello germano, eccetera...»«Fatto in Roma ecc..., giorno, mese, ed anno, come sopra nella camera del palazzo, residenza consueta del predetto signor cardinal Camerlengo, chiamata la Cancelleria Vecchia[193].»III.[Ottobre-dicembre 1548.]III. — Questi documenti limpidi e brevi confermano largamente ciò che si è detto alla fine del libro sesto, ed al principio del presente. Di più ci danno tre volte la compra e la vendita delle stesse galèe a prezzi diversi: prima per scudi d'oro trentaquattromila, indi per diciassettemila cinquecento, e finalmente per ventimila settecento[194]. Avendo già nella storia del Medio èvo descritto la costruzione, la forma e il governo di questi legni militari, sembrami conveniente dirne adesso la valuta; e ciò per chiarire sempre meglio la storia navale dei secoli scorsi, e per continuare anche da questa parte lo svolgimento delle frasi e dei termini marinareschi; come pure per stabilire i criterî da risolvere a un bisogno quei problemi storici, nei quali il prezzo fornisce argomento a provare cause ed effetti di maggior rilievo. Per esempio, e tutto del nostro proposito, il Guerrazzi notissimo scrittore moderno, volendo attribuire a Pierluigi Farnese una parte maggiore nella congiura di Gianluigi Fieschi, si ferma sul prezzo delle quattro galèe vendute dal primo al secondo per trentaquattro mila scudi d'oro: ed elevando il valore di ciascuna galèa a ventimila, in somma per le quattro a ottantamila, conchiude essere la differenza di quarantasei mila la mercede pattuita del tradimento[195]. Io non torno adesso a cercare comee quanto i Farnesi di Parma se la intendessero coi Fieschi di Genova; sì bene a rilevare l'importanza della stima per risolvere talune questioni di ordine più elevato.E volendo andar sicuro nel giudizio dei prezzi, lascio da parte lo stranio Brantôme che trinciava le cifre a ventimila per volta, e seguo piuttosto Andrea Doria genovese, Lione Strozzi fiorentino, e Gentil Virginio romano e i loro discendenti e consorti, che valutavano diversamente, ed erano per quei tempi maestri e comandanti anche in Francia, anche in Spagna, e per tutto. Con loro mi appoggio ad altre colonne, cioè alle note ufficiali dei governi, ed a quei documenti e autorità che sempre cito, tuttochè a taluno possano sembrare soverchie[196]. Da queste sorgenti potrà derivarsi nella mente dei miei lettori qualche contezza più precisa intorno al modo di determinare la valuta delle galere, distinguendo le parti di costruzione, fornimento, armamento e corredo, così dei legni come delle attenenze, secondo il primo impianto, e secondo i diversi carati rispondenti al tempo ed al consumo.Perciò scelgo due documenti ufficiali, uno romano e l'altro fiorentino; ambedue composti per norma di governanti, ambedue identici nei vocaboli e nelle frasi del mestiere, che erano comuni in tutta l'Italia, come più volte ho detto: ma il primo assai più breve, più chiaro, più ricco di voci, tanto che il lettore potrà cavarne con manco fastidio maggior copia di notizie. Nè io saprei altrimenti come mettere a stampa, perchè non si perdano, tanti vocaboli degni di essere ricordati, e non possibili a intarsiare nei racconti miei, nè altrui. Dirò appresso del secondo: ora pubblico il primo documentonella sua integrità, come fu compilato sopra le scritture e le tradizioni del tempo anteriore, a richiesta dei principi Barberini, quando tenevano nella mano tutte le fila dell'amministrazione al tempo di Urbano VIII. Già fin d'allora gli economisti, rispetto alle spese, richiamavano i tempi passati, come di miglior mercato, e dolevansi del maggior caro nel presente: perciò la cifra della somma totale potrà essere stata più bassa cinquanta anni prima, non certamente più alta. Udiamone[197]:Nota di quanto costa una galea privata, armata di quanto fa bisogno acciò sia pronta a navigare. La spesa che ci va incirca:» Lo scafo fornito nel modo che lo sogliono dare i maestri incircaScudi (romani) 3500. —» Più si fa il piano della poppa, ed altre cose50. —» Albero della maestra130. —» Albero del trinchetto80. —» Antenna di maestra: cioè due pezzi, carro e penna100. —» Antenna di trinchetto simile, carro e penna50. —» Spigoni due per la borda e pel marabutto10. —» Tagliami diversi[198], come per la lista a parte numero 1ª60. —» Artiglieria e palle[199]— —» Armi diverse e apparati delle artiglierie, come da lista numero 2ª500. —» Ferri quattro, a quattro marre, del peso di cinquanta cantàri genovesi di libbre 138 romane[200]220. —» Cinquantasette remi guarniti a scudi tre l'uno[201]171. —» Tende, tendali, porte di poppa, porte di prua, e porte delle bande, tutto di albagio di Roma, guarnite di sartia e fodera, come da lista numero 3ª630. —» Ferramenti per le maestranze e per la ciurma, come da lista numero 4ª553.40.» Vele per la maestra e pel trinchetto, e loro guarnizione di sartia con due mantelletti, come da lista numero 5ª690. —» Sartia necessaria all'uso di detta galea, come per lista numero 6ª900. —» Dugencinquantacinque barili da acqua di Nizza202. —» Botti ed altre cose necessarie alla compagna ed al pagliuolo, come per lista numero 7ª150. —» La ciurma si calcola numero ducensessanta uomini, compresi venticinque bonavoglia[202]. Vestiti per detta ciurma, cappotti e camiciuole, come da lista numero 8ª963.50.» Vestiti bianchi per detta ciurma, come per lista numero 9ª543.50.» Fiamme ed attrezzi della poppa, come per lista numero 10ª156. —» Schifo guarnito30. —» Cinquantuna vacchetta per li banchi36. —» Bronzi diversi per le pulegge, sessanta in circa, libbre centotrenta36. —» Concerto di otto trombette32. —» Lo spalmare della galèa, libbre settecento di sevo, e la brusca50. —»In tuttoScudi (romani) 9843.40.»Lista N.1ª. —Tagliami.» Un calcese di maestra.» Due colleoni di calcese.» Due taglie da ghindare per maestra.» Due pulegge di ritorno.» Due pulegge per la detta.» Due altre pulegge per la detta.» Due taglie di anchini da due occhi.» Due taglie di anchini da un occhio.» Due taglie di orza davanti, ossia orza novella, da un occhio.» Calcese pel trinchetto.» Una puleggia pel detto.» Due colleoni.» Due taglie pel fionco[203]da quattr'occhi.» Due taglie da due occhi.» Sei pulegge per dette.» Quattro taglie di anchini da due occhi.» Due taglie di anchini da un occhio.» Sei pulegge.» Otto taglie pei paranchinetti da due occhi.» Due taglie di orza davanti da due occhi.» Pulegge per dette.» Dodici taglie da collatori[204]da due occhi.» Dodici taglie pei collatori da un occhio.» Pulegge per detti.» Sette mazzapreti[205].» Pulegge per detti.» Ventiquattro vertecchi.» Una pasteca[206]da quarnale.» Pulegge per detta.» Due pasteche d'orza a poppa.» Una pasteca da schifo.» Una pasteca da quarnale.» Un mazzaprete per cazzare la tenda.» Due coccinelli.» Quattro pulegge per mazzapreti.» Due taglie di prodano da quattr'occhi.» La pasteca del cannone.» Una puleggia per detta.» Sei pulegge per mascellari[207].» Otto taglie da un occhio pei detti mascellari.» Ventiquattro pulegge pei detti.» Nove mazzapreti.» Nove pulegge pei detti.» Una bigotta da sperone.» Una puleggia pel detto.» Due bigotte da cordiniera.» Tre bigotte di trozza.» Ventiquattro vertecchi.» Due taglie da prodano.» Due dette da due occhi.» Otto pulegge per dette.» Due arganelli.» Pulegge per detti.» Maschi da schifo per salpare.»In tutto, come è detto, Sc. Romani60. —»Lista N.2ª. —Armi diverse ed apparati per le artiglierie.» L'artiglierie non si notano[208].» Centoventi moschettiSc. Rom 360.» Centoventi forcine18.» Sessanta mezze picche18.» Dodici rotelle8.» Centoventi bandoliere36.» Per le artiglierie. — Dodici schiappe da scalone, dieci bigotte, trenta perni, dieci mazze, un gancio, cucchiare, stivatori, rifolatori, lanate, borsa di corame per la polvere, in tutto35.» Lo scalone pel cannon di corsia guarnito25.»Somma la lista 2ª, c. s.Sc. Rom. 500.»Lista N. 3ª.—Tende, tendali, e porte.» Una tenda di albagio di Roma, palmi 2880, spago per cucirla libbre 24. Cavetto di terranina, libbre 20. Tela trina pel mezzanino, palmi 150. Sartia per guarnimento.» Un tendale di albagio di palmi 420. Spago per cucirlo libbre 6. Canavaccio per fodera, palmi 400.» Due porte d'albagio attorno alla galea, e porte di poppa e di prua, palmi 1100. Tela parata per fodera di tutto, palmi 1300. Spago per cucirne, libbre 10. In tuttoSc. Rom. 470.» Una tenda di canavaccio, palmi 2800. Spago per cucirla, libbre 16. Mattaffioni, libbre 120. Guarnimento, libbre 90. Mezzanino, libbre 100. In tutto125.» Una incerata di cottonina, palmi 160. Spago per cucirla, libbre 2. Cera, libbre 50. Verderame, libbre 15. Trementina, libbre 10. Pece greca, libbre 8. Sevo, libbre 2035.»3ª lista, in tutto, c. s.Sc. Rom. 630.»Lista N. 4ª.—Ferramenti.» Dodici verrugli da calafatoScudi Rom. 2.40.» Ferro uno per lo schifo2.50.» Una gravina, o sia pie' di porco1.50.» Un pajo di tanaglie1.20.» Incudine2. —» Due tagliaferri0.60.» Due mazzette0.50.» Otto buttafuori2.20.» Otto piccozze4.40.» Dodici zapponi7.20.» Cinquantuna branca di catene a cinque fila per branca, a scudi sette per ciascuna357. —» Calzette di ferro, venti fila28. —» Ducencinquanta maniglie armate115. —» Diversi altri ferramenti minuti25. —» Marracci per far la legna, otto3.40.» Otto rasoj per rapare la ciurma0.50.»4ª lista, in tutto, c. s.Sc. Rom. 553.40.»Lista N. 5ª.—Vele di cottonina.» Una borda, palmi 5000. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago per cucirla.Sc. Rom. 250.» Un marabutto, palmi 3600. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago140.» Un marabuttino, palmi 2800. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago120.» Un trinchetto grande, palmi 2640. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago115.» Un trinchetto piccolo, palmi 1450. Canavaccio per mantelletto. Sartia per guarnimento. Spago per cucirlo65.»5ª lista, in tutto, c. s.Sc. Rom. 690.»Lista N. 6ª.—Sartia a cantari di libbre 250 ciascuno.» Quattro gomene, collettivamenteCantari 22. —» Due gomenette7. —» Due capi di posta5. —» Dodici costiere[209]3.50.» Due capi di vette3.50.» Un pajo di amanti1.80.» Due bracotti di poppa e prua0.30.» Due oste di maestra1. —» Due orze a poppa1. —» Una quarnale1. —» Due scotte2. —» Orza davanti, ed orza novella1. —» Cavo pei collatori1. —» Due prodàni per la maestra3.50.» Fionco pel trinchetto1.20.» Otto sartie pel trinchetto1. —» Orza davanti pel trinchetto0.40.» Bracotti di poppa e di prua pel trinchetto0.16.» Due oste di trinchetto0.60.» Quarnaletta e carichetta di trinchetto0.20.» Prodàno del trinchetto1. —» Barbetta pel cannone e per lo schifo1.80.» Paranchinetti pel trinchetto, due0.20.» Duo paranchinetti pel timone0.06.» Tre mazzi da scandaglio0.10.» Due anchini[210]del trinchetto0.50.» Anchini per la maestra0.80.» Un pajo di amanti pel trinchetto si cavano dalle vette— —» Cinquantuno stroppo de' remi, e collatori1. —» Otto bozze0.60.»6ª lista, in tuttoCantari 63.22.» Che a circa scudi 15 il cantaro, danno c. s.Sc. Rom. 900.»Lista N. 7ª.—Bottame ed altro per compagna e pagliuolo.» Sei botti grosseSc. Rom. 0. —» Una manica di corame per imbottare8. —» Caldajo per la ciurma10. —» Attrezzi di cucina, barbiere, e calafato12. —» Cantaro da pesare8. —» Ottanta sacchi pel pagliuolo35. —» Ventidue stuoje pel pagliuolo, e cose diverse4. —» Due bilance piccole5. —» Un bilancione6. —» Cinque pesi di bronzo da pesare la carne5. —» Sei lampioni di corsia12. —» Sei lampionetti di cerca5. —» Un lampione di burrasca4. —» Venti coffe per savorra3. —» Dodici sèssole da aggottare3. —»7ª lista, c. s.Sc. Rom. 150. —»Lista N. 8ª.—Vestiti per la ciurma.» Cappotti di albagio per ducensessanta uomini: palmi ventuno per cappotto, e filo per cucirli, si calcola giulî ventuno per cappotto546. —» Camiciuole di panno cordellato, canavaccio per fodere, e filo per cucirle, ad uomini ducensessanta, da palmi undici l'una, si calcola scudi due per camiciuola520. —+ 1066. —» Se ne diffalca per venticinque bonavoglia, cui si danno a conto loro-    102.50.»8ª lista, c. s.Sc. Rom. 963.50.»Lista N. 9ª.—Vestiti bianchi, scarpe, calze, berretti.» Camicie, numero 520, due per ciascuno; e calzoni paja 520, due per ciascuno; che sono quattro pezzi di biancheria per uomo. Ve ne va canne cinque. Filo per cucire camicie e calzoni, vagliono[211]circa giulî quindiciSc. Rom. 390. —» Berretti, numero 260 a bajocchi dieci26. —+ 416. —» Se ne diffalca per venticinque bonavoglia, cui si danno a conto loro-    40. —Resta    + 376. —» Scarpe e calze a trenta schiavi, a giulî dieci per uomo, non mettendo i bonavoglia, perchè vanno a conto loro30. —» Schiavine che si danno alla ciurma per l'inverno, non compresi i bonavoglia, ai quali si danno a conto loro, si calcola numero centodieci, a giulî dodici e mezzo l'una137.50.»9ª lista, c. s.Sc. Rom. 543.50.»Lista N. 10ª.—Fiamme ed attrezzi di poppa.» Le fiamme di tela importano circaSc. Rom. 50. —» Un quadro di Nostro Signore e della Madonna, e campanello2. —» La chiesuola, due bussole, quattro ampollette4. —» Candele e torcie per la Salve il sabato a sera— —» Una tendale di cotonina, e due parasoli; canne cento in circa32. —» Due camerette di panno colle porte, canne trentacinque in circa, e fodera di tela turchina45. —» L'incerata per coprire la poppa è già nella 3ª lista— —» Due buffetti di noce6. —» Due sedie a braccialetti5. —» Quattro sgabelletti di vacchetta8. —» Un tappeto che serve a poppa e a schifo4. —»10ª lista, c. s.Sc. Rom. 156. —IV.IV. — Dunque, messo tutto a calcolo sottile, il prezzo totale di una galèa remeggiata da forzati tra la fine del cinquecento e il principio del seicento, veniva a novemila ottocento quarantatrè scudi, e giuli quattro, secondo le conclusioni del documento romano. Alle quali cifre si avvicina altresì il documento fiorentino[212], dopo lunghissima analisi, di pagine censessanta, in continuo stento per rifilare ad ogni capo le spese, secondo il desiderio del novello granduca Francesco di Toscana, conchiudendo[213]: «Monterà dunque la somma dè le somme di tutto quello che si è speso nè le cose predette col calculo di Pisa, fiorini 9520, 6, 19, 3. et tanta spesa andrà a fare una galera et a fornirla di ciò che bisogna.» Egli parla di fiorini pisani e fiorentini, eguali a sette delle antiche lire di Firenze da quindici soldi, e a cinque lire moderne circa d'Italia; tanto che presso a poco si pareggiano i detti fiorini coi nostri scudi, e non si arriva nè con quelli, nè con questi, ai diecimila: somma tuttavia che accetto rotonda, volendo largheggiare al possibile, e fuggire miserie e frazioni.Facciamo ora di pagare diecimila scudi, e ci troveremo innanzi una galèa con tutti i suoi fornimenti, attrezzi, e corredi nuovi nuovi, e nullamente frustati nè dal tempo, nè dalle burrasche, nè dai combattimenti. Caso da non venirci più di una volta sola per sempre, cioè il primo giorno del primo viaggio. Dopo di che, prescindendo pur dalle avarie straordinarie che si valutavano e si valutano secondo i danni, costumavano i marinari dividere il pregio di una galèa in ventiquattro parti uguali, che chiamavano carati, supponendo la durata del bastimento colle sue attenenze per la media di anni ventiquattro. Quindi nel calcolo della stima, tanto diffalcavano ogni anno della sua primitiva valuta, quanti erano i ventiquattresimi e gli anni; pognamo dopo un dodicennio ogni cosa ridotta a metà, e pel doppio a zero. E ciò senza pregiudizio delle spese occorrenti ad ogni stagione per riparare o mantenere il bastimento in buon assetto; spese che non entravano nullamente nei contratti di compra e vendita, ma negli strumenti di condotta, di assento, e simili; dove o coll'imposizione del due per cento sulle merci, o con altri assegni dell'erario pubblico, pel mantenimento del legno, della gente e del capitano si assicuravano altri cinquecento scudi d'oro per ogni mese e per ciascuna galèa. Però dai carati specialmente vedeasi la diligenza e cura degli ufficiali nel custodire e conservare le cose date loro in consegna. Di che saviamente soggiugne il principe di Piombino nel citato documento[214]: «Et questa regola dei carati serve molto sulle galere: perchè facendosi una consegna di una galera o di altre robe ad un capitano, quale ella è hoggi, se gli consegna ciascuna cosa per tanti carati; et poi, quando la rende, si conosce se egli sia stato poco o molto diligente in conservare la sua consegnache hebbe; et quanto ella hoggi che esso la rende sia peggiorata et caduta dal prezzo suo.»Ciò posto niuna maraviglia che le stesse galèe siano state prima pagate dal Fiesco trentaquattro mila[215]; e dopo tre anni, tenute da quello sciatto, e con una di meno, pagate dall'Orsino diciassettemila cinquecento; e finalmente aggiuntovi il nuovo fusto pagate dallo Sforza ventimila settecento.Seguendo queste ragioni, secondo il costume romano, non abbiamo messo in conto le artiglierie, perchè i ministri camerali le somministravano senza prezzo ai capitani delle galèe; e insieme con esse gratuitamente davano polvere, palle e miccio. Fia bene per compimento cavarne i prezzi e la nomenclatura dal documento fiorentino, che dice così[216]:COSTO DELL'ARTIGLIERIE E LORO APPARTENENZE.» Un cannone di metallo con suo scalone o cassa, et di cantara quarantacinque, et di palla libbre cinquanta, a fiorini dodici di Genova per cantaro, sonoFior. di Pisa 617. —» Due sagri finiti, di cantara quindici l'uno, con palla di libbre dieci, in Genova al medesimo prezzo195. —» Due mezzi sagri, di cantara sei l'uno, con palla di libbre quattro al prezzo detto164. —» Otto moschetti di bronzo, detti smerigli, finiti, cioè con sui mascoli doppi, di cantara tre o quattro l'uno, con palla di libbre quattro o quattro e mezzo al prezzo detto329. —» Due mortajetti o vero pietrei di bronzo, di cantara sei l'uno, con libbre dodici di palla di pietra al prezzo detto; che dove siano mezzi sagri non si usano164. —» Casse di sagri da per sè, et di mezzi sagri a fiorini tre di moneta l'una, o tre e mezzo: a tre18. —» Pasteca del cannone, et con essa va una taglia, la quale si dà nel numero delle altre; et là è scritta con esse (altrove la valuta)— —» Cavo o barbetta per detto cannone, con che si tiri a prua (scritta altrove)— —» Lo scalone o cassa del cannone da per sè varrebbe fiorini otto, cioè lire cinquantasei[217]; nè se ne trae qui prezzo fuori perchè sendo, come è disopra col cannone, ci sarebbe due volte, et il suo carato sarà lire 2. 6. 8. e con li suoi ferramenti sino in fiorini 12— —» Palle da cannone di libbre 50, 55, 60 l'una, numero sessanta a soldi due la libbra de' nostri, lire sei ciascuna: in tutto51. —» Palle di sagri di libbre 10 l'una in 12 numero 120, al prezzo medesimo17. —» Palle di mezzi sagri di libbre 6 l'una numero 200 a detto prezzo17. —» Palle di piombo con dadi di ferro per moschetti (o smerigli) numero 400 a soldi 2.1.⅕ l'una6. —» Palle di pietrei, numero 40, tutte di pietra di libbre dodici l'una a lire 1 l'una5. 5.» Polvere d'artiglieria a fiorini cinque il cantaro, la più fina libbre 2000, che a Genova varrà 5 ½ o 6 di loro moneta100. —» Polvere d'archibuso fine a fiorini dieci il cento, libbre seicento60. —» Polverino per l'archibuso libbre trenta a soldi dieci la libbra2. 1.» Corda o fune bollita per il fuoco de' li archibusi et artiglierie libbre cento a soldi cinque, sei, o sette la libbra; secondo sarà: a soldi sei4. 2.»TotaleFior. pis. 1750. 1.» Alle quali partite unite le precedenti di Sc. Rom.9843.40.»Avremo in totaleSc. Rom. 11593.55.Conchiudo alla prova, compiuto il calcolo, e spillato ogni centellino, dunque non arriviamo a dodicimila scudi per ciascuna galèa remeggiata da condannati, ai quali tra noi non si dava prezzo. Dunque ogni due anni calava la valuta di mille, prescindendo pur da ogni altro danno e sciupìo.V.V. — L'ultima partita del documento toscano conferma l'uso del secolo decimosesto di allumare non solo le maggiori artiglierie, ma ancora le manesche per mezzo della corda accesa, cui davano il nome di Miccio: e dico forte e marziale, al mascolino, come usavano dire comunemente i cinquecentisti. Nei primi tempi le artiglierie di ogni maniera, grosse, minute e portatili si accendevano colla bacchetta di ferro arroventata in un braciere; l'uncino della quale al bisogno si portava sul focone dell'arma voluta sparare. Appresso veniva il miccio: corda sottile e pastosa di infimo tiglio, poco torta, lissiviata nella cenere, e bollita per quattr'ore nella soluzione di nitro, colla giunta successiva di poco acetato di piombo. La qual corda, accesa che sia da una estremità, continua sempre a bruciare lentamente con fumo azzurrognolo e senza fiamma, fino a tanto che non sia tutta consumata. Nel maneggio delle artigliere incavalcate s'incastrava il capo acceso di questacorda della forcella d'un'asticciuola, chiamata Buttafuoco: il primo servente di destra, al comando dell'ufficiale, brandivalo sul focone del pezzo, e l'arma tonava. Per le armi manesche ciascuno archibugiere portava parecchie braccia di questa corda in pezzi, appesi alla tracolla; e nelle fazioni un capo sempre acceso nella mano sinistra: venuto il momento spianava l'arma, scoprivane il bacinetto, pigliava il miccio colla destra, scuotevane il ceneraccio, e finalmente il colpo partiva. Poi vennero il draghetto e il serpentino: figurette contorte a imagine dei detti animali, che stringevano la corda accesa tra le mascelle, e al tocco del grilletto la portavano sul focone. Con questo il soldato aveva le mani più spicce, e più sicura la punteria. Ma e' doveva star sempre sopra di sè coll'occhio alla guardia del fuoco: e spesso spesso ridare la corda, e più e più ricacciarne dalla bocca del fantoccino, secondo il consumo. Lunga noja di più secoli: al cui compenso forse introdussero i militari nelle capitolazioni la clausola del miccio acceso, come ultima testimonianza di solerzia e disciplina anche nei vinti. I marinari esposti più di ogni altro ai casi repentini di combattimento, e sempre più che altri guardinghi del fuoco, usavano il micciere, per allumare a un tratto due o tre cento micci. Era una specie di bacino metallico, che si teneva sulla palmetta o sulle rembate; concavo a mo' di clibano, e contornato da qualche centinajo di bischeri a forcella messi in più ordini, donde le cime di altrettante corde facevano capo nella scodella centrale. Bastava gittare nel mezzo un pugnetto di polvere e una scintilla per avere a un tratto tutte le cime accese, tanto che ogni soldato e marinaro potesse di presente pigliare in punto la sua. Ho veduto io di questi arnesi vecchi e rugginosi nel Museo dell'arsenale di Venezia. Ora indarno più cerchereste per le fortezze eper le caserme la corda cotta: solamente potreste trovarne sui bastimenti militari, dove i marinari continuano a tenersela sempre accesa, giorno e notte, dentro un barlotto di metallo per comodo di chiunque voglia allumarvi il sigaro, o la pipa.Niuna cosa giugne improvvisamente alla perfezione. Dalla bacchetta rovente e dalla corda cotta si venne al draghetto, al serpentino, e poi al fucile a ruota: progresso reso necessario dagli inconvenienti dei primi metodi, i quali nella pratica, come si è veduto in Algeri, rendevano qualche volta difficilissimo il maneggio delle armi da fuoco. Gli ingegni si scossero: e dall'attrito sprizzarono le prime scintille sulle artiglierie di terra e di mare. Tutti sapevano cavar faville percotendo insieme la selce e l'acciajo: non restava se non trovare il modo di portare la percossa sicura e spedita vicino al focone dell'arma. Indi l'acciarino a ruota: gentile macchinetta, composta di un cane che stringe tra le mascelle la pietra focaja, e a volontà la porta di taglio sul bacinetto dell'arma: sotto al taglio della pietra una rotella di acciajo a tamburetto girante alquanto eccentrico tra due colonnini con dentrovi una striscia di molla avvolta sull'asse; molla simile alle consuete degli orologi. Caricata la detta molla con una chiavetta, e frenata a segno con un dente, si faceva poscia scattare al tocco del grilletto; e girando rapidissima la rotella sul taglio della pietra, cacciava sprazzi di scintille sul bacinetto e colpi di fuoco dagli archibusi. Le armi fornite di questo arnese chiamavansi a ruota. Dicevansi pure a fuoco morto; perchè non ardeva sempre, nè si consumava come il miccio: e nondimeno era fuoco sempre pronto al bisogno sotto al braccio di chi voleva usarne. Gran passo di vantaggio: ma pur sempre gran difetto il lungo frullio rotatorio, l'incertezza del momento efficace,e quindi la perplessità nella mira. L'origine di questa invenzione si ha a cercare tra la fine del quattrocento e il principio del cinquecento, segnata dallo spavento dei principi e dei popoli per l'abuso dei traditori nelle private vendette. Alfonso da Este, duca di Ferrara con un bando del diciassette febbrajo 1522, richiamando più altri bandi e gride anteriori, proibiva sotto pene gravissime l'avere e il portare gli archibugetti a ruota[218]: ed io stesso nelle prime pagine di questo libro ho accennata l'uccisione di un cavaliero spagnolo, l'anno 1547, per mezzo dell'archibugio a ruota; donde il tumulto, e la massima indignazione in Malta contro la terribilità dell'arma usata dall'omicida[219].L'invenzione in principio restava limitata agli usi e agli abusi delle private persone, non essendo stata adottata nè dai soldati, ne da' marinari. Ciò si fa manifesto della spedizione di Algeri del 1541: dove essendo insieme il fiore delle milizie di Europa, specialmente Tedeschi, Spagnuoli e Italiani, e tra loro l'istesso imperatore Carlo V, non si potevano adoperare le armi da fuoco, perchè tutti i micci erano spenti dalla pioggia[220]. Nondimeno due anni dopo, Piero Strozzi fiorentino, che poi fu maresciallo di Francia, armava lo squadrone della sua cavalleria italiana d'archibugetti a ruota[221]; coiquali ajutava la vittoria di Ceresole addì 14 aprile 1544. Tre anni dopo nelle guerre d'Ungheria contro Solimano, dove erano milizie di tutto l'Oriente, i soli cavalieri tedeschi avevano cominciato a portare attaccato all'arcione l'archibugetto a ruota. I Turchi, dice il Giovio[222]: «Osservarono la capitolazione, e niuna cosa fu tolta ai cavalieri tedeschi di loro privata proprietà, tranne gli archibugetti che in forma nuova portavano appesi alla sella. Queste armi smaniosamente i Turchi volevano per sè, maravigliandosi della novità e del sottile artifizio, pel quale a talento, senza bisogno di miccio, per mezzo di piccola rotella girante attorno alla pietra focaja, di presente si accendevano e sparavano.»Queste cose dovevo io dire con più ragione del Giovio, per chiarire la mia storia tecnica rispetto all'armi ed alla amministrazione: massime in quella parte che per la sua vetustà è oramai entrata nel dominio della storia, e che intanto si svolge intorno alle persone, ai fatti e ai tempi, dove col racconto ci troviamo. Altrove si avrà a parlare delle invenzioni seguenti, specialmente del fucile a martellina, durato infino alla nostra fanciullezza; e poi delle chimiche preparazioni fulminanti, messe neicappellozzi, nei cannellini, o nelle cartuccie, per accendersi col percussore, colla stratta, o coll'ago.VI.[Aprile 1549.]VI. — Intanto il capitan Carlo Sforza, che tra le nevi e i ghiacci ha passato l'invernata al pari di noi, rivedendo armi e artiglierie, cifre, carati e corredi delle nuove e delle vecchie galèe, ci richiama con un tiro di cannone alla partenza sua e della squadra sui primi di aprile. Egli non solo prode, ma savio e di bell'indole, piglia a sbrattare i mari circostanti dalla schiuma dei ladroni, e a favorire i naviganti, il commercio e l'abbondanza nella capitale e nelle province. Dove vedendo che i pirati non si sarebbero ormai più arditi nella stagione corrente rivolgere la prua, pensò di fare una corsa in Levante, come era già solito; e così farsi rivedere in Malta, e riconciliarsi coi nemici, da cavaliere cristiano. Di più voleva mostrare che nè esso nè altri in Roma avevano prestato ascolto alle voci sparse contro del Grammaestro, imputato da alcuni di occasione o consenso alle violenze commesse contro di lui.[21 maggio 1549.]Se ne andò pertanto in Sicilia, e passando da Siracusa si congiunse fortuitamente col balì Giorgio Adorno suo grande amico, e insieme la mattina del ventuno di maggio entrarono nel porto maggiore di Malta, salutando con tutta l'artiglieria la città, il castello Santangelo, e le galèe gerosolimitane quivi presso ormeggiate. Poi recatosi in palagio, baciò le mani al Grammaestro, e si rappaciò in convento con tutti i religiosi, procurando altresì il perdono a quei cavalieri che per cagione della rissa, erano tuttavia sostenuti nelle carceri. E tanto graziosamente uscì d'impegno, che indi in poi coll'affettoe colla stima de' virtuosi confratelli superò l'odio e l'invidia de' pentiti avversarî.[Giugno e ottobre 1549.]Pochi giorni appresso prese a bordo alcuni piloti greci di pratica per la navigazione dell'Arcipelago, e sciolse le vele verso Levante a danno de' Turchi; durando in crociera per quei mari tutta l'estate e parte dell'autunno. Se volete sapere di sue prodezze, di gente riscattata, di pirati sottomessi, di combattimenti sostenuti, di vittorie conseguite, di prede riportate, chiedetene agli scrittori domestici, ai municipali, agli archivisti, agli enciclopedici, in somma a quelli che pretendono saper tutto, aver detto tutto, ed essere i primi in tutto: interrogate costoro. E dove essi non sappiano dirvi nulla, proprio nulla, permettete a me, ultimo di tutti, il cavar fuori da estraneo scrittore, che per la natura dell'argomento suo non doveva dir di più, le seguenti parole[223]: «Carlo Sforza giunse in Malta il 21 di maggio 1549; quindi colle galere del Papa navigò in Levante a danno degli infedeli, riportandone poi a Civitavecchia assai ricca et honorata preda.»Chiunque conosce lo stile cavalleresco del commendator Giacopo Bosio, per la solennità delle brevi e concettose parole intorno a fatti alieni dall'argomento suo, può di leggieri comprendere l'onoratezza delle fazioni, combattute contro forze uguali o superiori; e comprendere la ricchezza degli acquisti di navigli, artiglierie, prigionieri, riscatti, e simili per numero e qualità di gran pregio. Però i Civitavecchiesi dell'armamento, rimunerati largamente da Carlo, si affezionarono a lui e alla sua casa, come non guari dopo a chiare prove gli dimostrarono; ed i Romani altresì per lui ripresero il costumedi farsi servire dagli schiavi. Tanti ne condusse in Roma, che n'ebbe chi ne volle: essendosi concessa piena licenza di poterli comprare, ritenere e vendere, non ostante qualunque divieto precedente. Fin dal principio di quest'anno, quando Carlo si apparecchiava a pigliarne, uscì il seguente[224]:«Bando sopra al tenere de li schiavi et schiave in Roma. — » Avendo la Santità di N. S., signor Paulo per la divina provvidenza papa terzo, per sua benignità et clementia, per pubblico utile et bene de tutte et singule persone habitante et esistente in quest'alma città di Roma, concesso che si possano tenere schiavi et schiave che si comperaranno per lo avenire, come per un motuproprio, diretto alli magnifici signori Conservatori et Popolo romano, per Sua Santità fatto, appare.»Per tanto per parte et commissione de prefati signori Conservatori se notifica et fassi intendere a tutte et singole persone in detta città habitante et esistente qualmente quelli che haveranno coprato o compraranno schiavi et schiave, dopo la data del ditto motuproprio, dato sotto il dì ottavo di novembre del xlviii prossimo passato, et sia lecito tenere detti schiavi et schiave, senza essere impediti da persona alcuna; non ostante qualunque concessione fosse fatta o da farsi, alla quale espressamente per il ditto motuproprio se derogano,et per il presente bandimento se intendano derogate et annullate.»Dat. in palatio praefatorum Dominorum Conservatorum. DieXIIjanuariiMDXLIX.»De Mandato. — Lucas Mutianus, C. Conservat. scriptor.»Io Pietro Santo ha fatto lo soprascritto bando per Roma alliXIIIIdi Gennaro.»Più volte nei miei libri mi è venuto detto di questa materia[225]: ma un discorso speciale intorno agli schiavi turchi, ed al loro trattamento nello Stato romano, massime nel porto di Civitavecchia, dove sino alla fine del secolo passato duravano numerosi nei pubblici e nei privati servigi, devo rimettere a quel tempo, al quale si riferiscono i documenti che ho raccolto in buon dato.VII.[7 febbrajo 1550.]VII. — La notte seguente al dì sette di febbrajo, compiuta l'elezione, Giulio III successe a Paolo III già mancato ai vivi nel precedente anno ai dieci di novembre: quindi molte novità di cariche e di ufficî nella corte e nelle province. Soltanto alla marina ogni cosa restò nello stato di prima, rifermata la condotta di Carlo Sforza; perchè egli, tanto esperto e chiaro, continuasse a difendere la Spiaggia romana, e desse sicurtà di navigazione ai pellegrini pel giubilèo intermedio del secolo, che quanto prima il nuovo Pontefice voleva felicemente aprire. Bisognavagli però guardare il mare; il cui dominio, almeno per metà, era in mano ai pirati della terza quadriglia, allievi ed eredi della seconda. A costoro ritornasempre, anche a non volere, il discorso che ora son costretto riassumere. Cadde il Moro nel trentaquattro sotto i colpi dei Veneziani nelle acque di Candia[226]: Cacciadiavoli crepò nel trentacinque alla cisterna di Tunisi[227]: il Giudèo sdilinquì a Suez l'anno quarantaquattro tra le braccia del figlio[228]: Barbarossa il tre di luglio del 1546 da Costantinopoli scese sotterra intorno al Bosforo presso Terapia, dove tra le piante parasite ancora durano gli avanzi e la cupola della sua tomba[229]. Appresso cresceranno appajati Scirocco pascià di Egitto, e Luccialì re d'Algeri, ambedue pirati e comandanti principali a Lepanto dell'ala destra e della sinistra nell'armata di Selim[230]: ed ora s'imbrancano tra i novelli sovrani di Barberia gli altri due famosi Morat e Dragut. Il primo per sua conquista e per l'investitura di Solimano s'intitola re di Tagiora, l'antica Thagura di Vittore Uticense e dell'Itinerario di Antonino[231], a mezza via tra Tunisi e Tripoli; e di là corre schiumando il mare, specialmente ai danni dei Cavalieri gerosolimitani[232]. L'altro, non contento al principato delle Gerbe, volendo crescere nella stima dei Turchi e nella grazia dell'Imperatore, con inganni e per sorpresa si è impadronito della grande e forte città di Afrodisio, da qualche tempo governatasi apopolo[233]. Venuto in tal guisa più vicino alla Sicilia e al Tirreno, e posta in Afrodisio[234]la sua principale residenza, gli arsenali e i magazzini, da quel covo scioglieva per dar la caccia alle galere di Malta, e pigliavane una ricchissima con tutto il carico di danaro raccolto dalle corrisposte del comun tesoro in Francia[235]. Un'altra ne toglieva al visconte Giulio Cicala, sopra capo Passaro; sbarcava al Gozo, ardeva Rapallo, disertava la Liguria, la Corsica, le Baleari, la Catalogna, traendo roba e danari da ogni parte[236]. Più monta la schiavitù d'infiniti Cristiani, ai quali talvolta per violenza faceva pur rinnegare la fede[237].Non parlo delle riviere di Calabria e di Sicilia, perchè Dragut non aveva più nulla a fare in quei luoghi. Dalle piazze forti in fuori era tutto un deserto. I popoli littorani fuggivano a turme. Quando le dolci aure della primavera mettevano il mare a tranquillità, essi abbandonavano le odorose convalli della marina, e riduceansi sui gioghi delle aspre montagne; donde più non discendevano se non colle sonanti tempeste dell'orrido verno, mescolando coi muggiti del mare i loro lamenti, nella speranza che alcuno avesse finalmente a francarli dalla obbrobriosa oppressione[238].Carlo d'Austria aveva firmato da poco tempo con Solimano una tregua: non voleva nè doveva romperla. Ma saviamente distinguendo le obbligazioni sue verso un sovrano di fatto, non giudicò doverci comprendere i ladroni ricalcitranti contro qualunque trattato; i quali rubando a tutti, sempre a un modo, così dopo, come prima della tregua, da sè stessi poneansi fuori della legge. Il perchè costretto di soddisfare al pubblico desiderio, ordinò al principe Doria di mettersi sulle tracce del ribaldo, e fare ogni prova per cacciarlo almeno dal covo appostato a ruina della società.VIII.[Aprile 1550.]VIII. — Per questo l'Imperatore richiese al duca di Firenze l'ajuto delle sue galere, e con maggiore istanza ne scrisse al nuovo Pontefice, sapendosi da tutti la perfezione, alla quale coi viaggi e colle esperienze degli anni precedenti aveva condotto Carlo Sforza il suo armamento[239]. Il nome dell'egregio cavaliero gerosolimitano,capitano generale delle galèe romane, scusava ogni elogio[240]: e gli crescevano riputazione attorno i suoi compagni d'arme, Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de' Nobili da Lucca, e Antonio Fani da Bologna capitani delle tre galèe; e i giovani ufficiali di Civitavecchia Francesco Andreotti[241], Filippo Filippetti[242], e Trajano Biancardi[243]; che poi divennero capitani di chiara fama, specialmente il secondo nominato sovente nei documenti Colonnesi a Lepanto, e il terzo che nello scorcio del secolo salì al grado di colonnello. A questi poscia si aggiunse fiorita schiera di giovani perugini, tra i quali ricordo Ruggiero e Grifone degli Oddi, Luca Signorelli, Lodovico Monaldi, il cavalier Ranieri, Camillo Perinelli, Livio Parisani, ed altri molti, sotto la condotta di quel prode rampollo di valorosa famiglia che era Astorre Baglioni, eletto comandante delle fanterie da sbarco; il cui valore aveva a sostenere degnamente in Africa la riputazionedella scuola braccesca, ed a crescere poscia sublime nella difesa di Famagosta in Cipro[244].Il principe Doria, partitosi dalla Spezia con venti galèe, passò di Livorno per congiungersi colle tre dei Fiorentini, che erano a carico di Giordano Orsini di Roma e di Chiappin Vitelli di Castello. Notissimo il Vitelli nelle storie toscane per tutto il regno di Cosimo, e ne avremo a parlare più volte pei tempi seguenti. L'Orsino del ramo di Monterotondo, ancor giovane di venticinque anni, allievo di Gentil Virginio, e della marineria romana, dopo il generalato della fiorentina, militò coi Francesi alla Mirandola e a Siena, tenne per loro la Corsica, e finalmente acconciatosi coi Veneziani, morissi governatore di Brescia, lasciando ai posteri onorevoli memorie del suo valore e del suo ingegno[245]. Con questisignori il Doria se ne venne nel porto di Civitavecchia per unirsi allo Sforza. Felice presagio di lieti successi contro Dragut, come già la venturosa riunione quivi medesimo contro Barbarossa. Ma non avranno questa volta le fazioni dell'armata a procedere tanto spedite e concordi, come quando presedeva in persona l'Imperatore; anzi le vedremo arruffate pel capo di tre maestose figure, non troppo simili tra loro, che sono don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, e generale dell'impresa; Andrea Doria, principe di Melfi, e generale dell'armata; e don Garzia di Toledo, figlio del vicerè don Pietro, cognato del duca Cosimo, e generale delle fanterie di sbarco. Nojosissimo quest'ultimo a sè stesso ed agli altri: pensava in gran sussiego tanto più rendersi orrevole, quanto meglio potesse senza suo carico mortificare gli ausiliari. Però cattiva cera all'Orsino di Firenze[246]: ed allo Sforza di Roma tale un tratto di perfidia, da disgradare quasi direi il feroce tumulto degli arrabbiati nemici in Malta contro di lui.[6 maggio 1550.]L'armata navale dei collegati, alli sei di maggio sull'ora di vespro, entrata nel golfo di Napoli, metteasi a remo in bella ordinanza. Il Doria nel mezzo, a destra lo Sforza coi Romani, a sinistra l'Orsino coi Fiorentini, e di qua e di là gli altri legni. Ecco intanto don Garziadi Toledo uscir fuori del porto tre miglia colle galèe del Regno incontro ai vegnenti. I quali, avendolo oramai vicino, allargano le righe per aprirgli il passo, e spalano i remi per fargli onore. Egli al contrario colla sua capitana, preso l'abrivo, come se volesse girarsi alla destra tra la reale del Principe e la capitana del Papa, svolge una gran curva, e prolungandosi a un tratto addosso allo Sforza, gli fracassa tutti i remi di banda sinistra[247]. Minor vituperio sarebbe se il Cane de' Tartari in carrozza andasse a rompere le gambe d'uno squadrone di cavalleria che stesse a salutarlo in parata. Atroce ingiuria! Ma non chiedetene altra riparazione: anzi rendetevi persuasi che è stata una piccola disgrazia. Così sono rimeritate dai superbi le cortesie e i servigi!Dunque pazienza, e non si faccia zitto, nè per parte del capitano di Roma, nè dello storico. Il lettore sapiente pensi ad altro, e ciascuno di noi ringrazi la sorte e l'educazione del nostro paese, che ci aprono innocenti e nobili distrazioni coi classici. Qui si fa luogo a postillare la celebre frase marinaresca di Livio e di Cesare:Detergere remos[248]. Intorno al che non pochi si smarriscono per manco di vigoria, non bastando loro la lena di levarsi dal senso proprio al metaforico, quando il contesto lo richiede, secondo la speciale esigenza del subbietto.La citata frase marinaresca, nel senso dei classici, non indica, nè può esprimere l'atto proprio del forbire o dello asciugare i remi: funzioni che non voglionsi attendere dai nemici nel combattimento. Ma quel Tergere ironico ti mena a paragonare il palamento dell'avversario all'imbratto, ed a conchiudere ricisamente di scoparlo via; come di tante altre cose analoghe eziandio nel volgar nostro diciamo. Pertanto Livio e Cesare scrivevano sulle carte il fraseggio poetico dei marinari: i quali di vivace ironia condivano gli stenti della caccia contro il remeggio dell'avversario. E se riuscivano a levargli la forza motrice, a tarpargli le penne, ed a lasciarlo deriso e immobile, diceanlo terso e ridotto al pulito. Bastava a ciò una passata di contrabbordo rapida e vicina: perchè essendo la parte esterna o pala dei remi tanto lunga e sottile, quanto altrove ho ragguagliato; e il braccio interiore o girone più corto, grosso, fermo allo scalmo, e tenuto dai rematori, con piccolo sforzo alla punta le pale andavano in pezzi, come cadrebbe l'erba sotto al colpo della falce, o il pelo sotto alla menata del rasojo: di che ben si direbbe altresì pulita la guancia, e sbrattata l'ajuola.Non sempre gli antichi bastimenti di guerra schermian di rostro: ma talvolta correvano al palamento, come oggidì si accenna all'elica o alle ruote del nemico per togliergli la forza motrice, per batterlo dalla parte più debole, e per ghermirlo. Similmente i difensori, a divertire il danno, faceano di tener sempre la prua sull'offensore, e coprivano i fianchi, o almeno acconigliavano e nascondevano i remi; che altrimenti non potevano per la loro fragilità non essere spezzati. Infino ai modellini di questi legni (se attendete) quasi sempre fallirà qualche remo scavezzo o franto. Nella cui previsione i maestri hanno usato mettere in forma gentile i remetti di due pezzi,uniti al cartoccio di sottil bandone, perchè all'occorrenza vi si possa alla pala magagnata sostituire la sana, senza il fastidio del rifare tutto il remo di nuovo. E per la stessa ragione amici e nemici, come ora portano fucine e macchinisti per racconciare elici e ruote, tubi e caldaje; così al tempo dei nostri maggiori portavano faggi di rispetto e maestranze speciali per rimettere in buon assetto il palamento. Ogni galèa infino agli ultimi tempi, oltre al calafato e al mastro d'ascia, imbarcava due maestri per lavorare di nuovo o di vecchio sui remi; e si trovano chiamati nei documenti (quantunque le voci manchino nei vocabolari) il maestro Remolaro, e il fante Remolarotto[249].

LIBRO SETTIMO.CAPITANO CARLO SFORZA,DEI CONTI DI SANTAFIORA.[1548-1555.]

[Agosto 1548.]

I. — Dal gran mastro di guerra Muzio Attèndoli della Cotignola, cui il conte Alberigo di Barbiano appiccò il nomignolo di Sforza a perpetuo suggello da ricordarne ai posteri la gagliardìa e l'ardimento, si sono generati i duchi di Milano, i signori di Pesaro e i conti di Santafiora; donde derivossi dappoi accrescimento di splendore e di grandezza per eredità e parentela nella nobilissima casata dei Cesarini di Roma. Di quel sangue nacque Carlo, terzogenito del secondo Bosio conte di Santafiora e di Costanza Farnese della stirpe di Paolo III; e parvero in lui rivivere gli spiriti marziali del primo Sforza. L'istessa grandezza della persona, il medesimo dominio sui cavalli, e l'agilità delle membra, e il piglio soldatesco, e la robustezza del braccio e la saldezza del core; aggiuntavi di più la coltura, lo studio, e l'esperienza della milizia navale. Entrato giovanetto nell'Ordine di Malta pigliò volentieri l'occasione di mostrarsi quale era prode e valente per mare e per terra, in Levante ed in Germania: in breve ottenne la grancroce, il priorato di Lombardia, e finalmente il generalato delle galèe dell'Ordinesuo[187]. Faceva perciò residenza in Malta molto splendidamente, secondo uomo di alto affare; e appresso menavasi numeroso seguito di capitani e di gentiluomini: fra i quali fin d'ora mi piace ricordare quei due prodi che sempre lo sostennero nelle sue spedizioni; cioè il conte Marcantonio Zane di Bologna, successore di Marcantonio Colonna nella nostra marina dopo sciolta la lega[188]; ed il nobile fulignate Giannantonio Gigli di chiara fama a Lepanto, e prima e dopo[189]. L'anticamera di casa Sforza e similmente i saloni dei suoi pari, che ancora abbiamo negli antichi palagi dei grandi signori (saloni di trenta e cinquanta metri in lungo e in largo), non erano mica per quel vecchio servigiano al banchetto in un cantuccio tra il vuoto e il silenzio perpetuo d'oggidì: ma realmente ci ricordano il numeroso concorso dei letterati, degli artisti, dei gentiluomini con tutto il codazzo dei familiari, raccolti quivi insieme per motteggiare tra loro, per corteggiare l'avventuroso signore, e per seguirlo dovunque secondo il suo grado.

La quale magnificenza spiegata eziandio da Carloin Malta, quantunque conforme all'uso del tempo, gli fruttò l'invidia dei superbi; e suo malgrado l'avvolse in una sanguinosa e ferocissima rissa, accesasi tra i Cavalieri per la uccisione di un semplice soldato delle sue galere sulla piazza del porto.

La furia delle private vendette levò alta fiamma nell'isola. Prima dalla parte dello Sforza avvampò un famigliare, il quale per rimedio del morto ammazzò a tradimento il cavalier Ribadeneira della lingua di Spagna con un colpo ardente di archibugetto a ruota. Indi ribollirono maggiormente i confratelli nazionali del secondo ucciso, risoluti di vendicare il Cavaliere col sangue del Generale. Torna la nota contradizione degli stolti; i quali, acciecati dalla passione, come giudicano altrui, così condannano sè stessi. I congiurati assaltarono e ferirono in piazza lo Sforza, egli trasse la spada e si difese, altri mossero per levarlo di là, dove certamente sarebbe rimasto freddo, se non pigliava di gran corsa la via del porto. Ma raggiunto alla sponda dalla calca dei furiosi, e non veduto a suo scampo altri che il cavalier Giorgio Adorno genovese quivi presso, e da lungi lo schifo della sua capitana che pel confuso rumore erasi allargato da terra, levossi in aria, spiccò un gran salto (non mi basta l'eleganza della frase, quando devo esprimere tutta la verità e la grandezza del fatto), voglio dire, e forse non basta, squarciò un salto portentoso, e raggiunse diritto e fermo la poppa del suo palischermo. Avanti! Voga, arranca, e via!

Il successo maraviglioso di Carlo, in quel giorno, che fu il sei di giugno 1547, sembrò un prodigio a chi lo vide: gli stessi nemici suoi attoniti e maravigliati abbassarono le spade. Più e più la plebe Maltese presente allo spettacolo ne restò presa: d'indi innanzi ne fece proverbio, paragonando i più solenni tratti di destrezzaal Salto di Sforza[190]. Il vecchio Muzio, suo grande avo, non ebbe la stessa ventura l'ultimo giorno della vita al guado della Pescara.

Lascio il seguito della sedizione: lascio il concorso dei cavalieri francesi cogli italiani a difesa di Carlo, e la pertinacia degli spagnuoli a volerlo assalire anche dentro la stessa sua capitana; lascio in procinto di combattere due galèe piene di nemici, contro due altre piene di difensori: e conchiudo che Carlo Sforza, dopo quietato il tumulto, ebbe per bene levarsi dall'isola e venirsene in Roma presso il cardinal Guidascanio suo fratello.

[30 agosto 1548.]

II. — Avvenuta dappoi la morte dell'Orsino, ognun intende che il successore era pronto in palazzo: e veramente non ebbe molto a fare Guidascanio per ottenere al fratello la nomina di capitano Generale cogli stessi patti, capitoli e convenzioni del defunto; molto più che i meriti, l'esperienza e la nascita rendevanlo degnissimo dell'ufficio[191]. Perciò l'istesso Cardinale aveva comprato prima dagli eredi del conte dell'Anguillara le tre galèe insieme col nuovo scafo; e donato ogni cosanell'istesso giorno tre di settembre al nuovo Capitano, perchè avesse a fare vie più onorata comparsa alla marina. Ecco alcuni estratti degli istrumenti di compra e di donazione[192]:

«Addì trenta del mese d'agosto 1548. — Il signor Gentil Virginio Orsini, durante la vita, conte dell'Anguillara, recentemente defunto, tra gli altri beni della eredità avendo lasciato tre triremi, volgarmente chiamate galèe, da lui stesso comprate nel mese di febbrajo prossimo passato, come proprietà dell'illustrissimo signore Orazio Farnese duca di Castro, al prezzo di diciassette mila e cinquecento ducati d'oro in oro; ed avendo ordinato nell'ultimo suo testamento che le dette galèe s'abbiano a vendere eccetera..., quindi gli esecutori testamentari per lo stesso giure di vendita hanno dato e consegnato al signor Guidascanio cardinale eccetera.... le dette tre galèe e di più il corpo di un'altra galèa che volgarmente dicono un Fusto di nuova costruzione, che è alla spiaggia fuori dei porti di Civitavecchia, già dalla Santità di Nostro Signore donato al medesimo signor Virginio, il tutto per prezzo a nome di prezzo ventimila settecento scudi d'oro, eccetera...»

«Ratificazione della vendita delle galèe, per parte delle signore Maddalena e Caterina, figlie dell'illustrissimo signor Gentil Virginio Orsini di bona memoria, in sua vita conte dell'Anguillara, eccetera...»

«Donazione delle galèe — Addì tre settembre 1548. — Il signor Guidascanio Sforza, del titolo di sant'Eustachio eccetera.... non come persona ecclesiastica, ma come membro della illustrissima casa e famiglia Sforza, ha comprato dalle illustrissime signore Maddalena e Caterina, figlie della bona memoria del conte Gentil Virginio Orsini, tre triremi o sia galere e un fusto nuovo, e spontaneamente ha donato il tutto a Carlo Sforza priore di Lombardia, suo fratello germano, eccetera...»

«Fatto in Roma ecc..., giorno, mese, ed anno, come sopra nella camera del palazzo, residenza consueta del predetto signor cardinal Camerlengo, chiamata la Cancelleria Vecchia[193].»

[Ottobre-dicembre 1548.]

III. — Questi documenti limpidi e brevi confermano largamente ciò che si è detto alla fine del libro sesto, ed al principio del presente. Di più ci danno tre volte la compra e la vendita delle stesse galèe a prezzi diversi: prima per scudi d'oro trentaquattromila, indi per diciassettemila cinquecento, e finalmente per ventimila settecento[194]. Avendo già nella storia del Medio èvo descritto la costruzione, la forma e il governo di questi legni militari, sembrami conveniente dirne adesso la valuta; e ciò per chiarire sempre meglio la storia navale dei secoli scorsi, e per continuare anche da questa parte lo svolgimento delle frasi e dei termini marinareschi; come pure per stabilire i criterî da risolvere a un bisogno quei problemi storici, nei quali il prezzo fornisce argomento a provare cause ed effetti di maggior rilievo. Per esempio, e tutto del nostro proposito, il Guerrazzi notissimo scrittore moderno, volendo attribuire a Pierluigi Farnese una parte maggiore nella congiura di Gianluigi Fieschi, si ferma sul prezzo delle quattro galèe vendute dal primo al secondo per trentaquattro mila scudi d'oro: ed elevando il valore di ciascuna galèa a ventimila, in somma per le quattro a ottantamila, conchiude essere la differenza di quarantasei mila la mercede pattuita del tradimento[195]. Io non torno adesso a cercare comee quanto i Farnesi di Parma se la intendessero coi Fieschi di Genova; sì bene a rilevare l'importanza della stima per risolvere talune questioni di ordine più elevato.

E volendo andar sicuro nel giudizio dei prezzi, lascio da parte lo stranio Brantôme che trinciava le cifre a ventimila per volta, e seguo piuttosto Andrea Doria genovese, Lione Strozzi fiorentino, e Gentil Virginio romano e i loro discendenti e consorti, che valutavano diversamente, ed erano per quei tempi maestri e comandanti anche in Francia, anche in Spagna, e per tutto. Con loro mi appoggio ad altre colonne, cioè alle note ufficiali dei governi, ed a quei documenti e autorità che sempre cito, tuttochè a taluno possano sembrare soverchie[196]. Da queste sorgenti potrà derivarsi nella mente dei miei lettori qualche contezza più precisa intorno al modo di determinare la valuta delle galere, distinguendo le parti di costruzione, fornimento, armamento e corredo, così dei legni come delle attenenze, secondo il primo impianto, e secondo i diversi carati rispondenti al tempo ed al consumo.

Perciò scelgo due documenti ufficiali, uno romano e l'altro fiorentino; ambedue composti per norma di governanti, ambedue identici nei vocaboli e nelle frasi del mestiere, che erano comuni in tutta l'Italia, come più volte ho detto: ma il primo assai più breve, più chiaro, più ricco di voci, tanto che il lettore potrà cavarne con manco fastidio maggior copia di notizie. Nè io saprei altrimenti come mettere a stampa, perchè non si perdano, tanti vocaboli degni di essere ricordati, e non possibili a intarsiare nei racconti miei, nè altrui. Dirò appresso del secondo: ora pubblico il primo documentonella sua integrità, come fu compilato sopra le scritture e le tradizioni del tempo anteriore, a richiesta dei principi Barberini, quando tenevano nella mano tutte le fila dell'amministrazione al tempo di Urbano VIII. Già fin d'allora gli economisti, rispetto alle spese, richiamavano i tempi passati, come di miglior mercato, e dolevansi del maggior caro nel presente: perciò la cifra della somma totale potrà essere stata più bassa cinquanta anni prima, non certamente più alta. Udiamone[197]:

Nota di quanto costa una galea privata, armata di quanto fa bisogno acciò sia pronta a navigare. La spesa che ci va incirca:

»Lista N.1ª. —Tagliami.

»Lista N.2ª. —Armi diverse ed apparati per le artiglierie.

»Lista N. 3ª.—Tende, tendali, e porte.

»Lista N. 4ª.—Ferramenti.

»Lista N. 5ª.—Vele di cottonina.

»Lista N. 6ª.—Sartia a cantari di libbre 250 ciascuno.

»Lista N. 7ª.—Bottame ed altro per compagna e pagliuolo.

»Lista N. 8ª.—Vestiti per la ciurma.

»Lista N. 9ª.—Vestiti bianchi, scarpe, calze, berretti.

»Lista N. 10ª.—Fiamme ed attrezzi di poppa.

IV. — Dunque, messo tutto a calcolo sottile, il prezzo totale di una galèa remeggiata da forzati tra la fine del cinquecento e il principio del seicento, veniva a novemila ottocento quarantatrè scudi, e giuli quattro, secondo le conclusioni del documento romano. Alle quali cifre si avvicina altresì il documento fiorentino[212], dopo lunghissima analisi, di pagine censessanta, in continuo stento per rifilare ad ogni capo le spese, secondo il desiderio del novello granduca Francesco di Toscana, conchiudendo[213]: «Monterà dunque la somma dè le somme di tutto quello che si è speso nè le cose predette col calculo di Pisa, fiorini 9520, 6, 19, 3. et tanta spesa andrà a fare una galera et a fornirla di ciò che bisogna.» Egli parla di fiorini pisani e fiorentini, eguali a sette delle antiche lire di Firenze da quindici soldi, e a cinque lire moderne circa d'Italia; tanto che presso a poco si pareggiano i detti fiorini coi nostri scudi, e non si arriva nè con quelli, nè con questi, ai diecimila: somma tuttavia che accetto rotonda, volendo largheggiare al possibile, e fuggire miserie e frazioni.

Facciamo ora di pagare diecimila scudi, e ci troveremo innanzi una galèa con tutti i suoi fornimenti, attrezzi, e corredi nuovi nuovi, e nullamente frustati nè dal tempo, nè dalle burrasche, nè dai combattimenti. Caso da non venirci più di una volta sola per sempre, cioè il primo giorno del primo viaggio. Dopo di che, prescindendo pur dalle avarie straordinarie che si valutavano e si valutano secondo i danni, costumavano i marinari dividere il pregio di una galèa in ventiquattro parti uguali, che chiamavano carati, supponendo la durata del bastimento colle sue attenenze per la media di anni ventiquattro. Quindi nel calcolo della stima, tanto diffalcavano ogni anno della sua primitiva valuta, quanti erano i ventiquattresimi e gli anni; pognamo dopo un dodicennio ogni cosa ridotta a metà, e pel doppio a zero. E ciò senza pregiudizio delle spese occorrenti ad ogni stagione per riparare o mantenere il bastimento in buon assetto; spese che non entravano nullamente nei contratti di compra e vendita, ma negli strumenti di condotta, di assento, e simili; dove o coll'imposizione del due per cento sulle merci, o con altri assegni dell'erario pubblico, pel mantenimento del legno, della gente e del capitano si assicuravano altri cinquecento scudi d'oro per ogni mese e per ciascuna galèa. Però dai carati specialmente vedeasi la diligenza e cura degli ufficiali nel custodire e conservare le cose date loro in consegna. Di che saviamente soggiugne il principe di Piombino nel citato documento[214]: «Et questa regola dei carati serve molto sulle galere: perchè facendosi una consegna di una galera o di altre robe ad un capitano, quale ella è hoggi, se gli consegna ciascuna cosa per tanti carati; et poi, quando la rende, si conosce se egli sia stato poco o molto diligente in conservare la sua consegnache hebbe; et quanto ella hoggi che esso la rende sia peggiorata et caduta dal prezzo suo.»

Ciò posto niuna maraviglia che le stesse galèe siano state prima pagate dal Fiesco trentaquattro mila[215]; e dopo tre anni, tenute da quello sciatto, e con una di meno, pagate dall'Orsino diciassettemila cinquecento; e finalmente aggiuntovi il nuovo fusto pagate dallo Sforza ventimila settecento.

Seguendo queste ragioni, secondo il costume romano, non abbiamo messo in conto le artiglierie, perchè i ministri camerali le somministravano senza prezzo ai capitani delle galèe; e insieme con esse gratuitamente davano polvere, palle e miccio. Fia bene per compimento cavarne i prezzi e la nomenclatura dal documento fiorentino, che dice così[216]:

COSTO DELL'ARTIGLIERIE E LORO APPARTENENZE.

Conchiudo alla prova, compiuto il calcolo, e spillato ogni centellino, dunque non arriviamo a dodicimila scudi per ciascuna galèa remeggiata da condannati, ai quali tra noi non si dava prezzo. Dunque ogni due anni calava la valuta di mille, prescindendo pur da ogni altro danno e sciupìo.

V. — L'ultima partita del documento toscano conferma l'uso del secolo decimosesto di allumare non solo le maggiori artiglierie, ma ancora le manesche per mezzo della corda accesa, cui davano il nome di Miccio: e dico forte e marziale, al mascolino, come usavano dire comunemente i cinquecentisti. Nei primi tempi le artiglierie di ogni maniera, grosse, minute e portatili si accendevano colla bacchetta di ferro arroventata in un braciere; l'uncino della quale al bisogno si portava sul focone dell'arma voluta sparare. Appresso veniva il miccio: corda sottile e pastosa di infimo tiglio, poco torta, lissiviata nella cenere, e bollita per quattr'ore nella soluzione di nitro, colla giunta successiva di poco acetato di piombo. La qual corda, accesa che sia da una estremità, continua sempre a bruciare lentamente con fumo azzurrognolo e senza fiamma, fino a tanto che non sia tutta consumata. Nel maneggio delle artigliere incavalcate s'incastrava il capo acceso di questacorda della forcella d'un'asticciuola, chiamata Buttafuoco: il primo servente di destra, al comando dell'ufficiale, brandivalo sul focone del pezzo, e l'arma tonava. Per le armi manesche ciascuno archibugiere portava parecchie braccia di questa corda in pezzi, appesi alla tracolla; e nelle fazioni un capo sempre acceso nella mano sinistra: venuto il momento spianava l'arma, scoprivane il bacinetto, pigliava il miccio colla destra, scuotevane il ceneraccio, e finalmente il colpo partiva. Poi vennero il draghetto e il serpentino: figurette contorte a imagine dei detti animali, che stringevano la corda accesa tra le mascelle, e al tocco del grilletto la portavano sul focone. Con questo il soldato aveva le mani più spicce, e più sicura la punteria. Ma e' doveva star sempre sopra di sè coll'occhio alla guardia del fuoco: e spesso spesso ridare la corda, e più e più ricacciarne dalla bocca del fantoccino, secondo il consumo. Lunga noja di più secoli: al cui compenso forse introdussero i militari nelle capitolazioni la clausola del miccio acceso, come ultima testimonianza di solerzia e disciplina anche nei vinti. I marinari esposti più di ogni altro ai casi repentini di combattimento, e sempre più che altri guardinghi del fuoco, usavano il micciere, per allumare a un tratto due o tre cento micci. Era una specie di bacino metallico, che si teneva sulla palmetta o sulle rembate; concavo a mo' di clibano, e contornato da qualche centinajo di bischeri a forcella messi in più ordini, donde le cime di altrettante corde facevano capo nella scodella centrale. Bastava gittare nel mezzo un pugnetto di polvere e una scintilla per avere a un tratto tutte le cime accese, tanto che ogni soldato e marinaro potesse di presente pigliare in punto la sua. Ho veduto io di questi arnesi vecchi e rugginosi nel Museo dell'arsenale di Venezia. Ora indarno più cerchereste per le fortezze eper le caserme la corda cotta: solamente potreste trovarne sui bastimenti militari, dove i marinari continuano a tenersela sempre accesa, giorno e notte, dentro un barlotto di metallo per comodo di chiunque voglia allumarvi il sigaro, o la pipa.

Niuna cosa giugne improvvisamente alla perfezione. Dalla bacchetta rovente e dalla corda cotta si venne al draghetto, al serpentino, e poi al fucile a ruota: progresso reso necessario dagli inconvenienti dei primi metodi, i quali nella pratica, come si è veduto in Algeri, rendevano qualche volta difficilissimo il maneggio delle armi da fuoco. Gli ingegni si scossero: e dall'attrito sprizzarono le prime scintille sulle artiglierie di terra e di mare. Tutti sapevano cavar faville percotendo insieme la selce e l'acciajo: non restava se non trovare il modo di portare la percossa sicura e spedita vicino al focone dell'arma. Indi l'acciarino a ruota: gentile macchinetta, composta di un cane che stringe tra le mascelle la pietra focaja, e a volontà la porta di taglio sul bacinetto dell'arma: sotto al taglio della pietra una rotella di acciajo a tamburetto girante alquanto eccentrico tra due colonnini con dentrovi una striscia di molla avvolta sull'asse; molla simile alle consuete degli orologi. Caricata la detta molla con una chiavetta, e frenata a segno con un dente, si faceva poscia scattare al tocco del grilletto; e girando rapidissima la rotella sul taglio della pietra, cacciava sprazzi di scintille sul bacinetto e colpi di fuoco dagli archibusi. Le armi fornite di questo arnese chiamavansi a ruota. Dicevansi pure a fuoco morto; perchè non ardeva sempre, nè si consumava come il miccio: e nondimeno era fuoco sempre pronto al bisogno sotto al braccio di chi voleva usarne. Gran passo di vantaggio: ma pur sempre gran difetto il lungo frullio rotatorio, l'incertezza del momento efficace,e quindi la perplessità nella mira. L'origine di questa invenzione si ha a cercare tra la fine del quattrocento e il principio del cinquecento, segnata dallo spavento dei principi e dei popoli per l'abuso dei traditori nelle private vendette. Alfonso da Este, duca di Ferrara con un bando del diciassette febbrajo 1522, richiamando più altri bandi e gride anteriori, proibiva sotto pene gravissime l'avere e il portare gli archibugetti a ruota[218]: ed io stesso nelle prime pagine di questo libro ho accennata l'uccisione di un cavaliero spagnolo, l'anno 1547, per mezzo dell'archibugio a ruota; donde il tumulto, e la massima indignazione in Malta contro la terribilità dell'arma usata dall'omicida[219].

L'invenzione in principio restava limitata agli usi e agli abusi delle private persone, non essendo stata adottata nè dai soldati, ne da' marinari. Ciò si fa manifesto della spedizione di Algeri del 1541: dove essendo insieme il fiore delle milizie di Europa, specialmente Tedeschi, Spagnuoli e Italiani, e tra loro l'istesso imperatore Carlo V, non si potevano adoperare le armi da fuoco, perchè tutti i micci erano spenti dalla pioggia[220]. Nondimeno due anni dopo, Piero Strozzi fiorentino, che poi fu maresciallo di Francia, armava lo squadrone della sua cavalleria italiana d'archibugetti a ruota[221]; coiquali ajutava la vittoria di Ceresole addì 14 aprile 1544. Tre anni dopo nelle guerre d'Ungheria contro Solimano, dove erano milizie di tutto l'Oriente, i soli cavalieri tedeschi avevano cominciato a portare attaccato all'arcione l'archibugetto a ruota. I Turchi, dice il Giovio[222]: «Osservarono la capitolazione, e niuna cosa fu tolta ai cavalieri tedeschi di loro privata proprietà, tranne gli archibugetti che in forma nuova portavano appesi alla sella. Queste armi smaniosamente i Turchi volevano per sè, maravigliandosi della novità e del sottile artifizio, pel quale a talento, senza bisogno di miccio, per mezzo di piccola rotella girante attorno alla pietra focaja, di presente si accendevano e sparavano.»

Queste cose dovevo io dire con più ragione del Giovio, per chiarire la mia storia tecnica rispetto all'armi ed alla amministrazione: massime in quella parte che per la sua vetustà è oramai entrata nel dominio della storia, e che intanto si svolge intorno alle persone, ai fatti e ai tempi, dove col racconto ci troviamo. Altrove si avrà a parlare delle invenzioni seguenti, specialmente del fucile a martellina, durato infino alla nostra fanciullezza; e poi delle chimiche preparazioni fulminanti, messe neicappellozzi, nei cannellini, o nelle cartuccie, per accendersi col percussore, colla stratta, o coll'ago.

[Aprile 1549.]

VI. — Intanto il capitan Carlo Sforza, che tra le nevi e i ghiacci ha passato l'invernata al pari di noi, rivedendo armi e artiglierie, cifre, carati e corredi delle nuove e delle vecchie galèe, ci richiama con un tiro di cannone alla partenza sua e della squadra sui primi di aprile. Egli non solo prode, ma savio e di bell'indole, piglia a sbrattare i mari circostanti dalla schiuma dei ladroni, e a favorire i naviganti, il commercio e l'abbondanza nella capitale e nelle province. Dove vedendo che i pirati non si sarebbero ormai più arditi nella stagione corrente rivolgere la prua, pensò di fare una corsa in Levante, come era già solito; e così farsi rivedere in Malta, e riconciliarsi coi nemici, da cavaliere cristiano. Di più voleva mostrare che nè esso nè altri in Roma avevano prestato ascolto alle voci sparse contro del Grammaestro, imputato da alcuni di occasione o consenso alle violenze commesse contro di lui.

[21 maggio 1549.]

Se ne andò pertanto in Sicilia, e passando da Siracusa si congiunse fortuitamente col balì Giorgio Adorno suo grande amico, e insieme la mattina del ventuno di maggio entrarono nel porto maggiore di Malta, salutando con tutta l'artiglieria la città, il castello Santangelo, e le galèe gerosolimitane quivi presso ormeggiate. Poi recatosi in palagio, baciò le mani al Grammaestro, e si rappaciò in convento con tutti i religiosi, procurando altresì il perdono a quei cavalieri che per cagione della rissa, erano tuttavia sostenuti nelle carceri. E tanto graziosamente uscì d'impegno, che indi in poi coll'affettoe colla stima de' virtuosi confratelli superò l'odio e l'invidia de' pentiti avversarî.

[Giugno e ottobre 1549.]

Pochi giorni appresso prese a bordo alcuni piloti greci di pratica per la navigazione dell'Arcipelago, e sciolse le vele verso Levante a danno de' Turchi; durando in crociera per quei mari tutta l'estate e parte dell'autunno. Se volete sapere di sue prodezze, di gente riscattata, di pirati sottomessi, di combattimenti sostenuti, di vittorie conseguite, di prede riportate, chiedetene agli scrittori domestici, ai municipali, agli archivisti, agli enciclopedici, in somma a quelli che pretendono saper tutto, aver detto tutto, ed essere i primi in tutto: interrogate costoro. E dove essi non sappiano dirvi nulla, proprio nulla, permettete a me, ultimo di tutti, il cavar fuori da estraneo scrittore, che per la natura dell'argomento suo non doveva dir di più, le seguenti parole[223]: «Carlo Sforza giunse in Malta il 21 di maggio 1549; quindi colle galere del Papa navigò in Levante a danno degli infedeli, riportandone poi a Civitavecchia assai ricca et honorata preda.»

Chiunque conosce lo stile cavalleresco del commendator Giacopo Bosio, per la solennità delle brevi e concettose parole intorno a fatti alieni dall'argomento suo, può di leggieri comprendere l'onoratezza delle fazioni, combattute contro forze uguali o superiori; e comprendere la ricchezza degli acquisti di navigli, artiglierie, prigionieri, riscatti, e simili per numero e qualità di gran pregio. Però i Civitavecchiesi dell'armamento, rimunerati largamente da Carlo, si affezionarono a lui e alla sua casa, come non guari dopo a chiare prove gli dimostrarono; ed i Romani altresì per lui ripresero il costumedi farsi servire dagli schiavi. Tanti ne condusse in Roma, che n'ebbe chi ne volle: essendosi concessa piena licenza di poterli comprare, ritenere e vendere, non ostante qualunque divieto precedente. Fin dal principio di quest'anno, quando Carlo si apparecchiava a pigliarne, uscì il seguente[224]:

«Bando sopra al tenere de li schiavi et schiave in Roma. — » Avendo la Santità di N. S., signor Paulo per la divina provvidenza papa terzo, per sua benignità et clementia, per pubblico utile et bene de tutte et singule persone habitante et esistente in quest'alma città di Roma, concesso che si possano tenere schiavi et schiave che si comperaranno per lo avenire, come per un motuproprio, diretto alli magnifici signori Conservatori et Popolo romano, per Sua Santità fatto, appare.

»Per tanto per parte et commissione de prefati signori Conservatori se notifica et fassi intendere a tutte et singole persone in detta città habitante et esistente qualmente quelli che haveranno coprato o compraranno schiavi et schiave, dopo la data del ditto motuproprio, dato sotto il dì ottavo di novembre del xlviii prossimo passato, et sia lecito tenere detti schiavi et schiave, senza essere impediti da persona alcuna; non ostante qualunque concessione fosse fatta o da farsi, alla quale espressamente per il ditto motuproprio se derogano,et per il presente bandimento se intendano derogate et annullate.

»Dat. in palatio praefatorum Dominorum Conservatorum. DieXIIjanuariiMDXLIX.

»De Mandato. — Lucas Mutianus, C. Conservat. scriptor.

»Io Pietro Santo ha fatto lo soprascritto bando per Roma alliXIIIIdi Gennaro.»

Più volte nei miei libri mi è venuto detto di questa materia[225]: ma un discorso speciale intorno agli schiavi turchi, ed al loro trattamento nello Stato romano, massime nel porto di Civitavecchia, dove sino alla fine del secolo passato duravano numerosi nei pubblici e nei privati servigi, devo rimettere a quel tempo, al quale si riferiscono i documenti che ho raccolto in buon dato.

[7 febbrajo 1550.]

VII. — La notte seguente al dì sette di febbrajo, compiuta l'elezione, Giulio III successe a Paolo III già mancato ai vivi nel precedente anno ai dieci di novembre: quindi molte novità di cariche e di ufficî nella corte e nelle province. Soltanto alla marina ogni cosa restò nello stato di prima, rifermata la condotta di Carlo Sforza; perchè egli, tanto esperto e chiaro, continuasse a difendere la Spiaggia romana, e desse sicurtà di navigazione ai pellegrini pel giubilèo intermedio del secolo, che quanto prima il nuovo Pontefice voleva felicemente aprire. Bisognavagli però guardare il mare; il cui dominio, almeno per metà, era in mano ai pirati della terza quadriglia, allievi ed eredi della seconda. A costoro ritornasempre, anche a non volere, il discorso che ora son costretto riassumere. Cadde il Moro nel trentaquattro sotto i colpi dei Veneziani nelle acque di Candia[226]: Cacciadiavoli crepò nel trentacinque alla cisterna di Tunisi[227]: il Giudèo sdilinquì a Suez l'anno quarantaquattro tra le braccia del figlio[228]: Barbarossa il tre di luglio del 1546 da Costantinopoli scese sotterra intorno al Bosforo presso Terapia, dove tra le piante parasite ancora durano gli avanzi e la cupola della sua tomba[229]. Appresso cresceranno appajati Scirocco pascià di Egitto, e Luccialì re d'Algeri, ambedue pirati e comandanti principali a Lepanto dell'ala destra e della sinistra nell'armata di Selim[230]: ed ora s'imbrancano tra i novelli sovrani di Barberia gli altri due famosi Morat e Dragut. Il primo per sua conquista e per l'investitura di Solimano s'intitola re di Tagiora, l'antica Thagura di Vittore Uticense e dell'Itinerario di Antonino[231], a mezza via tra Tunisi e Tripoli; e di là corre schiumando il mare, specialmente ai danni dei Cavalieri gerosolimitani[232]. L'altro, non contento al principato delle Gerbe, volendo crescere nella stima dei Turchi e nella grazia dell'Imperatore, con inganni e per sorpresa si è impadronito della grande e forte città di Afrodisio, da qualche tempo governatasi apopolo[233]. Venuto in tal guisa più vicino alla Sicilia e al Tirreno, e posta in Afrodisio[234]la sua principale residenza, gli arsenali e i magazzini, da quel covo scioglieva per dar la caccia alle galere di Malta, e pigliavane una ricchissima con tutto il carico di danaro raccolto dalle corrisposte del comun tesoro in Francia[235]. Un'altra ne toglieva al visconte Giulio Cicala, sopra capo Passaro; sbarcava al Gozo, ardeva Rapallo, disertava la Liguria, la Corsica, le Baleari, la Catalogna, traendo roba e danari da ogni parte[236]. Più monta la schiavitù d'infiniti Cristiani, ai quali talvolta per violenza faceva pur rinnegare la fede[237].

Non parlo delle riviere di Calabria e di Sicilia, perchè Dragut non aveva più nulla a fare in quei luoghi. Dalle piazze forti in fuori era tutto un deserto. I popoli littorani fuggivano a turme. Quando le dolci aure della primavera mettevano il mare a tranquillità, essi abbandonavano le odorose convalli della marina, e riduceansi sui gioghi delle aspre montagne; donde più non discendevano se non colle sonanti tempeste dell'orrido verno, mescolando coi muggiti del mare i loro lamenti, nella speranza che alcuno avesse finalmente a francarli dalla obbrobriosa oppressione[238].

Carlo d'Austria aveva firmato da poco tempo con Solimano una tregua: non voleva nè doveva romperla. Ma saviamente distinguendo le obbligazioni sue verso un sovrano di fatto, non giudicò doverci comprendere i ladroni ricalcitranti contro qualunque trattato; i quali rubando a tutti, sempre a un modo, così dopo, come prima della tregua, da sè stessi poneansi fuori della legge. Il perchè costretto di soddisfare al pubblico desiderio, ordinò al principe Doria di mettersi sulle tracce del ribaldo, e fare ogni prova per cacciarlo almeno dal covo appostato a ruina della società.

[Aprile 1550.]

VIII. — Per questo l'Imperatore richiese al duca di Firenze l'ajuto delle sue galere, e con maggiore istanza ne scrisse al nuovo Pontefice, sapendosi da tutti la perfezione, alla quale coi viaggi e colle esperienze degli anni precedenti aveva condotto Carlo Sforza il suo armamento[239]. Il nome dell'egregio cavaliero gerosolimitano,capitano generale delle galèe romane, scusava ogni elogio[240]: e gli crescevano riputazione attorno i suoi compagni d'arme, Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de' Nobili da Lucca, e Antonio Fani da Bologna capitani delle tre galèe; e i giovani ufficiali di Civitavecchia Francesco Andreotti[241], Filippo Filippetti[242], e Trajano Biancardi[243]; che poi divennero capitani di chiara fama, specialmente il secondo nominato sovente nei documenti Colonnesi a Lepanto, e il terzo che nello scorcio del secolo salì al grado di colonnello. A questi poscia si aggiunse fiorita schiera di giovani perugini, tra i quali ricordo Ruggiero e Grifone degli Oddi, Luca Signorelli, Lodovico Monaldi, il cavalier Ranieri, Camillo Perinelli, Livio Parisani, ed altri molti, sotto la condotta di quel prode rampollo di valorosa famiglia che era Astorre Baglioni, eletto comandante delle fanterie da sbarco; il cui valore aveva a sostenere degnamente in Africa la riputazionedella scuola braccesca, ed a crescere poscia sublime nella difesa di Famagosta in Cipro[244].

Il principe Doria, partitosi dalla Spezia con venti galèe, passò di Livorno per congiungersi colle tre dei Fiorentini, che erano a carico di Giordano Orsini di Roma e di Chiappin Vitelli di Castello. Notissimo il Vitelli nelle storie toscane per tutto il regno di Cosimo, e ne avremo a parlare più volte pei tempi seguenti. L'Orsino del ramo di Monterotondo, ancor giovane di venticinque anni, allievo di Gentil Virginio, e della marineria romana, dopo il generalato della fiorentina, militò coi Francesi alla Mirandola e a Siena, tenne per loro la Corsica, e finalmente acconciatosi coi Veneziani, morissi governatore di Brescia, lasciando ai posteri onorevoli memorie del suo valore e del suo ingegno[245]. Con questisignori il Doria se ne venne nel porto di Civitavecchia per unirsi allo Sforza. Felice presagio di lieti successi contro Dragut, come già la venturosa riunione quivi medesimo contro Barbarossa. Ma non avranno questa volta le fazioni dell'armata a procedere tanto spedite e concordi, come quando presedeva in persona l'Imperatore; anzi le vedremo arruffate pel capo di tre maestose figure, non troppo simili tra loro, che sono don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, e generale dell'impresa; Andrea Doria, principe di Melfi, e generale dell'armata; e don Garzia di Toledo, figlio del vicerè don Pietro, cognato del duca Cosimo, e generale delle fanterie di sbarco. Nojosissimo quest'ultimo a sè stesso ed agli altri: pensava in gran sussiego tanto più rendersi orrevole, quanto meglio potesse senza suo carico mortificare gli ausiliari. Però cattiva cera all'Orsino di Firenze[246]: ed allo Sforza di Roma tale un tratto di perfidia, da disgradare quasi direi il feroce tumulto degli arrabbiati nemici in Malta contro di lui.

[6 maggio 1550.]

L'armata navale dei collegati, alli sei di maggio sull'ora di vespro, entrata nel golfo di Napoli, metteasi a remo in bella ordinanza. Il Doria nel mezzo, a destra lo Sforza coi Romani, a sinistra l'Orsino coi Fiorentini, e di qua e di là gli altri legni. Ecco intanto don Garziadi Toledo uscir fuori del porto tre miglia colle galèe del Regno incontro ai vegnenti. I quali, avendolo oramai vicino, allargano le righe per aprirgli il passo, e spalano i remi per fargli onore. Egli al contrario colla sua capitana, preso l'abrivo, come se volesse girarsi alla destra tra la reale del Principe e la capitana del Papa, svolge una gran curva, e prolungandosi a un tratto addosso allo Sforza, gli fracassa tutti i remi di banda sinistra[247]. Minor vituperio sarebbe se il Cane de' Tartari in carrozza andasse a rompere le gambe d'uno squadrone di cavalleria che stesse a salutarlo in parata. Atroce ingiuria! Ma non chiedetene altra riparazione: anzi rendetevi persuasi che è stata una piccola disgrazia. Così sono rimeritate dai superbi le cortesie e i servigi!

Dunque pazienza, e non si faccia zitto, nè per parte del capitano di Roma, nè dello storico. Il lettore sapiente pensi ad altro, e ciascuno di noi ringrazi la sorte e l'educazione del nostro paese, che ci aprono innocenti e nobili distrazioni coi classici. Qui si fa luogo a postillare la celebre frase marinaresca di Livio e di Cesare:Detergere remos[248]. Intorno al che non pochi si smarriscono per manco di vigoria, non bastando loro la lena di levarsi dal senso proprio al metaforico, quando il contesto lo richiede, secondo la speciale esigenza del subbietto.La citata frase marinaresca, nel senso dei classici, non indica, nè può esprimere l'atto proprio del forbire o dello asciugare i remi: funzioni che non voglionsi attendere dai nemici nel combattimento. Ma quel Tergere ironico ti mena a paragonare il palamento dell'avversario all'imbratto, ed a conchiudere ricisamente di scoparlo via; come di tante altre cose analoghe eziandio nel volgar nostro diciamo. Pertanto Livio e Cesare scrivevano sulle carte il fraseggio poetico dei marinari: i quali di vivace ironia condivano gli stenti della caccia contro il remeggio dell'avversario. E se riuscivano a levargli la forza motrice, a tarpargli le penne, ed a lasciarlo deriso e immobile, diceanlo terso e ridotto al pulito. Bastava a ciò una passata di contrabbordo rapida e vicina: perchè essendo la parte esterna o pala dei remi tanto lunga e sottile, quanto altrove ho ragguagliato; e il braccio interiore o girone più corto, grosso, fermo allo scalmo, e tenuto dai rematori, con piccolo sforzo alla punta le pale andavano in pezzi, come cadrebbe l'erba sotto al colpo della falce, o il pelo sotto alla menata del rasojo: di che ben si direbbe altresì pulita la guancia, e sbrattata l'ajuola.

Non sempre gli antichi bastimenti di guerra schermian di rostro: ma talvolta correvano al palamento, come oggidì si accenna all'elica o alle ruote del nemico per togliergli la forza motrice, per batterlo dalla parte più debole, e per ghermirlo. Similmente i difensori, a divertire il danno, faceano di tener sempre la prua sull'offensore, e coprivano i fianchi, o almeno acconigliavano e nascondevano i remi; che altrimenti non potevano per la loro fragilità non essere spezzati. Infino ai modellini di questi legni (se attendete) quasi sempre fallirà qualche remo scavezzo o franto. Nella cui previsione i maestri hanno usato mettere in forma gentile i remetti di due pezzi,uniti al cartoccio di sottil bandone, perchè all'occorrenza vi si possa alla pala magagnata sostituire la sana, senza il fastidio del rifare tutto il remo di nuovo. E per la stessa ragione amici e nemici, come ora portano fucine e macchinisti per racconciare elici e ruote, tubi e caldaje; così al tempo dei nostri maggiori portavano faggi di rispetto e maestranze speciali per rimettere in buon assetto il palamento. Ogni galèa infino agli ultimi tempi, oltre al calafato e al mastro d'ascia, imbarcava due maestri per lavorare di nuovo o di vecchio sui remi; e si trovano chiamati nei documenti (quantunque le voci manchino nei vocabolari) il maestro Remolaro, e il fante Remolarotto[249].


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