I.

LIBRO OTTAVO.CAPITANO FLAMINIO ORSINI,SIGNORE DI STABIA.[1555-1560.]I.[26 ottobre 1555.]I. — E' parrà forse a taluno, per gli ultimi capitoli del libro precedente, che io mi sia troppo disteso nei particolari del capitano Carlo Sforza e della squadretta venturiera, messa al puntiglio tra i competitori francesi e spagnuoli. Ma checchè possa altri pensarne, si mi è avviso di non rimanermi nè anche da queste digressioni, quando si connettono coi maggiori successi, e ne disvelano le prime cause, o mi dànno campo a chiarire nel miglior modo la storia della marina e dei capitani. E quantunque non sia mio intendimento nè debito il tener dietro a tutti gli avvenimenti del tempo, nondimeno mi parrebbe mancare all'ufficio mio se non ricordassi i fatti più rilevanti delle persone di mare e delle città littorane: senza che la mia storia sarebbe meno grata, dove pel discorso dei successi medesimi deriva diletto colla varietà, e lume colle considerazioni, che non lascio di fare quando il destro me ne viene, condottovi dalla induzione dei casi particolari. Per esempio, dal precedente racconto ciascuno (riducendosi col pensiero a quei tempi) può ora facilmentevedere l'attitudine dei baroni romani al mestiero del mare, la simpatia dei nostri popoli littorani per chi lo esercitava, l'interesse che ne prendevano le altre nazioni, le strettezze dei camerali coi loro congedi, e il turbamento degli stranieri colle loro fazioni. Ondechè niuno voglia darmi biasimo se io sono sceso, e se scendo anche in questo libro, ai particolari di simile natura; e se per meglio acquistar fede produco talvolta a verbo le testimonianze dei contemporanei, o il sunto dei documenti che li riguardano.E per tornare al proposito, le galèe furono rimenate in Civitavecchia, ma non per questo finì il rumore dentro Roma. I Colonnesi minacciati ed offesi aveano prese le armi coi loro partigiani, ed i protettori di Napoli ingrossavano ai confini. In Roma congiure, sospetti, prigionie. Ondechè il Cardinal nipote, già certo della rottura, e spinto alla guerra dai ministri francesi, non più per le vie secrete, o per le generali, come prima, ma apertamente e sotto determinate promesse; pressato di più in quei giorni quando si diceva scoperta la trama di certi Calabresi per ammazzare lui stesso e il Papa[399]; e quando insieme venivano di Madrid lettere agre e minacciose, fece entrare lo Zio nell'abortivo disegno di cacciare gli Spagnuoli da tutta l'Italia coll'ajuto volubile dei Francesi. In somma vane speranze in Roma, vanissime in Francia: e nel mese di ottobre di questo anno tre fenomeni di gran rilievo. I Caraffi in Roma sottoscrivono i capitolicontro la Spagna per uscirne colla peggio[400]; Carlo V comincia in Fiandra la rinuncia dei suoi stati per ritirarsi in un chiostro[401]; e Filippo II in Madrid inaugura i principî del suo regno colla guerra contro il Papa per beccarsi la riputazione di santimonia[402].II.[Nov. e dic. 1555.]II. — Dunque grandi maneggi in Francia, in Spagna, in Italia. Annibale Rucellai, nipote del celebre monsignor della Casa, viaggia verso Parigi col carico di esporre al Re le offese pubbliche e le private della corte e dei ministri di Spagna contro il Papa; vengono di Francia confortatori e fiduciarî i due cardinali di Lorena e di Tornone, i Veneziani sconsigliano, il duca d'Urbino marcia, quel di Ferrara nicchia. Armamenti, sospetti, speranze, e fine dell'anno cinquantacinque. Entra di verno il seguente con più lunghe flussioni e freddure: confisca ai Colonnesi del ducato di Paliano, investitura a favore della persona e discendenza di Giovanni Caraffa, conte di Montorio e nipote del Papa, e principio degli attifiscali in Roma contro la casa di Spagna per dichiararla decaduta dal feudo delle due Sicilie[403].[5 febbrajo 1556.]Tra tante stizze all'improvviso si pubblica il trattato di tregua sottoscritto in Vauxelles il cinque febbrajo tra la Spagna e la Francia[404]. Sembra la prima esser giunta a distogliere la seconda dalla lega col Papa; pare debba cadere lo strepito delle armi. Se non che il cardinal Carlo Caraffa, proprio sopra quelle due galèe restate in Civitavecchia dopo il tafferuglio di casa Sforza, piglia il passaggio, e corre in Francia a dimostrare la tregua essere già rotta per colpa degli Spagnuoli, i quali, proteggendo i ribelli di Roma, ne insultano il sovrano[405]. Ai Francesi la vendetta, ad essi la difesa dell'onore e della sicurezza di Paolo IV e della sua casa. In mezzo alle scabrose questioni, che tocco di volo, farò presto a mettere un po' di ordine e di chiarezza, volgendomi alla marina, dove mi tarda ogni momento che non incontro quel prode capitano, il cui nome sta in fronte di questo libro.III.[6 febbrajo 1556.]III. — Flaminio Orsini, signore di Stabia in quel di Nepi, non so per qual destino, sfugge del tuttosconosciuto nella genealogia della sua principesca famiglia romana. Il Sansovino, il Gamurrini, l'Ughelli, l'Albasio, il Ratti, il Bicci, l'Amideno, e tanti altri stampati e manoscritti, che direttamente hanno trattato della casa Orsini, non fanno motto di lui: e il tanto diligentissimo e recente genealogista conte Pompeo Litta o lo ignora, o lo confonde con altri o Fabî o Flamini della stessa casata, ma di rami e di tempi diversi[406]. Per questo, quando me n'è venuto il destro, ho calcato a bello studio il nome di Flaminio; e specialmente nella mia storia di Lepanto, ne ho messa di rilievo l'importanza, per dare addentellato alle ricerche dei nostri archivisti e degli studiosi di storia patria, se per avventura qualche più larga contezza da loro me ne fosse potuta venire: metodo più volte tornatomi utile intorno ad altre ricerche. Rispetto a Flaminio un solo, per quanto mi sappia, si è mostrato inteso della domanda; e dopo due anni a me frate Alberto esso, non monaco nè terziario, ha risposto pubblicamente da Livorno, toccandone alcuni particolari, di che io volentieri me gli professo obbligato come meglio e a suo luogo dirò.Ciò nonpertanto sopra fondamenti sicuri, secondo il mio costume, mi confido di mettere insieme la storia di questo prode romano, e di rivendicare dall'oblio uno dei più bei nomi del nostro paese. Cominciando dai precedenti, lo trovo del ramo di Bracciano e dell'Anguillara, nato intorno al 1512, e signore di Stabia, antico feudo e notissimo della casa Orsina presso a Civita Castellana[407].Appresso l'incontro allievo nella scuola di Gentil Virginio suo congiunto, del quale altrove si è detto. Cognato del maresciallo Piero Strozzi, e seguace delle sue imprese; collega sul mare del celebre Lione Strozzi, e successore nel comando di quelle galèe. Lo trovo soldato di Francia, dei Farnesi e degli Estensi, condottiero nella guerra di Siena, governatore di Chiusi, generale delle fanterie romane, e finalmente castellano di Civitavecchia, e capitan generale dell'armata marittima di due Pontefici, oltre al resto che ne vedremo appresso[408]. Ecco gli uomini messi in non cale dai genealogisti ed archivisti nostri.Sotto gli ordini del nuovo capitano si raccolsero quindicigalere, altre prima, altre dopo; e vi stettero quanto durò la guerra, sempre intente a impedire il troppo libero scorrazzamento delle squadre spagnuole, ed a sostener Roma dalla parte del mare in quelle fazioni che or ora si vedranno[409]. Eccone qui sotto la lista[410].Abbiamo dunque le due già tolte agli Sforzeschi con Niccolò Alamanni, più volte nominato, e Pandolfo Strozzi, che poi si troverà tra i romani alla battaglia di Lepanto. Quattro galèe del maresciallo Piero Strozzi, che non avevano pari sul mare per armamento, disciplina e grandi fatti nel Mediterraneo e nell'Oceano, dove erano state condotte in servizio della Francia contro gl'Inglesi dal celebre Lione fratello del maresciallo, e con esse il capitan Melchiorre di Belmonte, e il capitan Giovanni Moretti da Villafranca, del quale avrò a dire specialmente in alcun capitolo seguente. Scipione Fieschi, fiero nemico del Doria e della Spagna, militava al soldo di Roma sotto l'Orsino con due galere[411]. Due altre seguivano Baccio Martelli, fuoruscito fiorentino. Finalmente cinque eran venute di Francia col barone della Garde, e i capitani Sciarluz, Daramon, Cabazolles, De Carses, e Fouroux; i cui nomi e navigli così per punto sono segnati nelle note del cardinal Caraffa scritte di Roma addì sei del mese di febbrajo al duca di Mommoransì e al cardinale di Lorena; meno il Fouroux, del quale però avremo appresso certissime prove.A similitudine dei primi capitani della guardia nel cinquecento, Flaminio riteneva colle galere anche il carico di castellano, o com'oggi direbbesi, di comandante della piazza in Civitavecchia: punto molto geloso per la vicinanza del duca Cosimo, e per la strategia del duca d'Alba. Aveva per difesa dalla parte del mare i due torrioni rotondi di opera reticolata, che ancora esistono alla punta dei due moli, uno a destra, uno a sinistra del porto, come furono edificati dallo imperatorTrajano; e si chiamano i fortini del Bicchiere e del Lazzeretto: i quali signoreggiano le bocche tanto da non potervisi accostare legno niuno, senza esporsi a essere dal primo o dal secondo, o da tutti due insieme, fatto in pezzi, per le batterie alte e basse messevi a giuoco. Sulla base del porto aveva a destra la rôcca vecchia, ridotta a palazzo sovrano, ma non tanto che, per la sua posizione a cavaliere, e per la piazza interna aperta verso il mare, non potesse allogare una buona batteria, e chiudere il passo della darsena: e aveva sulla sinistra la rôcca nuova di Bramante e di Michelangelo, ammirato modello di architettura militare, secondo lo stile dei grandi maestri che mai non disgiungevano la leggiadria dell'arte dalla fortezza dell'opera[412]. Verso terra in giro dall'una all'altra rôcca aveva una cinta bastionata con sette baluardi reali, disegnati per Leon X dal giovane Antonio da Sangallo, e da lui stesso cominciati a imbastire di terra con qualche principio di muratura, continuata poscia da Giulio III, e ridotta a compimento dal quarto e dal quinto Pio[413]. Attorno a cotesto perimetro erasi adoperato Flaminio con felice successo, mettendo all'opera le ciurme, sui terrapieni e intorno ai carri delle artiglierie per ogni sbocco, e sui fianchi, e sul fronte: così che mandatovi da Roma Piero Strozzi a rivedere il progresso dei lavori ebbe a restarne pienamente soddisfatto[414]. Prospero Boccapaduli,commissario delle armi, comparve nel fornimento della piazza, delle fortezze e delle galere, quale tutti lo riputavano, diligentissimo[415].IV.[Marzo-agosto 1556.]IV. — Maggiori apparecchi faceansi in Roma, dove si erano raccolti tutti gli esuli di Napoli e tutti i fuorusciti di Toscana. Primo di autorità nei consigli Silvestro Aldobrandini, padre di quell'Ippolito che poi fu papa Clemente VIII: primo di comando nelle esecuzioni Piero Strozzi, figlio di quel Filippo, cui toccò l'eccesso di lasciarsi morire anzi che essere straziato dal carnefice di Cosimo. Con questi consentivano tutti i nemici dell'Austria, dei Medici e dei Colonnesi; come dire gli Orsini, Torquato Conti, Ascanio della Cornia prima che mutasse bandiera, Adriano Baglioni, Matteo Stendardo, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro Campeschi da Forlimpopoli, Giulio Vitelli, Giovanni Guasgoni, Tommaso da Camerino, Lorenzo da Perugia, Giulio Cesare Brancaccio da Napoli, il duca di Somma, Alessandro Colonna, il capitan Mario Particappa, Prospero Boccapaduli, il Rucellai, il celebre della Casa, e tanti altri[416].Fin dal principio il cardinal Caraffa aveva comandato che si descrivessero nei ruoli tutti i Romani atti alle armi, e si ordinassero in compagnie e legioni, assegnata a ciascuno la posta di convegno. Si trovaronoalla mostra, sotto gli occhi di Paolo IV, ottomila uomini ben armati: e prima quei del rione di Ponte, più numerosi di ogni altro, in una legione alla guardia del Campidoglio, ed alla riscossa dovunque sarebbe maggiore il bisogno. Degli altri rioni a quattro a quattro si formarono tre legioni: la prima in battaglia sulla piazza di Termini, la seconda sulla piazza del Laterano, la terza al Circo Massimo: tre punti spaziosi e strategici per soccorrere prestamente tutto il perimetro delle mura cistiberine, quando si tentasse invasione da quelle parti, o balenassero i difensori della prima linea. Alle porte e alle muraglie i soldati e i capitani distribuiti così: dal Popolo alle alture del Pincio, monsù di Lanzac con mille Guasgoni; dalla porta Salaria alla Nomentana (non ancora Pia), il duca di Paliano con mille Tedeschi; dalla Tiburtina alla Maggiore ed oltre, Paologiordano Orsini con sei compagnie di Italiani, in tutto millecinquecento uomini; dalla Latina all'Appia il cardinal Carlo Caraffa con mille parimente Italiani; e finalmente all'Ostiense il Montluc con cinquecento Francesi. In tutto per le mura cinquemila soldati, ed ottomila per la città.Di più distaccati per diverse guarnigioni, altri dumila in Paliano, millecinquecento in Velletri, quattrocento in Tivoli, e un altro migliajo in piccole bande pei luoghi prossimi al confine[417]. Arrogi un corpo di settecento cavalleggeri, divisi in quattro compagnie a carico dei capitani che aveanle formate, così per ordine di nomi, Giulio Vitelli, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro e Matteo Stendardo.In questa occasione comparve per la prima volta in Roma quella milizia speciale che ha poscia continuato fino ai nostri tempi col nome di Guardia nobile: conciossiachè agli otto di dicembre del cinquantacinque,nella cappella, Paolo IV creò cavalieri cento gentiluomini romani, e a loro commise la guardia della persona sua. Assegnò loro le stanze in palazzo; e stabilì che, ripartiti in dieci decurie sotto altrettanti ufficiali, non si allontanassero mai dall'anticamera, secondo il turno della guardia; e tutti insieme a cavallo dovessero accompagnarlo quando gli convenisse uscire solennemente in pubblico[418].Le compagnie assoldate e le milizie cittadine che rondavano notte e giorno per le mura vedeansi queste innanzi presso a poco come adesso le vediam noi: cioè alla sinistra del Tevere la cinta Aureliana, più i due famosi baluardi del Sangallo sulla via Appia e sull'Aventino; ed alla destra la cinta bastionata di Borgo imbastita dal Castriotto, e i baluardi di santo Spirito murati dal Sangallo. Al castello Santangelo finalmente la necessità di questi giorni aggiunse il terzo recinto in forma di pentagono bastionato, secondo certi disegni anteriori di mezzo secolo, messi su alla meglio in quindici giorni da Camillo Orsini. Esso col figlio, alla testa degli ingegneri, dirigeva il compimento dei lavori di terra, e dava mano alle tagliate in città, e alla difesa dei ponti sul Tevere per assicurare il possesso di Borgo, dove grossa mano di soldati e di trasteverini stavano di presidio.V.[1 settembre 1556.]V. — Mentre in tanto gran fare erano i Romani occupati, don Fernando Alvarez di Toledo, duca d'Alba, famosissimo nelle storie di questi tempi, era giunto in Napoli mandatovi dal re Filippo col titolo di suo Vicario generale, e con autorità sopra tutti gli altri ministri, capitani e soldati di Spagna in Italia. Figurate nella mente un uomo adusto, duro, lungo, allampanato, tutto d'un pezzo;lunga e stretta la fronte, e più lungo il ciuffotto rittovi in mezzo, lungo il sopracciglio e lontano dall'occhio grifagno e fiero, lungo il naso, strette le labbra, contorti i mustacchi, e un lungo pizzo di barba disteso pel lunghissimo collo infino al petto: vestitene le ossa e i muscoli induriti con maglia e piastra di ferro, e avrete il ritratto del duca d'Alba come fu scolpito dal Lioni, e come fu dipinto da Tiziano[419].Vuolsi chiamare eccellente (sotto l'aspetto militare) il piano di guerra di cotesto Duca: prevenire, anzi che esser prevenuto; guerreggiare sull'altrui, anzi che sul proprio; attaccare all'improvviso, senza chiedere licenza; dar dentro, prima che giugnessero di maggiori rinforzi; circuir Roma, affamare la plebe, suscitare tumulti nella città, ridurre Paolo in Castello, e quivi alle strette costringerlo a capitolare. Con questo divisamento il primo giorno di settembre passò il confine, guidando dodicimila fanti e quasi dumila cavalli. Occupò di slancio Pontecorvo, Terracina, Frosinone, Anagni; e sottomise la provincia di Campagna, donde prese nome la guerra. Tutto a seconda da quella parte. Non così dalla parte del mare, dove io principalmente riguardo.[14 settembre 1556.]Considerata l'importanza del porto di Civitavecchia a volere isolar Roma; e non potendovi il Ducamettere assedio, tanto lontano dalla sua base d'operazione, pensò occuparla per sorpresa. A tal fine s'intese con Cosimo di Toscana: il quale, perchè sudava freddo al nome di Piero Strozzi, di Silvestro Aldobrandini, e di quegli altri che facevano quartier generale in Roma, udì volentieri la richiesta dello Spagnuolo, e mandò tremila fanti toscani a Portercole, apparentemente per guardare il confine, in realtà per dargli mano[420]. Al tempo stesso don Fernando chiamava di Lombardia e di Piemonte altri seimila tra Spagnuoli e Alemanni, ordinando loro di imbarcarsi alla Spezia, di venire a Portercole, e concorrendo insieme da mare e da terra Spagnuoli, Tedeschi e Toscani, dar sopra Civitavecchia e impadronirsene. Se non che la tardanza dei primi, la mala paga dei secondi, la perplessità degli ultimi, e più di tutto la diligenza del capitan Flaminio, fecero cadere la trama. Flaminio in pochi giorni avea già compiuti due viaggi da Marsiglia a Civitavecchia, portando gente in ajuto di Paolo; e si trovava con molti rinforzi di soldati, di marinari, e di provvisioni in punto di combattere, non solo per la difesa della piazza, ma anche per l'offesa de' nemici, se mai si fossero arditi venire da ponente. La sua diligenza tolse loro ogni speranza: e per quanto durò la guerra, tenne sicura da questa partela capitale[421]. Non fa bisogno ripetere come in tutte le fazioni della guerra a favore degli Spagnuoli gagliardamente si adoperassero colle armi i signori Colonnesi, massime quel giovane Marcantonio, il cui nome doveva poscia divenire celeberrimo. Io non ho mai preso a scrivere per intiero la sua vita, ma solo gli egregi fatti suoi contro i Turchi alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto. Quanto ai privati dissidî di famiglia e quanto alle guerre intestine, compiango lui ed ogni altro nei tristi tempi costretti da misero e funesto fato; e lascio che ne dicano con documenti di gran rilievo i moderni guardiani dell'archivio, senza entrare io in questo campo, che del resto non tocca la marina. Bastami ora Flaminio Orsini a sfatare da questa parte le molestie dei nemici.VI.[2 ottobre 1556.]VI. — Non successe lo stesso a Nettuno, donde i Romani ebbero a patire gran travaglio. Nettuno, patria del Segneri, è una grossa terra sulla riva del mare a quaranta miglia da Roma, abitata da bella e brava gente, tenace degli antichi costumi; e tanto nel tratto, nelle vesti, nella figura, e in ogni altra cosa singolare, che alcuni le vorrebbero attribuire l'origine araba[422].Posta di mezzo tra la punta di Astura e il capo d'Anzio, nel fondo di un golfo arenoso, tornava di grande comodità al rifugio ed al riposo delle piccole barche da traffico e da presa, nell'andare e venire a Roma da Napoli e da Gaeta: tanto più che la città di Anzio da più secoli distrutta, e il porto Neroniano anche prima interrito, non potevano nè render servizio, nè richiamare l'attenzione di nemici o di amici. I Colonnesi possedevano Nettuno in feudo, ma non lo avevano ancora fortificato alla moderna: soltanto il duca Valentino al principio del secolo decimosesto, impadronitosi della terra, erasi pur dato gran cura di aggiungere alla antica cinta di cortine e di torri quella bellissima fortezzina, che, per essere uno dei più insigni monumenti dell'arte primitiva, sarà da me a suo tempo largamente descritta[423]. Insomma tanto amore i Colonnesi portavano a Nettuno, quanto gli Orsini a Palo. Le due grandi casate romane, di qua e di là dalla capitale, quasi ad uguale distanza, si appoggiavano sul mare; dove le due famiglie per diverse strade riducevansi a diporto, e dove i giovani dell'una e dell'altra si addestravano nei rudimenti dell'arte marinaresca. Da quelle rive scoccarono le prime scintille che dovevano accendere il genio di Marcantonio e di Fabrizio Colonna, di Virginio e di Flaminio Orsini, celebri tra i capitani del mare nel secolo decimosesto.E perchè ho chiamati a rassegna questi signori mi è necessaria una breve fermata con loro per istabilire insieme con certezza alcuni fatti del nostro proposito,che non potrebbero trovare altrove luogo conveniente; e pur vogliono essere presentati ai lettori prima che ci avanziamo per le acque di Lepanto. Nel mezzo al secolo decimosesto cinque famiglie delle romane possedevano e navigavano bastimenti militari di loro privata proprietà: gli Orsini, i Farnesi, gli Sforza, i Colonna e i Vaccari. Dei tre primi ho largamente trattato nei libri precedenti, e mi continuerò infine alla fine di questo volume[424]. Degli altri due vuo' dire adesso come seguirono il costume dei grandi in Italia di correre il mare per conto proprio contro i pirati e contro i turchi; e di mettersi alla condotta dei principi maggiori alle occorrenze delle spedizioni generali. Per questo crebbero di potenza e di ricchezza in Genova i Doria, i Grimaldi, gl'Imperiali, i Centurioni: per questo gli Strozzi e i Martelli in Toscana, i Cicala e i Terranova in Sicilia, gli Spinelli, i Brancacci e gli Staiti in Napoli, ed altri in più parti.Trovandosi in Roma ai sommi onori il conte Federigo Borromèo, nipote di Pio IV, e volendo il duca Cosimo di Toscana ingraziarsi con lui e cogli altri della famiglia, pensò nell'anno sessantuno donare al Conte due corpi di galere ignudi, come dire due scafi nuovi senza corredo e senza armamento. Di che sapendo il Pontefice quanto bene metterebbegli l'apparecchiarli alla difesa della spiaggia, alla sicurezza di Roma ed ai servigi della curia, con suo chirografo diretto al tesoriere generale Mr. Matteo Minali ordinò le provvisioni di compiuto fornimento pei medesimi nel porto di Civitavecchia; e di più la costruzione o la compradi altri otto, da formarne giusta squadra per ogni occorrenza[425]. L'anno appresso con lettera di motoproprio, ricordato pur lodevolmente il dono di Cosimo al conte Federigo, gliene aggiunse altri tre del suo per donazione spontanea, da valere in perpetuo a favore del medesimo e degli eredi. Pel qual titolo (essendo morto proprio nel novembre dell'anno medesimo il giovane Conte) le cinque galere passarono in proprietà del fratello, cioè del venerato cardinal Carlo; cui il Pontefice, con altre lettere specialissime, ne confermò il possesso. Qualche tempo le tenne il Cardinale sotto il governo di Niccolò Lomellino in continui viaggi a Napoli, a Genova, a Barcellona, dovunque meglio tornasse nei servigî di Roma e di Madrid: ma presto tediato dei fastidî che gli davano coteste faccende, prese il partito di venderle a Marcantonio Colonna, rientrato in grazia, rimesso nei feudi, e divenuto alleato della papale famiglia per gli sponsali di don Fabrizio suo primogenito colla contessina donn'Anna Borromèa, sorella del Cardinale[426]. Il trattato di compra e vendita tra le due famiglie, proposto e discusso nel sessantatrè, ebbe compimento il primo di gennajo dell'anno seguente per gli atti di Alessandro Pellegrini secretario e cancelliero della Camera, sì come altrove ne ho detto in compendio[427].L'istrumento esprime tre galere, nominate la Capitana, la Padrona e la Borromèa, pel prezzo ditrentasei mila scudi d'oro, e aggiugne in lingua volgare gli inventarî e le perizie[428]. Appresso l'archivio Colonna in più volumi ricorda le spese, i soldi, i viaggi delle galere medesime e del signor Marcantonio con esse[429]. Il quale al terzo dei suoi bastimenti mutò il nome, disselo la Fenice, posevi per luogotenente Giorgio Grimaldi, e raccolse una squadra di sette galere, aggiugnendo alle tre predette le altre quattro che governava in società coi Lomellini il capitano Vincenzo Vaccari di Roma. Il nome dei Vaccari, le case, l'arco, le lapidi e le parentele coi grandi della città, sono notissime[430].Quando dalla necessità mi trovo costretto alle digressioni, sempre temo che possano parere inutili o tornare nojose a coloro, cui piace trascorrere avanti senza mai restare: per ciò me ne guardo il più che posso. Ma la speciale condizione dell'argomento mio, non mai trattato da altri, e il gran difetto di storia nel nostropaese, di che tanto pur si doleva il Tiraboschi[431], mi fanno violenza talvolta, e mi conducono ad allargarmi: perchè non avendo nè che supporre già noto, nè a chi rimettere il lettore, mi è pur mestieri far tutto da me; trovare le notizie, dimostrarne la verità, raccogliere gli accessorî, incarnare il racconto e colorirlo. Per esempio, e tutto del caso nostro, a proposito di Marcantonio Colonna, un cotale, che avrebbe pur dovuto per la sua professione insegnarne a me ed agli altri, pieno di dubbî, proponea l'ombroso quesito, chiedendomi come e dove mai avesse potuto quel romano campione tanto apprendere di marineria da vincere gl'invincibili Turchi a Lepanto. La quale paurosa domanda, avvegnachè di ordine secondario, se io lasciassi correre senza risposta, mi troverei nel subbietto principale della mia storia così menomato da non poter sostenere la più bella e gloriosa giornata della nostra marina. Perciò ora a lui ed ai suoi pari, ricordando le costumanze del secolo decimosesto, posso dire presto e bene che Marcantonio Colonna col suo gran senno infin da fanciullo in Nettuno e negli altri feudi marittimi di casa sua apprese il mestiero, e da giovane colle galere sue proprie per l'ampiezza dei mari lo esercitò.In fatti trattandosi l'anno medesimo dal re di Spagna di ricuperare la importantissima fortezza del Pegnone in Africa, perduta da don Narciso, quando si fece ammazzare dai ciurmadori arabi sui fornelli dell'alchimia,corrispose tra i primi il signor Marcantonio con le sette galere. Esso di persona le condusse a Malaga, dove era intimata la raunanza di tutte le forze marittime: e sarebbe passato al Pegnone, se le altrui gelosie non avessero impedito il carico proporzionato alla sua grandezza[432]. Andarono nondimeno in Africa le sette galere della sua squadra col Grimaldi e col Vaccari[433]: ed ebbero il merito di ricuperare quel baluardo avanzato della cristianità, pel quale tanto salirono le lodi del vincitore, quanto era stato grande il merito dei concorrenti[434]. Grato il re Filippo, ne scrisse la sua soddisfazione al Colonna; e in premio gli concesse la tratta libera dei frumenti dal Regno, pel sostentamento della sua squadra[435].Ma crescendogli gravose attorno le altrui gelosie, ed alcune differenze pur col Grimaldi, Marcantonio piegossi alle istanze del duca di Firenze che desiderava comprare quegli eccellenti bastimenti per l'Ordine di santo Stefano da lui istituito. Caratate adunque e rivedute dai periti le due che restavano di libera proprietà alla casa Colonna per cura e diligenza del possessore salirono di prezzo infino a venticinque mila fiorini d'oro, e il dì tredici di marzo del 1565 furono consegnate nel porto di Civitavecchia ai ministri del duca di Toscana[436]. Del giovane Federigo Colonna, del cavalier Papirio Bussi, del nobile Lorenzo Castellani, e di altrettali romani, che nei tempi successivi la patria e sè stessi onorarono di belle imprese coi loro navigli, avrò luogo opportuno a discorrere altrove. Ora fermiamci pel mese d'ottobre del cinquantasei a Nettuno.VII.[12 ottobre 1556.]VII. — Quando la casa Colonna fin dai primi rumori di questa guerra si fu dichiarata in favore della Spagna, papa Paolo le tolse il ducato di Paliano, la privò di ogni altro feudo, e fece occupare Nettuno dalle sue genti. Ma non avendo i Caraffeschi messo nel castello più di una ventina di soldati, atti bensì a difenderlo dalle soppiatte insidie di qualche fusta barbaresca, ma non a sostenerlo dagli assalimenti di grosso esercito condotto scopertamente dal duca d'Alba, all'avvicinarsi degli Spagnuoli, i Nettunesi per vedersi poco sicuri con quel misero presidio, ed anche per l'affezione che nudrivano vivissima all'antico Signore, cacciarono via quei pochi soldati, e chiamarono casa Colonna. Di che lietissimo il duca d'Alba si congratulò con quei cittadini, e mandò loro in ajuto di grandissima prestezza con cencinquanta fanti il MorettoCalabrese, capitano sovente ricordato pel suo valore in questi tempi, e diverso dal Moretto Nizzardo che stava al comando di una galèa in Civitavecchia. Il Calabrese per via mise in rotta alcuni soldati di Velletri che marciavano per ricuperare Nettuno, e senza altro contrasto entrò nella terra, e vi si stabilì con tanta fermezza, che il Duca trasportovvi la base secondaria delle operazioni sue, finchè si trattenne campeggiando per quelle spiagge. Là raccolse le barche del contorno, e là fece venire da Gaeta quelle che si erano costruite a disegno per gittare i ponti sul Tevere: barche di solida ossatura aggarbate a un modo simile di poppa e di prua, lunghe di nove metri e larghe di tre[437]. Oltracciò pose in Nettuno il deposito delle provvigioni per sostentamento dell'esercito; e lasciò il Moretto colla sua compagnia a custodire la piazza, i magazzini, i ponti e il castello.[20 ottobre 1556.]Per queste stesse ragioni i Caraffeschi vollero provarsi alla riscossa. E senza tener conto dei proprî capitani e navigli, ne dettero il carico al baron della Garde, che era in Civitavecchia con cinque galere di Francia. Costui prosuntuoso al solito, e poco pratico della spiaggia romana, si presentò a Nettuno, fece baldorie, trasse cannonate. Ma il Moretto, i Calabresi e i terrazzani tennero duro, e risposero fieri; tanto che fin dal principio gli tolsero la speranza di pigliare la terra[438]. Provossiappresso di bruciare le barche, e fu lo stesso. I Nettunesi eransele tirale sotto al castello: e avendole rinchiuse dentro uno steccato con certa catena di botti piene di acqua, teneanle sicure dalle galèe nemiche per mancamento di fondo, e dagli schifi per abbondanza di archibugiate. Niuno dice che il Barone abbia messo artiglieria sulla prua de' palischermi suoi, niuno che abbia lanciato nel mandracchio barche di fuoco, niuno che siasi gittato all'assalto per terra o per mare: tutti al contrario ripetono la scusa del tempo cattivo, pel quale non potendosi sostenere alla spiaggia, pensò di ritirarsene, senza aver fatto nulla. Anzi dette occasione al Duca di mandarci artiglierie grosse, che prima non v'erano; e di fortificarsi maggiormente, e di assicurarsene meglio per ogni evento futuro[439].VIII.[23 ottobre 1556.]VIII. — Dopo questi primi procedimenti il Duca, seguendo il filo dei suoi disegni, ordinò la mossa del campo verso Ostia, desideroso di chiudere con quell'acquisto la navigazione del Tevere, e di stringere sempre più da vicino la città di Roma.Il Tevere tre miglia sopra la foce si divide in due rami: l'uno artificiale alla destra, oggidì navigabile, stava allora inutil corso d'acqua magra, e tutto ingombro di canne palustri e di rottami; l'altro naturale alla sinistra, oggidì abbandonato a sè stesso, serviva alloraper la navigazione delle barche dal mare a Roma; e tra i due rami del fiume e la spiaggia marina quella sabbiosa isola nel mezzo, che formata dai continui interrimenti, e ricoperta di cardoni, di porracci e di ginepri, dal tempo di Claudio infino al presente sempre crescendo, mantiene tuttavia l'antico nome di isola Sacra. La città di Ostia (reale, repubblicana, imperiale e papale) sempre avete a cercare fuori dell'isola, ed alla sinistra del maggior tronco del Tevere; il quale seguendo l'antico letto e il primitivo cubito le bagnava le mura dal lato occidentale, ed entrava nei fossi delle sue fortificazioni: luogo scaduto dal pristino splendore, ridotto ad alquante case di povera gente, e chiuso da debole muraglia quadrata dei bassi tempi. Ma quanto fiacca la città, tanto troverete forte la rôcca, edificata da Giuliano di Sangallo nel 1483, come più volte ho detto[440]. Ora basterà ricordarne le principali condizioni. Mettetevi innanzi la figura di triangolo scaleno, la base verso il mare munita di due torrioni rotondi, e il vertice a borea verso terra difeso da un baluardo, che è il primo tra tutti i modelli dell'arte nuova, con due fianchi rettilinei a guardia delle due cortine di ponente e di levante. Muraglia soda di mattoni e calcina, grossa di cinque metri; ampio fossato pieno di acqua, e in comunicazione immediata col Tevere; batterie medie, alte e basse; e un compiuto sistema di casematte, legate da corridoj per tutto il giro del perimetro. Cosa in vero bellissima e degna dei grandi artisti del Risorgimento.Già prima il cardinal Caraffa aveva mandato lo stesso baron della Garde a rivedere le fortificazioni della spiaggia: e confidando in lui, credeva che Ostia fosse ben provvista di quanto potesse bisognare in ogni evento. Ma si trovò deluso[441]. Imperciocchè quantunque di viveri non difettasse, di corredo al contrario era sfornita tanto da non poter andare oltre alle prime difese: molti pezzi di artiglieria le erano stati tolti per adoperarli altrove, il deposito della polvere quasi vuoto. In somma ogni cosa in confusione, nè il tempo bastò a ripararvi. Soltanto si potè, volgendosi il Duca a quella parte, mettervi dentro centoquattordici fanti romani, sotto il comando di Orazio dello Sbirro, giovane trasteverino di gran cuore, e da voler fare belle prove.[442]Non trovo altri riscontri di questo capitano, il cui cognome (quantunque poco armonico) resta tuttavia impresso in una torre sdrucita dell'isola Sacra, e nella lista dei cavalieridi soccorso all'assedio di Malta[443]. Quanto al numero dei soldati, tra le solite varianti, seguo la cifra del Ruscelli, del Campana, e principalmente del De Andrea, che gli ebbe in fine a contare a uno per uno.[28 ottobre 1556.]Il Duca intanto aveva stabilito il modo di farsi avanti con sicurezza, eliminando le due difficoltà che potevano in qualche modo impedirlo: l'una che i Caraffeschi preoccupassero l'Isola rimpetto ad Ostia; e di quivi, quantunque inferiori di numero, trincerati pur dalle ripe e protetti dalla profondità del fiume, stornassero l'assedio, e forse anche il costringessero a ritirarsi: l'altra che gli mancassero le vittuaglie, potendone patire difetto per essere la terra intorno deserta, e il mare per la qualità della stagione e della spiaggia poco praticabile. Per rimediare a questo ultimo inconveniente mandò innanzi Ascanio della Cornia con un corpo di cavalleggeri ad occupare Ardea e Porcigliano, luoghi ambedue vicini, e sulla linea da Nettuno ad Ostia: nel primo dei quali fece il deposito delle farine, che traeva da Gaeta e da Marino; e nell'altro i forni: così che l'esercito, tutto il tempo che là presso si trattenne, trovossi convenientemente provvisto.IX.[4 novembre 1556.]IX. — Acquistati e fermi questi luoghi, e avendo già di sopra in poter suo Tivoli, Palombara e Monterotondo, mosse il Duca al primo di novembre da Grottaferrata; e in due alloggiamenti venne presso il Tevere non lungi da Ostia. Subito fatto gittare un ponte di barcheper mezzo di Bernardo Buontalenti, ingegnere fiorentino di chiara fama che lo serviva di macchine e di fortificazioni, occupò di sotto l'Isola: e di sopra per mezzo di Vespasiano Gonzaga investì la città con un semicerchio di soldati in catena dall'una all'altra ripa per la sinistra del fiume. Orazio da sua parte si contrappose a Vespasiano: e volendo animosamente difendere anche la debole muraglia della città, lo costrinse ad allargarsi, gli uccise molta gente, e più ne ferì, anche dei principali condottieri, tra i quali il colonnello d'Abenante e don Mario suo figliuolo. Il dì seguente sottentrarono con impeto maggiore contro di lui a rinfrescar la battaglia Francesco della Tolfa e Gianfrancesco Caraffa: i quali, spintisi infino alla porta Romana, vi appiccarono il fuoco. Ma trovatala di dentro terrapienata, già erano in procinto di far venire le artiglierie, quando Orazio, che non doveva inutilmente perdere quivi la poca sua gente, dopo quattro giorni di bella difesa, abbandonava la città, e passava con tutti i suoi nella rôcca, alzava i ponti, e chiudeva il piccolo rivellino. L'assedio di questa rôcca presso il mare può dirsi il fatto di maggiore importanza nella guerra del primo anno; però merita essere ricordato coi suoi particolari, come abbiam sempre fatto in ogni altro caso simile per le nostre piazze marittime.[8 novembre 1556.]Il grosso dell'esercito ducale dalla sua parte attendeva ai lavori del ponte, del campo e delle batterie. Abbasso per trecento metri dalla rôcca, e nella risvolta del fiume, mettevano il ponte con buoni ormeggi in acqua e in terra, e forti ridotti alle teste da tenere aperte e sicure le comunicazioni tra l'isola e il campo. I fanti spagnoli guernivano le trincere dalla testa del ponte fino alle prime case della città dalla parte di levante; e daquelle case fino alla riva del Tevere sopra corrente gli italiani. Le maggiori artiglierie giocavano dall'isola, rimpetto alla fronte occidentale; e battevano cortina, faccia, fianchetto e torre corrispondente: sette cannoni rinforzati da cinquanta, coperti da buoni gabbioni terrapienati, colle bocche sul ciglio dell'argine, e discosti dalla muraglia per la sola larghezza del fiume, che non era in quel luogo più di venticinque canne romane, come dire all'incirca cinquantasei metri[444]. Finalmente la cavalleria in tre divisioni correva battendo le strade d'ogni intorno, fino alle porte di Roma.X.[12 novembre 1556.]X. — Le notizie di queste novità, l'una dopo l'altra rapidamente succedenti, riportate in città, davano da pensare alla corte ed al popolo; massime per la memoria ancor fresca in molti dell'altra guerra cogli Spagnuoli, col Borbone, col sacco, e colle conseguenze: parendo a molti essersi tirata addosso una simile e forse più pericolosa sciagura. Però Piero Strozzi, volendo rinfrancare gli animi sbigottiti, uscì fuori con tremila fanti e trecento cavalli, costeggiando la destra del Tevere e dell'isola, fino alla foce di Fiumicino. Non già che sperasse con quelle deboli forze discacciare il Duca o soccorrere Orazio; ma voleva dare animo a questo e travaglio a quello, mostrandosi vicino e pronto ad abbracciare ogni partito che se gli potesse presentare.Roma per questo restò quasi senza presidio di milizieregolari, senza nervo di cavalleria, e soltanto guardata dalle milizie cittadine. Indi presero viepiù di baldanza gli stracorridori del Duca, i quali, guidati da uomini arditi e praticissimi di ogni strada e traghetto intorno alla capitale, faceansi vedere per le vigne suburbane, e talvolta anche innanzi ed oltre alle mura infino alla valle dell'Aniene. Di che corse rischio nella persona l'istesso cardinal Caraffa; il quale pur dall'altra parte essendo uscito con alcuni gentiluomini e cortigiani a cavallo, più per ostentazione che per altro, ebbe incontro lungo lo stradone di sant'Agnese il conte Francescantonio Berardi, capo di ronda con una squadra di cavalleggieri. Dove correndogli appresso il Berardi a lancia bassa, e fuggendogli innanzi a tutta briglia il Cardinale, dierono insieme spettacolo insolito agli occhi dei Romani, spettatori ansiosi di quella caccia dalle ville, dai terrazzi e dalle mura. Tra le grida e le esclamazioni di questi e di quelli i due antagonisti, l'uno dopo l'altro, imboccarono il vicolo della Fontanella (notissimo ai cavalieri della città), e sempre galoppando per quelle tortuose viuzze, ebbe fortuna il Cardinale con più freschi e migliori cavalli di guadagnare la porla Salara, tuttochè incalzato quasi alle groppe dall'avversario; il quale non dubitò in quell'estremo di poterlo cogliere sparandogli contro una pistola, presa in fretta dalla fonda dell'arcione[445].In somma la guerra era ridotta a corpo a corpo intorno a Roma e sulle due ripe del Tevere, dove si aveva a decidere la sorte dello Stato, del Regno e ditutta l'Italia. Sulla destra, da Roma in giù, Piero Strozzi alla guardia; sulla sinistra, dalla foce in su, il duca d'Alba all'attacco; e in mezzo a loro la rôcca d'Ostia presa singolarmente di mira, e Orazio alla difesa.[16 novembre.]Dopo quattro giorni di batteria continua con sette pezzi di grosso calibro, e più di mille tiri, il torrione occidentale cominciava ad aprirsi, benchè la breccia fosse erta assai e difficile a superare, essendosi nel battere quasi sempre mirato ad alto, dove aveavi muraglia men grossa. Nondimeno trovandosi il Duca già presso al finire delle munizioni dell'artiglieria, e vedendo che Orazio non si lasciava persuadere nè per le percosse continue dei cannoni, nè per le suggestioni incessanti di Ascanio della Corgnia, pensò che gli bisognasse a ogni modo e subito tentare l'assalto. Ondechè mandato don Alvaro da Costa a riconoscere il passo, e trovata l'acqua del fosso poco profonda e in gran parte ripiena dai rottami della caduta muraglia; e questa con più squarci, tra i quali uno largo a sufficienza da salirvi quattro uomini di fronte, deliberò la fazione per la mattina seguente[446].XI.[17 nov. 1556. matt.]XI. — All'alba del diciassette del mese di novembre, giorno di martedì, Vespasiano Gonzaga con due compagnie di fanti italiani sotto Francesco Frangipani della Tolfa e Domenico de Massimi di Roma, sostenuti ambedue da altre cinque compagnie della stessa nazione,si aringarono in colonna presso la barriera del campo. Avuto il segno dal Duca, si gittarono precipitosamente all'assalto; intanto che le artiglierie dell'isola davano un'ultima rifrustata alla rôcca per cacciarne indietro i difensori. Le due compagnie divorarono la distanza, e i soldati a gara gli uni degli altri furono nel fosso, tra l'acqua, sui rottami, dentro l'apertura. Ed ancorchè non ci arrivasse Vespasiano, essendo stato colpito nel breve tragitto da un'archibugiata che gli rasò le narici e il labbro superiore, ciò non pertanto quella gente fece ogni possibil prova per avere l'impresa finita. Ma trovato più dentro che fuori durissimo il riscontro, bisognò loro tornarsene indietro senza altro effetto[447]. Essi videro e capirono bene da vicino come e dove stesse la difficoltà.Le casematte dabbasso duravano salde, e integra altresì la troniera inferiore del fianchetto e le risvolte basse dei torrioni, donde i difensori potevano liberamente giuocare colle artiglierie minute e cogli archibusoni da posta; oltre alle pietre ed alle pignatte di fuochi lavorati, che all'occasione sapevano scaraventare dall'alto. Per converso agli assalitori bisognava camminare ad uno ad uno sopra l'angusta cresta della controscarpa, posta tra due acque: di qua il fosso, di là il fiume. Laddove chiunque non era morto dalle archibugiate o tuffato a trabocco, doveva guadare, ed abbriccarsi colle mani e coi piedi sulla breccia troppo più alta che non avrebber voluto. Tutto ciò potrebbesi dir nonnulla in confronto al resto che trovavano a riscontro di dentro. Perocchèla rottura della muraglia rispondeva all'interno in una camera a vôlta di mediocre capacità, in fondo alla quale aveva Orazio con prestezza incredibile fabbricato un altro muro, opposto a quello che si batteva; e lasciatevi molte feritoje cieche, per le quali poteva, senza essere offeso, e nè pure veduto, percuotere a man salva chiunque fossevi entrato. Poteva eziandio dalle basse casematte frustare e rifrustare ogni altro che entrava, o usciva, o attendeva di fuori. Tieni a mente, lettore, queste condizioni della difesa. Esse svelano le ragioni architettoniche della rôcca, ed esse sole possono spiegare perchè tanta gente, e quasi tutti i capitani vi restarono mal conci, come vedremo. Vadano le avvertenze sugli errori di Carlo Theti, nella cui opera si vede incisa a rovescio la pianta della rôcca d'Ostia, ed a rovescio ugualmente depressa la difesa del Romano[448].Gl'Italiani adunque, accortisi dell'insidia, si ritirarono, dicendo inutile superare di fuori il varco e la difficile salita, quando poi dentro trovavano chiuso il passo dai muri, e aperto tanto fuoco, che l'entrare in quella camera era come mettersi bestialmente in sepoltura. Veduto il signor Vespasiano, loro colonnello, sfigurato nel mustaccio; il capitan Francesco Frangipani sur una gamba sola, uccisi Leone Mazzacane e Marcello Mormile, più altri ufficiali feriti, e gran numero di compagni morti, si rimasero. Non fu possibile in quel giorno che alcuno più gli rimenasse alla prova; se prima, come ragionevolmente chiedevano, non si ripigliava la batteria contro quei muri opposti di dentro[449].XII.[17 nov. 1556 mezzodì.]XII. — In quella eccoti nel mezzo un corpacciuto soldato del Duca andare attorno pel campo, gridando altamente e ripetendo baldanzoso queste parole[450]: Avanti, agli Spagnuoli, corpo di Tale! altrimenti la rôcca non si piglia. Piacendo a don Fernando la jattanza di costui, fece venire don Alvaro da Costa, colonnello di quella nazione, e gli ordinò di cavar fuori trecento veterani della sua gente, e di prepararli al secondo assalto, intanto che si batterebbero alquanto meglio le brecce e le difese. Facile assunto cimare più e più i merloni della rôcca, ed anche allargare i labbri della maggiore apertura: ma dal cordone in giù non si vedeva fessura di un pelo; e la camera interna restava tale e quale, perchè non rivolta verso la batteria, ma ritirata in fondo alla gola del baluardo.Dunque mossero i trecento all'altra prova, giudicata necessaria dal Duca per la mancanza delle munizioni. Superarono costoro, benchè con morte di molti, la difficoltà del passo e della salita, e cacciaronsi pur nella camera: la quale ad arte, non facendosi di dentro alcun movimento, fu tenuta buja e silenziosa, tanto sol che fosse piena. Allora insieme all'improvviso bagliore dei lampi una grandine di archibugiate sprizzò dai pertugî, senza cadere colpo in fallo per la vicinanza e il pieno di tanta gente; sì che cominciarono quei cotali a pentirsi di essere venuti tanto oltre, ove non potevanonè difendersi nè ritirarsi. Avanti un muro massiccio, in faccia archibugiate sonore, e appresso tanti compagni incalzanti nelle angustie della mortifera caverna, che era impossibile oramai vederne uscire uno vivo. Laonde il Duca, mosso a compassione, e cedendo all'arte ed al valore di Orazio, fece sonare a raccolta, e volle che la seconda colonna si ritirasse, come la prima. Lasciarono centocinquanta cadaveri addietro, tra i quali l'alfiere di Mardonès, con diversi ufficiali; e quel che più dolse a tutti l'istesso colonnello don Alvaro, ferito in una coscia, passò di vita il giorno seguente. Dal principio alla fine di questo assedio, di ferro, di fuoco, di stento, vi ebbero fuori di combattimento in Ostia millecinquecento soldati[451]. Dunque alla prova in quella rôcca aveva disegnato e lavorato a dovere, secondo arte militare, Giuliano da Sangallo.Le vestigia dell'assedio, impresse tuttavia sul terreno circostante, e più sulle muraglie medesime per tutto il fronte occidentale, io scrittore di questa storia ho vedute e rivedute più volte, prima che andassero in gran parte cancellate dai recentissimi ristauri. Ho riconosciuto i pezzi della cortina rifatti da Pio IV, ho visto il fianchetto cimato, e i crepacci della breccia alla torre angolare in ampio cerchio fin presso alla linea del primo cordone, mal celati dai risarcimenti dello stesso Pio[452].Ho palpato i forami delle cannonate, e riconosciuto i rovinacci intorno di grandi massi e di primitiva costruzione; sono entrato nella camera fatale, che risponde alla gola del torrione di ponente. Intatta ho veduto la parte bassa dal cordone in giù; intatte le troniere e le batterie casamattate, le porte, gli stipiti e gli spiragli delle strombature basse, che tuttavia conservano i marmi, e le iscrizioni originali scolpitevi dal cardinale Giuliano vescovo d'Ostia, nel tempo di papa Sisto[453].Ora i maggiori segni dell'assedio sono stati quasi tutti cancellati pei grandiosi ristauri eseguiti a spese dell'erario negli anni cinquantanove e sessanta del presente secolo, quantunque pensati qualche anno prima; ed anche anticipati, secondo il detto pensiero, nella lapide moderna con data anteriore sopra la faccia non battuta nè ristaurata del baluardo verso la città[454]. Al nuovo muro della breccia maggiore sulla torre occidentale hanno similmente affissa una lapidetta con miglior consiglio senza data[455]. Pei riscontri ora non restache qualche antica incisione, la stampa dell'Orlandini[456], la memoria di chi l'ha visitata nel tempo anteriore ai restauri, come io ne ho scritto[457]; e sopra tutto la bella fotografia rilevata dal notissimo artista bergamasco Giacomo Càneva, nel 1855, prima dei ristauri, di che conservo un esemplare presso di me, e l'ho dinanzi mentre scrivo[458].XIII.[18 novembre 1556.]XIII. — Riuscito il secondo assalto a peggior termine del primo, restarono le genti del Duca insieme spossate e sbalordite: l'istessa cavalleria, tanto valente, sentì l'abbattimento. Consumate le munizioni di guerra, l'inverno vicino, la rôcca in piè, e il maresciallo Strozzi ai fianchi: il quale aveva pur esso gittato sopra due barconi un ponticello sul canale più angusto di Fiumicino, e accennava con frequenti scaramucce di voler molestare sull'isola il campo di Spagna. Se Orazio avesse potuto penetrare col pensiero nelle strettezze dell'avversario, sarebbe stato il signore della prima campagna, e avrebbe ridotto lo Spagnuolo a pessimo partito: ma, chiuso da ogni parte dentro alla piccola cerchia della rôcca, non poteva vedere nè sapere altro più che le private condizioni di sè stesso e de' suoi. Il presidio pieno dicoraggio, un solo morto, pochissimi feriti, le vittuaglie a sufficienza: solamente aveva a dolersi della penuria della polvere. Nei quattordici giorni dell'assedio aveane tenuto stretto conto, erasi guardato dal contrabbattere sull'isola, dismessa quasi ogni difesa lontana, e riservate le munizioni al bisogno estremo dell'assalto. In quest'ultimo caso doveva esser largo, e tale si era mostrato, ributtandone vittoriosamente due ferocissimi, e consumando le ultime provviste, che non erano state messe per durar tanto.Pensando dunque che il nemico non farebbe fine, nè lascerebbe di rimettersi alle batterie ed agli assalti, e non avendo egli con che rispondere, chiamò il dì seguente quell'anfibio di Ascanio della Corgnia; e sperando buon trattamento per aver fatto alla presenza dell'uno e dell'altro esercito onorata difesa, gli si arrese a discrezione[459]. Io l'assolvo: fin dal principio ho detto che egli era giovane.Così fu perduta la rôcca d'Ostia per solo mancamento di munizioni e per trascuranza di chi amministrava la guerra. Il duca d'Alba, sommamente lieto dell'acquisto non più sperato, uscì d'impacci: piantò la sua bandiera sul mastio, e fece chiudere Orazio con tutti i suoi in fondo di torre, donde non li lasciò uscire altrimentiche consunti dalle infermità e dal digiuno. Agli stessi estremi disegnava colui ridurre la città di Roma, impedita ormai la navigazione del Tevere sopra e sotto corrente; occupato Monterotondo ed Ostia, e stretto il cerchione da ogni altra parte, salvo che da Civitavecchia, dove brillò dal principio alla fine incontaminata la diligenza e la fede del capitan Flaminio Orsino.[19 novembre 1556.]Il blocco crebbe lo sgomento nella città. Di che prevalendosi quanti erano imparziali nella corte, signori, prelati e cardinali, presero a suggerire più miti consigli. I Caraffeschi avevano bisogno di riposo, e più di loro il duca d'Alba; il quale, quantunque vincitore, si trovava sparpagliato con poca gente in un semicerchio di sessanta miglia, da Ostia a Marino, ed oltre a Zagarolo, a Tivoli e a Monterotondo. Egli aspettava rinforzi, e voleva stabilirsi meglio nei luoghi occupati: però dètte ascolto volentieri alle proposizioni di tregua, che fu sottoscritta addì diciannove di novembre per dieci giorni, e poscia prorogata sino all'ultimo dell'anno[460].XIV.[8 gennaio 1557.]XIV. — In questo mezzo il re Arrigo di Francia, mosso da grandi speranze, e stretto dai Caraffeschi, aveva dichiarato la guerra al re Filippo di Spagna. Apriva col Duca di Mommoransì le ostilità nella Fiandra; e in Italia col duca di Guisa, futuro re di Napoli, se le armi gli dicessero bene. Spirata dunque la tregua, e giunti alcuni rinforzi di Francia, Piero Strozzi e Giovanni Caraffa uscirono con seimila fanti, ottocento cavalli,e una batteria di campagna verso Ostia, per togliere Roma dalla presente strettezza[461]. Gli Spagnuoli di presidio capitolarono lo stesso giorno, salva la vita, senza nè anche sparare un moschetto[462].Indi lo Strozzi si volse a scopar via i presidî che il nemico aveva lasciato nel basso Tevere. Imperciocchè il Duca aveva fortificato quel castelluccio, le cui rovine si vedono ancora intorno alla torre Bovacciana, che è un miglio più abbasso della rôcca, tra questa e il mare[463]. E ciò non bastandogli per guardare il passo e la foce del Tevere (tanto fin d'allora erano cresciuti gli interrimenti, e tanto erasi allontanato il mare), aveva fatto di nuovo con lavori di terra in dieci giorni un buon ridotto quadrato all'estremo lembo della sinistra tra il fiume e il mare, disegnato dall'istesso ingegnere ducale Bernardo Buontalenti. Ogni lato di cento metri, gli omologhi paralleli alle due acque: gli angoli muniti di quattro bastioncini, colle loro piattaforme e artiglierie, e difese necessarie. Altezza dell'argine una picca e mezzo, quasi quattro metri, la sezione di sedici palmi, cioè di altrettanti metri. La porta opposta al fiume, e dentro baracche e magazzini di tavole per alloggiamenti e depositi[464]. Quattrocento fanti spagnuoli che vi stavano dipresidio nè anche aspettarono l'intimazione: uscirono fuori incontro ai vegnenti, salutarono colle armi, abbassarono le bandiere, e si resero a patti[465].[Gennajo e luglio 1557.]Lo Strozzi in due giorni spianò il ridotto, poi trassene le artiglierie a Roma; e ripigliando l'offensiva dall'altra parte contro il Duca, gli tolse in poco tempo Gennazzano, Valmontone, Tivoli, Grottaferrata, Marino e Palestrina. Al tempo stesso Francesco di Guisa faceva acquisti nell'Abbruzzo, dove era penetrato per la via del Tronto; e contro a lui per opposto Cosimo di Toscana manipolava a favore degli Spagnuoli, perchè lo pigliassero alle spalle, e gli troncassero le comunicazioni col Piemonte e colla Francia. Cosimo dei Medici stava ritto in Italia come primo pilastro, e Andrea Doria come secondo, a sostenere di qua e di là il grande arco trionfale del re Filippo, anche a dispetto di papa Paolo[466]. Andrea da Gaeta e dalla Spezia insidiava il porto di Civitavecchia, e Cosimo da Portercole e da Firenze ordiva le fila del tradimento contro il porto d'Ancona. Messer Bartolommeo Concini, segretario particolare dei Medici, e conduttore del maneggio, correndo soprapiccola barca da Pontercole a Gaeta per dare i ragguagli e pigliare i concerti incontrato il vento contrario, e sbattuto dal mare avanti e indietro, venne finalmente a rompere sulla spiaggia di Santasevera; e appresso a lui i guardiani della spiaggia trovarono in secco la bolgetta delle lettere, donde si ebbe in Roma pienissima notizia dell'intrigo, che restò sul nascere scoperto e sventato[467].Ora io lascio ad altri le variate vicende della guerra combattuta pei monti di qua e di là dai gioghi dell'Appennino: da parte la battaglia di Paliano, l'assedio di Civitella, ed i convivali oltraggi tra il Guisa e il Caraffa. Non v'ebbe cosa in tutto ciò che sentisse di sal marino, tanto da entrare nella mia storia. Vengo alla fine.XV.[10 agosto 1557.]XV. — Quando la fortuna delle armi cominciava a mostrarsi benigna ai voti dei Caraffeschi in Italia, cadeva totalmente prostrata nelle Fiandre, per la gran battaglia di Sanquintino, perduta dal contestabile di Francia Anna di Mommoransì, e vinta dagli Spagnuoli sotto il comando di Emmanuele Filiberto duca di Savoja. Il re Arrigo allibbito, e quasi disperato, trovossi costretto a togliere le sue genti dal Piemonte, a richiamare indietro il duca di Guisa, ed a lasciare Paolo e i nipoti alla mercè degli Spagnuoli.[8 settembre 1557.]Non per questo il duca d'Alba abusò della vittoria: anzi accolse e corrispose alle proposizioni di pace che prestamente furono trattate e sottoscritte dal cardinalCaraffa e da lui stesso nella terra delle Cave in Campagna di Roma, addì quattordici del mese di settembre di quest'anno cinquantasette. Può ciascuno leggere la restituzione delle fortezze, delle terre e delle provincie, come sono scritte; la sommissione promessa dal re Filippo, l'imparzialità da papa Paolo, e tutto il resto, per esteso nei codici manoscritti e nei libri stampati che cito[468].XVI.[14 settembre 1557.]XVI. — In vece mi accade ora fermarmi sopra due grandi fatti, strettamente connessi coll'argomento mio e colla memoria del trattato di Cave: l'uno notissimo a tutti, l'altro non avvertito da niuno, per quanto io ne sappia. Come prima nell'istesso giorno di martedì quattordici settembre alle ore quattro pomeridiane tornò in Roma il cardinal Caraffa plenipotenziario papale coi capitoli della pace, sottoscritti alla presenza dei reverendissimi cardinali Santafiora e Vitelli (ambedue testimonî), facendosi intorno ai tre gran festa dalla corte e dal popolo, e mentre volevano la notte i Romani fare le solenni dimostrazioni consuete, con musiche e fuochi per le piazze, non ostante che da due giorni piovesse dirottamente con venti caldi e sciroccali; eccoti il Tevere proprio in quell'ora mettersi per la città; e crescere tanto nella notte, e nel giorno seguente, che fino a oggi restano i segni della terribile alluvione, per la quale andarono in pezzi tre archi del ponte Senatorio, distrutte le nuove fortificazioni di terra intorno al castelloSantangelo, rovinate case, campi, fondachi, molini, gualchiere, e le acque dentro la città infino a trenta palmi sopra il livello ordinario. Cosa non mai più veduta dai Romani[469]. Udiamone la relazione a stampa, proprio di quei giorni, scritta da testimonio di veduta, e messa al pubblico in Roma[470]: «Il martedì alli quattordici di settembre 1557 circa le ventidue hore ritornarono a Roma i nostri Reverendissimi[471], ma non con molto fausto, imperò che quasi in quello stesso tempo il Tevere haveva fatto una grossissima piena, ingrossando la notte seguente e il mercoledì circa le hore dodici[472]era l'acqua più alta di un uomo in Agone[473].... E questo crescere di acqua durò tutto quel giorno infino alle quattro ocinque hore di notte, che cominciò a mancare. Ha portato via la metà del ponte di Santa Maria[474], insieme con quella bella cappelletta di Giulio III, che v'era nel mezzo con tanta arte e spesa fabbricata. Ha levato dal suo luogo alcuni pietroni di marmo grossissimi che facevano sponda a castello Santangelo. Ha buttato giù un pezzo di Corridore che va da castello a Palazzo, ec.»Delle tante ruine la più importante pel regime del Tevere resterebbe ora incerta ed oscura, tra il silenzio dei contemporanei e gli errori dei moderni, se io non venissi apertamente a stabilire come in questi precisi giorni il fiume mutò di letto nell'infimo tronco e sfilò lontano mille metri dalla città di Ostia. Non prima, perchè durante l'assedio l'abbiamo certamente veduto lambirle il piede; non dopo, perchè subito all'entrar di Pio IV la rotta era già fatta. Soltanto adunque nel tempo intermedio per una piena straordinaria come quella del cinquantasette, poteva naturalmente avvenire che la gran massa dell'acqua corrente, movendo impetuosa verso il mare, e cercando la linea più bassa e più breve, scavalcasse e rompesse gli argini a capo Duerami; ed anzi che incanalarsi per l'obliqua giravolta del cubito primitivo infino ad Ostia, si precipitasse per la corda, scavandosi il nuovo letto direttamente dal detto Capo alla torre Bovacciana. Da quel giorno l'alveo antico restossi a secco con pochi acquitrini tra gli argini vuoti, che hanno durato oltre alla metà di questo secolo col nome di Fiumemorto, ed io stesso finalmente l'ho veduto colmare e livellare per opera di quella moderna Società che dal suo intendimento ha preso il titolo delle saline e dei bonificamenti di Ostia. Le belle tavole delCanina mostrano a dito le linee di queste mutazioni[475]; ma le sue parole ci manifestano che egli ed ogni altro con lui comunemente ne ignoravano il tempo e la causa, scrivendo così[476]: «Questa rottura del Fiume si dice essere accaduta verso la metà del secolo passato: ma non si può precisare nè l'epoca, nè il modo come avvenne.»Se non che prima di lui Giambattista Rasi, unico in questo tra tanti scrittori delle cose tiberine, aveva ben avvertito doversi cercare la risoluzione del problema nelle leggi ripuali, e specialmente nella costituzione di Pio IV, dove se ne contengono gli indizî[477]. Nel vero il tiro delle barche, le tariffe doganali, l'appostamento delle guardie, e tutta la polizia della navigazione doveva essersi risentita del cambiamento successo nel letto tiberino per un tratto notabile, e lungi dalla principale fortezza del passo. Infatti Pio IV, poco stante dopo l'inondazione, premesse le consulte dei mercadanti, dei castellani e dei doganieri, coll'intervento del notissimo Martino d'Ayala console dei marinari, e sotto la presidenza di monsignor Luigi Torres chierico di Camera, e prefetto delle Ripe, finalmente pubblicò alcune leggi colla data del sedici di maggio 1562, dalle quali tiro fuori al nostro proposito gli articoli come sono nello stesso originale espressi inlingua volgare[478]: «Capitolo primo. La barca che arriverà prima al luogo detto Boacciano, dove al presente si è messa la guardia di Ostia, rispetto alla nuova rottura e via che ha fatto il Tevere di qua da Ostia.... sarà tirata prima delle altre, venute dopo.» Continua: «Capitolo quarto. Che li doganieri di Ripa, o vero per loro il castellano d'Ostia, debbano tenere in detto luogo del Boacciano, rincontro alla nuova rottura del Tevere, l'uomo deputato che faccia le bullette.... senza che li marinari sieno tenuti andare a Ostia, e per conto della rottura e della nuova strada non si paghi ad Ostia.» — Capitolo ottavo. «Che li bufali devano tirare le barche fino a Ripa, massime che la nuova rottura del Fiume ha abbreviato la tratta di quello che era prima.»

LIBRO OTTAVO.CAPITANO FLAMINIO ORSINI,SIGNORE DI STABIA.[1555-1560.]

[26 ottobre 1555.]

I. — E' parrà forse a taluno, per gli ultimi capitoli del libro precedente, che io mi sia troppo disteso nei particolari del capitano Carlo Sforza e della squadretta venturiera, messa al puntiglio tra i competitori francesi e spagnuoli. Ma checchè possa altri pensarne, si mi è avviso di non rimanermi nè anche da queste digressioni, quando si connettono coi maggiori successi, e ne disvelano le prime cause, o mi dànno campo a chiarire nel miglior modo la storia della marina e dei capitani. E quantunque non sia mio intendimento nè debito il tener dietro a tutti gli avvenimenti del tempo, nondimeno mi parrebbe mancare all'ufficio mio se non ricordassi i fatti più rilevanti delle persone di mare e delle città littorane: senza che la mia storia sarebbe meno grata, dove pel discorso dei successi medesimi deriva diletto colla varietà, e lume colle considerazioni, che non lascio di fare quando il destro me ne viene, condottovi dalla induzione dei casi particolari. Per esempio, dal precedente racconto ciascuno (riducendosi col pensiero a quei tempi) può ora facilmentevedere l'attitudine dei baroni romani al mestiero del mare, la simpatia dei nostri popoli littorani per chi lo esercitava, l'interesse che ne prendevano le altre nazioni, le strettezze dei camerali coi loro congedi, e il turbamento degli stranieri colle loro fazioni. Ondechè niuno voglia darmi biasimo se io sono sceso, e se scendo anche in questo libro, ai particolari di simile natura; e se per meglio acquistar fede produco talvolta a verbo le testimonianze dei contemporanei, o il sunto dei documenti che li riguardano.

E per tornare al proposito, le galèe furono rimenate in Civitavecchia, ma non per questo finì il rumore dentro Roma. I Colonnesi minacciati ed offesi aveano prese le armi coi loro partigiani, ed i protettori di Napoli ingrossavano ai confini. In Roma congiure, sospetti, prigionie. Ondechè il Cardinal nipote, già certo della rottura, e spinto alla guerra dai ministri francesi, non più per le vie secrete, o per le generali, come prima, ma apertamente e sotto determinate promesse; pressato di più in quei giorni quando si diceva scoperta la trama di certi Calabresi per ammazzare lui stesso e il Papa[399]; e quando insieme venivano di Madrid lettere agre e minacciose, fece entrare lo Zio nell'abortivo disegno di cacciare gli Spagnuoli da tutta l'Italia coll'ajuto volubile dei Francesi. In somma vane speranze in Roma, vanissime in Francia: e nel mese di ottobre di questo anno tre fenomeni di gran rilievo. I Caraffi in Roma sottoscrivono i capitolicontro la Spagna per uscirne colla peggio[400]; Carlo V comincia in Fiandra la rinuncia dei suoi stati per ritirarsi in un chiostro[401]; e Filippo II in Madrid inaugura i principî del suo regno colla guerra contro il Papa per beccarsi la riputazione di santimonia[402].

[Nov. e dic. 1555.]

II. — Dunque grandi maneggi in Francia, in Spagna, in Italia. Annibale Rucellai, nipote del celebre monsignor della Casa, viaggia verso Parigi col carico di esporre al Re le offese pubbliche e le private della corte e dei ministri di Spagna contro il Papa; vengono di Francia confortatori e fiduciarî i due cardinali di Lorena e di Tornone, i Veneziani sconsigliano, il duca d'Urbino marcia, quel di Ferrara nicchia. Armamenti, sospetti, speranze, e fine dell'anno cinquantacinque. Entra di verno il seguente con più lunghe flussioni e freddure: confisca ai Colonnesi del ducato di Paliano, investitura a favore della persona e discendenza di Giovanni Caraffa, conte di Montorio e nipote del Papa, e principio degli attifiscali in Roma contro la casa di Spagna per dichiararla decaduta dal feudo delle due Sicilie[403].

[5 febbrajo 1556.]

Tra tante stizze all'improvviso si pubblica il trattato di tregua sottoscritto in Vauxelles il cinque febbrajo tra la Spagna e la Francia[404]. Sembra la prima esser giunta a distogliere la seconda dalla lega col Papa; pare debba cadere lo strepito delle armi. Se non che il cardinal Carlo Caraffa, proprio sopra quelle due galèe restate in Civitavecchia dopo il tafferuglio di casa Sforza, piglia il passaggio, e corre in Francia a dimostrare la tregua essere già rotta per colpa degli Spagnuoli, i quali, proteggendo i ribelli di Roma, ne insultano il sovrano[405]. Ai Francesi la vendetta, ad essi la difesa dell'onore e della sicurezza di Paolo IV e della sua casa. In mezzo alle scabrose questioni, che tocco di volo, farò presto a mettere un po' di ordine e di chiarezza, volgendomi alla marina, dove mi tarda ogni momento che non incontro quel prode capitano, il cui nome sta in fronte di questo libro.

[6 febbrajo 1556.]

III. — Flaminio Orsini, signore di Stabia in quel di Nepi, non so per qual destino, sfugge del tuttosconosciuto nella genealogia della sua principesca famiglia romana. Il Sansovino, il Gamurrini, l'Ughelli, l'Albasio, il Ratti, il Bicci, l'Amideno, e tanti altri stampati e manoscritti, che direttamente hanno trattato della casa Orsini, non fanno motto di lui: e il tanto diligentissimo e recente genealogista conte Pompeo Litta o lo ignora, o lo confonde con altri o Fabî o Flamini della stessa casata, ma di rami e di tempi diversi[406]. Per questo, quando me n'è venuto il destro, ho calcato a bello studio il nome di Flaminio; e specialmente nella mia storia di Lepanto, ne ho messa di rilievo l'importanza, per dare addentellato alle ricerche dei nostri archivisti e degli studiosi di storia patria, se per avventura qualche più larga contezza da loro me ne fosse potuta venire: metodo più volte tornatomi utile intorno ad altre ricerche. Rispetto a Flaminio un solo, per quanto mi sappia, si è mostrato inteso della domanda; e dopo due anni a me frate Alberto esso, non monaco nè terziario, ha risposto pubblicamente da Livorno, toccandone alcuni particolari, di che io volentieri me gli professo obbligato come meglio e a suo luogo dirò.

Ciò nonpertanto sopra fondamenti sicuri, secondo il mio costume, mi confido di mettere insieme la storia di questo prode romano, e di rivendicare dall'oblio uno dei più bei nomi del nostro paese. Cominciando dai precedenti, lo trovo del ramo di Bracciano e dell'Anguillara, nato intorno al 1512, e signore di Stabia, antico feudo e notissimo della casa Orsina presso a Civita Castellana[407].Appresso l'incontro allievo nella scuola di Gentil Virginio suo congiunto, del quale altrove si è detto. Cognato del maresciallo Piero Strozzi, e seguace delle sue imprese; collega sul mare del celebre Lione Strozzi, e successore nel comando di quelle galèe. Lo trovo soldato di Francia, dei Farnesi e degli Estensi, condottiero nella guerra di Siena, governatore di Chiusi, generale delle fanterie romane, e finalmente castellano di Civitavecchia, e capitan generale dell'armata marittima di due Pontefici, oltre al resto che ne vedremo appresso[408]. Ecco gli uomini messi in non cale dai genealogisti ed archivisti nostri.

Sotto gli ordini del nuovo capitano si raccolsero quindicigalere, altre prima, altre dopo; e vi stettero quanto durò la guerra, sempre intente a impedire il troppo libero scorrazzamento delle squadre spagnuole, ed a sostener Roma dalla parte del mare in quelle fazioni che or ora si vedranno[409]. Eccone qui sotto la lista[410].

Abbiamo dunque le due già tolte agli Sforzeschi con Niccolò Alamanni, più volte nominato, e Pandolfo Strozzi, che poi si troverà tra i romani alla battaglia di Lepanto. Quattro galèe del maresciallo Piero Strozzi, che non avevano pari sul mare per armamento, disciplina e grandi fatti nel Mediterraneo e nell'Oceano, dove erano state condotte in servizio della Francia contro gl'Inglesi dal celebre Lione fratello del maresciallo, e con esse il capitan Melchiorre di Belmonte, e il capitan Giovanni Moretti da Villafranca, del quale avrò a dire specialmente in alcun capitolo seguente. Scipione Fieschi, fiero nemico del Doria e della Spagna, militava al soldo di Roma sotto l'Orsino con due galere[411]. Due altre seguivano Baccio Martelli, fuoruscito fiorentino. Finalmente cinque eran venute di Francia col barone della Garde, e i capitani Sciarluz, Daramon, Cabazolles, De Carses, e Fouroux; i cui nomi e navigli così per punto sono segnati nelle note del cardinal Caraffa scritte di Roma addì sei del mese di febbrajo al duca di Mommoransì e al cardinale di Lorena; meno il Fouroux, del quale però avremo appresso certissime prove.

A similitudine dei primi capitani della guardia nel cinquecento, Flaminio riteneva colle galere anche il carico di castellano, o com'oggi direbbesi, di comandante della piazza in Civitavecchia: punto molto geloso per la vicinanza del duca Cosimo, e per la strategia del duca d'Alba. Aveva per difesa dalla parte del mare i due torrioni rotondi di opera reticolata, che ancora esistono alla punta dei due moli, uno a destra, uno a sinistra del porto, come furono edificati dallo imperatorTrajano; e si chiamano i fortini del Bicchiere e del Lazzeretto: i quali signoreggiano le bocche tanto da non potervisi accostare legno niuno, senza esporsi a essere dal primo o dal secondo, o da tutti due insieme, fatto in pezzi, per le batterie alte e basse messevi a giuoco. Sulla base del porto aveva a destra la rôcca vecchia, ridotta a palazzo sovrano, ma non tanto che, per la sua posizione a cavaliere, e per la piazza interna aperta verso il mare, non potesse allogare una buona batteria, e chiudere il passo della darsena: e aveva sulla sinistra la rôcca nuova di Bramante e di Michelangelo, ammirato modello di architettura militare, secondo lo stile dei grandi maestri che mai non disgiungevano la leggiadria dell'arte dalla fortezza dell'opera[412]. Verso terra in giro dall'una all'altra rôcca aveva una cinta bastionata con sette baluardi reali, disegnati per Leon X dal giovane Antonio da Sangallo, e da lui stesso cominciati a imbastire di terra con qualche principio di muratura, continuata poscia da Giulio III, e ridotta a compimento dal quarto e dal quinto Pio[413]. Attorno a cotesto perimetro erasi adoperato Flaminio con felice successo, mettendo all'opera le ciurme, sui terrapieni e intorno ai carri delle artiglierie per ogni sbocco, e sui fianchi, e sul fronte: così che mandatovi da Roma Piero Strozzi a rivedere il progresso dei lavori ebbe a restarne pienamente soddisfatto[414]. Prospero Boccapaduli,commissario delle armi, comparve nel fornimento della piazza, delle fortezze e delle galere, quale tutti lo riputavano, diligentissimo[415].

[Marzo-agosto 1556.]

IV. — Maggiori apparecchi faceansi in Roma, dove si erano raccolti tutti gli esuli di Napoli e tutti i fuorusciti di Toscana. Primo di autorità nei consigli Silvestro Aldobrandini, padre di quell'Ippolito che poi fu papa Clemente VIII: primo di comando nelle esecuzioni Piero Strozzi, figlio di quel Filippo, cui toccò l'eccesso di lasciarsi morire anzi che essere straziato dal carnefice di Cosimo. Con questi consentivano tutti i nemici dell'Austria, dei Medici e dei Colonnesi; come dire gli Orsini, Torquato Conti, Ascanio della Cornia prima che mutasse bandiera, Adriano Baglioni, Matteo Stendardo, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro Campeschi da Forlimpopoli, Giulio Vitelli, Giovanni Guasgoni, Tommaso da Camerino, Lorenzo da Perugia, Giulio Cesare Brancaccio da Napoli, il duca di Somma, Alessandro Colonna, il capitan Mario Particappa, Prospero Boccapaduli, il Rucellai, il celebre della Casa, e tanti altri[416].

Fin dal principio il cardinal Caraffa aveva comandato che si descrivessero nei ruoli tutti i Romani atti alle armi, e si ordinassero in compagnie e legioni, assegnata a ciascuno la posta di convegno. Si trovaronoalla mostra, sotto gli occhi di Paolo IV, ottomila uomini ben armati: e prima quei del rione di Ponte, più numerosi di ogni altro, in una legione alla guardia del Campidoglio, ed alla riscossa dovunque sarebbe maggiore il bisogno. Degli altri rioni a quattro a quattro si formarono tre legioni: la prima in battaglia sulla piazza di Termini, la seconda sulla piazza del Laterano, la terza al Circo Massimo: tre punti spaziosi e strategici per soccorrere prestamente tutto il perimetro delle mura cistiberine, quando si tentasse invasione da quelle parti, o balenassero i difensori della prima linea. Alle porte e alle muraglie i soldati e i capitani distribuiti così: dal Popolo alle alture del Pincio, monsù di Lanzac con mille Guasgoni; dalla porta Salaria alla Nomentana (non ancora Pia), il duca di Paliano con mille Tedeschi; dalla Tiburtina alla Maggiore ed oltre, Paologiordano Orsini con sei compagnie di Italiani, in tutto millecinquecento uomini; dalla Latina all'Appia il cardinal Carlo Caraffa con mille parimente Italiani; e finalmente all'Ostiense il Montluc con cinquecento Francesi. In tutto per le mura cinquemila soldati, ed ottomila per la città.

Di più distaccati per diverse guarnigioni, altri dumila in Paliano, millecinquecento in Velletri, quattrocento in Tivoli, e un altro migliajo in piccole bande pei luoghi prossimi al confine[417]. Arrogi un corpo di settecento cavalleggeri, divisi in quattro compagnie a carico dei capitani che aveanle formate, così per ordine di nomi, Giulio Vitelli, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro e Matteo Stendardo.

In questa occasione comparve per la prima volta in Roma quella milizia speciale che ha poscia continuato fino ai nostri tempi col nome di Guardia nobile: conciossiachè agli otto di dicembre del cinquantacinque,nella cappella, Paolo IV creò cavalieri cento gentiluomini romani, e a loro commise la guardia della persona sua. Assegnò loro le stanze in palazzo; e stabilì che, ripartiti in dieci decurie sotto altrettanti ufficiali, non si allontanassero mai dall'anticamera, secondo il turno della guardia; e tutti insieme a cavallo dovessero accompagnarlo quando gli convenisse uscire solennemente in pubblico[418].

Le compagnie assoldate e le milizie cittadine che rondavano notte e giorno per le mura vedeansi queste innanzi presso a poco come adesso le vediam noi: cioè alla sinistra del Tevere la cinta Aureliana, più i due famosi baluardi del Sangallo sulla via Appia e sull'Aventino; ed alla destra la cinta bastionata di Borgo imbastita dal Castriotto, e i baluardi di santo Spirito murati dal Sangallo. Al castello Santangelo finalmente la necessità di questi giorni aggiunse il terzo recinto in forma di pentagono bastionato, secondo certi disegni anteriori di mezzo secolo, messi su alla meglio in quindici giorni da Camillo Orsini. Esso col figlio, alla testa degli ingegneri, dirigeva il compimento dei lavori di terra, e dava mano alle tagliate in città, e alla difesa dei ponti sul Tevere per assicurare il possesso di Borgo, dove grossa mano di soldati e di trasteverini stavano di presidio.

[1 settembre 1556.]

V. — Mentre in tanto gran fare erano i Romani occupati, don Fernando Alvarez di Toledo, duca d'Alba, famosissimo nelle storie di questi tempi, era giunto in Napoli mandatovi dal re Filippo col titolo di suo Vicario generale, e con autorità sopra tutti gli altri ministri, capitani e soldati di Spagna in Italia. Figurate nella mente un uomo adusto, duro, lungo, allampanato, tutto d'un pezzo;lunga e stretta la fronte, e più lungo il ciuffotto rittovi in mezzo, lungo il sopracciglio e lontano dall'occhio grifagno e fiero, lungo il naso, strette le labbra, contorti i mustacchi, e un lungo pizzo di barba disteso pel lunghissimo collo infino al petto: vestitene le ossa e i muscoli induriti con maglia e piastra di ferro, e avrete il ritratto del duca d'Alba come fu scolpito dal Lioni, e come fu dipinto da Tiziano[419].

Vuolsi chiamare eccellente (sotto l'aspetto militare) il piano di guerra di cotesto Duca: prevenire, anzi che esser prevenuto; guerreggiare sull'altrui, anzi che sul proprio; attaccare all'improvviso, senza chiedere licenza; dar dentro, prima che giugnessero di maggiori rinforzi; circuir Roma, affamare la plebe, suscitare tumulti nella città, ridurre Paolo in Castello, e quivi alle strette costringerlo a capitolare. Con questo divisamento il primo giorno di settembre passò il confine, guidando dodicimila fanti e quasi dumila cavalli. Occupò di slancio Pontecorvo, Terracina, Frosinone, Anagni; e sottomise la provincia di Campagna, donde prese nome la guerra. Tutto a seconda da quella parte. Non così dalla parte del mare, dove io principalmente riguardo.

[14 settembre 1556.]

Considerata l'importanza del porto di Civitavecchia a volere isolar Roma; e non potendovi il Ducamettere assedio, tanto lontano dalla sua base d'operazione, pensò occuparla per sorpresa. A tal fine s'intese con Cosimo di Toscana: il quale, perchè sudava freddo al nome di Piero Strozzi, di Silvestro Aldobrandini, e di quegli altri che facevano quartier generale in Roma, udì volentieri la richiesta dello Spagnuolo, e mandò tremila fanti toscani a Portercole, apparentemente per guardare il confine, in realtà per dargli mano[420]. Al tempo stesso don Fernando chiamava di Lombardia e di Piemonte altri seimila tra Spagnuoli e Alemanni, ordinando loro di imbarcarsi alla Spezia, di venire a Portercole, e concorrendo insieme da mare e da terra Spagnuoli, Tedeschi e Toscani, dar sopra Civitavecchia e impadronirsene. Se non che la tardanza dei primi, la mala paga dei secondi, la perplessità degli ultimi, e più di tutto la diligenza del capitan Flaminio, fecero cadere la trama. Flaminio in pochi giorni avea già compiuti due viaggi da Marsiglia a Civitavecchia, portando gente in ajuto di Paolo; e si trovava con molti rinforzi di soldati, di marinari, e di provvisioni in punto di combattere, non solo per la difesa della piazza, ma anche per l'offesa de' nemici, se mai si fossero arditi venire da ponente. La sua diligenza tolse loro ogni speranza: e per quanto durò la guerra, tenne sicura da questa partela capitale[421]. Non fa bisogno ripetere come in tutte le fazioni della guerra a favore degli Spagnuoli gagliardamente si adoperassero colle armi i signori Colonnesi, massime quel giovane Marcantonio, il cui nome doveva poscia divenire celeberrimo. Io non ho mai preso a scrivere per intiero la sua vita, ma solo gli egregi fatti suoi contro i Turchi alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto. Quanto ai privati dissidî di famiglia e quanto alle guerre intestine, compiango lui ed ogni altro nei tristi tempi costretti da misero e funesto fato; e lascio che ne dicano con documenti di gran rilievo i moderni guardiani dell'archivio, senza entrare io in questo campo, che del resto non tocca la marina. Bastami ora Flaminio Orsini a sfatare da questa parte le molestie dei nemici.

[2 ottobre 1556.]

VI. — Non successe lo stesso a Nettuno, donde i Romani ebbero a patire gran travaglio. Nettuno, patria del Segneri, è una grossa terra sulla riva del mare a quaranta miglia da Roma, abitata da bella e brava gente, tenace degli antichi costumi; e tanto nel tratto, nelle vesti, nella figura, e in ogni altra cosa singolare, che alcuni le vorrebbero attribuire l'origine araba[422].Posta di mezzo tra la punta di Astura e il capo d'Anzio, nel fondo di un golfo arenoso, tornava di grande comodità al rifugio ed al riposo delle piccole barche da traffico e da presa, nell'andare e venire a Roma da Napoli e da Gaeta: tanto più che la città di Anzio da più secoli distrutta, e il porto Neroniano anche prima interrito, non potevano nè render servizio, nè richiamare l'attenzione di nemici o di amici. I Colonnesi possedevano Nettuno in feudo, ma non lo avevano ancora fortificato alla moderna: soltanto il duca Valentino al principio del secolo decimosesto, impadronitosi della terra, erasi pur dato gran cura di aggiungere alla antica cinta di cortine e di torri quella bellissima fortezzina, che, per essere uno dei più insigni monumenti dell'arte primitiva, sarà da me a suo tempo largamente descritta[423]. Insomma tanto amore i Colonnesi portavano a Nettuno, quanto gli Orsini a Palo. Le due grandi casate romane, di qua e di là dalla capitale, quasi ad uguale distanza, si appoggiavano sul mare; dove le due famiglie per diverse strade riducevansi a diporto, e dove i giovani dell'una e dell'altra si addestravano nei rudimenti dell'arte marinaresca. Da quelle rive scoccarono le prime scintille che dovevano accendere il genio di Marcantonio e di Fabrizio Colonna, di Virginio e di Flaminio Orsini, celebri tra i capitani del mare nel secolo decimosesto.

E perchè ho chiamati a rassegna questi signori mi è necessaria una breve fermata con loro per istabilire insieme con certezza alcuni fatti del nostro proposito,che non potrebbero trovare altrove luogo conveniente; e pur vogliono essere presentati ai lettori prima che ci avanziamo per le acque di Lepanto. Nel mezzo al secolo decimosesto cinque famiglie delle romane possedevano e navigavano bastimenti militari di loro privata proprietà: gli Orsini, i Farnesi, gli Sforza, i Colonna e i Vaccari. Dei tre primi ho largamente trattato nei libri precedenti, e mi continuerò infine alla fine di questo volume[424]. Degli altri due vuo' dire adesso come seguirono il costume dei grandi in Italia di correre il mare per conto proprio contro i pirati e contro i turchi; e di mettersi alla condotta dei principi maggiori alle occorrenze delle spedizioni generali. Per questo crebbero di potenza e di ricchezza in Genova i Doria, i Grimaldi, gl'Imperiali, i Centurioni: per questo gli Strozzi e i Martelli in Toscana, i Cicala e i Terranova in Sicilia, gli Spinelli, i Brancacci e gli Staiti in Napoli, ed altri in più parti.

Trovandosi in Roma ai sommi onori il conte Federigo Borromèo, nipote di Pio IV, e volendo il duca Cosimo di Toscana ingraziarsi con lui e cogli altri della famiglia, pensò nell'anno sessantuno donare al Conte due corpi di galere ignudi, come dire due scafi nuovi senza corredo e senza armamento. Di che sapendo il Pontefice quanto bene metterebbegli l'apparecchiarli alla difesa della spiaggia, alla sicurezza di Roma ed ai servigi della curia, con suo chirografo diretto al tesoriere generale Mr. Matteo Minali ordinò le provvisioni di compiuto fornimento pei medesimi nel porto di Civitavecchia; e di più la costruzione o la compradi altri otto, da formarne giusta squadra per ogni occorrenza[425]. L'anno appresso con lettera di motoproprio, ricordato pur lodevolmente il dono di Cosimo al conte Federigo, gliene aggiunse altri tre del suo per donazione spontanea, da valere in perpetuo a favore del medesimo e degli eredi. Pel qual titolo (essendo morto proprio nel novembre dell'anno medesimo il giovane Conte) le cinque galere passarono in proprietà del fratello, cioè del venerato cardinal Carlo; cui il Pontefice, con altre lettere specialissime, ne confermò il possesso. Qualche tempo le tenne il Cardinale sotto il governo di Niccolò Lomellino in continui viaggi a Napoli, a Genova, a Barcellona, dovunque meglio tornasse nei servigî di Roma e di Madrid: ma presto tediato dei fastidî che gli davano coteste faccende, prese il partito di venderle a Marcantonio Colonna, rientrato in grazia, rimesso nei feudi, e divenuto alleato della papale famiglia per gli sponsali di don Fabrizio suo primogenito colla contessina donn'Anna Borromèa, sorella del Cardinale[426]. Il trattato di compra e vendita tra le due famiglie, proposto e discusso nel sessantatrè, ebbe compimento il primo di gennajo dell'anno seguente per gli atti di Alessandro Pellegrini secretario e cancelliero della Camera, sì come altrove ne ho detto in compendio[427].

L'istrumento esprime tre galere, nominate la Capitana, la Padrona e la Borromèa, pel prezzo ditrentasei mila scudi d'oro, e aggiugne in lingua volgare gli inventarî e le perizie[428]. Appresso l'archivio Colonna in più volumi ricorda le spese, i soldi, i viaggi delle galere medesime e del signor Marcantonio con esse[429]. Il quale al terzo dei suoi bastimenti mutò il nome, disselo la Fenice, posevi per luogotenente Giorgio Grimaldi, e raccolse una squadra di sette galere, aggiugnendo alle tre predette le altre quattro che governava in società coi Lomellini il capitano Vincenzo Vaccari di Roma. Il nome dei Vaccari, le case, l'arco, le lapidi e le parentele coi grandi della città, sono notissime[430].

Quando dalla necessità mi trovo costretto alle digressioni, sempre temo che possano parere inutili o tornare nojose a coloro, cui piace trascorrere avanti senza mai restare: per ciò me ne guardo il più che posso. Ma la speciale condizione dell'argomento mio, non mai trattato da altri, e il gran difetto di storia nel nostropaese, di che tanto pur si doleva il Tiraboschi[431], mi fanno violenza talvolta, e mi conducono ad allargarmi: perchè non avendo nè che supporre già noto, nè a chi rimettere il lettore, mi è pur mestieri far tutto da me; trovare le notizie, dimostrarne la verità, raccogliere gli accessorî, incarnare il racconto e colorirlo. Per esempio, e tutto del caso nostro, a proposito di Marcantonio Colonna, un cotale, che avrebbe pur dovuto per la sua professione insegnarne a me ed agli altri, pieno di dubbî, proponea l'ombroso quesito, chiedendomi come e dove mai avesse potuto quel romano campione tanto apprendere di marineria da vincere gl'invincibili Turchi a Lepanto. La quale paurosa domanda, avvegnachè di ordine secondario, se io lasciassi correre senza risposta, mi troverei nel subbietto principale della mia storia così menomato da non poter sostenere la più bella e gloriosa giornata della nostra marina. Perciò ora a lui ed ai suoi pari, ricordando le costumanze del secolo decimosesto, posso dire presto e bene che Marcantonio Colonna col suo gran senno infin da fanciullo in Nettuno e negli altri feudi marittimi di casa sua apprese il mestiero, e da giovane colle galere sue proprie per l'ampiezza dei mari lo esercitò.

In fatti trattandosi l'anno medesimo dal re di Spagna di ricuperare la importantissima fortezza del Pegnone in Africa, perduta da don Narciso, quando si fece ammazzare dai ciurmadori arabi sui fornelli dell'alchimia,corrispose tra i primi il signor Marcantonio con le sette galere. Esso di persona le condusse a Malaga, dove era intimata la raunanza di tutte le forze marittime: e sarebbe passato al Pegnone, se le altrui gelosie non avessero impedito il carico proporzionato alla sua grandezza[432]. Andarono nondimeno in Africa le sette galere della sua squadra col Grimaldi e col Vaccari[433]: ed ebbero il merito di ricuperare quel baluardo avanzato della cristianità, pel quale tanto salirono le lodi del vincitore, quanto era stato grande il merito dei concorrenti[434]. Grato il re Filippo, ne scrisse la sua soddisfazione al Colonna; e in premio gli concesse la tratta libera dei frumenti dal Regno, pel sostentamento della sua squadra[435].Ma crescendogli gravose attorno le altrui gelosie, ed alcune differenze pur col Grimaldi, Marcantonio piegossi alle istanze del duca di Firenze che desiderava comprare quegli eccellenti bastimenti per l'Ordine di santo Stefano da lui istituito. Caratate adunque e rivedute dai periti le due che restavano di libera proprietà alla casa Colonna per cura e diligenza del possessore salirono di prezzo infino a venticinque mila fiorini d'oro, e il dì tredici di marzo del 1565 furono consegnate nel porto di Civitavecchia ai ministri del duca di Toscana[436]. Del giovane Federigo Colonna, del cavalier Papirio Bussi, del nobile Lorenzo Castellani, e di altrettali romani, che nei tempi successivi la patria e sè stessi onorarono di belle imprese coi loro navigli, avrò luogo opportuno a discorrere altrove. Ora fermiamci pel mese d'ottobre del cinquantasei a Nettuno.

[12 ottobre 1556.]

VII. — Quando la casa Colonna fin dai primi rumori di questa guerra si fu dichiarata in favore della Spagna, papa Paolo le tolse il ducato di Paliano, la privò di ogni altro feudo, e fece occupare Nettuno dalle sue genti. Ma non avendo i Caraffeschi messo nel castello più di una ventina di soldati, atti bensì a difenderlo dalle soppiatte insidie di qualche fusta barbaresca, ma non a sostenerlo dagli assalimenti di grosso esercito condotto scopertamente dal duca d'Alba, all'avvicinarsi degli Spagnuoli, i Nettunesi per vedersi poco sicuri con quel misero presidio, ed anche per l'affezione che nudrivano vivissima all'antico Signore, cacciarono via quei pochi soldati, e chiamarono casa Colonna. Di che lietissimo il duca d'Alba si congratulò con quei cittadini, e mandò loro in ajuto di grandissima prestezza con cencinquanta fanti il MorettoCalabrese, capitano sovente ricordato pel suo valore in questi tempi, e diverso dal Moretto Nizzardo che stava al comando di una galèa in Civitavecchia. Il Calabrese per via mise in rotta alcuni soldati di Velletri che marciavano per ricuperare Nettuno, e senza altro contrasto entrò nella terra, e vi si stabilì con tanta fermezza, che il Duca trasportovvi la base secondaria delle operazioni sue, finchè si trattenne campeggiando per quelle spiagge. Là raccolse le barche del contorno, e là fece venire da Gaeta quelle che si erano costruite a disegno per gittare i ponti sul Tevere: barche di solida ossatura aggarbate a un modo simile di poppa e di prua, lunghe di nove metri e larghe di tre[437]. Oltracciò pose in Nettuno il deposito delle provvigioni per sostentamento dell'esercito; e lasciò il Moretto colla sua compagnia a custodire la piazza, i magazzini, i ponti e il castello.

[20 ottobre 1556.]

Per queste stesse ragioni i Caraffeschi vollero provarsi alla riscossa. E senza tener conto dei proprî capitani e navigli, ne dettero il carico al baron della Garde, che era in Civitavecchia con cinque galere di Francia. Costui prosuntuoso al solito, e poco pratico della spiaggia romana, si presentò a Nettuno, fece baldorie, trasse cannonate. Ma il Moretto, i Calabresi e i terrazzani tennero duro, e risposero fieri; tanto che fin dal principio gli tolsero la speranza di pigliare la terra[438]. Provossiappresso di bruciare le barche, e fu lo stesso. I Nettunesi eransele tirale sotto al castello: e avendole rinchiuse dentro uno steccato con certa catena di botti piene di acqua, teneanle sicure dalle galèe nemiche per mancamento di fondo, e dagli schifi per abbondanza di archibugiate. Niuno dice che il Barone abbia messo artiglieria sulla prua de' palischermi suoi, niuno che abbia lanciato nel mandracchio barche di fuoco, niuno che siasi gittato all'assalto per terra o per mare: tutti al contrario ripetono la scusa del tempo cattivo, pel quale non potendosi sostenere alla spiaggia, pensò di ritirarsene, senza aver fatto nulla. Anzi dette occasione al Duca di mandarci artiglierie grosse, che prima non v'erano; e di fortificarsi maggiormente, e di assicurarsene meglio per ogni evento futuro[439].

[23 ottobre 1556.]

VIII. — Dopo questi primi procedimenti il Duca, seguendo il filo dei suoi disegni, ordinò la mossa del campo verso Ostia, desideroso di chiudere con quell'acquisto la navigazione del Tevere, e di stringere sempre più da vicino la città di Roma.

Il Tevere tre miglia sopra la foce si divide in due rami: l'uno artificiale alla destra, oggidì navigabile, stava allora inutil corso d'acqua magra, e tutto ingombro di canne palustri e di rottami; l'altro naturale alla sinistra, oggidì abbandonato a sè stesso, serviva alloraper la navigazione delle barche dal mare a Roma; e tra i due rami del fiume e la spiaggia marina quella sabbiosa isola nel mezzo, che formata dai continui interrimenti, e ricoperta di cardoni, di porracci e di ginepri, dal tempo di Claudio infino al presente sempre crescendo, mantiene tuttavia l'antico nome di isola Sacra. La città di Ostia (reale, repubblicana, imperiale e papale) sempre avete a cercare fuori dell'isola, ed alla sinistra del maggior tronco del Tevere; il quale seguendo l'antico letto e il primitivo cubito le bagnava le mura dal lato occidentale, ed entrava nei fossi delle sue fortificazioni: luogo scaduto dal pristino splendore, ridotto ad alquante case di povera gente, e chiuso da debole muraglia quadrata dei bassi tempi. Ma quanto fiacca la città, tanto troverete forte la rôcca, edificata da Giuliano di Sangallo nel 1483, come più volte ho detto[440]. Ora basterà ricordarne le principali condizioni. Mettetevi innanzi la figura di triangolo scaleno, la base verso il mare munita di due torrioni rotondi, e il vertice a borea verso terra difeso da un baluardo, che è il primo tra tutti i modelli dell'arte nuova, con due fianchi rettilinei a guardia delle due cortine di ponente e di levante. Muraglia soda di mattoni e calcina, grossa di cinque metri; ampio fossato pieno di acqua, e in comunicazione immediata col Tevere; batterie medie, alte e basse; e un compiuto sistema di casematte, legate da corridoj per tutto il giro del perimetro. Cosa in vero bellissima e degna dei grandi artisti del Risorgimento.

Già prima il cardinal Caraffa aveva mandato lo stesso baron della Garde a rivedere le fortificazioni della spiaggia: e confidando in lui, credeva che Ostia fosse ben provvista di quanto potesse bisognare in ogni evento. Ma si trovò deluso[441]. Imperciocchè quantunque di viveri non difettasse, di corredo al contrario era sfornita tanto da non poter andare oltre alle prime difese: molti pezzi di artiglieria le erano stati tolti per adoperarli altrove, il deposito della polvere quasi vuoto. In somma ogni cosa in confusione, nè il tempo bastò a ripararvi. Soltanto si potè, volgendosi il Duca a quella parte, mettervi dentro centoquattordici fanti romani, sotto il comando di Orazio dello Sbirro, giovane trasteverino di gran cuore, e da voler fare belle prove.[442]Non trovo altri riscontri di questo capitano, il cui cognome (quantunque poco armonico) resta tuttavia impresso in una torre sdrucita dell'isola Sacra, e nella lista dei cavalieridi soccorso all'assedio di Malta[443]. Quanto al numero dei soldati, tra le solite varianti, seguo la cifra del Ruscelli, del Campana, e principalmente del De Andrea, che gli ebbe in fine a contare a uno per uno.

[28 ottobre 1556.]

Il Duca intanto aveva stabilito il modo di farsi avanti con sicurezza, eliminando le due difficoltà che potevano in qualche modo impedirlo: l'una che i Caraffeschi preoccupassero l'Isola rimpetto ad Ostia; e di quivi, quantunque inferiori di numero, trincerati pur dalle ripe e protetti dalla profondità del fiume, stornassero l'assedio, e forse anche il costringessero a ritirarsi: l'altra che gli mancassero le vittuaglie, potendone patire difetto per essere la terra intorno deserta, e il mare per la qualità della stagione e della spiaggia poco praticabile. Per rimediare a questo ultimo inconveniente mandò innanzi Ascanio della Cornia con un corpo di cavalleggeri ad occupare Ardea e Porcigliano, luoghi ambedue vicini, e sulla linea da Nettuno ad Ostia: nel primo dei quali fece il deposito delle farine, che traeva da Gaeta e da Marino; e nell'altro i forni: così che l'esercito, tutto il tempo che là presso si trattenne, trovossi convenientemente provvisto.

[4 novembre 1556.]

IX. — Acquistati e fermi questi luoghi, e avendo già di sopra in poter suo Tivoli, Palombara e Monterotondo, mosse il Duca al primo di novembre da Grottaferrata; e in due alloggiamenti venne presso il Tevere non lungi da Ostia. Subito fatto gittare un ponte di barcheper mezzo di Bernardo Buontalenti, ingegnere fiorentino di chiara fama che lo serviva di macchine e di fortificazioni, occupò di sotto l'Isola: e di sopra per mezzo di Vespasiano Gonzaga investì la città con un semicerchio di soldati in catena dall'una all'altra ripa per la sinistra del fiume. Orazio da sua parte si contrappose a Vespasiano: e volendo animosamente difendere anche la debole muraglia della città, lo costrinse ad allargarsi, gli uccise molta gente, e più ne ferì, anche dei principali condottieri, tra i quali il colonnello d'Abenante e don Mario suo figliuolo. Il dì seguente sottentrarono con impeto maggiore contro di lui a rinfrescar la battaglia Francesco della Tolfa e Gianfrancesco Caraffa: i quali, spintisi infino alla porta Romana, vi appiccarono il fuoco. Ma trovatala di dentro terrapienata, già erano in procinto di far venire le artiglierie, quando Orazio, che non doveva inutilmente perdere quivi la poca sua gente, dopo quattro giorni di bella difesa, abbandonava la città, e passava con tutti i suoi nella rôcca, alzava i ponti, e chiudeva il piccolo rivellino. L'assedio di questa rôcca presso il mare può dirsi il fatto di maggiore importanza nella guerra del primo anno; però merita essere ricordato coi suoi particolari, come abbiam sempre fatto in ogni altro caso simile per le nostre piazze marittime.

[8 novembre 1556.]

Il grosso dell'esercito ducale dalla sua parte attendeva ai lavori del ponte, del campo e delle batterie. Abbasso per trecento metri dalla rôcca, e nella risvolta del fiume, mettevano il ponte con buoni ormeggi in acqua e in terra, e forti ridotti alle teste da tenere aperte e sicure le comunicazioni tra l'isola e il campo. I fanti spagnoli guernivano le trincere dalla testa del ponte fino alle prime case della città dalla parte di levante; e daquelle case fino alla riva del Tevere sopra corrente gli italiani. Le maggiori artiglierie giocavano dall'isola, rimpetto alla fronte occidentale; e battevano cortina, faccia, fianchetto e torre corrispondente: sette cannoni rinforzati da cinquanta, coperti da buoni gabbioni terrapienati, colle bocche sul ciglio dell'argine, e discosti dalla muraglia per la sola larghezza del fiume, che non era in quel luogo più di venticinque canne romane, come dire all'incirca cinquantasei metri[444]. Finalmente la cavalleria in tre divisioni correva battendo le strade d'ogni intorno, fino alle porte di Roma.

[12 novembre 1556.]

X. — Le notizie di queste novità, l'una dopo l'altra rapidamente succedenti, riportate in città, davano da pensare alla corte ed al popolo; massime per la memoria ancor fresca in molti dell'altra guerra cogli Spagnuoli, col Borbone, col sacco, e colle conseguenze: parendo a molti essersi tirata addosso una simile e forse più pericolosa sciagura. Però Piero Strozzi, volendo rinfrancare gli animi sbigottiti, uscì fuori con tremila fanti e trecento cavalli, costeggiando la destra del Tevere e dell'isola, fino alla foce di Fiumicino. Non già che sperasse con quelle deboli forze discacciare il Duca o soccorrere Orazio; ma voleva dare animo a questo e travaglio a quello, mostrandosi vicino e pronto ad abbracciare ogni partito che se gli potesse presentare.

Roma per questo restò quasi senza presidio di milizieregolari, senza nervo di cavalleria, e soltanto guardata dalle milizie cittadine. Indi presero viepiù di baldanza gli stracorridori del Duca, i quali, guidati da uomini arditi e praticissimi di ogni strada e traghetto intorno alla capitale, faceansi vedere per le vigne suburbane, e talvolta anche innanzi ed oltre alle mura infino alla valle dell'Aniene. Di che corse rischio nella persona l'istesso cardinal Caraffa; il quale pur dall'altra parte essendo uscito con alcuni gentiluomini e cortigiani a cavallo, più per ostentazione che per altro, ebbe incontro lungo lo stradone di sant'Agnese il conte Francescantonio Berardi, capo di ronda con una squadra di cavalleggieri. Dove correndogli appresso il Berardi a lancia bassa, e fuggendogli innanzi a tutta briglia il Cardinale, dierono insieme spettacolo insolito agli occhi dei Romani, spettatori ansiosi di quella caccia dalle ville, dai terrazzi e dalle mura. Tra le grida e le esclamazioni di questi e di quelli i due antagonisti, l'uno dopo l'altro, imboccarono il vicolo della Fontanella (notissimo ai cavalieri della città), e sempre galoppando per quelle tortuose viuzze, ebbe fortuna il Cardinale con più freschi e migliori cavalli di guadagnare la porla Salara, tuttochè incalzato quasi alle groppe dall'avversario; il quale non dubitò in quell'estremo di poterlo cogliere sparandogli contro una pistola, presa in fretta dalla fonda dell'arcione[445].

In somma la guerra era ridotta a corpo a corpo intorno a Roma e sulle due ripe del Tevere, dove si aveva a decidere la sorte dello Stato, del Regno e ditutta l'Italia. Sulla destra, da Roma in giù, Piero Strozzi alla guardia; sulla sinistra, dalla foce in su, il duca d'Alba all'attacco; e in mezzo a loro la rôcca d'Ostia presa singolarmente di mira, e Orazio alla difesa.

[16 novembre.]

Dopo quattro giorni di batteria continua con sette pezzi di grosso calibro, e più di mille tiri, il torrione occidentale cominciava ad aprirsi, benchè la breccia fosse erta assai e difficile a superare, essendosi nel battere quasi sempre mirato ad alto, dove aveavi muraglia men grossa. Nondimeno trovandosi il Duca già presso al finire delle munizioni dell'artiglieria, e vedendo che Orazio non si lasciava persuadere nè per le percosse continue dei cannoni, nè per le suggestioni incessanti di Ascanio della Corgnia, pensò che gli bisognasse a ogni modo e subito tentare l'assalto. Ondechè mandato don Alvaro da Costa a riconoscere il passo, e trovata l'acqua del fosso poco profonda e in gran parte ripiena dai rottami della caduta muraglia; e questa con più squarci, tra i quali uno largo a sufficienza da salirvi quattro uomini di fronte, deliberò la fazione per la mattina seguente[446].

[17 nov. 1556. matt.]

XI. — All'alba del diciassette del mese di novembre, giorno di martedì, Vespasiano Gonzaga con due compagnie di fanti italiani sotto Francesco Frangipani della Tolfa e Domenico de Massimi di Roma, sostenuti ambedue da altre cinque compagnie della stessa nazione,si aringarono in colonna presso la barriera del campo. Avuto il segno dal Duca, si gittarono precipitosamente all'assalto; intanto che le artiglierie dell'isola davano un'ultima rifrustata alla rôcca per cacciarne indietro i difensori. Le due compagnie divorarono la distanza, e i soldati a gara gli uni degli altri furono nel fosso, tra l'acqua, sui rottami, dentro l'apertura. Ed ancorchè non ci arrivasse Vespasiano, essendo stato colpito nel breve tragitto da un'archibugiata che gli rasò le narici e il labbro superiore, ciò non pertanto quella gente fece ogni possibil prova per avere l'impresa finita. Ma trovato più dentro che fuori durissimo il riscontro, bisognò loro tornarsene indietro senza altro effetto[447]. Essi videro e capirono bene da vicino come e dove stesse la difficoltà.

Le casematte dabbasso duravano salde, e integra altresì la troniera inferiore del fianchetto e le risvolte basse dei torrioni, donde i difensori potevano liberamente giuocare colle artiglierie minute e cogli archibusoni da posta; oltre alle pietre ed alle pignatte di fuochi lavorati, che all'occasione sapevano scaraventare dall'alto. Per converso agli assalitori bisognava camminare ad uno ad uno sopra l'angusta cresta della controscarpa, posta tra due acque: di qua il fosso, di là il fiume. Laddove chiunque non era morto dalle archibugiate o tuffato a trabocco, doveva guadare, ed abbriccarsi colle mani e coi piedi sulla breccia troppo più alta che non avrebber voluto. Tutto ciò potrebbesi dir nonnulla in confronto al resto che trovavano a riscontro di dentro. Perocchèla rottura della muraglia rispondeva all'interno in una camera a vôlta di mediocre capacità, in fondo alla quale aveva Orazio con prestezza incredibile fabbricato un altro muro, opposto a quello che si batteva; e lasciatevi molte feritoje cieche, per le quali poteva, senza essere offeso, e nè pure veduto, percuotere a man salva chiunque fossevi entrato. Poteva eziandio dalle basse casematte frustare e rifrustare ogni altro che entrava, o usciva, o attendeva di fuori. Tieni a mente, lettore, queste condizioni della difesa. Esse svelano le ragioni architettoniche della rôcca, ed esse sole possono spiegare perchè tanta gente, e quasi tutti i capitani vi restarono mal conci, come vedremo. Vadano le avvertenze sugli errori di Carlo Theti, nella cui opera si vede incisa a rovescio la pianta della rôcca d'Ostia, ed a rovescio ugualmente depressa la difesa del Romano[448].

Gl'Italiani adunque, accortisi dell'insidia, si ritirarono, dicendo inutile superare di fuori il varco e la difficile salita, quando poi dentro trovavano chiuso il passo dai muri, e aperto tanto fuoco, che l'entrare in quella camera era come mettersi bestialmente in sepoltura. Veduto il signor Vespasiano, loro colonnello, sfigurato nel mustaccio; il capitan Francesco Frangipani sur una gamba sola, uccisi Leone Mazzacane e Marcello Mormile, più altri ufficiali feriti, e gran numero di compagni morti, si rimasero. Non fu possibile in quel giorno che alcuno più gli rimenasse alla prova; se prima, come ragionevolmente chiedevano, non si ripigliava la batteria contro quei muri opposti di dentro[449].

[17 nov. 1556 mezzodì.]

XII. — In quella eccoti nel mezzo un corpacciuto soldato del Duca andare attorno pel campo, gridando altamente e ripetendo baldanzoso queste parole[450]: Avanti, agli Spagnuoli, corpo di Tale! altrimenti la rôcca non si piglia. Piacendo a don Fernando la jattanza di costui, fece venire don Alvaro da Costa, colonnello di quella nazione, e gli ordinò di cavar fuori trecento veterani della sua gente, e di prepararli al secondo assalto, intanto che si batterebbero alquanto meglio le brecce e le difese. Facile assunto cimare più e più i merloni della rôcca, ed anche allargare i labbri della maggiore apertura: ma dal cordone in giù non si vedeva fessura di un pelo; e la camera interna restava tale e quale, perchè non rivolta verso la batteria, ma ritirata in fondo alla gola del baluardo.

Dunque mossero i trecento all'altra prova, giudicata necessaria dal Duca per la mancanza delle munizioni. Superarono costoro, benchè con morte di molti, la difficoltà del passo e della salita, e cacciaronsi pur nella camera: la quale ad arte, non facendosi di dentro alcun movimento, fu tenuta buja e silenziosa, tanto sol che fosse piena. Allora insieme all'improvviso bagliore dei lampi una grandine di archibugiate sprizzò dai pertugî, senza cadere colpo in fallo per la vicinanza e il pieno di tanta gente; sì che cominciarono quei cotali a pentirsi di essere venuti tanto oltre, ove non potevanonè difendersi nè ritirarsi. Avanti un muro massiccio, in faccia archibugiate sonore, e appresso tanti compagni incalzanti nelle angustie della mortifera caverna, che era impossibile oramai vederne uscire uno vivo. Laonde il Duca, mosso a compassione, e cedendo all'arte ed al valore di Orazio, fece sonare a raccolta, e volle che la seconda colonna si ritirasse, come la prima. Lasciarono centocinquanta cadaveri addietro, tra i quali l'alfiere di Mardonès, con diversi ufficiali; e quel che più dolse a tutti l'istesso colonnello don Alvaro, ferito in una coscia, passò di vita il giorno seguente. Dal principio alla fine di questo assedio, di ferro, di fuoco, di stento, vi ebbero fuori di combattimento in Ostia millecinquecento soldati[451]. Dunque alla prova in quella rôcca aveva disegnato e lavorato a dovere, secondo arte militare, Giuliano da Sangallo.

Le vestigia dell'assedio, impresse tuttavia sul terreno circostante, e più sulle muraglie medesime per tutto il fronte occidentale, io scrittore di questa storia ho vedute e rivedute più volte, prima che andassero in gran parte cancellate dai recentissimi ristauri. Ho riconosciuto i pezzi della cortina rifatti da Pio IV, ho visto il fianchetto cimato, e i crepacci della breccia alla torre angolare in ampio cerchio fin presso alla linea del primo cordone, mal celati dai risarcimenti dello stesso Pio[452].Ho palpato i forami delle cannonate, e riconosciuto i rovinacci intorno di grandi massi e di primitiva costruzione; sono entrato nella camera fatale, che risponde alla gola del torrione di ponente. Intatta ho veduto la parte bassa dal cordone in giù; intatte le troniere e le batterie casamattate, le porte, gli stipiti e gli spiragli delle strombature basse, che tuttavia conservano i marmi, e le iscrizioni originali scolpitevi dal cardinale Giuliano vescovo d'Ostia, nel tempo di papa Sisto[453].

Ora i maggiori segni dell'assedio sono stati quasi tutti cancellati pei grandiosi ristauri eseguiti a spese dell'erario negli anni cinquantanove e sessanta del presente secolo, quantunque pensati qualche anno prima; ed anche anticipati, secondo il detto pensiero, nella lapide moderna con data anteriore sopra la faccia non battuta nè ristaurata del baluardo verso la città[454]. Al nuovo muro della breccia maggiore sulla torre occidentale hanno similmente affissa una lapidetta con miglior consiglio senza data[455]. Pei riscontri ora non restache qualche antica incisione, la stampa dell'Orlandini[456], la memoria di chi l'ha visitata nel tempo anteriore ai restauri, come io ne ho scritto[457]; e sopra tutto la bella fotografia rilevata dal notissimo artista bergamasco Giacomo Càneva, nel 1855, prima dei ristauri, di che conservo un esemplare presso di me, e l'ho dinanzi mentre scrivo[458].

[18 novembre 1556.]

XIII. — Riuscito il secondo assalto a peggior termine del primo, restarono le genti del Duca insieme spossate e sbalordite: l'istessa cavalleria, tanto valente, sentì l'abbattimento. Consumate le munizioni di guerra, l'inverno vicino, la rôcca in piè, e il maresciallo Strozzi ai fianchi: il quale aveva pur esso gittato sopra due barconi un ponticello sul canale più angusto di Fiumicino, e accennava con frequenti scaramucce di voler molestare sull'isola il campo di Spagna. Se Orazio avesse potuto penetrare col pensiero nelle strettezze dell'avversario, sarebbe stato il signore della prima campagna, e avrebbe ridotto lo Spagnuolo a pessimo partito: ma, chiuso da ogni parte dentro alla piccola cerchia della rôcca, non poteva vedere nè sapere altro più che le private condizioni di sè stesso e de' suoi. Il presidio pieno dicoraggio, un solo morto, pochissimi feriti, le vittuaglie a sufficienza: solamente aveva a dolersi della penuria della polvere. Nei quattordici giorni dell'assedio aveane tenuto stretto conto, erasi guardato dal contrabbattere sull'isola, dismessa quasi ogni difesa lontana, e riservate le munizioni al bisogno estremo dell'assalto. In quest'ultimo caso doveva esser largo, e tale si era mostrato, ributtandone vittoriosamente due ferocissimi, e consumando le ultime provviste, che non erano state messe per durar tanto.

Pensando dunque che il nemico non farebbe fine, nè lascerebbe di rimettersi alle batterie ed agli assalti, e non avendo egli con che rispondere, chiamò il dì seguente quell'anfibio di Ascanio della Corgnia; e sperando buon trattamento per aver fatto alla presenza dell'uno e dell'altro esercito onorata difesa, gli si arrese a discrezione[459]. Io l'assolvo: fin dal principio ho detto che egli era giovane.

Così fu perduta la rôcca d'Ostia per solo mancamento di munizioni e per trascuranza di chi amministrava la guerra. Il duca d'Alba, sommamente lieto dell'acquisto non più sperato, uscì d'impacci: piantò la sua bandiera sul mastio, e fece chiudere Orazio con tutti i suoi in fondo di torre, donde non li lasciò uscire altrimentiche consunti dalle infermità e dal digiuno. Agli stessi estremi disegnava colui ridurre la città di Roma, impedita ormai la navigazione del Tevere sopra e sotto corrente; occupato Monterotondo ed Ostia, e stretto il cerchione da ogni altra parte, salvo che da Civitavecchia, dove brillò dal principio alla fine incontaminata la diligenza e la fede del capitan Flaminio Orsino.

[19 novembre 1556.]

Il blocco crebbe lo sgomento nella città. Di che prevalendosi quanti erano imparziali nella corte, signori, prelati e cardinali, presero a suggerire più miti consigli. I Caraffeschi avevano bisogno di riposo, e più di loro il duca d'Alba; il quale, quantunque vincitore, si trovava sparpagliato con poca gente in un semicerchio di sessanta miglia, da Ostia a Marino, ed oltre a Zagarolo, a Tivoli e a Monterotondo. Egli aspettava rinforzi, e voleva stabilirsi meglio nei luoghi occupati: però dètte ascolto volentieri alle proposizioni di tregua, che fu sottoscritta addì diciannove di novembre per dieci giorni, e poscia prorogata sino all'ultimo dell'anno[460].

[8 gennaio 1557.]

XIV. — In questo mezzo il re Arrigo di Francia, mosso da grandi speranze, e stretto dai Caraffeschi, aveva dichiarato la guerra al re Filippo di Spagna. Apriva col Duca di Mommoransì le ostilità nella Fiandra; e in Italia col duca di Guisa, futuro re di Napoli, se le armi gli dicessero bene. Spirata dunque la tregua, e giunti alcuni rinforzi di Francia, Piero Strozzi e Giovanni Caraffa uscirono con seimila fanti, ottocento cavalli,e una batteria di campagna verso Ostia, per togliere Roma dalla presente strettezza[461]. Gli Spagnuoli di presidio capitolarono lo stesso giorno, salva la vita, senza nè anche sparare un moschetto[462].

Indi lo Strozzi si volse a scopar via i presidî che il nemico aveva lasciato nel basso Tevere. Imperciocchè il Duca aveva fortificato quel castelluccio, le cui rovine si vedono ancora intorno alla torre Bovacciana, che è un miglio più abbasso della rôcca, tra questa e il mare[463]. E ciò non bastandogli per guardare il passo e la foce del Tevere (tanto fin d'allora erano cresciuti gli interrimenti, e tanto erasi allontanato il mare), aveva fatto di nuovo con lavori di terra in dieci giorni un buon ridotto quadrato all'estremo lembo della sinistra tra il fiume e il mare, disegnato dall'istesso ingegnere ducale Bernardo Buontalenti. Ogni lato di cento metri, gli omologhi paralleli alle due acque: gli angoli muniti di quattro bastioncini, colle loro piattaforme e artiglierie, e difese necessarie. Altezza dell'argine una picca e mezzo, quasi quattro metri, la sezione di sedici palmi, cioè di altrettanti metri. La porta opposta al fiume, e dentro baracche e magazzini di tavole per alloggiamenti e depositi[464]. Quattrocento fanti spagnuoli che vi stavano dipresidio nè anche aspettarono l'intimazione: uscirono fuori incontro ai vegnenti, salutarono colle armi, abbassarono le bandiere, e si resero a patti[465].

[Gennajo e luglio 1557.]

Lo Strozzi in due giorni spianò il ridotto, poi trassene le artiglierie a Roma; e ripigliando l'offensiva dall'altra parte contro il Duca, gli tolse in poco tempo Gennazzano, Valmontone, Tivoli, Grottaferrata, Marino e Palestrina. Al tempo stesso Francesco di Guisa faceva acquisti nell'Abbruzzo, dove era penetrato per la via del Tronto; e contro a lui per opposto Cosimo di Toscana manipolava a favore degli Spagnuoli, perchè lo pigliassero alle spalle, e gli troncassero le comunicazioni col Piemonte e colla Francia. Cosimo dei Medici stava ritto in Italia come primo pilastro, e Andrea Doria come secondo, a sostenere di qua e di là il grande arco trionfale del re Filippo, anche a dispetto di papa Paolo[466]. Andrea da Gaeta e dalla Spezia insidiava il porto di Civitavecchia, e Cosimo da Portercole e da Firenze ordiva le fila del tradimento contro il porto d'Ancona. Messer Bartolommeo Concini, segretario particolare dei Medici, e conduttore del maneggio, correndo soprapiccola barca da Pontercole a Gaeta per dare i ragguagli e pigliare i concerti incontrato il vento contrario, e sbattuto dal mare avanti e indietro, venne finalmente a rompere sulla spiaggia di Santasevera; e appresso a lui i guardiani della spiaggia trovarono in secco la bolgetta delle lettere, donde si ebbe in Roma pienissima notizia dell'intrigo, che restò sul nascere scoperto e sventato[467].

Ora io lascio ad altri le variate vicende della guerra combattuta pei monti di qua e di là dai gioghi dell'Appennino: da parte la battaglia di Paliano, l'assedio di Civitella, ed i convivali oltraggi tra il Guisa e il Caraffa. Non v'ebbe cosa in tutto ciò che sentisse di sal marino, tanto da entrare nella mia storia. Vengo alla fine.

[10 agosto 1557.]

XV. — Quando la fortuna delle armi cominciava a mostrarsi benigna ai voti dei Caraffeschi in Italia, cadeva totalmente prostrata nelle Fiandre, per la gran battaglia di Sanquintino, perduta dal contestabile di Francia Anna di Mommoransì, e vinta dagli Spagnuoli sotto il comando di Emmanuele Filiberto duca di Savoja. Il re Arrigo allibbito, e quasi disperato, trovossi costretto a togliere le sue genti dal Piemonte, a richiamare indietro il duca di Guisa, ed a lasciare Paolo e i nipoti alla mercè degli Spagnuoli.

[8 settembre 1557.]

Non per questo il duca d'Alba abusò della vittoria: anzi accolse e corrispose alle proposizioni di pace che prestamente furono trattate e sottoscritte dal cardinalCaraffa e da lui stesso nella terra delle Cave in Campagna di Roma, addì quattordici del mese di settembre di quest'anno cinquantasette. Può ciascuno leggere la restituzione delle fortezze, delle terre e delle provincie, come sono scritte; la sommissione promessa dal re Filippo, l'imparzialità da papa Paolo, e tutto il resto, per esteso nei codici manoscritti e nei libri stampati che cito[468].

[14 settembre 1557.]

XVI. — In vece mi accade ora fermarmi sopra due grandi fatti, strettamente connessi coll'argomento mio e colla memoria del trattato di Cave: l'uno notissimo a tutti, l'altro non avvertito da niuno, per quanto io ne sappia. Come prima nell'istesso giorno di martedì quattordici settembre alle ore quattro pomeridiane tornò in Roma il cardinal Caraffa plenipotenziario papale coi capitoli della pace, sottoscritti alla presenza dei reverendissimi cardinali Santafiora e Vitelli (ambedue testimonî), facendosi intorno ai tre gran festa dalla corte e dal popolo, e mentre volevano la notte i Romani fare le solenni dimostrazioni consuete, con musiche e fuochi per le piazze, non ostante che da due giorni piovesse dirottamente con venti caldi e sciroccali; eccoti il Tevere proprio in quell'ora mettersi per la città; e crescere tanto nella notte, e nel giorno seguente, che fino a oggi restano i segni della terribile alluvione, per la quale andarono in pezzi tre archi del ponte Senatorio, distrutte le nuove fortificazioni di terra intorno al castelloSantangelo, rovinate case, campi, fondachi, molini, gualchiere, e le acque dentro la città infino a trenta palmi sopra il livello ordinario. Cosa non mai più veduta dai Romani[469]. Udiamone la relazione a stampa, proprio di quei giorni, scritta da testimonio di veduta, e messa al pubblico in Roma[470]: «Il martedì alli quattordici di settembre 1557 circa le ventidue hore ritornarono a Roma i nostri Reverendissimi[471], ma non con molto fausto, imperò che quasi in quello stesso tempo il Tevere haveva fatto una grossissima piena, ingrossando la notte seguente e il mercoledì circa le hore dodici[472]era l'acqua più alta di un uomo in Agone[473].... E questo crescere di acqua durò tutto quel giorno infino alle quattro ocinque hore di notte, che cominciò a mancare. Ha portato via la metà del ponte di Santa Maria[474], insieme con quella bella cappelletta di Giulio III, che v'era nel mezzo con tanta arte e spesa fabbricata. Ha levato dal suo luogo alcuni pietroni di marmo grossissimi che facevano sponda a castello Santangelo. Ha buttato giù un pezzo di Corridore che va da castello a Palazzo, ec.»

Delle tante ruine la più importante pel regime del Tevere resterebbe ora incerta ed oscura, tra il silenzio dei contemporanei e gli errori dei moderni, se io non venissi apertamente a stabilire come in questi precisi giorni il fiume mutò di letto nell'infimo tronco e sfilò lontano mille metri dalla città di Ostia. Non prima, perchè durante l'assedio l'abbiamo certamente veduto lambirle il piede; non dopo, perchè subito all'entrar di Pio IV la rotta era già fatta. Soltanto adunque nel tempo intermedio per una piena straordinaria come quella del cinquantasette, poteva naturalmente avvenire che la gran massa dell'acqua corrente, movendo impetuosa verso il mare, e cercando la linea più bassa e più breve, scavalcasse e rompesse gli argini a capo Duerami; ed anzi che incanalarsi per l'obliqua giravolta del cubito primitivo infino ad Ostia, si precipitasse per la corda, scavandosi il nuovo letto direttamente dal detto Capo alla torre Bovacciana. Da quel giorno l'alveo antico restossi a secco con pochi acquitrini tra gli argini vuoti, che hanno durato oltre alla metà di questo secolo col nome di Fiumemorto, ed io stesso finalmente l'ho veduto colmare e livellare per opera di quella moderna Società che dal suo intendimento ha preso il titolo delle saline e dei bonificamenti di Ostia. Le belle tavole delCanina mostrano a dito le linee di queste mutazioni[475]; ma le sue parole ci manifestano che egli ed ogni altro con lui comunemente ne ignoravano il tempo e la causa, scrivendo così[476]: «Questa rottura del Fiume si dice essere accaduta verso la metà del secolo passato: ma non si può precisare nè l'epoca, nè il modo come avvenne.»

Se non che prima di lui Giambattista Rasi, unico in questo tra tanti scrittori delle cose tiberine, aveva ben avvertito doversi cercare la risoluzione del problema nelle leggi ripuali, e specialmente nella costituzione di Pio IV, dove se ne contengono gli indizî[477]. Nel vero il tiro delle barche, le tariffe doganali, l'appostamento delle guardie, e tutta la polizia della navigazione doveva essersi risentita del cambiamento successo nel letto tiberino per un tratto notabile, e lungi dalla principale fortezza del passo. Infatti Pio IV, poco stante dopo l'inondazione, premesse le consulte dei mercadanti, dei castellani e dei doganieri, coll'intervento del notissimo Martino d'Ayala console dei marinari, e sotto la presidenza di monsignor Luigi Torres chierico di Camera, e prefetto delle Ripe, finalmente pubblicò alcune leggi colla data del sedici di maggio 1562, dalle quali tiro fuori al nostro proposito gli articoli come sono nello stesso originale espressi inlingua volgare[478]: «Capitolo primo. La barca che arriverà prima al luogo detto Boacciano, dove al presente si è messa la guardia di Ostia, rispetto alla nuova rottura e via che ha fatto il Tevere di qua da Ostia.... sarà tirata prima delle altre, venute dopo.» Continua: «Capitolo quarto. Che li doganieri di Ripa, o vero per loro il castellano d'Ostia, debbano tenere in detto luogo del Boacciano, rincontro alla nuova rottura del Tevere, l'uomo deputato che faccia le bullette.... senza che li marinari sieno tenuti andare a Ostia, e per conto della rottura e della nuova strada non si paghi ad Ostia.» — Capitolo ottavo. «Che li bufali devano tirare le barche fino a Ripa, massime che la nuova rottura del Fiume ha abbreviato la tratta di quello che era prima.»


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