»Io Paolo Pietro Guidi, presidente della Camera di sua Eccellentia, affermo quanto è detto di sopra.»Io Gio. Bap.taLiberati, thesoriero et mº d'entrata de sua Eccellenza, affermo quanto di sopra se contiene et per fede me so sotto scritto de man propria.»Io Gioan Luise Fiesco affermo quanto di sopra di man propria. Visa. C. Campellus[539].»Dunque Flaminio, Filippo, Galeazzo, e gli allievi migliori della scuola romana, preso in Civitavecchia il rinforzo di eccellenti marinari, e avuti da Roma quattrocento fanti sperimentati nelle guerre precedenti, sciolsero agli ultimi di agosto, e furono in Messina ai primi del mese seguente.XXV.[4 settembre 1559.]XXV. — Assembravasi lentamente in quel porto la spedizione generale agli ordini del vicerè di Sicilia don Giovanni della Cerda, duca di Medinaceli: uomo nonprivo di alcune belle qualità, gentil cavaliero, buon padre, leale mallevadore: ma trontìo nel vuoto, ed altrettanto sostenuto dai favori della corte, quanto sfornito delle doti necessarie a condurre imprese di rilievo, sia per mare, sia per terra; quantunque e per terra e per mare dovesse misurarsi con Dragut[540]. A tal fine aveva ordine di mettere insieme armata ed esercito, navigli di linea e di trasporto, e cavare ogni cosa dalle provincie d'Italia, stimate sufficienti al bisogno, senza sguarnire le difese dei porti di Spagna[541]. Si noveravano in prima le tre galèe di Roma, comandate da Flaminio Orsini; quattro di Firenze sotto Niccolò Gentili, cinque di Malta sotto il cavalier de Tessieres, tredici del Doria condotte per la prima volta dal giovinetto Giannandrea, cinque di Napoli sotto don Sancio di Leyva, otto di Sicilia sotto don Berengario Requesens, cinque di Scipione Doria, due del principe di Monaco, due di Stefano de' Mari, due del marchese di Terranova, due del visconte Cicala, due di Bendinello Sauli; in tutto cinquantatrè galèe grosse: più due galeotte del Medinaceli, una di Federigo Staiti, una di Luigi Ossorio, due galeoni, ventotto navi di alto bordo, dodici navette,e più altri legni da trasporto per munizioni da guerra e da bocca, e insieme per quattordicimila fanti da sbarco, tra spagnuoli, italiani e tedeschi: fior di gente, condotta da Quirico Spinola, da Scipione Frangipani della Tolfa, da Ippolito Malaspina, e da Andrea Gonzaga, quattro colonnelli italiani; più Stefano Leopart coi Tedeschi, e don Luigi Ossorio cogli Spagnuoli.E poichè siamo a navale armamento di spedizione generale cavata solamente dalle provincie italiane, qui mi talenta inserire la lista dei bastimenti di linea, e i loro nomi ad uno ad uno, sì come gli ho raccolti dalle memorie edite ed inedite dei contemporanei; senza tener conto dei legni minori, o di quei bastimenti a vela che allora diceansi Navi, ed oggi si chiamano vascelli: dei quali niuno allora curava i nomi o i padroni, se non per dire che tutti in un fascio obedivano al colonnello Andrea Gonzaga, messo sur una di esse navi chiamata l'Imperiale, come comandante del convoglio[542].NOTADELLE GALÈE ASSEMBRATE IN BATTAGLIA L'ANNO 1559-60, PER L'IMPRESA DI TRIPOLI E DELLE GERBE CONTRO DRAGUT.1. La Reale, a nome di Andrea Doria, condotta da Giannandrea, luogotenente dello Zio, col consenso del Re.2. la Capitana di Roma, Flaminio Orsini da Stabia.3. la Padrona id. Filippo Orsini da Vicovaro.4. il San Pietro id. Galeazzo Farnese da Latera.5. la Capitana di Malta, cav. de' Tessieres.6. la Padrona id. Antonio Maldonato.7. il San Filippo id. Antonio Bremond.8. la Santa Fede id. Gil d'Andrada.9. il San Michele id. Raffaele Salvago.10. la Capitana di Firenze, cav. Niccolò Gentili.11. la Padrona id. Piero Machiavelli.12. l'Elbigina id. Alfonso del Palla.13. la Toscana id. N. N.14. la Padrona del Doria.15. la Nunciata id.16. la Signora id.17. l'Aquila di Doria.18. la Vittoria id.19. la Presa id.20. la Divizia id.21. la Centuriona id.22. la Fortezza id.23. la Temperanza id.24. la Marchesa id.25. la Contessa id.26. la Capitana di Napoli, don Sancio di Leyva.27. la Padrona id.28. il San Giacomo id.29. la Leva id.30. la Mendozza id.31. la Capitana di Sicilia, don Berlinghiero Requesens.32. la Padrona id.33. la Califfa id.34. la Ventura id.35. l'Aquila di Sicilia id.36. la Fortuna id.37. la Costanza id.38. la Donzella id.39. la Capitana di Antonio Doria, Scipione suo figlio.40. la Padrona id.41. la Pellegrina id.42. la Fede id.43. l'Amicizia id.44. la Capitana di Monaco.45. la Padrona id.46. la Capitana de' Mari, capo Stefano de' Mari.47. la Padrona id.48. la Capitana di Terranova, cap. il marchese Ottavio?49. la Padrona id.50. la Capitana del Cicala, cap. Visconte Cicala.51. la Padrona id.52. la Capitana del Sauli, cap. Bendinello Sauli.53. la Padrona id.Delle quattro galeotte.1. La capitana del Medinaceli.2. Della Cerda.3. di Federigo Staiti.4. di Luigi Ossorio.Abbiamo già valica la mela del secolo decimosesto, e ci troviamo oramai vicini al termine dell'ultimo libro, e la marineria militare in niuna parte del mondo ancor non ha fatto il gran salto eccezionale dal remo alla vela. Nessuno fin qui conosce i vascelli di linea, come poscia furono chiamati, quando Francesco Drake nello scorcio del medesimo secolo per la prima volta li condusse in battaglia sull'Oceano, aringando l'armata navale coi soli bastimenti di alto bordo ed a vela. Prima di lui, e nel tempo ove ora ci troviamo col discorso, parlando di battaglie, di spedizioni e di viaggi, coi grandi ammiragli e coi maggiori sovrani, non troviamo altri legni di linea che i bastimenti da remo, secondo la perpetua costumanza di tutti i tempi e di tutti i popoli, stante la necessità tattica del movimento libero, tornataci ora gigantesca col vapore. Gli è questo un pensiero in più occasioni espresso e svolto: ma non tanto che basti per la sua importanza, e per l'ostinazione al contrario di molti a rimpiangere e a richiamare dannosamentela tattica militare della vela. Nacque per cause eccezionali, durò poco, e finì per sempre. Anche sull'Oceano, la marineria armata faceva supremo assegnamento sui bastimenti da remo: i Normanni, i Teutoni, i Britanni e gli Scandinavi combattevano a remo coi loro dracarri[543]. Così i Romani, i Bizantini, gli Spagnoli, i Genovesi e i Veneziani colle galèe di Londra e di Fiandra[544]. Al quale proposito altresì merita essere ricordato il capitano Benedetto Zaccaria di Genova, il quale sulla fine del secolo decimoterzo proponeva a Filippo il Bello il modo di costruire e di equipaggiare un'armata per combattere sull'Oceano contro gli Inglesi e per invaderne il regno: armata di galere in battaglia, e di uscieri al trasporto[545]. E similmente sarà bene toccare qui dei fatti più moderni di Leone Strozzi, al cui ardimento sembrò piccolo vanto il passare colle sue galèe oltre allo stretto di Gibilterra, anzi pur volle a remo spingersi avanti, e battersi contro gli Inglesi nel mare di Piccardia per difendere il porto e la piazza di Boulogne da loro assediata; o poi nei mari di Inghilterra e di Scozia,dove colle galèe medesime fece cose mirabili di combattimenti e di espugnazioni[546].Non mica tanto vanto allora delle galèe, perchè i navigli a vela fossero, come alcuni pensano, piccini piccini; ma per la ragione fondamentale del motore libero, sempre cercato, come sa il lettore, a preferenza della incerta e mutevole forza del vento. Si costruivano cocche, caracche, e navi grandissime, di tre e di cinque coperte, capaci di portare infino a mille cinquecento viaggiatori, agiatamente collocati nei corridoj in più ordini, per i lunghi passaggi di oltremare, colle loro bagaglie e provvigioni; navi di quattromila tonnellate; navi colle scuderie e fornimenti per cento cavalli, da metterli a bordo ad uno squillo di tromba, e da cavarli fuori sellati ed armati per gli usci di poppa sopra ponti volanti che avevano da ciò[547]. Insomma tutti vedevano sul mare navi a vela di sovrana grandezza, secondo il bisogno; non mai per questo come legni di prima linea in battaglia, ma solo come bastimenti di convoglio e di carico,massime pel trasporto dei cavalli nei tempi cavallereschi: materia più studiata dai nostri maggiori, perchè più necessaria ai loro costumi. Fabbricavano uscieri grandissimi con tre ruote e due porte di poppa, capaci di uno squadrone compiuto di cavalleria; e talvolta per non arrischiarlo tutto insieme, anzi per ottenere il medesimo intento con dispendio minore, più presto, e in più parti, usavano costruire molte tartane, capaci ciascuna di trenta cavalli in due file di quindici a destra e di altrettanti a sinistra, sotto coperta: di che abbiamo documenti importantissimi del secolo decimoterzo nel grande archivio di Napoli, pubblicati almeno in parte da quegli Ufficiali a conforto di chiunque desidera conoscere il linguaggio della marineria antica e moderna, che dura sempre lo stesso[548].Noi abbiamo veduto sul principio del cinquecento al blocco di Genova caracche armate di lunghe colubrine da cento libbre di palla, e palischermi che giocavan di prua con pezzi da trenta; abbiamo veduto navi strepitose, come la caracca corazzata di Malta, navi pei cavalli alla impresa di Algeri, navi per convoglio a Corone, per munizioni alla Prèvesa, ed ora ne troviamo per laimpresa di Tripoli; sempre messe alla coda, non mai in prima linea: e abbiam veduto e vedremo la difficoltà di tenerle insieme colle galèe. Valga per tutti la sentenza di Antonfrancesco Cirni, testimonio di veduta, che pei fatti di questa medesima spedizione di Tripoli scriveva così[549]: «Hanno da sapere che il condurre armata di navi, massime di verno, non solo è cosa difficile, ma difficilissima. Il che si è visto sempre in tante imprese che per mare si sono fatte: chè prima bisogna fornirle d'acqua, poi rimorchiarle fuori dei porti, soccorrerle nei tempi fortunevoli, ed ajutarle quando non possono afferrare; di modo che il travaglio dietro a loro non ha mai fine: e con tutto questo arrivano poi dove bisogna, quando piace al vento.»XXVI.[7 settembre 1559.]XXVI. — Dato uno sguardo all'assembraglia delle navi di alto bordo, messe in un canto nel porto di Messina, e fatti i saluti militari alle galèe capitane ed ai loro comandanti, fior di cavalieri delle prime famiglie d'Europa, Flaminio si accostò al Medinaceli per intendere le disposizioni della prossima campagna. Conobbe per le generali il proposito di partirsi quanto prima coll'armata, e di riscuotere Tripoli, come già si era riscossa Afrodisio, volendosi conquidere Dragut nella nuova sede, ed estirpare anche di là le radici della pirateria. Tenesse, dicevagli, la squadra in punto: chè nel settembre sarebbe l'attacco, ed all'entrante di ottobre il ritorno, prima che la stagione rompesse al sinistro.La città di Tripoli era stimata delle principali sulla costa di Barberia, e di molta importanza nelle cose del mare: grande, ricca, popolosa, buon porto, ampia rada, un castello quadrato alla riva meridionale,e una cinta intorno di muraglie all'antica[550]. Sul principio del secolo decimosesto Ferdinando di Aragona l'aveva fatta occupare dal conte Pietro Navarro per mantenersi tranquillo nei nuovi possedimenti delle Sicilie; e nel terzo decennale Carlo d'Austria erasi liberato dal peso di mantenerla imponendone la difesa ai Cavalieri gerosolimitani in quella che loro concedeva l'isola di Malta. I Cavalieri vi stettero di guardia per anni ventuno, finchè Dragut non li cacciò coll'armata di Solimano nel 1551 per vendetta della perdita di Afrodisio, e restovvi insediato col titolo di Sangiacco, come è detto addietro.Costui ben provvisto ed avvisato da' suoi spioni conosceva tutti i disegni del Medinaceli, le forze, le condizioni, gli umori. Bisognava aspettarsi da lui nuovi e maravigliosi tratti di guerra difensiva. Taluno sarebbe corso in Tripoli per difendere ostinatamente la piazza, non Dragut, che ne conosceva la debolezza. Altri sarebbesi vòlto a invadere il paese dell'invasore, non Dragut, consapevole di non avere tanta forza. Dunque egli prese diverso partito a suo gran vantaggio: volle impedire la partenza degli avversarî, tirarli a dilungo, ridurli all'inverno, annojarli, ammorbarli, indispettirli, confonderli. A tal fine raunò tutti i suoi legni, e lo sciame dei seguaci, e ottenne da Solimano qualche numero di galèe, tanto che alla testa di una cinquantina di bastimenti da remospigliati e risoluti si pose nel golfo sotto le fortezze della Vallona, luogo sicurissimo per lui, a cavaliere dell'Adriatico, dello Jonio e del Tirreno; donde ogni tanto minacciava attacchi, e non feriva mai in parte niuna, tenendo tutte le riviere della Puglia, della Calabria e della Sicilia in lunga perplessità. I governatori e i popoli di queste provincie, in vece di dare, chiedevano soccorso; e niuno voleva più rimettere soldati, provvisioni, o danaro in Messina. Il Medinaceli restavasi impotente a sciogliere, gli ausiliarî perduti ad aspettare, i soldati delle diverse nazioni rotti a contendere: disordine, carestia, mortalità. E durando per tutto l'autunno lo stratagemma, tanto andò negli indugi e nelle riprese, che passò l'anno, finì il conclave, venne eletto la vigilia di Natale a nuovo pontefice Pio IV, e la spedizione non era ancor mossa di un punto[551].XXVII.[Dicembre 1559.]XXVII. — Flaminio, che grandemente pativa del ritardo, prevedendone tristissime conseguenze, e non voleva nell'ozio illanguidire, o nelle risse corrompere il valore della sua gente, fece vela, e andò oltre ad aspettare nel porto di Malta; dove il Medinaceli aveva a tutti assegnato il convegno, prima di lanciarsi quando che fosse in Barberia. L'isola di Malta in poche parole vuolsi dire uno scoglio calcare di figura bassa ed ellittica col diametro maggiore di trenta chilometri disteso per lo stesso verso della costa d'Italia, da maestro a scirocco; come pur corrono il Gozzo, il Comino e le minori isolette che l'avvicinano alla Sicilia. La capitale, o Città Vecchia, detta dagli isolani Medina, ed oggidì la Notabile,sorge sul colle più elevato e centrale dell'isola lungi dal mare; e perciò tenuta in minor conto dai Cavalieri, tutti intesi com'erano alla navigazione ed al corso. Da ogni parte avete colà porti naturali, ampî, sicuri, e profondi; specialmente due bellissimi dalla banda di grecale, quasi nel mezzo della sua lunghezza: porti capaci di qualunque armata, e così vicini tra loro che non altro li divide se non il monte Sceberràs, sul quale edificossi dappoi la città Valletta, moderna capitale della colonia. Ma all'arrivo del nostro Flaminio, nel dicembre del cinquantanove, lo Sceberràs era aperto ai pascoli e alla minuta coltura, non essendovi altro edifizio che un castelletto, chiamato Santelmo, alla estrema punta sulla riva del mare; messovi a guardare le bocche vicine dell'uno e dell'altro porto. Ad ostro il Grande, a borea il Marsamuscetto, e di mezzo Santelmo: piccolo fortino a stella di quattro punte, un mastio quadrato nel centro, e un rivellino a puntone innanzi alla porta. Così trovò Flaminio, prima che le ali del rivellino, allungate infino al corpo della piazza, pigliassero sulla fronte del mare la figura del tridente; e prima che, convertite le altre due punte in mezzi bastioni, dessero alla faccia opposta la forma di tanaglia. Sul lato sinistro il porto Grande, formato dalla natura, entra come canale tra le terre, e incontra di traverso cinque penisole, quasi direi simili alle dita della mano aperta verso di lui. Fra le cinque sporgenze trovate altri quattro porti meno estesi, ma più sicuri. Sul colmo del pollice non ancora dominavano i baluardi del forte Ricasoli, nè alla radice dell'indice le grandiose fortificazioni del Maculano; ma per tutta la lunghezza del dito medio stendevasi la città, che ora dicesi Vittoriosa, e allora chiamavasi il Borgo. Quivi la residenza magistrale, il convento dei cavalieri, gli alberghi delle nazioni, le case dei popolani, gli arsenali e i magazzinidella marina: quivi il centro del governo, e le maggiori difese alla testa ed alla coda della penisola. Sul mare il medievale forte Santangelo, ancora conservato nelle antiche forme bizzarre, a scaglioni più e più rientranti, come si solleva sul dorso della rupe; e verso la campagna il Sammichele, costruito dai Cavalieri al principio del loro dominio, e protratto infino alla penisola seguente, dove il grammaestro della Sengle aveva cominciato poc'anzi la città del suo nome, ora appellata Cospicua. Tutta la difesa poggiava allora sopra tre punti: sul Santelmo per guardare i porti, e sui due cardini della piazza il Santangelo e il Sammichele[552].Con questi tre soli sostegni i Cavalieri di san Giovanni stancarono la potenza ottomana, e finalmente soccorsi cacciarono i Turchi dall'isola[553]. Nella quale insignevittoria, celebrata pur dai trionfi delle belle arti col pennello e col bulino[554], avvegnachè non abbia preso parte la nostra marineria, non per questo di minor merito si hanno a credere quei prodi romani che vi si adoperarono volontarî, cominciando da Pompèo Colonna e venendo giù infino a Titta Scarpetta, soldato nella compagnia del capitano Pompilio Savelli. Il fatto sublime di questo valoroso trasteverino, il cui nome sta ancora segnato sul chiassetto di Piscinula, può senza fallo essere comparato al tanto notissimo del minatore Pietro Micca[555]. Pari in ambedue l'eroismo, e maggiore negli effetti il merito del romano: chè non tra le intestine discordie una sola città, ma dalla barbarica invasione dei Turchi Malta, Roma, l'Italia, e con esse le arti, le scienze, la religione ebbe difeso al prezzo della sua vita, come più d'ogni altro con somme lodi celebra il Bosio[556]. Dopoquel tempo, edificata la nuova capitale, messe le terre a coltura, cresciuto il popolo da dieci a cencinquanta mila, come adesso sono, con tutti i conforti della vita, cresconle delizia il luogo ameno, i bellissimi prospetti del mare, e le ammirabili opere concatenate a difesa dal Laparelli, dal Floriani, dal Maculano e dal Valperga.XXVIII.[Gennajo 1560.]XXVIII. — Intanto tragittavasi tra Malta e Messina andando e venendo un nuovo personaggio, che dovrà spesso comparire nelle marittime faccende del tempo seguente, come erede e successore delle arti e delle grandezze di Andrea Doria. Andrea, oramai decrepito, erasi tenuto nelle sue case di Fassuolo in Genova, ed aveva mandato le galèe consuete al soldo di Spagna sotto il comando di Giovanni Andrea, che noi speditamente diciamo Giannandrea. Il nipote simile allo zio per tradizione di famiglia, e per arte di marineria; ma tanto diverso di persona, quanto un giovane di vent'anni può essere da un vecchio di novantaquattro. Ripeto un'altra volta quanto ho detto altrove[557]; e confermo che nè vita particolare è stata mai pubblicata di lui, nè in alcun dizionario biografico s'incontra articolo intestato al suo nome, salvo la breve memoria del Brantôme[558]. Potrei quasi dire che abbia egli stesso prevedutola sua disdetta; e che non isperando dall'altrui penna la narrazione della sua vita siasi messo a scriverne da sè in un libretto, che fino a trenta anni fa custodivasi a Genova nel palazzo de' suoi discendenti, dove lo vide il dotto archeologo della marina francese, e rispettabile mio amico e collega A. Jal[559]. Ma ora dopo il trasporto dell'archivio da Genova a Roma, non si sa più dove sia ricaduto, come mi ha avvisato di là il cavaliere L. T. Belgrano, secretario di quella società di Storia patria; e più volte mi ha detto di qua il degnissimo archivista Giambattista Carinci, troppo presto rapito agli affetti ed alla stima de' suoi amici. Inutili le pratiche di rispettabili personaggi presso l'egregio Principe possessore: la cui saviezza, nella nobile risposta per altrui intramessa inviatami, così altrove ho registrata, che ora mi scusa l'obbligo di tanto ripeterla, quanto sempre la commendo e rammento[560].Nondimeno cercando per entro alle storie di questi tempi, e tra le biografie dello zio, e per le memorie della famiglia, possiamo accertare la nascita di Giannandrea, figlio di Giannettino, nel 1539; l'adozione nel 1547, quando restò orfano per la congiura del Fiesco; il primo tirocinio nel 1548, quando navigò da paggio col principe don Filippo di Spagna infino a Genova; e il primo comandoin quest'anno per la impresa di Tripoli, sotto la direzione e il consiglio di Plinio Tomacelli bolognese, che era stato maestro e istitutore della sua fanciullezza[561]. Giannandrea adunque sollecitava con tutto il suo potere alla partenza il Medinaceli, ma inutilmente. Lo stratagemma di Dragut produceva effetti inesorabili: confusione, tardanza, carestia. Mancava il danaro, i soldati nuovi fuggivano, i vecchi ricalcitravano, gli ufficiali perdevansi in chiamate e in congedi, secondo che appariva più vicina o più lontana la partenza o la fermata. Tra questi stenti, epidemia e mortalità, come sempre in casi simili. Se erano pronte le galèe, mancavano le navi; se in ordine le fanterie, non correvano i soldi; se imbarcate le artiglierie, non bastavano le munizioni; se ordinavasi la partenza, saltava il vento al contrario[562]. Cinque volte partiti e ritornati, tra Messina, Siracusa, capo Pàssero, il Gozzo e Malta. Finalmente alli dieci di febbrajo l'armata fece rotta per l'Africa: e cogli altri Flaminio al primo posto d'onore sulla destra della Reale; mancando dalla sinistra i Fiorentini, che erano restati indietro per competenza coi Maltesi, e sotto pretesto di fornirsi meglio di ciò che loro bisognava. Stranezza d'impresa,preparata d'agosto, sospesa per tutto l'anno, e mossa l'inverno seguente di febbrajo!XXIX.[14 febbraio 1560.]XXIX. — Toccarono alla Lampedusa e alle Cherchene, e la mattina del quattordici di febbrajo dieron fondo nelle acque delle Gerbe, rimpetto alla cala della Cantèra, a levante dell'isola, cento e trenta miglia lungi da Tripoli pel rombo di scirocco. Durante il viaggio dei cinque giorni, cadde infermo di flusso Giannandrea, e maggiormente di animo il Medinaceli, che soleva con lui solo assettar ogni cosa, non lasciando agli altri niuna autorità. Dunque poco consiglio proprio di quel giorno, dal quale aveva a dipendere la sorte della campagna.Erano alla vista nel canale della Cantèra, tra la terraferma e l'isola, poche germe di mercadanti, e quel che più monta due galeotte di pirati. Sarebbe stato dovere preciso del Medinaceli subito subito chiudere il passo, pigliarle, cavarne notizie, impedire che non ne portassero altrove. Così per fermo avrebbe saputo che Dragut in persona stava quivi nell'isola, tanto vicino e disperato, che non poteva fuggirgli di mano; perchè chiuso dal mare, sostenuto da pochi Turchi, e odiato da tutti i Mori. Ma colui poco curando lo stare sulle intese, lasciò correre alla ventura, e dètte tempo al padrone delle galeotte di rinforzarsi sulla migliore, e di fuggirsene di volo a Costantinopoli, portandovi il primo grido dell'arme, e la piena notizia di ciò che aveva veduto cogli occhi proprî: il numero e la qualità dei legni, il disordine del governo, la facilità di conquidere a un tratto tutta l'armata cristiana[563]. Crescono i nostripericoli: alla strategia di Dragut arrogi la solerzia di Luccialì.Questo Luccialì, che ora per la prima volta ci viene innanzi alle Gerbe, meschino pirata, con due piccole galeotte, al soldo di Dragut, gli è un rinnegato calabrese, scalzo e tignoso, il quale dovrà in breve divenire possente re d'Algeri, e famoso ammiraglio ottomano a Lepanto. Costui nato a Cutro nel golfo di Squillace, col nome di Luca Galeni, frate domenicano e diacono, nel passare agli studî di Napoli preso dai pirati, dopo un poco di pazienza, rinnegò ogni cosa e divenne terribile nella terza quadriglia. Ho letto io le lettere e le promesse con che si argomentava un altro dello stesso ordine, che oggi diciamo san Pio, per ritrarlo dal tristo mestiero. Noti il lettore, e tenga a mente la comparsa di Luccialì nel dì quattordici di febbrajo del sessanta: segni il giorno che e' stette in ponte tra due fortune; o l'infame capestro sulle stanghe del carnefice, come traditore della cristianità; o la real corona per le mani dei Turchi, come benemerito della congrega piratica e della casa ottomana[564].Maggior disordine occorse tra i soldati nell'abbottinare le germe dei mercadanti, cariche di lino d'indaco, d'olio e di baracani, e vuote di gente fuggitasi in terra al primo rumore. Nè minor contrasto successe ai marinari nel far l'acquata quivi presso alla cala della Rocchetta. Bisognò sbarcare tremila uomini in battaglia contro la furia dei Gerbini levatisi in massa; e dopo lunga scaramuccia di sei ore continue levar l'acqua a costo di sangue, perdendoci la vita quattordici persone, e toccando più del doppio acerbe ferite[565].[16 febbrajo 1560.]Due giorni appresso in quello stesso luogo, che, per esser deserto e lontano, a tutti gli assetati pareva il più acconcio, e dove niuno mai per solito aveva trovato resistenza, capitarono per attignere le galèe fiorentine, venute da sezzo. Ma nel ritirarsi degli acquatori, sopravvennero di nuovo i Gerbini, e sbaragliarono le guardie con tanto successo, che, senza contare i feriti e i prigionieri, stesero sull'arena cinque capitani, molti ufficiali e cencinquanta soldati[566]. Chicchefosse, dalMedinaceli in fuori, per l'insolita resistenza di coloro avrebbe almeno sospettato nell'isola la presenza d'un qualche impigliatore della tempra di Dragut. E di fatto desso era lì, e dirigeva in persona la gioventù alle fazioni colle sue ciurmerie, quasi a dispetto dei Mori veterani che l'odiavano[567]. E pensare che il Medinaceli l'aveva dinanzi, racchiuso in piccola isola, privo di scampo; e in vece risolveva di andare a Tripoli per cercarlo[568]. Il primo segno di ruinosa impresa vedrai sempre nella mancanza delle notizie sul conto dei nemici: perchè se tu non sai procacciartene, o se altri ricusa fornirtene, arriverai certamente senza rimedio allo stesso punto; cioè a perdere ogni buona occasione, e ad incontrarne ogni trista.XXX.[17 febbrajo 1560.]XXX. — Costretti a seguire la direzione e gli ordini del Medina, e già costernati dalle continue disdette, non vedendo mai tra tante riprove venirne una a' versi, tutti i capitani presero alli diciassette di febbrajo la rotta per Tripoli, punto obbiettivo della spedizione, secondo il disegno dell'anno passato, come se nulladi nuovo intanto non fosse avvenuto. E sarebbero pur giunti a cavarne qualche effetto, dove il Medina fosse stato più risoluto e più accorto. Andare avanti per la piazza di Tripoli; posto che l'altra, cioè la persona di Dragut, si mettevano dietro alle spalle.Tripoli non era fortificata altrimenti che con una vecchia cinta, non aveva presidio sufficiente, e poteva esser presa con presta battaglia di mano, e un po' di scale: lasciando pur al Castello qualche altro giorno per rimetterlo colle batterie o colle mine. Così promettevano i cavalieri di Malta, cui era noto a palmo a palmo il forte e il debole di quel luogo, dove per tanti anni avevano tenuto presidio. Al contrario il Medina voleva trattenersi a mezza strada quindici giorni per vedere alla rassegna chi era vivo, chi morto, e chi perduto, con altre miserie sue e contrarietà altrui. Non temeva costui dare il tempo a Dragut di provvedersi meglio in Tripoli: non pensava dare agio a Luccialì di ritornarsene in gran brigata da Costantinopoli.Ma temperando le nostre considerazioni, stiamo ai fatti suoi, e vedremo che giunto a mezza strada poggia sulla destra, ed ordina a tutta l'armata di dar fondo in un luogo chiamato il Secco del Palo, dove non è porto alcuno, ma bonaccia perpetua per ogni stagione, anche nelle grandi tempeste. Questa seccagna corre quaranta miglia da levante a ponente, e si avanza venti miglia dentro il mare, composta da ampia platèa arenosa, sollevata dal fondo circostante, e circoscritta da alto scaglione quasi verticale. Al difuori della spianata il pelago s'innabissa, e al di dentro l'acqua si assottiglia sopra venti e dieci metri di fondo, digradando di un metro per ogni miglio fino al lido. I marinari riconoscono agevolmente questo luogo alle schiume bianchissime intorno ai lembi, alla chiarezzaazzurrina dell'acqua interna, ed alla incomparabil quiete distesavi sopra. La quale perpetua tranquillità è conseguenza necessaria delle leggi naturali con che si propaga l'ondeggiamento del mare; non potendo mai, in quella condizione di fondale, svolgersi altrimenti le grandi onde tempestose, ma soltanto le ondicelle di minima dimensione, e però innocue. Non marosi coi venti di terra, perchè questi gonfiano al di fuori, e mettono quiete o un po' di maricino presso al lido; non coi venti del largo, quantunque si voglia rabbiosi, perchè le onde da essi sollevate non possono propagarsi sul secco, ma devono rompersi le gambe e il corpo, urtando nello scaglione, abbattervi la testa, e lasciar tranquille nell'interno le acque seguenti. All'estremo limite, tra scanno e pelago, l'acqua si rimescola e frange: ma il flutto istesso colla sua correntìa ti porta in salvo sulla dolce spianata, dove trovi acqua sufficiente per ogni bastimento, e fondo incontri buon tenitore di rena grossa. Da lungi verso ostro vedi e non vedi le basse terre dell'Africa, rilevate da qualche capanna e dai gruppi delle palme; ed in ultimo quel monte traverso, che per esser simile nel colmo alla schiena del giumento è chiamato dai marinari Groppa d'Alys, ed anche Groppa dell'Asino. Le notizie speciali di questo mare bonaccioso, e le ragioni del fenomeno non ignote ai nostri antichi marini, anzi esposte almeno in compendio dal Machiavelli, dal Bosio e dal Crescentio[569], vadano perappendice ai lavori del chiaro commendatore Alessandro Cialdi, mio nobile concittadino, da tutti riconosciuto maestro di questi studî[570].[28 febbrajo 1560.]Dunque al Secco del Palo, durando le rassegne, gl'indugi, le minuzie e i tempi contrarî (molestie oramai consuete), passarono quindici giorni; e crebbero le malattie, le febbri e la mortalità della gente. Si noverarono in così breve intervallo duemila morti; non solo di marinari, di soldati e di uomini volgari, ma di principalissimi signori e capitani; tra i quali fu sul punto di morire l'istesso Giannandrea, e di fatto in pochi giorni pur di flusso venne a morte il colonnello Quirico Spinola, cui il Doria nel mettersi a letto aveva lasciato il comando delle sue galèe. Cresceva col mal governo la confusione dei governati: e nella medesima tranquillità dell'ancoraggio per forza di venti mai più veduti, e per negligenza di ormeggi non proporzionati al bisogno, alcuni navigli sferrarono a rischio di perdersi. Ripeto sferrare nel senso intransitivo, e talvolta prenominale, qui dove mi vien bene allegarne gli esempî dei marinari, i quali nelle faccende proprie del loro mestiere devono godere autorità altrettale che classica. Ne cito parecchi,il primo del Bosio navigatore e storico, che al nostro proposito ne scrive con queste parole[571]: «I tempi così furiosi si messero che per memoria di alcun marinaro tali in quel Secco mai veduti non si erano. Posciachè se bene ordinariamente è stimato quel Secco come sicuro porto, stante la poca forza che le onde del mare possono avere in quei bassi fondi, alcuni vascelli nondimeno furono costretti a sferrare. E tale fu l'impeto del mare che trovandosi la nave Imperiale, capitana delle altre navi, sorta vicino al galeone della Religione, sforzata dal furore delle onde, con qualche mal governo dei marinari suoi, urtando nel detto galeone, si ruppe e si fracassò; non ricevendo però il galeone quasi danno alcuno, per essere di fabbrica saldissima. Onde parve miracolo che egli non si perdesse, come la detta nave Imperiale si perdette; la quale sì fattamente sdrucita erotta ne rimase che si affondò. Avvegnachè essendosi poi quietati alquanto i tempi, prima che ella finisse di andare in fondo, fosse dalle galere rimorchiata più verso terra ad incangliarla: dove le genti, le armi e le artiglierie si salvarono; rimanendo però quasi tutte le munizioni e le vettovaglie in preda del mare.» E non fu sola nelle gravezze la nave Imperiale, chè altri ed altri grossi bastimenti patirono avarie, e fecero gettito e sperpero, massime dei corredi di ricambio e degli abeti di rispetto[572]. Sbigottimento di animo, rilassatezza nella disciplina, litigi per frivolezze, investimenti e perdite per negligenza: attorno i rottami, e a quando a quando il tonfo dei cadaveri che si gittavano insaccati nel mare[573].Supremo rifugio gli afflitti all'estremo di tanta distretta trovarono nel conforto dei sacerdoti, sotto la guida del vescovo Arnedo, eletto di Majorica, e cappellano maggiore dell'armata. Essi agli spedali comuni sui grippi, essi nelle corsìe del galeone di Malta, essi nelle infermerie particolari di ciascun naviglio, al pubblico servigio degli infermi, come già prima in Afrodisio. Da Roma erano venute amplissime facoltà e grazie spirituali per chiunque appartenesse all'armata, e i cappellani ne eranoi distributori[574]. Così passarono i quindici giorni dell'indugio, consumandosi l'armata nell'aspettare dalla parte di Sicilia il supplimento della gente e delle provvigioni, e il soffio del vento favorevole per andare a Tripoli.XXXI.[1 marzo 1560.]XXXI. — Finalmente all'entrante di marzo il Medina potè raccattare qualche notizia di Dragut da certi Arabi venutigli intorno con piccole barche a vendere montoni, vegetabili, ed altri rinfreschi utili agli infermi ed ai sani: allora soltanto, e ben tardi, per maggiore sua e nostra confusione, venne a cavarne di più. Seppe adunque come Dragut si era trovato alle Gerbe, quando esso vi approdò la prima volta per l'acquata; e come da lui erano stati sollevati a battaglia i Gerbini: seppe che Dragut medesimo, prevedendo l'attacco di Tripoli, era passato per terra a quella volta, ed aveane rinforzato il presidio con duemila soldati veterani, oltre al fornimento di molte artiglierie, munizioni e vittuaglie per sostenersi alla lunga: seppe per fama pubblica in Africa doversi aspettare tra poco da Costantinopoli la comparsa dell'armata ottomana. Turbato vie peggiodagli avvisi, e sempre più scarso di partiti, volle sentire il parere degli altri. E perchè Giannandrea non erasi ancora levato di letto, intimò la consulta sulla capitana di Roma[575].Flaminio da gran cavaliero accolse quei signori nella splendida sala di poppa, dove per la magnificenza e leggiadria degli ornati dava nobil saggio delle arti belle sempre fiorenti in Roma; e per la ricchezza delle armi e la tenuta delle genti faceva testimonianza onorevole al marzial genio di casa Orsina. Colà il Vicerè espose le notizie compendiose dei nemici e la condizione presente dell'armata propria: mortalità continua, venti contrarî, Dragut vicino, Tripoli rifornita. Esso in cuor suo disperava di vincere, e voleva non più mettersi a quella prova. Ma per uscir d'impegno senza vergogna, leggeva le note della gente morta, delle navi perdute, delle munizioni scemate; e veniva all'opportunità di occupare le Gerbe per agevolare l'acquisto di Tripoli. Lo secondavano alla scoperta don Alvaro de Sande, parecchi soldati del Re, e più di tutti in questo senso Giannandrea, che aveva mandato il parer suo per mezzo di Plinio Tomacelli gentiluomo bolognese[576]. Plinio in questa occasione parlò di tornare alle Gerbe, e un altro giorno di andarsene via, e poi un'altra volta consentì a fermarsiper ventiquattr'ore[577]. Cose diverse, che non si vogliono confondere insieme, nè legare dal primo di marzo al dieci di maggio tutte in un fascio con una sola ritortola[578].Contro questo parere modestamente si contrapposero i due capitani di Roma e di Malta, ambedue sostenuti dal pieno dei cavalieri, che avevano per venti anni fatto parte della guarnigione di Tripoli, e ne conoscevano minutamente i muri, le porte, le strade e tutto il debole. Essi dicevano esser venuti là per ricuperare quella piazza, e per togliere baldanza e ricetto a Dragut, secondo le commissioni dei principi e il desiderio dei popoli. Il possesso di Tripoli, città grande, bella, popolosa, di buon porto e di ogni comodità, crescerebbe riputazione e forza alle potenze cristiane, e ne toglierebbe altrettanta ai pirati. Le Gerbe cadrebbero da sè appresso a Tripoli, non all'opposto. Facile l'espugnazione con sì bella armata e con diecimila valorosi che pur restavano in essere. In somma volevano far presto, pigliar Tripoli, guernirla, e via[579]. La giornata passò in ragionamenti e repliche, pro e contra, senza niuna deliberazione. Tanto eransi oramai confuse le menti![2 marzo 1560.]Ma la seguente mattina raunatisi un'altra volta sulla reale di Giannandrea, presente lui stesso sur unaseggiola alla meglio involto nel capperone, e riprese le dispute con quelle nuove ragioni che ciascuno aveva meglio ripensate nella notte, tutti deliberarono di levarsi subito da quello stento, e di navigare contro Tripoli. Si era sull'ordinare il viaggio e si allestivano già i segnali e le manovre per quella rotta, quando saltando freschissimo il vento da Levante, si rivolsero ancora gli animi del Medina e del Doria. I quali, sostenuti da don Alvaro de Sande, e da pochi altri, fermatisi sulla prima parte della deliberazione intorno alla partenza immediata, e veduto il vento opposto alla gita di Tripoli, e favorevole al ritorno verso le Gerbe, vinsero violentemente il partito per quest'ultima direzione[580]. Poco dopo tutta l'armata, condotta quasi da occulta forza di fortuna avversa, navigava col vento in poppa, filando dieci nodi per ora, tanto che la sera medesima prima del tramonto dava fondo sulla testa boreale dell'isola rimpetto alla capitale chiamata il Bazar[581]. Non parleremo più di Tripoli: la principale impresa è finita. Veniamo a quest'altra.XXXII.[3 marzo 1560.]XXXII. — I navigatori italiani dal medio èvo infino al presente hanno sempre chiamato delle Gerbe quella isola che gli antichi dicevano Meninge, Lolofagite e Glauconia[582]; sì come gli arabi dicono Girbach; e glispagnuoli, i francesi e gl'inglesi, secondo l'indole del loro linguaggio, dicono Gelves, Zerbi e Jerbah. Tra tante varietà, dove taluno miseramente si perde[583], in questo solo vengono tutti concordi, che la dimora siane infausta agli stranieri; come apparisce per molti esempî, cominciando dal greco Ulisse, e venendo all'iberico Medinaceli. La sua posizione, presa dalla Torre del Bazar, è sull'altura settentrionale di 33°, 53′, 30″; e la longitudine occidentale dal meridiano di Roma, di 1°, 29′, 2″; quasi nel mezzo del cammino tra Tunisi e Tripoli. Isola bassa, senza montagne, senza fiumi, in gran parte arenosa, lunga da ponente a levante ventidue miglia marine, e quasi lo stesso larga; di figura irregolare, e sottosopra alquanto simile al pesce che noi diciamo Razza Torpedine. E quantunque ella sia tutta dal mare per ogni banda circondata, pur dal lato australe la estremità dell'isola, e specialmente la coda, tanto si avvicina al continente da non lasciarvi interposto più di un sottil braccio di mare, pel cui mezzo con lungo ponte volante talvolta si unisce alla terraferma. La bocca del canale vòlta a greco si chiama Alcàntara, o la Cantèra; e segue dilatandosi più e più nell'interno, infino a formarvi ampio bacino che pel secondo canale giugne a sboccare dall'altra parte verso ponente: canale, non ostante il ponte, navigabile coi bastimenti da remo, ed anche colle galere, essendovi fondali per tutto di due, cinque e otto metri. Aveva in quel tempo una mediocre città, detta il Bazar, quasi nel mezzo del lato boreale, residenza ordinaria del principe,cui davano gli Arabi il titolo di Sceicco[584]. Mettete quattro terre popolose, intorno villaggi e casali: presso al Bazar il maggior castello, la cui torre maestra ancora sgomenta da lungi oscura e tetra i naviganti: ad oriente la torre della Rocchetta, a ponente della Valguarniera, di rincontro le Peschiere, e ad ostro un castelluccio alla guardia del passo e del ponte[585]. Per la campagna viti, ulivi, aranci e granati, selve di palme specialmente a levante, da ogni parte il loto, cui gli Arabi dicono Ghadàr, e noi diciamo Bàgola. La popolazione di contadini e pescatori quasi tutti bèrberi, e nemici dei Turchi[586].Io mi riporto al meridiano del mio paese, e lo tengo per primo con lo stesso diritto con che altri tiene il suo[587]. Per necessità evidente chiamo i luoghi come li chiamavano i nostri maggiori cartografi, storici e marini, in vece di accattare nomenclatura esotica, arbitraria e moderna, di che largamente ho detto altrove[588]. Dalle bellissime Carte degli idrografi inglesi, delineate con sottilissima diligenza a punti grandi, e per questo ben distinti, raccolgo sulla estensione del mare la posizione dei porti, i rombi dei venti, i gradi dei meridiani, l'altura dei paralleli, le scale delle distanze, le anomalie della bussola, gli scogli, i banchi, gli scandagli, i fanali, e ogni altro soccorso della navigazione[589]: ma non posso punto seguirne la nomenclatura locale, senza mettere sossopra tutte le nostre ragioni. Bastino a piè di pagina, come saggio, alcuni dei nomi stampati nella recentissima Carta dell'Ammiragliato britannico[590].Rifacendoci ai nostri, troviamo l'armata in semicerchio alla vista del Bazar, e dalla parte opposta già in marcia una grossa brigata di arabi Maamidi, assegnati a guardare la riviera e il castelluccio del ponte, perchè niun soccorso dal continente possa penetrare nell'isola. Intanto la nuova luna di marzo ci rimena i consueti tempi variabili, e per quattro giorni Scirocchi tanto procellosi, che non possiamo a niun altra cosa intendere se non a sostenerci sulle àncore al ridosso della Valguarniera.[7 marzo 1560.]Abbonacciatosi il mare, e calmato il vento, si ordina lo sbarco quivi stesso alla cala del medesimo nome, così: ogni nave e galèa metta fuori lo schifo col suo cannone, ogni schifo alla prima passata imbarchi un capitano e venticinque archibugeri, nella corsa vadano del pari sotto lo stendardo dello schifo reale, allo squillo della tromba tutti in un tempo colle prue investano nella spiaggia, le fanterie guazzino alla riva, formino di presente il primo squadronetto, e stiano in buona ordinanza per mantenere il terreno e per ispalleggiare lo sbarco dei seguenti[591]. Con questo la mattina del giovedì sette di marzo alla prima passata di centoventi palischermi vengono in terra quasi tremila uomini: i quali ordinati in battaglia sul lido con due lunghe maniche di stracorridori, come farebbero i bersaglieri del tempo presente, coprono le alture a mezzo miglio dalla marina, e stanno in sugli avvisi per tenere discosto ilnemico[592]. Poi di mano in mano gli stessi schifi ritornando levano le altre genti, gli alfieri, le bandiere e quattro pezzetti da campagna[593]. In bell'ordine e in poco tempo eccovi sul lido con tutto il loro fornimento e corredo diecimila uomini: i quali, per esser l'ora già tarda, e per non avere riconosciuto ancora il paese, passano quivi la notte all'addiaccio.XXXIII.[8 marzo 1560.]XXXIII. — Intanto lo Sceicco dell'isola, ed i suoi consiglieri, diversamente tra loro disputando di questo successo, non si accordavano insieme a far nulla. Quanti vi avea pirati di mestiero, giovani d'età, e turchi di origine, volevano battersi ad ogni costo: al contrario i nativi bèrberi e mori, e tutti quelli che odiavano le insolenze e il dispotismo turchesco e piratico, chiedevano gli accordi. Con questi consentiva il popolo minuto, gli agricoltori, e più di ogni altro gli anziani: i quali dimostravano con molte ragioni, e coll'esempio dei tempi passati, l'impotenza di resistere e la necessità di patteggiare. Lo Sceicco, ancorachè ondeggiasse tra le due sentenze, perchè in suo cuore odiava Dragut ed altrettanto la temeva, pure eccitato dai giovani e dagli amici del pirata, e avendo udito che le nostre fanterie erano state vedute infermicce, o come dicevano mezzo morte,volle provarsi a combattere. Avrebbe costui dovuto anche sapere come le genti istupidite e affrante dal mal di mare prestamente ripigliano lena e vigore, subito che possono mettere piede sul fermo, e respirare in terra.Molto meglio dopo buon pasto e quieto riposo (senza lasciare per turno le guardie e le consuete diligenze) si levarono i nostri la mattina gagliardi e ardimentosi, come se non avessero patito mai lo strazio della mareggiata. Prese le armi, duemila corsero a guardare di rinforzo il passo della Cantèra; e gli altri ottomila marciarono verso la capitale dell'isola al castello dello Sceicco[594]. Silenzio intorno, niuno all'incontro, marcia guardinga, file serrate, tutti intesi nell'ordinanza, quantunque stimolati dalla sete.La sera innanzi lo Sceicco aveva mandato alcuni uomini a riconoscere il campo, ed a parlamentare col Medina, offerendogli rinfreschi ed amicizia, a patto che se ne andasse subito subito: ma essendogli stato risposto che si voleva prima fargli una visita al Castello per ringraziarlo in persona dei favori, e per trovare la comodità dell'acqua, esso capì che gli bisognava venire alle mani, come volevano gli arrabbiati de' suoi consiglieri. Messosi dunque pienamente nelle mani di costoro, raunò gran gente, e andò a far testa tra i palmeti sul passo di certe cisterne, dove sperava facilmente opprimere i nostri, assetati e riarsi dal sole africano e dalla marcia pe' sabbioni, quando si sarebbero disordinati per bere, come più volte in quel luogo medesimo, e per simile maniera era successo.Ma agli otto di marzo, dove noi ci troviamo col discorso, le cose andarono tutte a rovescio: niuno sbandossialle cisterne, le occulte insidie restarono deluse, e la forza aperta superata. Non mica, come dice taluno, che i Gerbini fuggissero via alla prima comparsa delle schiere cristiane, o alla prima prova della loro temperanza: chè anzi stettero intrepidi, e dieron dimostrazione di valore disperato. Non essendo più di ventimila con pochi archibugi e pochissimi cavalli, nondimeno si gittarono sopra ai nostri squadroni, menando scigrignate, punte e rovesci di scimitarre, di zagaglie e di falcini, a corpo a corpo, senza curare ferite o morte, tanto sol che potessero rompere i quadrati. Ma tornata loro vana ogni prova, e cominciando già per fianco a frustargli l'artiglieria di campagna, balenarono a un tratto; e poi via tutti di gran corsa, lasciando sul terreno circa dugento morti, e più del triplo feriti. Fra i nostri caddero venticinque dei primi, e una trentina degli altri; noverandoci un capitano, che morissi il giorno appresso per grande squarcio di zagagliata.[9 marzo 1560.]I vincitori trincerati sul campo mandarono intimando la resa al castello, dove le cose dei Gerbini e dello Sceicco pigliavano già tutt'altra piega. Il partito degli anziani pacifici ed esperti rimontava sopra quello dei giovani fuggiaschi e avviliti. Subito essi stessi spedivano oratori, chiedevano parlamento, davano ostaggi, e conchiudevano la pace, sottomettendosi lo Sceicco e tutto il popolo dell'isola al dominio del Medina in nome del re di Spagna, colla promessa del tributo medesimo che prima pagavano a Dragut per conto di Solimano.Gli storici orientali poco o nulla aggiungono ai nostri intorno a questi successi; chè l'epoca presente scorre tra le più oscure nella storia loro. Il cavaliere Giuseppe de Hammer nel nostro tempo, tanto conoscitoredella lingua e letteratura edita ed inedita dei Turchi, come tutti sanno, non aggiugne particolari di rilievo alle notizie degli storici occidentali, che compongono anche per me la base della narrazione; e continuamente sono richiamati con lui e senza di lui nelle note[595]. Dagli Arabi odierni non possiamo sperare nulla di meglio: e dai trapassati abbiamo due soli brandelli, che qui inserisco alla lettera come mi sono stati gentilmente favoriti dal preclarissimo professore Michele Amari, nel quale la ingenita cortesia cresce lustro al sapere. Il primo brano è dello storico Dinar, ben noto agli orientalisti, il quale nell'anno 1681 scrisse molto confusamente dei fatti anteriori; sì come nel caso presente a proposito dell'ultimo principe Hafsita di Tunisi dice così[596]: «Stretta amistà correa tra questi e Dragût pascià. Quando Dragût mosse contro l'isola delle Gerbe, il sultano Ahmed lo fornì di vettovaglia. (L'isola) si era ribellata da esso (Dragût) per torti ricevuti; onde la occuparono i Cristiani per sei mesi; e fu liberata per mano del pascià Ali, mandatovi da Dragût.» Appresso viene il Bagi non meno conciso nei fatti, e più confuso nelle date, con queste parole[597]. «L'anno 957 (20 genn. 1550all'8 genn. 1551) i Napolitani, i Genovesi ed altri irruppero in Mehdiah: presero quanto e quanti erano in essa, la distrussero, e andarono via. Indi alcuni abitanti a poco a poco vi ritornarono, e in certo modo la ripopolarono. Essi (Napolitani, ec.) si insignorirono anco delle Gerbe, si empirono le mani del bottino fatto (in questa isola), e dimoraronvi sei mesi; a capo dei quali Dragût pascià liberolla, e di lì passò a Tripoli, e presela il 958.» Apparisce evidente la grossezza di costoro, che in quattro righe male arruffano i fatti di molti anni, nè mette conto il cercarne di più.XXXIV.[13 marzo 1560.]XXXIV. — Mercoledì tredici di marzo entrava l'esercito cristiano nel Bazar, la guarnigione europea rilevava la moresca dal castello, le galere facevano salva, e gli stendardi della Spagna salivano sulla gran torre. Riaperti i mercati, tutti contenti; meno alcuni pirati turchi costretti a smucciare, e meno parecchi soldati cristiani impediti dal rapire. Tra questi vuolsi ripetere il fatto di uno spagnuolo, chiamato Ordugnèz; il quale, deluso nella speranza del bottino, giunse a tanto bestiale accecamento (come esso stesso confessò pentito prima di spirare), che, dicendo non essergli possibile sopportare in pace l'amicizia coi Cani, mise mano a un coltellaccio, e dandosi nel petto s'ammazzò[598]. Di tali stranezze, richiamandone ora le impressioni ricevute nel mio animo per molti esempî antichi e per certe osservazioni moderne, dico adesso che quando occorrono in alcun luogo, nonrestano solitarie; ma naturalmente pronosticano e sono seguìte da altri disordini e da maggiori sventure. A certi estremi non si trapassa, nè anche da un solo, nell'umana società, se non quando gli animi delle masse, riputate degne di tali spettacoli, siano pubblicamente al sommo della perturbazione; e per ciò stesso disposti a fare o a patire appresso di peggio. Vedremo tra poco quanti altri saranno ciechi e violenti contro alla propria e contro alla pubblica salute, al pari e forse più dello sciagurato Ordugnèz.[15 marzo 1560.]Cominciamo dal duca di Medina, il quale, invanito degli ultimi vantaggi, alla prima aura di fortuna si perde. Avrebbe facilmente potuto pigliare ostaggi e guide, rifornirsi di vittuaglie, demolire il vecchio cassero, togliere ai Gerbini ogni baldanza in due giorni; e dentro un mese pigliar Tripoli, e tornarsene vittorioso in Sicilia. L'armata ottomana, di che egli sapeva gli apprestamenti, non sarebbesi mossa così presto per impedirgli la conquista; nè poi si sarebbe ardita di riscuoterla, stando di fronte ai Turchi il presidio, e alle spalle l'armata nostra tutta intiera. Costui all'incontro delibera di fermarsi due mesi alle Gerbe per piantarvi nuova di fondo una bellafortezza. La stessa cecità dimostrano gli altri tre, che insieme con lui danno il nome ai quattro baluardi, e ne sostengono i lavori. I quali signori de' nuovi bastioni si chiamano Medina, Doria, Gonzaga e Tessieri[599].Il nome riverito degli Orsini avrebbe dovuto trovarsi di mezzo agli altri, secondo il suo grado e bandiera, certamente innanzi al Tessieri e innanzi al Gonzaga, se egli avesse voluto attivamente spingere la stranezza dell'opera. Ma col fatto contrario esso stesso ha chiarito la posterità di non averci consentito, pensando per fermo tra sè onori cotali non essere da lui. La quale dilicata temperanza come non reca meraviglia a chi ricorda la sua condotta durante la guerra di Campagna e le brighe del Moretto, così meglio ne conferma la nobiltà del carattere. Vedetelo inteso al dovere, senza offendere le opinioni; soggetto all'autorità, senza eccitarla agli eccessi; e ciò pure a costo del suo privato discapito, e di esser tenuto zotico e strano da quelli che allora riputavan sè stessi avveduti e saggi. La corrente in piena voga seguiva le visioni del Medina: ma a chi penetrava nel secreto dei pensieri era evidente che la fabbrica della fortezzanon poteva servire ad altro se non a discolpare gli errori precedenti ed i futuri. Così l'intendeva l'Orsino: e così in quei giorni medesimi, quasi profetizzando, scriveva da Malta il celebre la Valletta; e registrava un bell'ingegno spagnuolo nel sonetto che il Bosio ci ha conservato[600].[17 marzo 1560.]La fortezza presa a fabbricare presso alla capitale dell'isola era stata disegnata sopra la peggiore di tutte le figure che si possono descrivere intorno al cerchio, perchè meno di ogni altra adatta al fiancheggiamento ed alla difesa radente. Un recinto di mille metri in giro col vecchio castello nel mezzo per mastio: quattro cortine di dugencinquanta metri per ciascuna; e quattro bastioni coi loro cavalieri negli angoli. Al mastio per onore supremo diedero il real nome di forte Filippo; ed ai quattro baluardi i nomi dei quattro Signori che ne presero il carico. Dunque una fortezza quadrata, sul lido del mare, senza porto, senza acqua, senza terra, senza muri: essendovi le cortine e i bastioni rilevati di rena, pali e fascine; e il fosso cavato pur nella arena cedevole, e tutto l'edificio sulla rena. Nell'interno baracche di tavole per alloggiamenti e magazzini, e specialmente le cisterne vuote, nelle quali bisognava portare acquada lontane sorgenti. Misera condizione di tanta gente per due mesi nella strana opera.Qualcuno oggidì leggendo il nome di Plinio Tomacelli, incastrato dal Promis nel novero degli ingegneri militari di Bologna, potrebbe sospettare che egli stesso sia stato l'autore del rovinoso disegno e della nuova fortezza alle Gerbe[601]. Ma ad onor suo possiamo dimostrare non doverglisi colà attribuire altro carico se non di sorvegliare i lavoranti di quel bastione che portava il nome del suo principale, e chiamavasi il Doria. Plinio, gentiluomo bolognese della discendenza collaterale di papa Bonifacio IX, era presente all'armata, godeva di molta riputazione, aveva fatto da maestro a Giannandrea, e continuava per volontà del vecchio zio a dirigerlo come consigliere e moderatore delle sue prime spedizioni[602]. Non per questo fece professione di ingegneria nè di architettura: e quel suo Discorso contro le fortificazioni di Bologna, rimasto inedito nella sua patria, dimostra lo studio da lui posto intorno alla popolare economia politica, non sopra le tecniche dottrine militari.[19 marzo 1560.]Tutti i contemporanei attribuiscono il disegno e la suprema direzione della nuova fortezza all'ingegnere AntonioConti, uno di quei tanti Italiani che allora seguivano gli eserciti di ogni nazione[603]. Udiamone i particolari dal Cirni, che eravi presente[603a]: «Per questo dunque il Generale fece fare il disegno da Antonio Conte ingegneri, e subito fece metter mano a lavorare. Fece trattare collo Scecche se poteva avere una gran quantità di Mori per potergli far travagliare col pagamento; ma non essendoci ordine, si risolse alla fine di farlo fare a' soldati. Fece venire una quantità di cameli, acciocchè portassero la terra rossa per impastare, chè intorno al Castello non vi era se non rena, e bisognava condurla più di due miglia discosto. Eravi assaissima comodità di palme e di olivi: e con quei tronchi delle palme, interi e spaccati, faceva fare le incavicchiature per ogni banda. Eccetto un braccio incirca, sotto terra per tutto è pietra; ma tenera, e sottoposta al piccone. La gente tedesca, per essere più industriosa e travagliante, la misse a fare il fosso a forza di picconi. Il signor Gio. Andrea come quel cavaliere che haveva honoratissimamente risposto in tutte le occorrenze dell'impresa per complire e col valore e colla prudenza in ogni opera possibile per servitio di Sua Maestà, si prese assunto di fare un cavaliere. L'altro il Generale diede a fare al generale della Religione con la sua gente. L'altro a gli Spagnuoli, e l'altro al signor Andrea Gonzaga. Di maniera che venivano a esser quattro, con intenzione di farvene poi col tempo un altro in mare col suo molo verso tramontana.E per ora da quella parte del mare il Castello si accingeva quasi a stella, e volgeva in tutto da mille passi, o braccia ordinarie, come vogliam dire. Così con grandissima sollecitudine e cura si attese al lavoro.»Alli diciannove di marzo, secondo il modello del Conti, in due giorni preparato alla grossa di cretoni e di legno, il Medina con solennissima pompa gettava al posto la pietra angolare; e appresso metteva alla direzione della gran fabbrica quattro ajutanti, nominati dal Campana e dal Bosio, Bernardo di Aldana, Sancio di Leva, Cesare Visconti e Carlo di Amanze[604]. Lavoro fastidioso di soldati in giornèa; non avendo a niun conto voluto prestare l'opera loro i Gerbini: i quali soltanto per somma grazia permettevano la vettura delle loro bestie. Bisognava rimenare tutto da lungi, pali, fascina, infino a un po' di terra per impastarla colla rena del luogo. Ciò non pertanto ai venticinque di aprile il forte era ridotto in condizione di potersi difendere, e vi entravano di presidio duemila fanti tra spagnuoli, italiani e tedeschi, sotto il mastro di campo don Alvaro de Sande, eletto governatore della piazza e dell'isola. Tutto questo sarebbe la metà del nonnulla rispetto al resto: dobbiamo inoltre disperdere ogni bene, vittuaglie, munizioni, armi, artiglierie, corredi, infino all'acqua; e dobbiamo sguarnire di tutto i navigli, se vogliamo, secondo la ragione di tanta lontananza e il pericolo di lungo assedio, provvedere ai magazzini ed alle cisterne del gran forte, per continuata stranezza piantato di pali sulla rena.XXXV.[8 aprile 1560.]XXXV. — Intrattanto Luccialì colla sua galeotta a golfo lanciato per l'alto mare navigando, e sempre fuggendo dalle Gerbe, era giunto in Costantinopoli: dove consegnate che ebbe le lettere pressanti e i ricchi doni, da parte di Dragut, al Granvisir e agli altri principali ministri della Porta, facilmente otteneva l'udienza dell'Imperatore, e gli dimostrava la bella opportunità di conquidere sulle spiagge di Barberia tutta l'armata dei Maledetti. Egli, testimonio di veduta e sagace, dicevagli il numero e la qualità dei nostri navigli, la stranezza del governo, la stultizia dei procedimenti: dimostravagli la facilità di armare un'ottantina di galere negli arsenali dell'imperio, e di ottenere solenne vittoria da assicurargli per sempre la padronanza del mare. A Solimano non facevano di mestieri nè troppi stimoli, nè tanti argomenti: egli sentiva da sè l'importanza del caso, e nella certezza di cavarne a suo vantaggio stupendi effetti, ordinava con gran secretezza e prima del tempo consueto l'armamento del suo navilio, pur di averlo pronto alla vela sulla fine di aprile. Ma quantunque egli si studiasse di nascondere gli apparecchi, e di coprire i suoi disegni, non potè fare che qualche indizio non ne trapelasse fuori per una città così popolosa e così piena di gente d'ogni paese, come era la sua capitale. Da più parti gli esploratori, i diplomatici e le spie ne mandavano avvisi a Madrid, a Venezia, a Roma, a Malta, e di rimbalzo anche alle Gerbe.Il grammaestro la Valletta pel primo, sapendo degli armamenti turcheschi, già dagli otto di aprile aveva insieme avvertito il Medina e richiamate le sue galèe per servirsene nelle necessarie provvisioni dell'isola, volendo metterla in punto di fare buona difesa, se mai lasua disgrazia menassegli l'armata ottomana ad attaccarlo[605]. Rispedì in Africa dopo tre settimane soltanto tre galèe a carico del cavalier Maldonado, disarmate le altre due per la grande mortalità di ciurme, e di gente, e di cavalieri, compresovi l'istesso generale de Tessieri, che pochi giorni dopo arrivato in Malta morissi.Il marchese della Favara, luogotenente di Sicilia, ripeteva gli avvisi, ed alla vista del pericolo mandava alle Gerbe quattro navi e un migliajo di soldati per rinforzo. Il vicerè di Napoli, ripicchiando sulle notizie ormai certe dell'armata nemica, esortava il Medina a star cauto, a ritirarsi, ed a pensare che in vece di conquistare in Africa alla fine era mestieri attendere ad altro, cioè a sostenersi e a difendersi in Italia. In questo modo scrivevano pur da Genova, da Roma, da Venezia[606].[25 aprile 1560.]Ciò non pertanto il Medina e i suoi colleghi tiravano innanzi senza nuovi espedienti. Gli animi sentivano dello strano, alcuni non prestavano fede agli avvisi, e molti dicevano impossibile all'armata ottomana uscire dai Dardanelli prima di mezzo maggio. Giannandrea era ricadutodi flusso; le infermità avanzavano più di prima, si empivano gli spedali e le fosse[607]. I savi, costretti alla tolleranza per non crescere confusione, facevano capo al Doria stesso col pretesto di visitarlo: dicevangli non esser più tempo di indugi. Ed esso dal letto mandava e rimandava Plinio Tomacelli non solo sollecitando, ma importunando il Medina alla risoluzione della partenza[608]. Il medesimo Plinio nella sua lettera giustificativa conferma gli altrui fatti e le sue premure[609]. Ma non per questo lo assolveremo noi dell'essersi dappoi piegato lui proprio a restare colà coll'armata ancora per quell'ultimo giorno fatale, che non doveva aver più nè consiglio nè riparo. Vedremo le opere, e leggeremo le attestazioni del capitano Piero Machiavelli, commissario delle galèe fiorentine, nella lettera scritta giusto di quei giorni al duca Cosimo per ragguagliarlo dei successi precisi del venerdì dieci di Maggio alla sera.[5 maggio 1560.]Come fu imbastita alla meglio la sciagurata fortezza, il Medina strinse lo Sceicco al giuramento di fedeltà: ecostui, per non poterne di meno, finalmente venne al campo cogli anziani dell'isola, e una squadra de' suoi cavalieri. Gittò per terra lo stendardo di Dragut, un vecchio drappo di seta verde, prese dal Medina la bandiera di Spagna, la brandì tre volte, la mostrò ai circostanti, e sottoscrisse l'istrumento di vassallaggio giurandone sul Corano la lealtà. Al quale atto crebbe valore la presenza del re di Caruano, venuto poc'anzi in gran festa a salutare il Medina, per l'odio mortalissimo che nudriva contro Dragut, dal quale con pessima frode eragli stata rapita buona parte del dominio[610]. Intervenne altresì per ragioni equivalenti colui che chiamavano l'Infante di Tunisi, nipote del Muleasse già rimesso sul trono nella spedizione del trentacinque contro Barbarossa. Costoro, e ogni altro nemico dei turchi e dei pirati, mantenevano continue corrispondenze con la corte di Spagna, coi vicerè di Napoli e di Sicilia, col Grammaestro di Malta, e coi supremi comandanti delle armate cristiane[611]. Essi ora corteggiavano il Medinaceli, quantunque ne vedessero già vicina al tramonto la fortuna.
»Io Paolo Pietro Guidi, presidente della Camera di sua Eccellentia, affermo quanto è detto di sopra.»Io Gio. Bap.taLiberati, thesoriero et mº d'entrata de sua Eccellenza, affermo quanto di sopra se contiene et per fede me so sotto scritto de man propria.»Io Gioan Luise Fiesco affermo quanto di sopra di man propria. Visa. C. Campellus[539].»
»Io Paolo Pietro Guidi, presidente della Camera di sua Eccellentia, affermo quanto è detto di sopra.
»Io Gio. Bap.taLiberati, thesoriero et mº d'entrata de sua Eccellenza, affermo quanto di sopra se contiene et per fede me so sotto scritto de man propria.
»Io Gioan Luise Fiesco affermo quanto di sopra di man propria. Visa. C. Campellus[539].»
Dunque Flaminio, Filippo, Galeazzo, e gli allievi migliori della scuola romana, preso in Civitavecchia il rinforzo di eccellenti marinari, e avuti da Roma quattrocento fanti sperimentati nelle guerre precedenti, sciolsero agli ultimi di agosto, e furono in Messina ai primi del mese seguente.
[4 settembre 1559.]
XXV. — Assembravasi lentamente in quel porto la spedizione generale agli ordini del vicerè di Sicilia don Giovanni della Cerda, duca di Medinaceli: uomo nonprivo di alcune belle qualità, gentil cavaliero, buon padre, leale mallevadore: ma trontìo nel vuoto, ed altrettanto sostenuto dai favori della corte, quanto sfornito delle doti necessarie a condurre imprese di rilievo, sia per mare, sia per terra; quantunque e per terra e per mare dovesse misurarsi con Dragut[540]. A tal fine aveva ordine di mettere insieme armata ed esercito, navigli di linea e di trasporto, e cavare ogni cosa dalle provincie d'Italia, stimate sufficienti al bisogno, senza sguarnire le difese dei porti di Spagna[541]. Si noveravano in prima le tre galèe di Roma, comandate da Flaminio Orsini; quattro di Firenze sotto Niccolò Gentili, cinque di Malta sotto il cavalier de Tessieres, tredici del Doria condotte per la prima volta dal giovinetto Giannandrea, cinque di Napoli sotto don Sancio di Leyva, otto di Sicilia sotto don Berengario Requesens, cinque di Scipione Doria, due del principe di Monaco, due di Stefano de' Mari, due del marchese di Terranova, due del visconte Cicala, due di Bendinello Sauli; in tutto cinquantatrè galèe grosse: più due galeotte del Medinaceli, una di Federigo Staiti, una di Luigi Ossorio, due galeoni, ventotto navi di alto bordo, dodici navette,e più altri legni da trasporto per munizioni da guerra e da bocca, e insieme per quattordicimila fanti da sbarco, tra spagnuoli, italiani e tedeschi: fior di gente, condotta da Quirico Spinola, da Scipione Frangipani della Tolfa, da Ippolito Malaspina, e da Andrea Gonzaga, quattro colonnelli italiani; più Stefano Leopart coi Tedeschi, e don Luigi Ossorio cogli Spagnuoli.
E poichè siamo a navale armamento di spedizione generale cavata solamente dalle provincie italiane, qui mi talenta inserire la lista dei bastimenti di linea, e i loro nomi ad uno ad uno, sì come gli ho raccolti dalle memorie edite ed inedite dei contemporanei; senza tener conto dei legni minori, o di quei bastimenti a vela che allora diceansi Navi, ed oggi si chiamano vascelli: dei quali niuno allora curava i nomi o i padroni, se non per dire che tutti in un fascio obedivano al colonnello Andrea Gonzaga, messo sur una di esse navi chiamata l'Imperiale, come comandante del convoglio[542].
NOTA
DELLE GALÈE ASSEMBRATE IN BATTAGLIA L'ANNO 1559-60, PER L'IMPRESA DI TRIPOLI E DELLE GERBE CONTRO DRAGUT.
Delle quattro galeotte.
Abbiamo già valica la mela del secolo decimosesto, e ci troviamo oramai vicini al termine dell'ultimo libro, e la marineria militare in niuna parte del mondo ancor non ha fatto il gran salto eccezionale dal remo alla vela. Nessuno fin qui conosce i vascelli di linea, come poscia furono chiamati, quando Francesco Drake nello scorcio del medesimo secolo per la prima volta li condusse in battaglia sull'Oceano, aringando l'armata navale coi soli bastimenti di alto bordo ed a vela. Prima di lui, e nel tempo ove ora ci troviamo col discorso, parlando di battaglie, di spedizioni e di viaggi, coi grandi ammiragli e coi maggiori sovrani, non troviamo altri legni di linea che i bastimenti da remo, secondo la perpetua costumanza di tutti i tempi e di tutti i popoli, stante la necessità tattica del movimento libero, tornataci ora gigantesca col vapore. Gli è questo un pensiero in più occasioni espresso e svolto: ma non tanto che basti per la sua importanza, e per l'ostinazione al contrario di molti a rimpiangere e a richiamare dannosamentela tattica militare della vela. Nacque per cause eccezionali, durò poco, e finì per sempre. Anche sull'Oceano, la marineria armata faceva supremo assegnamento sui bastimenti da remo: i Normanni, i Teutoni, i Britanni e gli Scandinavi combattevano a remo coi loro dracarri[543]. Così i Romani, i Bizantini, gli Spagnoli, i Genovesi e i Veneziani colle galèe di Londra e di Fiandra[544]. Al quale proposito altresì merita essere ricordato il capitano Benedetto Zaccaria di Genova, il quale sulla fine del secolo decimoterzo proponeva a Filippo il Bello il modo di costruire e di equipaggiare un'armata per combattere sull'Oceano contro gli Inglesi e per invaderne il regno: armata di galere in battaglia, e di uscieri al trasporto[545]. E similmente sarà bene toccare qui dei fatti più moderni di Leone Strozzi, al cui ardimento sembrò piccolo vanto il passare colle sue galèe oltre allo stretto di Gibilterra, anzi pur volle a remo spingersi avanti, e battersi contro gli Inglesi nel mare di Piccardia per difendere il porto e la piazza di Boulogne da loro assediata; o poi nei mari di Inghilterra e di Scozia,dove colle galèe medesime fece cose mirabili di combattimenti e di espugnazioni[546].
Non mica tanto vanto allora delle galèe, perchè i navigli a vela fossero, come alcuni pensano, piccini piccini; ma per la ragione fondamentale del motore libero, sempre cercato, come sa il lettore, a preferenza della incerta e mutevole forza del vento. Si costruivano cocche, caracche, e navi grandissime, di tre e di cinque coperte, capaci di portare infino a mille cinquecento viaggiatori, agiatamente collocati nei corridoj in più ordini, per i lunghi passaggi di oltremare, colle loro bagaglie e provvigioni; navi di quattromila tonnellate; navi colle scuderie e fornimenti per cento cavalli, da metterli a bordo ad uno squillo di tromba, e da cavarli fuori sellati ed armati per gli usci di poppa sopra ponti volanti che avevano da ciò[547]. Insomma tutti vedevano sul mare navi a vela di sovrana grandezza, secondo il bisogno; non mai per questo come legni di prima linea in battaglia, ma solo come bastimenti di convoglio e di carico,massime pel trasporto dei cavalli nei tempi cavallereschi: materia più studiata dai nostri maggiori, perchè più necessaria ai loro costumi. Fabbricavano uscieri grandissimi con tre ruote e due porte di poppa, capaci di uno squadrone compiuto di cavalleria; e talvolta per non arrischiarlo tutto insieme, anzi per ottenere il medesimo intento con dispendio minore, più presto, e in più parti, usavano costruire molte tartane, capaci ciascuna di trenta cavalli in due file di quindici a destra e di altrettanti a sinistra, sotto coperta: di che abbiamo documenti importantissimi del secolo decimoterzo nel grande archivio di Napoli, pubblicati almeno in parte da quegli Ufficiali a conforto di chiunque desidera conoscere il linguaggio della marineria antica e moderna, che dura sempre lo stesso[548].
Noi abbiamo veduto sul principio del cinquecento al blocco di Genova caracche armate di lunghe colubrine da cento libbre di palla, e palischermi che giocavan di prua con pezzi da trenta; abbiamo veduto navi strepitose, come la caracca corazzata di Malta, navi pei cavalli alla impresa di Algeri, navi per convoglio a Corone, per munizioni alla Prèvesa, ed ora ne troviamo per laimpresa di Tripoli; sempre messe alla coda, non mai in prima linea: e abbiam veduto e vedremo la difficoltà di tenerle insieme colle galèe. Valga per tutti la sentenza di Antonfrancesco Cirni, testimonio di veduta, che pei fatti di questa medesima spedizione di Tripoli scriveva così[549]: «Hanno da sapere che il condurre armata di navi, massime di verno, non solo è cosa difficile, ma difficilissima. Il che si è visto sempre in tante imprese che per mare si sono fatte: chè prima bisogna fornirle d'acqua, poi rimorchiarle fuori dei porti, soccorrerle nei tempi fortunevoli, ed ajutarle quando non possono afferrare; di modo che il travaglio dietro a loro non ha mai fine: e con tutto questo arrivano poi dove bisogna, quando piace al vento.»
[7 settembre 1559.]
XXVI. — Dato uno sguardo all'assembraglia delle navi di alto bordo, messe in un canto nel porto di Messina, e fatti i saluti militari alle galèe capitane ed ai loro comandanti, fior di cavalieri delle prime famiglie d'Europa, Flaminio si accostò al Medinaceli per intendere le disposizioni della prossima campagna. Conobbe per le generali il proposito di partirsi quanto prima coll'armata, e di riscuotere Tripoli, come già si era riscossa Afrodisio, volendosi conquidere Dragut nella nuova sede, ed estirpare anche di là le radici della pirateria. Tenesse, dicevagli, la squadra in punto: chè nel settembre sarebbe l'attacco, ed all'entrante di ottobre il ritorno, prima che la stagione rompesse al sinistro.
La città di Tripoli era stimata delle principali sulla costa di Barberia, e di molta importanza nelle cose del mare: grande, ricca, popolosa, buon porto, ampia rada, un castello quadrato alla riva meridionale,e una cinta intorno di muraglie all'antica[550]. Sul principio del secolo decimosesto Ferdinando di Aragona l'aveva fatta occupare dal conte Pietro Navarro per mantenersi tranquillo nei nuovi possedimenti delle Sicilie; e nel terzo decennale Carlo d'Austria erasi liberato dal peso di mantenerla imponendone la difesa ai Cavalieri gerosolimitani in quella che loro concedeva l'isola di Malta. I Cavalieri vi stettero di guardia per anni ventuno, finchè Dragut non li cacciò coll'armata di Solimano nel 1551 per vendetta della perdita di Afrodisio, e restovvi insediato col titolo di Sangiacco, come è detto addietro.
Costui ben provvisto ed avvisato da' suoi spioni conosceva tutti i disegni del Medinaceli, le forze, le condizioni, gli umori. Bisognava aspettarsi da lui nuovi e maravigliosi tratti di guerra difensiva. Taluno sarebbe corso in Tripoli per difendere ostinatamente la piazza, non Dragut, che ne conosceva la debolezza. Altri sarebbesi vòlto a invadere il paese dell'invasore, non Dragut, consapevole di non avere tanta forza. Dunque egli prese diverso partito a suo gran vantaggio: volle impedire la partenza degli avversarî, tirarli a dilungo, ridurli all'inverno, annojarli, ammorbarli, indispettirli, confonderli. A tal fine raunò tutti i suoi legni, e lo sciame dei seguaci, e ottenne da Solimano qualche numero di galèe, tanto che alla testa di una cinquantina di bastimenti da remospigliati e risoluti si pose nel golfo sotto le fortezze della Vallona, luogo sicurissimo per lui, a cavaliere dell'Adriatico, dello Jonio e del Tirreno; donde ogni tanto minacciava attacchi, e non feriva mai in parte niuna, tenendo tutte le riviere della Puglia, della Calabria e della Sicilia in lunga perplessità. I governatori e i popoli di queste provincie, in vece di dare, chiedevano soccorso; e niuno voleva più rimettere soldati, provvisioni, o danaro in Messina. Il Medinaceli restavasi impotente a sciogliere, gli ausiliarî perduti ad aspettare, i soldati delle diverse nazioni rotti a contendere: disordine, carestia, mortalità. E durando per tutto l'autunno lo stratagemma, tanto andò negli indugi e nelle riprese, che passò l'anno, finì il conclave, venne eletto la vigilia di Natale a nuovo pontefice Pio IV, e la spedizione non era ancor mossa di un punto[551].
[Dicembre 1559.]
XXVII. — Flaminio, che grandemente pativa del ritardo, prevedendone tristissime conseguenze, e non voleva nell'ozio illanguidire, o nelle risse corrompere il valore della sua gente, fece vela, e andò oltre ad aspettare nel porto di Malta; dove il Medinaceli aveva a tutti assegnato il convegno, prima di lanciarsi quando che fosse in Barberia. L'isola di Malta in poche parole vuolsi dire uno scoglio calcare di figura bassa ed ellittica col diametro maggiore di trenta chilometri disteso per lo stesso verso della costa d'Italia, da maestro a scirocco; come pur corrono il Gozzo, il Comino e le minori isolette che l'avvicinano alla Sicilia. La capitale, o Città Vecchia, detta dagli isolani Medina, ed oggidì la Notabile,sorge sul colle più elevato e centrale dell'isola lungi dal mare; e perciò tenuta in minor conto dai Cavalieri, tutti intesi com'erano alla navigazione ed al corso. Da ogni parte avete colà porti naturali, ampî, sicuri, e profondi; specialmente due bellissimi dalla banda di grecale, quasi nel mezzo della sua lunghezza: porti capaci di qualunque armata, e così vicini tra loro che non altro li divide se non il monte Sceberràs, sul quale edificossi dappoi la città Valletta, moderna capitale della colonia. Ma all'arrivo del nostro Flaminio, nel dicembre del cinquantanove, lo Sceberràs era aperto ai pascoli e alla minuta coltura, non essendovi altro edifizio che un castelletto, chiamato Santelmo, alla estrema punta sulla riva del mare; messovi a guardare le bocche vicine dell'uno e dell'altro porto. Ad ostro il Grande, a borea il Marsamuscetto, e di mezzo Santelmo: piccolo fortino a stella di quattro punte, un mastio quadrato nel centro, e un rivellino a puntone innanzi alla porta. Così trovò Flaminio, prima che le ali del rivellino, allungate infino al corpo della piazza, pigliassero sulla fronte del mare la figura del tridente; e prima che, convertite le altre due punte in mezzi bastioni, dessero alla faccia opposta la forma di tanaglia. Sul lato sinistro il porto Grande, formato dalla natura, entra come canale tra le terre, e incontra di traverso cinque penisole, quasi direi simili alle dita della mano aperta verso di lui. Fra le cinque sporgenze trovate altri quattro porti meno estesi, ma più sicuri. Sul colmo del pollice non ancora dominavano i baluardi del forte Ricasoli, nè alla radice dell'indice le grandiose fortificazioni del Maculano; ma per tutta la lunghezza del dito medio stendevasi la città, che ora dicesi Vittoriosa, e allora chiamavasi il Borgo. Quivi la residenza magistrale, il convento dei cavalieri, gli alberghi delle nazioni, le case dei popolani, gli arsenali e i magazzinidella marina: quivi il centro del governo, e le maggiori difese alla testa ed alla coda della penisola. Sul mare il medievale forte Santangelo, ancora conservato nelle antiche forme bizzarre, a scaglioni più e più rientranti, come si solleva sul dorso della rupe; e verso la campagna il Sammichele, costruito dai Cavalieri al principio del loro dominio, e protratto infino alla penisola seguente, dove il grammaestro della Sengle aveva cominciato poc'anzi la città del suo nome, ora appellata Cospicua. Tutta la difesa poggiava allora sopra tre punti: sul Santelmo per guardare i porti, e sui due cardini della piazza il Santangelo e il Sammichele[552].
Con questi tre soli sostegni i Cavalieri di san Giovanni stancarono la potenza ottomana, e finalmente soccorsi cacciarono i Turchi dall'isola[553]. Nella quale insignevittoria, celebrata pur dai trionfi delle belle arti col pennello e col bulino[554], avvegnachè non abbia preso parte la nostra marineria, non per questo di minor merito si hanno a credere quei prodi romani che vi si adoperarono volontarî, cominciando da Pompèo Colonna e venendo giù infino a Titta Scarpetta, soldato nella compagnia del capitano Pompilio Savelli. Il fatto sublime di questo valoroso trasteverino, il cui nome sta ancora segnato sul chiassetto di Piscinula, può senza fallo essere comparato al tanto notissimo del minatore Pietro Micca[555]. Pari in ambedue l'eroismo, e maggiore negli effetti il merito del romano: chè non tra le intestine discordie una sola città, ma dalla barbarica invasione dei Turchi Malta, Roma, l'Italia, e con esse le arti, le scienze, la religione ebbe difeso al prezzo della sua vita, come più d'ogni altro con somme lodi celebra il Bosio[556]. Dopoquel tempo, edificata la nuova capitale, messe le terre a coltura, cresciuto il popolo da dieci a cencinquanta mila, come adesso sono, con tutti i conforti della vita, cresconle delizia il luogo ameno, i bellissimi prospetti del mare, e le ammirabili opere concatenate a difesa dal Laparelli, dal Floriani, dal Maculano e dal Valperga.
[Gennajo 1560.]
XXVIII. — Intanto tragittavasi tra Malta e Messina andando e venendo un nuovo personaggio, che dovrà spesso comparire nelle marittime faccende del tempo seguente, come erede e successore delle arti e delle grandezze di Andrea Doria. Andrea, oramai decrepito, erasi tenuto nelle sue case di Fassuolo in Genova, ed aveva mandato le galèe consuete al soldo di Spagna sotto il comando di Giovanni Andrea, che noi speditamente diciamo Giannandrea. Il nipote simile allo zio per tradizione di famiglia, e per arte di marineria; ma tanto diverso di persona, quanto un giovane di vent'anni può essere da un vecchio di novantaquattro. Ripeto un'altra volta quanto ho detto altrove[557]; e confermo che nè vita particolare è stata mai pubblicata di lui, nè in alcun dizionario biografico s'incontra articolo intestato al suo nome, salvo la breve memoria del Brantôme[558]. Potrei quasi dire che abbia egli stesso prevedutola sua disdetta; e che non isperando dall'altrui penna la narrazione della sua vita siasi messo a scriverne da sè in un libretto, che fino a trenta anni fa custodivasi a Genova nel palazzo de' suoi discendenti, dove lo vide il dotto archeologo della marina francese, e rispettabile mio amico e collega A. Jal[559]. Ma ora dopo il trasporto dell'archivio da Genova a Roma, non si sa più dove sia ricaduto, come mi ha avvisato di là il cavaliere L. T. Belgrano, secretario di quella società di Storia patria; e più volte mi ha detto di qua il degnissimo archivista Giambattista Carinci, troppo presto rapito agli affetti ed alla stima de' suoi amici. Inutili le pratiche di rispettabili personaggi presso l'egregio Principe possessore: la cui saviezza, nella nobile risposta per altrui intramessa inviatami, così altrove ho registrata, che ora mi scusa l'obbligo di tanto ripeterla, quanto sempre la commendo e rammento[560].
Nondimeno cercando per entro alle storie di questi tempi, e tra le biografie dello zio, e per le memorie della famiglia, possiamo accertare la nascita di Giannandrea, figlio di Giannettino, nel 1539; l'adozione nel 1547, quando restò orfano per la congiura del Fiesco; il primo tirocinio nel 1548, quando navigò da paggio col principe don Filippo di Spagna infino a Genova; e il primo comandoin quest'anno per la impresa di Tripoli, sotto la direzione e il consiglio di Plinio Tomacelli bolognese, che era stato maestro e istitutore della sua fanciullezza[561]. Giannandrea adunque sollecitava con tutto il suo potere alla partenza il Medinaceli, ma inutilmente. Lo stratagemma di Dragut produceva effetti inesorabili: confusione, tardanza, carestia. Mancava il danaro, i soldati nuovi fuggivano, i vecchi ricalcitravano, gli ufficiali perdevansi in chiamate e in congedi, secondo che appariva più vicina o più lontana la partenza o la fermata. Tra questi stenti, epidemia e mortalità, come sempre in casi simili. Se erano pronte le galèe, mancavano le navi; se in ordine le fanterie, non correvano i soldi; se imbarcate le artiglierie, non bastavano le munizioni; se ordinavasi la partenza, saltava il vento al contrario[562]. Cinque volte partiti e ritornati, tra Messina, Siracusa, capo Pàssero, il Gozzo e Malta. Finalmente alli dieci di febbrajo l'armata fece rotta per l'Africa: e cogli altri Flaminio al primo posto d'onore sulla destra della Reale; mancando dalla sinistra i Fiorentini, che erano restati indietro per competenza coi Maltesi, e sotto pretesto di fornirsi meglio di ciò che loro bisognava. Stranezza d'impresa,preparata d'agosto, sospesa per tutto l'anno, e mossa l'inverno seguente di febbrajo!
[14 febbraio 1560.]
XXIX. — Toccarono alla Lampedusa e alle Cherchene, e la mattina del quattordici di febbrajo dieron fondo nelle acque delle Gerbe, rimpetto alla cala della Cantèra, a levante dell'isola, cento e trenta miglia lungi da Tripoli pel rombo di scirocco. Durante il viaggio dei cinque giorni, cadde infermo di flusso Giannandrea, e maggiormente di animo il Medinaceli, che soleva con lui solo assettar ogni cosa, non lasciando agli altri niuna autorità. Dunque poco consiglio proprio di quel giorno, dal quale aveva a dipendere la sorte della campagna.
Erano alla vista nel canale della Cantèra, tra la terraferma e l'isola, poche germe di mercadanti, e quel che più monta due galeotte di pirati. Sarebbe stato dovere preciso del Medinaceli subito subito chiudere il passo, pigliarle, cavarne notizie, impedire che non ne portassero altrove. Così per fermo avrebbe saputo che Dragut in persona stava quivi nell'isola, tanto vicino e disperato, che non poteva fuggirgli di mano; perchè chiuso dal mare, sostenuto da pochi Turchi, e odiato da tutti i Mori. Ma colui poco curando lo stare sulle intese, lasciò correre alla ventura, e dètte tempo al padrone delle galeotte di rinforzarsi sulla migliore, e di fuggirsene di volo a Costantinopoli, portandovi il primo grido dell'arme, e la piena notizia di ciò che aveva veduto cogli occhi proprî: il numero e la qualità dei legni, il disordine del governo, la facilità di conquidere a un tratto tutta l'armata cristiana[563]. Crescono i nostripericoli: alla strategia di Dragut arrogi la solerzia di Luccialì.
Questo Luccialì, che ora per la prima volta ci viene innanzi alle Gerbe, meschino pirata, con due piccole galeotte, al soldo di Dragut, gli è un rinnegato calabrese, scalzo e tignoso, il quale dovrà in breve divenire possente re d'Algeri, e famoso ammiraglio ottomano a Lepanto. Costui nato a Cutro nel golfo di Squillace, col nome di Luca Galeni, frate domenicano e diacono, nel passare agli studî di Napoli preso dai pirati, dopo un poco di pazienza, rinnegò ogni cosa e divenne terribile nella terza quadriglia. Ho letto io le lettere e le promesse con che si argomentava un altro dello stesso ordine, che oggi diciamo san Pio, per ritrarlo dal tristo mestiero. Noti il lettore, e tenga a mente la comparsa di Luccialì nel dì quattordici di febbrajo del sessanta: segni il giorno che e' stette in ponte tra due fortune; o l'infame capestro sulle stanghe del carnefice, come traditore della cristianità; o la real corona per le mani dei Turchi, come benemerito della congrega piratica e della casa ottomana[564].
Maggior disordine occorse tra i soldati nell'abbottinare le germe dei mercadanti, cariche di lino d'indaco, d'olio e di baracani, e vuote di gente fuggitasi in terra al primo rumore. Nè minor contrasto successe ai marinari nel far l'acquata quivi presso alla cala della Rocchetta. Bisognò sbarcare tremila uomini in battaglia contro la furia dei Gerbini levatisi in massa; e dopo lunga scaramuccia di sei ore continue levar l'acqua a costo di sangue, perdendoci la vita quattordici persone, e toccando più del doppio acerbe ferite[565].
[16 febbrajo 1560.]
Due giorni appresso in quello stesso luogo, che, per esser deserto e lontano, a tutti gli assetati pareva il più acconcio, e dove niuno mai per solito aveva trovato resistenza, capitarono per attignere le galèe fiorentine, venute da sezzo. Ma nel ritirarsi degli acquatori, sopravvennero di nuovo i Gerbini, e sbaragliarono le guardie con tanto successo, che, senza contare i feriti e i prigionieri, stesero sull'arena cinque capitani, molti ufficiali e cencinquanta soldati[566]. Chicchefosse, dalMedinaceli in fuori, per l'insolita resistenza di coloro avrebbe almeno sospettato nell'isola la presenza d'un qualche impigliatore della tempra di Dragut. E di fatto desso era lì, e dirigeva in persona la gioventù alle fazioni colle sue ciurmerie, quasi a dispetto dei Mori veterani che l'odiavano[567]. E pensare che il Medinaceli l'aveva dinanzi, racchiuso in piccola isola, privo di scampo; e in vece risolveva di andare a Tripoli per cercarlo[568]. Il primo segno di ruinosa impresa vedrai sempre nella mancanza delle notizie sul conto dei nemici: perchè se tu non sai procacciartene, o se altri ricusa fornirtene, arriverai certamente senza rimedio allo stesso punto; cioè a perdere ogni buona occasione, e ad incontrarne ogni trista.
[17 febbrajo 1560.]
XXX. — Costretti a seguire la direzione e gli ordini del Medina, e già costernati dalle continue disdette, non vedendo mai tra tante riprove venirne una a' versi, tutti i capitani presero alli diciassette di febbrajo la rotta per Tripoli, punto obbiettivo della spedizione, secondo il disegno dell'anno passato, come se nulladi nuovo intanto non fosse avvenuto. E sarebbero pur giunti a cavarne qualche effetto, dove il Medina fosse stato più risoluto e più accorto. Andare avanti per la piazza di Tripoli; posto che l'altra, cioè la persona di Dragut, si mettevano dietro alle spalle.
Tripoli non era fortificata altrimenti che con una vecchia cinta, non aveva presidio sufficiente, e poteva esser presa con presta battaglia di mano, e un po' di scale: lasciando pur al Castello qualche altro giorno per rimetterlo colle batterie o colle mine. Così promettevano i cavalieri di Malta, cui era noto a palmo a palmo il forte e il debole di quel luogo, dove per tanti anni avevano tenuto presidio. Al contrario il Medina voleva trattenersi a mezza strada quindici giorni per vedere alla rassegna chi era vivo, chi morto, e chi perduto, con altre miserie sue e contrarietà altrui. Non temeva costui dare il tempo a Dragut di provvedersi meglio in Tripoli: non pensava dare agio a Luccialì di ritornarsene in gran brigata da Costantinopoli.
Ma temperando le nostre considerazioni, stiamo ai fatti suoi, e vedremo che giunto a mezza strada poggia sulla destra, ed ordina a tutta l'armata di dar fondo in un luogo chiamato il Secco del Palo, dove non è porto alcuno, ma bonaccia perpetua per ogni stagione, anche nelle grandi tempeste. Questa seccagna corre quaranta miglia da levante a ponente, e si avanza venti miglia dentro il mare, composta da ampia platèa arenosa, sollevata dal fondo circostante, e circoscritta da alto scaglione quasi verticale. Al difuori della spianata il pelago s'innabissa, e al di dentro l'acqua si assottiglia sopra venti e dieci metri di fondo, digradando di un metro per ogni miglio fino al lido. I marinari riconoscono agevolmente questo luogo alle schiume bianchissime intorno ai lembi, alla chiarezzaazzurrina dell'acqua interna, ed alla incomparabil quiete distesavi sopra. La quale perpetua tranquillità è conseguenza necessaria delle leggi naturali con che si propaga l'ondeggiamento del mare; non potendo mai, in quella condizione di fondale, svolgersi altrimenti le grandi onde tempestose, ma soltanto le ondicelle di minima dimensione, e però innocue. Non marosi coi venti di terra, perchè questi gonfiano al di fuori, e mettono quiete o un po' di maricino presso al lido; non coi venti del largo, quantunque si voglia rabbiosi, perchè le onde da essi sollevate non possono propagarsi sul secco, ma devono rompersi le gambe e il corpo, urtando nello scaglione, abbattervi la testa, e lasciar tranquille nell'interno le acque seguenti. All'estremo limite, tra scanno e pelago, l'acqua si rimescola e frange: ma il flutto istesso colla sua correntìa ti porta in salvo sulla dolce spianata, dove trovi acqua sufficiente per ogni bastimento, e fondo incontri buon tenitore di rena grossa. Da lungi verso ostro vedi e non vedi le basse terre dell'Africa, rilevate da qualche capanna e dai gruppi delle palme; ed in ultimo quel monte traverso, che per esser simile nel colmo alla schiena del giumento è chiamato dai marinari Groppa d'Alys, ed anche Groppa dell'Asino. Le notizie speciali di questo mare bonaccioso, e le ragioni del fenomeno non ignote ai nostri antichi marini, anzi esposte almeno in compendio dal Machiavelli, dal Bosio e dal Crescentio[569], vadano perappendice ai lavori del chiaro commendatore Alessandro Cialdi, mio nobile concittadino, da tutti riconosciuto maestro di questi studî[570].
[28 febbrajo 1560.]
Dunque al Secco del Palo, durando le rassegne, gl'indugi, le minuzie e i tempi contrarî (molestie oramai consuete), passarono quindici giorni; e crebbero le malattie, le febbri e la mortalità della gente. Si noverarono in così breve intervallo duemila morti; non solo di marinari, di soldati e di uomini volgari, ma di principalissimi signori e capitani; tra i quali fu sul punto di morire l'istesso Giannandrea, e di fatto in pochi giorni pur di flusso venne a morte il colonnello Quirico Spinola, cui il Doria nel mettersi a letto aveva lasciato il comando delle sue galèe. Cresceva col mal governo la confusione dei governati: e nella medesima tranquillità dell'ancoraggio per forza di venti mai più veduti, e per negligenza di ormeggi non proporzionati al bisogno, alcuni navigli sferrarono a rischio di perdersi. Ripeto sferrare nel senso intransitivo, e talvolta prenominale, qui dove mi vien bene allegarne gli esempî dei marinari, i quali nelle faccende proprie del loro mestiere devono godere autorità altrettale che classica. Ne cito parecchi,il primo del Bosio navigatore e storico, che al nostro proposito ne scrive con queste parole[571]: «I tempi così furiosi si messero che per memoria di alcun marinaro tali in quel Secco mai veduti non si erano. Posciachè se bene ordinariamente è stimato quel Secco come sicuro porto, stante la poca forza che le onde del mare possono avere in quei bassi fondi, alcuni vascelli nondimeno furono costretti a sferrare. E tale fu l'impeto del mare che trovandosi la nave Imperiale, capitana delle altre navi, sorta vicino al galeone della Religione, sforzata dal furore delle onde, con qualche mal governo dei marinari suoi, urtando nel detto galeone, si ruppe e si fracassò; non ricevendo però il galeone quasi danno alcuno, per essere di fabbrica saldissima. Onde parve miracolo che egli non si perdesse, come la detta nave Imperiale si perdette; la quale sì fattamente sdrucita erotta ne rimase che si affondò. Avvegnachè essendosi poi quietati alquanto i tempi, prima che ella finisse di andare in fondo, fosse dalle galere rimorchiata più verso terra ad incangliarla: dove le genti, le armi e le artiglierie si salvarono; rimanendo però quasi tutte le munizioni e le vettovaglie in preda del mare.» E non fu sola nelle gravezze la nave Imperiale, chè altri ed altri grossi bastimenti patirono avarie, e fecero gettito e sperpero, massime dei corredi di ricambio e degli abeti di rispetto[572]. Sbigottimento di animo, rilassatezza nella disciplina, litigi per frivolezze, investimenti e perdite per negligenza: attorno i rottami, e a quando a quando il tonfo dei cadaveri che si gittavano insaccati nel mare[573].
Supremo rifugio gli afflitti all'estremo di tanta distretta trovarono nel conforto dei sacerdoti, sotto la guida del vescovo Arnedo, eletto di Majorica, e cappellano maggiore dell'armata. Essi agli spedali comuni sui grippi, essi nelle corsìe del galeone di Malta, essi nelle infermerie particolari di ciascun naviglio, al pubblico servigio degli infermi, come già prima in Afrodisio. Da Roma erano venute amplissime facoltà e grazie spirituali per chiunque appartenesse all'armata, e i cappellani ne eranoi distributori[574]. Così passarono i quindici giorni dell'indugio, consumandosi l'armata nell'aspettare dalla parte di Sicilia il supplimento della gente e delle provvigioni, e il soffio del vento favorevole per andare a Tripoli.
[1 marzo 1560.]
XXXI. — Finalmente all'entrante di marzo il Medina potè raccattare qualche notizia di Dragut da certi Arabi venutigli intorno con piccole barche a vendere montoni, vegetabili, ed altri rinfreschi utili agli infermi ed ai sani: allora soltanto, e ben tardi, per maggiore sua e nostra confusione, venne a cavarne di più. Seppe adunque come Dragut si era trovato alle Gerbe, quando esso vi approdò la prima volta per l'acquata; e come da lui erano stati sollevati a battaglia i Gerbini: seppe che Dragut medesimo, prevedendo l'attacco di Tripoli, era passato per terra a quella volta, ed aveane rinforzato il presidio con duemila soldati veterani, oltre al fornimento di molte artiglierie, munizioni e vittuaglie per sostenersi alla lunga: seppe per fama pubblica in Africa doversi aspettare tra poco da Costantinopoli la comparsa dell'armata ottomana. Turbato vie peggiodagli avvisi, e sempre più scarso di partiti, volle sentire il parere degli altri. E perchè Giannandrea non erasi ancora levato di letto, intimò la consulta sulla capitana di Roma[575].
Flaminio da gran cavaliero accolse quei signori nella splendida sala di poppa, dove per la magnificenza e leggiadria degli ornati dava nobil saggio delle arti belle sempre fiorenti in Roma; e per la ricchezza delle armi e la tenuta delle genti faceva testimonianza onorevole al marzial genio di casa Orsina. Colà il Vicerè espose le notizie compendiose dei nemici e la condizione presente dell'armata propria: mortalità continua, venti contrarî, Dragut vicino, Tripoli rifornita. Esso in cuor suo disperava di vincere, e voleva non più mettersi a quella prova. Ma per uscir d'impegno senza vergogna, leggeva le note della gente morta, delle navi perdute, delle munizioni scemate; e veniva all'opportunità di occupare le Gerbe per agevolare l'acquisto di Tripoli. Lo secondavano alla scoperta don Alvaro de Sande, parecchi soldati del Re, e più di tutti in questo senso Giannandrea, che aveva mandato il parer suo per mezzo di Plinio Tomacelli gentiluomo bolognese[576]. Plinio in questa occasione parlò di tornare alle Gerbe, e un altro giorno di andarsene via, e poi un'altra volta consentì a fermarsiper ventiquattr'ore[577]. Cose diverse, che non si vogliono confondere insieme, nè legare dal primo di marzo al dieci di maggio tutte in un fascio con una sola ritortola[578].
Contro questo parere modestamente si contrapposero i due capitani di Roma e di Malta, ambedue sostenuti dal pieno dei cavalieri, che avevano per venti anni fatto parte della guarnigione di Tripoli, e ne conoscevano minutamente i muri, le porte, le strade e tutto il debole. Essi dicevano esser venuti là per ricuperare quella piazza, e per togliere baldanza e ricetto a Dragut, secondo le commissioni dei principi e il desiderio dei popoli. Il possesso di Tripoli, città grande, bella, popolosa, di buon porto e di ogni comodità, crescerebbe riputazione e forza alle potenze cristiane, e ne toglierebbe altrettanta ai pirati. Le Gerbe cadrebbero da sè appresso a Tripoli, non all'opposto. Facile l'espugnazione con sì bella armata e con diecimila valorosi che pur restavano in essere. In somma volevano far presto, pigliar Tripoli, guernirla, e via[579]. La giornata passò in ragionamenti e repliche, pro e contra, senza niuna deliberazione. Tanto eransi oramai confuse le menti!
[2 marzo 1560.]
Ma la seguente mattina raunatisi un'altra volta sulla reale di Giannandrea, presente lui stesso sur unaseggiola alla meglio involto nel capperone, e riprese le dispute con quelle nuove ragioni che ciascuno aveva meglio ripensate nella notte, tutti deliberarono di levarsi subito da quello stento, e di navigare contro Tripoli. Si era sull'ordinare il viaggio e si allestivano già i segnali e le manovre per quella rotta, quando saltando freschissimo il vento da Levante, si rivolsero ancora gli animi del Medina e del Doria. I quali, sostenuti da don Alvaro de Sande, e da pochi altri, fermatisi sulla prima parte della deliberazione intorno alla partenza immediata, e veduto il vento opposto alla gita di Tripoli, e favorevole al ritorno verso le Gerbe, vinsero violentemente il partito per quest'ultima direzione[580]. Poco dopo tutta l'armata, condotta quasi da occulta forza di fortuna avversa, navigava col vento in poppa, filando dieci nodi per ora, tanto che la sera medesima prima del tramonto dava fondo sulla testa boreale dell'isola rimpetto alla capitale chiamata il Bazar[581]. Non parleremo più di Tripoli: la principale impresa è finita. Veniamo a quest'altra.
[3 marzo 1560.]
XXXII. — I navigatori italiani dal medio èvo infino al presente hanno sempre chiamato delle Gerbe quella isola che gli antichi dicevano Meninge, Lolofagite e Glauconia[582]; sì come gli arabi dicono Girbach; e glispagnuoli, i francesi e gl'inglesi, secondo l'indole del loro linguaggio, dicono Gelves, Zerbi e Jerbah. Tra tante varietà, dove taluno miseramente si perde[583], in questo solo vengono tutti concordi, che la dimora siane infausta agli stranieri; come apparisce per molti esempî, cominciando dal greco Ulisse, e venendo all'iberico Medinaceli. La sua posizione, presa dalla Torre del Bazar, è sull'altura settentrionale di 33°, 53′, 30″; e la longitudine occidentale dal meridiano di Roma, di 1°, 29′, 2″; quasi nel mezzo del cammino tra Tunisi e Tripoli. Isola bassa, senza montagne, senza fiumi, in gran parte arenosa, lunga da ponente a levante ventidue miglia marine, e quasi lo stesso larga; di figura irregolare, e sottosopra alquanto simile al pesce che noi diciamo Razza Torpedine. E quantunque ella sia tutta dal mare per ogni banda circondata, pur dal lato australe la estremità dell'isola, e specialmente la coda, tanto si avvicina al continente da non lasciarvi interposto più di un sottil braccio di mare, pel cui mezzo con lungo ponte volante talvolta si unisce alla terraferma. La bocca del canale vòlta a greco si chiama Alcàntara, o la Cantèra; e segue dilatandosi più e più nell'interno, infino a formarvi ampio bacino che pel secondo canale giugne a sboccare dall'altra parte verso ponente: canale, non ostante il ponte, navigabile coi bastimenti da remo, ed anche colle galere, essendovi fondali per tutto di due, cinque e otto metri. Aveva in quel tempo una mediocre città, detta il Bazar, quasi nel mezzo del lato boreale, residenza ordinaria del principe,cui davano gli Arabi il titolo di Sceicco[584]. Mettete quattro terre popolose, intorno villaggi e casali: presso al Bazar il maggior castello, la cui torre maestra ancora sgomenta da lungi oscura e tetra i naviganti: ad oriente la torre della Rocchetta, a ponente della Valguarniera, di rincontro le Peschiere, e ad ostro un castelluccio alla guardia del passo e del ponte[585]. Per la campagna viti, ulivi, aranci e granati, selve di palme specialmente a levante, da ogni parte il loto, cui gli Arabi dicono Ghadàr, e noi diciamo Bàgola. La popolazione di contadini e pescatori quasi tutti bèrberi, e nemici dei Turchi[586].
Io mi riporto al meridiano del mio paese, e lo tengo per primo con lo stesso diritto con che altri tiene il suo[587]. Per necessità evidente chiamo i luoghi come li chiamavano i nostri maggiori cartografi, storici e marini, in vece di accattare nomenclatura esotica, arbitraria e moderna, di che largamente ho detto altrove[588]. Dalle bellissime Carte degli idrografi inglesi, delineate con sottilissima diligenza a punti grandi, e per questo ben distinti, raccolgo sulla estensione del mare la posizione dei porti, i rombi dei venti, i gradi dei meridiani, l'altura dei paralleli, le scale delle distanze, le anomalie della bussola, gli scogli, i banchi, gli scandagli, i fanali, e ogni altro soccorso della navigazione[589]: ma non posso punto seguirne la nomenclatura locale, senza mettere sossopra tutte le nostre ragioni. Bastino a piè di pagina, come saggio, alcuni dei nomi stampati nella recentissima Carta dell'Ammiragliato britannico[590].
Rifacendoci ai nostri, troviamo l'armata in semicerchio alla vista del Bazar, e dalla parte opposta già in marcia una grossa brigata di arabi Maamidi, assegnati a guardare la riviera e il castelluccio del ponte, perchè niun soccorso dal continente possa penetrare nell'isola. Intanto la nuova luna di marzo ci rimena i consueti tempi variabili, e per quattro giorni Scirocchi tanto procellosi, che non possiamo a niun altra cosa intendere se non a sostenerci sulle àncore al ridosso della Valguarniera.
[7 marzo 1560.]
Abbonacciatosi il mare, e calmato il vento, si ordina lo sbarco quivi stesso alla cala del medesimo nome, così: ogni nave e galèa metta fuori lo schifo col suo cannone, ogni schifo alla prima passata imbarchi un capitano e venticinque archibugeri, nella corsa vadano del pari sotto lo stendardo dello schifo reale, allo squillo della tromba tutti in un tempo colle prue investano nella spiaggia, le fanterie guazzino alla riva, formino di presente il primo squadronetto, e stiano in buona ordinanza per mantenere il terreno e per ispalleggiare lo sbarco dei seguenti[591]. Con questo la mattina del giovedì sette di marzo alla prima passata di centoventi palischermi vengono in terra quasi tremila uomini: i quali ordinati in battaglia sul lido con due lunghe maniche di stracorridori, come farebbero i bersaglieri del tempo presente, coprono le alture a mezzo miglio dalla marina, e stanno in sugli avvisi per tenere discosto ilnemico[592]. Poi di mano in mano gli stessi schifi ritornando levano le altre genti, gli alfieri, le bandiere e quattro pezzetti da campagna[593]. In bell'ordine e in poco tempo eccovi sul lido con tutto il loro fornimento e corredo diecimila uomini: i quali, per esser l'ora già tarda, e per non avere riconosciuto ancora il paese, passano quivi la notte all'addiaccio.
[8 marzo 1560.]
XXXIII. — Intanto lo Sceicco dell'isola, ed i suoi consiglieri, diversamente tra loro disputando di questo successo, non si accordavano insieme a far nulla. Quanti vi avea pirati di mestiero, giovani d'età, e turchi di origine, volevano battersi ad ogni costo: al contrario i nativi bèrberi e mori, e tutti quelli che odiavano le insolenze e il dispotismo turchesco e piratico, chiedevano gli accordi. Con questi consentiva il popolo minuto, gli agricoltori, e più di ogni altro gli anziani: i quali dimostravano con molte ragioni, e coll'esempio dei tempi passati, l'impotenza di resistere e la necessità di patteggiare. Lo Sceicco, ancorachè ondeggiasse tra le due sentenze, perchè in suo cuore odiava Dragut ed altrettanto la temeva, pure eccitato dai giovani e dagli amici del pirata, e avendo udito che le nostre fanterie erano state vedute infermicce, o come dicevano mezzo morte,volle provarsi a combattere. Avrebbe costui dovuto anche sapere come le genti istupidite e affrante dal mal di mare prestamente ripigliano lena e vigore, subito che possono mettere piede sul fermo, e respirare in terra.
Molto meglio dopo buon pasto e quieto riposo (senza lasciare per turno le guardie e le consuete diligenze) si levarono i nostri la mattina gagliardi e ardimentosi, come se non avessero patito mai lo strazio della mareggiata. Prese le armi, duemila corsero a guardare di rinforzo il passo della Cantèra; e gli altri ottomila marciarono verso la capitale dell'isola al castello dello Sceicco[594]. Silenzio intorno, niuno all'incontro, marcia guardinga, file serrate, tutti intesi nell'ordinanza, quantunque stimolati dalla sete.
La sera innanzi lo Sceicco aveva mandato alcuni uomini a riconoscere il campo, ed a parlamentare col Medina, offerendogli rinfreschi ed amicizia, a patto che se ne andasse subito subito: ma essendogli stato risposto che si voleva prima fargli una visita al Castello per ringraziarlo in persona dei favori, e per trovare la comodità dell'acqua, esso capì che gli bisognava venire alle mani, come volevano gli arrabbiati de' suoi consiglieri. Messosi dunque pienamente nelle mani di costoro, raunò gran gente, e andò a far testa tra i palmeti sul passo di certe cisterne, dove sperava facilmente opprimere i nostri, assetati e riarsi dal sole africano e dalla marcia pe' sabbioni, quando si sarebbero disordinati per bere, come più volte in quel luogo medesimo, e per simile maniera era successo.
Ma agli otto di marzo, dove noi ci troviamo col discorso, le cose andarono tutte a rovescio: niuno sbandossialle cisterne, le occulte insidie restarono deluse, e la forza aperta superata. Non mica, come dice taluno, che i Gerbini fuggissero via alla prima comparsa delle schiere cristiane, o alla prima prova della loro temperanza: chè anzi stettero intrepidi, e dieron dimostrazione di valore disperato. Non essendo più di ventimila con pochi archibugi e pochissimi cavalli, nondimeno si gittarono sopra ai nostri squadroni, menando scigrignate, punte e rovesci di scimitarre, di zagaglie e di falcini, a corpo a corpo, senza curare ferite o morte, tanto sol che potessero rompere i quadrati. Ma tornata loro vana ogni prova, e cominciando già per fianco a frustargli l'artiglieria di campagna, balenarono a un tratto; e poi via tutti di gran corsa, lasciando sul terreno circa dugento morti, e più del triplo feriti. Fra i nostri caddero venticinque dei primi, e una trentina degli altri; noverandoci un capitano, che morissi il giorno appresso per grande squarcio di zagagliata.
[9 marzo 1560.]
I vincitori trincerati sul campo mandarono intimando la resa al castello, dove le cose dei Gerbini e dello Sceicco pigliavano già tutt'altra piega. Il partito degli anziani pacifici ed esperti rimontava sopra quello dei giovani fuggiaschi e avviliti. Subito essi stessi spedivano oratori, chiedevano parlamento, davano ostaggi, e conchiudevano la pace, sottomettendosi lo Sceicco e tutto il popolo dell'isola al dominio del Medina in nome del re di Spagna, colla promessa del tributo medesimo che prima pagavano a Dragut per conto di Solimano.
Gli storici orientali poco o nulla aggiungono ai nostri intorno a questi successi; chè l'epoca presente scorre tra le più oscure nella storia loro. Il cavaliere Giuseppe de Hammer nel nostro tempo, tanto conoscitoredella lingua e letteratura edita ed inedita dei Turchi, come tutti sanno, non aggiugne particolari di rilievo alle notizie degli storici occidentali, che compongono anche per me la base della narrazione; e continuamente sono richiamati con lui e senza di lui nelle note[595]. Dagli Arabi odierni non possiamo sperare nulla di meglio: e dai trapassati abbiamo due soli brandelli, che qui inserisco alla lettera come mi sono stati gentilmente favoriti dal preclarissimo professore Michele Amari, nel quale la ingenita cortesia cresce lustro al sapere. Il primo brano è dello storico Dinar, ben noto agli orientalisti, il quale nell'anno 1681 scrisse molto confusamente dei fatti anteriori; sì come nel caso presente a proposito dell'ultimo principe Hafsita di Tunisi dice così[596]: «Stretta amistà correa tra questi e Dragût pascià. Quando Dragût mosse contro l'isola delle Gerbe, il sultano Ahmed lo fornì di vettovaglia. (L'isola) si era ribellata da esso (Dragût) per torti ricevuti; onde la occuparono i Cristiani per sei mesi; e fu liberata per mano del pascià Ali, mandatovi da Dragût.» Appresso viene il Bagi non meno conciso nei fatti, e più confuso nelle date, con queste parole[597]. «L'anno 957 (20 genn. 1550all'8 genn. 1551) i Napolitani, i Genovesi ed altri irruppero in Mehdiah: presero quanto e quanti erano in essa, la distrussero, e andarono via. Indi alcuni abitanti a poco a poco vi ritornarono, e in certo modo la ripopolarono. Essi (Napolitani, ec.) si insignorirono anco delle Gerbe, si empirono le mani del bottino fatto (in questa isola), e dimoraronvi sei mesi; a capo dei quali Dragût pascià liberolla, e di lì passò a Tripoli, e presela il 958.» Apparisce evidente la grossezza di costoro, che in quattro righe male arruffano i fatti di molti anni, nè mette conto il cercarne di più.
[13 marzo 1560.]
XXXIV. — Mercoledì tredici di marzo entrava l'esercito cristiano nel Bazar, la guarnigione europea rilevava la moresca dal castello, le galere facevano salva, e gli stendardi della Spagna salivano sulla gran torre. Riaperti i mercati, tutti contenti; meno alcuni pirati turchi costretti a smucciare, e meno parecchi soldati cristiani impediti dal rapire. Tra questi vuolsi ripetere il fatto di uno spagnuolo, chiamato Ordugnèz; il quale, deluso nella speranza del bottino, giunse a tanto bestiale accecamento (come esso stesso confessò pentito prima di spirare), che, dicendo non essergli possibile sopportare in pace l'amicizia coi Cani, mise mano a un coltellaccio, e dandosi nel petto s'ammazzò[598]. Di tali stranezze, richiamandone ora le impressioni ricevute nel mio animo per molti esempî antichi e per certe osservazioni moderne, dico adesso che quando occorrono in alcun luogo, nonrestano solitarie; ma naturalmente pronosticano e sono seguìte da altri disordini e da maggiori sventure. A certi estremi non si trapassa, nè anche da un solo, nell'umana società, se non quando gli animi delle masse, riputate degne di tali spettacoli, siano pubblicamente al sommo della perturbazione; e per ciò stesso disposti a fare o a patire appresso di peggio. Vedremo tra poco quanti altri saranno ciechi e violenti contro alla propria e contro alla pubblica salute, al pari e forse più dello sciagurato Ordugnèz.
[15 marzo 1560.]
Cominciamo dal duca di Medina, il quale, invanito degli ultimi vantaggi, alla prima aura di fortuna si perde. Avrebbe facilmente potuto pigliare ostaggi e guide, rifornirsi di vittuaglie, demolire il vecchio cassero, togliere ai Gerbini ogni baldanza in due giorni; e dentro un mese pigliar Tripoli, e tornarsene vittorioso in Sicilia. L'armata ottomana, di che egli sapeva gli apprestamenti, non sarebbesi mossa così presto per impedirgli la conquista; nè poi si sarebbe ardita di riscuoterla, stando di fronte ai Turchi il presidio, e alle spalle l'armata nostra tutta intiera. Costui all'incontro delibera di fermarsi due mesi alle Gerbe per piantarvi nuova di fondo una bellafortezza. La stessa cecità dimostrano gli altri tre, che insieme con lui danno il nome ai quattro baluardi, e ne sostengono i lavori. I quali signori de' nuovi bastioni si chiamano Medina, Doria, Gonzaga e Tessieri[599].
Il nome riverito degli Orsini avrebbe dovuto trovarsi di mezzo agli altri, secondo il suo grado e bandiera, certamente innanzi al Tessieri e innanzi al Gonzaga, se egli avesse voluto attivamente spingere la stranezza dell'opera. Ma col fatto contrario esso stesso ha chiarito la posterità di non averci consentito, pensando per fermo tra sè onori cotali non essere da lui. La quale dilicata temperanza come non reca meraviglia a chi ricorda la sua condotta durante la guerra di Campagna e le brighe del Moretto, così meglio ne conferma la nobiltà del carattere. Vedetelo inteso al dovere, senza offendere le opinioni; soggetto all'autorità, senza eccitarla agli eccessi; e ciò pure a costo del suo privato discapito, e di esser tenuto zotico e strano da quelli che allora riputavan sè stessi avveduti e saggi. La corrente in piena voga seguiva le visioni del Medina: ma a chi penetrava nel secreto dei pensieri era evidente che la fabbrica della fortezzanon poteva servire ad altro se non a discolpare gli errori precedenti ed i futuri. Così l'intendeva l'Orsino: e così in quei giorni medesimi, quasi profetizzando, scriveva da Malta il celebre la Valletta; e registrava un bell'ingegno spagnuolo nel sonetto che il Bosio ci ha conservato[600].
[17 marzo 1560.]
La fortezza presa a fabbricare presso alla capitale dell'isola era stata disegnata sopra la peggiore di tutte le figure che si possono descrivere intorno al cerchio, perchè meno di ogni altra adatta al fiancheggiamento ed alla difesa radente. Un recinto di mille metri in giro col vecchio castello nel mezzo per mastio: quattro cortine di dugencinquanta metri per ciascuna; e quattro bastioni coi loro cavalieri negli angoli. Al mastio per onore supremo diedero il real nome di forte Filippo; ed ai quattro baluardi i nomi dei quattro Signori che ne presero il carico. Dunque una fortezza quadrata, sul lido del mare, senza porto, senza acqua, senza terra, senza muri: essendovi le cortine e i bastioni rilevati di rena, pali e fascine; e il fosso cavato pur nella arena cedevole, e tutto l'edificio sulla rena. Nell'interno baracche di tavole per alloggiamenti e magazzini, e specialmente le cisterne vuote, nelle quali bisognava portare acquada lontane sorgenti. Misera condizione di tanta gente per due mesi nella strana opera.
Qualcuno oggidì leggendo il nome di Plinio Tomacelli, incastrato dal Promis nel novero degli ingegneri militari di Bologna, potrebbe sospettare che egli stesso sia stato l'autore del rovinoso disegno e della nuova fortezza alle Gerbe[601]. Ma ad onor suo possiamo dimostrare non doverglisi colà attribuire altro carico se non di sorvegliare i lavoranti di quel bastione che portava il nome del suo principale, e chiamavasi il Doria. Plinio, gentiluomo bolognese della discendenza collaterale di papa Bonifacio IX, era presente all'armata, godeva di molta riputazione, aveva fatto da maestro a Giannandrea, e continuava per volontà del vecchio zio a dirigerlo come consigliere e moderatore delle sue prime spedizioni[602]. Non per questo fece professione di ingegneria nè di architettura: e quel suo Discorso contro le fortificazioni di Bologna, rimasto inedito nella sua patria, dimostra lo studio da lui posto intorno alla popolare economia politica, non sopra le tecniche dottrine militari.
[19 marzo 1560.]
Tutti i contemporanei attribuiscono il disegno e la suprema direzione della nuova fortezza all'ingegnere AntonioConti, uno di quei tanti Italiani che allora seguivano gli eserciti di ogni nazione[603]. Udiamone i particolari dal Cirni, che eravi presente[603a]: «Per questo dunque il Generale fece fare il disegno da Antonio Conte ingegneri, e subito fece metter mano a lavorare. Fece trattare collo Scecche se poteva avere una gran quantità di Mori per potergli far travagliare col pagamento; ma non essendoci ordine, si risolse alla fine di farlo fare a' soldati. Fece venire una quantità di cameli, acciocchè portassero la terra rossa per impastare, chè intorno al Castello non vi era se non rena, e bisognava condurla più di due miglia discosto. Eravi assaissima comodità di palme e di olivi: e con quei tronchi delle palme, interi e spaccati, faceva fare le incavicchiature per ogni banda. Eccetto un braccio incirca, sotto terra per tutto è pietra; ma tenera, e sottoposta al piccone. La gente tedesca, per essere più industriosa e travagliante, la misse a fare il fosso a forza di picconi. Il signor Gio. Andrea come quel cavaliere che haveva honoratissimamente risposto in tutte le occorrenze dell'impresa per complire e col valore e colla prudenza in ogni opera possibile per servitio di Sua Maestà, si prese assunto di fare un cavaliere. L'altro il Generale diede a fare al generale della Religione con la sua gente. L'altro a gli Spagnuoli, e l'altro al signor Andrea Gonzaga. Di maniera che venivano a esser quattro, con intenzione di farvene poi col tempo un altro in mare col suo molo verso tramontana.E per ora da quella parte del mare il Castello si accingeva quasi a stella, e volgeva in tutto da mille passi, o braccia ordinarie, come vogliam dire. Così con grandissima sollecitudine e cura si attese al lavoro.»
Alli diciannove di marzo, secondo il modello del Conti, in due giorni preparato alla grossa di cretoni e di legno, il Medina con solennissima pompa gettava al posto la pietra angolare; e appresso metteva alla direzione della gran fabbrica quattro ajutanti, nominati dal Campana e dal Bosio, Bernardo di Aldana, Sancio di Leva, Cesare Visconti e Carlo di Amanze[604]. Lavoro fastidioso di soldati in giornèa; non avendo a niun conto voluto prestare l'opera loro i Gerbini: i quali soltanto per somma grazia permettevano la vettura delle loro bestie. Bisognava rimenare tutto da lungi, pali, fascina, infino a un po' di terra per impastarla colla rena del luogo. Ciò non pertanto ai venticinque di aprile il forte era ridotto in condizione di potersi difendere, e vi entravano di presidio duemila fanti tra spagnuoli, italiani e tedeschi, sotto il mastro di campo don Alvaro de Sande, eletto governatore della piazza e dell'isola. Tutto questo sarebbe la metà del nonnulla rispetto al resto: dobbiamo inoltre disperdere ogni bene, vittuaglie, munizioni, armi, artiglierie, corredi, infino all'acqua; e dobbiamo sguarnire di tutto i navigli, se vogliamo, secondo la ragione di tanta lontananza e il pericolo di lungo assedio, provvedere ai magazzini ed alle cisterne del gran forte, per continuata stranezza piantato di pali sulla rena.
[8 aprile 1560.]
XXXV. — Intrattanto Luccialì colla sua galeotta a golfo lanciato per l'alto mare navigando, e sempre fuggendo dalle Gerbe, era giunto in Costantinopoli: dove consegnate che ebbe le lettere pressanti e i ricchi doni, da parte di Dragut, al Granvisir e agli altri principali ministri della Porta, facilmente otteneva l'udienza dell'Imperatore, e gli dimostrava la bella opportunità di conquidere sulle spiagge di Barberia tutta l'armata dei Maledetti. Egli, testimonio di veduta e sagace, dicevagli il numero e la qualità dei nostri navigli, la stranezza del governo, la stultizia dei procedimenti: dimostravagli la facilità di armare un'ottantina di galere negli arsenali dell'imperio, e di ottenere solenne vittoria da assicurargli per sempre la padronanza del mare. A Solimano non facevano di mestieri nè troppi stimoli, nè tanti argomenti: egli sentiva da sè l'importanza del caso, e nella certezza di cavarne a suo vantaggio stupendi effetti, ordinava con gran secretezza e prima del tempo consueto l'armamento del suo navilio, pur di averlo pronto alla vela sulla fine di aprile. Ma quantunque egli si studiasse di nascondere gli apparecchi, e di coprire i suoi disegni, non potè fare che qualche indizio non ne trapelasse fuori per una città così popolosa e così piena di gente d'ogni paese, come era la sua capitale. Da più parti gli esploratori, i diplomatici e le spie ne mandavano avvisi a Madrid, a Venezia, a Roma, a Malta, e di rimbalzo anche alle Gerbe.
Il grammaestro la Valletta pel primo, sapendo degli armamenti turcheschi, già dagli otto di aprile aveva insieme avvertito il Medina e richiamate le sue galèe per servirsene nelle necessarie provvisioni dell'isola, volendo metterla in punto di fare buona difesa, se mai lasua disgrazia menassegli l'armata ottomana ad attaccarlo[605]. Rispedì in Africa dopo tre settimane soltanto tre galèe a carico del cavalier Maldonado, disarmate le altre due per la grande mortalità di ciurme, e di gente, e di cavalieri, compresovi l'istesso generale de Tessieri, che pochi giorni dopo arrivato in Malta morissi.
Il marchese della Favara, luogotenente di Sicilia, ripeteva gli avvisi, ed alla vista del pericolo mandava alle Gerbe quattro navi e un migliajo di soldati per rinforzo. Il vicerè di Napoli, ripicchiando sulle notizie ormai certe dell'armata nemica, esortava il Medina a star cauto, a ritirarsi, ed a pensare che in vece di conquistare in Africa alla fine era mestieri attendere ad altro, cioè a sostenersi e a difendersi in Italia. In questo modo scrivevano pur da Genova, da Roma, da Venezia[606].
[25 aprile 1560.]
Ciò non pertanto il Medina e i suoi colleghi tiravano innanzi senza nuovi espedienti. Gli animi sentivano dello strano, alcuni non prestavano fede agli avvisi, e molti dicevano impossibile all'armata ottomana uscire dai Dardanelli prima di mezzo maggio. Giannandrea era ricadutodi flusso; le infermità avanzavano più di prima, si empivano gli spedali e le fosse[607]. I savi, costretti alla tolleranza per non crescere confusione, facevano capo al Doria stesso col pretesto di visitarlo: dicevangli non esser più tempo di indugi. Ed esso dal letto mandava e rimandava Plinio Tomacelli non solo sollecitando, ma importunando il Medina alla risoluzione della partenza[608]. Il medesimo Plinio nella sua lettera giustificativa conferma gli altrui fatti e le sue premure[609]. Ma non per questo lo assolveremo noi dell'essersi dappoi piegato lui proprio a restare colà coll'armata ancora per quell'ultimo giorno fatale, che non doveva aver più nè consiglio nè riparo. Vedremo le opere, e leggeremo le attestazioni del capitano Piero Machiavelli, commissario delle galèe fiorentine, nella lettera scritta giusto di quei giorni al duca Cosimo per ragguagliarlo dei successi precisi del venerdì dieci di Maggio alla sera.
[5 maggio 1560.]
Come fu imbastita alla meglio la sciagurata fortezza, il Medina strinse lo Sceicco al giuramento di fedeltà: ecostui, per non poterne di meno, finalmente venne al campo cogli anziani dell'isola, e una squadra de' suoi cavalieri. Gittò per terra lo stendardo di Dragut, un vecchio drappo di seta verde, prese dal Medina la bandiera di Spagna, la brandì tre volte, la mostrò ai circostanti, e sottoscrisse l'istrumento di vassallaggio giurandone sul Corano la lealtà. Al quale atto crebbe valore la presenza del re di Caruano, venuto poc'anzi in gran festa a salutare il Medina, per l'odio mortalissimo che nudriva contro Dragut, dal quale con pessima frode eragli stata rapita buona parte del dominio[610]. Intervenne altresì per ragioni equivalenti colui che chiamavano l'Infante di Tunisi, nipote del Muleasse già rimesso sul trono nella spedizione del trentacinque contro Barbarossa. Costoro, e ogni altro nemico dei turchi e dei pirati, mantenevano continue corrispondenze con la corte di Spagna, coi vicerè di Napoli e di Sicilia, col Grammaestro di Malta, e coi supremi comandanti delle armate cristiane[611]. Essi ora corteggiavano il Medinaceli, quantunque ne vedessero già vicina al tramonto la fortuna.