XII.

[27 settembre 1538. 9º m. Levantescirocco fresco.]La deliberazione della battaglia si propaga in un baleno tra le genti con segni di manifesta universal contentezza. Presti a salpare, a far vela, ed armi in coverta. Le navi divise in due corpi sulle punte delle ali: metà sulla destra al comando di Alessandro Condulmiero, capitano di un galeone veneziano; metà sulla sinistra con Francesco Doria. Le galèe in tre corpi, distanti due gomene tra loro, e scaglionati da sinistra a destra. Il Principe di vanguardia e più largo a mare, appresso i Veneziani nel corpo di battaglia, e il Patriarca ultimo al retroguardo, più vicino all'isola di Santamaura[56]. Le galèe di ciascun corpo tutte sopra una linea distanti, l'una dall'altra per la metà della loro lunghezza: e tanto bene vanno per la via assegnata e descritta nella carta consueta dell'ordinanza, che meglio non andrebbe sulla piazza un drappello di lanzi veterani.Barbarossa da sua parte, vedendo a vele gonfie e con sì bell'ordine tutta l'armata cristiana farglisi incontro, palpita più d'Andrea: prevede vicino non solo il combattimento, ma più anche la sua intiera disfatta[57]. Nondimeno acconciandosi alla necessità, scompone l'aquila, e distende la curva in figura di mezza luna, studiandosi a remi di accostarsi alla terra per guadagnare sopravvento. Dunque i due padroni del Mediterraneo ci danno nella mattinata buon saggio della loro abilità, e in modo diverso: chè il Pirata, inteso dirittamente al suo scopo, si copre di figure bizzarre; e il Cortigiano conduce linee rette, inteso pur col pensiero e co' fatti al rovescio. Non già che l'arte del navigare e del combattere consista nelle comparse degli aquiloni, delle lunate e dei rettilinei: ma e' son segni evidenti della sicurezza e intelligenza dei capitani; come pur dell'arte e obedienza dei marinari, e della agilità e maneggio dei legni. Segni di eccellenza nei soprastanti e nelle masse: non essendo dubbio che gran cose saprà fare a un bisogno e per necessità, chi sa farne a soprabbondanza per diletto.[27 settembre 1538. Mezzodì, bonaccia.]Intanto le due armate si appressano, già sono vicine a un miglio, quando sul mezzodì il vento che infino a là tanto bene ha portato l'armata cristiana tutta unita, navi e galèe, cade del tutto e si fa malaccia con qualche rifolo dall'istesso quartiere. Tutti richiamano le tre ore perdute nella consulta. La piccola distanza di un miglio si potrebbe superare coi remi in dieci minuti: ma le navi resterebbero indietro, e le galèe andrebberosole. Perciò il Principe mettesi in giolito: tanto assegnatamente, che alcune navi più destre e veliere, fatti i coltellacci e scopammari, e raccolta ogni bava minima di vento, pur gli passano avanti.Primo di tutti il galeone del Condulmiero, coperto di cotone da cima a fondo, tira alla punta dell'ala di Tabach, e lo provoca in modo, che costui si risolve di farlo assalire da una falange di galere, perchè lo caccino a picco. Comincia pertanto la detta falange a trarre contro il galeone; e il Condulmiero nullamente risponde, aspettando di mettersela tutta vicina. E come si trova tanto da presso da avere ogni colpo per sicuro, lancia la prima fiancata a cartocci di scaglia, e scopa via d'attorno quanti Turchi si mostrano; sì che ai pochi rimasti in vita pare un'ora ogni istante che tardano a fuggire[58]. Animato da questo successo, il Condulmiero si prepara a conciare per simigliante maniera tutta l'ala di Tabach; e già il galeone di Franco Doria si mette in punto di fare altrettanto sull'ala di Salèch; e tutta l'armata cristiana, soldati, marinari, spagnuoli ed italiani (se ne togli alcuni silenziosi politiconi), tutti chiedono che si debba non solo arrancando, ma volando, se fia possibile, investire l'armata nemica: tutti vedono di aver cinquanta galèe di vantaggio, alcune navi già innanzi, e le altre vicine[59]. All'incontro Andrea, mantenendo le riserve assunte dal principio, fa dare qualche palata, e tra la maraviglia di tutti colle sue galèe piglia un giro di lungo circuito dalla sinistra attorno alle naviverso il largo del mare[60]. Forse che Giannandrea coll'istessa arte non allargossi a Lepanto?[27 settembre 1538. 3º s. bonaccia.]Barbarossa intende benissimo quella lentezza e quegli aggiramenti lontani, e ne piglia conforto. Spera che i Cristiani se ne andranno senza far nulla. E non volendoli provocare, anzi parendogli già troppo di essere stato le tre ore a fronte di armata tanto superiore, comincia a dare lento lento alcune palate indietro, tirandosi verso terra. In quel punto lo sdegno divampa dai petti generosi, in ogni brigata si mormora del Doria, e i due generali di Venezia e di Roma con velocissimi palischermi corrono a trovarlo, pregandolo e scongiurandolo che dia il segno della battaglia, levi in alto il grande stendardo, e non perda occasione tanto propizia e desiderata[61]. Andrea in gran sussiego risponde buone parole più all'uno che all'altro: e gli esorta ambedue di ritornarsene a bordo, e di osservare attentamente di là a mano a mano i segnali.[27 settembre 1538. 5º s. Scirocco fresco.]Un ora prima del tramonto ridonda a un tratto il vento favorevole da Scirocco: beneficio solenne per tutta l'armata cristiana[62]. Già le navi in massa ripigliano l'abbrivo, già si avanzano per investire i nemici; e le galèe anche senza l'uso delle vele e dei remi, per sola spinta del vento ne' corpi agilissimi, da sè son venute tanto vicino, che i marinari possono distinguer bene i colori, le vestimenta, e i paurosi sembianti dei Turchi[63]. I Cristiani di ogni nazione e di ogni parte ripetono: battaglia, battaglia. E vedendosi con tanti vantaggi di numero, di forza, di navi e di vento; all'incontro il nemico avvilito, fuggiasco, presso a terra, accertano con pronto conflitto di sbaragliarlo. Ma che? In quel procinto Andrea, senza dir motto ad alcuno, e senza far segni, contro ogni ragione di milizia, e fuori della espettazione di amici e nemici, scioglie le vele, piglia il vento, mette il timone alla banda, si allarga alquanto a ponente, e poi con tutte le sue galere, e vento in poppa se ne fugge a Corfù[64].XII.[27 settembre 1538. Il tramonto. Scirocco fresco.]XII. — Alla vista di tale ontosa e inaspettata fuga, l'armata, navi e galèe, Veneti, Spagnuoli e Romani, caddero nella confusione, abbandonati senza governo; infino a che questi e quelli, e poi tutti furono di avviso di dover seguire lo stendardo del grande Capitano[65]. Ma nel far vela, e nel poggiare al largo, i navigli si investirono e intricarono tra loro, che se Barbarossa gli avesse caricati, come doveva, cadevano tutti irreparabilmente nelle sue mani. Ma al Pirata non sembrava possibile nè tanto errore, nè così solenne perfidia: sospeso però dell'animo in molti pensieri, temendo strattagemmi, e non volendo arrischiare battaglia, dette tempo ai nostri di allargarsi e di rannodarsi alquanto. Ma poscia reso sicuro del fatto, e orgoglioso dell'inaspettato trionfo, ordinò la caccia, traendo a furia gridadi vergogna e colpi di cannone dietro alle spalle dei fuggenti. E non avendo mai la reale del Principe osato voltar faccia, nè contrabbattere, niuno si ardì sparare un sol pezzo per sua difesa. Indi cresciuto tra i Cristiani il disordine ed entrato il timor panico, si dierono a correre a chi più poteva verso Corfù, e quasi venti galere fino in Puglia: e quanti vi ebbero navigli tardi alla vela, o sbandati, tanti furono assaliti e presi dai Turchi.Qui devo sostenere alquanto per sovvenire, almeno colla voce, alla tredicesima delle nostre galèe, armata in Ancona, e condotta dal cavalier Giambattista Dovizî, detto l'abate di Bibbiena. Il legno, tanto forte per la bravura e pel numero dei combattenti, quanto fiacco di rematori, ebbe danno dai compagni nel procinto della ritirata, e rimase addietro. Assalito da due galeotte, le ributtò tuttaddue; e sarebbe scampato pel valore del capitano e delle genti, se non fosse venuto Dragut con altri quattro contro lui solo. Il Bibbiena si difese da disperato, le ciurme istesse presero l'armi coi soldati, e combatterono alla vista di tutti più di mezz'ora. Finalmente al tramonto del sole la galèa fu presa, quando non vi ebbe quasi più alcuno in vita a difenderla. Sotto gli occhi di Andrea i Turchi abbatterono lo stendardo del Papa, ne incatenarono il capitano, tolsero ogni cosa[66]. La riscossa verrà coll'armi dal nostro conte Gentile, come in alcun luogo diremo.In somma sul far della sera i Turchi avevano in poter loro una galèa di Venezia, una di Roma, e cinquenavi di Spagna, non ostante l'eroica difesa de' loro fortissimi capitani e soldati lasciati in abbandono[67]. Ardevano in mezzo al mare le navi da carico, e il famoso galeone del Condulmiero, che aveva sul mezzodì così bene incominciata la battaglia, abbandonato da tutti e traforato da molte palle, si credeva comunemente perduto, infino a tanto che tutto lacero e sanguinoso dopo tre giorni non fu ricondotto dall'intrepido capitano in Corfù.[27 settembre 1538. La notte. Scirocco fresco.]Finalmente venuta la notte dopo l'infelicissima giornata, che ci portò tutti i danni della sconfitta senza niuna prova di battaglia, il principe Doria volle che non si accendessero i fanali, ma celatamente si navigasse di ritorno a Corfù, dove si aveva a decifrare la sua conquista di tutta la Morèa con Patrasso e Castelli. Tutto ciò crebbe animo ai barbari, e dette loro occasione di insolentire maggiormente, dicendo con amaro sarcasmo essere stati nascosti i lumi per coprir meglio tra le tenebre la fuga e la paura[68]. Derisi adunque dai barbari, e fuggendo al bujo tutta la notte, confusi e taciturni volgeano loro malgrado lo sguardo alle cornute punte della luna ottomana, e vedeanla sopraccapocrescere minacciosa e terribile[69]. Imperciocchè i Turchi infino a quel punto timidi e quasi disperati sul mare, non pensando mai di attribuire ad altrui difetto così grande successo, ma ascrivendolo soltanto alla propria bravura, si levarono indi in poi a tragrande superbia, e divennero quanto mai petulanti, arrogantissimi, e solenni dispregiatori del nome cristiano[70].Quella notte Andrea corruppe il sentimento morale della marineria per tutta la cristianità, togliendole la fiducia e la coscienza della propria virtù. Quella notte certi politiconi dell'equilibrio musulmano (i quali per interesse faceano grande assegnamento sul braccio del Turco come sopra leva sufficiente a contrappesare questo e quello) cominciarono a dar voce che i Turchi erano invincibili per mare. Tenetelo a memoria: e ne vedrete le conseguenze tra i cortigiani della Porta e di Spagna per altri trent'anni e più, fino alle acque di Lepanto; dove Giannandrea avrebbe ripetuto in sesto minore la medesima manovra dello zio, se avesse avuto l'istessa autorità. Andrea previde le conseguenze e gli fu forza di piangere. Ma quelle lacrime non tolsero i disastri, nè discolparono la sua condotta, nè estinsero il fuoco della discordia continuamente rattizzatodai suoi parziali per volerlo difendere a scapito dei Veneziani, come se questi per esser presti alla fuga, in vece dei mattaffioni e delle garzette avessero serrate coi giunchi le vele. Il metodo si usava da tutti, e si usa ancora per buoni effetti, non per fuggire[71]. La causa è vinta, quando l'avversario non ha altro argomento che sospetti assurdi, e ridicole recriminazioni, come queste.XIII.[29 settembre 1538.]XIII. — Le infauste notizie dell'armata corsero rapidissime da Ancona e da Brindisi a Venezia ed a Roma, e le due città presero aspetto di tale costernazione, quale si vede nei giorni più acerbi di pubblico infortunio. Da una parte l'insolenza cresciuta ai barbari e ai pirati, dall'altro l'avvilimento delle armi proprie, il discapito della società e della religione, tutti vedevano; e insieme l'onore delle armi, il sangue dei cittadini, il pubblico danaro, le navi, le milizie gettate in una voragine di guerra e di spesa inutile, anzi vituperosa e per gli indugi e per la fuga del principal condottiero. Tutti cercavano la causa del disastro, pochi la capivano, niuno ardiva scriverla[72]. Ma un fatto tanto grave, con tanta cura preparato, e costantemente seguìto anche dai successori per tanto tempo, deve avere una ragione stabile,arcana, alta, che non mette a pericolo i mancatori, anzi gli assicura e li rende più cari ai padroni e più potenti tra i cortigiani: dunque la ragion di stato. Con lungo studio ho cercato io di spiegare a me stesso questo fatto: ed ora per debito di storico, dovendo ragionevolmente stabilire le cause e gli effetti dei grandi successi, ad esempio dei posteri, ed a giusta retribuzione di lode e di biasimo, cui spetta, grande o piccolo, nostrano o straniero; massime trattandosi di personaggio per tanti titoli commendevole, al quale la pubblica opinione non attribuisce altro che bravure, e da me stesso tante volte lodato, presento ai lettori la sostanza di ciò che han detto in questo caso i suoi difensori, i suoi nemici e gl'imparziali. Si vedrà che tutti, volendo o non volendo, menano alla medesima conclusione, come il lettore dalla precedente esposizione dei fatti deve prevedere.L'ira e le accuse dei contemporanei contro Andrea non ricorderò io colle parole della plebe rabbiosa, ma colle scritture notissime ed assennate di Scipione Ammirato e di Paolo Paruta, ambedue lodati dal Tiraboschi; e più il Paruta dal Pallavicino, come «Storico egregio tra gli italiani, non meno per candore di sincerità che di stile, e per limpidezza di pietà che di prudenza». Il primo parlando della pubblica indignazione, che veniva crescendo come si moltiplicavano le lettere private, nelle quali minutamente si narravano i fatti e biasimavasi Andrea, dice[73]: «Non vi fu accusa, non vi fu detrazione contro il Doria, che avventata non gli fosse. La sovranità del comando conservavalo in rispetto, altrimenti gli sarebbero corsi in faccia gli sputi universali: tanto era grande la rabbia.... Il mancar di fede è colpa da non rimettersi, nè da gastigarsi mai abbastanza.» Ilsenator Paruta scende ai particolari, ed enumera ad una ad una le accuse comuni e le voci che allora correvano[74]. La privata amicizia di Andrea con Barbarossa, la venuta di una galeotta piratica al suo bordo presso la Prèvesa, gli interessi suoi nel mantenimento della pirateria, l'avversione contro i Veneziani, la tinta di nero data alle antenne per arcano segno di secrete intelligenze, l'ambizione della propria grandezza, il timore di mettere a rischio la sua persona, l'avarizia delle sue sostanze e galèe, dalle quali dipendeva tutto l'esser suo pel bisogno che aveva l'Imperatore del suo servizio. Indi soggiugne cosa di gran momento e inaspettata, scrivendo: «Nè più degli altri astenevansi da queste accuse gli Spagnuoli: anzi il marchese d'Agialar, ambasciatore di Cesare in Roma, pubblicamente detestava le operazioni del Doria; mostrandosi in ciò forse più ardente per levare quel carico, che da tale successo potesse nascere, all'Imperatore; quando fosse nato sospetto essere ciò eseguito di ordine e di commissione di lui.» Dunque per quanto sia grande il susurro popolare, la destrezza dei ministri e la cautela degli scrittori, una cosa in fondo si rivela dalle parole dei contrari: cioè corso libero a tutte le accuse, salvo al sospetto di infedeltà combinata tra Carlo ed Andrea.Tra gli imparziali metto il fiore dei dotti e religiosi uomini, e primo il cardinal Pallavicino, con queste parole[75]: «Della Lega seguirono successi inferiori alle speranze, bastando ad Andrea Doria mandare a vuoto gli sforzi dell'inimico senza combattere, eziandio che la vittoria apparisse molto più verosimile della sconfitta: poichè dall'una si prometteva egli leggier vantaggiodel suo principe, e dall'altra gli prevedeva grandissimo detrimento. Il qual consiglio gli partorì l'odio appresso i collegati e l'infamia appresso la moltitudine.» Dunque non si procede conforme alle esigenze della cristianità e del comune vantaggio dei collegati, ma a seconda dei privati interessi di Cesare. Ciò conferma con poche e circospette parole il cavalier Giacopo Bosio nella storia dell'Ordine suo, dicendo[76]: «Avvegnachè il principe Doria in quella giornata nell'opinione di molti dall'acquistata riputazione sua non poco cadesse, ne assegnò egli nondimeno all'Imperatore ragioni tali, che per sicurezza degli stati suoi di lui soddisfattissimo rimase.» Con maggiore intrepidezza, e per zelo di religione, leva la voce Odorigo Rainaldo dell'Oratorio, continuatore del cardinal Baronio, e storico ufficiale di Roma, negli Annali ecclesiastici, scrivendo[77]: «In verità io mi vergogno di raccontare nell'anno presente i fatti dell'armata cristiana.... Mancò al dover suo Andrea Doria, anche nel momento di combattere, quando si vedeva più certa la speranza di vincere; quantunque sollecitato a battaglia dai generali di Venezia e di Roma. Esso al contrario, facendo sul mare inutili giravolte e più vana ostentazione di arte marinaresca, prese finalmenteil turpe partito della fuga, e se ne andò deriso dai barbari, che gli ciuffarono sette bastimenti tra navi e galèe, e ne fecero falò in mezzo al mare.... Furono sparse voci sinistre intorno alla sua condotta; ma dicono che Andrea non ne facesse niun conto: perchè egli riduceva la somma delle cose al comodo di Cesare. Il quale, avendo accapigliato i Turchi contro i Veneziani, non aspettava altro che vedere quest'ultimi stremati di forza e di sostanza, per gittarsi sopra di loro, e spogliarli del dominio di terraferma.» In questo modo gli imparziali rincalzano l'argomento: e dalle basse regioni delle ingiurie personali montano alle sublimi ragioni di stato, dove assicurano l'assunto della infedeltà fuor di controversia. Ma perchè sarebbe ingiustizia condannare chicchessia senza udirne le difese, volgiamoci ai due che hanno scritto di proposito in favore di Andrea.Udiamo il Sigonio discolparlo così[78]: «Noi non cerchiamo di investigare le cose occulte, gli ordini dati in secreto, gli intimi pensamenti dei principi, e le oscure volontà degli uomini.... Per voler di Dio il Doria non fu favorito dalla fortuna, perchè tutti confessano che il vento mancò.» A mezzodì pel desinare, signor Carlo, mancò il vento; non all'asciolvere, nè alla merenda, quando Andrea lo sciupò prima in consigli inutili, e poi in fuga vergognosa. Col vento fresco di Scirocco in poppa sciolse le vele, fece orecchie di lepre alla marinaresca, si allargò dai Turchi, fuggì verso Corfù e piantò i Cristiani in confusione. Menollo il vento. E voi ravvolgetevi quanto che sia per quella notte senza lumi, abbarcate cose occulte, secrete, intime e oscure quantunque vi pare, che noi vediamo i fatti più chiari delle parole; anzi per la medesima filatessa di scuse non ricerchevediamo più che altro manifesta l'accusa. E quanto alla temerità di interpretare a rovescio la volontà di Dio... Passiamo all'altro, commensale di Andrea e segretario dell'Altissimo, il quale al modo istesso non trovando nè per mare nè per terra scuse sufficienti alla difesa; e non sapendo dove che siamo noi piantar chiovello da carrucolare il convincimento nostro, si volge al cielo dove ci ha lasciati il collega suo, ed esclama[79]: «Il grande Iddio, che vide la strage che si faceva quel giorno di sangue umano, se due sì potenti armate combattevano alla Prèvesa, levò di animo.... che si combattesse.... Di maniera che qualunque esaminerà quel successo (dirittamente giudicando) confesserà che fosse permissione divina che quelle due armate non si azzuffassero insieme.» Caschi adunque il diritto di guerra e pace, esultino i codardi, tremino i prodi, si rompano i giuramenti, si tradiscano le alleanze. Chi potrà trovarci biasimo? Sono permissioni divine! Vedi il sistema delle discolpe personali come mena alla negazione dei principî eterni della giustizia, e quindi quanto importi alla storia di mettergli il freno. Non sono mai mancati, nè mai saranno per mancare nè sofismi, nè bestemmie, nè ciurmerie al fine d'imporre alla moltitudine e di mettere gli stolti in confusione. Ma quei che hanno l'intelletto sano non possono non vedere che, quando i difensori per scusare i falli di un uomo intorbidano le massime supreme della morale, della difesa e delle battaglie; e di più mettono in compromesso a favore dei Turchi la provvidenza divina, secondo gli umori del loro cervello; in somma quando spiegano dall'alto al basso coperchioni tanto fatti, e' deve esserci sotto gran magagna da nascondere.Ora esaurite le testimonianze imparziali, e pesate le accuse e le difese, non sarò io giudice singolare a proferire la sentenza: ma volentieri seguirò la formola del magistrato e legislatore supremo Carlo V imperatore, alla quale senza appello tutti devono colla debita riverenza sottomettersi. Pensate in quel primo fervore quanta gente intorno a Carlo per dire, per sapere, per consigliare: gli ambasciatori dei principi, l'oratore di Venezia, il nunzio del Papa, i grandi di Spagna, i ministri, gli ammiragli, cento ronzoni pel gabinetto: ed egli, non volendo mettersi in contradizione con alcuno, aveva pronta per tutti una sola risposta, che ci ha conservata nei precisi termini il Cappelloni segretario del Principe. Diceva Carlo, semprechè alcuno parlava dei successi della Prèvesa[80]: «Per mia fede, Sua Santità in quell'impresa ha mancato. Io ho mancato, et i Vinitiani mancarono; et niuno ha fatto il debito suo, se non il principe Doria.» Dunque erano d'accordo: e Andrea ha obedito agli ordini di Carlo. Ecco tutto.Che maraviglia dunque se Andrea diviene sempre più grande, più accetto al padrone, più potente alla corte? Carlo non naviga se non lo porta Andrea, non entra in Genova senza alloggiare in casa d'Andrea, non move foglia, nè fa alleanza, senza metterci alla testa Andrea. Soltanto il Doria conosce e soddisfa al debito suo. Lo stento dell'arrivo, la metà del contingente, la molestia del rinforzo, l'infingimento dei consigli, il rifiuto di combattere, la fuga innanzi al nemico, l'abbandono degli alleati, il trionfo degli infedeli sono tutti doveri di Andrea; tutti servizi resi all'Imperatore. Carlo è soddisfattissimo per comodo suo: così può tenere abbasso Venezia per mezzo del Turco, abbasso Milano per l'impotenza dei Veneziani, basse le Sicilie per la pauradei pirati, bassa Roma pel bisogno del soccorso, basso il Turco per la minaccia della lega; ed alto solamente Carlo e la sua corte. In somma gli Austriaci di Spagna volevano che il Turco ci fosse per contrappeso ai Veneziani, i Borboni di Francia che ci fosse per contrappeso agli Austriaci, altri che ci sia per contrappeso ai Moscoviti. In ogni tempo la stessa politica dell'equilibrio, ordinato soltanto al proprio interesse ed alla altrui depressione, ha tenuto Maometto in Europa. Carlo, Filippo, Francesco e Sempronio han sempre fatto e faranno la medesima cosa, e per le stesse ragioni. Dunque stian cheti gli eccentrici difensori dell'Escuriale (non dico del muro, ma delle persone in quella cerchia appostate) a proposito di queste faccende dei Turchi. Filippo ha seguìto la politica tradizionale della sua casa, incominciata dal bisavolo alla Cefalonia, e continuata dal padre alla Prèvesa. Ciò risulta dalla catena dei fatti, dal raziocinio, dai documenti: e quanto più se ne pubblicano, tanto meglio si conferma questa verità, che è l'unica chiave per entrare nel laberinto di cotali maneggi, senza di che non si capirebbe più nulla.XIV.[30 settembre 1538.]XIV. — Qui cade in concio di contrapporre agli studiati artifizî delle ingordigie politiche una lettera scritta proprio di quei giorni da un giovane venturiero dell'armata romana: il quale avvegnachè non potesse entrare tanto addentro nei fatti e nei giudizî di quella giornata, e qualche volta anticipi e posticipi come gli viene alla penna l'ordine dei fatti, nondimeno con schiettissima semplicità, non disgiunta da qualche arguta ironìa di sale romanesco, ripete i parlari di tutti, e mostra pur di sapere da sè alcuno arcano e pauroso secreto da non potersi confidare nè allo scritto, nè alla cifra: mada essere riservato a bocca quando che sia. Ecco la lettera inedita, che pubblico colle stesse scorrezioni, delle quali chiede scusa per più ragioni esso stesso lo scrittore, Miniato Ricci da Corfù addì 30 settembre[81]:«A monsignor Parisani, tesoriero di N. S.»Non ho scripto a Vostra Signoria Reverendissima più tempo fa, pensando de voler tornare costà più presto che non è stato. Et il mio tardare l'ha causato la venuta del signor principe Doria, et il mio desiderio di vedere l'armata turchesca, e di che modo si combatte in mare: essendo che in terra havevo veduto per l'ultima alla Prèvesa. Et così spettando, venne quello glorioso Messìa[82], che fu alli otto del presente. Che per honor della Christianità fusse piaciuto a Dio che non se fusse per quest'anno partito da Genova: che haveria riportato molto più honore in quelle bande de Ponente, che credo fora de queste di Levante, per quest'anno. La causa bisogna la dica abbreviata per non far volume. Et haveria dire a bocca[83]; sendo che la vergognia me fa restare de qua.»Vostra Signoria Reverendissima ha da saper come alli 25 del presente partissimo dal canale de Corfù in tre battaglie, come il signor principe haveva ordinato. Cento quarantuna galèra, et sessanta o più navi[84], frale quali erano tre galeoni che portavano più di quattrocento cinquanta bocche d'artiglieria di bronzo, nel qual numero sono più di cento cannoni[85]. Et andassimo quel dì sopra il canal della Prèvesa, largo tre miglia. Et surgessimo tutti, con vento tutta la notte assai fresco. Et perchè nel canale ovvero golfo della Prèvesa era l'armata turchesca, non possette riuscire il disegno di far smontare le genti, come s'era disegnato. Perchè per gente che andarono la notte a riconoscere fu giudicato esser di troppo gran pericolo per più rispetti, che non accade il contarli.»La mattina del ventisei partissimo di lì, dipoi di haver alquanto scaramucciato et tratte molte cannonate coll'armata turchesca, cioè con venticinque galere, quali intravano et uscivano dal golfo[86]: et pigliammo la volta di capo Ducato per andare in golfo di Lepanto. E così camminassimo tra il giorno e la notte fino a trenta miglia, perchè bisognò remurchiar le navi per carestia de vento. La mattina de' ventisette, a ore dieci in circha[87], sorgessimo molte galere sotto l'isola di Santamaura per spettar che tutta l'armata se drizzasse verso capo Ducato, quale andava vagando per certo vento che ne dava in faccia. Et stando noi surti così dove stava il signor Principe, et il nostro et il veneto Generale, et molti altri signori, fu scoperta l'armata del Turco, quale era uscita dalla Prèvesa. Perchè causa non lo so, ancorchè li judicii siano varii: perchè molti dicono che Barbarossa voleva andare in Barberia, moltiche ne veniva a disturbare l'andare a Lepanto, e molti judicii. Dove per questi signori fu determinato, de poi molte discussioni[88], se dovesse tornare alla volta dei nemici. Et benchè l'opinione del reverendissimo Patriarca non fusse de tornarci, tuttavolta per obbedire ce tornò; con ordine del signor Principe che sua Signoria reverendissima fosse retroguardia, Veneziani battaglia, et lui antiguardia. Et così dessimo alquanto de spazio alle navi, quali avevano un poco de vento[89], acciò potessero intrare in prima. Et così dui delli sopraddetti tre legni, molto agili di vele, andarono alla volta dell'armata: la quale poichè l'ebbe veduti tornare indietro, ancora lei si fece innanzi. Et come piacque al vento, li sopraddetti dui legni andorono tanto innanzi che cominciorono a tirare alli nemici, et li nimici a loro. Dove tutta l'armata stava di tanto buona volontà et de tanto grande animo de combattere, che non pareva che cento quaranta legni che haveva Barbarossa fossero stati se non tante fregate. E spettando tuttavia che se desse segnio de dar dentro. Abbenchè in questo mezzo, per ordine di sua Excellentia, eravamo usciti del primo ordine, et andati tutti in una battaglia. Et dipoi per il medesimo ordine mettessimo tutte le navi sopra del vento.»Et stando così con questa speranza tuttavia andassimo largandoci verso li nimici, et loro stringendosi verso la terra. Di sorte che (per li nostri buoni ordini!) ne guadagnarono il vento: et se messero d'una tanto bella ordinanza verso di noi per spettarci, che se fosserostati lanzichinecchi saria stato troppo; non tanto esser galere. Et così ne tirorno molti e molti pezzi d'artiglieria alle nostre galere et alle navi, quali erano tutte arrivate, e restate a lor dispetto in bonaccia[90]. Et stando così loro verso terra, e girando noi in mare veleggiando, se drizzorno ad alcuni navigli che erano restati indietro, fra li quali furono de veduta mia tre navi grosse; ancorchè molti dichino quattro o sei. E combattendo l'una più di quindici galere, avendole dato assai botte, nè mai havendo possuto salir sopra, havendole buttato l'albero colle vele a terra, per volerla prendere ce buttarono fuoco: et questo perchè cinquecento Spagnuoli che ce stavano sopra se portorno tanto bene che non se può dir più. E certo se gli archibusi ammazzan loro, come li loro han fatto de li nostri, si judica che molti più siano morti di loro in quel combattimento.»In mezzo a questo le altre galere combatterono dui altre navi, quali al medesimo feceno grandissima difesa; pure all'ultimo furono prese: perchè uno contro trenta è impossibile a durar, chè tutti non sono galioni. Presso queste tre navi se trovano dui galere: una del Papa assai male in gambe per fuggire, rispetto alli homini che non sono nè pratichi nè atti a questo offitio o per dir meglio exercitio[91]: et l'altra de' Venetiani, più atta a fuggire della nostra: ma al combattere la nostra meglio di quella, come per l'experientia si èvisto. Perchè essendo la nostra prima assalita da dui galiotte, le rebbuttò. Et saria scampata, se altre quattro galere non l'havessero sopraggiunta. Dove combattè mezz'ora o più gagliardamente: et all'ultimo restò pregiona la galera, et tutti li homini morti. Questo se sa per vista delle navi che erano più presso; et per uno scampato a nuoto sotto una galèa turchesca, quale tornando poi verso le navi, quello si dispiccò, e intanto con voti eccetera se salvò in una nave. L'altra de' Venetiani, per quello se vedde, se judica siano più prigioni che morti: perchè non fece troppa difesa.»In questo tempo tutti pensavamo che se dovesse dar dentro alli nemici: perchè pensavamo il Principe havesse lassato sbattere li Turchi con le navi, et che poi con le galere se dovesse investire. La qual cosa non fu fatta. Et forse la causò un nembo di tempesta che venne, che ne fece un gran disturbo[92].»Per la qual cosa, per venire alla conclusione, essendo ventiquattro hore[93]; et essendo insieme cento trentanove galere et tutte le navi, honoratissimamente ce ne demmo a fuggire! lassando dui galere, tre navi, et forse più, et molti altri vascelli in man di Turchi. Et che è più, lassammo tutte le navi a seccho, che non havevano vento. Et vedemmo bruciar dui navi. Et la fuga fu tanto honorata, senza che li nemici ci venissero direto, che fino a quest'hora mancano molte galere, quali s'intende sono andate in Puglia, che sarà stata una fuga di ottanta miglia: et in questa fuga sono intervenuteuna delle nostre, sei o otto del Principe, et altrettante o più de Venetiani. E questo, come ho detto, senza che li nemici ne seguitassero un passo: ma la tanto gran paura che era intrata addosso alli uomini[94]. Tutti dicono essere stati li ultimi a fuggire, et che avevano li nemici alle spalle, et che sono stati seguìti quindici miglia. Oltre che alcuni dipoi d'haver corso per dette ottanta miglia più che di passo hanno dato in terra per sospetto d'altre galere che vedevano pur delle nostre. Alcuni hanno tratto d'artiglieria a scogli, pensando fussero galere[95]. Alcuni lungata la via trenta o quaranta miglia discostandosi uno dall'altro, ogniuno per sospetto. Et come è piaciuto a Dio, semo tutti in Corfù. Et dalle dui galere in poi, nessuna ha havuto male nissuno, salva una di Rodi, che una botta mazzò otto homini. Sicchè vostra Signoria reverendissima ha inteso come ce troviamo. Basta che a judizio de tutta l'armata, la quale se sa che semo più de settanta mila homini, è stato ed è molto inculpato e biasimato quello, il quale ha avuto il carico di questa impresa[96]. Et certo ha perso in un punto quello che non ha acquistato in molti anni.»Et io non saprei dire quale fusse la causa che non se sia fatta questa giornata: se non forse che quelli che stanno in cielo et all'inferno hanno havuto paura di tanta gente, quanta in quel dì justamente doveva sopraggiungere sopra l'una et l'altra porta in un tratto,non li togliesse il dominio[97]. Che certamente ogniuno judica che campandone di cinque due, fusse assai: stante che essendo tra l'uno e l'altro più di cento trenta mila, saria stata pur troppo grossa la mortalità. Et io non judico che sia stata altra la causa: perchè avendo la fortuna mostrato una tanta immortalità d'un Principe, et una tanta grandissima vittoria di Cristiani, come ne mostrava; et non havendo saputo pigliarla, non saperia dire altrimenti da quel che ho detto.»Certifico bene Vostra Signoria Reverendissima che mai li Christiani ebbero tal ventura, nè haveranno, de esser tanto vicini a una armata di nemici, come sono stati, et haver più certa vittoria, che havevano[98].(Seguono alcune righe in cifra, senza chiave, e niun deciframento nell'Archivio.)»Io tra il disagio che se patisce a scrivere, et haver hanco prescia, non sarò più lungo. Et la prego che, se dell'altre sarà più scorrettamente scritta, oltrechè per l'ordinario è mio costume, adesso è forza sia molto più, rispetto al luogo: et per questo mi perdoni più dell'ordinario. Et alla sua bona gratia humilmente me raccomando, insieme col signor Cavaliero[99], qualeanchora lui non havendo possuto mostrare il desiderio che tiene di far honore alli padroni, sta desperato.»Et perchè so che Vostra Signoria Reverendissima ama messer Giovanni[100], la supplico voglia fare opera che non venga in queste parti: chè me pare intendere che egli debba venire. Et certo finirà la vita sua, se egli viene. Io saria tornato: ma per vergogna son risoluto vedere il fine, o vero la partita del Principe, quale a mio judicio penso sarà presto.»Da Corfù a dì ultimo de settembre 1538, mezzanotte.»Di V. S. Rma.»Umilissimo Servitore»Miniato Ricci.»XV.[7 ottobre 1538.]XV. — La partenza del Doria non andò così presta, come il Ricci desiderava. Dopo tanta vergogna bisognavagli pur qualche prova di rilevarsi, di riprendere la perduta riputazione, e di rimettere su la speranza, perchè gli alleati durassero volontieri alla lunga senza guerra e senza pace. Di che saviamente giudicando il Senato veneziano, ed uso a reprimere i movimenti inconsiderati delle passioni per servire al bene pubblico, facendo anche ragione di non doversi dare appiglio ad Andrea di farsi più nocivo, quando tuttavia riteneva nelle mani il supremo comando di tutta l'armata, gli scrissero lettere consolatorie: e tacendo con prudente trapasso ciò che allora non doveva esser detto, lo chiamarono capitano avveduto, ed eccellente marino, dal quale alla finetutti aspettavansi alcuna segnalata rivincita, prima che la stagione lo chiamasse al riposo.Arrivarono queste lettere alle mani di Andrea quando Barbarossa, superbo di averci superato senza combattere, per maggior segno di disprezzo eraci venuto innanzi alla rada di Corfù, sbravazzando e sparando più tosto per mostra che per disfida. Sapeva bene il tristo che non avrebbero gli alleati così presto, nè tanto facilmente combinato tra loro di condurre fuori l'armata, senza che esso non si fosse potuto prima a suo talento ritirare. La qual cosa andò a punto pel verso da lui preveduto: perchè quantunque i maggiori capitani altatamente parlassero pieni d'indignazione, dicendo che non si poteva più oltre lasciare impunita tanta baldanza, nè tollerare tanto oltraggio; con tutto ciò prima che si congregasse il consiglio e si discutessero le solite difficoltà; prima che si imbarcassero le fanterie, e prima che i Veneziani in ciascuna galèa ricevessero i venticinque, imposti a ogni modo da Andrea, andò tanto tempo, che Barbarossa fatte le viste di aver troppo e inutilmente aspettato, erasi già tolto dal canale, ed aveva ripreso il viaggio verso il fatal suo covo dell'Arta[101]. Non devo lasciar passare il settimo giorno d'ottobre di quest'anno senza affrettarne coi voti un altro che ne cancelli la trista memoria: non senza trarre un gemito sull'avvilimento del nome cristiano, e un applauso alla pazienza dei Veneziani. I quali, accettando nelle predette circostanze il supplemento dei venticinque, dimostrarono con suprema evidenza al mondo e pertutti i tempi futuri la loro sommissione ad ogni privata molestia, tanto solo che potessero procacciare pubblico vantaggio alla cristianità ed alla patria[102].XVI.[27 ottobre 1538.]XVI. — Tutto inutile: Barbarossa ai sette d'ottobre si era allontanato, e l'armata cristiana batteva inutilmente le acque intorno alle isole vicine. Non le restava altro partito che ricominciar da capo sulle fauci dell'Arta, o espugnar la Prèvesa, o entrare nell'Arcipelago, come proponevano coloro che desideravano ardentemente levarsi dal viso la vergogna. Si adunò più volte il consiglio: e finalmente esclusi coll'arte solita i disegni più nobili e generosi, convennero di imprendere cose minori; volgere le spalle, lasciare il pensiero dell'armata nemica, rimettersi per le acque dell'Adriatico, ed attaccare la fortezza di Castelnuovo, tenuta allora dai Turchi, dentro al primo cerchio delle bocche di Cattaro, a sinistra di chi entrando la cerca, luogo assai conosciuto in Dalmazia, sporgente tra le terre dei Veneti e dei Ragusei, e per ciò stesso preso e ripreso più volte dai Cristiani e dai Turchi. Ogni nuova occasione giova a mostrarci vie meglio il valore dell'armata cristiana, e le offese perpetue contro i capitoli della lega per parte dei ministri di Spagna.Venuta l'armata nell'interno del golfo, e sbarcate senza contrasto le genti e l'artiglieria, mentre i soldati intendevano ai lavori d'assedio, i marinari molestavano la piazza dalla parte del mare, volendo dividere l'attenzione e le forze del presidio. Ma per essere troppo angusto quel luogo, e ingombro di scogli veglianti alla riva, nèconvenendosi tenere poche galèe ferme là sotto all'insulto del cannone turchesco, disposero i capitani nostri di mandarle a quattro a quattro: così che, la prima quadriglia, dopo battuto il castello con tutta l'artiglieria, dovesse dar volta, e aprire il passo alla quadriglia seguente per fare altrettanto; e in questo modo di mano in mano mantener vivo il fuoco, e continuo il movimento[103]. Manovra (se vi ricorda) di felicissimi effetti a Corone e alla Goletta: manovra che qui in Castelnovo, subito cominciata, ci darà finita la fazione.La mattina del ventisette d'ottobre le galèe assegnate al tornèo, messe a scaglioni secondo le distanze, aspettano impazientemente il segno per correre all'arringo. Squilla la tromba, e voga innanzi a tutti la squadretta veneta, e appresso la romana. Giunta la prima a brevissima distanza, sprizzano venti lampi e volano altrettante palle di ferro, tra nugoli di fumo e tuoni risonanti tra le montagne ed il mare. Ma in quella che il primo stuolo provasi a sciare ed a volgere, ecco sopravvenire abbrivata il secondo con tanta prestezza, che, non potendo gli uni comodamente retrocedere, nè volendo lasciarsi investire dagli altri, continuansi ambedue a correre avanti. Arrancano i Veneti, ed appresso i Romani, tanto che insieme a gara percotono degli speroni nelle muraglie del Castello. Eccoti in un punto unite otto galere al piede d'un solo baluardo. I marinari ne pigliano buon augurio e senza altrimenti consultare, saltano in terra, l'uno all'altro prestando ajuto e sostegno di pertiche, di funi, di ramponi e di scale. Beato colui che prima degli altri può mettersi alla prova!In somma di soprassalto con prestissima battaglia di mano, in mezzo a infinite archibugiate di nemici e di amici, tramezzate da qualche colpo di cannone, la piazza non così tosto è tentata che presa[104]. Il giorno seguente, secondo il corso della stessa fortuna, si rende a patti la rôcca del monte. Splendido fatto d'arme compiuto dai soli marinari, quasi a conferma di quanto in alcun luogo ho detto intorno all'eccellenza di questa sopra tutte le altre milizie. Grande là sotto la mortalità dei nostri per la vicinanza e l'ostinazione del conflitto voluto vincere ad ogni costo; morto il terzo dei capitani di Roma, Cesare Giosia da Fermo[105]: essendo gli altri due capitani, il Londano ed il Raimondi, caduti onoratamente alla Prèvesa.XVII.[28 ottobre 1538.]XVII. — Doveva la piazza di Castelnovo, secondo i capitoli della lega, restare nel dominio dei Veneziani; e il general Cappello, lieto di poter dare alla patria sua qualche compenso delle fatiche e del dispendio, col trattato alla mano ne faceva al principe Doria formale richiesta[106]. Al contrario l'egregio e fidato ministro di Carlo V,che non falliva mai al debito suo verso il padrone, ne pigliava possesso al nome di Spagna, metteva alla porta le milizie di san Marco, e se ne tornava contentissimo in Sicilia, lasciando al governo delle armi nella piazza il mastro di campo don Francisco Sarmiento con quattromila fanti Spagnoli, di quei famosi veterani che in gran parte si erano trovati al sacco di Roma, e tutti recentemente avevano fatto ribellione e crudeltà inaudite in Milano[107]. Notate il passaggio: dai venticinque ai quattromila, e dai bastimenti di guerra alle piazze d'armi. Non negavano mica la ragione dei Veneziani: tutto al contrario! Ma stessero quieti, e la piazza sarebbe consegnata loro in futuro[108]. Lo scherno per arrota al tradimento.[Novembre-dicembre 1538.]Partitosi il Doria, anche il patriarca Grimani prese congedo dal general Cappello con dimostrazione di benevolenza tanto grande, quanto era stata la soddisfazione mutua dal principio alla fine, e perenne la concordiatra loro, senza pur un'ombra di offensione. Il Patriarca disarmò in Ancona le galèe prese a prestanza; e venne per la via di terra in Roma, dove le sue parole, più che da altri, ebbero la conferma dal conte dell'Anguillara. Il quale, tenutosi sempre da parte nelle querele levantine e con grande riserva, rimenate avendo le galèe a Civitavecchia, sosteneva al Vaticano i diritti conculcati della sacra alleanza: biasimatore acerrimo dei falli commessi durante la campagna. E' vedeva da una parte crescere la superchieria turchesca e l'oltracotanza piratica, e dall'altra vedeva la rovina dei popoli e della religione. Perduta ogni speranza di buoni effetti colle armi congiunte della cristianità.[Aprile 1539.]Quale sorta di amicizia fosse cotesta dei ministri spagnuoli inverso gli alleati, giudichi chiunque ne ha patito di simile, non chi ne ha goduto. Basti che il lettore si renda sicuro per l'evidenza del fatto di Castelnovo essere stati violati i capitoli, e rotta la lega, tradito il cristianesimo dai ministri cesarei.Ondechè i Veneziani, senza mai disarmare durante l'invernata, aspettarono il mese di marzo dell'anno seguente: e poi che ebber veduto chiaro e disteso sempre l'istesso inganno dalla parte medesima, e i Cesariani al solito menare in lungo le provvisioni dell'armamento, pensarono di provvedere ai casi loro, e volsero l'animo a quella pace che aver potevano meno dannosa e meno vergognosa della guerra. Prima per intramessa di Luigi Gritti fecero tregua di tre mesi colla Porta: poi la prolungarono ad ogni scadenza[109]. Durissime le condizioni,tenaci i rifiuti, due anni di prove, e finalmente un trattato gravoso a' venti di ottobre 1540.Intanto i falsi amici correvano a processione in Venezia, sconsigliavano la pace, parlavano di onore, di giustizia e di cristianità; e spargevano tra i popoli le notizie dei loro consigli e delle loro premure. Francesco di Francia (l'alleato dei Turchi) voleva comparire zelante anche esso agli occhi della gente semplice! Più di tutti zelante Carlo d'Austria mandava a Venezia il marchese del Vasto a scusarsi e scolparsi, promettendo di voler mettere pei Veneziani la vita e gli stati suoi, eserciti e armate, e soccorsi inauditi: tutto pel tempo a venire[110]. Erano parole troppo diverse dai fatti. Qui cade in concio un proverbio che mi ricorda aver letto la prima volta in una grammatica per imparare la lingua spagnuola[111], e potrebbesi volgere così: Buone parole e tristi fatti gabban tutti, e savî e matti. Nel vero costoro intendevano giuntare senza lor carico, con sottile artificio, in ogni parte i Romani, i Veneti, i Maltesi, il Cristianesimo e tutti, contrapponendo alle promesse lusinghiere le opere sleali. Mi si conceda raccoglierne la somma, e mostrare in conclusione l'antitesi con che sostituivanoalle parole di soccorso il fatto dell'abbandono, alla prontezza di marzo le lungaggini di settembre, all'unione in Levante le gazzarre in Provenza, alle galèe ottantadue il numero quarantuno, alla bravura dei Veneziani la soperchieria dei venticinque, all'abbattimento dei Turchi la consunzione dei Cristiani, alla guerra viva le misere scaramucce, alle grandi battaglie la fuga vergognosa, alla consegna di Castelnovo l'occupazione violenta di quattromila Spagnoli, alle conquiste in Levante le minacce in Terraferma, all'amicizia la servitù. Sia pur che il numero infinito degli stolti si lasci pigliare dall'apparenza delle belle parole; non per questo dovranno i savî tenergli bordone, anzi maggiormente intendere alla sostanza della verità, schifare gl'inganni e conoscere gli uomini (secondo i dettami della sapienza) dalle opere loro. Io ho messo qui insieme i detti ed i fatti, perchè ormai ciascuno pigli da sè il posto che gli compete; e da sè giudichi le vicende del mondo, senza accezione di persone, sian grandi e piccoli d'ogni paese: cosa non potuta sempre fare libera e apertamente dai trapassati, quando i mancatori erano possenti e temuti; nè sempre voluta fare dai moderni per vani puntigli di onor nazionale inteso a rovescio, o per riverenza in tutto a chi non fu lodevole in tutto. Prima gli eterni principî della morale colla loro verità e giustizia, e poi il resto delle persone coi loro difetti e colle loro malizie[112].[Giugno 1539.]Ora, per finire questa materia, devo ricordare gli ultimi due atti della guerra nel trentanove, prima che fosse conchiusa la pace tra i Veneti e Solimano. Torniamo a Castelnovo, dove sulla fine di giugno si presenta Barbarossa con tutte le forze dell'imperio turchesco, per ricuperare al suo signore la piazza perduta. I quattromila fecero egregia e valorosissima difesa: ma voluti tenere contro legge e contro natura in Levante, dove il padrone da lontano non li poteva soccorrere, alla fine caddero il dì sette d'agosto nelle mani dei Turchi: i quali senza pietà gli tagliarono quasi tutti a pezzi, e i pochi superstiti posero al remo nelle galere, come testimonî della final conclusione della strana alleanza[113].Poscia l'istesso Barbarossa col medesimo esercito e colla medesima armata, vie più animoso per la recente vittoria, andò quivi presso a volersi pigliare la città di Cattaro tenuta dai Veneziani, e vi pose assedio pari e più duro che non a Castelnovo. Ma era riserbato al governatore di quella piazza Matteo Bembo, ed a quei spregiati marinari coi loro soldati, romagnoli, marchiani e dalmatini, senza bisogno degli altri venticinque, il dare a Barbarossa tale percossa, che il barbaro lacero e sanguinoso dovette esser contento di andarsene lungi dalla città e dal golfo, senza ardirsi mai più di ritentarequella prova[114]. Perduto adunque Castelnovo dagli Spagnoli, e salvato Cattaro dai Veneziani, finisce l'epopèa della prima grande alleanza nel secolo sestodecimo contro i Turchi. Per la seconda ci rivedremo agli scogli di Lepanto. Ma per la terza del secolo seguente sarà meglio comprovato come a pubblico beneficio della società e della religione tra Roma, Vienna, Venezia e Varsavia allora soltanto poteva durare intemerata la lega per sedici anni fino al trattato di Carlowitz, quando non entravano di mezzo i mestatori dell'Escuriale.XVIII.[1540.]XVIII. — Rimettiamoci attorno ai nostri porti e alla difesa delle spiagge, dove ci si ripresenta, come prima, alla testa delle sette galèe il conte Gentil Virginio Orsini con ordini pressantissimi di Paolo III contro le infestazioni del pirata Dragut. Costui, degno allievo prediletto di Barbarossa, ci è venuto due volte innanzi nel nostro cammino, prima fra la Prèvesa e Santamaura, comandante la vanguardia dell'Aquilone, e poscia rapitore della galèa del Bibbiena. Ora, scioltosi di ogni legame dell'armata ottomana, mena guerra piratica per conto proprio con venticinque o trenta bastimenti da remo, a rovina dei commerci e delle riviere di Spagna e d'Italia. Conseguenza dell'orgoglio cresciuto ai Turchi per gli inutili sforzi della lega dei Cristiani. La navigazione per tutto l'anno trentanove era stata interrotta nel Mediterraneo,con tanta crudeltà e arsioni di terre, e prede di navigli, e schiavitù di gente, che le doglianze dei popoli mossero l'Imperatore a ordinare lo schianto di costui. Indi lettere al Papa e al Grammaestro per ottenere il rinforzo delle galèe di Roma e di Malta; e commissione al principe Doria di non attendere ad altro se non a perseguitare Dragut, e ad estirpare gli altri pirati dal Mediterraneo.[Aprile 1540.]Per questo Andrea, non più aggirato nè aggiratore tra la diversità delle parole e dei fatti, non più tra capitoli espressi ed ordini secreti, ricomparisce quel valentuomo ch'egli era; e piglia l'assunto da senno, e in guisa da condurlo a buon termine[115]. Pronto fin dal mese di aprile in Messina, aggiugneva alle galèe sue quelle di Napoli e di Sicilia e di Spagna, e le quattro di Malta e le sette di Roma, ottantuna in tutto; e ne faceva cinque squadre per diversi paraggi, da stringere in mezzo Dragut, secondo l'esempio di Pompèo nella guerra famosa contro i pirati della Cilicia[116]. Erasmo Doria con dieci galèe alla guardia delle Baleari; Giannettin Doria e il conte dell'Anguillara in Corsica e Sardegnacon ventuna galea[117], don Federigo di Toledo con undici innanzi alle isole del golfo napolitano, il conte di Requesens con diciassette e i Maltesi a ponente della Sicilia, e il principe colle ventidue consuete per la costa di Barberia. Tutti gli squadroni fecero degna prova, ed ebbero segnalati vantaggi: ma l'onor supremo e il maggior guadagno della gran caccia toccò alla squadra di Giannettino e del Conte, ciascuno colla sua bandiera e le sue galere, che erano quattordici genovesi col primo, e sette romane col secondo[118].[2 giugno 1540.]Visitarono insieme le coste di Sardegna, e finalmente ebbero avviso che Dragut, dopo aver dato il guasto alle riviere della Corsica, era stato veduto con undici vele trapassare le bocche di Bonifacio, e dirigersi alla Capraja, isoletta dei Genovesi, allora quasi disabitata[119]. Lo seguirono in quella parte, e udirono le cannonate che egli tirava contra la torre di tramontana. Per questo stando più vigilanti, con buoneguardie, e pigliando lingua da quei che fuggivano con piccoli legnetti, e dai pescatori, vennero a sapere che i pirati eransi levati di là, e rivolti alle alture di capo Corso; e finalmente alla deserta cala della Girolata, che è sulle coste occidentali dell'isola presso alla Cinarca e quasi nel mezzo, dove facevano baccano, gavazzando e dividendo a ciascuno la parte che gli veniva di preda e di schiavi. Costume perpetuo dei barbareschi il mettersi subito alla partizione delle prede, tanto per quietare gli ingordi appetiti, quanto perchè meglio ciascuno pigliasse nel viaggio la particolar cura delle cose sue. Costume eziandio perpetuo lo scegliere per tale bisogna gli ascosi recessi di qualche isola deserta, dove non avessero a temere nè concorso di bastimenti da guerra, nè stormo improvviso di abitatori.Lietissimi i nostri girarono l'isola, e addì due di giugno 1540 di buon mattino posero gli agguati a ponente per assicurarsi il beneficio dei venti consueti nella stagione dal secondo e dal terzo quadrante. Oltracciò Giannettino mandò innanzi verso la cala il solo Giorgio Doria con sei galere ed una fregatina, perchè fattosi scoprire allettasse il nemico alla caccia, e lo traesse dove le altre quindici galèe stavano soppiatto ad aspettarlo. Veduti i pochi di Giorgio, il Pirata temerario chiamò all'armi; e lasciando due soli bastimenti alla guardia del bottino, si spinse contro di lui, che a maraviglia infingevasi di fuggire, tirandosi appresso i pirati verso l'agguato. Corsero qualche tempo i legni barbareschi, in numero di nove, contro i sei di Giorgio, infino a che questi con un tiro diè il segno, e comparvero agli occhi stupefatti di Dragut le altre quindici galèe di Giannettino e del Conte, che venivangli risolutamente incontrocol vantaggio del vento. Virò costui subito subito di bordo, e prese a fuggire: ma i nostri avendolo sottovento, e forzando di vela, non potevano mancare di investirlo per poppa. E già il Pirata, sentendosi alle calcagna più e più da presso i cacciatori, si teneva perduto, quando disperatamente pensò volgere la faccia, e provare se colle armi potesse meglio provvedere allo scampo. Eccolo dunque dare alla banda, venire al vento, mainare le vele, e mettersi a remo: eccolo a suon di trombe approntarsi ferocemente al conflitto. Ma non gli fu dato nè anche il tempo di cominciare: conciossiachè a pena voltato, Giannettino col cannon di corsia gli assettò tale un colpo, che incontratosi di imbroccare nella ruota di prua, gliela strappò quasi dal calcagnolo, sfondandogli la galera. In quel punto di confusione, ed egli che scendeva nello schifo, e gli altri legni che perdevano la speranza, circondati nell'impeto dell'abbrivo, restarono tutti uncinati e presi, da due infuori che prima degli altri avean preso la fuga.Intanto che Giannettino incatenava Dragut e rimetteva i sei legni predati, il conte dell'Anguillara seguiva innanzi verso la cala, dove si vedevano le due galere dei barbareschi di guardia al bottino; e pigliavasele ambedue senza colpo ferire, essendosi Mamì capitano di quella guardia gittato in terra con tutti i suoi, abbandonata ogni cosa alla riva, colla speranza di salvarsi nei boschi vicini[120]. Ma poco gli valse la fuga; perchè inseguitodai vincitori, e cacciato dalla fame nel termine di due settimane con tutta la sua brigata venne in potere dei vincitori. Splendido successo senza niuna perdita dei nostri: mila ducento Cristiani liberati dalla schiavitù, altrettanti Turchi fatti prigioni, cattivato il terribile Dragut, in catena l'ajutante Mamì, presi nove bastimenti nemici. Tra quelli due lasciati alla cala l'Orsino riconobbe e ricuperò intatta la galèa del Bibbiena, che avevamo perduta due anni prima nello scontro del ventisette settembre alla Prèvesa, come si è detto[121].Non trovo che il conte dell'Anguillara abbia toccato parte dei guadagni; nè punto me ne dolgo o maraviglio, tale essendo la condizione perpetua della marineria romana, combattere per debito, non per mestiero, per onore, non per guadagno. Soltanto mi meraviglio e dolgomi che niuno degli scrittori ligi ad Andrea l'abbia voluto nominare a questo proposito[122]. Il silenzio di costoro, contro la testimonianza di tutti gli altri, prova soltanto quella parzialità, che mi auguro abbia a essere emendata da qualcuno de' dotti e virtuosi scrittori genovesi, i quali per loro gentilezza fan conto delle cose mie, e non lasciano cadere a vuoto i miei desiderî. Dunque il conte Gentile se ne tornò con molto onore a Civitavecchia, e fece feste in Roma, come se ne facevanoin ogni parte dai popoli cristiani con fuochi, spari e dimostrazioni di pubblica esultanza per vedersi liberati da potente e capitale nemico.XIX.[22 giugno 1540.]XIX. — Dall'altra parte Giannettino ai ventidue di giugno entrava trionfalmente nel porto di Genova con una schiera di legni acquistati, una lunga infunata di prigionieri, e Dragut alla catena[123]. Il quale, come trasognato, non credeva a sè stesso di avere in un tempo solo perduta la roba, la libertà e la riputazione. Caduto in tanta bassezza, consumavasi di rabbia, nè ammetteva consolazione che dare gli volessero gli altri compagni: anzi dolendosi con loro non potè tanto tenersi che non gli uscissero parole ingiuriose contro Giannettino, dicendo sua pena principale essere la viltà d'un imberbe ed ignoto vincitore. Le quali parole riferite, come succede, a Giannettino, che non si teneva nè per fanciullo nè per oscuro, il fecero montar sulle furie, tanto che gli pose il piè sul mustaccio, e ordinò al comito di legarlo al remo, e di farlo vogare alla pari con tutti gli altri galeotti. Più mansueto trattò con lui il cavalier Giovanni Parisotto della Valletta, che doveva poi divenire celebre grammaestro di Malta. Il quale, chiamandolo per nome, secco secco alla soldatesca gli disse: Capitan Dragut, usanza di guerra. E l'altro, riconosciutolo subito per professo di Malta, sul medesimo tono: Signor cavaliere, mutazion di fortuna.[Ottobre 1540.]E così successe, come ebbe detto il pirata. Perciocchè l'anno seguente il cavalier della Valletta cadde prigione del Zoppo di Candia alle seccagne di Barberia: e colà egli schiavo si incontrò un'altra volta con Dragut rimesso in libertà e in grandezza, e divenuto principe più di prima. Di che dobbiamo esser tenuti alla generosità di Andrea Doria, e della Principessa sua moglie, e dell'imperator Carlo V; i quali tutti insieme accordarono il riscatto del ribaldo per tremila cinquecento ducati[124]. E costui divenuto più niquitoso per le ingiurie, più cauto pei disastri, e più sitibondo di sangue e di vendetta, tornò peggio che peggio a spremer lacrime da chiunque aveva riso nel vederlo prigioniero. Crebbe per molti anni in ribalderia, si fece beffe del vecchio Andrea, gli dette i brividi sul letto di morte, sconfisse Giannandrea alla prima comparsa sul mare, e impresse il suo nome come simbolo di rovina per tutti i lidi del Mediterraneo infino alla punta di Malta, che tuttavia lo ricorda. Ne avremo lungamente a parlare.Tutti i contemporanei, senza eccezione, biasimarono di tal fatto Andrea. Tra i moderni non pochi si ostinano a rinfacciargli l'avarizia, come se tremila ducati di più o di meno disformassero il cassetto d'un principe suo pari. Altri vorrebbe spiegare la cosa pel desiderio di volgere coll'esempio generoso i Turchi agli usi e costumanze di buona guerra: follìa, che non poteva capire nella testa di Andrea, conoscitore solennissimo delle differenze che passano tra milizia e pirateria. Io penso tra me che egli abbia voluto provvedere al contraccambio in caso simile, al quale i giovanetti suoi nipoti ed esso stesso erano continuamente esposti: e penso questo argomento più di ogni altro e con tutte le possibili conseguenze essere stato destramente maneggiato dall'istesso Dragut, e fatto sentire alla Principessa, massime nell'udienza con tanto studio richiesta ed ottenuta da lui in Genova per averla favorevole, come l'ebbe, alla sua liberazione.XX.[Marzo 1541.]XX. — Tre mesi dopo Dragut ripigliava il mare da padrone: e il vicerè di Napoli, spaventato dai continui rubamenti e disastri che si udivano per opera sua, chiamava all'armi le galere del Regno, e volgeva l'occhio a quelle di Roma, implorandone l'assistenza[125]. Altrettanto di clamore usciva dalle province marittime di Spagna, infestate dai seguaci di Barbarossa per modo così pertinace, che i popoli oppressi arrivarono al segno di tassare sè stessi di somme enormi per fare lespese di un'altra spedizione contro i pirati di Algeri, come si era fatto contro quelli di Tunisi. Ed avendo Carlo V promesso agli Spagnuoli di pigliare quella briga, licenziata la dieta di Ratisbona, dove si era indarno adoperato per comporre insieme i cattolici coi protestanti, si dispose a venire in Italia per sorvegliare da presso gli armamenti che i suoi ministri di Milano, di Sardegna, di Sicilia e di Napoli facevano, ammassando da ogni parte danaro, gente, munizioni, vittuaglie e navigli per la guerra d'Africa. Se Carlo coi Veneziani di vero senno avesse abbattuto il Turco alla Prèvesa, non avrebbe avuto il flagello dei pirati in Spagna, nè le ruine dei giannizzeri in Ungheria. La mala propagine fin dalla radice aveasi a cavar di Costantinopoli, anzichè perdere l'opera e il tempo a cimarne qua e là le foglie per le riviere della Libia.[Giugno 1541.]Al Papa scrisse Carlo di suo pugno mostrandogli il desiderio di avere in compagnia le galèe romane, e di abboccarsi seco quando passerebbe da Lucca per andare a imbarcarsi nel golfo della Spezia. Perciò il conte dell'Anguillara con grandissima sollecitudine allestiva in Civitavecchia le tre galere della guardia, e le quattro sue proprie, sapendo che avrebbe avuto di camerata Ottavio Farnese, nipote di sua Santità e duca di Camerino, con eletta schiera di gentiluomini romani grandemente desiderosi di trovarsi coll'Imperatore e col Duca alla grande impresa[126]. Nominerò tra questi il conteFrancesco di Bagno, il capitan Lucidi di Subiaco, Tito Cansacchi d'Amelia, Arrigo Orsini di Roma, Marcantonio della Porretta, il capitan Aurelio da Sutri, con altri molti veterani che avevano combattuto nella guerra del sale contro i Baglioni nell'Umbria, e contro i Colonnesi in Campagna di Roma: aggiungendovi il capitan Giulio Podiani, i Paluzzi, i Delfini, i Naro, i Massimi, gli Altieri, gli Albertoni, i Capizucchi, i Savelli, i Boccapaduli, i Cesarini, i Particappa, i Maddaleni, i Capodiferro, i Mochi, i Frangipani, i Gabrielli, i Berardi, i Pagani, i Cavalieri, ed altrettali, che valevano al pari di chicchefosse per quei tempi nel maneggio della spada[127].[Agosto e settembre 1541.]Sciolsero questi signori all'entrante di agosto da Civitavecchia e fecero capo alla Spezia: di là il duca Ottavio passò a Milano incontro al suocero che veniva da Trento, e stette con lui tra le feste dei cortigiani, eseguillo dalla Lombardia a Genova e a Lucca. In questa città agli otto di settembre per la via di terra era venuto papa Paolo, a dispetto dei medici, i quali a lui vecchio sconsigliavano il viaggio pei calori della stagione. Poco dopo con sessanta galere sbarcava alla spiaggia di Viareggio l'Imperatore: ed alli dodici nella cattedrale di Lucca incontravansi insieme Paolo e Carlo. In somma le feste di Milano, i negozî di Genova, e il colloquio di Lucca, menarono le cose tanto in lungo che il principe Doria sperava non si dovesse più per quest'anno pensare ad Algeri. Lo stesso diceva papa Paolo, e tutti gli uomini assennati, massime per le infelici notizie che venivano fresche delle guerre di Ungheria, per le quali di là si richiedeva la presenza e l'ajuto dell'Imperatore. Ma Carlo, tenacissimo de' propositi e soverchiamente fiducioso nella sua fortuna, non volle ascoltar consigli di niuno, e prese congedo per Algeri.[18 ottobre 1541.]Presso la Spezia a' diciotto di ottobre Carlo montò sulla ricchissima galèa imperiale di trenta banchi che il Doria teneva per lui. La quale, perchè era remigata da cinque uomini ad ogni remo, alcuni usavano chiamare con isfoggio di classicismo Cinquereme: ma devo ripetere, che dalla ricchezza, dalla grandezza e dai cinque rematori infuori, non aveva nulla di essenziale diversità dalle altre galere, secondo le consuete forme di costruzione altrove descritte. Presso la reale a mano destra sorgeva la capitana di Roma, col conte dell'Anguillara, Ottavio Farnese e quegli altri signori che ho nominati[128];a sinistra la capitana di Malta, indi per ordine le altre capitane di Genova, di Napoli e di Sicilia, meno quella di Spagna, che aspettava colle sue conserve alle Baleari. L'istesso giorno di martedì diciotto del mese di ottobre salparono dalla Spezia: indi si ripararono dal fortunale di Ponentelibeccio a capo Corso. Discesero a Bonifazio, e per quelle bocche ad Alghero: di là a porto Maone, e finalmente addì ventiquattro d'ottobre tutta l'armata dètte stupenda e terribil vista innanzi alla città d'Algeri.

[27 settembre 1538. 9º m. Levantescirocco fresco.]

La deliberazione della battaglia si propaga in un baleno tra le genti con segni di manifesta universal contentezza. Presti a salpare, a far vela, ed armi in coverta. Le navi divise in due corpi sulle punte delle ali: metà sulla destra al comando di Alessandro Condulmiero, capitano di un galeone veneziano; metà sulla sinistra con Francesco Doria. Le galèe in tre corpi, distanti due gomene tra loro, e scaglionati da sinistra a destra. Il Principe di vanguardia e più largo a mare, appresso i Veneziani nel corpo di battaglia, e il Patriarca ultimo al retroguardo, più vicino all'isola di Santamaura[56]. Le galèe di ciascun corpo tutte sopra una linea distanti, l'una dall'altra per la metà della loro lunghezza: e tanto bene vanno per la via assegnata e descritta nella carta consueta dell'ordinanza, che meglio non andrebbe sulla piazza un drappello di lanzi veterani.

Barbarossa da sua parte, vedendo a vele gonfie e con sì bell'ordine tutta l'armata cristiana farglisi incontro, palpita più d'Andrea: prevede vicino non solo il combattimento, ma più anche la sua intiera disfatta[57]. Nondimeno acconciandosi alla necessità, scompone l'aquila, e distende la curva in figura di mezza luna, studiandosi a remi di accostarsi alla terra per guadagnare sopravvento. Dunque i due padroni del Mediterraneo ci danno nella mattinata buon saggio della loro abilità, e in modo diverso: chè il Pirata, inteso dirittamente al suo scopo, si copre di figure bizzarre; e il Cortigiano conduce linee rette, inteso pur col pensiero e co' fatti al rovescio. Non già che l'arte del navigare e del combattere consista nelle comparse degli aquiloni, delle lunate e dei rettilinei: ma e' son segni evidenti della sicurezza e intelligenza dei capitani; come pur dell'arte e obedienza dei marinari, e della agilità e maneggio dei legni. Segni di eccellenza nei soprastanti e nelle masse: non essendo dubbio che gran cose saprà fare a un bisogno e per necessità, chi sa farne a soprabbondanza per diletto.

[27 settembre 1538. Mezzodì, bonaccia.]

Intanto le due armate si appressano, già sono vicine a un miglio, quando sul mezzodì il vento che infino a là tanto bene ha portato l'armata cristiana tutta unita, navi e galèe, cade del tutto e si fa malaccia con qualche rifolo dall'istesso quartiere. Tutti richiamano le tre ore perdute nella consulta. La piccola distanza di un miglio si potrebbe superare coi remi in dieci minuti: ma le navi resterebbero indietro, e le galèe andrebberosole. Perciò il Principe mettesi in giolito: tanto assegnatamente, che alcune navi più destre e veliere, fatti i coltellacci e scopammari, e raccolta ogni bava minima di vento, pur gli passano avanti.

Primo di tutti il galeone del Condulmiero, coperto di cotone da cima a fondo, tira alla punta dell'ala di Tabach, e lo provoca in modo, che costui si risolve di farlo assalire da una falange di galere, perchè lo caccino a picco. Comincia pertanto la detta falange a trarre contro il galeone; e il Condulmiero nullamente risponde, aspettando di mettersela tutta vicina. E come si trova tanto da presso da avere ogni colpo per sicuro, lancia la prima fiancata a cartocci di scaglia, e scopa via d'attorno quanti Turchi si mostrano; sì che ai pochi rimasti in vita pare un'ora ogni istante che tardano a fuggire[58]. Animato da questo successo, il Condulmiero si prepara a conciare per simigliante maniera tutta l'ala di Tabach; e già il galeone di Franco Doria si mette in punto di fare altrettanto sull'ala di Salèch; e tutta l'armata cristiana, soldati, marinari, spagnuoli ed italiani (se ne togli alcuni silenziosi politiconi), tutti chiedono che si debba non solo arrancando, ma volando, se fia possibile, investire l'armata nemica: tutti vedono di aver cinquanta galèe di vantaggio, alcune navi già innanzi, e le altre vicine[59]. All'incontro Andrea, mantenendo le riserve assunte dal principio, fa dare qualche palata, e tra la maraviglia di tutti colle sue galèe piglia un giro di lungo circuito dalla sinistra attorno alle naviverso il largo del mare[60]. Forse che Giannandrea coll'istessa arte non allargossi a Lepanto?

[27 settembre 1538. 3º s. bonaccia.]

Barbarossa intende benissimo quella lentezza e quegli aggiramenti lontani, e ne piglia conforto. Spera che i Cristiani se ne andranno senza far nulla. E non volendoli provocare, anzi parendogli già troppo di essere stato le tre ore a fronte di armata tanto superiore, comincia a dare lento lento alcune palate indietro, tirandosi verso terra. In quel punto lo sdegno divampa dai petti generosi, in ogni brigata si mormora del Doria, e i due generali di Venezia e di Roma con velocissimi palischermi corrono a trovarlo, pregandolo e scongiurandolo che dia il segno della battaglia, levi in alto il grande stendardo, e non perda occasione tanto propizia e desiderata[61]. Andrea in gran sussiego risponde buone parole più all'uno che all'altro: e gli esorta ambedue di ritornarsene a bordo, e di osservare attentamente di là a mano a mano i segnali.

[27 settembre 1538. 5º s. Scirocco fresco.]

Un ora prima del tramonto ridonda a un tratto il vento favorevole da Scirocco: beneficio solenne per tutta l'armata cristiana[62]. Già le navi in massa ripigliano l'abbrivo, già si avanzano per investire i nemici; e le galèe anche senza l'uso delle vele e dei remi, per sola spinta del vento ne' corpi agilissimi, da sè son venute tanto vicino, che i marinari possono distinguer bene i colori, le vestimenta, e i paurosi sembianti dei Turchi[63]. I Cristiani di ogni nazione e di ogni parte ripetono: battaglia, battaglia. E vedendosi con tanti vantaggi di numero, di forza, di navi e di vento; all'incontro il nemico avvilito, fuggiasco, presso a terra, accertano con pronto conflitto di sbaragliarlo. Ma che? In quel procinto Andrea, senza dir motto ad alcuno, e senza far segni, contro ogni ragione di milizia, e fuori della espettazione di amici e nemici, scioglie le vele, piglia il vento, mette il timone alla banda, si allarga alquanto a ponente, e poi con tutte le sue galere, e vento in poppa se ne fugge a Corfù[64].

[27 settembre 1538. Il tramonto. Scirocco fresco.]

XII. — Alla vista di tale ontosa e inaspettata fuga, l'armata, navi e galèe, Veneti, Spagnuoli e Romani, caddero nella confusione, abbandonati senza governo; infino a che questi e quelli, e poi tutti furono di avviso di dover seguire lo stendardo del grande Capitano[65]. Ma nel far vela, e nel poggiare al largo, i navigli si investirono e intricarono tra loro, che se Barbarossa gli avesse caricati, come doveva, cadevano tutti irreparabilmente nelle sue mani. Ma al Pirata non sembrava possibile nè tanto errore, nè così solenne perfidia: sospeso però dell'animo in molti pensieri, temendo strattagemmi, e non volendo arrischiare battaglia, dette tempo ai nostri di allargarsi e di rannodarsi alquanto. Ma poscia reso sicuro del fatto, e orgoglioso dell'inaspettato trionfo, ordinò la caccia, traendo a furia gridadi vergogna e colpi di cannone dietro alle spalle dei fuggenti. E non avendo mai la reale del Principe osato voltar faccia, nè contrabbattere, niuno si ardì sparare un sol pezzo per sua difesa. Indi cresciuto tra i Cristiani il disordine ed entrato il timor panico, si dierono a correre a chi più poteva verso Corfù, e quasi venti galere fino in Puglia: e quanti vi ebbero navigli tardi alla vela, o sbandati, tanti furono assaliti e presi dai Turchi.

Qui devo sostenere alquanto per sovvenire, almeno colla voce, alla tredicesima delle nostre galèe, armata in Ancona, e condotta dal cavalier Giambattista Dovizî, detto l'abate di Bibbiena. Il legno, tanto forte per la bravura e pel numero dei combattenti, quanto fiacco di rematori, ebbe danno dai compagni nel procinto della ritirata, e rimase addietro. Assalito da due galeotte, le ributtò tuttaddue; e sarebbe scampato pel valore del capitano e delle genti, se non fosse venuto Dragut con altri quattro contro lui solo. Il Bibbiena si difese da disperato, le ciurme istesse presero l'armi coi soldati, e combatterono alla vista di tutti più di mezz'ora. Finalmente al tramonto del sole la galèa fu presa, quando non vi ebbe quasi più alcuno in vita a difenderla. Sotto gli occhi di Andrea i Turchi abbatterono lo stendardo del Papa, ne incatenarono il capitano, tolsero ogni cosa[66]. La riscossa verrà coll'armi dal nostro conte Gentile, come in alcun luogo diremo.

In somma sul far della sera i Turchi avevano in poter loro una galèa di Venezia, una di Roma, e cinquenavi di Spagna, non ostante l'eroica difesa de' loro fortissimi capitani e soldati lasciati in abbandono[67]. Ardevano in mezzo al mare le navi da carico, e il famoso galeone del Condulmiero, che aveva sul mezzodì così bene incominciata la battaglia, abbandonato da tutti e traforato da molte palle, si credeva comunemente perduto, infino a tanto che tutto lacero e sanguinoso dopo tre giorni non fu ricondotto dall'intrepido capitano in Corfù.

[27 settembre 1538. La notte. Scirocco fresco.]

Finalmente venuta la notte dopo l'infelicissima giornata, che ci portò tutti i danni della sconfitta senza niuna prova di battaglia, il principe Doria volle che non si accendessero i fanali, ma celatamente si navigasse di ritorno a Corfù, dove si aveva a decifrare la sua conquista di tutta la Morèa con Patrasso e Castelli. Tutto ciò crebbe animo ai barbari, e dette loro occasione di insolentire maggiormente, dicendo con amaro sarcasmo essere stati nascosti i lumi per coprir meglio tra le tenebre la fuga e la paura[68]. Derisi adunque dai barbari, e fuggendo al bujo tutta la notte, confusi e taciturni volgeano loro malgrado lo sguardo alle cornute punte della luna ottomana, e vedeanla sopraccapocrescere minacciosa e terribile[69]. Imperciocchè i Turchi infino a quel punto timidi e quasi disperati sul mare, non pensando mai di attribuire ad altrui difetto così grande successo, ma ascrivendolo soltanto alla propria bravura, si levarono indi in poi a tragrande superbia, e divennero quanto mai petulanti, arrogantissimi, e solenni dispregiatori del nome cristiano[70].

Quella notte Andrea corruppe il sentimento morale della marineria per tutta la cristianità, togliendole la fiducia e la coscienza della propria virtù. Quella notte certi politiconi dell'equilibrio musulmano (i quali per interesse faceano grande assegnamento sul braccio del Turco come sopra leva sufficiente a contrappesare questo e quello) cominciarono a dar voce che i Turchi erano invincibili per mare. Tenetelo a memoria: e ne vedrete le conseguenze tra i cortigiani della Porta e di Spagna per altri trent'anni e più, fino alle acque di Lepanto; dove Giannandrea avrebbe ripetuto in sesto minore la medesima manovra dello zio, se avesse avuto l'istessa autorità. Andrea previde le conseguenze e gli fu forza di piangere. Ma quelle lacrime non tolsero i disastri, nè discolparono la sua condotta, nè estinsero il fuoco della discordia continuamente rattizzatodai suoi parziali per volerlo difendere a scapito dei Veneziani, come se questi per esser presti alla fuga, in vece dei mattaffioni e delle garzette avessero serrate coi giunchi le vele. Il metodo si usava da tutti, e si usa ancora per buoni effetti, non per fuggire[71]. La causa è vinta, quando l'avversario non ha altro argomento che sospetti assurdi, e ridicole recriminazioni, come queste.

[29 settembre 1538.]

XIII. — Le infauste notizie dell'armata corsero rapidissime da Ancona e da Brindisi a Venezia ed a Roma, e le due città presero aspetto di tale costernazione, quale si vede nei giorni più acerbi di pubblico infortunio. Da una parte l'insolenza cresciuta ai barbari e ai pirati, dall'altro l'avvilimento delle armi proprie, il discapito della società e della religione, tutti vedevano; e insieme l'onore delle armi, il sangue dei cittadini, il pubblico danaro, le navi, le milizie gettate in una voragine di guerra e di spesa inutile, anzi vituperosa e per gli indugi e per la fuga del principal condottiero. Tutti cercavano la causa del disastro, pochi la capivano, niuno ardiva scriverla[72]. Ma un fatto tanto grave, con tanta cura preparato, e costantemente seguìto anche dai successori per tanto tempo, deve avere una ragione stabile,arcana, alta, che non mette a pericolo i mancatori, anzi gli assicura e li rende più cari ai padroni e più potenti tra i cortigiani: dunque la ragion di stato. Con lungo studio ho cercato io di spiegare a me stesso questo fatto: ed ora per debito di storico, dovendo ragionevolmente stabilire le cause e gli effetti dei grandi successi, ad esempio dei posteri, ed a giusta retribuzione di lode e di biasimo, cui spetta, grande o piccolo, nostrano o straniero; massime trattandosi di personaggio per tanti titoli commendevole, al quale la pubblica opinione non attribuisce altro che bravure, e da me stesso tante volte lodato, presento ai lettori la sostanza di ciò che han detto in questo caso i suoi difensori, i suoi nemici e gl'imparziali. Si vedrà che tutti, volendo o non volendo, menano alla medesima conclusione, come il lettore dalla precedente esposizione dei fatti deve prevedere.

L'ira e le accuse dei contemporanei contro Andrea non ricorderò io colle parole della plebe rabbiosa, ma colle scritture notissime ed assennate di Scipione Ammirato e di Paolo Paruta, ambedue lodati dal Tiraboschi; e più il Paruta dal Pallavicino, come «Storico egregio tra gli italiani, non meno per candore di sincerità che di stile, e per limpidezza di pietà che di prudenza». Il primo parlando della pubblica indignazione, che veniva crescendo come si moltiplicavano le lettere private, nelle quali minutamente si narravano i fatti e biasimavasi Andrea, dice[73]: «Non vi fu accusa, non vi fu detrazione contro il Doria, che avventata non gli fosse. La sovranità del comando conservavalo in rispetto, altrimenti gli sarebbero corsi in faccia gli sputi universali: tanto era grande la rabbia.... Il mancar di fede è colpa da non rimettersi, nè da gastigarsi mai abbastanza.» Ilsenator Paruta scende ai particolari, ed enumera ad una ad una le accuse comuni e le voci che allora correvano[74]. La privata amicizia di Andrea con Barbarossa, la venuta di una galeotta piratica al suo bordo presso la Prèvesa, gli interessi suoi nel mantenimento della pirateria, l'avversione contro i Veneziani, la tinta di nero data alle antenne per arcano segno di secrete intelligenze, l'ambizione della propria grandezza, il timore di mettere a rischio la sua persona, l'avarizia delle sue sostanze e galèe, dalle quali dipendeva tutto l'esser suo pel bisogno che aveva l'Imperatore del suo servizio. Indi soggiugne cosa di gran momento e inaspettata, scrivendo: «Nè più degli altri astenevansi da queste accuse gli Spagnuoli: anzi il marchese d'Agialar, ambasciatore di Cesare in Roma, pubblicamente detestava le operazioni del Doria; mostrandosi in ciò forse più ardente per levare quel carico, che da tale successo potesse nascere, all'Imperatore; quando fosse nato sospetto essere ciò eseguito di ordine e di commissione di lui.» Dunque per quanto sia grande il susurro popolare, la destrezza dei ministri e la cautela degli scrittori, una cosa in fondo si rivela dalle parole dei contrari: cioè corso libero a tutte le accuse, salvo al sospetto di infedeltà combinata tra Carlo ed Andrea.

Tra gli imparziali metto il fiore dei dotti e religiosi uomini, e primo il cardinal Pallavicino, con queste parole[75]: «Della Lega seguirono successi inferiori alle speranze, bastando ad Andrea Doria mandare a vuoto gli sforzi dell'inimico senza combattere, eziandio che la vittoria apparisse molto più verosimile della sconfitta: poichè dall'una si prometteva egli leggier vantaggiodel suo principe, e dall'altra gli prevedeva grandissimo detrimento. Il qual consiglio gli partorì l'odio appresso i collegati e l'infamia appresso la moltitudine.» Dunque non si procede conforme alle esigenze della cristianità e del comune vantaggio dei collegati, ma a seconda dei privati interessi di Cesare. Ciò conferma con poche e circospette parole il cavalier Giacopo Bosio nella storia dell'Ordine suo, dicendo[76]: «Avvegnachè il principe Doria in quella giornata nell'opinione di molti dall'acquistata riputazione sua non poco cadesse, ne assegnò egli nondimeno all'Imperatore ragioni tali, che per sicurezza degli stati suoi di lui soddisfattissimo rimase.» Con maggiore intrepidezza, e per zelo di religione, leva la voce Odorigo Rainaldo dell'Oratorio, continuatore del cardinal Baronio, e storico ufficiale di Roma, negli Annali ecclesiastici, scrivendo[77]: «In verità io mi vergogno di raccontare nell'anno presente i fatti dell'armata cristiana.... Mancò al dover suo Andrea Doria, anche nel momento di combattere, quando si vedeva più certa la speranza di vincere; quantunque sollecitato a battaglia dai generali di Venezia e di Roma. Esso al contrario, facendo sul mare inutili giravolte e più vana ostentazione di arte marinaresca, prese finalmenteil turpe partito della fuga, e se ne andò deriso dai barbari, che gli ciuffarono sette bastimenti tra navi e galèe, e ne fecero falò in mezzo al mare.... Furono sparse voci sinistre intorno alla sua condotta; ma dicono che Andrea non ne facesse niun conto: perchè egli riduceva la somma delle cose al comodo di Cesare. Il quale, avendo accapigliato i Turchi contro i Veneziani, non aspettava altro che vedere quest'ultimi stremati di forza e di sostanza, per gittarsi sopra di loro, e spogliarli del dominio di terraferma.» In questo modo gli imparziali rincalzano l'argomento: e dalle basse regioni delle ingiurie personali montano alle sublimi ragioni di stato, dove assicurano l'assunto della infedeltà fuor di controversia. Ma perchè sarebbe ingiustizia condannare chicchessia senza udirne le difese, volgiamoci ai due che hanno scritto di proposito in favore di Andrea.

Udiamo il Sigonio discolparlo così[78]: «Noi non cerchiamo di investigare le cose occulte, gli ordini dati in secreto, gli intimi pensamenti dei principi, e le oscure volontà degli uomini.... Per voler di Dio il Doria non fu favorito dalla fortuna, perchè tutti confessano che il vento mancò.» A mezzodì pel desinare, signor Carlo, mancò il vento; non all'asciolvere, nè alla merenda, quando Andrea lo sciupò prima in consigli inutili, e poi in fuga vergognosa. Col vento fresco di Scirocco in poppa sciolse le vele, fece orecchie di lepre alla marinaresca, si allargò dai Turchi, fuggì verso Corfù e piantò i Cristiani in confusione. Menollo il vento. E voi ravvolgetevi quanto che sia per quella notte senza lumi, abbarcate cose occulte, secrete, intime e oscure quantunque vi pare, che noi vediamo i fatti più chiari delle parole; anzi per la medesima filatessa di scuse non ricerchevediamo più che altro manifesta l'accusa. E quanto alla temerità di interpretare a rovescio la volontà di Dio... Passiamo all'altro, commensale di Andrea e segretario dell'Altissimo, il quale al modo istesso non trovando nè per mare nè per terra scuse sufficienti alla difesa; e non sapendo dove che siamo noi piantar chiovello da carrucolare il convincimento nostro, si volge al cielo dove ci ha lasciati il collega suo, ed esclama[79]: «Il grande Iddio, che vide la strage che si faceva quel giorno di sangue umano, se due sì potenti armate combattevano alla Prèvesa, levò di animo.... che si combattesse.... Di maniera che qualunque esaminerà quel successo (dirittamente giudicando) confesserà che fosse permissione divina che quelle due armate non si azzuffassero insieme.» Caschi adunque il diritto di guerra e pace, esultino i codardi, tremino i prodi, si rompano i giuramenti, si tradiscano le alleanze. Chi potrà trovarci biasimo? Sono permissioni divine! Vedi il sistema delle discolpe personali come mena alla negazione dei principî eterni della giustizia, e quindi quanto importi alla storia di mettergli il freno. Non sono mai mancati, nè mai saranno per mancare nè sofismi, nè bestemmie, nè ciurmerie al fine d'imporre alla moltitudine e di mettere gli stolti in confusione. Ma quei che hanno l'intelletto sano non possono non vedere che, quando i difensori per scusare i falli di un uomo intorbidano le massime supreme della morale, della difesa e delle battaglie; e di più mettono in compromesso a favore dei Turchi la provvidenza divina, secondo gli umori del loro cervello; in somma quando spiegano dall'alto al basso coperchioni tanto fatti, e' deve esserci sotto gran magagna da nascondere.

Ora esaurite le testimonianze imparziali, e pesate le accuse e le difese, non sarò io giudice singolare a proferire la sentenza: ma volentieri seguirò la formola del magistrato e legislatore supremo Carlo V imperatore, alla quale senza appello tutti devono colla debita riverenza sottomettersi. Pensate in quel primo fervore quanta gente intorno a Carlo per dire, per sapere, per consigliare: gli ambasciatori dei principi, l'oratore di Venezia, il nunzio del Papa, i grandi di Spagna, i ministri, gli ammiragli, cento ronzoni pel gabinetto: ed egli, non volendo mettersi in contradizione con alcuno, aveva pronta per tutti una sola risposta, che ci ha conservata nei precisi termini il Cappelloni segretario del Principe. Diceva Carlo, semprechè alcuno parlava dei successi della Prèvesa[80]: «Per mia fede, Sua Santità in quell'impresa ha mancato. Io ho mancato, et i Vinitiani mancarono; et niuno ha fatto il debito suo, se non il principe Doria.» Dunque erano d'accordo: e Andrea ha obedito agli ordini di Carlo. Ecco tutto.

Che maraviglia dunque se Andrea diviene sempre più grande, più accetto al padrone, più potente alla corte? Carlo non naviga se non lo porta Andrea, non entra in Genova senza alloggiare in casa d'Andrea, non move foglia, nè fa alleanza, senza metterci alla testa Andrea. Soltanto il Doria conosce e soddisfa al debito suo. Lo stento dell'arrivo, la metà del contingente, la molestia del rinforzo, l'infingimento dei consigli, il rifiuto di combattere, la fuga innanzi al nemico, l'abbandono degli alleati, il trionfo degli infedeli sono tutti doveri di Andrea; tutti servizi resi all'Imperatore. Carlo è soddisfattissimo per comodo suo: così può tenere abbasso Venezia per mezzo del Turco, abbasso Milano per l'impotenza dei Veneziani, basse le Sicilie per la pauradei pirati, bassa Roma pel bisogno del soccorso, basso il Turco per la minaccia della lega; ed alto solamente Carlo e la sua corte. In somma gli Austriaci di Spagna volevano che il Turco ci fosse per contrappeso ai Veneziani, i Borboni di Francia che ci fosse per contrappeso agli Austriaci, altri che ci sia per contrappeso ai Moscoviti. In ogni tempo la stessa politica dell'equilibrio, ordinato soltanto al proprio interesse ed alla altrui depressione, ha tenuto Maometto in Europa. Carlo, Filippo, Francesco e Sempronio han sempre fatto e faranno la medesima cosa, e per le stesse ragioni. Dunque stian cheti gli eccentrici difensori dell'Escuriale (non dico del muro, ma delle persone in quella cerchia appostate) a proposito di queste faccende dei Turchi. Filippo ha seguìto la politica tradizionale della sua casa, incominciata dal bisavolo alla Cefalonia, e continuata dal padre alla Prèvesa. Ciò risulta dalla catena dei fatti, dal raziocinio, dai documenti: e quanto più se ne pubblicano, tanto meglio si conferma questa verità, che è l'unica chiave per entrare nel laberinto di cotali maneggi, senza di che non si capirebbe più nulla.

[30 settembre 1538.]

XIV. — Qui cade in concio di contrapporre agli studiati artifizî delle ingordigie politiche una lettera scritta proprio di quei giorni da un giovane venturiero dell'armata romana: il quale avvegnachè non potesse entrare tanto addentro nei fatti e nei giudizî di quella giornata, e qualche volta anticipi e posticipi come gli viene alla penna l'ordine dei fatti, nondimeno con schiettissima semplicità, non disgiunta da qualche arguta ironìa di sale romanesco, ripete i parlari di tutti, e mostra pur di sapere da sè alcuno arcano e pauroso secreto da non potersi confidare nè allo scritto, nè alla cifra: mada essere riservato a bocca quando che sia. Ecco la lettera inedita, che pubblico colle stesse scorrezioni, delle quali chiede scusa per più ragioni esso stesso lo scrittore, Miniato Ricci da Corfù addì 30 settembre[81]:

«A monsignor Parisani, tesoriero di N. S.

»Non ho scripto a Vostra Signoria Reverendissima più tempo fa, pensando de voler tornare costà più presto che non è stato. Et il mio tardare l'ha causato la venuta del signor principe Doria, et il mio desiderio di vedere l'armata turchesca, e di che modo si combatte in mare: essendo che in terra havevo veduto per l'ultima alla Prèvesa. Et così spettando, venne quello glorioso Messìa[82], che fu alli otto del presente. Che per honor della Christianità fusse piaciuto a Dio che non se fusse per quest'anno partito da Genova: che haveria riportato molto più honore in quelle bande de Ponente, che credo fora de queste di Levante, per quest'anno. La causa bisogna la dica abbreviata per non far volume. Et haveria dire a bocca[83]; sendo che la vergognia me fa restare de qua.

»Vostra Signoria Reverendissima ha da saper come alli 25 del presente partissimo dal canale de Corfù in tre battaglie, come il signor principe haveva ordinato. Cento quarantuna galèra, et sessanta o più navi[84], frale quali erano tre galeoni che portavano più di quattrocento cinquanta bocche d'artiglieria di bronzo, nel qual numero sono più di cento cannoni[85]. Et andassimo quel dì sopra il canal della Prèvesa, largo tre miglia. Et surgessimo tutti, con vento tutta la notte assai fresco. Et perchè nel canale ovvero golfo della Prèvesa era l'armata turchesca, non possette riuscire il disegno di far smontare le genti, come s'era disegnato. Perchè per gente che andarono la notte a riconoscere fu giudicato esser di troppo gran pericolo per più rispetti, che non accade il contarli.

»La mattina del ventisei partissimo di lì, dipoi di haver alquanto scaramucciato et tratte molte cannonate coll'armata turchesca, cioè con venticinque galere, quali intravano et uscivano dal golfo[86]: et pigliammo la volta di capo Ducato per andare in golfo di Lepanto. E così camminassimo tra il giorno e la notte fino a trenta miglia, perchè bisognò remurchiar le navi per carestia de vento. La mattina de' ventisette, a ore dieci in circha[87], sorgessimo molte galere sotto l'isola di Santamaura per spettar che tutta l'armata se drizzasse verso capo Ducato, quale andava vagando per certo vento che ne dava in faccia. Et stando noi surti così dove stava il signor Principe, et il nostro et il veneto Generale, et molti altri signori, fu scoperta l'armata del Turco, quale era uscita dalla Prèvesa. Perchè causa non lo so, ancorchè li judicii siano varii: perchè molti dicono che Barbarossa voleva andare in Barberia, moltiche ne veniva a disturbare l'andare a Lepanto, e molti judicii. Dove per questi signori fu determinato, de poi molte discussioni[88], se dovesse tornare alla volta dei nemici. Et benchè l'opinione del reverendissimo Patriarca non fusse de tornarci, tuttavolta per obbedire ce tornò; con ordine del signor Principe che sua Signoria reverendissima fosse retroguardia, Veneziani battaglia, et lui antiguardia. Et così dessimo alquanto de spazio alle navi, quali avevano un poco de vento[89], acciò potessero intrare in prima. Et così dui delli sopraddetti tre legni, molto agili di vele, andarono alla volta dell'armata: la quale poichè l'ebbe veduti tornare indietro, ancora lei si fece innanzi. Et come piacque al vento, li sopraddetti dui legni andorono tanto innanzi che cominciorono a tirare alli nemici, et li nimici a loro. Dove tutta l'armata stava di tanto buona volontà et de tanto grande animo de combattere, che non pareva che cento quaranta legni che haveva Barbarossa fossero stati se non tante fregate. E spettando tuttavia che se desse segnio de dar dentro. Abbenchè in questo mezzo, per ordine di sua Excellentia, eravamo usciti del primo ordine, et andati tutti in una battaglia. Et dipoi per il medesimo ordine mettessimo tutte le navi sopra del vento.

»Et stando così con questa speranza tuttavia andassimo largandoci verso li nimici, et loro stringendosi verso la terra. Di sorte che (per li nostri buoni ordini!) ne guadagnarono il vento: et se messero d'una tanto bella ordinanza verso di noi per spettarci, che se fosserostati lanzichinecchi saria stato troppo; non tanto esser galere. Et così ne tirorno molti e molti pezzi d'artiglieria alle nostre galere et alle navi, quali erano tutte arrivate, e restate a lor dispetto in bonaccia[90]. Et stando così loro verso terra, e girando noi in mare veleggiando, se drizzorno ad alcuni navigli che erano restati indietro, fra li quali furono de veduta mia tre navi grosse; ancorchè molti dichino quattro o sei. E combattendo l'una più di quindici galere, avendole dato assai botte, nè mai havendo possuto salir sopra, havendole buttato l'albero colle vele a terra, per volerla prendere ce buttarono fuoco: et questo perchè cinquecento Spagnuoli che ce stavano sopra se portorno tanto bene che non se può dir più. E certo se gli archibusi ammazzan loro, come li loro han fatto de li nostri, si judica che molti più siano morti di loro in quel combattimento.

»In mezzo a questo le altre galere combatterono dui altre navi, quali al medesimo feceno grandissima difesa; pure all'ultimo furono prese: perchè uno contro trenta è impossibile a durar, chè tutti non sono galioni. Presso queste tre navi se trovano dui galere: una del Papa assai male in gambe per fuggire, rispetto alli homini che non sono nè pratichi nè atti a questo offitio o per dir meglio exercitio[91]: et l'altra de' Venetiani, più atta a fuggire della nostra: ma al combattere la nostra meglio di quella, come per l'experientia si èvisto. Perchè essendo la nostra prima assalita da dui galiotte, le rebbuttò. Et saria scampata, se altre quattro galere non l'havessero sopraggiunta. Dove combattè mezz'ora o più gagliardamente: et all'ultimo restò pregiona la galera, et tutti li homini morti. Questo se sa per vista delle navi che erano più presso; et per uno scampato a nuoto sotto una galèa turchesca, quale tornando poi verso le navi, quello si dispiccò, e intanto con voti eccetera se salvò in una nave. L'altra de' Venetiani, per quello se vedde, se judica siano più prigioni che morti: perchè non fece troppa difesa.

»In questo tempo tutti pensavamo che se dovesse dar dentro alli nemici: perchè pensavamo il Principe havesse lassato sbattere li Turchi con le navi, et che poi con le galere se dovesse investire. La qual cosa non fu fatta. Et forse la causò un nembo di tempesta che venne, che ne fece un gran disturbo[92].

»Per la qual cosa, per venire alla conclusione, essendo ventiquattro hore[93]; et essendo insieme cento trentanove galere et tutte le navi, honoratissimamente ce ne demmo a fuggire! lassando dui galere, tre navi, et forse più, et molti altri vascelli in man di Turchi. Et che è più, lassammo tutte le navi a seccho, che non havevano vento. Et vedemmo bruciar dui navi. Et la fuga fu tanto honorata, senza che li nemici ci venissero direto, che fino a quest'hora mancano molte galere, quali s'intende sono andate in Puglia, che sarà stata una fuga di ottanta miglia: et in questa fuga sono intervenuteuna delle nostre, sei o otto del Principe, et altrettante o più de Venetiani. E questo, come ho detto, senza che li nemici ne seguitassero un passo: ma la tanto gran paura che era intrata addosso alli uomini[94]. Tutti dicono essere stati li ultimi a fuggire, et che avevano li nemici alle spalle, et che sono stati seguìti quindici miglia. Oltre che alcuni dipoi d'haver corso per dette ottanta miglia più che di passo hanno dato in terra per sospetto d'altre galere che vedevano pur delle nostre. Alcuni hanno tratto d'artiglieria a scogli, pensando fussero galere[95]. Alcuni lungata la via trenta o quaranta miglia discostandosi uno dall'altro, ogniuno per sospetto. Et come è piaciuto a Dio, semo tutti in Corfù. Et dalle dui galere in poi, nessuna ha havuto male nissuno, salva una di Rodi, che una botta mazzò otto homini. Sicchè vostra Signoria reverendissima ha inteso come ce troviamo. Basta che a judizio de tutta l'armata, la quale se sa che semo più de settanta mila homini, è stato ed è molto inculpato e biasimato quello, il quale ha avuto il carico di questa impresa[96]. Et certo ha perso in un punto quello che non ha acquistato in molti anni.

»Et io non saprei dire quale fusse la causa che non se sia fatta questa giornata: se non forse che quelli che stanno in cielo et all'inferno hanno havuto paura di tanta gente, quanta in quel dì justamente doveva sopraggiungere sopra l'una et l'altra porta in un tratto,non li togliesse il dominio[97]. Che certamente ogniuno judica che campandone di cinque due, fusse assai: stante che essendo tra l'uno e l'altro più di cento trenta mila, saria stata pur troppo grossa la mortalità. Et io non judico che sia stata altra la causa: perchè avendo la fortuna mostrato una tanta immortalità d'un Principe, et una tanta grandissima vittoria di Cristiani, come ne mostrava; et non havendo saputo pigliarla, non saperia dire altrimenti da quel che ho detto.

»Certifico bene Vostra Signoria Reverendissima che mai li Christiani ebbero tal ventura, nè haveranno, de esser tanto vicini a una armata di nemici, come sono stati, et haver più certa vittoria, che havevano[98].

(Seguono alcune righe in cifra, senza chiave, e niun deciframento nell'Archivio.)

»Io tra il disagio che se patisce a scrivere, et haver hanco prescia, non sarò più lungo. Et la prego che, se dell'altre sarà più scorrettamente scritta, oltrechè per l'ordinario è mio costume, adesso è forza sia molto più, rispetto al luogo: et per questo mi perdoni più dell'ordinario. Et alla sua bona gratia humilmente me raccomando, insieme col signor Cavaliero[99], qualeanchora lui non havendo possuto mostrare il desiderio che tiene di far honore alli padroni, sta desperato.

»Et perchè so che Vostra Signoria Reverendissima ama messer Giovanni[100], la supplico voglia fare opera che non venga in queste parti: chè me pare intendere che egli debba venire. Et certo finirà la vita sua, se egli viene. Io saria tornato: ma per vergogna son risoluto vedere il fine, o vero la partita del Principe, quale a mio judicio penso sarà presto.

»Da Corfù a dì ultimo de settembre 1538, mezzanotte.

»Di V. S. Rma.

»Umilissimo Servitore»Miniato Ricci.»

[7 ottobre 1538.]

XV. — La partenza del Doria non andò così presta, come il Ricci desiderava. Dopo tanta vergogna bisognavagli pur qualche prova di rilevarsi, di riprendere la perduta riputazione, e di rimettere su la speranza, perchè gli alleati durassero volontieri alla lunga senza guerra e senza pace. Di che saviamente giudicando il Senato veneziano, ed uso a reprimere i movimenti inconsiderati delle passioni per servire al bene pubblico, facendo anche ragione di non doversi dare appiglio ad Andrea di farsi più nocivo, quando tuttavia riteneva nelle mani il supremo comando di tutta l'armata, gli scrissero lettere consolatorie: e tacendo con prudente trapasso ciò che allora non doveva esser detto, lo chiamarono capitano avveduto, ed eccellente marino, dal quale alla finetutti aspettavansi alcuna segnalata rivincita, prima che la stagione lo chiamasse al riposo.

Arrivarono queste lettere alle mani di Andrea quando Barbarossa, superbo di averci superato senza combattere, per maggior segno di disprezzo eraci venuto innanzi alla rada di Corfù, sbravazzando e sparando più tosto per mostra che per disfida. Sapeva bene il tristo che non avrebbero gli alleati così presto, nè tanto facilmente combinato tra loro di condurre fuori l'armata, senza che esso non si fosse potuto prima a suo talento ritirare. La qual cosa andò a punto pel verso da lui preveduto: perchè quantunque i maggiori capitani altatamente parlassero pieni d'indignazione, dicendo che non si poteva più oltre lasciare impunita tanta baldanza, nè tollerare tanto oltraggio; con tutto ciò prima che si congregasse il consiglio e si discutessero le solite difficoltà; prima che si imbarcassero le fanterie, e prima che i Veneziani in ciascuna galèa ricevessero i venticinque, imposti a ogni modo da Andrea, andò tanto tempo, che Barbarossa fatte le viste di aver troppo e inutilmente aspettato, erasi già tolto dal canale, ed aveva ripreso il viaggio verso il fatal suo covo dell'Arta[101]. Non devo lasciar passare il settimo giorno d'ottobre di quest'anno senza affrettarne coi voti un altro che ne cancelli la trista memoria: non senza trarre un gemito sull'avvilimento del nome cristiano, e un applauso alla pazienza dei Veneziani. I quali, accettando nelle predette circostanze il supplemento dei venticinque, dimostrarono con suprema evidenza al mondo e pertutti i tempi futuri la loro sommissione ad ogni privata molestia, tanto solo che potessero procacciare pubblico vantaggio alla cristianità ed alla patria[102].

[27 ottobre 1538.]

XVI. — Tutto inutile: Barbarossa ai sette d'ottobre si era allontanato, e l'armata cristiana batteva inutilmente le acque intorno alle isole vicine. Non le restava altro partito che ricominciar da capo sulle fauci dell'Arta, o espugnar la Prèvesa, o entrare nell'Arcipelago, come proponevano coloro che desideravano ardentemente levarsi dal viso la vergogna. Si adunò più volte il consiglio: e finalmente esclusi coll'arte solita i disegni più nobili e generosi, convennero di imprendere cose minori; volgere le spalle, lasciare il pensiero dell'armata nemica, rimettersi per le acque dell'Adriatico, ed attaccare la fortezza di Castelnuovo, tenuta allora dai Turchi, dentro al primo cerchio delle bocche di Cattaro, a sinistra di chi entrando la cerca, luogo assai conosciuto in Dalmazia, sporgente tra le terre dei Veneti e dei Ragusei, e per ciò stesso preso e ripreso più volte dai Cristiani e dai Turchi. Ogni nuova occasione giova a mostrarci vie meglio il valore dell'armata cristiana, e le offese perpetue contro i capitoli della lega per parte dei ministri di Spagna.

Venuta l'armata nell'interno del golfo, e sbarcate senza contrasto le genti e l'artiglieria, mentre i soldati intendevano ai lavori d'assedio, i marinari molestavano la piazza dalla parte del mare, volendo dividere l'attenzione e le forze del presidio. Ma per essere troppo angusto quel luogo, e ingombro di scogli veglianti alla riva, nèconvenendosi tenere poche galèe ferme là sotto all'insulto del cannone turchesco, disposero i capitani nostri di mandarle a quattro a quattro: così che, la prima quadriglia, dopo battuto il castello con tutta l'artiglieria, dovesse dar volta, e aprire il passo alla quadriglia seguente per fare altrettanto; e in questo modo di mano in mano mantener vivo il fuoco, e continuo il movimento[103]. Manovra (se vi ricorda) di felicissimi effetti a Corone e alla Goletta: manovra che qui in Castelnovo, subito cominciata, ci darà finita la fazione.

La mattina del ventisette d'ottobre le galèe assegnate al tornèo, messe a scaglioni secondo le distanze, aspettano impazientemente il segno per correre all'arringo. Squilla la tromba, e voga innanzi a tutti la squadretta veneta, e appresso la romana. Giunta la prima a brevissima distanza, sprizzano venti lampi e volano altrettante palle di ferro, tra nugoli di fumo e tuoni risonanti tra le montagne ed il mare. Ma in quella che il primo stuolo provasi a sciare ed a volgere, ecco sopravvenire abbrivata il secondo con tanta prestezza, che, non potendo gli uni comodamente retrocedere, nè volendo lasciarsi investire dagli altri, continuansi ambedue a correre avanti. Arrancano i Veneti, ed appresso i Romani, tanto che insieme a gara percotono degli speroni nelle muraglie del Castello. Eccoti in un punto unite otto galere al piede d'un solo baluardo. I marinari ne pigliano buon augurio e senza altrimenti consultare, saltano in terra, l'uno all'altro prestando ajuto e sostegno di pertiche, di funi, di ramponi e di scale. Beato colui che prima degli altri può mettersi alla prova!In somma di soprassalto con prestissima battaglia di mano, in mezzo a infinite archibugiate di nemici e di amici, tramezzate da qualche colpo di cannone, la piazza non così tosto è tentata che presa[104]. Il giorno seguente, secondo il corso della stessa fortuna, si rende a patti la rôcca del monte. Splendido fatto d'arme compiuto dai soli marinari, quasi a conferma di quanto in alcun luogo ho detto intorno all'eccellenza di questa sopra tutte le altre milizie. Grande là sotto la mortalità dei nostri per la vicinanza e l'ostinazione del conflitto voluto vincere ad ogni costo; morto il terzo dei capitani di Roma, Cesare Giosia da Fermo[105]: essendo gli altri due capitani, il Londano ed il Raimondi, caduti onoratamente alla Prèvesa.

[28 ottobre 1538.]

XVII. — Doveva la piazza di Castelnovo, secondo i capitoli della lega, restare nel dominio dei Veneziani; e il general Cappello, lieto di poter dare alla patria sua qualche compenso delle fatiche e del dispendio, col trattato alla mano ne faceva al principe Doria formale richiesta[106]. Al contrario l'egregio e fidato ministro di Carlo V,che non falliva mai al debito suo verso il padrone, ne pigliava possesso al nome di Spagna, metteva alla porta le milizie di san Marco, e se ne tornava contentissimo in Sicilia, lasciando al governo delle armi nella piazza il mastro di campo don Francisco Sarmiento con quattromila fanti Spagnoli, di quei famosi veterani che in gran parte si erano trovati al sacco di Roma, e tutti recentemente avevano fatto ribellione e crudeltà inaudite in Milano[107]. Notate il passaggio: dai venticinque ai quattromila, e dai bastimenti di guerra alle piazze d'armi. Non negavano mica la ragione dei Veneziani: tutto al contrario! Ma stessero quieti, e la piazza sarebbe consegnata loro in futuro[108]. Lo scherno per arrota al tradimento.

[Novembre-dicembre 1538.]

Partitosi il Doria, anche il patriarca Grimani prese congedo dal general Cappello con dimostrazione di benevolenza tanto grande, quanto era stata la soddisfazione mutua dal principio alla fine, e perenne la concordiatra loro, senza pur un'ombra di offensione. Il Patriarca disarmò in Ancona le galèe prese a prestanza; e venne per la via di terra in Roma, dove le sue parole, più che da altri, ebbero la conferma dal conte dell'Anguillara. Il quale, tenutosi sempre da parte nelle querele levantine e con grande riserva, rimenate avendo le galèe a Civitavecchia, sosteneva al Vaticano i diritti conculcati della sacra alleanza: biasimatore acerrimo dei falli commessi durante la campagna. E' vedeva da una parte crescere la superchieria turchesca e l'oltracotanza piratica, e dall'altra vedeva la rovina dei popoli e della religione. Perduta ogni speranza di buoni effetti colle armi congiunte della cristianità.

[Aprile 1539.]

Quale sorta di amicizia fosse cotesta dei ministri spagnuoli inverso gli alleati, giudichi chiunque ne ha patito di simile, non chi ne ha goduto. Basti che il lettore si renda sicuro per l'evidenza del fatto di Castelnovo essere stati violati i capitoli, e rotta la lega, tradito il cristianesimo dai ministri cesarei.

Ondechè i Veneziani, senza mai disarmare durante l'invernata, aspettarono il mese di marzo dell'anno seguente: e poi che ebber veduto chiaro e disteso sempre l'istesso inganno dalla parte medesima, e i Cesariani al solito menare in lungo le provvisioni dell'armamento, pensarono di provvedere ai casi loro, e volsero l'animo a quella pace che aver potevano meno dannosa e meno vergognosa della guerra. Prima per intramessa di Luigi Gritti fecero tregua di tre mesi colla Porta: poi la prolungarono ad ogni scadenza[109]. Durissime le condizioni,tenaci i rifiuti, due anni di prove, e finalmente un trattato gravoso a' venti di ottobre 1540.

Intanto i falsi amici correvano a processione in Venezia, sconsigliavano la pace, parlavano di onore, di giustizia e di cristianità; e spargevano tra i popoli le notizie dei loro consigli e delle loro premure. Francesco di Francia (l'alleato dei Turchi) voleva comparire zelante anche esso agli occhi della gente semplice! Più di tutti zelante Carlo d'Austria mandava a Venezia il marchese del Vasto a scusarsi e scolparsi, promettendo di voler mettere pei Veneziani la vita e gli stati suoi, eserciti e armate, e soccorsi inauditi: tutto pel tempo a venire[110]. Erano parole troppo diverse dai fatti. Qui cade in concio un proverbio che mi ricorda aver letto la prima volta in una grammatica per imparare la lingua spagnuola[111], e potrebbesi volgere così: Buone parole e tristi fatti gabban tutti, e savî e matti. Nel vero costoro intendevano giuntare senza lor carico, con sottile artificio, in ogni parte i Romani, i Veneti, i Maltesi, il Cristianesimo e tutti, contrapponendo alle promesse lusinghiere le opere sleali. Mi si conceda raccoglierne la somma, e mostrare in conclusione l'antitesi con che sostituivanoalle parole di soccorso il fatto dell'abbandono, alla prontezza di marzo le lungaggini di settembre, all'unione in Levante le gazzarre in Provenza, alle galèe ottantadue il numero quarantuno, alla bravura dei Veneziani la soperchieria dei venticinque, all'abbattimento dei Turchi la consunzione dei Cristiani, alla guerra viva le misere scaramucce, alle grandi battaglie la fuga vergognosa, alla consegna di Castelnovo l'occupazione violenta di quattromila Spagnoli, alle conquiste in Levante le minacce in Terraferma, all'amicizia la servitù. Sia pur che il numero infinito degli stolti si lasci pigliare dall'apparenza delle belle parole; non per questo dovranno i savî tenergli bordone, anzi maggiormente intendere alla sostanza della verità, schifare gl'inganni e conoscere gli uomini (secondo i dettami della sapienza) dalle opere loro. Io ho messo qui insieme i detti ed i fatti, perchè ormai ciascuno pigli da sè il posto che gli compete; e da sè giudichi le vicende del mondo, senza accezione di persone, sian grandi e piccoli d'ogni paese: cosa non potuta sempre fare libera e apertamente dai trapassati, quando i mancatori erano possenti e temuti; nè sempre voluta fare dai moderni per vani puntigli di onor nazionale inteso a rovescio, o per riverenza in tutto a chi non fu lodevole in tutto. Prima gli eterni principî della morale colla loro verità e giustizia, e poi il resto delle persone coi loro difetti e colle loro malizie[112].

[Giugno 1539.]

Ora, per finire questa materia, devo ricordare gli ultimi due atti della guerra nel trentanove, prima che fosse conchiusa la pace tra i Veneti e Solimano. Torniamo a Castelnovo, dove sulla fine di giugno si presenta Barbarossa con tutte le forze dell'imperio turchesco, per ricuperare al suo signore la piazza perduta. I quattromila fecero egregia e valorosissima difesa: ma voluti tenere contro legge e contro natura in Levante, dove il padrone da lontano non li poteva soccorrere, alla fine caddero il dì sette d'agosto nelle mani dei Turchi: i quali senza pietà gli tagliarono quasi tutti a pezzi, e i pochi superstiti posero al remo nelle galere, come testimonî della final conclusione della strana alleanza[113].

Poscia l'istesso Barbarossa col medesimo esercito e colla medesima armata, vie più animoso per la recente vittoria, andò quivi presso a volersi pigliare la città di Cattaro tenuta dai Veneziani, e vi pose assedio pari e più duro che non a Castelnovo. Ma era riserbato al governatore di quella piazza Matteo Bembo, ed a quei spregiati marinari coi loro soldati, romagnoli, marchiani e dalmatini, senza bisogno degli altri venticinque, il dare a Barbarossa tale percossa, che il barbaro lacero e sanguinoso dovette esser contento di andarsene lungi dalla città e dal golfo, senza ardirsi mai più di ritentarequella prova[114]. Perduto adunque Castelnovo dagli Spagnoli, e salvato Cattaro dai Veneziani, finisce l'epopèa della prima grande alleanza nel secolo sestodecimo contro i Turchi. Per la seconda ci rivedremo agli scogli di Lepanto. Ma per la terza del secolo seguente sarà meglio comprovato come a pubblico beneficio della società e della religione tra Roma, Vienna, Venezia e Varsavia allora soltanto poteva durare intemerata la lega per sedici anni fino al trattato di Carlowitz, quando non entravano di mezzo i mestatori dell'Escuriale.

[1540.]

XVIII. — Rimettiamoci attorno ai nostri porti e alla difesa delle spiagge, dove ci si ripresenta, come prima, alla testa delle sette galèe il conte Gentil Virginio Orsini con ordini pressantissimi di Paolo III contro le infestazioni del pirata Dragut. Costui, degno allievo prediletto di Barbarossa, ci è venuto due volte innanzi nel nostro cammino, prima fra la Prèvesa e Santamaura, comandante la vanguardia dell'Aquilone, e poscia rapitore della galèa del Bibbiena. Ora, scioltosi di ogni legame dell'armata ottomana, mena guerra piratica per conto proprio con venticinque o trenta bastimenti da remo, a rovina dei commerci e delle riviere di Spagna e d'Italia. Conseguenza dell'orgoglio cresciuto ai Turchi per gli inutili sforzi della lega dei Cristiani. La navigazione per tutto l'anno trentanove era stata interrotta nel Mediterraneo,con tanta crudeltà e arsioni di terre, e prede di navigli, e schiavitù di gente, che le doglianze dei popoli mossero l'Imperatore a ordinare lo schianto di costui. Indi lettere al Papa e al Grammaestro per ottenere il rinforzo delle galèe di Roma e di Malta; e commissione al principe Doria di non attendere ad altro se non a perseguitare Dragut, e ad estirpare gli altri pirati dal Mediterraneo.

[Aprile 1540.]

Per questo Andrea, non più aggirato nè aggiratore tra la diversità delle parole e dei fatti, non più tra capitoli espressi ed ordini secreti, ricomparisce quel valentuomo ch'egli era; e piglia l'assunto da senno, e in guisa da condurlo a buon termine[115]. Pronto fin dal mese di aprile in Messina, aggiugneva alle galèe sue quelle di Napoli e di Sicilia e di Spagna, e le quattro di Malta e le sette di Roma, ottantuna in tutto; e ne faceva cinque squadre per diversi paraggi, da stringere in mezzo Dragut, secondo l'esempio di Pompèo nella guerra famosa contro i pirati della Cilicia[116]. Erasmo Doria con dieci galèe alla guardia delle Baleari; Giannettin Doria e il conte dell'Anguillara in Corsica e Sardegnacon ventuna galea[117], don Federigo di Toledo con undici innanzi alle isole del golfo napolitano, il conte di Requesens con diciassette e i Maltesi a ponente della Sicilia, e il principe colle ventidue consuete per la costa di Barberia. Tutti gli squadroni fecero degna prova, ed ebbero segnalati vantaggi: ma l'onor supremo e il maggior guadagno della gran caccia toccò alla squadra di Giannettino e del Conte, ciascuno colla sua bandiera e le sue galere, che erano quattordici genovesi col primo, e sette romane col secondo[118].

[2 giugno 1540.]

Visitarono insieme le coste di Sardegna, e finalmente ebbero avviso che Dragut, dopo aver dato il guasto alle riviere della Corsica, era stato veduto con undici vele trapassare le bocche di Bonifacio, e dirigersi alla Capraja, isoletta dei Genovesi, allora quasi disabitata[119]. Lo seguirono in quella parte, e udirono le cannonate che egli tirava contra la torre di tramontana. Per questo stando più vigilanti, con buoneguardie, e pigliando lingua da quei che fuggivano con piccoli legnetti, e dai pescatori, vennero a sapere che i pirati eransi levati di là, e rivolti alle alture di capo Corso; e finalmente alla deserta cala della Girolata, che è sulle coste occidentali dell'isola presso alla Cinarca e quasi nel mezzo, dove facevano baccano, gavazzando e dividendo a ciascuno la parte che gli veniva di preda e di schiavi. Costume perpetuo dei barbareschi il mettersi subito alla partizione delle prede, tanto per quietare gli ingordi appetiti, quanto perchè meglio ciascuno pigliasse nel viaggio la particolar cura delle cose sue. Costume eziandio perpetuo lo scegliere per tale bisogna gli ascosi recessi di qualche isola deserta, dove non avessero a temere nè concorso di bastimenti da guerra, nè stormo improvviso di abitatori.

Lietissimi i nostri girarono l'isola, e addì due di giugno 1540 di buon mattino posero gli agguati a ponente per assicurarsi il beneficio dei venti consueti nella stagione dal secondo e dal terzo quadrante. Oltracciò Giannettino mandò innanzi verso la cala il solo Giorgio Doria con sei galere ed una fregatina, perchè fattosi scoprire allettasse il nemico alla caccia, e lo traesse dove le altre quindici galèe stavano soppiatto ad aspettarlo. Veduti i pochi di Giorgio, il Pirata temerario chiamò all'armi; e lasciando due soli bastimenti alla guardia del bottino, si spinse contro di lui, che a maraviglia infingevasi di fuggire, tirandosi appresso i pirati verso l'agguato. Corsero qualche tempo i legni barbareschi, in numero di nove, contro i sei di Giorgio, infino a che questi con un tiro diè il segno, e comparvero agli occhi stupefatti di Dragut le altre quindici galèe di Giannettino e del Conte, che venivangli risolutamente incontrocol vantaggio del vento. Virò costui subito subito di bordo, e prese a fuggire: ma i nostri avendolo sottovento, e forzando di vela, non potevano mancare di investirlo per poppa. E già il Pirata, sentendosi alle calcagna più e più da presso i cacciatori, si teneva perduto, quando disperatamente pensò volgere la faccia, e provare se colle armi potesse meglio provvedere allo scampo. Eccolo dunque dare alla banda, venire al vento, mainare le vele, e mettersi a remo: eccolo a suon di trombe approntarsi ferocemente al conflitto. Ma non gli fu dato nè anche il tempo di cominciare: conciossiachè a pena voltato, Giannettino col cannon di corsia gli assettò tale un colpo, che incontratosi di imbroccare nella ruota di prua, gliela strappò quasi dal calcagnolo, sfondandogli la galera. In quel punto di confusione, ed egli che scendeva nello schifo, e gli altri legni che perdevano la speranza, circondati nell'impeto dell'abbrivo, restarono tutti uncinati e presi, da due infuori che prima degli altri avean preso la fuga.

Intanto che Giannettino incatenava Dragut e rimetteva i sei legni predati, il conte dell'Anguillara seguiva innanzi verso la cala, dove si vedevano le due galere dei barbareschi di guardia al bottino; e pigliavasele ambedue senza colpo ferire, essendosi Mamì capitano di quella guardia gittato in terra con tutti i suoi, abbandonata ogni cosa alla riva, colla speranza di salvarsi nei boschi vicini[120]. Ma poco gli valse la fuga; perchè inseguitodai vincitori, e cacciato dalla fame nel termine di due settimane con tutta la sua brigata venne in potere dei vincitori. Splendido successo senza niuna perdita dei nostri: mila ducento Cristiani liberati dalla schiavitù, altrettanti Turchi fatti prigioni, cattivato il terribile Dragut, in catena l'ajutante Mamì, presi nove bastimenti nemici. Tra quelli due lasciati alla cala l'Orsino riconobbe e ricuperò intatta la galèa del Bibbiena, che avevamo perduta due anni prima nello scontro del ventisette settembre alla Prèvesa, come si è detto[121].

Non trovo che il conte dell'Anguillara abbia toccato parte dei guadagni; nè punto me ne dolgo o maraviglio, tale essendo la condizione perpetua della marineria romana, combattere per debito, non per mestiero, per onore, non per guadagno. Soltanto mi meraviglio e dolgomi che niuno degli scrittori ligi ad Andrea l'abbia voluto nominare a questo proposito[122]. Il silenzio di costoro, contro la testimonianza di tutti gli altri, prova soltanto quella parzialità, che mi auguro abbia a essere emendata da qualcuno de' dotti e virtuosi scrittori genovesi, i quali per loro gentilezza fan conto delle cose mie, e non lasciano cadere a vuoto i miei desiderî. Dunque il conte Gentile se ne tornò con molto onore a Civitavecchia, e fece feste in Roma, come se ne facevanoin ogni parte dai popoli cristiani con fuochi, spari e dimostrazioni di pubblica esultanza per vedersi liberati da potente e capitale nemico.

[22 giugno 1540.]

XIX. — Dall'altra parte Giannettino ai ventidue di giugno entrava trionfalmente nel porto di Genova con una schiera di legni acquistati, una lunga infunata di prigionieri, e Dragut alla catena[123]. Il quale, come trasognato, non credeva a sè stesso di avere in un tempo solo perduta la roba, la libertà e la riputazione. Caduto in tanta bassezza, consumavasi di rabbia, nè ammetteva consolazione che dare gli volessero gli altri compagni: anzi dolendosi con loro non potè tanto tenersi che non gli uscissero parole ingiuriose contro Giannettino, dicendo sua pena principale essere la viltà d'un imberbe ed ignoto vincitore. Le quali parole riferite, come succede, a Giannettino, che non si teneva nè per fanciullo nè per oscuro, il fecero montar sulle furie, tanto che gli pose il piè sul mustaccio, e ordinò al comito di legarlo al remo, e di farlo vogare alla pari con tutti gli altri galeotti. Più mansueto trattò con lui il cavalier Giovanni Parisotto della Valletta, che doveva poi divenire celebre grammaestro di Malta. Il quale, chiamandolo per nome, secco secco alla soldatesca gli disse: Capitan Dragut, usanza di guerra. E l'altro, riconosciutolo subito per professo di Malta, sul medesimo tono: Signor cavaliere, mutazion di fortuna.

[Ottobre 1540.]

E così successe, come ebbe detto il pirata. Perciocchè l'anno seguente il cavalier della Valletta cadde prigione del Zoppo di Candia alle seccagne di Barberia: e colà egli schiavo si incontrò un'altra volta con Dragut rimesso in libertà e in grandezza, e divenuto principe più di prima. Di che dobbiamo esser tenuti alla generosità di Andrea Doria, e della Principessa sua moglie, e dell'imperator Carlo V; i quali tutti insieme accordarono il riscatto del ribaldo per tremila cinquecento ducati[124]. E costui divenuto più niquitoso per le ingiurie, più cauto pei disastri, e più sitibondo di sangue e di vendetta, tornò peggio che peggio a spremer lacrime da chiunque aveva riso nel vederlo prigioniero. Crebbe per molti anni in ribalderia, si fece beffe del vecchio Andrea, gli dette i brividi sul letto di morte, sconfisse Giannandrea alla prima comparsa sul mare, e impresse il suo nome come simbolo di rovina per tutti i lidi del Mediterraneo infino alla punta di Malta, che tuttavia lo ricorda. Ne avremo lungamente a parlare.

Tutti i contemporanei, senza eccezione, biasimarono di tal fatto Andrea. Tra i moderni non pochi si ostinano a rinfacciargli l'avarizia, come se tremila ducati di più o di meno disformassero il cassetto d'un principe suo pari. Altri vorrebbe spiegare la cosa pel desiderio di volgere coll'esempio generoso i Turchi agli usi e costumanze di buona guerra: follìa, che non poteva capire nella testa di Andrea, conoscitore solennissimo delle differenze che passano tra milizia e pirateria. Io penso tra me che egli abbia voluto provvedere al contraccambio in caso simile, al quale i giovanetti suoi nipoti ed esso stesso erano continuamente esposti: e penso questo argomento più di ogni altro e con tutte le possibili conseguenze essere stato destramente maneggiato dall'istesso Dragut, e fatto sentire alla Principessa, massime nell'udienza con tanto studio richiesta ed ottenuta da lui in Genova per averla favorevole, come l'ebbe, alla sua liberazione.

[Marzo 1541.]

XX. — Tre mesi dopo Dragut ripigliava il mare da padrone: e il vicerè di Napoli, spaventato dai continui rubamenti e disastri che si udivano per opera sua, chiamava all'armi le galere del Regno, e volgeva l'occhio a quelle di Roma, implorandone l'assistenza[125]. Altrettanto di clamore usciva dalle province marittime di Spagna, infestate dai seguaci di Barbarossa per modo così pertinace, che i popoli oppressi arrivarono al segno di tassare sè stessi di somme enormi per fare lespese di un'altra spedizione contro i pirati di Algeri, come si era fatto contro quelli di Tunisi. Ed avendo Carlo V promesso agli Spagnuoli di pigliare quella briga, licenziata la dieta di Ratisbona, dove si era indarno adoperato per comporre insieme i cattolici coi protestanti, si dispose a venire in Italia per sorvegliare da presso gli armamenti che i suoi ministri di Milano, di Sardegna, di Sicilia e di Napoli facevano, ammassando da ogni parte danaro, gente, munizioni, vittuaglie e navigli per la guerra d'Africa. Se Carlo coi Veneziani di vero senno avesse abbattuto il Turco alla Prèvesa, non avrebbe avuto il flagello dei pirati in Spagna, nè le ruine dei giannizzeri in Ungheria. La mala propagine fin dalla radice aveasi a cavar di Costantinopoli, anzichè perdere l'opera e il tempo a cimarne qua e là le foglie per le riviere della Libia.

[Giugno 1541.]

Al Papa scrisse Carlo di suo pugno mostrandogli il desiderio di avere in compagnia le galèe romane, e di abboccarsi seco quando passerebbe da Lucca per andare a imbarcarsi nel golfo della Spezia. Perciò il conte dell'Anguillara con grandissima sollecitudine allestiva in Civitavecchia le tre galere della guardia, e le quattro sue proprie, sapendo che avrebbe avuto di camerata Ottavio Farnese, nipote di sua Santità e duca di Camerino, con eletta schiera di gentiluomini romani grandemente desiderosi di trovarsi coll'Imperatore e col Duca alla grande impresa[126]. Nominerò tra questi il conteFrancesco di Bagno, il capitan Lucidi di Subiaco, Tito Cansacchi d'Amelia, Arrigo Orsini di Roma, Marcantonio della Porretta, il capitan Aurelio da Sutri, con altri molti veterani che avevano combattuto nella guerra del sale contro i Baglioni nell'Umbria, e contro i Colonnesi in Campagna di Roma: aggiungendovi il capitan Giulio Podiani, i Paluzzi, i Delfini, i Naro, i Massimi, gli Altieri, gli Albertoni, i Capizucchi, i Savelli, i Boccapaduli, i Cesarini, i Particappa, i Maddaleni, i Capodiferro, i Mochi, i Frangipani, i Gabrielli, i Berardi, i Pagani, i Cavalieri, ed altrettali, che valevano al pari di chicchefosse per quei tempi nel maneggio della spada[127].

[Agosto e settembre 1541.]

Sciolsero questi signori all'entrante di agosto da Civitavecchia e fecero capo alla Spezia: di là il duca Ottavio passò a Milano incontro al suocero che veniva da Trento, e stette con lui tra le feste dei cortigiani, eseguillo dalla Lombardia a Genova e a Lucca. In questa città agli otto di settembre per la via di terra era venuto papa Paolo, a dispetto dei medici, i quali a lui vecchio sconsigliavano il viaggio pei calori della stagione. Poco dopo con sessanta galere sbarcava alla spiaggia di Viareggio l'Imperatore: ed alli dodici nella cattedrale di Lucca incontravansi insieme Paolo e Carlo. In somma le feste di Milano, i negozî di Genova, e il colloquio di Lucca, menarono le cose tanto in lungo che il principe Doria sperava non si dovesse più per quest'anno pensare ad Algeri. Lo stesso diceva papa Paolo, e tutti gli uomini assennati, massime per le infelici notizie che venivano fresche delle guerre di Ungheria, per le quali di là si richiedeva la presenza e l'ajuto dell'Imperatore. Ma Carlo, tenacissimo de' propositi e soverchiamente fiducioso nella sua fortuna, non volle ascoltar consigli di niuno, e prese congedo per Algeri.

[18 ottobre 1541.]

Presso la Spezia a' diciotto di ottobre Carlo montò sulla ricchissima galèa imperiale di trenta banchi che il Doria teneva per lui. La quale, perchè era remigata da cinque uomini ad ogni remo, alcuni usavano chiamare con isfoggio di classicismo Cinquereme: ma devo ripetere, che dalla ricchezza, dalla grandezza e dai cinque rematori infuori, non aveva nulla di essenziale diversità dalle altre galere, secondo le consuete forme di costruzione altrove descritte. Presso la reale a mano destra sorgeva la capitana di Roma, col conte dell'Anguillara, Ottavio Farnese e quegli altri signori che ho nominati[128];a sinistra la capitana di Malta, indi per ordine le altre capitane di Genova, di Napoli e di Sicilia, meno quella di Spagna, che aspettava colle sue conserve alle Baleari. L'istesso giorno di martedì diciotto del mese di ottobre salparono dalla Spezia: indi si ripararono dal fortunale di Ponentelibeccio a capo Corso. Discesero a Bonifazio, e per quelle bocche ad Alghero: di là a porto Maone, e finalmente addì ventiquattro d'ottobre tutta l'armata dètte stupenda e terribil vista innanzi alla città d'Algeri.


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