Dunque non verso la metà del secolo passato, ma nel mezzo al cinquecento la rotta del Tevere già era successa tra il capo Duerami, la rôcca d'Ostia e la torre Bovacciana, come dura infino al presente. Di più il fatto dicevasi nuovo, la strada abbreviata, trasferita la guardia; e così per altri dieci anni, finchè (fabbricato più giù nel basso Tevere il fortino di san Michele) Pio V con un'altra costituzione, ricordando questi fatti medesimi, non ebbevi trasferito la guardia, il tiro e i proventi[479]. Laonde avendo piena certezza degli estremi, perchè nel cinquantasei il Tevere lambiva le mura ed entrava neifossi della rôcca d'Ostia, come risulta dalla pienezza dei fatti e delle testimonianze dell'assedio; e trovandosi con altrettanta dimostrazione di certezza subito dopo allontanato con tutto il letto per mille metri; sarebbe impossibile supporre nel breve intervallo tanta grande novità nella enorme massa di real fiume altrimenti che per la forza della straordinaria alluvione nell'anno intermedio, e nel giorno preciso che veniva in Roma la certezza della pace conclusa a Cave.La seconda memoria, e più strettamente connessa col trattato medesimo, da niuno avvertita, è il finale tracollo in Italia della baronia armata. I feudatari corsero l'ultima lancia nella guerra di Campagna, e non risalirono mai più a cavallo, fiaccati e sbalorditi a un tempo, e con un sol colpo, dagli amici e dai nemici. Imperciocchè ai sovrani, desiderosi di concentrare il comando nelle loro mani, secondo l'opinione prevalente appo tutti nel secolo decimosesto, sapendo male della potenza feudale, venne finalmente il destro di opprimerla, e non vollero mancare alla buona ventura. La prima questione, dopo quella del Regno, era stata nella guerra il feudo di Paliano, e le convenienze del duca precedente Marcantonio Colonna, e del duca novello Giovanni Caraffa: questi barone napolitano in guerra contro il Re, quegli barone romano in guerra contro il Papa. Ora dai capitoli di Cave resta esplicitamente escluso proprio questo feudo principale, ed ambedue i pretendenti con pochi riguardi messi da parte; dove in tutti gli altri simili trattati pei tempi anteriori erano stati sempre compresi. Si sa che alcun temperamento doveva essere nelle convenzioni secrete: ma queste non troppo limpide, e lasciate nel profondo del petto ai contraenti. In somma Paolo voleva le mani spiccie per punire quando che fosse i Colonnesi, e per abbattere con loro gli altri baroni: ma decrepitonon ebbe il tempo, prevenuto dalla morte nel biennio[480]. Filippo al contrario giovane nel lungo regno, cupamente dissimulando, aspettò il tempo delle sue vendette: e spense nelle grandi casate napolitane ogni vanto di passati armamenti ed ogni ticchio di futuri[481]. Egli con doppio trattato e per ordini secreti ed opposti tra l'ordinario e lo straordinario suo ambasciatore, tuffò tutto insieme il sistema feudale nel sangue di casa Caraffa, del Duca e del Cardinale, che per compenso di questa guerra volle non guari dopo versato sotto la stretta del carnefice[482].Dunque l'ultima comparsa della baronia in gran frotta di regnicoli, di statisti, e di altre province in più centinaja fra maggiori e minori, armati alla testa deiproprî vassalli, viene nella guerra di Campagna; e il primo trattato di pace che non comprende la grazia dei baroni, sta in quello di Cave. Indi in poi non vedremo più nelle storie nè i grandi difetti, nè le magnanime prodezze dei feudatari. Essi perderanno a poco a poco le fortezze e i cannoni, resteranno contenti di nomi e di titoli, andranno pei giardini e pei teatri, patiranno di splene e di vertigini. Dagli alti spiriti di generoso sangue se ne togli la forza e la sapienza, tu vi metti la follìa. Non tanto le singole parti di una sola giornata, quanto due lunghi secoli in un giorno solo tratteggiò e corresse pel suo tempo il Parini.XVII.[1556-57.]XVII. — Mi sono ben guardato in questo scabroso intervallo della mia storia dal crescere fastidio a me stesso ed ai lettori col seguire passo passo le continue navigazioni del capitan Flaminio e delle sue galèe da Civitavecchia a Marsiglia, e viceversa, menando e rimenando soldati, capitani, ambasciatori, convogli per tutte quelle seguenze di alterne fazioni che vanno sempre simili in questa fatta guerre[483]. Talvolta ancora gli bisognò mostrare i denti, senza però venire alle strette, contro le galere di Napoli, che ad ogni occasione propizia uscivano di Gaeta, e venivano a minacciare sulla nostra spiaggia, ed anche alla vista dei porti[484]. Ora però liberato da ogni altro pensiero, e desideroso di far vie meglio conoscerel'accorgimento di Flaminio e le vicende dei marinari nel secolo decimosesto, devo dire di uno importante avvenimento successo qui tra noi ad una delle nostre galere, durante la guerra. Potremo adesso intendere altresì come nel medesimo tempo e per le stesse ragioni finiscono i baroni in terra ed i venturieri in mare.Avevamo fin dal principio, come ho detto, una quindicina di galere; e tra esse quattro di Piero Strozzi, già tenute dal celebre Lione Strozzi, suo fratello, con un certo capitan Giovanni Moretti, nativo di Villafranca nel contado di Nizza. Ho pur detto che non si vuol confondere questo nizzardo coll'altro Moretto calabrese, capitano altrettanto noto di cavalleggieri al soldo di Spagna. Ora aggiungo che, a volergli trovare un termine di paragone, più simile nei fatti personali che nei nomi appellativi, bisogna ricordare col presente Moretto il trapassato Morosini, che ebbe la mala paga dai Genovesi in Famagosta, come altrove ho narrato[485]. Pari nell'uno e nell'altro l'ardimento, pari l'arte marinaresca, pari l'avversione ai pirati, e insieme pari in ambedue la cupidigia, e lo stesso desiderio di coprirsi sotto la bandiera papale. Il Morosini entrò nella prima categoria dei capitani di ventura, il Moretto ne chiude l'ultimo periodo. La ruota della fortuna volge nell'istesso verso per mare e per terra; e quando è finito il loro tempo arrovescia insieme i baroni e i venturieri per le campagne e per le marine.La prima comparsa del capitan Moretto nell'anno del giubileo passa col titolo di corsaro, sotto bandiera di Savoja, accreditato dalle patenti del duca Carlo a correre il mare per suo conto contro Turchi e contro Francesi[486].Sciolse da Nizza in compagnia di suo fratello, chiamato Melchiorre di Belmonte, e di un prode gentiluomo per nome Pierone Foresta, con una sola galèa di sua proprietà, nuova, forte e bella; fornita di eccellenti artiglierie da ponte e da sbarco, remigata a scaloccio dalla numerosa ciurma di trecento schiavi turchi e prigionieri francesi, e armata con centosessanta uomini da combattere[487]. Costui si pose al gran corso sul mare, e in pochi mesi girò quasi tutte le riviere dei Turchi in Europa e in Africa, traendo da ogni parte prede a suo modo. Eccone un saggio. Va a Bona, spiega bandiera e lingua francese, entra nel porto, invita a desinare una dozzina di Turchi dei principali, e se li porta via col boccone in bocca. A Bugia sottomette una galeotta piratica, e ne libera una quindicina di Cristiani. Alle Seccagne piglia prigioni diversi pescatori di corallo. Presso Tagiora dà la caccia ad alcuni piccoli bastimenti, e si accosta tanto vicino al lido, che a colpi d'archibuso ammazza cavalli e cavalieri concorsi sulla riva contro di lui. Al Cembalo si attacca con una nave di millecinquecento salme[488], armata di dieci cannoni, e difesa da sessanta Turchi:la combatte sempre da lato per tutta la notte, e finalmente se la piglia la mattina, non restatevi più che tre persone vive, due Turchi e un Ebrèo. A capo Matapan piglia all'arrembaggio due vascelli carichi di grano: passa a fil di spada chi resiste, e manda tutto il carico e i legni marinati a Palermo. Indi sottomette uno schirazzo ottomano di ottocento salme.Andiamo innanzi, chè Moretto non si ferma sempre coi Turchi: ma per certi puntigli di parlamento e di obbedienza attacca pur briga co' Cristiani. Prima nelle acque di Candia sequestra una nave veneziana del capitan Bernardi; e non la rilascia se non dopo aver costretto il medesimo Bernardi a chiedergli scusa, e a dargli notizie precise intorno alle galèe turchesche della guardia di Rodi. Indi vira a ponente verso la Morèa, e sotto la fortezza di Modone blocca una galera algerina diretta a Costantinopoli con un messaggero di quel Re; e intanto si piglia uno schirazzo di gran valuta col carico di panni scarlatti. Alla Cefalonia investe sull'áncora due galeoni che il governatore Mustaffaràn teneva in punto per mandare alle Gerbe carichi di grano in dono a Dragut; ed egli ne fa ricatto verso Nizza. A largo mare per tre giorni e tre notti continue combatte altri due bastimenti, e li fa suoi.Non lascia a quando a quando di pigliar terra, di fare e ricevere saluti, e di rinnovare le provvigioni, sempre che incontra porti e amici. Nella città di Bugia, tenuta in Africa dagli Spagnuoli, siede invitato a desco dal governatore don Luigi di Peralta: a Tripoli di Barberia, presidiata allora dai Cavalieri gerosolimitani, cena col balì Pietro Nugnez di Herrera: in Malta bacia le mani al Grammaestro: e finalmente di ritorno a Nizza, entra nel porto con pubblica festa, acclamato dal popolo, per avere guadagnato nel corso di un anno, e di parte sua, trentamiladucati tra legni, prigioni, merci e danaro; liberati ottanta Cristiani dalla schiavitù, e portato in trionfo armi, cannoni e bandiere nemiche[489]. Una sola eccezione trovo a tanti favori di grandi personaggi e di cospicue città: il modesto magistrato del porto di Cotrone in Calabria mette in sequestro le prede del capitan Moretto, accusandolo di correre il mare in busca di ogni roba, tanto di amici che di nemici[490]. Della sua bravura mi sento sicuro: non così della delicatezza. Parmi avere innanzi risuscitato il capitan Angelo Morosini da Scio, da Siena, da Venezia, da Roma, e dal ceppo di Famagosta.Negli anni seguenti deve aver fatto, poco più poco meno, l'istessa vita; ma non trovo io un altro Salazar che me la conti: però mi taccio. Solamente posso asserire che, per la sua bravura entrato in grazia di Leone Strozzi, mutò partito e bandiera[491]: divenne nemico degli Spagnuoli, combattè in favore dei Francesi, e finalmente restò con Piero Strozzi capitano di una delle quattro galèe dal detto Piero portate seco in Civitavecchia, dove lo trovo al soldo di Paolo IV per la guerra di Campagna[492].XVIII.[Ottobre 1556.]XVIII. — Se non che nel mese d'ottobre del cinquantasei il capitan Moretto si trovava affatto malcontento degli Strozzi, e disgustato della sua ventura. Tutti sanno le strettezze dell'erario camerale nel periodo della guerra di Campagna, e ne fa ricordo l'istesso cardinal Pallavicino, citando le parole di quello che chiama suo caro e virtuoso amico, Pietro Nores: parole allora manoscritte negli archivî, ed ora pubblicate per le stampe, e continuamente da me ancora allegate[493]. Però non è da meravigliare nè sul sottile del ritardo alle paghe dei capitani della marina, nè sul grosso del corruccio nel Moretto: uomo da non vivere contento a tasche vuote. Di più egli si diceva creditore di altre somme verso gli Strozzi per ragione dei suoi stipendî decorsi. E mettendo tutto insieme nella disperazione di essere altrimenti pagato, stabilì di impadronirsi della galèa, e di fuggirsene per compenso con quella.Facilissima l'esecuzione del disegno, come sarebbe gittarsi a precipizio quinci in giù. Egli aveva il comandonelle mani, e quasi tutti gli ufficiali, marinari e soldati di sua scelta, concittadini ed amici. Alla prima occasione di uscir dal porto, prese il vento, e via a golfo lanciato infino al golfo di Villafranca[494]. Là, uomo astutissimo, presentò al conte di Fruzasco, novello governatore di Nizza, le ragioni della sua innocenza e dei suoi diritti. Pentito, diceva, di aver lasciato la bandiera del proprio principe, offeso a bastanza da quel taccagno dello Strozzi, facesse per gran mercè il Fruzasco di rimetterlo nella grazia del Duca suo natural signore, e vedrebbe portenti di fedeltà, vedrebbe fioritura di provincie, scuole di nautica, ricchezza di corso, gloria di nizzardi, e marineria militare: proprio ciò che unicamente mancava alla prosperità del paese, ed all'altezza del Duca.Il Governatore nuovo di cotesti maneggi, e i terrazzani vecchi amici del Moretto, menarono buone le sue parole, accettarono i servigî, presero le sue parti, e gli resero le patenti e le bandiera. Il duca istesso Emmanuele Filiberto da Brusselle, dove era capitan generale delle armi per Filippo II, scriveva al Fruzasco, sotto la data del ventitrè di dicembre del cinquantasei, in questa sentenza[495]: «Del capitan Moretto, per le persuasioni ed esortazioni vostre, ci contentiamo di perdonargli e di riceverlo in nostra gratia, e di ritirarlo in servitio nostro con quelle conditioni, soldo e stipendio, che Voi e Leyny concerterete seco, a più nostro beneficio, tirandolo a quello manco si potrà[496]. Con questo però che egli si obblighi di stare a ragione pel conto della galera,quando fosse ricercato dal maresciallo Strozzi[497]. E perchè scrivete che è uomo da fare servitii assai, et che ha il modo di farlo, in caso che Leyny non abbia bisogno dell'opera sua nella fabbrica della darsena di Villafranca, lo manderete insin qua da Noi per intendere più cose, massime del modo di armare altre galere: e potrà lasciare il governo di sua galera al prefato Leyny, sotto descritione di inventario. Et per sicurezza sua havemo ottenuto da Sua Maestà che egli possa andare, stare e ritornare con detta galera et genti in tutti i porti, mari e stati di Sua Maestà, la quale per questo effetto manda e scrive al principe Doria, generale del mare[498], che debba fargli il salvacondotto per essere di carico suo; et scrive eziandio all'ambasciator Figueroa di favorirlo ed ajutarlo; sicchè bisognerà per questo indirizzarsi a loro.» Dunque alla fine del cinquantasei il Moretto aveva assettato bene le sue faccende dalla parte di là: rimesso in grazia, preso al soldo, fornito di patente, acconcio di bandiera, e ammesso col salvacondotto in tutti i porti del Re, per la Spagna, l'Italia e l'Africa.Prevalendosi tantosto di queste concessioni, e prima di gittarsi randagio appresso al Duca per le Fiandre, o di mettersi marangone per le acque a cavargli le darsene, pensò a rimpinzare la borsa: e per questo subito entrato il cinquantasette si volse colla galera e con tutti i suoi alla buona ventura contro i Turchi, secondo il solito pei mari di Levante, facendo in Malta la prima scala, accoltovi con gran dimostrazione di favore e di grazia dai Cavalieri, dal Grammaestro e da tutto il Convento.XIX.[Gennajo 1557.]XIX. — Per questo Piero Strozzi, offeso nell'interesse, nell'autorità e nell'onore, dette nelle furie. E fittosi in capo di voler ricuperare la galèa, ed appiccare il Moretto alla lanterna di Civitavecchia, persuase il Papa, che di questo insulto, se si lasciasse impunito, scapiterebbe nell'onor suo, nella dignità della Sede apostolica, nella sicurezza dei suoi porti: citò gli esempî precedenti contro la temerità dei Doria e degli Sforza, e strinse tutti gli argomenti, secondo l'indole delle persone e dei tempi. In somma ottenne ciò che volle, quanto al fine; e riservossi la scelta dei mezzi per condurre una trama da soddisfare fino all'eccesso ad una incerta giustizia.Sapeva il maresciallo del viaggio impreso dal Moretto, della sua passata per Malta, e de' suoi disegni in Levante. Perciò fece venire a Roma il capitano Pietro Fouroux provenzale, che comandava un'altra di quelle galere: e dategli a voce le istruzioni occorrenti intorno alla cattura del Moretto e del naviglio, con lettere pressantissime firmate dal Papa, lo mandò a Malta sotto bandiera pontificia, come se dovesse andare al corso contro gl'infedeli. Ed ecco entrare in lizza il Fouroux annoverato ugualmente tra i nostri venturieri. Ma ponete mente ai fatti del capitan Flaminio Orsini, che non si impaccia di cotesti intrighi, e riserba il senno e la spada a più degne imprese. Alla quale saviezza il cardinal Farnese per la penna di Annibal Caro rende onorevole testimonianza, mostrandocelo destro, come era, nello schermirsi dalle confuse brighe[499].Il Fouroux, ben accolto in Malta da quei Signori, facilmente trovò la compagnia di un'altra galèa appartenente al giovane cavaliere fra Francesco di Lorena, fratello minore del duca di Guisa e gran priore di Francia, comandata da fra Antonio d'Aumale, soprannomato Nancei. Con essi s'intese per andare al corso di conserva. Ma il secreto disegno del Fouroux non era di cercare i Turchi per quei mari, sì bene seguire soltanto le tracce del Moretto; del quale continuamente pei porti e dai naviganti pigliava lingua; e trovava pur sempre sue buone ragioni per condurre i Lorenesi più tosto a questa che ad ogni altra parte che fosse. Tanto meglio che Francesco, per rispetto alla bandiera del Papa, gli si era gentilmente sottoposto, e gli dava la destra, e nel navigare gli si teneva sottovento; quantunque il Fouroux nascondesse ad arte più che poteva lo stendardo delle Chiavi, e in quella vece sfoggiasse di croci bianche e di stendardi rossi, insegne notissime dei Gerosolimitani, dicendo volersi uniformare con quelle, e rendersi più formidabile ai pirati[500]. Lusingava l'amor proprio del compagno; e ne tirava l'effetto consueto degli elogi creduti sinceri.In somma non andò molto per le riviere levantine in questo modo cercando, ed incontrossi col Moretto. E questi che già prima aveva riconosciuto da lungi agli stendardi e all'andamento i supposti amici, non che mettersi in fuga, si fece volenteroso incontro a loro, desiderando cavarne notizie di ponente, ed anche all'occorrenzabuona compagnia. Venuto da presso, strinse le vele, sparò la salva; ed essendogli stato corrisposto, mise in mare lo schifo, e mosse subito verso quella galèa dove era il Fouroux, parendogli al certissimo superiore pel posto di sopravvento che teneva, e pel contegno del saluto. Il Moretto veniva lieto con bel garbo e brioso a cattivarsi la benevolenza del comandante: e il Fouroux stava co' suoi di guardia per pigliarlo al primo abbordo[501]. Detto e fatto: a pena ebbe sgambettata la scala, e come si fu tirato giù il cappello alla spalliera, una diecina di marinari gli saltavano addosso, e Fouroux lo faceva condurre dabbasso in catena. Al tempo stesso (tutto concertato) prolungandosi a contrabbordo sulla galèa Moretta, se ne impadroniva con tanta franchezza, che i Maltesi, i Lorenesi, e quasi gli stessi Nizzardi non se ne erano accorti. Tanto vale la sorpresa sottilmente condotta, quando altri non l'aspetta!XX.[2 febbrajo 1557.]XX. — L'arduo punto adunque è superato, la galèa fuggitiva ripresa, e il rapitore in prigione. Ma non istà tutto qui. La cattura del Moretto ha ad essere tra i principi cristiani quel che si dice nelle favole dell'aureo pomo tra i numi. E la prima questione deve cominciare qui subito in mezzo al mare tra il cavalier Francesco e il capitan Pietro, chiedendo quegli ragione all'altro della fede violata con tanto spregio, senza metterlo a parte de' suoi disegni; anzi servendosi di lui come di zimbello nella caccia, al fine di allettare l'avversario. E giàFrancesco di Lorena metteasi in punto d'investire Pietro di Provenza per ricattare a libertà il Moretto ben conosciuto da lui e da tutti i Maltesi, e munito di amplissime commendatizie dal Grammaestro. Certo così avrebbe fatto, anche a costo di un combattimento, se il Fouroux non gli si fosse raccomandato, mostrandogli l'ordine esplicito che di ciò aveva dal Papa. Nondimeno Francesco e i suoi vollero solenne promessa dal medesimo Fouroux di tornare incontanente colle tre galèe a Malta; e di rimettersi colà, senza altre frodolenze, alla decisione del Grammaestro e del suo Consiglio.Con questo le tre galèe volsero a Malta: e alli due di febbrajo del cinquantasette, per volontà del Principe entrarono nel porto grande della città, dove subito subito tutto il Convento fu sossopra. Il priore di Francia e il cavalier d'Aumale non volevano scrupoli sulla coscienza, nè onta all'onore, nè taccia di traditori, nè macchie di sangue pel supplizio d'un uomo preso con inganno all'ombra del loro stendardo al fine di condurlo altrove a morte ignominiosa. Gli altri Cavalieri, secondo i diversi partiti, propugnavano diverse sentenze: chi voleva impiccato il ladro per vendetta dell'oltraggio fatto al Papa, al re Enrico e a Piero Strozzi; chi domandava la libertà di un capitano valoroso, e munito di patenti e commendatizie dal re di Spagna, dal duca di Savoja e dal principe Doria; patenti riconosciute già e accettate per valide in Malta. Il vecchio Grammaestro tentennava: consapevole degli umori boglienti dei suoi Cavalieri, temeva di offendere, e non sapeva chi scegliere tra Francia e Spagna, tra Roma e Savoja: pigliava tempo. E intanto il Moretto, che capiva il grandissimo suo pericolo, e che era stato un po' francese e un po' spagnuolo, parlava le due lingue secondo il genio di ciascuno. Appellava all'onore, chiedeva protezione, scrivevamemoriali, non rifiniva di toccare i tasti più delicati, se pur gli venisse fatto di uscirne vivo.[Marzo 1557.]Divulgatasi poi la cattura del Moretto e la questione del Fouroux, come se tutto il precedente fosse nulla, crebbero a doppio i fastidî, e sbucarono da ogni parte i creditori contro l'uno e contro l'altro. I Signori veneziani, per conto del capitan Bernardi e di altrettali, chiedevano il compenso dei danni patiti dal Moretto, ed a sicurezza dei crediti il sequestro della galèa, dei beni e della persona. Molti altri al modo stesso ricorrevano contro il Fouroux, protestando angherie, e chiedendo danari, Marin de Luca ragusèo, Niccolò Piccaluga sciotto, Antonio Cassigero siciliano, Pietro e Giovanni Lomellini del Campo, Antonio Giustiniani, ed altri mercadanti genovesi e levantini da lui medesimo danneggiati nelle precedenti scorrerie; tanto che bisognò imprigionare anche il Fouroux, e mettere eziandio il sequestro sull'altra galèa[502]. Cose di piccolo momento sembran queste, ma ove andassero neglette ne patirebbe discapito la storia, la cui integrità deriva dai fatti di ogni maniera, tanto grandiosi, che minuti. In questo modo l'hanno intesa i classici latini e greci e di tutte le nazioni, infino al Bartoli e al Colletta, per non dir più. Senza fatti non v'ha certezza nè ragionamento di cause e di effetti, di conseguenze e di principî: in somma sui fatti e non sulle nuvole poggia la filosofia della storia. Io non mi appello a situazioni, come dicono, fatali; nè seguo la forza ignota del destino, nè mi lascio menare da arcane necessità preesistenti. Vado coll'italica scuola sperimentale, e soffio sulle nebbie del settentrione. Sembrano alte lenubi, pajon sublimi; ma tornano vuote, come ognun sa pel fatto d'Issione. Senza confonderci nei vani amplessi, tutto si spiega lucidamente quando si intende con chiarezza. Mettete insieme la verità dei fatti, la giustizia de' diritti, la legge di natura, il giuoco delle passioni e l'ordine dei tempi, e voi avrete senza tanti stenti i principî e le conseguenze, i motivi e gli ostacoli, le cause e gli effetti: in somma avrete tutto il raziocinio, e compiuta la filosofia della storia. Ora ci vediamo crescere innanzi il potere e l'accentramento dei principî, e cadere tutto in un fascio il sistema dei baroni, dei comuni e dei venturieri per terra e per mare. Sappiamo che la fine deve rispondere all'alterazione del principio: quindi dobbiamo vedere la caduta dei baroni per la grandezza delle soperchierie, la fine dei comuni per la universale corruzione, e similmente la fine dei venturieri per la stranezza delle avventure. Dunque volendo chiarire a me stesso e ai lettori il principio e la fine di costoro, raccolgo gli strani successi dell'ultimo capitano di ventura, come ho fatto pei primi: e scendo a tutti quei particolari che ne hanno a decidere la sorte, e che a niun'altra storia forse meglio che alla mia possono convenire. Qualche schifiltoso parla di fatterelli. Io dico tanto necessaria allo storico la cura dei particolari, quanto al pittore la sottile macinatura dei colori; e quanto al naturalista il minuto conto dei micrometri. Trovo nel Pallavicino l'istesso concetto, quando scrive[503]: «Essere in ciò simigliante la fisica in formare le sue posizioni, e l'istoria le sue narrazioni: che l'una il fa col riscontro di molti effetti, e l'altra di molti detti.» Il Cardinale, come savio, non intende di detti vuoti e vani, ma rispondenti a fatti positivi ed importanti, cosìgrandi come piccoli nella loro specie. Tutto il criterio di chi studia sta nel coglierne il valore, non ostante la piccolezza; e nel trovare il legame dei principî e delle conseguenze. Così pure colle parole e coi fatti ne insegnò quel grande filosofo italiano, cui la caduta d'un sassolino dalla torre, e l'oscillazione d'una lampada nella chiesa (minutissime osservazioni, da niun altro prima curate), dettero argomento per determinare le leggi della gravitazione, e per condurre nuove teorie dalle pietruzze e dalle lampade infino agli astri.XXI.[Aprile 1557.]XXI. — Ora al minuto del caso nostro cresceranno gravità le richieste e le minacce contradittorie dei principi maggiori e minori. Il duca di Savoja scrive al Grammaestro che liberi incontanente il Moretto, rispetti la sua bandiera e le proprietà de' sudditi suoi: altrimenti il sequestro sopra tutti i beni dell'Ordine gerosolimitano negli stati ducali. Il re Filippo di Spagna aggiugne che l'isola di Malta non è stata infeudata ai Cavalieri per favorire i nemici della corona, o per opprimere gli amici: mettano subito in libertà il Moretto, o si aspettino quel che si deve ai ribelli; e intanto abbiano la disdetta sulle tratte dei grani della Sicilia. Il principe Doria rappresenta che la patente del Moretto, spedita dal conte di Fruzasco, porta la conferma e sottoscrizione sua: dunque si rispetti. Altrimenti sequestri, confische e rappresaglie. Son forse tritumi cotesti?Dall'altra parte il re di Francia ordina e comanda severissima punizione contro il fellone, notoriamente reo di oltraggi e di rapine ai danni della regia armata, del maresciallo Strozzi e della santa Sede: guai se lo lasciano fuggire, guai se non sia restituita la galèa con tutto il corredo! Il Papa più d'ogni altro insiste conmessaggi e brevi, dicendo, dovergli essere il reggimento di Malta, come di Ordine religioso, più di ogni altro soggetto: quindi senza replica e senza dilazione il Grammaestro e il consiglio obbediscano. Mandino a Civitavecchia sotto buona scorta il Moretto, il Fouroux, le due galere, e tutte le attenenze, carte e processi. Altrimenti ostilità e censure.[16 maggio 1557.]I tribunali lavoravano, i secretarî componevano, gli ambasciatori andavano e venivano, e finalmente ai sedici di maggio Pandolfo Strozzi, monsù de Carses, e Maffeo Boniperto secretario intimo del cardinal Caraffa, partivano con due galere da Civitavecchia per Malta a pigliar la consegna delle persone e delle cose richieste dal Papa[504]. I Cavalieri, posti, come è chiaro e come tutti diciamo, tra l'uscio e il muro, presero la via di mezzo: cioè consegnarono il Fouroux, la sua galera, e tutti gli atti dei tribunali maltesi contro di lui; di che non trovo più traccia. Quanto all'altro, implorarono una breve dilazione a fine di dar parte del successo al re di Spagna. Con questa intelligenza gli inviati del cardinal Caraffa se ne tornarono verso Roma alli quattordici di giugno; e ai diciotto di agosto dell'anno stesso l'infelice Claudio della Sengle, grammaestro di Malta, afflitto al sommo da tante contradizioni, improvvisamente se ne moriva.[17 settembre 1557.]Succedutogli il celebre cavalier Giovanni della Valletta, e venendogli di Roma richieste sempre più insistenti, e di Spagna minacce sempre più pressanti, pro e contra, se ne uscì con un'altra misura di mezzo. Scrisse al cardinal Caraffa di non potersi assumere lamalleveria del ritorno nel viaggio marittimo del Moretto: però mandasse gente di sua fiducia a pigliare e a scortare quel che voleva. Dall'altra parte fece sapere al prigioniero che si terrebbero chiusi gli occhi sopra i fatti suoi. Costui che non aveva mai lasciato di fare sottilissime pratiche, trovò finalmente una porta aperta alla prigione, e una fregata forestiera alla riva. Fuggì a salvamento in Sicilia[505].[Maggio 1558.]Per conclusione veniamo agli ultimi due successi dell'intricatissimo negozio. Nel maggio del cinquantotto il capitan Filippo Orsini da Vicovaro con una galèa di Civitavecchia ritornò a Malta, grandemente onorato da quei signori. Fece un processo informativo intorno alla fuga del Moretto, prese la consegna della galèa controversa, e di tutte le attenenze, prede e scritture, da essere presentate ai tribunali di Roma. La destrezza, la grazia e le concilianti maniere di Filippo, il quale seppe rendersi accetto a tutti i contendenti, calmarono gli sdegni già stanchi[506]. E il Moretto, tornato in Nizza ai servigi del Duca, non lasciò mai più di rimestare nel senato della contèa la lite contro i Cavalieri pel rifacimento dei danni; ascendenti, secondo suoi calcoli, a un tesoro: tanto che per sentenza di quei giudici cadde il sequestro reale sui beni dell'Ordine gerosolimitano negli stati di Emmanuele Filiberto. Così durarono per sette anni, cioè infino alla morte del Moretto,avvenuta nel 1564. Allora soltanto finirono i litigi con uno strumento di transazione, e duemila ducati d'oro pagati in saldo di ogni pretensione dai Cavalieri agli eredi suoi[507]. Chi potrà mai più volersi mettere per allievo in quella scuola, sulle orme del Moretto e del Fouroux? Ecco la conseguenza che io posso trarre, senza punto dilungarmi dalla mia marina. Finisce con loro l'ardito e sciolto mestiero: e chiunque dappoi vorrà tenere galèe armate di sua proprietà, e' sarà più tosto legato al soldo, che non libero alla ventura.XXII.[1 giugno 1558.]XXII. — Felice presagio il non aver trovato di mezzo a queste vicende il rispettabil nome di Flaminio Orsini, protagonista del libro presente: nome giustamente tenuto in serbo per tornare da quinci innanzi onorato nella maggiore e finale impresa contro i pirati.Durante l'infausta guerra di Campagna, Flaminio erasi limitato strettamente al dover suo: difendere la città marittima, e governar le galèe camerali. Commissioni ambedue fedelmente eseguite. Ora egli co' suoi ufficiali si dispone alle ultime prove in campo più degno contro Dragut, che ci ritorna dinanzi.Il terribile pirata, del quale più volte abbiamo favellato, ed altresì promesso in alcun luogo di dirne l'origine, ebbe i natali da povero pastore in un paesello della Caria rimpetto a Rodi, chiamato Montisceli: nome di patria, col quale più spesso lo incontriamo nella sua prima ed oscura gioventù. Preso per fante e allevato da un bombardiere ottomano, che di là passava per andare in Egitto, crebbe eccellente nel maneggio delle artiglierie; e come tale entrò nella società dei pirati egiziani raccolti alle Gerbe, luogo molto acconcio ai loro disegni,per la sicurezza della stallia, e per l'abbondanza della panatica. Fece parte col Giudèo per una quarta di un piccolo brigantino, che in pochi viaggi fu tutto suo. Indi armò una galeotta maggiore, divenne amico di Barbarossa, ottenne carichi principali nella armata di Solimano, comparve di vanguardia alla Prèvesa, e levossi tanto alto da mettere insieme venticinque e trenta bastimenti da remo, coi quali scorreva da padrone pel Mediterraneo[508]. La sua storia sarebbe finita alla Girolata, dove fu preso da Giannettino e dall'Orsino, se il principe Doria non lo avesse liberato[509]. Dopo quel tempo divenne più fiero e potente: ed essendo morti il Giudèo e Barbarossa e gli altri della seconda quadriglia, toccò a lui il principato della terza con Morat, Scirocco e Luccialì. Occupò per tradimento la città di Afrodisio, e se ne fece tiranno: venne, per mantenerla, a quelle prove che abbiamo vedute nel settimo libro; e per vendetta delle perdite cacciò da Tripoli i Cavalieri di Malta, padroni già da vent'anni della piazza, ove pose la sua residenza principale. Là per concessione di Solimano alla morte repentina in que' giorni di Morat-Agà, prese il titolo di Sangiacco, come dire in nostra favella gonfaloniere, governatore e principe. Tutti i suoi passaggi suonano spaventosi per fatti crudeli a rovina di Cristianiper terra e per mare. Ai Veneziani, oltre infiniti danni di navigli da carico, predò cinque galere armate, non ostante la tregua solennemente pattuita con Solimano[510]. In Malta sbarcò più volte, e dal Gozzo in una notte prese e menò via quasi tutto il popolo. Non parlo di insulti sulle riviere di Italia, perchè non vi è luogo aperto da Reggio a Sorrento, ed oltre infino a Rapallo, che non sia stato messo da lui a ruba e a fiamme. Prese al vecchio Doria sette galere nelle acque di Ponza; altrettante ne acquistò di Sicilia, uccidendovi il generale; una di Malta predò a Pozzuolo, carica di danari: leggiamo lo stesso e peggio pei lidi di Spagna, e talvolta anche di Francia.Uomo cupo e di poche parole, non ha lasciato ricordo de' suoi detti, se non pel brevissimo dialogo col cavaliere della Valletta, altrove riferito; e pel colloquio con monsignor Caracciolo vescovo di Catania, cui concesse il riscatto per tremila ducati, sotto giuramento di pagare il doppio se mai gli avvenisse di esser fatto papa.Dei suoi pensieri e del suo ingegno nelle strategie pronte ed astute, e nei calcoli degli effetti lontani, fanno fede tutte le opere della sua vita. Ma tra i suoi ripieghi sublimissimo e da essere sempre ricordato quello che con piena riuscita eseguì alle Gerbe sul lido della Cantèra, quando nell'estate del cinquantuno, bloccato con forze maggiori dal vecchio Doria, lo lasciò da lungi confuso e beffato alla guardia di una ventina di vecchie tende tanè, incavalcate all'uso marinaresco sulle grabbie, che parevano bastimenti a scioverno; mentre esso carrucolando le sue galeotte usciva libero di là sotto per uncanale che aveva con pertinace lavoro cavato di notte tra le sabbie, infino a sboccare in mare dall'altra parte dell'isola, due chilometri lontano[511].I tratti della sua fisonomia ci restano scolpiti al vivo sul metallo di una medaglia, nella quale Andrea Doria per la mano maestra di Giovannangelo Montorsoli fece ritrarre sè stesso nel diritto, e nel rovescio il suo prigioniero[512]. Andrea comparisce a capo nudo, col nome in giro, il tosone al collo, il serpentello abbasso, e il tridente marino a tergo, senza dimenticare il titolo di Padre della patria. L'aspetto di lui torna simile a quanto ne abbiamo di bellissimo ricordo in bronzo, in marmo e in tela[513]. L'immagine scolpita sul rovescio non porta nè scrittura nè nome: ma l'Olivieri, l'Avignone, e tutti ormai convengono nel riconoscervi il busto di Dragut[514]. Egli ha intorno al campo quattro catene, allacciateda altrettante maniglie, a tergo la galeotta piratica, e sulla spalla la mazzetta ed i ceppi: simboli certamente allusivi a famoso prigioniero barbaresco, che non può essere altri da Dragut infuori. Ed io tanto più me ne persuado, che, avuti in mano i bellissimi esemplari della medaglia, custoditi in Roma negli stipetti di casa Doria; e riguardata attentamente quella bella testa d'uomo in sui trent'anni, non ho visto il rigonfio del tipo africano, nè lo smilzo dell'arabo, nè il paffuto del turco; sì bene le forme gentili del greco asiatico, donde era Dragut: forme che ancor durano nei nativi del paese. Cranio rotondo, chioma folta a crespe naturali, collo carnoso, poca barba, labbra strette, naso perfettissimo, pomelli rilevati, liscia la pelle, e l'occhio fisso; indicio dell'animo facilmente volto dalle cose sensibili ai pensieri trascendenti nell'ordine del suo mestiere.XXIII.[13 giugno 1558.]XXIII. — Quell'occhio per questi tempi tutto affissavasi verso la Francia. Dopo il rovescio del Sanquintino, e per conseguenza della guerra infelice contro la Spagna, di là vagheggiava il richiamo e l'occasione di acquistarsi in Italia altre ricchezze e meriti maggiori[515]. E così fu: chè re Enrico, trovandosi al disotto, non volle mancare di equilibrarsi col consueto contrappeso dei Turchi; ed ebbe in suo ajuto l'armata di Costantinopoli e le squadre di Barberia, agli ordini dal pascià Pialì e dal sangiacco Dragut. Costoro con centoventi galèe,e molti altri legni da carico, pigliarono un'altra volta e bruciarono Reggio. Indi dalle Eolie gittatisi nel golfo di Salerno, ebbero Sorrento e Massa, e disertarono il paese infine alla torre del Greco, menandone maschi e femmine, contadini e signori, a migliaja. Dragut gli spartiva, o donava a questi e a quelli, o li mandava a vendere in Africa[516]. Da Piombino scrissero a Genova, mettendo alla scelta di quei Signori la pace o la guerra. Ciò s'intende alla maniera dei Turchi: come dire pace a prezzo vergognoso, guerra a oltranza barbarica. I Genovesi mandarono danari e vittuaglie; e gli Ottomani passarono oltre in Provenza[517].[21 settembre 1558.]Là successe, e al fermo non poteva mancare, lo screzio tra le albagìe francesi e le avarizie musulmane. I barbari disgustati del re Enrico, se ne andarono a menare il randello sui paesi del re Filippo. Gran rovina per le marine di Spagna, e principalmente nell'isola di Minorica, dove stettero a ricovero: e finalmente carichi di preda e di schiavi cristiani se ne tornarono ai loro paesi.Dragut principalissimo conduttore della tregenda, più che mai tronfio, raccolse in Tripoli lo squadrone de' satelliti; e con essi celebrò feste strepitose in dispregio del nome cristiano. Le quali ingiurie, per le lettere dei prigionieri ripetute e diffuse in Europa, non è a dire quanto incitassero gli animi dei popoli a chiederne giusta vendetta per riscattare i perduti, e per affrancare tutti gli altri dalle minacce e dagli insulti dei ribaldi. Nè andò guari che si cominciò a trattare da senno la pace tra Francia e Spagna. Primo già tra i rivali in pace perpetua si pose quel Carlo, di cui abbiamo tante volte favellato, e dobbiamo ora ricordarne (per accomiatarci da lui) il giorno della morte, avvenuta nel suo ritiro addì ventuno di settembre[518]. Poi Filippo ed Arrigo, tediati e stanchi dei marziali travagli, e più quest'ultimo più volte rotto infino a Gravelinga, si accordarono per una tregua, che alla fine si ridusse a solenne trattato di pace, col nome del castello Cambrese, dove addì tre aprile del cinquantanove fu sottoscritta[519].[18 agosto 1559.]Sciolto adunque il re Filippo da ogni altro impaccio, e sollecitato dai clamori dei sudditi, deliberò l'impresa di Tripoli contro Dragut; ed ebbe da papa Paolo conforti e promesse di ajuti per la spedizione ardentemente dall'uno e dall'altro e da tutti desiderata[520]. Ma poi quasi improvvisamente venuto Paolo a morte il diciottodi agosto, pei tumulti susseguenti ogni cosa restò sospesa; ed i più si condolevano pur di questo, temendo non forse lo stendardo papale avesse a restar fuori della grande raunanza che si apparecchiava.XXIV.[Settembre 1559.]XXIV. — Se non che il collegio dei Cardinali nella sede vacante, non volendo mancare agl'impegni del Pontefice defunto, ed alle pressanti richieste del re Filippo, confermò al capitan Flaminio Orsini il governo della squadra; e gli commise di mettersi in punto per essere a Tripoli cogli altri[521]. Flaminio, come tutti i capitani solerti e prodi, aveva bene in assetto i suoi legni; e specialmente leggiadra sopra qualunque altra galèa, di scolture, d'intagli e di dorature adorna e bellissima la Capitana, dove esso risiedeva[522]. Nè meno corredate e forti le due conserve; l'una a carico del prode giovane Galeazzo Farnese, e l'altra del veterano Filippo Orsini da Vicovaro. Di Filippo si è fatta menzione più volte al tempo della guerra di Afrodisio, e nei diversi successi delle galere di Carlo Sforza e di OrazioFarnese[523], insino all'ultimo e recente periodo del capitan Moretto in Malta, dove esso colla grazia e saviezza sua stralciò gli estremi viluppi nell'intrigato affare del Venturiero[524]. I genealogisti per loro solito non dicono sillaba di lui[525]. E ne perderebbe ogni traccia chi non sapesse il costume di quel tempo di chiamare anche i grandi signori col nome del feudo, anzi che con quello della famiglia: dicevano, per esempio, di Vicovaro a Filippo; come di Cere, di Pitigliano, di Nola, e simili, dicevano agli altri Signori della istessa e numerosa famiglia.Presso a poco mi accade altrettanto parlando dell'altro romano Galeazzo Farnese, quarto discendente in linea retta dal fratello maggiore di Paolo III. Mettete in men d'un secolo quattro generazioni, e presto intenderete che Galeazzo, di Pierbertoldo, di Galeazzo primo, di Pierbertoldo primo, e di Bartolommeo (stipite dei signori di Latera), doveva essere ben giovane di circa vent'anni: e ciò per evidente ragione naturale, corroborata dalla testimonianzaconcorde degli scrittori contemporanei, a dispetto dei genealogisti seguenti[526]. Ai quali ora per l'appunto mi conviene opporre un'altra recente e non sospetta eccezione, venutami da Livorno per la stampa di Milano, quasi in risposta alle mie ricerche intorno ai più negletti dei nostri capitani, come in alcun luogo qui addietro ho promesso di ricordare colla dovuta gratitudine[527]. Ecco le parole del Guerrazzi per quanto basta al presente proposito, senza precipitare le notizie dei successi futuri[528]. «Sopra la galèa capitana del Papa, governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali.... si rammenta Galeazzo Farnese, nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia, più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, il cui caso pieno di pietà come mi riusci grato raccogliere, così non mi sarà grave raccontare.» Vedremo il resto, e adesso attendiamo all'Odorici, il quale nei supplementi al Litta, facendo i conti sulle spalle del nonno, ci darebbeil nipote per decrepito nella presente spedizione delle Gerbe[529]. Non così il Salazar che, distinguendo meglio le quattro generazioni, e i due Galeazzi, avo e nipote, parla di quest'ultimo nella forma che segue[530]: «Galeazzo, secondo di questo nome, e diciannovesimo signore di Farnese, nipote del primo Galeazzo, segnalossi grandemente nella milizia; e dopo impiegato alcun tempo nei primi studî dell'arte, servì Filippo secondo[531], l'anno 1560, alla giornata delle Gerbe, nella quale cadde prigioniero, essendo ancora tanto giovane che Mambrino Roseo lo chiama Nobile giovanetto. Ricuperata la libertà continuossi nella gloriosa professione delle armi, donde col suo ingegno e studio cavò tal frutto, che nell'anno 1571 ottenne dai Veneziani il generalato delle loro milizie in Dalmazia. Colà fu maestro a Mario suo minor fratello, e poi in Napoli tolse per moglie la nobilissima Lucrezia Tomacelli, zia di quella principessa che con lostesso nome portò l'eredità dei Tomacelli in casa Colonna, maritandosi a don Filippo duca di Tagliacozzo.» In somma la prima spedizione del giovane Galeazzo viene segnata alle Gerbe; ed il primo tirocinio della marineria infin dai teneri anni vuolsi ricercare sulle galèe della sua famiglia, e sotto la direzione de' suoi cugini Orazio Farnese e Carlo Sforza, ricordati nei libri precedenti come capitani marittimi, e come possessori di bastimenti militari di loro proprietà.Di che avendo detto altrove a sufficenza per gli Sforzeschi, ma non egualmente pei Farnesiani, quando mi stringeva il bisogno di avacciare in mezzo alle furie delle congiure e delle vendette, ora qui sembrami migliore partito il compiere con qualche documento che torni al proposito, e comprovi il magisterio domestico del giovane e valoroso Farnese. Ecco in lingua volgare l'atto di vendita delle quattro galere della famiglia: originale documento e raro, che ora mi dice bene a ripieno, intanto che lenta lenta si apparecchia nel Regno la spedizione per l'Africa[532]:«MDXLVadjXXIIIdi ottobre.»Per il magnifico signor Paulo Pietro Guidi, presidente della camera ducale di Piacenza et Parma, et Jo. Batista Liberati thexoriero et maestro dellentrate ducali predette si vendino quattro galere del signor duca di Piacenza et Parma allo illustrissimo signor Gio. Luigi del Fièsco con li capitoli, patti, et conventioni infracripte. Et primo.»Per sua Eccellenza diano et vendino le dette quattro galere, cioè la Capitana, la Victoria, SantaCatherina[533], et la Padrona, di quella qualità et sorte che sono, et con robbe, fornimenti, schiavi et forzati justa lo inventario, fatto per messer Pietro Ceuli agente di sua Eccellenza e per messer Anton Maria Marano agente del predetto signor Conte, quale inventario sarà inserto qui di questo tenore, cioè[534]:»Intendendo però che li forzati condemnati a tempo li si danno co la conditione che l'ha sua Eccellenza; et de detto inventario se habbino da diminuire forzati venticinque in circa liberati da Sua Santità dopo fatto detto inventario, et forzati venticinque in circa quali sono delli heredi del quondam capitanio Bartolomeo Pereto da Talamone[535]; et mancando il numero di essi forzati et schiavi, supplirà sua Eccellenza oltre il sopraddetto numero di cinquanta in circa.»Et più sua Eccellenza farà che Sua Santità condurrà tre de dette galere al stipendio della Camera apostolica per dui anni, et al predetto signor Conte darà il luogho che tenea l'illustrissimo signor Horatio suo figliuolo in dette galere, intendendo che il soldo[536]de dette tre galere incominci in persona del sopraddetto signor Conte dal dì della consegna de dette galere, ancora che non fosse fatto il contratto colla Camera apostolica, et non prima.»Et il soprascritto signor Conte promette per la compera et prezzo di dette quattro galere pagare a sua Eccellenza, o a chi Lei ordinerà, scudi trentaquattromilia d'oro in oro d'Italia daccordo, da pagarli nelli infrascritti modi et termini, cioè il terzo alla consegnia di esse galere, l'altro terzo alla festa della Natività di Nostro Signor de lanno 1546, et l'altro terzo et ultimo alla 'ltra Natività di Nostro Signor de lanno 1547. Prometendo essi S. al p.º S.[537]de evictione in forma per detta vendita in nome di sua Eccellenza.»Et il predetto signor Conte in observatione delle predette cose sè et suoi beni presenti et futuri et in particolare per detti due terzi che resterà esso signor Conte, cioè di scudi ventiduemillia seicento sessantasei et dui terzi di scudo, dico scudi 22666-2/3, obbliga et ypoteca in spetie et particolarmente il luogho o vero castello di Calestano di parmegiana con sue jurisditioni, et pertinentie, intrate, et tutte et singole raggioni et actioni, et farà che l'illustrissimo signor Hieronimo suo fratello secondo et padrono desso Castello et luogho ratificarà la presente obbligagione per istrumento in forma amplissima, fra detto termine della consegna da farsi di dette galere, et di più darà idonea cautione oltra detto castello et come di sopra ad ogni simplice requisitione di sua Eccellenza per quella somma et quantità che a sua Eccellenza parerà, dando ex nunc. us.[538]licentia passato detto primo termine e non pagando la detta summa a sú Eccellenza, di pigliarsi la possessione di esso castello et uts. di sua propria autorità, et in quello stare, vendere, alienare, contrahere, et distrahere, come meglio parerà a sua Eccellenza, et innanziqualunque extimatione et liquidatione da esser fatta. Intendendo che in caso che sua Eccellenza pigliassi detto possesso di detto luogho, et sua Eccellenza ni cavassi li proventi et frutti, che non si possono compensare ni la sorte principale.»Costituendosi fra tanto detto signor Conte per sè et per suo fratello tenere et possedere detto luogho a nome di sua Eccellenza, et il medesimo s'intenda per gli altri termini, obbligando sè et soi beni in amplissima forma della Camera apostolica, et così giurano le parti le predette cose vere et attenderle et observarle volendo che sestenda al cossiglio di sup. forma amplissima.
Dunque non verso la metà del secolo passato, ma nel mezzo al cinquecento la rotta del Tevere già era successa tra il capo Duerami, la rôcca d'Ostia e la torre Bovacciana, come dura infino al presente. Di più il fatto dicevasi nuovo, la strada abbreviata, trasferita la guardia; e così per altri dieci anni, finchè (fabbricato più giù nel basso Tevere il fortino di san Michele) Pio V con un'altra costituzione, ricordando questi fatti medesimi, non ebbevi trasferito la guardia, il tiro e i proventi[479]. Laonde avendo piena certezza degli estremi, perchè nel cinquantasei il Tevere lambiva le mura ed entrava neifossi della rôcca d'Ostia, come risulta dalla pienezza dei fatti e delle testimonianze dell'assedio; e trovandosi con altrettanta dimostrazione di certezza subito dopo allontanato con tutto il letto per mille metri; sarebbe impossibile supporre nel breve intervallo tanta grande novità nella enorme massa di real fiume altrimenti che per la forza della straordinaria alluvione nell'anno intermedio, e nel giorno preciso che veniva in Roma la certezza della pace conclusa a Cave.
La seconda memoria, e più strettamente connessa col trattato medesimo, da niuno avvertita, è il finale tracollo in Italia della baronia armata. I feudatari corsero l'ultima lancia nella guerra di Campagna, e non risalirono mai più a cavallo, fiaccati e sbalorditi a un tempo, e con un sol colpo, dagli amici e dai nemici. Imperciocchè ai sovrani, desiderosi di concentrare il comando nelle loro mani, secondo l'opinione prevalente appo tutti nel secolo decimosesto, sapendo male della potenza feudale, venne finalmente il destro di opprimerla, e non vollero mancare alla buona ventura. La prima questione, dopo quella del Regno, era stata nella guerra il feudo di Paliano, e le convenienze del duca precedente Marcantonio Colonna, e del duca novello Giovanni Caraffa: questi barone napolitano in guerra contro il Re, quegli barone romano in guerra contro il Papa. Ora dai capitoli di Cave resta esplicitamente escluso proprio questo feudo principale, ed ambedue i pretendenti con pochi riguardi messi da parte; dove in tutti gli altri simili trattati pei tempi anteriori erano stati sempre compresi. Si sa che alcun temperamento doveva essere nelle convenzioni secrete: ma queste non troppo limpide, e lasciate nel profondo del petto ai contraenti. In somma Paolo voleva le mani spiccie per punire quando che fosse i Colonnesi, e per abbattere con loro gli altri baroni: ma decrepitonon ebbe il tempo, prevenuto dalla morte nel biennio[480]. Filippo al contrario giovane nel lungo regno, cupamente dissimulando, aspettò il tempo delle sue vendette: e spense nelle grandi casate napolitane ogni vanto di passati armamenti ed ogni ticchio di futuri[481]. Egli con doppio trattato e per ordini secreti ed opposti tra l'ordinario e lo straordinario suo ambasciatore, tuffò tutto insieme il sistema feudale nel sangue di casa Caraffa, del Duca e del Cardinale, che per compenso di questa guerra volle non guari dopo versato sotto la stretta del carnefice[482].
Dunque l'ultima comparsa della baronia in gran frotta di regnicoli, di statisti, e di altre province in più centinaja fra maggiori e minori, armati alla testa deiproprî vassalli, viene nella guerra di Campagna; e il primo trattato di pace che non comprende la grazia dei baroni, sta in quello di Cave. Indi in poi non vedremo più nelle storie nè i grandi difetti, nè le magnanime prodezze dei feudatari. Essi perderanno a poco a poco le fortezze e i cannoni, resteranno contenti di nomi e di titoli, andranno pei giardini e pei teatri, patiranno di splene e di vertigini. Dagli alti spiriti di generoso sangue se ne togli la forza e la sapienza, tu vi metti la follìa. Non tanto le singole parti di una sola giornata, quanto due lunghi secoli in un giorno solo tratteggiò e corresse pel suo tempo il Parini.
[1556-57.]
XVII. — Mi sono ben guardato in questo scabroso intervallo della mia storia dal crescere fastidio a me stesso ed ai lettori col seguire passo passo le continue navigazioni del capitan Flaminio e delle sue galèe da Civitavecchia a Marsiglia, e viceversa, menando e rimenando soldati, capitani, ambasciatori, convogli per tutte quelle seguenze di alterne fazioni che vanno sempre simili in questa fatta guerre[483]. Talvolta ancora gli bisognò mostrare i denti, senza però venire alle strette, contro le galere di Napoli, che ad ogni occasione propizia uscivano di Gaeta, e venivano a minacciare sulla nostra spiaggia, ed anche alla vista dei porti[484]. Ora però liberato da ogni altro pensiero, e desideroso di far vie meglio conoscerel'accorgimento di Flaminio e le vicende dei marinari nel secolo decimosesto, devo dire di uno importante avvenimento successo qui tra noi ad una delle nostre galere, durante la guerra. Potremo adesso intendere altresì come nel medesimo tempo e per le stesse ragioni finiscono i baroni in terra ed i venturieri in mare.
Avevamo fin dal principio, come ho detto, una quindicina di galere; e tra esse quattro di Piero Strozzi, già tenute dal celebre Lione Strozzi, suo fratello, con un certo capitan Giovanni Moretti, nativo di Villafranca nel contado di Nizza. Ho pur detto che non si vuol confondere questo nizzardo coll'altro Moretto calabrese, capitano altrettanto noto di cavalleggieri al soldo di Spagna. Ora aggiungo che, a volergli trovare un termine di paragone, più simile nei fatti personali che nei nomi appellativi, bisogna ricordare col presente Moretto il trapassato Morosini, che ebbe la mala paga dai Genovesi in Famagosta, come altrove ho narrato[485]. Pari nell'uno e nell'altro l'ardimento, pari l'arte marinaresca, pari l'avversione ai pirati, e insieme pari in ambedue la cupidigia, e lo stesso desiderio di coprirsi sotto la bandiera papale. Il Morosini entrò nella prima categoria dei capitani di ventura, il Moretto ne chiude l'ultimo periodo. La ruota della fortuna volge nell'istesso verso per mare e per terra; e quando è finito il loro tempo arrovescia insieme i baroni e i venturieri per le campagne e per le marine.
La prima comparsa del capitan Moretto nell'anno del giubileo passa col titolo di corsaro, sotto bandiera di Savoja, accreditato dalle patenti del duca Carlo a correre il mare per suo conto contro Turchi e contro Francesi[486].Sciolse da Nizza in compagnia di suo fratello, chiamato Melchiorre di Belmonte, e di un prode gentiluomo per nome Pierone Foresta, con una sola galèa di sua proprietà, nuova, forte e bella; fornita di eccellenti artiglierie da ponte e da sbarco, remigata a scaloccio dalla numerosa ciurma di trecento schiavi turchi e prigionieri francesi, e armata con centosessanta uomini da combattere[487]. Costui si pose al gran corso sul mare, e in pochi mesi girò quasi tutte le riviere dei Turchi in Europa e in Africa, traendo da ogni parte prede a suo modo. Eccone un saggio. Va a Bona, spiega bandiera e lingua francese, entra nel porto, invita a desinare una dozzina di Turchi dei principali, e se li porta via col boccone in bocca. A Bugia sottomette una galeotta piratica, e ne libera una quindicina di Cristiani. Alle Seccagne piglia prigioni diversi pescatori di corallo. Presso Tagiora dà la caccia ad alcuni piccoli bastimenti, e si accosta tanto vicino al lido, che a colpi d'archibuso ammazza cavalli e cavalieri concorsi sulla riva contro di lui. Al Cembalo si attacca con una nave di millecinquecento salme[488], armata di dieci cannoni, e difesa da sessanta Turchi:la combatte sempre da lato per tutta la notte, e finalmente se la piglia la mattina, non restatevi più che tre persone vive, due Turchi e un Ebrèo. A capo Matapan piglia all'arrembaggio due vascelli carichi di grano: passa a fil di spada chi resiste, e manda tutto il carico e i legni marinati a Palermo. Indi sottomette uno schirazzo ottomano di ottocento salme.
Andiamo innanzi, chè Moretto non si ferma sempre coi Turchi: ma per certi puntigli di parlamento e di obbedienza attacca pur briga co' Cristiani. Prima nelle acque di Candia sequestra una nave veneziana del capitan Bernardi; e non la rilascia se non dopo aver costretto il medesimo Bernardi a chiedergli scusa, e a dargli notizie precise intorno alle galèe turchesche della guardia di Rodi. Indi vira a ponente verso la Morèa, e sotto la fortezza di Modone blocca una galera algerina diretta a Costantinopoli con un messaggero di quel Re; e intanto si piglia uno schirazzo di gran valuta col carico di panni scarlatti. Alla Cefalonia investe sull'áncora due galeoni che il governatore Mustaffaràn teneva in punto per mandare alle Gerbe carichi di grano in dono a Dragut; ed egli ne fa ricatto verso Nizza. A largo mare per tre giorni e tre notti continue combatte altri due bastimenti, e li fa suoi.
Non lascia a quando a quando di pigliar terra, di fare e ricevere saluti, e di rinnovare le provvigioni, sempre che incontra porti e amici. Nella città di Bugia, tenuta in Africa dagli Spagnuoli, siede invitato a desco dal governatore don Luigi di Peralta: a Tripoli di Barberia, presidiata allora dai Cavalieri gerosolimitani, cena col balì Pietro Nugnez di Herrera: in Malta bacia le mani al Grammaestro: e finalmente di ritorno a Nizza, entra nel porto con pubblica festa, acclamato dal popolo, per avere guadagnato nel corso di un anno, e di parte sua, trentamiladucati tra legni, prigioni, merci e danaro; liberati ottanta Cristiani dalla schiavitù, e portato in trionfo armi, cannoni e bandiere nemiche[489]. Una sola eccezione trovo a tanti favori di grandi personaggi e di cospicue città: il modesto magistrato del porto di Cotrone in Calabria mette in sequestro le prede del capitan Moretto, accusandolo di correre il mare in busca di ogni roba, tanto di amici che di nemici[490]. Della sua bravura mi sento sicuro: non così della delicatezza. Parmi avere innanzi risuscitato il capitan Angelo Morosini da Scio, da Siena, da Venezia, da Roma, e dal ceppo di Famagosta.
Negli anni seguenti deve aver fatto, poco più poco meno, l'istessa vita; ma non trovo io un altro Salazar che me la conti: però mi taccio. Solamente posso asserire che, per la sua bravura entrato in grazia di Leone Strozzi, mutò partito e bandiera[491]: divenne nemico degli Spagnuoli, combattè in favore dei Francesi, e finalmente restò con Piero Strozzi capitano di una delle quattro galèe dal detto Piero portate seco in Civitavecchia, dove lo trovo al soldo di Paolo IV per la guerra di Campagna[492].
[Ottobre 1556.]
XVIII. — Se non che nel mese d'ottobre del cinquantasei il capitan Moretto si trovava affatto malcontento degli Strozzi, e disgustato della sua ventura. Tutti sanno le strettezze dell'erario camerale nel periodo della guerra di Campagna, e ne fa ricordo l'istesso cardinal Pallavicino, citando le parole di quello che chiama suo caro e virtuoso amico, Pietro Nores: parole allora manoscritte negli archivî, ed ora pubblicate per le stampe, e continuamente da me ancora allegate[493]. Però non è da meravigliare nè sul sottile del ritardo alle paghe dei capitani della marina, nè sul grosso del corruccio nel Moretto: uomo da non vivere contento a tasche vuote. Di più egli si diceva creditore di altre somme verso gli Strozzi per ragione dei suoi stipendî decorsi. E mettendo tutto insieme nella disperazione di essere altrimenti pagato, stabilì di impadronirsi della galèa, e di fuggirsene per compenso con quella.
Facilissima l'esecuzione del disegno, come sarebbe gittarsi a precipizio quinci in giù. Egli aveva il comandonelle mani, e quasi tutti gli ufficiali, marinari e soldati di sua scelta, concittadini ed amici. Alla prima occasione di uscir dal porto, prese il vento, e via a golfo lanciato infino al golfo di Villafranca[494]. Là, uomo astutissimo, presentò al conte di Fruzasco, novello governatore di Nizza, le ragioni della sua innocenza e dei suoi diritti. Pentito, diceva, di aver lasciato la bandiera del proprio principe, offeso a bastanza da quel taccagno dello Strozzi, facesse per gran mercè il Fruzasco di rimetterlo nella grazia del Duca suo natural signore, e vedrebbe portenti di fedeltà, vedrebbe fioritura di provincie, scuole di nautica, ricchezza di corso, gloria di nizzardi, e marineria militare: proprio ciò che unicamente mancava alla prosperità del paese, ed all'altezza del Duca.
Il Governatore nuovo di cotesti maneggi, e i terrazzani vecchi amici del Moretto, menarono buone le sue parole, accettarono i servigî, presero le sue parti, e gli resero le patenti e le bandiera. Il duca istesso Emmanuele Filiberto da Brusselle, dove era capitan generale delle armi per Filippo II, scriveva al Fruzasco, sotto la data del ventitrè di dicembre del cinquantasei, in questa sentenza[495]: «Del capitan Moretto, per le persuasioni ed esortazioni vostre, ci contentiamo di perdonargli e di riceverlo in nostra gratia, e di ritirarlo in servitio nostro con quelle conditioni, soldo e stipendio, che Voi e Leyny concerterete seco, a più nostro beneficio, tirandolo a quello manco si potrà[496]. Con questo però che egli si obblighi di stare a ragione pel conto della galera,quando fosse ricercato dal maresciallo Strozzi[497]. E perchè scrivete che è uomo da fare servitii assai, et che ha il modo di farlo, in caso che Leyny non abbia bisogno dell'opera sua nella fabbrica della darsena di Villafranca, lo manderete insin qua da Noi per intendere più cose, massime del modo di armare altre galere: e potrà lasciare il governo di sua galera al prefato Leyny, sotto descritione di inventario. Et per sicurezza sua havemo ottenuto da Sua Maestà che egli possa andare, stare e ritornare con detta galera et genti in tutti i porti, mari e stati di Sua Maestà, la quale per questo effetto manda e scrive al principe Doria, generale del mare[498], che debba fargli il salvacondotto per essere di carico suo; et scrive eziandio all'ambasciator Figueroa di favorirlo ed ajutarlo; sicchè bisognerà per questo indirizzarsi a loro.» Dunque alla fine del cinquantasei il Moretto aveva assettato bene le sue faccende dalla parte di là: rimesso in grazia, preso al soldo, fornito di patente, acconcio di bandiera, e ammesso col salvacondotto in tutti i porti del Re, per la Spagna, l'Italia e l'Africa.
Prevalendosi tantosto di queste concessioni, e prima di gittarsi randagio appresso al Duca per le Fiandre, o di mettersi marangone per le acque a cavargli le darsene, pensò a rimpinzare la borsa: e per questo subito entrato il cinquantasette si volse colla galera e con tutti i suoi alla buona ventura contro i Turchi, secondo il solito pei mari di Levante, facendo in Malta la prima scala, accoltovi con gran dimostrazione di favore e di grazia dai Cavalieri, dal Grammaestro e da tutto il Convento.
[Gennajo 1557.]
XIX. — Per questo Piero Strozzi, offeso nell'interesse, nell'autorità e nell'onore, dette nelle furie. E fittosi in capo di voler ricuperare la galèa, ed appiccare il Moretto alla lanterna di Civitavecchia, persuase il Papa, che di questo insulto, se si lasciasse impunito, scapiterebbe nell'onor suo, nella dignità della Sede apostolica, nella sicurezza dei suoi porti: citò gli esempî precedenti contro la temerità dei Doria e degli Sforza, e strinse tutti gli argomenti, secondo l'indole delle persone e dei tempi. In somma ottenne ciò che volle, quanto al fine; e riservossi la scelta dei mezzi per condurre una trama da soddisfare fino all'eccesso ad una incerta giustizia.
Sapeva il maresciallo del viaggio impreso dal Moretto, della sua passata per Malta, e de' suoi disegni in Levante. Perciò fece venire a Roma il capitano Pietro Fouroux provenzale, che comandava un'altra di quelle galere: e dategli a voce le istruzioni occorrenti intorno alla cattura del Moretto e del naviglio, con lettere pressantissime firmate dal Papa, lo mandò a Malta sotto bandiera pontificia, come se dovesse andare al corso contro gl'infedeli. Ed ecco entrare in lizza il Fouroux annoverato ugualmente tra i nostri venturieri. Ma ponete mente ai fatti del capitan Flaminio Orsini, che non si impaccia di cotesti intrighi, e riserba il senno e la spada a più degne imprese. Alla quale saviezza il cardinal Farnese per la penna di Annibal Caro rende onorevole testimonianza, mostrandocelo destro, come era, nello schermirsi dalle confuse brighe[499].
Il Fouroux, ben accolto in Malta da quei Signori, facilmente trovò la compagnia di un'altra galèa appartenente al giovane cavaliere fra Francesco di Lorena, fratello minore del duca di Guisa e gran priore di Francia, comandata da fra Antonio d'Aumale, soprannomato Nancei. Con essi s'intese per andare al corso di conserva. Ma il secreto disegno del Fouroux non era di cercare i Turchi per quei mari, sì bene seguire soltanto le tracce del Moretto; del quale continuamente pei porti e dai naviganti pigliava lingua; e trovava pur sempre sue buone ragioni per condurre i Lorenesi più tosto a questa che ad ogni altra parte che fosse. Tanto meglio che Francesco, per rispetto alla bandiera del Papa, gli si era gentilmente sottoposto, e gli dava la destra, e nel navigare gli si teneva sottovento; quantunque il Fouroux nascondesse ad arte più che poteva lo stendardo delle Chiavi, e in quella vece sfoggiasse di croci bianche e di stendardi rossi, insegne notissime dei Gerosolimitani, dicendo volersi uniformare con quelle, e rendersi più formidabile ai pirati[500]. Lusingava l'amor proprio del compagno; e ne tirava l'effetto consueto degli elogi creduti sinceri.
In somma non andò molto per le riviere levantine in questo modo cercando, ed incontrossi col Moretto. E questi che già prima aveva riconosciuto da lungi agli stendardi e all'andamento i supposti amici, non che mettersi in fuga, si fece volenteroso incontro a loro, desiderando cavarne notizie di ponente, ed anche all'occorrenzabuona compagnia. Venuto da presso, strinse le vele, sparò la salva; ed essendogli stato corrisposto, mise in mare lo schifo, e mosse subito verso quella galèa dove era il Fouroux, parendogli al certissimo superiore pel posto di sopravvento che teneva, e pel contegno del saluto. Il Moretto veniva lieto con bel garbo e brioso a cattivarsi la benevolenza del comandante: e il Fouroux stava co' suoi di guardia per pigliarlo al primo abbordo[501]. Detto e fatto: a pena ebbe sgambettata la scala, e come si fu tirato giù il cappello alla spalliera, una diecina di marinari gli saltavano addosso, e Fouroux lo faceva condurre dabbasso in catena. Al tempo stesso (tutto concertato) prolungandosi a contrabbordo sulla galèa Moretta, se ne impadroniva con tanta franchezza, che i Maltesi, i Lorenesi, e quasi gli stessi Nizzardi non se ne erano accorti. Tanto vale la sorpresa sottilmente condotta, quando altri non l'aspetta!
[2 febbrajo 1557.]
XX. — L'arduo punto adunque è superato, la galèa fuggitiva ripresa, e il rapitore in prigione. Ma non istà tutto qui. La cattura del Moretto ha ad essere tra i principi cristiani quel che si dice nelle favole dell'aureo pomo tra i numi. E la prima questione deve cominciare qui subito in mezzo al mare tra il cavalier Francesco e il capitan Pietro, chiedendo quegli ragione all'altro della fede violata con tanto spregio, senza metterlo a parte de' suoi disegni; anzi servendosi di lui come di zimbello nella caccia, al fine di allettare l'avversario. E giàFrancesco di Lorena metteasi in punto d'investire Pietro di Provenza per ricattare a libertà il Moretto ben conosciuto da lui e da tutti i Maltesi, e munito di amplissime commendatizie dal Grammaestro. Certo così avrebbe fatto, anche a costo di un combattimento, se il Fouroux non gli si fosse raccomandato, mostrandogli l'ordine esplicito che di ciò aveva dal Papa. Nondimeno Francesco e i suoi vollero solenne promessa dal medesimo Fouroux di tornare incontanente colle tre galèe a Malta; e di rimettersi colà, senza altre frodolenze, alla decisione del Grammaestro e del suo Consiglio.
Con questo le tre galèe volsero a Malta: e alli due di febbrajo del cinquantasette, per volontà del Principe entrarono nel porto grande della città, dove subito subito tutto il Convento fu sossopra. Il priore di Francia e il cavalier d'Aumale non volevano scrupoli sulla coscienza, nè onta all'onore, nè taccia di traditori, nè macchie di sangue pel supplizio d'un uomo preso con inganno all'ombra del loro stendardo al fine di condurlo altrove a morte ignominiosa. Gli altri Cavalieri, secondo i diversi partiti, propugnavano diverse sentenze: chi voleva impiccato il ladro per vendetta dell'oltraggio fatto al Papa, al re Enrico e a Piero Strozzi; chi domandava la libertà di un capitano valoroso, e munito di patenti e commendatizie dal re di Spagna, dal duca di Savoja e dal principe Doria; patenti riconosciute già e accettate per valide in Malta. Il vecchio Grammaestro tentennava: consapevole degli umori boglienti dei suoi Cavalieri, temeva di offendere, e non sapeva chi scegliere tra Francia e Spagna, tra Roma e Savoja: pigliava tempo. E intanto il Moretto, che capiva il grandissimo suo pericolo, e che era stato un po' francese e un po' spagnuolo, parlava le due lingue secondo il genio di ciascuno. Appellava all'onore, chiedeva protezione, scrivevamemoriali, non rifiniva di toccare i tasti più delicati, se pur gli venisse fatto di uscirne vivo.
[Marzo 1557.]
Divulgatasi poi la cattura del Moretto e la questione del Fouroux, come se tutto il precedente fosse nulla, crebbero a doppio i fastidî, e sbucarono da ogni parte i creditori contro l'uno e contro l'altro. I Signori veneziani, per conto del capitan Bernardi e di altrettali, chiedevano il compenso dei danni patiti dal Moretto, ed a sicurezza dei crediti il sequestro della galèa, dei beni e della persona. Molti altri al modo stesso ricorrevano contro il Fouroux, protestando angherie, e chiedendo danari, Marin de Luca ragusèo, Niccolò Piccaluga sciotto, Antonio Cassigero siciliano, Pietro e Giovanni Lomellini del Campo, Antonio Giustiniani, ed altri mercadanti genovesi e levantini da lui medesimo danneggiati nelle precedenti scorrerie; tanto che bisognò imprigionare anche il Fouroux, e mettere eziandio il sequestro sull'altra galèa[502]. Cose di piccolo momento sembran queste, ma ove andassero neglette ne patirebbe discapito la storia, la cui integrità deriva dai fatti di ogni maniera, tanto grandiosi, che minuti. In questo modo l'hanno intesa i classici latini e greci e di tutte le nazioni, infino al Bartoli e al Colletta, per non dir più. Senza fatti non v'ha certezza nè ragionamento di cause e di effetti, di conseguenze e di principî: in somma sui fatti e non sulle nuvole poggia la filosofia della storia. Io non mi appello a situazioni, come dicono, fatali; nè seguo la forza ignota del destino, nè mi lascio menare da arcane necessità preesistenti. Vado coll'italica scuola sperimentale, e soffio sulle nebbie del settentrione. Sembrano alte lenubi, pajon sublimi; ma tornano vuote, come ognun sa pel fatto d'Issione. Senza confonderci nei vani amplessi, tutto si spiega lucidamente quando si intende con chiarezza. Mettete insieme la verità dei fatti, la giustizia de' diritti, la legge di natura, il giuoco delle passioni e l'ordine dei tempi, e voi avrete senza tanti stenti i principî e le conseguenze, i motivi e gli ostacoli, le cause e gli effetti: in somma avrete tutto il raziocinio, e compiuta la filosofia della storia. Ora ci vediamo crescere innanzi il potere e l'accentramento dei principî, e cadere tutto in un fascio il sistema dei baroni, dei comuni e dei venturieri per terra e per mare. Sappiamo che la fine deve rispondere all'alterazione del principio: quindi dobbiamo vedere la caduta dei baroni per la grandezza delle soperchierie, la fine dei comuni per la universale corruzione, e similmente la fine dei venturieri per la stranezza delle avventure. Dunque volendo chiarire a me stesso e ai lettori il principio e la fine di costoro, raccolgo gli strani successi dell'ultimo capitano di ventura, come ho fatto pei primi: e scendo a tutti quei particolari che ne hanno a decidere la sorte, e che a niun'altra storia forse meglio che alla mia possono convenire. Qualche schifiltoso parla di fatterelli. Io dico tanto necessaria allo storico la cura dei particolari, quanto al pittore la sottile macinatura dei colori; e quanto al naturalista il minuto conto dei micrometri. Trovo nel Pallavicino l'istesso concetto, quando scrive[503]: «Essere in ciò simigliante la fisica in formare le sue posizioni, e l'istoria le sue narrazioni: che l'una il fa col riscontro di molti effetti, e l'altra di molti detti.» Il Cardinale, come savio, non intende di detti vuoti e vani, ma rispondenti a fatti positivi ed importanti, cosìgrandi come piccoli nella loro specie. Tutto il criterio di chi studia sta nel coglierne il valore, non ostante la piccolezza; e nel trovare il legame dei principî e delle conseguenze. Così pure colle parole e coi fatti ne insegnò quel grande filosofo italiano, cui la caduta d'un sassolino dalla torre, e l'oscillazione d'una lampada nella chiesa (minutissime osservazioni, da niun altro prima curate), dettero argomento per determinare le leggi della gravitazione, e per condurre nuove teorie dalle pietruzze e dalle lampade infino agli astri.
[Aprile 1557.]
XXI. — Ora al minuto del caso nostro cresceranno gravità le richieste e le minacce contradittorie dei principi maggiori e minori. Il duca di Savoja scrive al Grammaestro che liberi incontanente il Moretto, rispetti la sua bandiera e le proprietà de' sudditi suoi: altrimenti il sequestro sopra tutti i beni dell'Ordine gerosolimitano negli stati ducali. Il re Filippo di Spagna aggiugne che l'isola di Malta non è stata infeudata ai Cavalieri per favorire i nemici della corona, o per opprimere gli amici: mettano subito in libertà il Moretto, o si aspettino quel che si deve ai ribelli; e intanto abbiano la disdetta sulle tratte dei grani della Sicilia. Il principe Doria rappresenta che la patente del Moretto, spedita dal conte di Fruzasco, porta la conferma e sottoscrizione sua: dunque si rispetti. Altrimenti sequestri, confische e rappresaglie. Son forse tritumi cotesti?
Dall'altra parte il re di Francia ordina e comanda severissima punizione contro il fellone, notoriamente reo di oltraggi e di rapine ai danni della regia armata, del maresciallo Strozzi e della santa Sede: guai se lo lasciano fuggire, guai se non sia restituita la galèa con tutto il corredo! Il Papa più d'ogni altro insiste conmessaggi e brevi, dicendo, dovergli essere il reggimento di Malta, come di Ordine religioso, più di ogni altro soggetto: quindi senza replica e senza dilazione il Grammaestro e il consiglio obbediscano. Mandino a Civitavecchia sotto buona scorta il Moretto, il Fouroux, le due galere, e tutte le attenenze, carte e processi. Altrimenti ostilità e censure.
[16 maggio 1557.]
I tribunali lavoravano, i secretarî componevano, gli ambasciatori andavano e venivano, e finalmente ai sedici di maggio Pandolfo Strozzi, monsù de Carses, e Maffeo Boniperto secretario intimo del cardinal Caraffa, partivano con due galere da Civitavecchia per Malta a pigliar la consegna delle persone e delle cose richieste dal Papa[504]. I Cavalieri, posti, come è chiaro e come tutti diciamo, tra l'uscio e il muro, presero la via di mezzo: cioè consegnarono il Fouroux, la sua galera, e tutti gli atti dei tribunali maltesi contro di lui; di che non trovo più traccia. Quanto all'altro, implorarono una breve dilazione a fine di dar parte del successo al re di Spagna. Con questa intelligenza gli inviati del cardinal Caraffa se ne tornarono verso Roma alli quattordici di giugno; e ai diciotto di agosto dell'anno stesso l'infelice Claudio della Sengle, grammaestro di Malta, afflitto al sommo da tante contradizioni, improvvisamente se ne moriva.
[17 settembre 1557.]
Succedutogli il celebre cavalier Giovanni della Valletta, e venendogli di Roma richieste sempre più insistenti, e di Spagna minacce sempre più pressanti, pro e contra, se ne uscì con un'altra misura di mezzo. Scrisse al cardinal Caraffa di non potersi assumere lamalleveria del ritorno nel viaggio marittimo del Moretto: però mandasse gente di sua fiducia a pigliare e a scortare quel che voleva. Dall'altra parte fece sapere al prigioniero che si terrebbero chiusi gli occhi sopra i fatti suoi. Costui che non aveva mai lasciato di fare sottilissime pratiche, trovò finalmente una porta aperta alla prigione, e una fregata forestiera alla riva. Fuggì a salvamento in Sicilia[505].
[Maggio 1558.]
Per conclusione veniamo agli ultimi due successi dell'intricatissimo negozio. Nel maggio del cinquantotto il capitan Filippo Orsini da Vicovaro con una galèa di Civitavecchia ritornò a Malta, grandemente onorato da quei signori. Fece un processo informativo intorno alla fuga del Moretto, prese la consegna della galèa controversa, e di tutte le attenenze, prede e scritture, da essere presentate ai tribunali di Roma. La destrezza, la grazia e le concilianti maniere di Filippo, il quale seppe rendersi accetto a tutti i contendenti, calmarono gli sdegni già stanchi[506]. E il Moretto, tornato in Nizza ai servigi del Duca, non lasciò mai più di rimestare nel senato della contèa la lite contro i Cavalieri pel rifacimento dei danni; ascendenti, secondo suoi calcoli, a un tesoro: tanto che per sentenza di quei giudici cadde il sequestro reale sui beni dell'Ordine gerosolimitano negli stati di Emmanuele Filiberto. Così durarono per sette anni, cioè infino alla morte del Moretto,avvenuta nel 1564. Allora soltanto finirono i litigi con uno strumento di transazione, e duemila ducati d'oro pagati in saldo di ogni pretensione dai Cavalieri agli eredi suoi[507]. Chi potrà mai più volersi mettere per allievo in quella scuola, sulle orme del Moretto e del Fouroux? Ecco la conseguenza che io posso trarre, senza punto dilungarmi dalla mia marina. Finisce con loro l'ardito e sciolto mestiero: e chiunque dappoi vorrà tenere galèe armate di sua proprietà, e' sarà più tosto legato al soldo, che non libero alla ventura.
[1 giugno 1558.]
XXII. — Felice presagio il non aver trovato di mezzo a queste vicende il rispettabil nome di Flaminio Orsini, protagonista del libro presente: nome giustamente tenuto in serbo per tornare da quinci innanzi onorato nella maggiore e finale impresa contro i pirati.
Durante l'infausta guerra di Campagna, Flaminio erasi limitato strettamente al dover suo: difendere la città marittima, e governar le galèe camerali. Commissioni ambedue fedelmente eseguite. Ora egli co' suoi ufficiali si dispone alle ultime prove in campo più degno contro Dragut, che ci ritorna dinanzi.
Il terribile pirata, del quale più volte abbiamo favellato, ed altresì promesso in alcun luogo di dirne l'origine, ebbe i natali da povero pastore in un paesello della Caria rimpetto a Rodi, chiamato Montisceli: nome di patria, col quale più spesso lo incontriamo nella sua prima ed oscura gioventù. Preso per fante e allevato da un bombardiere ottomano, che di là passava per andare in Egitto, crebbe eccellente nel maneggio delle artiglierie; e come tale entrò nella società dei pirati egiziani raccolti alle Gerbe, luogo molto acconcio ai loro disegni,per la sicurezza della stallia, e per l'abbondanza della panatica. Fece parte col Giudèo per una quarta di un piccolo brigantino, che in pochi viaggi fu tutto suo. Indi armò una galeotta maggiore, divenne amico di Barbarossa, ottenne carichi principali nella armata di Solimano, comparve di vanguardia alla Prèvesa, e levossi tanto alto da mettere insieme venticinque e trenta bastimenti da remo, coi quali scorreva da padrone pel Mediterraneo[508]. La sua storia sarebbe finita alla Girolata, dove fu preso da Giannettino e dall'Orsino, se il principe Doria non lo avesse liberato[509]. Dopo quel tempo divenne più fiero e potente: ed essendo morti il Giudèo e Barbarossa e gli altri della seconda quadriglia, toccò a lui il principato della terza con Morat, Scirocco e Luccialì. Occupò per tradimento la città di Afrodisio, e se ne fece tiranno: venne, per mantenerla, a quelle prove che abbiamo vedute nel settimo libro; e per vendetta delle perdite cacciò da Tripoli i Cavalieri di Malta, padroni già da vent'anni della piazza, ove pose la sua residenza principale. Là per concessione di Solimano alla morte repentina in que' giorni di Morat-Agà, prese il titolo di Sangiacco, come dire in nostra favella gonfaloniere, governatore e principe. Tutti i suoi passaggi suonano spaventosi per fatti crudeli a rovina di Cristianiper terra e per mare. Ai Veneziani, oltre infiniti danni di navigli da carico, predò cinque galere armate, non ostante la tregua solennemente pattuita con Solimano[510]. In Malta sbarcò più volte, e dal Gozzo in una notte prese e menò via quasi tutto il popolo. Non parlo di insulti sulle riviere di Italia, perchè non vi è luogo aperto da Reggio a Sorrento, ed oltre infino a Rapallo, che non sia stato messo da lui a ruba e a fiamme. Prese al vecchio Doria sette galere nelle acque di Ponza; altrettante ne acquistò di Sicilia, uccidendovi il generale; una di Malta predò a Pozzuolo, carica di danari: leggiamo lo stesso e peggio pei lidi di Spagna, e talvolta anche di Francia.
Uomo cupo e di poche parole, non ha lasciato ricordo de' suoi detti, se non pel brevissimo dialogo col cavaliere della Valletta, altrove riferito; e pel colloquio con monsignor Caracciolo vescovo di Catania, cui concesse il riscatto per tremila ducati, sotto giuramento di pagare il doppio se mai gli avvenisse di esser fatto papa.
Dei suoi pensieri e del suo ingegno nelle strategie pronte ed astute, e nei calcoli degli effetti lontani, fanno fede tutte le opere della sua vita. Ma tra i suoi ripieghi sublimissimo e da essere sempre ricordato quello che con piena riuscita eseguì alle Gerbe sul lido della Cantèra, quando nell'estate del cinquantuno, bloccato con forze maggiori dal vecchio Doria, lo lasciò da lungi confuso e beffato alla guardia di una ventina di vecchie tende tanè, incavalcate all'uso marinaresco sulle grabbie, che parevano bastimenti a scioverno; mentre esso carrucolando le sue galeotte usciva libero di là sotto per uncanale che aveva con pertinace lavoro cavato di notte tra le sabbie, infino a sboccare in mare dall'altra parte dell'isola, due chilometri lontano[511].
I tratti della sua fisonomia ci restano scolpiti al vivo sul metallo di una medaglia, nella quale Andrea Doria per la mano maestra di Giovannangelo Montorsoli fece ritrarre sè stesso nel diritto, e nel rovescio il suo prigioniero[512]. Andrea comparisce a capo nudo, col nome in giro, il tosone al collo, il serpentello abbasso, e il tridente marino a tergo, senza dimenticare il titolo di Padre della patria. L'aspetto di lui torna simile a quanto ne abbiamo di bellissimo ricordo in bronzo, in marmo e in tela[513]. L'immagine scolpita sul rovescio non porta nè scrittura nè nome: ma l'Olivieri, l'Avignone, e tutti ormai convengono nel riconoscervi il busto di Dragut[514]. Egli ha intorno al campo quattro catene, allacciateda altrettante maniglie, a tergo la galeotta piratica, e sulla spalla la mazzetta ed i ceppi: simboli certamente allusivi a famoso prigioniero barbaresco, che non può essere altri da Dragut infuori. Ed io tanto più me ne persuado, che, avuti in mano i bellissimi esemplari della medaglia, custoditi in Roma negli stipetti di casa Doria; e riguardata attentamente quella bella testa d'uomo in sui trent'anni, non ho visto il rigonfio del tipo africano, nè lo smilzo dell'arabo, nè il paffuto del turco; sì bene le forme gentili del greco asiatico, donde era Dragut: forme che ancor durano nei nativi del paese. Cranio rotondo, chioma folta a crespe naturali, collo carnoso, poca barba, labbra strette, naso perfettissimo, pomelli rilevati, liscia la pelle, e l'occhio fisso; indicio dell'animo facilmente volto dalle cose sensibili ai pensieri trascendenti nell'ordine del suo mestiere.
[13 giugno 1558.]
XXIII. — Quell'occhio per questi tempi tutto affissavasi verso la Francia. Dopo il rovescio del Sanquintino, e per conseguenza della guerra infelice contro la Spagna, di là vagheggiava il richiamo e l'occasione di acquistarsi in Italia altre ricchezze e meriti maggiori[515]. E così fu: chè re Enrico, trovandosi al disotto, non volle mancare di equilibrarsi col consueto contrappeso dei Turchi; ed ebbe in suo ajuto l'armata di Costantinopoli e le squadre di Barberia, agli ordini dal pascià Pialì e dal sangiacco Dragut. Costoro con centoventi galèe,e molti altri legni da carico, pigliarono un'altra volta e bruciarono Reggio. Indi dalle Eolie gittatisi nel golfo di Salerno, ebbero Sorrento e Massa, e disertarono il paese infine alla torre del Greco, menandone maschi e femmine, contadini e signori, a migliaja. Dragut gli spartiva, o donava a questi e a quelli, o li mandava a vendere in Africa[516]. Da Piombino scrissero a Genova, mettendo alla scelta di quei Signori la pace o la guerra. Ciò s'intende alla maniera dei Turchi: come dire pace a prezzo vergognoso, guerra a oltranza barbarica. I Genovesi mandarono danari e vittuaglie; e gli Ottomani passarono oltre in Provenza[517].
[21 settembre 1558.]
Là successe, e al fermo non poteva mancare, lo screzio tra le albagìe francesi e le avarizie musulmane. I barbari disgustati del re Enrico, se ne andarono a menare il randello sui paesi del re Filippo. Gran rovina per le marine di Spagna, e principalmente nell'isola di Minorica, dove stettero a ricovero: e finalmente carichi di preda e di schiavi cristiani se ne tornarono ai loro paesi.
Dragut principalissimo conduttore della tregenda, più che mai tronfio, raccolse in Tripoli lo squadrone de' satelliti; e con essi celebrò feste strepitose in dispregio del nome cristiano. Le quali ingiurie, per le lettere dei prigionieri ripetute e diffuse in Europa, non è a dire quanto incitassero gli animi dei popoli a chiederne giusta vendetta per riscattare i perduti, e per affrancare tutti gli altri dalle minacce e dagli insulti dei ribaldi. Nè andò guari che si cominciò a trattare da senno la pace tra Francia e Spagna. Primo già tra i rivali in pace perpetua si pose quel Carlo, di cui abbiamo tante volte favellato, e dobbiamo ora ricordarne (per accomiatarci da lui) il giorno della morte, avvenuta nel suo ritiro addì ventuno di settembre[518]. Poi Filippo ed Arrigo, tediati e stanchi dei marziali travagli, e più quest'ultimo più volte rotto infino a Gravelinga, si accordarono per una tregua, che alla fine si ridusse a solenne trattato di pace, col nome del castello Cambrese, dove addì tre aprile del cinquantanove fu sottoscritta[519].
[18 agosto 1559.]
Sciolto adunque il re Filippo da ogni altro impaccio, e sollecitato dai clamori dei sudditi, deliberò l'impresa di Tripoli contro Dragut; ed ebbe da papa Paolo conforti e promesse di ajuti per la spedizione ardentemente dall'uno e dall'altro e da tutti desiderata[520]. Ma poi quasi improvvisamente venuto Paolo a morte il diciottodi agosto, pei tumulti susseguenti ogni cosa restò sospesa; ed i più si condolevano pur di questo, temendo non forse lo stendardo papale avesse a restar fuori della grande raunanza che si apparecchiava.
[Settembre 1559.]
XXIV. — Se non che il collegio dei Cardinali nella sede vacante, non volendo mancare agl'impegni del Pontefice defunto, ed alle pressanti richieste del re Filippo, confermò al capitan Flaminio Orsini il governo della squadra; e gli commise di mettersi in punto per essere a Tripoli cogli altri[521]. Flaminio, come tutti i capitani solerti e prodi, aveva bene in assetto i suoi legni; e specialmente leggiadra sopra qualunque altra galèa, di scolture, d'intagli e di dorature adorna e bellissima la Capitana, dove esso risiedeva[522]. Nè meno corredate e forti le due conserve; l'una a carico del prode giovane Galeazzo Farnese, e l'altra del veterano Filippo Orsini da Vicovaro. Di Filippo si è fatta menzione più volte al tempo della guerra di Afrodisio, e nei diversi successi delle galere di Carlo Sforza e di OrazioFarnese[523], insino all'ultimo e recente periodo del capitan Moretto in Malta, dove esso colla grazia e saviezza sua stralciò gli estremi viluppi nell'intrigato affare del Venturiero[524]. I genealogisti per loro solito non dicono sillaba di lui[525]. E ne perderebbe ogni traccia chi non sapesse il costume di quel tempo di chiamare anche i grandi signori col nome del feudo, anzi che con quello della famiglia: dicevano, per esempio, di Vicovaro a Filippo; come di Cere, di Pitigliano, di Nola, e simili, dicevano agli altri Signori della istessa e numerosa famiglia.
Presso a poco mi accade altrettanto parlando dell'altro romano Galeazzo Farnese, quarto discendente in linea retta dal fratello maggiore di Paolo III. Mettete in men d'un secolo quattro generazioni, e presto intenderete che Galeazzo, di Pierbertoldo, di Galeazzo primo, di Pierbertoldo primo, e di Bartolommeo (stipite dei signori di Latera), doveva essere ben giovane di circa vent'anni: e ciò per evidente ragione naturale, corroborata dalla testimonianzaconcorde degli scrittori contemporanei, a dispetto dei genealogisti seguenti[526]. Ai quali ora per l'appunto mi conviene opporre un'altra recente e non sospetta eccezione, venutami da Livorno per la stampa di Milano, quasi in risposta alle mie ricerche intorno ai più negletti dei nostri capitani, come in alcun luogo qui addietro ho promesso di ricordare colla dovuta gratitudine[527]. Ecco le parole del Guerrazzi per quanto basta al presente proposito, senza precipitare le notizie dei successi futuri[528]. «Sopra la galèa capitana del Papa, governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali.... si rammenta Galeazzo Farnese, nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia, più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, il cui caso pieno di pietà come mi riusci grato raccogliere, così non mi sarà grave raccontare.» Vedremo il resto, e adesso attendiamo all'Odorici, il quale nei supplementi al Litta, facendo i conti sulle spalle del nonno, ci darebbeil nipote per decrepito nella presente spedizione delle Gerbe[529]. Non così il Salazar che, distinguendo meglio le quattro generazioni, e i due Galeazzi, avo e nipote, parla di quest'ultimo nella forma che segue[530]: «Galeazzo, secondo di questo nome, e diciannovesimo signore di Farnese, nipote del primo Galeazzo, segnalossi grandemente nella milizia; e dopo impiegato alcun tempo nei primi studî dell'arte, servì Filippo secondo[531], l'anno 1560, alla giornata delle Gerbe, nella quale cadde prigioniero, essendo ancora tanto giovane che Mambrino Roseo lo chiama Nobile giovanetto. Ricuperata la libertà continuossi nella gloriosa professione delle armi, donde col suo ingegno e studio cavò tal frutto, che nell'anno 1571 ottenne dai Veneziani il generalato delle loro milizie in Dalmazia. Colà fu maestro a Mario suo minor fratello, e poi in Napoli tolse per moglie la nobilissima Lucrezia Tomacelli, zia di quella principessa che con lostesso nome portò l'eredità dei Tomacelli in casa Colonna, maritandosi a don Filippo duca di Tagliacozzo.» In somma la prima spedizione del giovane Galeazzo viene segnata alle Gerbe; ed il primo tirocinio della marineria infin dai teneri anni vuolsi ricercare sulle galèe della sua famiglia, e sotto la direzione de' suoi cugini Orazio Farnese e Carlo Sforza, ricordati nei libri precedenti come capitani marittimi, e come possessori di bastimenti militari di loro proprietà.
Di che avendo detto altrove a sufficenza per gli Sforzeschi, ma non egualmente pei Farnesiani, quando mi stringeva il bisogno di avacciare in mezzo alle furie delle congiure e delle vendette, ora qui sembrami migliore partito il compiere con qualche documento che torni al proposito, e comprovi il magisterio domestico del giovane e valoroso Farnese. Ecco in lingua volgare l'atto di vendita delle quattro galere della famiglia: originale documento e raro, che ora mi dice bene a ripieno, intanto che lenta lenta si apparecchia nel Regno la spedizione per l'Africa[532]:
«MDXLVadjXXIIIdi ottobre.
»Per il magnifico signor Paulo Pietro Guidi, presidente della camera ducale di Piacenza et Parma, et Jo. Batista Liberati thexoriero et maestro dellentrate ducali predette si vendino quattro galere del signor duca di Piacenza et Parma allo illustrissimo signor Gio. Luigi del Fièsco con li capitoli, patti, et conventioni infracripte. Et primo.
»Per sua Eccellenza diano et vendino le dette quattro galere, cioè la Capitana, la Victoria, SantaCatherina[533], et la Padrona, di quella qualità et sorte che sono, et con robbe, fornimenti, schiavi et forzati justa lo inventario, fatto per messer Pietro Ceuli agente di sua Eccellenza e per messer Anton Maria Marano agente del predetto signor Conte, quale inventario sarà inserto qui di questo tenore, cioè[534]:
»Intendendo però che li forzati condemnati a tempo li si danno co la conditione che l'ha sua Eccellenza; et de detto inventario se habbino da diminuire forzati venticinque in circa liberati da Sua Santità dopo fatto detto inventario, et forzati venticinque in circa quali sono delli heredi del quondam capitanio Bartolomeo Pereto da Talamone[535]; et mancando il numero di essi forzati et schiavi, supplirà sua Eccellenza oltre il sopraddetto numero di cinquanta in circa.
»Et più sua Eccellenza farà che Sua Santità condurrà tre de dette galere al stipendio della Camera apostolica per dui anni, et al predetto signor Conte darà il luogho che tenea l'illustrissimo signor Horatio suo figliuolo in dette galere, intendendo che il soldo[536]de dette tre galere incominci in persona del sopraddetto signor Conte dal dì della consegna de dette galere, ancora che non fosse fatto il contratto colla Camera apostolica, et non prima.
»Et il soprascritto signor Conte promette per la compera et prezzo di dette quattro galere pagare a sua Eccellenza, o a chi Lei ordinerà, scudi trentaquattromilia d'oro in oro d'Italia daccordo, da pagarli nelli infrascritti modi et termini, cioè il terzo alla consegnia di esse galere, l'altro terzo alla festa della Natività di Nostro Signor de lanno 1546, et l'altro terzo et ultimo alla 'ltra Natività di Nostro Signor de lanno 1547. Prometendo essi S. al p.º S.[537]de evictione in forma per detta vendita in nome di sua Eccellenza.
»Et il predetto signor Conte in observatione delle predette cose sè et suoi beni presenti et futuri et in particolare per detti due terzi che resterà esso signor Conte, cioè di scudi ventiduemillia seicento sessantasei et dui terzi di scudo, dico scudi 22666-2/3, obbliga et ypoteca in spetie et particolarmente il luogho o vero castello di Calestano di parmegiana con sue jurisditioni, et pertinentie, intrate, et tutte et singole raggioni et actioni, et farà che l'illustrissimo signor Hieronimo suo fratello secondo et padrono desso Castello et luogho ratificarà la presente obbligagione per istrumento in forma amplissima, fra detto termine della consegna da farsi di dette galere, et di più darà idonea cautione oltra detto castello et come di sopra ad ogni simplice requisitione di sua Eccellenza per quella somma et quantità che a sua Eccellenza parerà, dando ex nunc. us.[538]licentia passato detto primo termine e non pagando la detta summa a sú Eccellenza, di pigliarsi la possessione di esso castello et uts. di sua propria autorità, et in quello stare, vendere, alienare, contrahere, et distrahere, come meglio parerà a sua Eccellenza, et innanziqualunque extimatione et liquidatione da esser fatta. Intendendo che in caso che sua Eccellenza pigliassi detto possesso di detto luogho, et sua Eccellenza ni cavassi li proventi et frutti, che non si possono compensare ni la sorte principale.
»Costituendosi fra tanto detto signor Conte per sè et per suo fratello tenere et possedere detto luogho a nome di sua Eccellenza, et il medesimo s'intenda per gli altri termini, obbligando sè et soi beni in amplissima forma della Camera apostolica, et così giurano le parti le predette cose vere et attenderle et observarle volendo che sestenda al cossiglio di sup. forma amplissima.